Home » Posts tagged 'AGL Agenzia Giornali locali'

Tag Archives: AGL Agenzia Giornali locali

Fascismo, idee e comportamenti

La storia della Repubblica è costellata di irruzioni più o meno violente di neofascisti nella politica italiana. In almeno un caso molto significativo, lo scioglimento nel 1972 di Ordine Nuovo ad opera della magistratura, la reazione è stata netta e decisiva potendosi anche appoggiare sulla disposizione finale della Costituzione che vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. La proliferazione di episodi e di manifestazioni di marchio fascista è, però, continuata, troppo spesso, tollerata, negli stadi e nelle strade, con, ad esempio, le celebrazioni a Predappio per il compleanno di Mussolini il 29 aprile. Occasione anche di turismo e curiosità, non viene seppellita, come vorrebbe uno slogan sessantottino, da una risata facilmente suscitata dalla vendita del vino chiamato “Nero di Predappio”. In verità, c’è poco da ridere sul neo-fascismo e ancora meno sul fascismo. C’è, invece, molto da interrogarsi sul significato di troppi incidenti nei quali fanno la loro comparsa uomini (e donne) che il fascismo non conoscono, ma vorrebbero resuscitare. Come sappiamo, all’insegna di una malposta riconciliazione nazionale non si svolse mai una profonda e impeccabile opera di defascistizzazione, ma, soprattutto, la zona grigia che offuscava molto della storia del fascismo rimase molto ampia. Ancora oggi nelle scuole di “ogni ordine e grado” l’insegnamento di quello che fu il regime fascista, di cosa fece, di quali crimini si macchiò, di come fu sconfitto è, nel migliore dei non molti casi, frammentario e quasi pudico. Tuttavia, rimane assolutamente opportuno continuare a sostenere che la conoscenza storica e politica del fascismo è la premessa indispensabile per tenerlo a bada, per evitarne il ritorno sotto qualsiasi forma, compresa Casa Pound. Ed è anche giusto rilevare che, dal punto di vista dell’educazione politica, bisogna fare molto di più coinvolgendo anche i mass media. Quando si tratta di azioni violente, di violazioni delle leggi non dovrebbero esistere dubbi sul comminare immediatamente le sanzioni. Il problema più delicato consiste nel tracciare una chiara linea discriminante fra la libertà di espressione, di manifestazione del pensiero e l’incitamento all’odio e l’apologia del fascismo. Purtroppo, una società come quella italiana, slabbrata, talvolta esageratamente permissiva, oggi alquanto imbarbarita, non sembra capace di offrire alla magistratura il necessario sostegno al suo intervento, alle sue sentenze, alla legittimità delle azioni di repressione e punizione di tutti i comportamenti visibilmente fascisti. Le impennate di sdegno di parte dell’opinione pubblica e della politica, pure apprezzabili, non, però, quando etichettano ogni comportamento, ad esempio, xenofobo o nazional-sovranista come inequivocabilmente fascista, valgono per lo spazio di un mattino o poco più. Le mentalità fasciste vanno combattute con la cultura. I comportamenti fascisti vanno repressi e puniti. Da subito.

Pubblicato AGL il 3 maggio 2019

Il valore della Resistenza ma l’Italia è (ancora) un’altra #Liberazione #25aprile #Resistenza

