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Due scommesse di puro azzardo

Si rallegrino gli elettori e le elettrici del Movimento Cinque Stelle e della Lega. I due movimenti hanno finalmente dato corpo alle più importanti promesse programmatiche fatte in campagna elettorale e inserite nel Contratto del Governo per il cambiamento: reddito di cittadinanza e quota 100. È stata un’operazione complessa tradotta in un decreto di 24 pagine che contiene 26 articoli, paritariamente distribuiti: 13 per il reddito di cittadinanza (che, incidentalmente, contiene anche le “pensioni di cittadinanza”) e 13 per i criteri, 62 anni di età e 38 anni di contributi, per andare in pensione. Sul merito si possono fare molte osservazioni cominciando dal fatto che, da un lato, il reddito di cittadinanza ha un predecessore, il Reddito di Inclusione, elaborato da un governo a guida PD; dall’altro, che “quota 100” vuole smontare la riforma Fornero (ministra nel governo Monti). Ci riuscirà, con esiti, però, che molti esperti ritengono discutibili e rischiosi in un paese nel quale è cresciuta l’aspettativa di vita, ma stanno diminuendo in modo preoccupante le nascite. La seconda osservazione è che, come specificate nel decreto, le modalità di accesso al reddito di cittadinanza e la sua concessione appaiono molto complesse e richiederanno un’efficienza degli organismi burocratici inusuale in Italia, anche per sventare le temute infiltrazioni dei “furbetti” alla cui punizione sono, infatti, dedicati alcuni appositi articoli. La terza osservazione attiene al procedimento legislativo prescelto dai governanti. Il Parlamento italiano non si è ancora rimesso dall’umiliazione subita neppure tre settimane fa in occasione dell’approvazione della Legge di Bilancio, la famigerata manovra, tradotto in un maxiemendamento per la lettura (sic) del quale il Senato ebbe a disposizione quattro ore, e sul quale il governo pose la fiducia. È davvero riprovevole che su due tematiche qualificanti dell’azione di governo, forse, addirittura dell’intera legislatura, Cinque Stelle e Lega abbiano deciso di procedere con un decreto che, lo ricordo, deve essere approvato da entrambe le Camere entro sessanta giorni, sul quale, dunque, è assolutamente probabile che sarà posta la fiducia. Infine, è la stessa filosofia economica sulla quale si fondano reddito di cittadinanza e quota 100 a meritare una riflessione finora appena accennata. Fondamentalmente, il decreto ha caratteristiche redistributive. Per di più, cade in una fase nella quale l’economia europea sta probabilmente entrando in stagnazione, dimostrando quanto dipende davvero dalla locomotiva tedesca che, purtroppo per tutti, ha rallentato fino quasi a fermarsi, e l’economia italiana è in bilico tra stagnazione e recessione. Grillo non parla più di “decrescita felice”, ma recessione significa proprio decrescita che, però, non è affatto felice. Purtroppo, Di Maio e Salvini, troppo flebilmente smentiti da Tria, latitante Conte, si comportano da giocatori d’azzardo puntando su una crescita praticamente irrealizzabile.

