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Il premier nell’onda calante

Più o meno autorevoli commentatori cominciano a vedere l’onda calante della traiettoria governativa di Matteo Renzi. Quanto l’onda stia effettivamente calando dipende in larga misura dalle aspettative iniziali di quei commentatori. L’ascesa di Renzi era stata accompagnata da grandi consensi, non sulla sua persona politica, sostanzialmente poco nota, non sui suoi programmi, neppure quelli istituzionali, nel migliore o nel peggiore dei casi appena abbozzati. Quei consensi, da un lato, arrivarono a Renzi perché uomo giovane, apparentemente dinamico, audace ai limiti della presunzione, dall’altro, perché Renzi sfidava una sinistra che a molti, ovviamente, soprattutto agli oppositori di destra e ai cerchiobottisti di ogni provenienza, sembrava ingessata, priva di capacità innovative, drammaticamente, ma meritatamente, umiliata dall’incontro via streaming fra Bersani e i Cinque Stelle nel marzo 2013. Nella letizia per la sconfitta e la probabile messa in soffitta (rottamazione) della vecchia sinistra e dei suoi esponenti, a cominciare dal più importante, Massimo D’Alema, nessuno dei commentatori s’interrogò sulle effettive capacità di governante e di riformatore di Matteo Renzi. Molti si misero a lodare l’outsider che, senza nessun gravame del passato (e, ahi lui, pochissima conoscenza di quel passato), spezzando tutti i lacci e I lacciuoli, avrebbe rinnovato il modo di governare: al bando la concertazione sostituita dalla disintermediazione. Nessuno notò che, altrove, nelle democrazie parlamentari europee, gli outsider al governo sono rarissimi. La grandissima maggioranza dei ministri hanno avuto precedenti esperienze parlamentari, più o meno lunghe, e anche di governo. Che nessun capo di governo nasce “imparato”, ma passa attraverso compiti formativi in parlamento e in cariche minori. Che tutti i capi di governo cercano di non scompaginare il loro partito, ma di valorizzarne personalità e competenze, di potenziarne la struttura che, sul territorio, spiegherà le politiche del governo e cercherà di mantenere i rapporti con l’elettorato (che non “passano” soltanto dai talk shows e dai tweets).

Quel che I commentatori delusi, a mo’ di coccodrilli, lamentano oggi era largamente prevedibile. Né Renzi né i suoi ministri più improvvisati (almeno la metà) hanno imparato niente né riguardo ai rapporti con il Parlamento né sulla costruzione del consenso intorno alle riforme. Un giorno, forse, qualcuno s’interrogherà anche sulle varie donazioni in Euro elargite da Renzi ad alcuni settori sociali. Già adesso, però, è evidente che nessuna di quelle donazioni è inserita in una visione strategica di sviluppo e di riforme economico/sociali. La fretta del Capo del governo si spiega quasi soltanto con la necessità di ottenere successi che alimentino la sua corsa. Il suo non dichiarato motto è chi si ferma è perduto. Gli stop possono, però, già essere in vista: le amministrative di giugno e il referendum costituzionale di ottobre. Con il feroce grido di battaglia lanciato alla scuola di politica del PD “li spazzeremo via” (gli oppositori), Renzi dà un’ulteriore prova di non curarsi delle modalità di funzionamento di una democrazia parlamentare. Ha ascoltato soltanto gli elogi senza tenere conto che erano per lo più motivati dall’ostilità, persino dal rancore, nei confronti dei suoi oppositori interni. Sappiamo che non è nelle sue corde apprezzare le critiche, ma è anche sulla capacità di trarre il meglio dalle critiche che si misura la qualità dei politici e dei governanti.