Anche quest’anno le celebrazioni del 25 aprile, data ufficiale della liberazione del paese dal nazifascismo, sono state precedute da un’intensa attività di rievocazione, analisi, discussione storica e politica del significato di quell’avvenimento. Oramai quasi più nessuno, tranne uno sparuto declinante gruppo di uomini politici, che si giustificano con improbabili impegni alternativi di lavoro, cerca di sfruttare opportunisticamente il giorno della celebrazione per raggiungere quei pochi elettori rimasti a detestare la Resistenza. Nelle scuole il 25 aprile ha trovato una solida collocazione fra gli insegnamenti. Si parte dalla descrizione della natura del regime fascista, poi ne sono discusse le sue leggi, a cominciare dalle leggi razziali contro gli ebrei, infine, a conclusione, è stata criticata la stipulazione di un’alleanza con due regimi totalitari che portò a una devastante entrata in guerra per perseguire obiettivi da grande potenza (non suffragata da effettive risorse e capacità militari). È stata anche studiata e valutata l’attività dell’opposizione con scritti e atti, anche esemplari, al regime da parte di molti cittadini, ma pur certamente una minoranza, sempre seguita dalla repressione e, infine, sfociata nella Resistenza armata. Le reti televisive hanno spesso trasmesso film di vario genere dedicati anche alla rappresentazione della vita quotidiana nei regimi autoritari –alcuni veri capolavori cinematografici, come Una giornata particolare, Il pianista, Adieu les enfants, Schindler’s list, talvolta seguiti da pacati dibattiti fra storici, sociologi e uomini e donne politiche. Tranne poche sguaiate eccezioni, peraltro rappresentative di alcuni settori dell’opinione pubblica, tutti i partecipanti si sono dimostrati in grado di riflettere, anche autocriticamente, sul passato del loro paese, senza manipolazioni e senza esaltazioni. In quasi tutte le scuole, gli studenti hanno avuto modo di leggere documenti esemplari come le pregevoli raccolte di Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana e Lettere di condannati a morte della Resistenza europea. Grazie ai loro insegnanti preparati e consapevoli dell’importanza delle imminenti elezioni europee, gli studenti e anche molti dei loro genitori hanno potuto cogliere l’importante nesso fra le Resistenze nazionali e il tentativo-progetto di costruzione di un’Europa unita capace di fare svanire i nazionalismi e di dare sostanza a più di settant’anni di pace e di prosperità nel continente. Le connessioni fra la Resistenza e la Costituzione sono state esplorate in maniera approfondita sottolineando che i Costituenti desiderarono scrivere un documento giuridico-politico in grado, da un lato, di prevenire qualsiasi ritorno del fascismo, dall’altro, indicare le strade proteggendo e promuovendo i diritti e i doveri dei cittadini che vogliono vivere in una Repubblica democratica e migliorare la qualità della politica e della vita. No, no, il paese descritto non è (ancora) l’Italia.

Pubblicato AGL il 25 aprile 2019

Salvini armato diseduca e sbaglia il bersaglio

Non avrei mai immaginato che Salvini fosse un attento lettore e estimatore del grande sociologo tedesco (forse “sovranista”) Max Weber. Invece, con la foto, fatta ampiamente circolare in rete, nella quale imbraccia il fucile, ha evidentemente voluto lanciare il messaggio che è lui, sì, insomma, in quanto rappresentante dello Stato, ad avere, proprio come sosteneva Weber, quel “monopolio dell’uso legittimo della forza” che caratterizza lo Stato moderno. Allorquando questo monopolio non c’è, ad esempio in Libia (dove attendono che il Presidente del Consiglio italiano ponga fine alla guerra civile), lo Stato praticamente non esiste più. Certamente, il Ministro degli Interni vuole farci sapere e vedere che sovrintende alla sicurezza di noi tutti (“prima gli italiani”). La foto è la naturale compagna della legge sulla legittima difesa che, per l’appunto, consente l’uso, legittimato, delle armi contro chi viola le nostre abitazioni (tutto il resto dovrà essere accertato dalla magistratura).

È probabile che il Ministro e i suoi collaboratori alla comunicazione volessero proprio mandare il messaggio che Salvini non esiterebbe a ricorrere alle armi per difendere la vita e le proprietà degli italiani, che è un duro che non cede nulla e che vuole che lo sappiano anche tutti coloro che intendessero delinquere. L’esibizione di Salvini è assolutamente inusitata. Non ricordo nessun ministro degli Interni europeo che si sia mai fatto fotografare armato. La mia mente non riesce neppure a scovare immagini dei pure numerosissimi candidati al Congresso USA abbondantemente finanziati dalla National Rifle Association che abbiano esposto una loro fotografia in armi. La domanda, quindi, è: la foto è stata un errore nel crescendo solipsistico del Ministro (sì, lo so: è in campagna elettorale permanente) oppure Salvini sta gongolando per lo spazio che si è guadagnato sui social e sugli altri mezzi di comunicazione di massa?

