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La scivolosa via della seta

Già è rivelatore che fantasiosi siamo noi italiani che chiamiamo “via della seta” quella che i cinesi hanno da tempo battezzato come Belt and Road Initiative (BRI), vale a dire iniziativa della cintura e della strada. È un ambiziosissimo progetto di infrastrutture, scambi, cooperazione industriale che parte dalla Cina e terminerà in Spagna. Ha già una prima testa di ponte, al momento solitaria, in Germania a Duisburg. Esiste già anche un Rapporto critico firmato nell’aprile 2018 da ventisette ambasciatori dell’Unione Europea su ventotto. Sembra che in occasione della visita di Xi Jinping, segretario del Partito Comunista Cinese e Presidente della Cina, il governo italiano firmerà un memorandum d’intesa su alcuni principi propedeutico ad accordi di più ampio respiro. Sarebbe già stato individuato il porto, Vado Ligure, dove fare sbarcare attrezzature e merci di provenienza cinese.

In linea di massima, qualsiasi modalità di accrescimento del commercio è da ritenere apprezzabile se contribuisce alla crescita economica e al benessere dei contraenti. Al momento, però, le informazioni disponibili non permettono di conoscere con sufficiente approssimazione se l’Italia trarrà vantaggi, quali e quanti da un accresciuto interscambio con la Cina. Rimanendo alla sola tematica degli scambi commerciali è preliminarmente indispensabile ottenere dai cinesi alcune risposte chiare. Primo, accettano la totale reciprocità, ovvero non porranno né ostacoli né dazi sulle merci italiane? Secondo, assicurano di non fare dumping con le loro merci e prodotti, vale a dire vendere a prezzi inferiori a quelli praticati nel loro mercato interno? Terzo, garantiscono tassativamente di osservare tutte le norme in materia di ambiente e di qualità e conformità dei loro prodotti alle regole europee? Alla luce di comportamenti dei cinesi largamente difformi da queste esigenze – per fare un solo esempio, la produzione e commercializzazione di giocattoli tossici – le preoccupazioni espresse da più parti appaiono del tutto lecite.

Tutti coloro che sono favorevoli in via di principio alla libertà del commercio, che, secondo molti, riduce le probabilità di conflitti e incrementa la prosperità, dovrebbero esigere dai cinesi (ma, ovviamente, non solo da loro) il pieno adempimento dei dettami fissati dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Ciò detto, esiste qualcosa di più di cui tenere conto prima di incamminarci sulla via della seta. Sarebbe decisamente più opportuno che prima di qualsiasi accordo con i cinesi il governo italiano discutesse con gli altri governi dell’Unione Europea per giungere ad una posizione comune e condivisa e non si giocasse un altro pezzetto di affidabilità agli occhi dei nostri partner. Davvero l’Italia è tanto forte e solida da procedere da sola senza sdrucciolare nel rapporto con una superpotenza i cui comportamenti, ad esempio, con gli Stati africani, hanno destato molte, severe e argomentate critiche? Benvenuto, Xi Jinping, discutiamone.

Pubblicato il 19 marzo 2019

Riinvii in serie, così l’Italia perde credibilità

Time is money è un’espressione attribuita a Benjamin Franklin, uno dei più famosi padri della Costituzione degli Stati Uniti d’America. Talvolta, prendere tempo può essere utile per acquisire informazioni e per procedere a una decisione più consapevole. Però, se le informazioni sono già ampiamente disponibili prendere tempo può significare perdere, più o meno deliberatamente, tempo. La discussione sulla TAV, già ampia e aperta a tutti, sembra essere diventata un caso da manuale del come perdere tempo in attesa di qualche evento risolutivo. Invece di essere illuminata dall’analisi costi-benefici è diventata ancora più confusa e inquinata da evidenti intenti manipolatori.

