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Quo vadis Italia di Mattarella e Draghi?

Appena si saranno placati i troppi sospiri di sollievo, alcuni davvero esagerati, altri ipocriti, che hanno accompagnato la rielezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica, sarà imperativo porsi qualche interrogativo. Non conta tanto sapere chi ha perso e chi ha vinto. Salvini, Berlusconi e Casellati hanno sicuramente perso. Il centro-destra ha sicuramente perso, ma perché aveva una falsa coscienza di sé: mai blocco compatto, ma solcato da tensioni “governo/opposizione”, “pro-Unione Europea/Cambiare l’Europa”. Quella falsa coscienza gli renderà difficile fare la campagna elettorale e, eventualmente, se premiato dal voto renderà complicato formare il governo e farlo funzionare. Non hanno vinto né Conte né Letta (né Renzi). Giorgia Meloni potrà vantare la sua granitica coerenza, ma forse starà prendendo atto che da sola non va da nessuna parte e che i suoi necessari accompagnatori sono assolutamente poco affidabili. Se, come viene variamente riportato, alla fine è stato Mario Draghi a convincere Mattarella a tornare con i suoi scatoloni ad abitare al Quirinale, allora potremo intestargli una vittoria. Però è una vittoria, da un lato, sicuramente molto al di sotto delle sue aspettative di “nonno” che aveva fatto intendere che il suo prossimo “servizio alle istituzioni” intendeva renderlo dal Quirinale. Dall’altro, è una vittoria dai contorni incerti, dai contenuti al momento inverificabili, dal futuro periglioso.

   Temporaneamente, Draghi ha salvato il suo governo e, sperabilmente, quel che più dovrebbe contare, l’attuazione più puntuale e più efficace possibile del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Venti di rimpasto stanno già investendo il governo. Saranno subito bloccati con fermezza dal Presidente Mattarella? Un Presidente rieletto gode ancora di una luna di miele oppure quel Parlamento alle cui pressioni e preferenze ha ceduto è già pronto a rivendicare meriti di dubbia entità? Fra i sicuri perdenti tutti collocano senza originalità e senza spiegazioni la politica. Eppure in qualche modo Draghi ha fatto politica, ovvero ha usato della sua carica e del suo potere per conseguire un obiettivo. Dal canto suo, Mattarella è un politico di lungo corso e ha accettato la rielezione proprio sulla base di motivazioni eminentemente politiche. Perdenti sono numerosi uomini e donne (mai capaci di trovare e sostenere una di loro) in politica, ma non hanno affatto perso quei molti parlamentari che volevano, non soltanto per avere il vitalizio, la continuazione della legislatura. Da adesso a Mattarella e a Draghi dovremmo un po’ tutti chiedere che in tandem si ricordino che oramai spetta soprattutto a loro costruire le condizioni per la ristrutturazione della politica italiana anche attraverso una nuova legge elettorale che sia quanto meno decente. Né potranno ritrarsi se qualcuno ponesse, nei tempi e nei modi giusti, fuori del protagonismo e dell’improvvisazione, il tema di una riforma semi-presidenziale. Hic Quirinale hic salta.    

Pubblicato AGL il 1° febbraio 2022

Orgoglio e resilienza. Con Draghi dopo Draghi?

