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Il ruolo di Mattarella nelle riforme

Quando due grandi vecchi, detto con la stima e il rispetto che si sono meritati, ingaggiano un confronto serrato sulla riforma del Senato, é opportuno prestare molta attenzione. Il fondatore de “la Repubblica”, Eugenio Scalfari ha fortemente obiettato alla lettera pubblicata sul “Corriere della Sera” dal Presidente Emerito Giorgio Napolitano. Nel mio piccolo anch’io ho rilevato molto di irrituale nell’esplicito sostegno dato da Napolitano alla riforma di Renzi. Replicando alle critiche di Scalfari, il Presidente sembra fare un passo indietro. Il suo sostegno va all’idea di riforma del bicameralismo paritario e non a tutte le technicalities delle quali, anzi, auspica che siano meglio definite e ritoccate. Naturalmente, i “ritocchi”, qualora seri e non cosmetici, implicheranno un’altra lettura da parte delle Camere e quindi qualche mese in piú affinché la riforma sia completata. E’ improbabile che il velocissimo duo Renzi-Boschi concordi su questa procedura, ma la parola andrà ai numeri ovvero a quanti senatori sono in grado di imporre modifiche migliorative. Quello che Scalfari sottolinea con forza e che Napolitano sembra non voler capire é che un sistema político é tale poiché (lo insegno regolarmente) tutte le sue componenti si tengono insieme. Cambiarne una, per di piú tutt’altro che marginale, vale a dire il Senato, significa provocare effetti su molte altre componenti: sulla Camera dei deputati e sui suoi poteri, inevitabilmente accresciuti, sul Presidente della Repubblica e sui suoi poteri, ridimensionati, sull’elezione dei giudici costituzionali e dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, e altre conseguenze ancora.

Napolitano che, pure, a suo tempo, aveva addirittura fatto balenare qualche problema concernente la legge elettorale Italicum, affermando che, comunque, la si sarebbe dovuta sottoporre a “opportune verifiche di costituzionalità”, non sembra condividere le preoccupazioni di Scalfari sull’eccesso di potere che finirebbe nelle mani, prima di un partito di maggioranza relativa, anche risicata, che conquisti al ballottaggio un notevole premio in seggi, poi nelle mani del capo di quel partito che sarebbe in totale controllo della Camera dei Deputati. Per di piú, poiché un conto é disquisire astrattamente di poteri giuridico-formali un conto molto diverso é guardare alle modalitá concrete di esercizio del potere ad opera di un capo di partito che ha dimostratao con le parole e con i fatti quale trattamento impartisce ai dissenzienti e alle minoranze, qualche preoccupazione appare d’obbligo. Scalfari la enuncia fino a mettere opportunamente in discussione gli effetti delle due riforme, legge elettorale e Senato, sul funzionamento complessivo del sistema. Caricandosi di un compito che non é piú suo, Napolitano sembra invece sostenere con il peso della sua autorevolezza tutta l’azione riformatrice di Renzi (con interventi che non sarebbero stati “perdonati” ai suoi predecessori).

Quanto al successore, Scalfari teme che Napolitano influenzi piú o meno direttamente anche il Presidente Mattarella. La questione piú delicata é: come potrá Mattarella, debitore della sua elezione in parte a Napolitano in parte a Renzi, contrapporre valutazioni diverse da quelle fortemente motivate dei suoi due Grandi Elettori ? Epperó, adesso in condizione di assoluta indipendenza, il Presidente Mattarella non puó certamente dimenticare di essere un costituzionalista, di essere stato uno dei giudici costituzionali che hanno distrutto il Porcellum, di avere scritto la legge elettorale che porta il suo nome e che molti considerano di gran lunga migliore dell’Italicum. Insomma, lo scontro di opinioni e di preferenze fra Scalfari e Napolitano conduce inevitabilmente fino al Colle, vale a dire alle responsabilitá che il Presidente Mattarella dovrá accollarsi al momento della firma della modifica del Senato che implica una drastica riduzione della rappresentanza política degli italiani (e dei poteri dello stesso Presidente della Repubblica). Sul crinale fra funzionamento e democraticitá del sistema político si sta dispiegando una delicata battaglia che il confronto Scalfari-Napolitano ha illuminato, ma non puó risolvere.

Pubblicato AGL il 18 agosto 2015

Senato. La fretta è nemica del bene

La lettera al “Corriere della Sera” del Presidente Emerito Napolitano è stata un intervento a gamba tesissima per invitare ad andare avanti nella modifica di quello che molti, sbagliando, continuano a chiamare bicameralismo “perfetto”. Però, la riforma che dovrebbe produrre il bicameralismo imperfetto è, Napolitano per primo lo sa certamente, abborracciata, brutta, male inseribile nel contesto dei rapporti fra “governo-Parlamento-Presidente della Repubblica”. I tempi per fare facilmente meglio ci sono tutti dal momento che il Presidente del Consiglio avvisa un giorno sì e quello dopo anche che intende arrivare fino al 2018. Sbagliato e offensivo è pensare, come ha sostenuto Renzi, che gli oppositori della sua riforma (la maggioranza dei quali non saranno comunque rieletti) siano interessati soltanto al mantenimento della prestigiosa carica senatoriale e della relativa indennità. Invece, i problemi sono almeno di tre tipi. Il primo riguarda le modalità di selezione dei Senatori, non più eletti, ma tutti variamente nominati dai Consigli regionali, tranne cinque nominati dal Presidente della Repubblica. Almeno su questi, Napolitano avrebbe dovuto dire “no, grazie” e, magari, Mattarella farebbe ancora in tempo a esprimersi in questo senso.