Pubblicato AGL il 18 gennaio 2019

Quorum e democrazia diretta ai tempi della propaganda

Le democrazie parlamentari rappresentative funzionano in maniera soddisfacente laddove ne sono rispettate le regole e le procedure. Ad esempio, quando i decreti del governo sono emanati solo “in casi straordinari di necessità e urgenza” (art. 77 della Costituzione italiana); quando entrambe le Camere dispongono di tempo adeguato per esaminare, eventualmente emendare, infine, approvare i disegni di legge (art. 72) senza, tranne eccezionalmente, essere coartate dal voto di fiducia. I rapporti fra governo e parlamento richiedono uomini e donne rispettosi di modalità e limiti per non cadere, da un lato, nella dittatura del governo, dall’altro, nell’assemblearismo aggravato dal trasformismo. Sempre critici del Parlamento, i dirigenti del Movimento 5 Stelle vogliono arrivare alla democrazia diretta, ma dal dire al fare, com’è noto, c’è di mezzo il mare. Peraltro, sulla democrazia dentro il Movimento e sulle modalità di operazione della piattaforma Rousseau che dovrebbe garantirla, le critiche sono già state molte e argomentate. Per dare più potere ai cittadini, il ministro 5 Stelle Fraccaro ha presentato un disegno di legge sul referendum propositivo. L’intenzione è di consegnare parte del potere legislativo ai cittadini. Raccolte 500 mila firme a sostegno di un disegno di legge, se il Parlamento non lo approva oppure approva un testo molto diverso si dovrà tenere un referendum con i cittadini chiamati a scegliere fra le due opzioni. Questo tipo di referendum richiede una riforma della Costituzione che potrebbe a sua volta essere sottoposta a referendum se approvata da meno di due terzi dei parlamentari. Al momento, il punto controverso è il quorum di partecipazione al referendum affinché una proposta sia approvata dagli elettori. Le 5 Stelle dicono: “nessun quorum” per premiare i cittadini partecipanti. Sembra, invece, che la Lega desideri un quorum, il 33 per cento. Potrebbero esservi anche altri problemi. Il primo sarebbe l’intasamento del Parlamento obbligato a occuparsi in tempi predefiniti di una pluralità di proposte venute dal “popolo”. Il secondo sarebbe quello di una legislazione occasionale e casuale, priva di qualsiasi coerenza programmatica, con un probabilmente molto basso tasso di partecipazione dei cittadini e, quindi, con la legittimità dell’esito sempre molto criticabile. Qualcuno ha adombrato che l’introduzione del referendum propositivo sia una mossa delle Cinque Stelle per dimostrare che, come profetizzato da Davide Casaleggio, il Parlamento sta perdendo la sua utilità. A me pare che si tratti di una fuga propagandistica in avanti e che sarebbe di gran lunga preferibile che governo e parlamento si preoccupassero di migliorare i loro rapporti, di applicare davvero i dettati della Costituzione e di trovare forme di consultazione, di informazione e di “educazione” dei cittadini (ad esempio, facendo ricorso a esperimenti di “democrazia deliberativa” già attuati a livello locale)tali da migliorare la qualità della democrazia italiana.

Pubblicato AGL il 10 gennaio 2019

L’augurio è che sull’Italia il Presidente abbia ragione #Mattarella #discorsoallanazione #discorsodifineanno

Elegante, sereno, più disinvolto che nei suoi precedenti messaggi di fine d’anno, persino pungente, il Presidente Mattarella ha delineato l’immagine di un’altra Italia sociale e politica, possibile. E’ un’Italia nella quale le persone hanno fiducia in se stesse e negli altri, collaborando e usando al meglio le loro energie, anche morali, nella quale chi si sente solo/a trova aiuto immediato nelle Forze dell’ordine e la sicurezza non dipende dai soldati nelle strade, ma dal sentirsi parte di una comunità, dall’avere salute, lavoro, istruzione, opportunità, nella quale alle associazioni no profit non si fa pagare una “tassa sulla bontà” (il governo ha detto che rimedierà, ma meglio ricordarglielo esplicitamente).

All’Italia politica, nient’affatto separata da quella sociale, anzi, sua espressione, il Presidente ha fatto non pochi rimproveri. Ricordata l’importanza dell’Europa che si avvia al rinnovo del Parlamento dell’Unione, Mattarella ha rimarcato che la faticosa approvazione della Legge di Bilancio è stata ottenuta schiacciando il Parlamento, impedendo una discussione ampia e approfondita di tematiche e politiche complesse fra i rappresentanti del popolo ridotti a passacarte. Mattarella ha anche sottolineato di avere avuto poche ore di tempo per leggerla e valutarla e di averla firmata rapidamente soltanto per evitare un dannoso esercizio provvisorio. Ha preannunciato grande attenzione sui numerosi provvedimenti che il governo dovrà emanare per dare attuazione a quanto previsto nella Legge di Bilancio.

Si potrebbe leggere nelle parole del Presidente quasi una manovra alternativa ispirata a una visione differente da quella del governo, da approvare in maniera più rispettosa delle competenze specifiche delle istituzioni. Il Presidente, che ha il diritto di esprimere le sue preferenze e valutazioni, poiché, come stabilisce la Costituzione, “rappresenta l’unità nazionale”, avrebbe certamente preferito un iter e contenuti diversi da quelli imposti dal governo giallo-verde.  Nel discorso di insediamento, Mattarella si era ritagliato il ruolo di arbitro. Per restare in metafora, l’arbitro ha dovuto fischiare alcuni falli plateali della squadra di governo e ha comminato alcune doverose ammonizioni. La partita continua e, a sua volta, Mattarella si sentirà obbligato a svolgere il suo ruolo di arbitro anche, credo sia giusto aggiungere, cercando di supplire all’evanescenza delle opposizioni, in maniera soffice, ma sempre nel rispetto delle regole costituzionali.