Completamente a suo agio, sobrio nella presentazione e stringato nelle risposte, talvolta ironico, il Presidente del Consiglio non è riuscito a nascondere l’orgoglio per due grandi risultati. Sono stati perfezionati tutti e cinquantuno i progetti per ottenere i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e nel 2021 l’economia italiana è cresciuta più del 6 per cento, meglio di qualsiasi altro paese dell’Unione Europea. Tuttavia, ripetutamente ha sottolineato che i successi non sono opera di una singola persona e neppure del solo governo, ma sono stati possibili grazie alle forze politiche e al Parlamento. Un governo parlamentare funziona al meglio proprio quando esiste e si mantiene la collaborazione fra governo, Parlamento e partiti. Anche se nessuno dei giornalisti ha colto l’occasione per farsi portatore delle critiche di coloro che sostengono che il Presidente del Consiglio ha svilito il ruolo del Parlamento, Draghi ha affermato che tutti i provvedimenti, compresa la legge finanziaria, sono stati discussi a fondo e più volte con gli esponenti dei partiti, con i parlamentari e nelle apposite commissioni parlamentari. Il metodo del confronto e della discussione è stato applicato anche con i sindacati. Dello sciopero Draghi non ha parlato mettendo in evidenza, invece, come si sia già tornati a discutere della revisione della legge sulle pensioni. L’unico elemento di reale preoccupazione per il futuro è rappresentato dalla circolazione della variante Omicron. Soltanto le vaccinazioni possono difenderci dal virus e, di nuovo con legittimo orgoglio, Draghi ha rilevato come la percentuale di italiani vaccinati e rivaccinati sia la più alta in Europa. Tutta la politica sanitaria in materia viene determinata non da preferenze politiche, ma dei dati dei contagi. Quindi, non è prevedibile quali saranno le future scelte del governo. Naturalmente, per molti giornalisti (e anche per molti italiani) il quesito al quale desiderano una risposta riguarda chi sarà il prossimo Presidente della Repubblica. Draghi ha cercato di disinnescare le domande, e c’è riuscito. Appena tre giornalisti sui più di venti che hanno fatto domande hanno osato provocarlo sull’argomento. Fatto un omaggio affettuoso alla sensibilità politica e alla dolcezza del Presidente Mattarella, la risposta di Draghi è stata chiarissima su un punto molto importante. Se sarà una maggioranza diversa da quella che attualmente sostiene il suo governo a eleggere il Presidente, la prosecuzione del governo diventerà impossibile. Per Draghi la fine del governo colpirà molto negativamente la stabilità politica che è stata e rimane uno dei prerequisiti per il successo nell’opera di ripresa e di rilancio dell’Italia. Questa risposta lascia aperta la possibilità per Draghi di salire al Quirinale a condizione, però, che la sua maggioranza sia in grado di rimanere compatta e di scegliere un successore all’altezza (che, evidentemente, dovrà essere politicamente e istituzionalmente concordato con lui e di sua fiducia e gradimento). Auguri.

Pubblicato AGL il 23 dicembre 2021

Scalare Quota 100 si può e si deve

Scadendo alla fine dell’anno “quota 100” per le pensioni, ovvero 62 anni d’età e 38 anni di contributi, il Presidente del Consiglio Draghi ha fatto una proposta “modulata” al fine di, per evitare un drastico ritorno alla molto severa Legge Fornero. Dal 1 gennaio 2022 si passerà a quota 102 (64 anni d’età) per i prossimi due anni, poi quota 104, a partire dal 2024 fino a giungere all’obiettivo finale: pensione piena solo per chi avrà compiuto 67 anni. Già ci sono eccezioni per lavori gravosi e donne, ma i tre maggiori sindacati hanno sostanzialmente respinto la proposta di Draghi, che è apparso sorpreso e sorprendentemente irritato, e hanno annunciato uno stato di mobilitazione che potrebbe sfociare in scioperi fino a, si paventa, addirittura uno sciopero generale.

   Se su argomenti che coinvolgono vita e benessere di milioni di persone si potesse scherzare, il messaggio dei sindacati sembra essere che quando impose quota 100 “Salvini ha anche fatto qualcosa di buono”. Pur, forse, con una sua proposta in corso di preparazione, al momento Salvini difende la “sua” quota 100 con classiche motivazioni populiste. A loro volta i sindacati affermano che è necessario procedere ad una rielaborazione profonda che configuri una (ennesima, l’aggettivo valutativo è mio) riforma complessiva. Si dovrebbe chiedere ai sindacati perché, essendo a tutti nota la data di scadenza di quota 100, i loro potenti uffici studi non abbiano formulato per tempo la loro riforma complessiva preferibile. Adesso, probabilmente, riprenderà un dibattito lungo, complesso e acrimonioso praticamente, temo, senza novità, sul perché è necessario, anzi, indispensabile, spostare in avanti l’età pensionabile.