Non è neppure da demonizzare l’idea che i cento senatori siano eletti dagli italiani, ma il secondo problema è quali attività dovranno svolgere e quali poteri manterranno. Infatti, relegare il Senato ad attività marginali e togliergli poteri reali (il punto del contendere è il voto di fiducia) significa preservare in vita un organismo inutile. Allora, meglio sopprimerlo coraggiosamente dando soddisfazione a tutti coloro che semplicisticamente credono, sbagliando, che l’instabilità e l’inefficacia dei governi derivi dal bicameralismo all’italiana. Se la proposta di monocameralismo venisse da Napolitano, attualmente senatore a vita, acquisirebbe maggiore credibilità e vigore. Infine, il problema più grande e più serio è l’enorme squilibrio istituzionale prodotto dal Senato ridimensionato e indebolito. Al riguardo, gli oppositori della riforma hanno sicuramente ragione e attendono risposte convincenti. Con l’approvazione dell’Italicum, in attesa che si ponga rimedio ai suoi subito evidenti difetti e inconvenienti, si è avuto un enorme spostamento di potere nelle mani di una maggioranza artificialmente creata dal premio in seggi.

Tutto il sistema costituzionale ne subirà contraccolpi, potendo quella maggioranza esautorare, anzitutto, il Presidente della Repubblica che dovrà limitarsi a ratificare come Presidente del Consiglio il capo della maggioranza premiata e non avrà più nessuna discrezionalità in materia di (non)scioglimento del Parlamento. Quella maggioranza, incidentalmente, fatta da parlamentari “nominati”, si eleggerà facilmente il prossimo Presidente della Repubblica e farà man bassa dei cinque giudici costituzionali di elezione parlamentare. Per quanto (populisticamente) attraente possa essere l’idea di mandare a casa 215 senatori e di mantenerne soltanto 100 a carico delle casse delle Regioni, nessuno dovrebbe perdere di vista i gravissimi equilibri sistemici della riforma. Quindi, l’invito riformatore non dovrebbe affatto essere ad andare avanti, ma a fermarsi, riflettere, guardare alle seconde camere meglio funzionanti altrove, su tutte il Bundesrat tedesco, a cambiare verso. Riformare (male) non è un successo di prestigio. Non ci corre dietro nessuno: non l’Unione Europea, non il Fondo Monetario, meno che mai la Banca Centrale Europea. Neanche l’abitualmente molto riflessivo Napolitano dovrebbe cedere a una procurata, ma non reale e non necessaria, fretta.

Pubblicato AGL 9 agosto 2015

Bologna 2 agosto 1980. Il dovere di ricordare

Bologna 2 agosto 1980-2 agosto 2015: trentacinque anni. Commemorare quella che è stata una strage di impianto sicuramente fascista è un dovere civico. Purtroppo, la trasmissione di quella memoria nelle cronache, nelle scuole, nelle celebrazioni è stata complessivamente molto mediocre, forse pessima, sicuramente inadeguata. Molti ricordano vagamente che alla stazione di Bologna, quel sabato mattina alle ore 10.25, esplose una bomba di terrificante violenza. Rimasero uccise 85 persone delle più diverse età e provenienze; ferite altre 200. Oggi i più non sanno chi ne furono gli autori e meno che mai in quale clima e con quali motivazioni.

La città di Bologna che, in quanto simbolo del buongoverno delle sinistre, era il vero obiettivo degli stragisti, si mobilitò prontamente fornendo prova del suo apprezzato senso civico. Da allora, anno dopo anno, l’evento è stato ricordato con una cerimonia sul piazzale della stazione. Troppo spesso, però, il silenzio dovuto ai morti, è turbato da salve di fischi organizzati, a prescindere, diretti contro le autorità, il governo e tutti i suoi rappresentanti. Purtroppo, le inadeguatezze, i ritardi, le inadempienze dei molti governi che si sono susseguiti sono state tante, in particolare rispetto alla sacrosanta richiesta di abolizione del segreto di Stato sui fatti di terrorismo e strage. Abolito quasi completamente soltanto da pochi anni, quel segreto ha coperto non tanto gli esecutori materiali, ma i molti depistatori e, certamente, i mandanti.