Il Presidente ha espresso grande fiducia nel paese e nelle sue risorse. Forse poteva, ma non è nel suo stile, criticare con maggiore forza alcuni comportamenti degli italiani, non solo quelli, davvero deplorevoli, degli ultras, a loro volta rappresentativi della degenerazione del tifo calcistico. Non resta che sperare, insieme al Presidente, che i buoni sentimenti e le buone politiche prevalgano. Personalmente, sono molto meno ottimista di Mattarella, ma mi auguro abbia ragione lui.

Pubblicato AGL 2 gennaio 2019

Il premier Conte e il tagliando non richiesto

Persino troppo sicuro di sé, il Presidente del Consiglio Conte ha tracciato un quadro rassicurante e ottimistico del governo da lui presieduto e delle sue “coraggiose” manovre. Si è anche impegnato in alquanto azzardate previsioni di crescita per i prossimi anni. Ha, però, taciuto su due aspetti importanti. Primo, continuando ad autodefinirsi, purtroppo non contraddetto da nessuno dei giornalisti, “avvocato del popolo” non ha chiarito contro chi deve difendere il popolo. Non ha neppure detto se chi critica la situazione attuale e le scelte fatte per il popolo da Cinque Stelle e Lega sia un “nemico del popolo”. È una novità assoluta che il capo di un governo, invece di agire come guida del suo popolo, si erga a suo difensore. Tuttavia, Conte non lo difende abbastanza e neppure adeguatamente quel suo popolo. Attraverso un esageratamente protratto e faticoso dialogo con la Commissione Europea, l’avvocato Conte e i due potenti capi dei popolani italiani, vale a dire, nell’ordine, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, hanno fatto perdere non pochi soldi al popolo. Conte si è anche dimenticato di dire che la Commissione, temporaneamente disinnescata, mantiene molte riserve su una manovra che, comunque, non ridurrà il debito pubblico, pesante palla al piede per qualsiasi strategia di crescita economica, che, infatti, rimarrà mediamente più bassa di quella degli Stati-membri dell’Unione Europea.

Secondo aspetto: molto riprovevole è che l’avvocato del popolo non abbia manifestato la sua preoccupazione ed espresso una personale (auto)critica per come il suo governo ha compresso il tempo a disposizione del Parlamento per l’analisi e la valutazione della manovra e per l’umiliazione alla quale i legittimi rappresentanti del popolo, vale a dire, i parlamentari, di maggioranza e di opposizione, sono stati assoggettati. Evidentemente conoscendo poco del Parlamento e dei rapporti fra Governo e Parlamento, Conte si è piegato ai voleri del Capitano della Lega e del Capo politico delle 5 Stelle. Però, dopo avere magnificato il Contratto di governo, ha avuto un sussulto di (in)coscienza dichiarando che, forse, al Contratto bisognerà fare un “tagliando”, ovvero vedere che cosa non ha funzionato, non escludendo neppure la possibilità di un rimpasto di ministri. “Rimpasto” non è una brutta parola della Prima Repubblica. È, invece, una procedura nota e praticata in tutte le democrazie parlamentari a cominciare dalla Gran Bretagna, madre di tutte quelle democrazie, per sostituire ministri che non funzionano e ridare slancio all’attività governativa con energie fresche. Purtroppo, dato il pool di energie disponibili a Lega e, soprattutto, Cinque Stelle, “fresche” non potrà significare competenti e esperte. Conte afferma che il “suo” governo durerà cinque anni e, a quel punto, terminerà la sua avventura politica. Molti osservatori ritengono, forse illudendosi, che le elezioni europee potranno risultare una disavventura per i rapporti Lega -Cinque Stelle. Chi vivrà vedrà.