   Qui mi limito a ricordare due elementi fondamentali di lungo periodo e irreversibili: l’aspettativa di vita degli italiani e delle italiane è, non fortunatamente, ma grazie al miglioramento della sanità e della salute, cresciuta molto. Un adeguamento è nelle cose. Il tasso di natalità è diminuito moltissimo. Già oggi i giovani lavoratori pagano un alto livello di contributi che vanno alle pensioni dei loro genitori e nonni. Dovremmo in più sapere che per il futuro molto dipenderà da quanti immigrati riusciremo ad accogliere nella forza lavoro e integrare nella società italiana. Draghi non ha finora ritenuto di dovere ricorrere a mettere in evidenza queste cifre rivelatrici, procedendo anche alla comparazione con quanto avviene in molti Stati-membri dell’Unione Europea laddove, mediamente, si lavora per periodo più lunghi che in Italia e le pensioni sono talvolta anche di importi medi inferiori a quelli italiani. Mi parrebbe opportuno che i Ministeri, i sindacati, gli studiosi offrissero una comparazione la più snella, limpida e elegante possibile. Intravedo il rischio, che l’Italia non può davvero permettersi di correre, che l’intero sforzo di Ripresa e Resilienza venga rallentato, se non addirittura deviato, dal mancato adeguamento proprio nel senso prospettato dal Presidente del Consiglio.  

Pubblicato AGL il 28 ottobre 2021

Lezioni tedesche #elezioni #Germania

La lettura numerica delle importanti elezioni tedesche è semplice, ma è stata complicata da commentatori impreparati e male attrezzati. C’è un sicuro perdente, il candidato della CDU/CSU, Armin Laschet con il suo partito che ha visto il deflusso dell’8 per cento dei voti. C’è un vincente, il candidato della SPD, Olaf Scholz, che ha ottenuto più voti di tutti, ma pur sempre solo poco più di un quarto dell’elettorato tedesco che ha votato. Ci sono i Verdi che, pur essendo cresciuti, sono rimasti, a causa di errori della loro candidata, al di sotto delle previsioni, e i Liberali, che pure appena lievemente aumentati, cantano vittoria perché divenuti sostanzialmente necessari per qualsiasi coalizione di governo. La Sinistra ha perso parecchio e l’estrema destra (AfD) è stata ridimensionata. Entrambe staranno ai margini. La lettura politica è affidata non solo a quello che i protagonisti hanno detto e stanno comunicando, ma alle esperienze, molte e significative del passato.

   Tocca al leader del partito che ha ottenuto più voti iniziare le consultazioni/contrattazioni con i potenziali alleati. Quindi, sarà il socialdemocratico Scholz a cercare la collaborazione con i Verdi e con i Liberali, sapendo che entrambi si sentono e sono indipensabili e più che disponibili. La formazione di un programma di governo condiviso richiederà tempo, non solo per le distanze intercorrenti proprio fra Verdi e Liberali, sia sull’ambiente sia sull’economia, ma anche perchè gli uni e gli altri non hanno precedenti collaborazioni di governo e sono giustamente diffidenti. Gli incontri richiederanno molto tempo anche per produrre reciproche comprensioni, smussare gli angoli, precisare gli impegni e soprattutto mettere nero su bianco gli accordi raggiunti da tradurre in politiche pubbliche. Nel frattempo, la Germania continuerà ad avere un governo composto da CDU/CSU e SPD, guidato da Angela Merkel e con Scholz Ministro delle Finanze che è il Ministero al quale aspirano i Liberali, forse un po’ troppo ordoliberisti/liberali a parere tanto della SPD quanto dei Verdi.