Attraverso una lunga e difficile sequela di processi, l’autorità giudiziaria ha condannato quali esecutori materiali prima due, allora giovani, neo-fascisti appartenenti ai Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), poi un terzo e per depistaggio diversi agenti dei servizi segreti, il capo della P2 Licio Gelli e persino l’estremista nero Massimo Carminati, ora più noto per gli affari di Mafia Capitale. Francesca Mambro, Giusva Fioravanti e Luigi Ciavardini hanno scontato pene di diversa entità e sono da qualche anno liberi. Nel frattempo, un depistatore è deceduto, ma i tuttora viventi continuano a negare qualsiasi coinvolgimento rendendo praticamente impossibile scoprire i mandanti e la trama complessiva. Quella che dobbiamo definire come “verità giudiziaria” mi è sempre parsa inoppugnabile, vale a dire non confutabile in base agli elementi finora noti. Tutto il resto, ad eccezione delle legittime speranze dei parenti delle vittime di saperne di più, è polverone sollevato da qualcuno in cerca di pubblicità e dagli inestinguibili complottisti. E’ probabile che non si riuscirà mai a conoscere tutta la verità storica (e politica). Tuttavia, non bisogna mai rinunciare al compito morale, civile e politico che consiste non soltanto nel ricordare, ma nel contestualizzare un fenomeno di enorme rilevanza nella storia italiana post-1945 e nello spiegarlo.

Preso atto che i partiti, le associazioni e le istituzioni italiane si sono dimostrate capaci di sconfiggere i terrorismi di destra e di sinistra, non è possibile sottacere che il ricordo, la riflessione, la riconsiderazione di quel tragico periodo non sono affatto soddisfacenti. Nessuno sforzo significativo e non episodico è stato effettuato per trasmettere, a partire dalle (buone) scuole, una memoria fondata su conoscenze e su fatti e informata da una pluralità di fonti, comprese, naturalmente, quelle giudiziarie. Nelle generazioni più giovani, persino in una città universitaria, prevalgono la dimenticanza e l’indifferenza. La strage alla stazione di Bologna si staglia come un triste monumento a coloro che hanno tentato di cambiare la politica italiana con la violenza mirando a distruggerne la democrazia. Però, è anche un severo monito, sempre più difficile da diffondere, affinché le vittime siano commemorate con conoscenza di causa e siano trasmessi la memoria e i valori civili e politici sui quali si fonda la convivenza in uno Stato capace di garantire la sicurezza dei suoi cittadini e di creare e mantenere le condizioni di una società giusta.

Pubblicato AGL il 2 agosto 2015

Ecco perché hanno salvato Azzollini

Una maggioranza schiacciante di senatori, addirittura 189, ha salvato dagli arresti domiciliari il collega del Nuovo Centro Destra Antonio Azzollini accusato dalla Procura della Repubblica di Trani di una varietà di reati: dal falso in bilancio alle assunzioni clientelari dallo spreco di denaro pubblico a consulenze d’oro. I numeri sono lampanti. Anche gran parte dei senatori del Partito Democratico, contraddicendo loro precedenti solenni dichiarazioni, ha respinto la richiesta dei magistrati capovolgendo la delibera della Giunta per le immunità che aveva sancito l’insussistenza di intenti persecutori nei confronti del potente senatore Azzollini. Forse i componenti della giunta tanto platealmente sconfessati dai loro colleghi dovrebbero trarne qualche conclusione, magari anche quella dell’inutilità e irrilevanza del loro lavoro e, forse, della stessa esistenza della Commissione.

Ovviamente, nonostante le sempre ipocrite dichiarazioni, pochi senatori, oltre, sperabilmente, ai componenti della giunta, si sono formati un’opinione dopo avere effettivamente letto le carte. Infatti, quasi nessuno di loro si è pubblicamente espresso contrastando specifiche motivazioni dei magistrati. La maggioranza di loro sostiene di avere votato “secondo coscienza”. Curiosamente, in maniera assolutamente inusuale, il capogruppo del Partito Democratico Luigi Zanda aveva addirittura inviato una lettera ai componenti del suo gruppo invitandoli a votare proprio “secondo coscienza”. Sarebbe interessante conoscere in quale altro modo si apprestavano a votare i Senatori e le Senatrici del PD: contro coscienza? Ma, poi, cosa sarà mai un voto di coscienza se non è accompagnato dalla conoscenza dei fatti, della natura delle imputazioni, delle motivazioni dei magistrati e delle conseguenze di vario tipo del voto stesso?

Insomma, i magistrati chiedevano gli arresti domiciliari dell’Azzollini, non tanto per il timore di fuga dell’accusato, ma poiché ritengono che, rimasto a piede libero, l’accusato abbia la possibilità, usando della sua influenza, della sua rete di relazioni e di ingenti somme di denaro, di manipolare le prove e, magari, di intimidire gli accusatori e gli eventuali testimoni. La “coscienza” della maggioranza dei senatori ha risposto “no”. Da un lato, non si corre il rischio che il collega Azzollini inquini, cancelli, camuffi, intimorisca; dall’altro, i magistrati starebbero perseguitando l’Azzollini per ragioni che non ci vengono spiegate. Certo, il salvataggio del senatore del NCD da parte dei colleghi non è il primo e non sarà l’ultimo. Le votazioni sulle relazioni delle Giunte parlamentari per le Immunità assomigliano spesso a roulette nelle quali i numeri che escono non sono, però, mai del tutto casuali.