Pubblicato AGL 8 aprile 2016

La paura non si batte con le parole

Immagino che molti lettori siano infastiditi da affermazioni sul pericolo del terrorismo pappagallescamente ripetute che suonano vuote e ipocrite. Credo che ciascun lettore desideri informazioni precise e indicazioni convincenti. Mi ci provo. Primo, sì, dobbiamo avere paura. I terroristi islamici, tali poiché professano quella religione e in nome del loro Dio uccidono, hanno dimostrato di sapere colpire dovunque. Volendo fare stragi eclatanti scelgono luoghi dove le persone si affollano: stazioni ferroviarie, metropolitane, sale da ballo, aeroporti e stadi (anche se a Parigi, in questo caso, non hanno avuto successo). Chiunque frequenti quei luoghi, ed è evidente che un po’ tutti noi in quei luoghi ci siamo stati e ci ritorneremo, deve essere consapevole del rischio e deve, ovvero, può avere paura. Consapevoli dei rischi sarebbe opportuno che ci comportassimo con grande cautela e seguissimo l’indicazione che ho visto nella metropolitana di Washington, D.C.: see something say something. Traduco liberamente: chi vede qualcosa dica qualcosa.
Naturalmente, sappiamo per certo che ci vuole molto altro per evitare gli attentati e le stragi. Dovremmo anche sapere che criticare i servizi segreti, di ogni paese, la loro eventuale inadeguatezza, la loro mancanza di coordinamento serve esclusivamente qualora le proposte per risolvere i problemi siano rapidamente operative. Dovremmo anche sapere che qualsiasi servizio segreto efficiente non si vanterà mai di avere sventato una strage, evitato un attentato, catturato i presunti kamikaze poiché mira, giustamente, a tenere coperte le sue fonti, a salvaguardare i suoi informatori, a non svelare nulla del suo modus operandi. Rimane verissimo che la cooperazione, la condivisione e la prevenzione sono essenziali, ma è altrettanto vero che, salvo deplorevoli casi di gelosie professionali o, peggio, nazionalistiche, non pochi servizi segreti si scambiano già da tempo una pluralità di informazioni. Se ci sono falle, oltre al chiedere conto agli operatori dei servizi segreti, la responsabilità va attribuita ai ministri e ai sottosegretari che a quei servizi sono predisposti.
Non serve a niente colpevolizzare l’Europa e gli europei per il loro colonialismo, per il capitalismo predatore, per politiche gravemente sbagliate: dall’intervento in Iraq alla defenestrazione di Gheddafi all’inazione in Siria. Non è ragionevolmente possibile tornare indietro e riparare a errori e a crimini. Imparata la lezione (temo non da tutti), non ne consegue affatto che diventa possibile pensare che la sfida dei terroristi kamikaze armati di tutto quel che serve, con sostegno finanziario e logistico, sia risolvibile con parole di pace. Uno dei due responsabili, forse il maggiore, dell’intervento in Iraq, che ha sollevato il coperchio del vaso di Pandora di tutte le contraddizioni, le rivalità, le tensioni anche religiose nel mondo mediorientale, Tony Blair, sostiene che è necessario ricorrere a un “centrismo muscolare”. Insomma, non si può rinunciare all’uso delle armi sia per difendersi sia per dare aiuto a coloro, non sembra che siano la maggioranza, che tentano di (ri)costruire stati in grado di garantire, se non una, al momento impossibile, democrazia, almeno ordine politico e sicurezza personale.
Un giorno, magari, si dovrà anche usare la ragione per discutere del multiculturalismo, del suo fallimento, della sua pessima attuazione (“fate quel che vi dettano i vostri costumi”), della sua ridefinizione. Nel frattempo, però, gli europei e, più in generale, gli occidentali hanno il dovere morale e politico di rispettare e attuare i valori sui quali hanno costruito le loro comunità e l’Unione Europea e di esserne orgogliosi. Sono anche autorizzati a chiedere a chiunque voglia venire a vivere in Europa e crescervi i suoi figli e le sue figlie di rispettare quei valori. Quando gli europei avranno eletto Presidente della Commissione un islamico, quel Presidente dovrà dichiarare che riconosce la separazione fra le Chiese, al plurale, compresa la sua, e lo Stato, e che la sharia nella “sua” Europa è fuorilegge.
Pubblicato AGL 25 marzo 2016

Dietro i partiti niente

Le pungenti interviste del vignaiolo D’Alema, le “ruspanti” dichiarazioni dell’europarlamentare (sic) Salvini, gli accorati richiami dello statista in disarmo Berlusconi, le introspezioni elettroniche del guru Casaleggio, le promesse roboanti del fiorentino Renzi che sfida l’Europa fanno tutte, giustamente, discutere. Invitano anche a cercare di capire che cosa succede nel sistema dei partiti italiani. In verità di partiti definibili come tali in Italia ne esiste soltanto uno, il Partito Democratico, fatto da una maggioranza, in Parlamento artificialmente creata da un abnorme premo di seggi e nelle realtà locali gonfiata da più che una modica dose di conversioni. Le minoranze democratiche criticano, concionano, qualche rara volta strepitano, ma, in definitiva, non sanno che cosa fare né dove andare. Tutti gli altri non-partiti, tranne il Movimento 5 Stelle e, in parte, la Lega, sono alla costante ricerca di posizionamenti che consentano loro di sopravvivere fino a quando dovranno presumibilmente trattare con il PD per avere una manciata di seggi nel prossimo Parlamento. Nessuno di loro sta cercando di ricostruire una presenza, non nel cuore degli italiani, ma, quantomeno, nella loro considerazione per le politiche proposte e le candidature selezionate. Al contrario, nella grande maggioranza delle esperienze locali, con poche eccezioni, i candidati prescelti vengono, si dice e si vanta, dalla società civile. Poi, spesso si scopre che quella società civile è alquanto permeabile ai fenomeni della corruzione e dell’illegalità. Di tanto in tanto ci s’accorge anche che venire dalla società civile, lo hanno imparato persino gli esponenti delle Cinque Stelle, non è un titolo di merito né una qualifica utile a svolgere efficacemente i compiti parlamentari né, tantomeno, a governare le città, piccole, medie e, chi sa, prossimamente anche grandi.