   Giungere alla formazione del governo prima di Natale è sicuramente possibile, anche auspicabile. Tuttavia, molti ricordano che, nonostante la sua lunga esperienza e grande pazienza, Angela Merkel non riuscì a mettere d’accordo Verdi, allora più deboli, e Liberali. Dovette formare una Grande Coalizione, la terza, con i socialdemocratici, che vide la luce nel marzo 2018 più di sette mesi dopo le elezioni. Una coalizione simile che, comunque, dovrebbe essere guidata dal socialdemocratico Scholz, appare oggi ancora numericamente possibile, ma politicamente improbabile sia per carenze di leadership sia, soprattutto, perché il dato sicuro è che la maggioranza dei tedeschi ha votato per cambiare. Proprio su quanto e quale, oltre quello dei protagonisti politici, cambiamento, SPD, Verdi e FDP sono disposti a accettare e effettuare, che loro e gli analisti debbono riflettere rifulgendo da terribili semplificazioni (come quella di leggere con occhi italiani una storia molto tedesca).  

Pubblicato AGL il 29 settembre 2021

Come stare nella lunga notte dell’Afghanistan

Anche se ho sempre nutrito dei dubbi sul fatto che noi occidentali “avessimo” l’Afghanistan, adesso è sicuro che l’abbiamo “perso”. Inutile è dare tutta la colpa a Biden. Nei vent’anni di presenza, occupazione mi pare parola eccessiva, si sono succeduti quattro Presidenti USA e Biden ha ereditato una situazione fortemente compromessa. Le lamentazioni sui suoi errori e sulle inadeguatezze culturali e politiche degli occidentali continueranno. Come sono finora state impostate, mi pare che non porteranno a grandi miglioramenti strategici. Meglio, più importante, più politico e, nella misura del possibile, più “etico” concentrarsi su quello che si può e si deve fare adesso. Tatticamente. Naturalmente, la priorità assoluta è salvare le vite di coloro che hanno lavorato per gli occidentali come interpreti, guide, operatori nei vari servizi, ospedali e scuole, centri culturali, che gli occidentali avevano costruito. Su quelle attività si fondava la speranza di dare vita a una società civile afghana in grado di ottenere ordine sociale e sviluppo economico e, soprattutto, culturale.

   Nella loro prima conferenza stampa i talebani hanno affermato che rispetteranno il ruolo delle donne, ma hanno ribadito che applicheranno la sharia che quel ruolo lo vede tremendamente totalmente definito in termini repressivi. Da lontano, possiamo affermare che alle donne afghane debbono essere riconosciuti e preservati i diritti che la presenza occidentale aveva consentito loro di acquisire: avere un lavoro, andare a scuola, muoversi e vestirsi liberamente. Nell’Occidente l’abbiamo imparato un po’ dappertutto, anche se non del tutto: la qualità della vita di tutti si misura sul tasso di partecipazione delle donne alla vita sociale, culturale, economica e, non da ultimo, politico di ciascun paese. Salvare le donne in pericolo è cosa essenziale, ma decisivo è che gli occidentali si adoperino in qualsiasi modo utile ad aiutare le donne afghane a non perdere quanto faticosamente conquistato in un ventennio.

   Concretamente, questo significa che tutti i paesi occidentali, a partire dall’Italia, debbono tenere aperte le loro ambasciate e consolati, luoghi di rifugio e di sostegno. Debbono fare funzionare le scuole che avevano istituito o contribuito a creare al tempo stesso che mantengono gli impegni in tutte le strutture ospedaliere. Debbono continuare a operare in tutte le attività portate avanti dalle cooperative che garantiscono lavoro ad un numero considerevole di donne e uomini afghani. Ciascuna e tutte queste attività sono pericolose e quindi richiederanno la presenza di personale addestrato anche all’uso delle armi. Gli occidentali hanno il dovere di restare in Afghanistan ovviamente negoziando la loro presenza con le autorità talebane, chiarendo compiti e limiti loro propri, ma anche chiedendo agli afghani il rispetto delle vite. La nottata sarà molto buia e certamente lunga, ma una vita degna di essere vissuta non può che essere costruita con pazienza e con la convinzione nei valori di libertà e di eguaglianza. Ricominciamo da lì.