Dovremmo lasciar perdere occupandoci piuttosto, come a corrente alternata dicono i politici, naturalmente rivolgendo l’invito ai loro avversari, dei problemi reali della “gente”: lavoro, salari, istruzione? Salvini scommette, e finora gli è andata fatta bene, che fra quei problemi reali ai primi posti continuino a collocarsi l’immigrazione e la sicurezza . Allora, forse, la critica del fucile di Salvini andrebbe indirizzata contro la soluzione che quella foto sembra contenere/suggerire. Invece di creare le condizioni per ridurre, fino a impedirlo, l’uso delle armi, che dovrebbe essere davvero il compito primo e supremo di qualsiasi Ministro degli Interni, Salvini sembra suggerire che la sua politica non sarà la prevenzione, ma la repressione che non rifugge dalle armi. È un messaggio gravissimo. La smentita fattuale si trova nelle statistiche che rivelano che il tasso di criminalità è inferiore nei paesi dove la polizia e le forze dell’ordine fanno limitato o nullo ricorso alle armi. Il Salvini armato non solo diseduca, ma, semplicemente, sbaglia bersaglio.

Pubblicato AGL il 23 aprile 2019

Oltre il garantismo e il giustizialismo

Non sono né garantista né giustizialista. Non ho nessun bisogno di essere garantista poiché credo che le garanzie a tutela degli indagati, degli accusati di avere commesso un reato si trovano nella Costituzione e nelle leggi vigenti, non nelle dichiarazioni di ciascuno di noi che, inevitabilmente, ne sa molto meno dei magistrati. Non sono giustizialista poiché trovo l’aggettivo, da un lato, vago, dall’altro, se implica il volere condannare a priori e a prescindere, sbagliato, come se chi desidera che “giustizia sia fatta” abbia immotivati ed esagerati atteggiamenti punitivi. Credo anche che tutti i casi che riguardano chi ha potere politico a tutti i livelli meritino di essere analizzati con cautela, con riferimento puntuale alle peculiarità. Nel caso specifico del sottosegretario leghista ai Trasporti e alle Infrastrutture Armando Siri, accusato di avere ottenuto una mazzetta di 30 mila euro, la prima considerazione è che fino a quando non perviene un’imputazione precisa dai magistrati, sarebbe preferibile che tutti si astenessero da qualsiasi commento. Invece, alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle ne hanno subito chiesto le dimissioni e il (suo) Ministro Toninelli gli ha tolto tutte le deleghe. Si dice che il Movimento, dopo avere negato la richiesta di autorizzazione a procedere contro il Ministro Salvini, non possa più permettersi una posizione così “garantista”. In verità, nel caso di Salvini molti videro non il garantismo delle Cinque Stelle, ma l’opportunismo, ovvero il timore che saltasse il governo. Invece, un sottosegretario può essere rapidamente sostituito senza nessun conseguenza negativa. Dal canto suo, Salvini e la Lega difendono Siri non necessariamente per garantismo, ma, si può ipotizzare, poiché il sottosegretario è considerato uomo dotato di potere, di relazioni, di strumenti politici utili e efficaci. Qualcuno potrebbe voler fare un paragone, improprio, con il caso delle recentissime dimissioni di Catiuscia Marini (Partito Democratico) Presidente della Regione Umbra, pure non inquisita, ma al centro di un sistema di assunzioni pilotate e di concorsi truccati. Sono fattispecie molto diverse, ma accomunabili da un interrogativo di assoluta importanza: quando chi detiene una carica politica è tenuto, se indagato/a, a dimettersi senza nessun’altra considerazione? Sono giunto alla conclusione, certamente rivedibile, che le dimissioni dipendono dalla sensibilità personale, dall’etica politica dell’indagato/a. Saranno i magistrati a stabilire se e come impedire all’indagato di distruggere eventuali prove e/o di continuare nel reato. Toccherà a ciascuno dei politici decidere se dimettersi per non creare problemi, in questo rigoroso ordine, primo, all’istituzione di governo a qualsiasi livello, e solo secondariamente al loro partito. E preferirei che il “loro” partito, qualsiasi partito, si rimettesse semplicemente alla magistratura. Sono convinto che questo è il migliore dei garantismi.

Pubblicato AGL il 19 aprile 2019

Stallo totale per governo e opposizione

Difficile sapere se l’intervista del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il filosofo novantenne Emanuele Severino avrà qualche effetto sull’azione di governo. A suo tempo, Karl Marx criticò i filosofi, non solo quelli del suo tempo, per essersi limitati a studiare il mondo invece di provare a cambiarlo. Dal Documento Economico Finanziario presentato il 10 aprile è evidente che il governo giallo-verde e i suoi ministri non hanno la visione di un mondo nuovo, ma neppure di un’Italia e un’Europa nuove. Sembra, piuttosto che non sappiano che pesci prendere. Rispetto alle dichiarazioni espresse già a ottobre-novembre 2018, quando fu elaborata la legge di bilancio, nel DEF emerge una sostanziale presa d’atto che nel 2019 la crescita economica non ci sarà, ma cresceranno sia il deficit del 2,4% sia il debito pubblico al 137%, che non è possibile attuare integralmente la flat tax, che se fosse davvero piatta, sarebbe incostituzionale, se fosse, contraddittoriamente, “progressiva” a più scaglioni, comporterebbe il probabile rischio di un aumento significativo dell’IVA.