In maniera difensiva, troppi politici e, ahiloro, molti commentatori pensano di cavarsela sostenendo che i partiti sono in crisi un po’ dappertutto. E’ un’affermazione sostanzialmente scorretta che dovrebbe essere “spacchettata”. Ci sono sistemi politici, come la Spagna, nei quali è in atto una dolorosa ridefinizione dello schieramento e della natura dei partiti. Però, quasi dappertutto nelle democrazie europee i partiti hanno finora retto alla sfida dei populismi, di destra, di sinistra e di centro; hanno governato, persino con qualche successo; si sono alternati alla guida del paese. Nessun governo non partitico, guidato e composto da “tecnici”, ha fatto la sua comparsa. Non circola nessuna apoteosi della società civile. Non compare nessuno sfrangiamento del sistema dei partiti. Invece, in Italia, dietro tutte le diatribe, spesso di cortile, dietro un chiacchiericcio per lo più inconcludente, come quello sull’Europa, che dovrebbe essere sul “come stare in Europa”, e sulla Libia che, a sua volta, dovrebbe essere, sul “come costruire un governo rappresentativo e stabile” in quel paese, sta un fatto durissimo: il sistema dei partiti italiani è fondamentalmente destrutturato.

La destra, il cui elettorato è reale e diffuso, anche potenzialmente molto ampio, non è capace di costruire organizzazioni stabili né, curiosamente, ricorda la sua parola d’ordine: presidenzialismo. La sinistra appare più fedele alle sue peggiori tradizioni: sottili critiche e graduali processi di frammentazione. Per quanto vero, conta poco che il segretario del Partito Democratico- Presidente del Consiglio non abbia manifestato nessuna intenzione né di tenere unito il partito né di riaggregare la sinistra preferendo il sostegno facilmente acquisibile di Alfano e le manovre più o meno concordate con Verdini. E’ l’esito che conta. Le maggioranze variabili non sono che palliativi, tamponi, sotterfugi temporanei. La realtà è che se il PD si sfalda. Il sistema dei partiti italiani si mostrerà in tutta la sua nudità e bruttezza. E non verrà decentemente rivestito da un Italicum che deve ancora passare al vaglio della Corte Costituzionale e da riforme costituzionali parecchio confuse.

Pubblicato AGL 14 marzo 2014

Una vicenda in cui hanno perso tutti

Sono in molti ad avere perso qualcosa in questa brutta vicenda di un disegno di legge di origine parlamentare sulle unioni civili che avrebbe portato l’Italia al livello al quale sono giunte da tempo la grande maggioranza delle nazioni europee. In primis, hanno perso tutti coloro che desideravano unioni fra persone dello stesso sesso che ottenessero quanto, in termini di eguaglianza e di dignità, hanno coloro che contraggono un matrimonio. Parecchio è stato ottenuto sul piano economico, che conta ed è importante. Molto meno su quello, altrettanto importante, del riconoscimento dei figli avuti dal partner prima che si stipulasse l’unione civile. Il resto, come forse troppo spesso avviene, è stato affidato alla magistratura, probabilmente anche alla Corte Costituzionale, che si troveranno obbligate, come hanno fatto alla grande sulla legge 40, fecondazione assistita, a supplire alle gravi carenze della politica (e, magari, venendo poi criticate per la loro indispensabile interferenza).

Hanno perso tutti coloro che credono che fare le leggi sia un compito che il Parlamento adempie attraverso un dibattito aperto e trasparente che serve a spiegare ai cittadini come e perché, con quali conseguenze, ad educarli alla complessità delle scelte e alla ragionevolezza delle decisioni. Questa volta, probabilmente, la società ne sapeva, sulla propria pelle, molto di più di quanto troppi parlamentari volessero intendere e capire. Hanno perso i senatori delle Cinque Stelle poiché il loro messaggio si è abbattuto sul muro di gomma dei renziani e non sono riusciti a diventare determinanti. Avevano probabilmente ragione, ma sono arrivati tardi e male, percepiti, non del tutto erroneamente, come strumentali, al momento delle decisioni cruciali. Non hanno davvero vinto i Democratici poiché in definitiva hanno dovuto ingoiare tutte le richieste del partito di Alfano e finiranno per trovarsi debitori anche dei voti che il giustamente spregiudicato Verdini farà valere pesantemente sul voto di fiducia. Si aprirà davvero la porta alla mutazione antropologica del Partito Democratico in Partito della Nazione?

Infine, ha perso una certa concezione del Parlamento e della sua funzione di legislazione. Il testo del disegno di legge prima firmataria la senatrice dem Cirinnà avrebbe dovuto, secondo l’art. 72 della Costituzione italiana, essere discusso e “approvato articolo per articolo”. E’ sfuggito all’operazione esageratamente truffaldina implicita nell’emendamento canguro, della cui legittimità bisognerà pur discutere, che mangia tutti gli altri. Però, è stato poi divorato dal maxiemendamento del governo il quale ha, addirittura, posto la fiducia su un atto che non è di governo, non attiene al programma, non riguarda obiettivi strategici. Un governo che ottiene quello che vuole, in questo caso, quello che ha voluto una delle componenti della coalizione, a spese del parlamento, piegandolo e in sostanza umiliandolo, intraprende una strada pessima che, forse, dovrebbe essere bloccata dai Presidenti delle Camere e, possibilmente, se vi sarà un debito ricorso, dalla Corte Costituzionale. Questo non è neppure il nuovo modo di governare. Purtroppo, è l’aggravamento del vecchio che da cattivo diventa pessimo.