Rimanendo in metafora ci sono dei croupiers molto attenti, non alle coscienze, ma agli umori dei giocatori e alla stabilità del tavolo da gioco. Nel caso Azzollini, poteva, come qualcuno deve avere fatto sapere al capogruppo PD Zanda, anche saltare il banco. Infatti, l’Ncd ha già subito l’onta delle dimissioni da ministro di Lupi. Un arresto, anche se ai domiciliari, sarebbe stato molto mal digerito gettando altre brutte ombre su tutto il partito. In Senato, poi, già i movimenti si sono fatti vorticosi. Le minoranze del PD non cedono. Arrivano i soccorsi dei verdiniani. Si annunciano tempi, non necessariamente difficilissimi, ma che richiedono convergenze solide fra gli alleati di governo. Insomma, le convenienze politiche hanno sicuramente avuto un ruolo non marginale nel salvataggio di Azzollini. Non è, però, proprio il caso di sostenere che “ce ne faremo una ragione”. Questa “politica ad orologeria” che salva qualcuno/chiunque, non in base ad inoppugnabili evidenze giuridiche, ma quando vengono fatte balenare conseguenze sgradevoli sugli assetti e sulle politiche governative, è destinata ad alimentare l’antipolitica, il disgusto per la politica, il distacco dalla politica. Tanto i governanti quanto il Partito Democratico scaricheranno le responsabilità sull’autonomia del Senato e sulla coscienza dei singoli senatori. Se la prendano tutta.

Pubblicato AGL 30 luglio 2015

Paritarie. Senza oneri per lo Stato

L’istruzione è un diritto riconosciuto dalla Costituzione. All’uopo, lo Stato si impegna a garantire la creazione di scuole di ogni ordine e grado affinché tutti cittadini riescano quantomeno ad ottenere il livello di istruzione offerto dalla scuola media. Fino a quel livello la frequenza è gratuita. Oltre lo Stato si impegna a sostenere i meritevoli e i bisognosi con esenzioni e borse di studio. Uno dei principi fondamentali della Costituzione è il pluralismo che, nel settore dell’istruzione, significa che, a determinate condizioni, i privati, singoli, associazioni, anche religiose, enti di vario tipo, hanno il diritto di dare vita a scuole di qualsiasi tipo e livello purché questo avvenga “senza oneri per lo Stato”. Vale a dire che, in senso lato, chiunque può dare vita ad un istituto scolastico, ma solo se in grado di formarlo e farlo funzionare con fondi propri.

Le scuole istituite da privati debbono ottemperare a criteri prestabiliti se desiderano che i titoli di studio acquisibili da chi le frequenta vengano riconosciuti sul mercato del lavoro. L’osservanza di regole chiare e prestabilite in termini di curriculum di studi, di reclutamento di docenti, di percorsi per il conseguimento dei titoli ha consentito a centinaia di scuole non pubbliche di ottenere il riconoscimento di scuole paritarie. Sono scuole nelle quali i genitori pagano rette di entità più o meno elevate e che godono di esenzioni, spesso in materia di tassazione. In questo caso, dunque, lo Stato si assume in maniera indiretta, ma reale e visibile, “oneri”.

La recente sentenza della Cassazione che condanna due scuole paritarie di Livorno gestite da suore a pagare l’ICI (con pesanti arretrati) sembra fondarsi sul fatto che il pagamento delle rette configuri fini di lucro che giustificherebbero la tassazione di quegli istituti altrimenti favoriti. L’eventuale chiusura di quegli istituti e, a cascata, di molti altri in condizioni simili priverebbe, laddove lo Stato non sia immediatamente in grado di offrire alternative, migliaia di studenti dell’istruzione a cui hanno costituzionalmente diritto. Da un puro punto di vista contabile è lecito chiedersi se, una volta eliminate le esenzioni di cui hanno goduto/godono le scuole paritarie non-statali, quelle risorse saranno sufficienti a fare sì che lo Stato riesca a provvedere istruzione nella stessa quantità delle scuole paritarie. La risposta sembrerebbe essere negativa e non vale l’obiezione che lo Stato verrebbe spinto a porre fine alla sua inadempienza poiché, anche senza tenere conto dei tempi inevitabilmente lunghi per sanare l’inadempienza, gli mancherebbero comunque i fondi necessari.

In sostanza, è giusto che le scuole paritarie siano soggette alla legge e non godano di esenzioni ingiustificabili, ma, in non pochi casi, l’inciso “senza oneri per lo Stato” deve essere letto e contemperato con riferimento alla realtà effettiva di uno Stato e di una scuola pubblica che non sono tuttora in grado di garantire altrimenti quell’istruzione che la Costituzione sancisce come diritto fondamentale. Non esiste nessuna soluzione facile, ma è ora di lasciare da parte anatemi e privilegi e di operare, non all’insegna di slogan che inneggiano alla buona scuola, ma affinché in tutto il paese si affermino e operino moltissime buone scuole, meglio se pubbliche, comunque in grado di offrire ottima, non settaria, istruzione.