È del tutto corretto calcolare i costi monetari nei quali incorrerà lo Stato italiano per la parte di tracciato che gli compete. È altrettanto giusto valutare i benefici in termini anche di risparmio sui costi di trasporto di merci e persone, ma fa parte di questi benefici anche la riduzione dei tempi di trasporto. Controversa è la valutazione dei costi-benefici con riguardo all’ambiente poiché la costruzione della TAV potrebbe causare danni di lungo periodo nelle zone circostanti da commisurare alla riduzione dell’inquinamento attualmente (e nel futuro) prodotto dai mezzi che si muovono su gomma. Valutati i tempi, lo stesso Franklin sosterrebbe che vi sono alcuni altri elementi da prendere in seria considerazione dei quali nessuna analisi costi-benefici dovrebbe scordarsi. Il corridoio Budapest-Madrid è un’opera europea nella quale hanno già investito molti Stati e alla quale l’UE ha destinato molti fondi, anche per lo Stato italiano. L’Italia ha firmato accordi e preso impegni. Decidesse che la TAV non passerà nel suo territorio non soltanto dovrebbe restituire quanto ha già ricevuto, ma uscirebbe da una rete di comunicazione ritenuta essenziale dagli Stati-membri dell’Unione, nessuno dei quali, né gli europeisti né i cosiddetti sovranisti, l’ha (ri)messa in discussione. Il governo italiano straccerebbe accordi e violerebbe impegni. Non basterebbe affermare che quegli accordi furono stilati e quegli impegni furono presi dai precedenti governi, peraltro anche di composizione e colore diversi.

Per dirla in maniera un po’ retorica, un’opera come la TAV riguarda lo Stato e non un governo. Da quel che si evince dai giornali, dalle newsletter di fonti diverse, da commenti di vario tipo che circolano sul web, in Europa la preoccupazione per una decisione negativa del governo italiano è diffusissima. Fra i costi di non costruzione della TAV, forse sarebbe opportuno inserire anche la perdita di prestigio e di credibilità dei governanti italiani, di oggi e di domani. Tutti conterebbero molto meno nelle sedi decisionali quando si tratterà di assumere impegni collettivi. Nessuno più sarà considerato attendibile nelle sue prese di posizione e promesse. Quando i governanti italiani avranno bisogno di “credito”, com’è frequentemente avvenuto nel passato e di recente, chi si fiderà di loro? Il costo della sfiducia è davvero elevato.

Pubblicato AGL il 12 marzo 2019

Le elezioni anticipate che non convengono a nessuno

Qualche giorno fa l’Agenzia di rating Fitch, oltre a delineare prospettive non buone per l’economia italiana, ha indicato la possibilità di una crisi di governo prossima ventura. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha stancamente replicato che i “fondamentali” dell’economia italiana sono solidi, evidentemente considerando non fondamentali il debito pubblico al 132 % del Prodotto Interno Lordo e la crescita da più di dieci anni nettamente inferiore alla media degli Stati-membri dell’Unione Europea. Insieme a Salvini e Di Maio, ha anche annunciato che il governo durerà cinque anni facendolo diventare l’unico Presidente del Consiglio dal 1945 ad oggi a rimanere in carica per tutta la legislatura. Wishful thinking, pio desiderio?

Sappiamo che la durata media dei governi italiani è di poco più di quindici mesi. L’opposizione, sia il Partito Democratico sia, ancor più, Forza Italia, si attende qualche incidente di percorso, ma, precisamente, quale? All’orizzonte stanno alcune elezioni che costituiscono sempre una misura utile del consenso politico dei partiti. La Lucania, fine marzo, potrà al massimo ratificare la crescita non strepitosa della Lega e il declino inevitabile del Movimento 5 Stelle. Più importanti saranno le elezioni europee del 26 maggio, accompagnate dalle regionali del Piemonte, luogo importante per la TAV. Soprattutto, conterà quanto nella campagna elettorale si divaricheranno le politiche proposte dalla Lega e dalle Cinque Stelle. Il secondo inconveniente per la coalizione di governo potrebbe venire da un flop nell’implementazione, gravata da molte procedure burocratiche, del reddito di cittadinanza. Il terzo, più grave, inconveniente potrà arrivare quando, come preannunciato nella valutazione della Commissione Europea, si rendesse indispensabile una manovra/ina correttiva della Legge di Bilancio, finora smentita, seppure con toni e accenti diversi, dai governanti.

A meno di una clamorosa impennata dello spread che colpirebbe l’intera strategia economica del governo, sia Di Maio sia Salvini tenteranno di evitare la crisi di governo. Di Maio ha interesse a che il governo duri a lungo, da un lato, perché spera di bloccare l’emorragia di voti attraverso una riorganizzazione in partito (ironia della storia) del suo Movimento; dall’altro, perché ha bisogno del tempo necessario al reddito di cittadinanza per produrre effetti positivi. Salvini intende stare al governo più tempo possibile, primo, perché i suoi voti continuano a crescere; secondo, perché sa che chi provoca una crisi di governo non è abitualmente premiato dagli elettori. Comunque, ha una posizione di ricaduta, vale a dire un governo con il centro destra, al quale, però, arriverebbe accolto da un coro: “te lo avevamo detto”. Insomma, Fitch ha soltanto parzialmente e imprecisamente ragione. Il governo italiano non sta benissimo in particolare sul versante delle 5 Stelle, ma i due contraenti hanno buone ragioni per farlo durare e l’opposizione non ha abbastanza idee e forze per farlo cadere.