Per un po’ di tempo, il Presidente del Consiglio ha stancamente ripetuto che i fondamentali dell’economia italiana sono solidi, ma senza precisare quali siano questi fondamentali. Nel frattempo, nuovi dati fanno supporre che la Francia sia avviata a superare l’Italia come seconda potenza manufatturiera in Europa. Il fatto è che se fra i “fondamentali” si includono anche il debito pubblico e il tasso di crescita, l’economia italiana non è affatto su basi solide. È inevitabile che ciascun governo addebiti ai suoi predecessori la brutta eredità del cattivo andamento dell’economia. In effetti, le radici e le cause del debito pubblico affondano negli ultimi vent’anni. Il tasso di crescita italiano è regolarmente risultato basso, spesso, con l’eccezione della Grecia, il più basso dei paesi dell’Unione Europea.

Forse consapevoli che non sarà il cosiddetto “decreto crescita” a produrre un’impennata dell’economia italiana, i governanti hanno cercato un altro capro espiatorio: la sfavorevole congiuntura internazionale. Ovviamente, c’è qualcosa di vero poiché l’economia italiana, largamente fondata sull’esportazione di prodotti spesso di alta qualità, è molto sensibile al calo della domanda internazionale. Non basta, però, farsi scudo di un capro espiatorio e annunciare come salvifiche le due “riforme” bandiera dei gialli (reddito di cittadinanza) e dei verdi (tassa piatta). Essendo entrambe politiche redistributive, alla luce dei dati disponibili, risultano piuttosto rischiosissime scommesse per il rilancio dell’economia italiana. Nel frattempo, le opposizioni ripetono, facendo pochissima breccia nell’elettorato, che Di Maio e Salvini sono in campagna elettorale permanente, si dividono su tutto, non possono durare. Quel che resta del centro-destra sostiene che quelle politiche Salvini le farebbe meglio con loro, mentre il PD difende fiocamente le sue passate riforme, ma dov’è la contromanovra?

Pubblicato AGL il 15 aprile 2019

I nodi del Governo. Distrazione di massa: luci spente sul default

Questa effervescente società italiana! Altro che stare sdraiata sul divano a divorare popcorn e aspettare il reddito di cittadinanza: si organizza, scende in campo, manifesta. Forse, però, non per colpa sua, ma un po’ degli eventi un po’ per inadeguata informazione, manifestanti e contromanifestanti non colgono il bersaglio grosso. È lecito organizzare un congresso sulla famiglia tradizionale, meglio se usando toni e modi non oltranzisti che dileggiano le nuove forme di convivenza e aggrediscono leggi esistenti come la 194 sull’interruzione della gravidanza. È opportuno sostenere le conquiste di civiltà in tutte le materie relative alle unioni. È giusto sostenere la legittima difesa, non necessariamente armata e privatizzata, talvolta prevedendo pene, in una fattispecie allargata, per l’uso di filmini intimi che mettono alla berlina l’ex-compagna (revenge porn; vendetta porno). Persino encomiabile è concedere, sarebbe preferibile dire “riconoscere”, a determinate condizioni, la cittadinanza agli adolescenti i quali, con grave rischio personale hanno salvato le vite dei loro giovanissimi compagni. Che poi anche prendendo le mosse da questo avvenimento il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte senta, “benvenuto!”, il bisogno di “riflettere” sullo ius soli, ovvero sulla cittadinanza a chi è nato in Italia, ancorché da genitori non italiani, è una buona notizia. Però, i capi di governo non si limitano a riflettere. Hanno il dovere di proporre e il compito di decidere. Tutte queste, alla rinfusa, sono tematiche importanti, ma non determinanti, in una società che desideri diventare e rimanere civile, e non sarà neppure la Commissione Banche, ultima trovata del Movimento Cinque Stelle per darsi un po’ di visibilità, a risolvere il problema dei problemi italiani: come rilanciare la crescita economica.