Pubblicato AGL 28 luglio 2015

Una letale spirale di sfiducia

Una volta avuta la prova che quella di Tsipras in un referendum che non avrebbe mai dovuto indire (altro che prova di democrazia) è stata una vittoria di Pirro, le diciotto democrazie dell’Eurozona hanno concesso al Primo ministro greco una nuova possibilità. Cancellando, alla faccia del “popolo” greco, ovvero di quel terzo che aveva votato “No” alle condizioni del negoziato, i suoi impegni, Tsipras è stato obbligato a fare nuove proposte. In sostanza, ha guadagnato, o perduto, a seconda dei punti di vista (il secondo mi pare più convincente), tempo. Crescono i problemi in Grecia, le banche rimangono chiuse, i debiti accumulano altri interessi. Tuttavia, la proposta greca, non più appesantita dall’ingombrante figura di Varoufakis, va, almeno nelle riforme interne che Tsipras tardivamente promette, nella direzione giusta. Anzi, si pone nel solco dei sacrifici già fatti, con lacrime e sangue, ma anche con successo, da Irlanda, Portogallo, Spagna.

Purtroppo, per Tsipras, per la Grecia e, ahinoi, per tutti paesi dell’Eurozona, ha fatto la sua inevitabile comparsa un altro fattore, finora solo strisciante: la fiducia. Nelle democrazie, come sono tutti i sistemi politici dell’Unione Europea (anche se il capo del governo ungherese Orbàn fa del suo peggio in materia), contano le opinioni pubbliche. I politici più avvertiti tengono grande conto delle loro opinioni pubbliche. Non le insultano; non le ingannano. Se sono capi di organizzazioni partitiche vere, radicate, come si dice nell’italiano politichese, “nel territorio” hanno antenne sensibili che riportano quanto si sente, quanto si muove, quanto si preferisce. Non soltanto i tedeschi, ma molti capi di governo hanno ricevuto dalle loro opinioni pubbliche un’informazione sgradevole, ma, sicuramente, degna di attenzione.

La maggioranza degli europei non si fidano dei greci. Pensa che fanno promesse che non manterranno. Non li ritengono credibili neppure, come scrisse Virgilio nell’Eneide, quando “portano doni”. E Tsipras non ha proprio nessun dono da portare. Al contrario, vorrebbe esenzioni, proroghe, addirittura regali. Per di più con le sue dichiarazioni, da ultimo, con il suo discorso al Parlamento Europeo, ha cercato, in maniera davvero troppo orgogliosa, di scaricare buona parte della responsabilità delle condizioni del suo sventurato paese sulle spalle dei creditori, definendoli “terroristi”, delle banche e dei banchieri e, indirettamente, dei paesi più solidi dell’Unione Europea, di quelli che rispettano le regole e pretendono che tutti lo facciano. Soltanto coloro che rispettano le regole sono poi legittimati a chiedere che siano cambiate, magari spostando le politiche comuni dall’austerità alla crescita.

Se, come sembra, il negoziato all’Eurogruppo scivola dai numeri, dalle riforme, dalle promesse alla fiducia, allora un suo esito positivo appare sempre più difficile, molto improbabile. Non è chiaro se la Germania, non priva di sostenitori fra gli altri stati, desidera davvero escludere la Grecia dall’Eurozona, dandole cinque anni nei quali rimettere in sesto le sue finanze, con una sua moneta e con il pieno controllo della sua economia –per quanto “piena” possa essere l’autonomia economica di un paese piccolo e molto impoverito. Quello che, invece, è lampante è che la mancanza di fiducia reciproca distrugge qualsiasi possibilità di tenere insieme un progetto, quello dell’unificazione europea, nato proprio intorno alla volontà di sei, dieci, quindici, infine ventotto paesi, di credersi parte di uno stesso mondo. Come l’Eurogruppo riesca a uscire dalla spirale letale della mancanza di fiducia è impossibile prevederlo.

Pubblicato AGL il 12 luglio 2015

Democrazia in salsa ellenica

Che la democrazia sia nata in Grecia duemilacinquecento e più anni fa non significa che, da allora, i greci l’abbiano praticata spesso, in maniera coerente ed efficace. Al contrario, prima della Seconda Guerra Mondiale i greci ebbero una fase di autoritarismo personalista (Ioannis Metaxas). In seguito, all’instabile democrazia post-guerra subentrò, dal 1967 al 1974, la dittatura dei colonnelli. Quindi, in sostanza, in Grecia ci sono stati finora soltanto quarant’anni di democrazia rappresentativa. Eletto con poco più del 35 per cento dei voti, da solo Tsipras, pure avendo ottenuto un buon premio di maggioranza, non avrebbe potuto formare un governo. Dovendo scegliere fra un piccolo partito europeista e un piccolo partito di destra ostile all’Unione Europea, i Greci Indipendenti, ha preferito i secondi. Per vincere aveva fatto una campagna elettorale demagogica (termine greco molto appropriato), anti-Troika, piena di promesse che sapeva di non essere in grado di mantenere. Adesso, con l’annuncio che chiederà un referendum scarica il barile sulle spalle dei cittadini greci, del 35 per cento che ha votato la sua lista e del 65 per cento che ha scelto altri partiti e che, adesso, viene chiamato a dire “sì” o “no”.