Pubblicato AGL il 26 febbraio 2016

Unioni civili: battaglia aperta e chiara

La parola sulle unioni civili torna al Parlamento, più precisamente al tanto criticato Senato, e la decisione sarà presa dai rappresentanti eletti. Il dibattito è stato ampio, come si conviene ad un tema complesso e delicato. Ha fornito informazioni e approfondimenti. Ha consentito a una pluralità di voci di farsi sentire e, anche, con le manifestazioni contrapposte, di contarsi. Degno di nota, infatti, ha avuto ampia risonanza, è stato l’intervento del Cardinale Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana il quale, augurandosi la sconfitta delle unioni civili, ma soprattutto stigmatizzando l’articolo che consente l’adozione dei figli dei contraenti, ha richiesto il voto segreto. La replica è stata che sulle materie parlamentari decidono i due Presidenti, interpretando e applicando i regolamenti. “Gamba tesa” di Bagnasco? No. Legittima espressione di un desiderio come fu, a suo tempo, l’invito del Cardinale Ruini all’astensione per fare fallire il referendum che mirava all’abrogazione della legge 40 che poneva limiti strettissimi e punitivi alla fecondazione assistita. Quell’invito contribuì notevolmente a fare mancare il quorum, ma, in seguito, gradualmente, la Corte Costituzionale smantellò quella brutta legge.

Al Cardinale Bagnasco qualcuno avrebbe potuto, e tuttora potrebbe, ricordare che, nel Discorso della Montagna, Cristo è stato categorico: “sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no: il di più viene dal maligno”. Ai parlamentari, credenti e no, cattolici e no, i loro concittadini elettori hanno il dovere di chiedere che spieghino apertamente e pubblicamente i loro voti e che li argomentino, che la loro coscienza si esprima unitamente alle conoscenze che la hanno orientata in qualsiasi direzione. Dovrebbero essere in primo luogo proprio i credenti e i cattolici a non trincerarsi dietro il voto segreto e a rivendicare limpidamente le loro convinzioni. Allo stesso modo, dovrebbero agire i non credenti eventualmente contrari all’adozione dei figli spiegando pubblicamente il loro voto senza nascondersi dietro la segretezza eventualmente ottenuta dai cattolici. Non dovrei aggiungere che in questioni che attengono la vita delle persone nessun dirigente politico è legittimato ad imporre qualsivoglia disciplina di partito né a minacciare punizioni.

La legge sulle unioni civili è attesa da almeno un decennio, che significa che il Parlamento non è stato sufficientemente ricettivo di diffuse, ma certamente non maggioritarie, istanze sociali. Leggi sulle unioni civili sono da tempo già in vigore in quasi tutti i paesi europei, che significa che, anche in questo caso, l’Italia è in ritardo. Il punto più controverso della legge riguarda la facoltà dei contraenti l’unione civile di adottare i figli del compagno/della compagna. Il criterio dominante per decidere in maniera equa se consentire questa opzione (meglio non definirla “diritto”) deve basarsi sulle modalità con le quali è preferibile ottenere che le esigenze del minore che viene adottato siano meglio soddisfatte e il suo benessere meglio garantito. Gli oppositori della concessione/riconoscimento della facoltà di adozione sembrano preoccupati non tanto dall’eventuale adozione, ma soprattutto dalla possibilità che si apra la strada all'”utero in affitto”. Non esiste nessun automatismo, ma è lecito che gli oppositori esprimano la loro contrarietà nel dibattito e nelle votazioni, proponendo appositi ordini del giorno che rimangano agli atti e che servano come indicazioni a futura memoria. Molto meno lecito è che blocchino, a tutto danno dei minori, quella specifica facoltà. Alla fine, in democrazia, senza schiacciare mai le minoranze, sono le maggioranze che hanno non soltanto il diritto, ma il dovere di decidere (eventualmente, persino di non decidere). Meglio, molto meglio se le maggioranze e le minoranze si assumono tutte le loro responsabilità a viso aperto, con voto palese.

Pubblicato AGL 16 febbraio 2016

Unioni Civili. Serve trasparenza

La famiglia è uno dei pilastri sui quali si costruisce, si mantiene, si riproduce una società. Dappertutto. Le modalità con le quali si dà vita ad una famiglia, la si scioglie, la si costituisce in maniera diversa, sono cambiate nel tempo. Il matrimonio è una di quelle modalità, ma, forse, in qualche paese è già una scelta minoritaria, spesso effettuata tardi e con molteplicità di motivazioni. Una di queste motivazioni è costituita dall’accesso, assolutamente legittimo, a tutte le forme di assistenza e previdenza che vanno sotto il nome di welfare. Né la formazione di una famiglia tradizionale: uomo, donna, figli propri, né le unioni civili fra persone dello stesso sesso che adottano i figli dei due contraenti configurano dei diritti. Sposarsi e convivere stabilmente sono facoltà, opportunità, attività che ciascuno può liberamente esercitare oppure no. Una società democratica e aperta, liberale ha il dovere di consentire che le persone scelgano come preferiscono vivere la loro vita. Nessuno obbliga nessuno e nessuno deve impedire agli altri di decidere quali tipi di rapporti intrattenere. Allo Stato è lecito chiedere che riconosca tutte le modalità di convivenza che non violino né la Costituzione né le leggi esistenti e che consentano il massimo di “felicità” possibile senza intaccare la felicità, le convinzioni e le preferenze degli altri. La linea distintiva non corre fra coloro che credono in una fede e coloro che non hanno fede. Passa fra coloro che desiderano garantire a tutti di scegliere secondo le loro credenze e preferenze e coloro che pretendono di imporre le loro credenze e preferenze.