La buona notizia per i governanti pentastellati è che le domande per il reddito di cittadinanza sono alquanto inferiori alle previsioni e quindi, almeno quest’anno, saranno necessari meno fondi di quelli previsti e stanziati. Tuttavia, quei fondi non potranno essere subito destinati a investimenti pubblici e all’ammodernamento delle infrastrutture che soli potrebbero iniziare il rilancio delle attività economiche e la produzione di posti di lavoro. L’effervescenza della società sui diritti da mantenere e, eventualmente, da ampliare (cittadinanza) rischia di essere sfruttata come arma di distrazione di massa fino alle elezioni del Parlamento europeo, 26 maggio, dopodiché sono tutti oramai convinti che vi sarà una resa dei conti con numeri veri fra Lega e Cinque Stelle. No, neppure quelle elezioni spasmodicamente attese risolveranno la tensione fra, da un lato, le politiche redistributive perseguite da Di Maio e securitarie imposte da Salvini e, dall’altro, la necessità assoluta per l’Italia di rovesciare la tendenza e incominciare a crescere. Questo è davvero il bersaglio grosso (di qualsiasi governo) che gli italiani non dovrebbero perdere di vista.

Pubblicato AGL il 1°aprile 2019

La scivolosa via della seta

Già è rivelatore che fantasiosi siamo noi italiani che chiamiamo “via della seta” quella che i cinesi hanno da tempo battezzato come Belt and Road Initiative (BRI), vale a dire iniziativa della cintura e della strada. È un ambiziosissimo progetto di infrastrutture, scambi, cooperazione industriale che parte dalla Cina e terminerà in Spagna. Ha già una prima testa di ponte, al momento solitaria, in Germania a Duisburg. Esiste già anche un Rapporto critico firmato nell’aprile 2018 da ventisette ambasciatori dell’Unione Europea su ventotto. Sembra che in occasione della visita di Xi Jinping, segretario del Partito Comunista Cinese e Presidente della Cina, il governo italiano firmerà un memorandum d’intesa su alcuni principi propedeutico ad accordi di più ampio respiro. Sarebbe già stato individuato il porto, Vado Ligure, dove fare sbarcare attrezzature e merci di provenienza cinese.

In linea di massima, qualsiasi modalità di accrescimento del commercio è da ritenere apprezzabile se contribuisce alla crescita economica e al benessere dei contraenti. Al momento, però, le informazioni disponibili non permettono di conoscere con sufficiente approssimazione se l’Italia trarrà vantaggi, quali e quanti da un accresciuto interscambio con la Cina. Rimanendo alla sola tematica degli scambi commerciali è preliminarmente indispensabile ottenere dai cinesi alcune risposte chiare. Primo, accettano la totale reciprocità, ovvero non porranno né ostacoli né dazi sulle merci italiane? Secondo, assicurano di non fare dumping con le loro merci e prodotti, vale a dire vendere a prezzi inferiori a quelli praticati nel loro mercato interno? Terzo, garantiscono tassativamente di osservare tutte le norme in materia di ambiente e di qualità e conformità dei loro prodotti alle regole europee? Alla luce di comportamenti dei cinesi largamente difformi da queste esigenze – per fare un solo esempio, la produzione e commercializzazione di giocattoli tossici – le preoccupazioni espresse da più parti appaiono del tutto lecite.

Tutti coloro che sono favorevoli in via di principio alla libertà del commercio, che, secondo molti, riduce le probabilità di conflitti e incrementa la prosperità, dovrebbero esigere dai cinesi (ma, ovviamente, non solo da loro) il pieno adempimento dei dettami fissati dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Ciò detto, esiste qualcosa di più di cui tenere conto prima di incamminarci sulla via della seta. Sarebbe decisamente più opportuno che prima di qualsiasi accordo con i cinesi il governo italiano discutesse con gli altri governi dell’Unione Europea per giungere ad una posizione comune e condivisa e non si giocasse un altro pezzetto di affidabilità agli occhi dei nostri partner. Davvero l’Italia è tanto forte e solida da procedere da sola senza sdrucciolare nel rapporto con una superpotenza i cui comportamenti, ad esempio, con gli Stati africani, hanno destato molte, severe e argomentate critiche? Benvenuto, Xi Jinping, discutiamone.

Pubblicato il 19 marzo 2019