Quale domanda gli elettori troveranno sulla scheda? “Volete stare nell’Euro o no?” spera Evangelos Venizelos, leader del PASOK, uno dei partiti di un’opposizione democratica debole e divisa. Oppure, come sembra essere nelle intenzioni di Tsipras, la domanda sarà: “volete accettare o respingere le proposte dei creditori che altro non sono che un ultimatum alla democrazia greca?”, magari inserendo anche un qualche riferimento alla dignità nazionale. L’astuto Tsipras ha già creato, e in Italia sono molti che ci sono cascati, una contrapposizione artificiosa fra “democrazia greca contro tecnocrazia europea”. E’ una contrapposizione inaccettabile poiché le proposte dei “creditori” non vengono soltanto dal Fondo Monetario Internazionale, ma anche dalla Banca Centrale Europea che ha fatto di tutto per aiutare le banche greche, dalla Commissione Europea e dal Consiglio Europeo.

Composto da capi di governo sicuramente “democratici” poiché godono della fiducia dei rispettivi Parlamenti, il Consiglio Europeo non può certo essere definito un organismo di tecnocrati. Quanto alla Commissione, ciascuno dei suoi componenti è stato nominato dai governi degli Stati-membri (anche da quello greco) ed ha superato l’esame, spesso difficile, del Parlamento europeo, a sua volta organismo democratico in quanto elettivo. Sicuramente, l’Unione Europea potrebbe accrescere la democraticità e la trasparenza dei suoi processi decisionali e ridurre il potere delle sue burocrazie. Altrettanto sicuramente, l’UE non è una costruzione tecnocratica.

Sostenitori e critici di Tsipras hanno richiamato il caso del referendum che l’allora Primo ministro greco George Papandreou, leader del PASOK, avrebbe voluto tenere nel novembre 2011. Ne fu malauguratamente dissuaso dall’opposizione soprattutto dei tedeschi che temevano che il voto dei greci avrebbe portato la Grecia fuori dall’Euro. Quello, sì, fu un errore, anzi, un misfatto contro la stessa idea di democrazia nazionale. Allora, Papandreou avrebbe fatto campagna per restare nell’Unione, informando i suoi concittadini dei pro e dei contro, dei vantaggi e degli inconvenienti. Oggi, in una situazione persino peggiorata, Tsipras non ha indetto un referendum che contempli una campagna elettorale nella quale gli oppositori abbiano il tempo di argomentare le alternative. Infatti, ha anche subito detto che la sua posizione è contraria all’accettazione delle proposte che vengono dall’UE. Dunque, Tsipras vuole un plebiscito di “no” che lo rafforzi nei confronti della Commissione e del Consiglio Europeo. Tecnicamente, i plebisciti non sono strumenti democratici. Il referendum di Tsipras è un cavallo di Troia privo di doni. Pericle gli ricorderebbe che la democrazia, anche quella diretta, richiede dibattito, confronto, processi deliberativi. Tsipras sta tirando la Grecia fuori dell’UE e ridimensionandone la sua stessa democrazia.

Pubblicato AGL 30 giugno 2015

Il fantasma che scuote l’Italicum

Le riforme elettorali non debbono mai essere tagliate su misura del sistema partitico esistente, meno che mai per avvantaggiare uno o più partiti in campo. E’ una lezione che, dalla legge truffa del 1953 al Porcellum del 2005, avrebbero dovuto imparare tutti, compresi i non troppo autorevoli consiglieri di Renzi. Invece, no: i renziani e i berlusconiani si misero d’accordo su un testo che sembrava offrire ricchi doni e cotillons (liste bloccate, candidature multiple, premio di maggioranza alla lista) sia al Partito Democratico sia a Forza Italia. Poi, come spesso capita, ci si sono messi di mezzo gli elettori. Adesso sulla testa dell’Italicum e dei suoi fautori si aggira un fantasma: la possibilità che all’eventuale (solo se uno dei partiti, da solo, non raggiunge il 40 per cento dei voti) ballottaggio ci arrivi il Movimento Cinque Stelle. Inesorabili i sondaggi segnalano che, sì, il Movimento Cinque Stelle sopravanza, inesorabilmente, sia la tuttora declinante Forza Italia sia la ancora arrembante Lega  (Nord?). Nessuna delle due, da sola, riuscirebbe a superare in voti le Cinque Stelle. Al ballottaggio fra PD e il Movimento di Grillo che sarà, presumibilmente, capitanato da un ottimo candidato a Palazzo Chigi, se ne vedrebbero, e altrove, da Parma a Livorno, se ne sono già viste, delle belle. Di qui un sotterraneo affannarsi a trovare la riforma della riforma.