Per quanto riguarda i figli, in particolare le adozioni, il punto dolente dell’attuale scontro, fuori e dentro il Parlamento, sono due le bussole che servono ad orientare anche il legislatore. La prima bussola si trova nell’art. 29 della Costituzione italiana. E’ costituita dal dovere dei genitori di “mantenere, istruire, educare i figli anche se nati fuori del matrimonio”. Difficile, al limite della Costituzionalità, non richiedere, anche a conviventi dello stesso sesso che abbiano deciso di contrarre un’unione civile, l’adempimento degli stessi obblighi nei confronti dei figli avuti in precedenza. Anzi, proprio l’unione civile costituisce la garanzia, rafforzata dalla libera scelta dell’adozione, che quegli obblighi saranno mantenuti da entrambi i soggetti dell’unione civile. Nulla di tutto questo attenta alla sacralità, se si vuole usare questo termine, alla coesione, all’importanza, al benessere della famiglia classica. Sarebbe, poi, un artificio fin troppo facile mettere in rilevo che questo tipo di famiglia è in crisi poiché la crisi non viene certamente superata dalla diffusione delle unioni civili, ma non viene neppure aggravata dal loro riconoscimento. Quanto alla seconda bussola per orientarsi in una tematica complessissima non può che essere quella della condizione dei minori, dei bambini. La possibilità di adottare i figli nati prima della formazione di una unione civile ha come scopo quello di rendere buona e migliore la vita di quei bambini altrimenti destinati a rimanere in un limbo sociale con tutte le conseguenze negative in termini economici, di dignità, di rapporti interpersonali. Certo, bisogna che il legislatore tracci con grande precisione il confine fra la stepchild adoption e le pratiche di utero in affitto.

Infine, proprio perché, un po’ dappertutto nel resto dell’Europa, da tempo le unioni civili sono riconosciute e regolamentate, in molti casi accompagnate dalla possibilità di adottare la prole del compagno/compagna, è importante che il Parlamento italiano operi, non ricorrendo né alla disciplina di partito né al voto segreto, ma in totale trasparenza. In argomenti delicati e controversi, carichi di ideali e di valori, è opportuno che i parlamentari si assumano apertamente la responsabilità del loro voto, in coscienza e in scienza, vale a dire spiegando perché ritengono preferibile una scelta rispetto ad un’altra. Darebbero un importante contributo alla crescita culturale di quell’insieme di famiglie dei più diversi tipi che si chiama società civile.