Pubblicato AGL il 19 agosto 2021

Dietro i civici, le sorprese

Succede un po’ di tutto nella ricerca spasmodica delle candidature alla carica di sindaco nelle maggiori città italiane. C’è Sala, il sindaco uscente di Milano, che incoraggia a suo sostegno la proliferazione di liste e listine, specchietti per le allodole, mentre il centro-destra oscilla tra la ricerca di un civico e la promozione di un politico. Ė davvero curioso come lo schieramento di centro-destra, in ordine casuale: Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, che tutti i sondaggi danno oramai da molti messi maggioritario nel paese e destinato a vincere le elezioni e quindi a governare, desideri porre ai vertici delle città personalità non politiche. Sta mandando all’elettorato un messaggio confuso e contraddittorio: “dimenticate i politici, meglio la società civile” che, però, il PD non può sfruttare avendo già scelto un non-politico per Napoli, affidandosi a Beppe Sala a Milano, neppure lui un politico, e dando il peggio di sé a Bologna. Il Partito Democratico ne ha già fatte di tutti i colori, pretendendo il sindaco di imporre il suo successore, esitando il partito a promuovere le primarie quando gli assessori in corsa erano tre, trovandosi sfidato da Isabella Conti, sindaco di successo nel non piccolo comune di San Lazzaro, ma esponente di Italia Viva. Stanno per entrare in campo i probiviri e si preparano, forse, anche gli avvocati.

   A Bologna è questione di potere, quel potere diffuso che il PD non vuole neppure vedere scalfito. Altrove, invece, quel che sta succedendo è un brutto segnale non per vagamente “la politica”, ma per i politici e i loro veicoli che non hanno neppure il coraggio di chiamare partiti. Quei veicoli non sono strutture che reclutino iscritti, li facciano diventare militanti, li selezionino per le cariche elettive, promuovendo i migliori che hanno maturato esperienze e acquisito competenze. Sono mezzi di trasporto per il/la leader. Talvolta il PD deve soddisfare le esigenze di carriera dei suoi dirigenti, come avverrà a Roma e forse anche a Bologna, ma nel centro-destra da Meloni a Salvini evidentemente non si fidano della capacità dei loro esponenti a livello locale. Non saprebbero vincere. Dunque, bisogna andare a scovare il mitico candidato “civico” che porti la sua più o meno grande popolarità acquisita nel suo settore specifico, che abbia visibilità mediatica, che nella campagna elettorale faccia notizia e rumore, magari addirittura con qualche gaffe non micidiale.

   Poi, la situazione sarà più dura se vincesse poiché governare Torino, Milano, Napoli e soprattutto Roma non è mai né una passeggiata né un pic-nic. Qui, però, si colloca il retropensiero dei dirigenti del centro-destra. Il loro candidato civico risultato vittorioso dovrà inevitabilmente fare riferimento ai consiglieri comunali delle liste che l’hanno sostenuto. Lì Fratelli d’Italia, Lega e, in misura minore, Forza Italia hanno piazzato le loro donne e uomini in carriera. Certo, aiuteranno il sindaco/a, ma lo condizioneranno notevolmente. Dietro la candidatura civica stanno i dirigenti politici. Meglio saperlo.

Pubblicato AGL 11 giugno 2021

L’Assemblea costituente dei migliori

Da qualche tempo, numerose sono le lamentele sulla bassa qualità della classe dirigente italiana, in particolare, della classe politica. Naturalmente, ciascuno dei critici, a sua volta, membro della classe dirigente, esclude se stesso e la maggioranza dei suoi colleghi dalle critiche. Proprio la presenza di Mario Draghi al vertice del governo certifica e accentua l’inesistenza di una classe politica adeguata. Non è sempre stato così. Anzi, una riflessione sui componenti dell’Assemblea costituente offre la possibilità di capire come si possa reclutare una buona classe politica capace di rappresentare al meglio un paese.