Scartata l’idea, alquanto truffaldina, di stabilire che una lista venga considerata unica anche se nel suo simbolo ci staranno tre-quattro logo di partiti differenziati, l’ipotesi è consentire la presentazione di coalizioni. Sarebbe opportuno distinguere fra coalizioni pre-elettorali, che gli elettori possono già valutare al momento del primo voto, e apparentamenti fra il primo voto e il voto di ballottaggio. Brutta è la motivazione di questa modifica in base ad uno stato di necessità. Meglio sarebbe ricordare a tutti che i governi, nelle democrazie parlamentari, sono, nella quasi totalità dei casi, fatti da coalizioni. Che le coalizioni sono sempre più rappresentative di singoli partiti, anche quando questi siano molto grandi (ma il 30 per cento non è mai da considerare molto grande) e sono anche costrette a scrivere un programma che escluda gli elementi estremisti e propagandisti. Che siano state, nella tradizione italiana, coalizioni litigiose è un fatto, ma la litigiosità sarà sicuramente rottamata da leadership autorevoli.

Quello che non bisogna assolutamente rottamare è il ballottaggio. Anzi, bisognerebbe prevederlo sempre e comunque stabilendo, però, una soglia percentuale minima per accedervi, almeno, il 20 per cento dei voti. Il ballottaggio dà più potere agli elettori  che potranno anche cambiare il loro orientamento di voto dal primo turno al ballottaggio (in Francia sono costantemente molti gli elettori mobili, e decisivi) . Inoltre, se saranno consentiti gli apparentamenti, il ballottaggio obbliga alla costruzione di coalizioni ampie e, come detto, più rappresentative, coalizioni che, dopo il voto vittorioso, risulteranno più legittimate a governare. Certo, accettare queste due modifiche, magari anche eliminando quell’obbrobrio che si chiama candidature multiple, costituirebbe per i riformatori l’ammissione che la loro non era velocità né, tantomeno, competenza, quanto ingiustificabile frettolosità, e che i critici erano, a seconda delle loro controproposte, gufi saggi. Quei gufi non chiedono dolorose ammissioni di errori madornali. Si accontenterebbero di modifiche migliorative ad una legge che, purtroppo, rimarrà bruttina.

Pubblicato AGL il 26 giugno 2015

Accogliere è un test di civiltà

Il modo forse migliore per celebrare la Giornata del Migrante consiste nel leggere la Costituzione italiana. Il comma 3 dell’art 10 stabilisce che: “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalle leggi”. Naturalmente, non tutti i migranti sono oppositori politici dei regimi autoritari e repressivi dai quali fuggono. Tuttavia, è innegabile che in nessuno di quei regimi hanno potuto e, fintantoché non avverranno improbabili cambi democratici, i migranti che approdano in Europa attraverso l’Italia non potranno godere di nessuna libertà democratica. Se, poi, interpretiamo in maniera estensiva la dizione “libertà democratiche”, la grande maggioranza dei migranti fugge da situazioni nelle quali la loro dignità e la loro stessa sopravvivenza sono in questione. Non sappiamo quanti di loro con le loro famiglie possano essere effettivamente considerati rifugiati politici. Infatti, enormi sono i problemi amministrativi da risolvere per verificare la provenienza, le generalità e le motivazioni dei migranti. Ed è evidente che per quasi tutti loro l’obiettivo principale è trovare un luogo di residenza e di lavoro.

In assenza di permessi di lavoro, molto difficili da ottenere, i migranti sono tecnicamente “clandestini”. Dovrebbero, dunque, essere espulsi. Anche in questo caso, la Costituzione italiana (art. 10 comma 4) è chiara: “non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici”. Molti dei migranti hanno sicuramente da temere rappresaglie a opere dei governanti dei regimi autoritari dai quali sono fuggiti. Sappiamo, comunque, che le espulsioni dei clandestini sono difficili, costose, inevitabilmente limitate in termini di numeri rispetto agli arrivi. Nella quasi totalità dei casi, le espulsioni riportano i migranti alla vita grama dalla quale loro e le loro famiglie, a rischio della vita, hanno cercato di sfuggire. Dalle quali, quando potranno permetterselo, visti gli alti costi dei viaggi verso l’Italia, riproveranno a fuggire. Comunque, i respingimenti, possono essere un’arma di propaganda politico-elettorale, ma non rappresentano una soluzione praticabile né, tantomeno, duratura.

Non dimenticando mai che l’afflusso dei migranti si è enormemente intensificato in seguito alla malaugurata e non necessaria guerra lanciata nel 2003 dal Presidente repubblicano George Bush per rovesciare Saddam Hussein dal suo scranno di dittatore dell’Iraq, sono in fiamme sia il Medio-Oriente sia alcuni paesi dell’Africa del Nord. Porre fine a quelle guerre, che spesso sono al tempo stesso guerre civili e di religione, è un’operazione complicatissima che richiederà comunque tempi lunghi. La creazione di un ordine politico nel quale riprendano attività economiche che liberino dalla fame e dalle malattie decine di milioni di persone, potenziali migranti, non è possibile in tempi brevi. L’attuazione di provvedimenti mirati richiede un’unità d’intenti che né l’Unione Europea né le Nazioni Unite hanno saputo finora conseguire. La costruzione di muri che impediscano l’accesso dei migranti è costosissima e non offre nessuna garanzia di successo. La costruzione di ponti che ne facilitino l’arrivo in Italia, che è il paese più esposto e più permeabile, e in Europa, è altrettanto costoso e, se non accompagnata dalla costruzione di luoghi di accoglienza, rischia di procurare enormi tensioni e conflitti con la probabilità di contraccolpi estremistici di tipo razzista.