Pubblicato AGL il 30 dicembre 2018

Lega pimpante. In affanno il Movimento

Il Movimento 5 Stelle è da qualche settimana entrato in affanno. Il passaggio da ampio contenitore della insoddisfazione e della protesta, entrambe spesso giustificabili, degli italiani a componente di una coalizione di governo che deve tradurre il programma in decisioni politiche si è rivelato molto complicato. Gradualmente, ma inesorabilmente, il Movimento ha perso consensi, mentre, altrettanto inesorabilmente e continuamente, la Lega è cresciuta nei favori dell’elettorato. In parte responsabile della crescita della Lega è stato il fenomeno/problema dell’immigrazione, ritenuto il più importante da una quota molto elevata di elettori. In parte è stata la figura fisica di Salvini presente con le sue ruspe e le sue felpe un po’ dappertutto sul territorio nazionale e, quel che più conta, con una base solida e diffusa capace di amplificarne il messaggio. Il Movimento non sembra essersi reso conto che la piattaforma Rousseau può servire al massimo al suo funzionamento interno e ai suoi processi di comunicazione. Non serve, invece, in nessun modo a entrare in contatto con gli elettori, a rassicurare, spiegare, ampliare il consenso per quanto è stato fatto dal governo, a cominciare dal decreto “dignità”. In un certo senso, la politica tradizionale, quella che, tutto sommato, pratica la Lega, facendo affidamento anche su una fitta rete di amministratori locali che il Movimento ha solo in parte e che sono meno preparati, perché neofiti, dei leghisti, ha dimostrato la sua superiorità sulla nuova politica che vorrebbero i pentastellati.

Nella lunga trattativa con la Commissione Europea per la riscrittura della Legge di Bilancio, mentre Salvini ha insistito imperterrito sulla sua volontà di tenere conto anzitutto degli interessi di sessanta milioni di italiani, Di Maio si è limitato a porre l’accento sul reddito di cittadinanza che riguarderà pochi milioni di italiani. Inoltre, chi ha il compito di mediare fra la Commissione e le preferenze dei due contraenti del patto di governo, il Presidente del Consiglio Conte, vicino ai pentastellati, non ha sicuramente la presenza fisica e l’energia di Salvini e ne viene spesso offuscato. Tutti questi elementi, dalla perdita di consenso alla diminuzione della visibilità politica hanno fatto emergere le prime critiche alla leadership di Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento. Pur lasciando da parte le disavventure della ditta di famiglia e del padre, è apparso evidente che Di Maio non ha la statura del governante come Salvini. Qualche cenno di Beppe Grillo e qualche dichiarazione sparsa di aderenti al Movimento segnalano preoccupazioni. Come già accaduto nel recente passato, la figura di Alessandro di Battista ha fatto la ricomparsa dai luoghi del suo anno sabbatico di astensione dalle cariche politiche. Le esternazioni di Di Battista, che scavalcano le posizioni più moderate di Di Maio che deve tenere conto del suo ruolo di governo, indicano che un’alternativa è possibile, ma la sua stessa esistenza rischia di indebolire il Movimento.

Pubblicato AGL il 18 dicembre 2018

La democrazia che spaventa i pentastellati

Improvvisamente e inaspettatamente, si è aperto un molto delicato problema per il Movimento 5 Stelle: mettere alla prova un elemento essenziale della loro concezione di democrazia diretta e partecipata. Sul terreno della TAV dove, fra l’altro, si trova molto esposta la amministrazione pentastellata di Torino, il Capitano Salvini prima ha dichiarato di essere favorevole a quella “grande opera”, poi ha aggiunto “se la sbroglino i cittadini con un referendum”. Il Sottotenente Di Maio, noto sostenitore della democrazia partecipata, ha subito replicato che i referendum li debbono chiedere i cittadini, non un ministro, il che è solo parzialmente vero. Infatti, autorizzato dal Parlamento, i referendum li può chiedere anche il governo, come fu nel 1989 per il referendum, certo, consultivo: “volete dare più poteri al Parlamento Europeo?” (quesito approvato dall’88 per cento, affluenza alle urne dell’80 per cento degli aventi diritto). Poi, Di Maio ha glissato evitando di spiegare perché non siano proprio gli elettori delle Cinque Stelle nella Valle di Susa e a Torino a dare inizio alla raccolta delle firme.

Nella vicina Liguria, il governatore Giovanni Toti (Forza Italia, ma molto vicino alla Lega) ha sfidato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti il pentastellato Toninelli a fare un referendum sulle Grandi Opere, compresa la Gronda intorno a Genova, aggiungendo “chi perde si dimette”. La risposta di Toninelli, “il referendum lo debbono chiedere i cittadini”, è stata molto evasiva, ma proprio per questo rivelatrice.