   In totale i Costituenti furono 556 dei quali soltanto 21 donne: 9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito comunista, 2 del Partito socialista e 1 dell’Uomo qualunque. Anche se non è giusto sostenere che erano tutti uomini e donne di partito, qualifica che sarebbe subito stata respinta dai 30 rappresentanti del Fronte dell’Uomo Qualunque, i Costituenti erano stati selezionati dai dirigenti dei rispettivi partiti e del Fronte e eletti anche, forse, soprattutto, in quanto rappresentanti di quelle liste. Dunque, vi si trovavano dirigenti di partito: Alcide De Gasperi, Lelio Basso, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Ugo La Malfa, che avrebbero avuto una lunga carriera politica. C’erano molti che avevano combattuto il fascismo, finendo in carcere anche per diversi anni, come Vittorio Foa e Umberto Terracini poi presidente dell’Assemblea Costituente. Altri avevano avuto un ruolo importante nella Resistenza: Ferruccio Parri, Antonio Giolitti, Luigi Longo. Alcuni erano stati esuli come Leo Valiani in Francia e diversi comunisti in Unione Sovietica.

   Le biografiche politiche dei Costituenti segnalano anche che un certo numero di loro, fra i quali Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 incaricata di redigere il testo costituzionale, era stato eletto in Parlamento per alcuni anni prima dell’avvento del fascismo. La componente della Democrazia cristiana era molto variegata. Accanto ai professorini, Fanfani, Lazzati, Dossetti, Moro, alcuni dei quali provenienti dalla Federazione Universitaria Cattolici Italiani, si trovarono esponenti delle professioni, avvocati e banchieri, persino alcuni notabili locali, cioè persone note e apprezzate nelle loro comunità. Poiché bisognava scrivere una Costituzione democratica, tutti i partiti decisero di fare eleggere nelle loro fila autorevoli professori capaci di dare un apporto scientifico altrimenti non disponibile: Piero Calamandrei per il piccolo Partito d’Azione, oltre ai professorini Costantino Mortati indipendente nella Democrazia Cristiana, Concetto Marchesi per il Partito Comunista, Francesco De Martino per il PSI, Tomaso Perassi per il Partito repubblicano.

   Non socialmente rappresentativi, per estrazione sociale, titolo di studio, esperienze di vita, i Costituenti sono un esempio difficilmente imitabile di come si crea una classe politica. Nient’affatto specchio della società italiana, offrirono la migliore rappresentanza politica possibile: indicarono una strada e delinearono come intraprenderla.

Pubblicato AGL il 3 giugno 2021

Eleggere o rieleggere, questo è il problema? #Mattarella @Quirinale

“Sono vecchio. Tra otto mesi potrò riposarmi”. Questa impegnativa dichiarazione è stata fatta dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un discorso ai bambini di una scuola romana affinché intendano non soltanto i loro genitori, ma anche il variegato mondo politico a cominciare dai parlamentari. Dirò subito che Mattarella si è giustamente messo sulla scia di Napolitano che qualche tempo prima della fine del suo mandato aveva detto che, sia per ragioni d’età sia per non creare un precedente, non era disponibile alla rielezione. Poi, Napolitano fu costretto dagli eventi, vale a dire dalla palese incapacità dei parlamentari di convergere su un nome alternativo, ad accettare un secondo mandato da lui subito definito a termine, un termine che lui stesso avrebbe stabilito. Ė possibile che Mattarella abbia il timore che i parlamentari si stiano già “incartando” nelle loro ambizioni e operazioni di potere. Quindi, il suo è un avvertimento, ma è altrettanto possibile che accetterebbe un secondo mandato ugualmente limitato, qualora, per esempio, qualcuno lo convincesse che lui rimanendo al Quirinale per un anno e mezzo circa, Draghi porterebbe a termine la legislatura.