Posta la soluzione in termini puramente economici (e “militari”), non è possibile dire con certezza che il respingimento sia meno costoso di un’accoglienza organizzata e governata. Tuttavia, le tradizioni e l’impegno democratico dell’Unione Europea e dei singoli Stati non possono contraddirsi tanto platealmente e farsi travolgere dai sostenitori dei respingimenti a tutti i costi. Il trattamento riservato ai migranti, anche in un periodo di economie non prospere, è il test del livello di civiltà di ciascun paese e del continente europeo.

Pubblicato AGL 14 giugno 2015

I tanti campanelli d’allarme

Il campanello d’allarme per il Partito Democratico e per il suo segretario, Matteo Renzi, se si occupa anche del suo partito, era già suonato due settimane fa. Il risultato delle elezioni regionali è stato, nel migliore dei casi, un pareggio quanto a regioni vinte, ma, più realisticamente, ha costituito una non trascurabile perdita di voti. Rapidamente sepolto sotto il tappeto di un’inutile direzione del partito quell’esito alquanto sgradevole, soprattutto in Liguria e In Veneto, il Presidente del Consiglio ha continuato nella sua martellante comunicazione sulle cose già fatte, spesso soltanto a metà, e sulle cose da fare, naturalmente, in fretta. Nel frattempo, cresceva in quantità e in rumore la drammatica evidenza del sistema di corruzione denominato “Mafia Capitale” caratterizzato dal coinvolgimento anche di non pochi e non marginali spezzoni del Partiti Democratico. Né è svanito, anzi, rimane ancora molto inquietante, il problema, tutto del Presidente del Consiglio, di come procedere nei confronti del governatore De Luca, con l’interpretazione prevalente della legge che sostiene una trafila fulminea dalla proclamazione dell’eletto alla sua sospensione. Infine, ha fatto la sua comparsa il caso di un Senatore del Nuovo Centro Destra, decisivo alleato di governo, per il quale la magistratura ha chiesto l’arresto.

Tutte le volte che gli elettori votano, anche nelle elezioni regionali e municipali, tengono inevitabilmente conto di una pluralità di fattori ovvero, meglio, quei fattori finiscono per influenzarne l’opzione di voto. I candidati contano, l’identità di partito sempre meno, le tematiche insorgenti un pochino di più. Pensare che a Venezia e ad Arezzo i candidati del Partito Democratico abbiano perso al ballottaggio perché gli elettori sono preoccupati dai migranti asserragliati alla Stazione Centrale di Milano, tenuti a bada a Roma Tiburtina, bloccati a Ventimiglia, mi pare davvero eccessivo. Magari, a Venezia, oltre ad un candidato non dotato di grande fascino personale, il Partito Democratico paga anche, in quanto partito di governo, lo scandalo del Mose che il vittorioso candidato di centro-destra, un outsider non precedentemente coinvolto in politica, non ha nessuna difficoltà a dribblare. Ad Arezzo, è plausibile che il candidato di Renzi e di Boschi non abbia fatto breccia in quell’elettorato di sinistra, non solo snobbato da dirigenti che guardano al centro, ma ritenuto insignificante, ininfluente, anche facile da incolpare per malanni che dipendono proprio dal centro (del Partito Democratico).

La vice-segretaria del PD, Debora Serracchiani ha seraficamente dichiarato: “dobbiamo rafforzare il partito sui territori”. E’ un’affermazione che apre una prateria di attività impegnative per un partito, ma soprattutto per i collaboratori di Renzi che hanno puntato tutto sul loro leader, il giovane capitano coraggioso che ha sfidato e sconfitto la ditta di quelli che “non hanno mai fatto nessuna riforma”. Diamo pure ragione a Serracchiani e aspettiamo questa impennata di attivismo dem per radicare il PD sui territori. Certo, una svolta di questo genere richiede non soltanto che il segretario-Presidente del Consiglio “cambi verso” alla sua strategia di personalizzazione estrema, ma accetti anche l’idea che un partito, quando diventa e vuole rimanere grande, magari non spingendosi fino a dirsi rappresentativo “della Nazione”, deve essere pluralista. Deve consentire il dissenso, soprattutto quando è fondato (già si parla di ritocchi all’Italicum) e argomentato, persino valorizzandolo. Altrimenti, i campanelli d’allarme si moltiplicheranno e il loro suono rischierà di non rendere più udibili gli slogan esageratamente ottimistici dell’uomo solo (anche perché abbandonati da elettori che se ne stanno a casa)al vertice più che effettivamente al comando.

Pubblicato AGL 16 giugno 2015