Pubblicato AGL il 1° marzo 2019

I puri a 5Stelle sacrificano le convinzioni alle convenienze

Democrazia diretta significa che i cittadini-elettori (chiedo scusa: il “popolo”) decide direttamente, senza intermediari, sulle tematiche più importanti. Soltanto chi pensa che 52.417 attivisti (che hanno partecipato alla consultazione online n.d.r.) siano effettivamente rappresentativi di circa 9 milioni di italiani che hanno votato il Movimento il 4 marzo 2018, può sostenere che la consultazione online è stata un esempio di democrazia diretta. Due elementi sono certi. Da un lato, i dirigenti del Movimento hanno scaricato sugli attivisti la responsabilità di una decisione molto importante: autorizzare o no il Tribunale dei Ministri di Catania a processare Salvini; dall’altro, è stata travolta l’autonomia dei senatori delle Cinque Stelle, meglio, la loro possibilità di votare secondo coscienza (e conoscenza), vale a dire sulla base della loro valutazione dei fatti. Quel che più conta è che il principio che le Cinque Stelle avevano dall’opposizione variamente declamato: non concedere mai l’immunità agli inquisiti, sia stato sacrificato alla ragion, non di Stato, ma di governo. “Salvare” il Ministro degli Interni Matteo Salvini che, incidentalmente, avrebbe potuto salvarsi da sé nel processo, per non mettere a rischio il governo. Sacrificare le convinzioni alle convenienze: questo hanno fatto gli attivisti anche perché, naturalmente, avevano chiaramente capito che questa era la preferenza dei loro dirigenti e ministri. La consultazione online contiene qualche importante “insegnamento”. Coloro che ne sanno o ne dovrebbero sapere di più, i senatori che avevano accesso alle carte, non hanno potuto/voluto discuterne con coloro che hanno premuto il loro bottone senza essere riusciti ad avere informazioni aggiuntive specifiche. Si è deplorevolmente dimostrato che, in un caso di notevole delicatezza, la democrazia diretta interpretata come una procedura per prendere rapidamente le decisioni ha dei limiti gravissimi. Inoltre, forse inconsapevolmente forse deliberatamente, portata fuori del Parlamento, la procedura decisionale adottata dalle Cinque Stelle costituisce uno sfregio alla democrazia rappresentativa. Non è possibile sapere che cosa avrebbero desiderato e scelto gli elettori delle Cinque Stelle, ma è sicuro che a nessuno dei loro senatori potrà essere imputata qualsiasi responsabilità per la decisione assunta. Quei senatori non potranno spiegare il loro voto e non dovranno renderne conto a nessun elettore. Delegare le decisioni importanti alla piattaforma online –non mi chiedo neppure se siano possibili manipolazioni né se dovrebbero essere gli attivisti e non i dirigenti a decidere cosa sottoporre al voto e quando- significa che i rappresentanti eletti non sono chiamati a svolgere nessun ruolo significativo e che, di conseguenza, il Parlamento, come suggerito qualche mese fa da Davide Casaleggio, finirebbe per rivelarsi inutile. La democrazia semi-diretta mette malamente fine alla democrazia rappresentativa e diventa democrazia pilotata.