   Infatti, da un lato, ci sono coloro che desiderano eleggere Draghi al Quirinale, per il suo prestigio, per la sua statura europea e anche per meriti, quello che ha fatto come Presidente del Consiglio. Dall’altro, ci sono, però anche quelli che vorrebbero eleggere Draghi per avere elezioni subito poiché non sarà facile trovare un altro capo di governo in questo Parlamento. Per non interrompere l’azione di Draghi e trovarsi con una crisi al buio in una fase complicata, Mattarella potrebbe accettare una rielezione a termine. Tuttavia, preferisco interpretare la sua dichiarazione un avvertimento: “Cominciate subito a pensare al mio successore (anche donna) e preparatevi”. Mattarella ha anche sottolineato, punto che sembra trascurato nei primi commenti, che la Costituzione italiana delinea e sancisce il pluralismo degli organi decisionali. Non bisogna esagerare nell’attribuire alla Presidenza poteri che, invece, i Costituenti seppero assegnare a Parlamento e governo, alla Corte Costituzionale e alle autonomie locali.

   Il messaggio è indirizzato tanto ai difensori della democrazia parlamentare: “fatela funzionare come si deve con chiara ripartizione di compiti e poteri”, quanto ai presidenzialisti: “oggi non potete chiedere al Presidente della Repubblica italiana un ruolo dominante”. Al momento della sua elezione, Mattarella disse che il Presidente è un arbitro. Poi, forse inevitabilmente, si è trovato a giocare in prima persona entro un perimetro flessibile. Chi renderà eccessivamente travagliata e conflittuale l’elezione del prossimo Presidente in maniera più o meno consapevole opera a favore di coloro che sosterranno che, a fronte di oscure manovre in Parlamento, è giunta l’ora che il Presidente, già dotato di molti poteri consistenti, sia eletto dal popolo. Non è questa la preferenza di Mattarella.

Pubblicato AGL il 20 maggio 2021

Non è solo una sedia quello che manca all’Unione Europea

Quel video con due uomini bianchi che si appropriano delle due sedie disponibili nell’ampia sala e con una donna che, molto perplessa, si accomoda su un sofà, rivela molte verità. C’è il maschilismo palesemente esibito dal presidente turco Erdogan oppure, se preferite, dal suo cerimoniale, ma da lui evidentemente approvato. C’è un maschilismo subliminale, appena mascherato dall’imbarazzo, del Presidente del Consiglio Europeo, il belga Charles Michel, non pronto a porvi rimedio. Benvenute sono le sue tardive scuse: “immagine disastrosa”, nella speranza che non ci sia una prossima volta. C’è, però, soprattutto, l’aperta manifestazione del potere politico di Erdogan inteso a dimostrare che decide lui come rapportarsi all’Unione Europea, quell’Unione Europea che ne critica senza abbastanza convinzione i molti tratti di autoritarismo. Erdogan ha fatto vedere che lui ha la scimitarra dalla parte del manico. A due giorni dall’evento tutti, meno il Presidente turco, cercano di fornire interpretazioni più o meno diplomatizzate, abborracciate. Tutti meno uno.

   Nella sua conferenza stampa, il Presidente del Consiglio Mario Draghi non ha avuto dubbi: Erdogan è un dittatore. Condivido la valutazione di Draghi, ma le autorità europee hanno subito preso qualche distanza dalla frase di Draghi poiché debbono fare i conti con due debolezze strutturali. La prima è che hanno bisogno di Erdogan per affrontare il problema degli intensi e incessanti processi di migrazione dal Medio-Oriente, in particolare dalla Siria. L’UE ricompensa lautamente Erdogan per la sua “accoglienza”, per il suo ruolo di cuscinetto. Non avendo finora saputo elaborare una politica comune e adattabile a fronte di una emigrazione gonfiata da guerre in corso, l’Unione si affida a un dittatore esoso. La seconda ragione delle difficoltà dell’Unione è che non sa come fare rispettare fino in fondo tutti gli elementi dello stato di diritto, della rule of law, neppure al suo interno, come dimostrano le incertezze nei confronti delle palesi violazioni da parte dei capi di governo ungherese e polacco (di recenti omaggiati da Salvini).

