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Le promesse sulla legge elettorale #OscuriDesiderideiPolitici
Care (e)lettrici e (e)lettori che sulle spiagge fra un bagno e l’altro e fra una bibita e un gelato vi chiedete con quale legge si andrà a votare, prestate un po’ di attenzione anche saltuaria a quel che dicono i politici. Vogliono farvi credere che preparano una legge buona per voi e per il sistema politico che diventerà finalmente governabile. È l’oggetto di loro oscuri desideri. Per metà non sanno di cosa parlano poiché i meccanismi elettorali hanno sempre qualche elemento di complessità che sfugge loro, per l’altra metà, manipolano.
Primo punto, non credete a chi vi dice che purtroppo stiamo tornando alla proporzionale. Il ritorno è avvenuto già nel 2005 con la legge del centro-destra nota come Porcellum e sarebbe continuato con l’Italicum (non casualmente gradito anche a Berlusconi), entrambe leggi proporzionali “distorte” da un premio di maggioranza. I critici del ritorno, in realtà, desiderano non una legge elettorale maggioritaria come l’inglese o la francese, entrambe applicate in rischiosissimi collegi uninominali, ma un premio di maggioranza per trasformare un consenso elettorale del 30/40 per cento di voti in un gruppo parlamentare con 54 per cento di seggi. Meglio di no, meglio non stravolgere artificialmente la rappresentanza proporzionale, visto anche che né con Berlusconi né con Renzi al governo abbiamo avuto stabilità e efficacia decisionale.
Secondo, è’ tornato in auge, ma non sono sicuro lo sia davvero mai stato, il sistema elettorale tedesco che, con buona pace del Direttore de “Il Foglio” e di troppi altri, non è un proporzionale “puro” non foss’altro perché ha una bella clausola del 5 per cento per accedere al Parlamento. Allo stato dei consensi rilevati da tutti i sondaggisti, quella clausola escluderebbe dal Parlamento Angelino Alfano, Giorgia Meloni, il Movimento Democratico Progressista. Otterrebbero seggi il PD, il Movimento Cinque Stelle, Forza Italia e la Lega Nord (no, non sono sicuro che questa sarà la graduatoria). Sono sicuro che qualsiasi premio di maggioranza fantasiosamente inserito nel sistema tedesco lo snaturerebbe e imporrebbe di chiamarlo in un altro modo.
Terzo, sotto traccia tutti sanno, più di chiunque lo sanno i parlamentari, che quello che interessa davvero sia a Berlusconi sia a Renzi è avere il potere di nominare i propri parlamentari. Il sistema davvero tedesco elegge metà dei parlamentari in collegi uninominali, anche per questo i due leader ne vorrebbe una correzione/stravolgimento. Quanto alla reintroduzione delle preferenze per dare agli elettori un po’ di potere nell’elezione dei parlamentari, è alquanto offensivo per gli italiani sostenere che il voto di preferenza è veicolo di corruzione come se i parlamentari in carica dal 2013, nessuno eletto con voti di preferenza, non fossero incappati in molti casi di corruzione e di altri reati connessi.
Soprattutto, alza la voce Matteo Renzi, quarto punto, niente coalizioni. Lui sostiene che la coalizione la fa(rà) con i cittadini. Peraltro, il governo che Renzi ha guidato da febbraio 2014 al dicembre 2016 era un classicissimo governo di coalizione: Partito Democratico, Scelta Civica, Nuovo Centro Destra. Quel che più conta, però, è che la politica è proprio l’arte di fare coalizioni anche di governo. Non sarà mica un caso se tutte le democrazie parlamentari dell’Europa occidentale, ma anche la democrazia semipresidenziale francese, hanno governi di coalizione? Aggiungo che tutte queste democrazie, ad eccezione di Gran Bretagna e Francia, usano da molto tempo, alcune da sempre, leggi elettorali proporzionali.
Allora, concludo, il compito per le vacanze dei politici che non ne sanno abbastanza e per quelli che fanno furbesche manipolazioni è: non inventatevi nulla. Avete già dato molto e male. Studiate le leggi elettorali europee per importarne il meglio. Al momento opportuno gli elettori vi valuteranno anche con riferimento alla legge con la quale saranno costretti a votare (o no).
Pubblicato AGL 8 agosto 2017
Gli abbracci fuori programma
Chi può resistere alle emozioni che suscita l’abbraccio spontaneo di Giuliano Pisapia a Maria Elena Boschi? alle di lui braccia protese mentre le si avvicina accelerando il passo e sorridendo? Sostiene il Pisapia che nella sua giornata politica abbraccia molte persone e che le critiche rivoltegli sono come minimo surreali. Non tutte le persone sono tanto abbracciabili quanto l’attuale sottosegretaria Boschi, rimasta aggrappata a una carica di governo dopo la sconfitta clamorosa delle riforme costituzionali, che erano anche molto responsabilità sua, e che ha aspramente criticato i fuorusciti dal PD i quali, incidentalmente, dovrebbero costituire buona parte di coloro che entreranno nel Campo progressista di Pisapia. Il fatto è che Pisapia ha la facoltà di abbracciare chiunque desideri, ma, a loro volta, coloro che vedono quegli abbracci hanno il diritto di giudicare tutto quello che il body language, il linguaggio del corpo comunica (in quel caso un trasporto sicuramente eccessivo e politicamente rilevante). Che l’abbraccio Pisapia-Boschi abbia ottenuto tanto spazio e suscitato dibattito è perché, fino ad oggi, è stato la cosa più concreta dell’operazione Campo progressista. Adesso, che Pisapia abbia deciso di non incontrare Roberto Speranza, il coordinatore di Articolo 1-Mdp, perché da loro è stato criticato, è indice di eccessiva suscettibilità che, politicamente, non promette nulla di avanzato. Per andare avanti bisogna anche sapere criticare gli errori del passato, e il PD ne ha commessi, per non riprodurli. Il Campo progressista non è una tabula rasa. Chi lo frequenta ha una storia di cui tutti debbono tenere conto, anche criticandola.