Pubblicato AGL il 19 febbraio 2019

Ritorsioni sulla strada per le Europee

Certamente, come sostiene il Presidente del Consiglio, il governo va avanti. Come se niente fosse? Anche se, dopo l’Abruzzo verrà la Sardegna, 24 febbraio, le 5 Stelle hanno subito imboccato la strada della ritorsione “programmatica”: NoTav , costa troppo. È un colpo al vittorioso Salvini che si sta godendo l’avanzata con la quale ha travolto sia le 5 Stelle sia, ancora una volta, Forza Italia. Qualcuno dentro le Cinque Stelle, nella mitica “base”, appare molto preoccupato, e fa bene. Vorrebbe anche chiederne conto ai vertici, nell’ordine, Di Maio, Di Battista e, forse, Casaleggio (con Grillo defilato). Con l’elezione di un Presidente di Regione di Fratelli d’Italia può giustamente esultare anche Giorgia Meloni. Tirano un sospiro di sollievo i dirigenti del Partito Democratico. Grazie all’apporto di una pluralità di liste hanno contenuto la sconfitta, ma che l’Operazione Abruzzo implichi logicamente il sostegno a un composito listone per le elezioni europee, come annunciato da Orfini, Zingaretti e Martina, sottoscrivendo il Manifesto di Calenda, rimane, a mio parere, alquanto dubbio. Preoccupante, soprattutto per chi si candida a fare il segretario del PD, è scoprire che il partito va meglio se si “annega” in un laghetto di liste civiche. Salvini va a vele spiegate per due ottime ragioni. Primo, continua a interpretare il desiderio di sicurezza degli elettori e di modernizzazione meglio di chiunque altro, senza troppi distinguo. Secondo, prende sul serio le campagne elettorali e le fa battendo il territorio, mettendoci, politichese, la faccia.

Il NO delle 5 Stelle alla TAV serve a rassicurare la “base” – i cui segreti, desideri e numeri, sono custoditi dalla piattaforma Rousseau, che sovrintende alle modalità e agli esiti delle votazioni– su uno dei temi di bandiera. Però, il capo politico Luigi Di Maio, da un lato, non sa che pesci prendere, dall’altro, deve assolutamente sperare che qualcosa funzioni da qui alle elezioni europee, passando il più indenne possibile dalle elezioni regionali sarde, già un po’ pregiudicate dalla sconfitta pesante subita nelle municipali di Cagliari. Quello che deve totalmente e rapidamente funzionare è il reddito di cittadinanza che entrerà in vigore ad aprile, in tempo, dunque, per fare sentire i suoi effetti. Comunque, Di Maio è in una posizione di sostanziale debolezza. Non può permettersi di fare saltare il governo poiché non ha nessuna alternativa. Finirebbe all’opposizione con poche prospettive future: duri, forse, ma, dopo una non esaltante esperienza di governo, non più puri. Non interessato alla “purezza”, ma disposto a “sporcarsi le mani” per attuare il suo programma, anche con durezza, Salvini ha una preoccupazione dominante: evitare di andare sotto processo, e una minore, immediata: recuperare sulla TAV. Poi la sua strada sarà in discesa almeno fino a maggio quando il peggio che gli possa succedere è che le aspettative siano troppo superiori all’esito del voto europeo. È un rischio che può permettersi di correre.

Pubblicato AGL il 13 Febbraio 2019

Non sarà un anno bellissimo #governogialloverde

Qualsiasi paese che voglia contare sulla scena internazionale deve avere un governo credibile che, quando assume impegni, li rispetta e partecipa con gli altri paesi a creare e mantenere un ordine internazionale il meno turbolento possibile. Se vogliono incidere sul suo funzionamento, gli Stati-membri dell’Unione Europea, debbono, anzitutto, osservarne le regole. Potranno, poi, anche cercare di cambiarle. Ci riusciranno soltanto convincendo gli altri Stati membri. È facile capire che le critiche alla Commissione Europea e agli altri governi non creano un clima favorevole al paese che avanza quelle critiche se, nel frattempo, non osserva le regole. Fin dall’inizio il governo giallo-verde ha assunto una posizione di sfida nei confronti della Commissione e non ha trovato “sponde” negli altri Stati-membri. Di recente, il governo Conte-Salvini-Di Maio (non sono sicuro che questo sia l’ordine giusto, ma mi chiedo dove fosse il Ministro degli Esteri Moavero Milanesi) ha impedito approvazione di un documento a favore di elezioni il prima possibile per il ritorno alla democrazia del Venezuela. È incomprensibile come si possa essere “equidistanti”, è l’aggettivo usato da Conte, fra il dittatore che reprime e affama i venezuelani e chi chiede elezioni libere, competitive, trasparenti.

Comprensibile, ma molto criticabile, è il comportamento di un ministro della Repubblica italiana, Luigi Di Maio, che è andato a incontrare e a offrire solidarietà a un pezzo del movimento Gilet Gialli che sfida il governo francese. Invece, quella del Ministro Salvini che annuncia la “convocazione” del Ministro francese degli Interni è una gaffe peraltro rivelatrice di mancata conoscenza dell’etichetta nelle relazioni fra Stati. Andando in Francia, paese con il quale l’Italia ha non pochi dossier aperti (immigrazione, Fincantieri, Tav, Alitalia), forse Di Maio voleva “soltanto” creare le premesse per una futura confluenza in un gruppo comune nel Parlamento Europeo degli eventuali eletti del Movimento dei Gilet. Forse Salvini non ha potuto/voluto prendere le distanze dal suo alleato di governo dei cui voti avrà bisogno per evitare di finire sotto processo.