Pubblicato AGL 2 febbraio 2016

Renzi sbaglia ad attaccare l’Europa

L’Unione Europea è, certamente, come afferma Renzi, non soltanto, ma anche “un’accozzaglia di regole”. Lo lamentano da tempo, magari con una più misurata scelta di parole, tutti governanti inglesi. L’Unione Europea è già, altrettanto certamente, come vorrebbe Renzi, un “faro di civiltà e di bellezza”. Lo hanno scritto, nelle motivazioni con le quali hanno conferito proprio all’UE il Premio Nobel per la Pace, i severi norvegesi, i quali, pure, hanno per due volte rifiutato, con apposito referendum, di entrare nell’Unione Europea. Dunque, Renzi non è originale né nelle critiche né nelle indicazioni di obiettivi. Naturalmente, l’Unione Europea continua ad avere molto da fare sia per diventare più snella nelle procedure e nelle regolamentazioni sia per mantenersi “faro di civiltà e di bellezza”, qualità, indirettamente riconosciutele anche dai milioni di migranti che rischiano la vita per approdarvi. Questo da fare può essere conseguito criticando aspramente e sommariamente la Commissione Europea, che è, da qualunque prospettiva la si guardi, il motore dell’Unione, oppure scontrandosi con la Germania della Cancelliera Merkel, che è il paese più potente dell’Unione e che è seguita e appoggiata con convinzione da più della metà degli Stati-membri? Dalle due risposte inevitabilmente negative discende la domandona che conta di più. Se il Presidente del Consiglio italiano vuole cambiare le regole europee, a cominciare da quella che lo vincola di più, vale a dire i criteri relativi alla flessibilità del bilancio, e spingere Angela Merkel a sostenere politiche diverse, le sue critiche frequenti, dure, al limite dell’offesa, come sono state interpretate e respinte dal Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, sono utili oppure controproducenti? Qui la risposta è facile. Quand’anche gli altri europei e persino lo stesso Juncker, candidato dei Popolari ed eletto alla sua carica da Popolari e Socialisti, non le ritenessero controproducenti, sono comunque inutili, quasi irrilevanti. E’ possibile anche interrogarsi sul perché Renzi abbia usato toni esagerati e parole offensive, rispondendo che la sua è stata una mossa astuta con obiettivi elettorali: togliere armi ai populisti italiani, da destra e da sinistra, anti-Euro/pa. E’ possibile anche affermare che, nella sua irruenza, Renzi ha non soltanto esagerato, ma semplicemente sbagliato. In Italia, forse, battere i pugni sul tavolo del governo e dire che la maggioranza andrà avanti perché ha i voti, qualche volta è decisivo. In Europa, per battere i pugni su qualsiasi tavolo, bisogna essere presenti accompagnando i pugni con proposte formulate in maniera credibile che siano convintamente sostenute da una coalizione di Stati-membri. Contrariamente a quel che sostiene Renzi (“prima di lui il diluvio”), i governi italiani che lo hanno preceduto non sono mai stati telecomandati da una non meglio precisata Europa. Hanno semplicemente dovuto seguire politiche di austerità e di conformità insieme a tutti gli altri Stati-membri, un po’ di più poiché spesso quei governi violavano regole e criteri il più importante dei quali continua ad essere il debito pubblico. L’Italia con il debito pubblico del 130 per cento rispetto al Prodotto Nazionale Lordo eccede il limite posto al 60 per cento e non sembra né incline a sforzarsi di rientrarvi né capace di farlo. Infine, l’Italia di Renzi non è finora stata capace di trovare alleati inclini a sostenere le sue posizioni né in materia di flessibilità né in materia di immigrazione. Alzare la voce, quand’anche lo si faccia dalla restaurata Reggia di Caserta o dall’Expo del successo non serve. Prima continua a essere imperativo fare proprio i famigerati compiti a casa, tutt’altro che finiti. Poi, con i quaderni in ordine il Presidente del Consiglio dovrebbe con molta pazienza e con qualche idea chiara e originale trovare alleati a Bruxelles. Alzare la voce non è mai stato il modo migliore per convincere qualcuno, meno che mai chi pensa, come la maggioranza dei capi di governo degli Stati-membri dell’Unione Europea, che gridare non conferisce nessuna credibilità aggiuntiva.
Pubblicato AGL 19 gennaio 2016

Messaggio senza enfasi dell’arbitro Mattarella

“Aver cura della Repubblica”. Questa semplice esortazione del Presidente Mattarella agli italiani contiene il senso più profondo del suo messaggio di fine anno. Senza nessuna enfasi, di cui non è capace, ma che, comunque, lo sappiamo dai suoi precedenti incarichi pubblici, evita con determinazione, il Presidente ha chiaramente delineato come gli italiani dovrebbero aver cura della loro Repubblica. Le tematiche sono quelle che qualsiasi cittadino con un po’ di senso civico sa essere importanti: il lavoro, l’evasione fiscale, l’immigrazione, le mafie, la legalità, il ruolo delle donne. Sono le modalità con le quali il Presidente ha declinato ciascuna problematica e come le ha evidenziate a contenere elementi di apprezzabile novità. Il lavoro è stato messo, giustamente, al primo posto e ne è stata rilevata l’importanza non soltanto per i giovani, ma anche per coloro che il posto lo perdono dopo una lunga attività. L’evasione fiscale è stata fortemente stigmatizzata sia per il suo costo che grava sulla collettività sia per la grave lacerazione che produce nel tessuto sociale della convivenza fra i cittadini che pagano le tasse e quelli che sfuggono sia, infine, perché, se tutti o quasi pagassero, tutti (o quasi) potrebbero pagare meno. Il passaggio più toccante sull’immigrazione è quello con il quale Mattarella ha reso noto che il 70 per cento dei bambini immigrati dichiara di avere come miglior amico un bambino italiano. Questa notazione suggerisce che il futuro dell’integrazione, che deve avvenire nella legalità con i clandestini che vanno espulsi, comincia dal basso, fra coloro che non guardano al colore della pelle e alla religione, ma apprendono il valore dell’amicizia. Per riferirsi alle diverse forme di criminalità organizzata che infestano troppe aree dell’Italia, Mattarella ha usato il sostantivo plurale mafie. E’ una parola raramente pronunciata che non ha fatto la sua comparsa nel bilancio di fine d’anno stilato da Renzi. E’ degno di nota che Mattarella si sia tenuto lontano da qualsiasi trionfalismo riguardo alla lotta contro le mafie, ma abbia, invece, proseguito il suo discorso riaffermando la decisiva importanza della legalità contro la corruzione “di chi corrompe e di chi si fa corrompere”. Pur facendo un paio di riferimenti all’Unione Europea, in particolare per la necessità di coordinamento nell’affrontare il terrorismo (definito “fondamentalista” senza nessun riferimento alla sua matrice islamica), il Presidente, che sappiamo essere un europeista convinto, non ha sottolineato quanto l’Europa è importante per l’Italia, ma ha anche evitato espressioni critiche sia della Commissione Europea sia della Germania che, invece, hanno caratterizzato il discorso di Renzi. Particolarmente brillante è stato il riconoscimento diretto a tre donne che hanno raggiunto traguardi di altissima rilevanza: la scienziata Fabiola Gianotti, l’astronauta Samantha Cristoforetti e alla pluricampionessa paraolimpica Nicole Orlando (ma non è mancato l’omaggio a Valeria Solesin e alla sua famiglia). Pure presentatosi come arbitro nel complesso gioco, in verità più spesso, uno scontro fisico sia fra i partiti sia fra le istituzioni, Mattarella non ha fatto nessun riferimento né al governo (i cui altisonanti successi Renzi ha già abbondantemente vantato), nessuna valutazione dell’attività del Parlamento, troppo e male criticato per responsabilità non sue, nessuna espressione di sollievo per il plenum finalmente raggiunto alla Corte Costituzionale. Nei loro confronti e nei confronti dei partiti, l’arbitro Mattarella probabilmente già esercita una soffice, non pubblicizzata opera di persuasione, tenendola riservata, quindi, sperabilmente, più efficace. La chiusa del discorso con gli auguri a tutti bambini nati nel 2015, l’anno della sua elezione a Presidente della Repubblica, merita una doppia interpretazione. Mattarella ha voluto sottolineare che la vita continua e suggerire che “aver cura della Repubblica” significa anche impegnarsi per creare le opportunità migliori per i nuovi italiani. Auguri a tutti (ma non agli evasori).