   Non impeccabile, non senza macchia, non coesa, l’Unione Europea non può neppure essere senza paura. Draghi l’ha richiamata alla dura realtà, ma come trattare con i dittatori è un problema per il quale le democrazie e i loro governi non hanno mai trovato una soluzione condivisa. I principi morali sono di difficile e spesso costosa applicazione. Al proposito, c’è un altro inconveniente. Nonostante l’esistenza di un Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza, gli Stati-membri dell’Unione continuano ad andare in ordine sparso. Questo rende possibile ai dittatori dotati di qualche preziosa risorsa di fare il gioco sporco. Un’Unione più solida e convinta sarebbe non soltanto in grado di dare una risposta più dura a Erdogan, ma anche a acquisire un ruolo internazionale più incisivo e più fruttuoso. Non sono affatto sicuro che il pure grave episodio della sedia negata riesca a spingere in quel senso.    

Pubblicato AGL il 10 aprile 2021

Salvini è problematico

Trascinato controvoglia nel governo Draghi dal suo più stretto collaboratore, Giancarlo Giorgetti, diventato Ministro dello Sviluppo Economico, e consapevole che parte del suo elettorato non soltanto nel Nord ha un forte interesse a mantenere rapporti intensi e profittevoli con l’Unione Europea, Salvini si sente comunque a disagio. Sarebbe molto banale pensare che il suo disagio derivi soprattutto dalla competizione dura e pura di Giorgia Meloni, a capo dell’unica opposizione rimasta nel Parlamento italiano. Salvini sa che è la Lega il collante indispensabile al centro-destra per vincere le prossime elezioni. Il vero problema è che non riesce a nascondere non tanto le sue emozioni, ma le propensioni politiche che gli hanno consentito di ottenere un consenso elettorale senza precedenti e, almeno nei sondaggi, persino di farlo crescere. Anche quando fu ministro degli Interni, Salvini interpretava il suo ruolo come “di lotta e di governo”. A maggior ragione oggi deve ritagliarsi uno spazio nel quale offrire rappresentanza a gran parte di coloro che sono insoddisfatti delle politiche anti-Covid del governo. Il gioco è facile e francamente Salvini se la gode, ma la protesta, non importa quanto fondata e quanto contraddittoria, sta tutte nelle sue corde di populista.

   Le sue frequentazioni europee, proprio quelle che Giorgetti reputa dannose e controproducenti, derivano da una visione dell’Unione Europea che Salvini ha maturato da tempo, e che, con termine politichese, gli viene dalla pancia. Quelle che lui definisce “amicizie polacche e ungheresi” dipendono da un comune sentire. Il video dell’incontro con Salvini apparentemente emozionato e quasi scodinzolante insieme a due capi di governo, il marpione di lungo corso Viktor Orbán e lo spregiudicato Mateusz Morawiecki, è parte di un tentativo di trovare alleati in grado di aiutarlo, ma per quali politiche? Per definizione, i “sovranisti” pensano essenzialmente agli interessi dei loro paesi. Quelli ungheresi e polacchi convergono fra loro, ma certamente non saranno d’aiuto a chi sosterrà “prima gli italiani”. L’attivismo di Salvini copre l’assenza di elaborazione politica mentre i temi suoi cavalli di battaglia, a cominciare dall’immigrazione, stanno perdendo di importanza agli occhi degli elettori italiani. I dati continuano a ribadire che le aperture non sono ancora possibili a Covid tutt’altro che sconfitto. I veri “Ristori” del futuro arriveranno grazie ai fondi europei se sapremo utilizzarli in maniera rapida e efficiente, non dagli strepiti di Salvini. Al momento, il leader della Lega costituisce una presenza ambigua in un governo a maggioranza certamente troppo allargata. In quella maggioranza, con le sue continue richieste di vaccinazioni accelerate e riaperture anticipate, sfida e incrina il necessario tentativo di tenere unita e disciplinata una cittadinanza che combatte il Covid in maniera già non sufficientemente convinta e disciplinata. Salvini è parte non della soluzione, ma del problema.

Pubblicato AGL il 7 aprile 2021