Sicuramente, tanto Di Maio quanto Salvini hanno compiuto, il primo in maniera più plateale, atti politici all’insegna dell’improvvisazione e dell’impreparazione che rende improbabile stabilire i necessari rapporti di collaborazione con altri governi europei, meno che mai con la Francia. Tutt’e due hanno gli occhi puntati sulle elezioni europee di maggio quando i duri dati derivanti dai voti consentiranno di valutare quanto è cambiato il loro rispettivo consenso. Nel frattempo, però, le conseguenze del chiamarsi fuori da azioni comuni dell’Unione Europea e dell’interferenza nella politica interna della suscettibile Francia pregiudicano ulteriormente la attendibilità dell’Italia e rendono ancora più improbabile che il 2019 sarà, come annunciato incautamente dal Presidente del Consiglio Conte, “un anno bellissimo”.

Pubblicato AGL il 10 febbraio 2019

Venezuela: governo diviso e debole

Le posizioni assunte dai due alleati al governo sul delicato e complicato caso del Venezuela sono, nel loro genere, tanto limpide quanto contrastanti. Senza ambiguità Salvini afferma: “Prima tornano diritti, benessere e libertà in Venezuela, meglio sarà per il popolo”. Parlando a nome e per conto del Movimento Cinque Stelle, in base alla competenza sicuramente (sic) acquisita in seguito ad un suo lungo viaggio e alla residenza di alcuni mesi in Guatemala (senza, però, avere visitato il Venezuela), Alessandro Di Battista non ha dubbi: “firmare l’ultimatum UE al Venezuela è una stronzata megagalattica”. Il suo più stretto compagno d’armi, capo politico del Movimento, Luigi Di Maio annuncia che “non riconosciamo soggetti non votati” come se Juan Guaidò, il Presidente dell’Assemblea Nazionale, non sia stato eletto, prima per diventare deputato, poi per rimpiazzare ad interim Nicolás Maduro, “soggetto” vittorioso in elezioni presidenziali manipolate, che non è mai considerato legittimo dagli osservatori internazionali. Non è chiaro se la linea la dia, come dovrebbe, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Dalla dichiarazione nella quale ribadisce “la sua massima preoccupazione per gli ultimi sviluppi in Venezuela” è impossibile sapere che cosa intende fare il governo, ma sappiamo che cosa non ha fatto. Non ha firmato una dichiarazione degli Stati-membri dell’Unione Europea a sostegno di Guaidò. Ha altresì deciso di non esprimersi, contrariamente a Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna e Svezia (non proprio Stati e governi di carente legittimazione democratica), a favore di elezioni libere, trasparenti, con garanzie, da tenersi nel più breve tempo possibile, ma da annunciare fin d’ora.

Coerente con la sua visione “sovranista” sì, ma anche attenta alla drammatica condizione del popolo venezuelano, è Salvini che, seppur indirettamente, offre sostegno al ritorno della democrazia in un tormentato paese, nient’affatto carente di tradizioni democratiche. La posizione delle Cinque Stelle la dice lunga sulla loro ambigua e confusa concezione della democrazia. Su tutte le misure di democraticità, dalla libertà di stampa all’autonomia del sistema giudiziario, il Venezuela è collocato ben lontano dai regimi democratici. Inoltre, il suo esperimento populista e autoritario ha provocato, non tanto la “decrescita felice”, non molto tempo fa progettata da Beppe Grillo, ma un impoverimento drammatico della popolazione e un deflusso di quasi due milioni di venezuelani nei paesi limitrofi, in primis, la Colombia.

La non-posizione del governo, da un lato, segnala la mancanza di autonomia e di capacità decisionale del Presidente del Consiglio, dall’altro, indica un ennesimo allontanamento dalle scelte dell’Unione Europea che, inevitabilmente, saranno ripagate da un ulteriore declino di credibilità dell’Italia su altre questioni che contano come economia e migranti. Il Venezuela si sta rivelando un test che complessivamente il governo ha già fallito.

Pubblicato AGL il 5 febbraio 2019