Pubblicato AGL il 2 gennaio 20016

Il bicchiere mezzo pieno di Matteo

Il bicchiere da lui ricevuto da Enrico Letta nella gelida cerimonia di passaggio delle consegne il 22 febbraio 2014 era, ha fatto capire il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, sostanzialmente vuoto. Quel bicchiere, ha detto e ripetuto in maniera molto compiaciuta, non soltanto è mezzo pieno, ma va riempendosi, giorno dopo giorno, di contenuti, in Italia, in Europa, sullo scacchiere internazionale dove operano i soldati italiani. Esposte le cifre che, se non scaldano i cuori e non fanno parte dei sogni, ha detto Renzi con qualche volo pindarico, meritano di essere declinate e declamate per sconfiggere tutti quelli che dal Jobs Act all’Expo, dagli 80 Euro alla Buona Scuola, preconizzavano, “non ce la farete”, bisogna concentrarsi sulle sfide. In maniera estremamente puntigliosa, Renzi è andato all’attacco dell’Europa, in particolare della Commissione Europea e, più che della Cancelliera Merkel, della politica privilegiata della Germania. Ha rimproverato a entrambe, Commissione e Germania, un’interpretazione delle regole e della flessibilità alquanto squilibrata. Ha sostenuto che l’Italia sta facendo tutto quello che dovrebbe rispettando criteri e parametri. Non incalzato dai giornalisti, ha, da un lato, dimenticato di sottolineare il ruolo importante di Federica Mogherini, quale Alto Commissario per la politica estera dell’UE; dall’altro, non ha dovuto spiegare perché agli occhi di molti europei neppure l’Italia di Renzi risulti ancora davvero affidabile. Eppure, non esiste nessun tappeto sotto il quale è possibile nascondere il macigno dell’immenso debito pubblico italiano che il suo governo non ha ridotto e neppure significativamente aggredito.

Nella puntigliosa e opportuna rivendicazione delle riforme fatte, per alcune delle quali ha promesso una rapida emanazione dei decreti attuativi, Renzi ha dato grande spazio alla ridefinizione del Senato più che alla riforma elettorale (che sta trovando molti inaspettati, non necessariamente tecnicamente preparati, sostenitori, sulle pagine di alcuni grandi quotidiani nazionali). Ha anche preannunciato che le riforme saranno consacrate da un referendum costituzionale, in verità praticamente un plebiscito sulla sua persona, che, nel caso di una sconfitta, segnerebbe la fine della sua carriera politica. Comunque, ha assicurato, questa carriera terminerà dopo il secondo mandato da Presidente del Consiglio. Ci sarà per lui altro, non specificato, da fare. Quanto al rischio che per il segretario del Partito Democratico comporteranno le elezioni amministrative, in particolare in alcune grandi città: Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna, Renzi se l’è cavata alla grande, rivalutando in toto il ruolo delle primarie che da lui e da qualcuno del suo entourage sembrava messo in forte discussione. Insomma, il segretario del PD consegna quella che potrebbe diventare una patata bollentissima agli elettori delle primarie e ai candidati. Il governo viene così tenuto al riparo da eventuali incidenti di percorso resi possibili dall’inadeguato controllo sul partito che Renzi non ha saputo finora acquisire.