Vero è che referendum del genere di quello chiesto da Salvini e da Toti presentano molti problemi. Per esempio, a quello sulla TAV, supponendo che lo chiedano gli abitanti della Val di Susa che sono i diretti interessati, chi sarà ammesso a votare: solo i residenti oppure anche i proprietari di seconde case per la villeggiatura e coloro nati in Val di Susa che colà hanno parenti, ma non vi abitano più, oppure ancora tutti i torinesi, tutti i piemontesi? Ma, se l’opera è di interesse nazionale, non dovrebbe il referendum coinvolgere tutto l’elettorato italiano? Un discorso simile vale anche per il referendum chiesto da Toti. Infatti, sia il Ponte Morandi sia la Gronda, una “bretella” per alleggerire il traffico che grava su Genova, interessano non solo i genovesi e, più in generale, i liguri, ma, da un lato, tutti coloro che ritengono che quelle opere sono necessarie a un paese moderno e dinamico, e, dall’altro, coloro che alle grandi opere si oppongono (questa è la posizione assunta ufficialmente da lungo tempo dal Movimento 5 Stelle). Adesso, emergono le loro contraddizioni. Sembra proprio che i vertici delle Cinque Stelle temano di dare voce ai cittadini e di ascoltarne le preferenze. La democrazia “diretta” la stanno interpretando come democrazia da loro diretta, non come democrazia nella quale i cittadini si esprimono direttamente senza mediazioni.

Pubblicato AGL il 13 dicembre 2018

 

Cavalli di battaglia senza fiato #manovra

“Uno per cento, tre per cento, due percento. Non importa basta che la manovra sia approvata così com’è” (Luigi Di Maio, Vice-Presidente del Consiglio e Ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico). Non mi occupo di numerini”, di “decimali“ (Matteo Salvini, Vice-Premier e Ministro degli Interni). “Il dialogo con la Commissione Europea continua intenso” (Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio). Nessuna dichiarazione degna di nota da Giovanni Tria, Ministro dell’Economia che molti danno già sulla via della fuoruscita in un eventuale rimpasto, deprecabile rito della Prima Repubblica, secondo il M5S che evidentemente nulla sa dei “rimpasti” di altri governi parlamentari a cominciare da quello britannico. Nel frattempo, la manovra economica sarà votata alla Camera dei deputati con la fiducia su un maxiemendamento del governo. Poi, passerà al Senato dove sono già stati preannunciati, ma non precisati, alcuni cambiamenti significativi, anche, forse, tenendo conto delle obiezioni fatte, comunicate, ripetute, non cambiate di una virgola dalla Commissione europea.

Se non cambiano i numerini italiani e quei decimali, circa 8, che misurano la distanza fra quel che Di Maio e Salvini vogliono fare, ma Tria non riesce a fare (e Conte non riesce a negoziare, probabilmente anche poiché i Commissari europei pensano, ma non si permetterebbero mai dire, che sia un due di picche), la Commissione inizierà la procedura d’infrazione. Mentre gli imprenditori protestano poiché il paese è fermo in termini di investimenti e attendono di sapere che cosa sbucherà fuori dalla manovra, Di Maio e Salvini insistono sui rispettivi cavalli di battaglia: reddito di cittadinanza e quota cento per cambiare la riforma delle pensioni che porta il nome di Elsa Fornero. Il reddito di cittadinanza non lo si attuerà da subito poiché mancano i dati relativi ai possibili percettori e gli strumenti, a cominciare dalla famosa card che dovrebbe rendere impossibili alcune spese voluttuarie. Neppure la legge Fornero può essere cambiata subito, poiché, anche se non si è candidato alle elezioni (la credenziale populista che Salvini vorrebbe imporre a chiunque in ruoli d’autorità critica il governo), il Presidente dell’INPS Tito Boeri ha messo in guardia dalle conseguenze amministrative, i conti su anzianità e anni di lavoro, e economiche destinate a durare nel tempo appesantendo il bilancio dell’INPS.

La tranquillità apparente con la quale Conte rassicura gli italiani di cui lui sarebbe l’avvocato, sua memorabile interpretazione del compito di capo del governo, cozza contro la durissima lezione dei numeri. Che lo spread sia stabile non toglie che rimane notevole nei confronti del rendimento dei Titoli di Stato tedeschi. La stabilità deriva dalla perplessità degli operatori economici, investitori e speculatori, che si riservano di vedere che cosa succederà. Insomma, per dirla con Dante, che se ne intendeva, siamo un po’ tutti come “color che son sospesi”. Sotto c’è il baratro, l’inferno.

Pubblicato AGL il 7 dicembre 2018