Sullo sfondo si staglia il protagonista probabile di “incidenti” elettorali vari: il Movimento Cinque Stelle, l’unico concorrente più volte menzionato in forma pesantemente, ma in taluni casi giustificatamente, critica. Eppure, le Cinque Stelle si sono anche rivelate interlocutrici parlamentari in grado di sbloccare situazioni ingarbugliate come quella dell’elezione dei giudici costituzionali. A fronte del disfacimento di quella che fu l’ampia area del berlusconismo sociale, culturale, elettorale e parlamentare, soltanto le Cinque Stelle potrebbero mettersi di traverso e ostacolare il cammino disegnato da Renzi con toni quasi trionfalistici. Giustamente, nella conferenza stampa il Presidente del Consiglio ha fatto prevalere il compiacimento su qualsiasi preoccupazione. Con non poche buone ragioni che anche i gufi sanno vedere e che toccherà al 2016 sottoporre a verifica. Cin cin.

Pubblicato AGL il 30 dicembre 2015

Cinque Stelle alla Consulta

Cinque giudici della Corte Costituzionale sono eletti dal Parlamento in seduta comune, art. 135. Devono ottenere due terzi dei voti nelle prime due votazioni, tre quinti nelle votazioni successive. Secondo la critica più diffusa in maniera sconsideratamente tenace, se sono necessarie molte, la responsabilità sarebbe da attribuire al Parlamento ovvero a quei fannulloni litigiosi che sono i parlamentari. Purtroppo, la pensano in questo modo, e quel che è peggio lo dicono, subordinando, difficile valutare quanto inconsapevolmente, il Parlamento ai partiti, sia la presidente della Camera Laura Boldrini sia il Presidente del Senato Pietro Grasso. Invece, non è affatto così ovvero, se si preferisce, la responsabilità dei parlamentari appare di gran lunga inferiore a quella dei partiti e, soprattutto, dei dirigenti di partito. Praticamente, i parlamentari non sono neppure consultati dai designatori, vale a dire i capi dei loro partiti. E’ sempre un cerchio ristretto al leader del partito e ad alcuni suoi pochissimi consiglieri che procede alla nomina dei candidati.

Prima della loro meritata scomparsa, i partiti italiani mostrarono un minimo di sensibilità democratica accettando informalmente che i nominati rappresentassero di volta in volta le differenti culture politiche presenti in Parlamento, con la sola eccezione del Movimento Sociale (non facente parte dell’arco costituzionale). Tuttavia, alcuni candidati, in quanto espressione troppo marcata della leadership di un partito (Spadolini e Craxi), o dal profilo e dalla biografia troppo incisiva (Lelio Basso), non riuscendo ad essere eletti, non furono mantenuti in votazione oppure si ritirarono. In generale, gli accordi non scritti, nessun bisogno di “patti del Nazareno”, vennero sostanzialmente rispettati. Dopo il 1994, scomparsi i partiti e offuscatesi le loro obsolescenti culture politiche, è diventato tutto più difficile. I presidenti della Repubblica hanno, comunque, cercato di nominare i cinque giudici di loro spettanza applicando criteri di merito non disgiunto dalla rappresentanza di aree politico-culturali. E’ rimasta esclusa soltanto la Lega per la quale vale, almeno in parte, il criterio della non piena accettazione della Costituzione. Dal canto loro, i parlamentari si sono trovati nella sgradevole situazione di dovere ingoiare candidature mai previamente discusse e chiaramente partigiane.

Guardando al recente passato e ai lunghi stalli, ma anche valutando sobriamente le attuali candidature, è possibile cogliere due criteri prevalenti: la ricompensa per il sostegno indefettibile dato alla linea di un partito, ma più specificamente al capo del partito, e la liberazione di cariche di nomina ugualmente partitica che consentiranno di premiare anche altri utili fedelissimi. Il secondo criterio privilegia chi già occupa cariche abbastanza importanti, ad esempio, come i componenti e i presidenti di qualche Autorità indipendente (Antitrust, Comunicazioni e così via) oppure chi è già parlamentare e consentirà il subentro del primo dei non eletti nella sua circoscrizione. Il primo criterio appare particolarmente delicato nelle sue conseguenze poiché la Corte Costituzionale dovrà molto presumibilmente e presto occuparsi di ricorsi contro la legge elettorale Italicum e contro la riforma del Senato con tutto quello che ne deriva. Scegliere chi in materia si è già ripetutamente e senza riserve espresso in maniera favorevole al governo è una sorta di piccola polizza d’assicurazione per Renzi e Boschi, tutto il contrario della garanzia di una valutazione equa. Escludere qualsiasi candidatura formulabile dal Movimento Cinque Stelle, che ha, al contrario della svanita Scelta civica, una presenza rilevante in Parlamento ed è espressione di un quarto degli elettori italiani, appare una discriminazione intollerabile. Da ultimo, non è giustificabile passare sotto silenzio l’assenza di qualsiasi candidatura femminile come se non esistessero avvocatesse di grande prestigio e alta qualità e non ci fossero nelle università italiane autorevoli professoresse di diritto. Invece di criticare i parlamentari per la loro presunta inazione, si critichino coloro che scelgono e pretendono di imporre e si guardi alle biografie dei candidati. Meglio lo stallo fecondo che brutte e irrimediabili elezioni.

Pubblicato AGL 28 novembre 2015