Detto che l’operazione meno concreta, ma già acclarata, è la curiosa rinuncia preventiva di Pisapia alla leadership dello schieramento che sta costruendo del quale sostiene di volere agire come federatore, tutto il resto è oscuro e confuso. Un campo dovrebbe avere, se non un perimetro chiaramente delineato, almeno un’estensione di massima alla quale si mira. Pisapia si muove, per così dire, quasi a tutto campo in un vago ambito definito di centro-sinistra. Sembra un predicatore ecumenico, intenzionato a richiamare e raccogliere tutte le sparse membra delle sinistre italiane (uso deliberatamente il plurale) che si agitano in maniera un po’ scomposta sul territorio, mentre di centro se ne vede poco a meno che non sia il grosso del PD di Renzi. Quale sia il principio unificatore non è ancora stato detto. Alcuni esponenti delle sparse membra vorrebbero che fosse un chiaro “no” alla leadership di Renzi, non nemico da odiare né usurpatore, ma ostacolo a una riaggregazione su basi non troppo diseguali. Ovviamente, questo “no” dovrebbe estendersi anche ai collaboratori più stretti del segretario fra i quali figura la Boschi, dunque, a maggior ragione, non abbracciabile. Se il PD è l’interlocutore del Campo progressista non deve esserne né l’unico né quello privilegiato.
I nostalgici dell’Ulivo continuano a pensare, forse, oggi, alquanto utopisticamente, che nella società italiana si trovino numerosi gruppi, associazioni, movimenti disponibili ad attivarsi. Vero o no, il Campo progressista non sembra avere finora fatto molto per suscitare le energie e la vitalità di questo pezzo, di indefinibile importanza, della società. “Il programma, il programma, il programma” è sempre stato il mantra delle sinistre che, poi, per provare a se stesse prima ancora che ai loro interlocutori, i cittadini, finivano per valutare la qualità del programma dalla sua lunghezza. Vincitore indiscusso fu il programma dell’Unione di Romano Prodi: 281 pagine dove c’è quasi tutto, comprese non poche contraddizioni, e che non ha poi condotto a nessuna esemplare “governabilità”. Finora da Pisapia, dal suo Campo e dai suoi frequentatori non s’è visto niente. Il rischio è che il programma finisca per abbracciare troppa roba e per essere la sommatoria delle proposte, delle promesse, delle priorità “irrinunciabili” di tutti i partecipanti e che non raggiunga quegli elettori che vorrebbe sentirsi raccontare soluzioni praticabili, qui e quasi subito.
Pubblicato AGL 26 luglio 2017
Il sistema corrotto che ci infetta
Poco importa se a Roma Carminati, Buzzi e altri abbiano dato o no vita a un’associazione a delinquere di stampa mafioso. Quello che conta è che le loro attività sono state scoperte e che organizzatori e protagonisti sono stati condannati. Certo, non sarà facile per Roma togliersi di dosso l’etichetta “Mafia Capitale”, ma non è un problema di parole. Purtroppo, è qualcosa che affonda le sue radici nel contesto romano e che deriva da quello che è, e forse è sempre stata, la politica in Italia. Non si può e non si deve dimenticare il famoso titolo dell’inchiesta di Manlio Cancogni pubblicata nel 1955 sul settimanale l’Espresso “Capitale corrotta nazione infetta”. La condanna di coloro che si definivano il “mondo di mezzo”, veri procacciatori di affari, operanti fra gli amministratori del comune, la burocrazia romana e imprenditori e cooperative dei più vari generi non può oscurare che quasi negli stessi giorni, ieri e, quasi sicuramente, anche domani altri casi di rapporti che mi limiterò a chiamare impropri sbucavano un po’ dappertutto sul territorio dello stivale. Per quanto ci sia da rallegrarsi per l’operato dei magistrati, anche se, talvolta, manifestano difformità di giudizi non del tutto spiegabili, c’è molto più da dolersi dello stato della politica, locale e nazionale. Se tutte le classifiche internazionali da qualche decennio pongono l’Italia in posizioni elevate quanto alla corruzione politica, cioè dicono che la politica è corrotta, che chi vuole entrare in contatto con i politici sa che cosa deve aspettarsi, che cambiano i politici, persino le generazioni, ma non si vedono miglioramenti, allora il tempo è venuto per la richiesta di soluzioni che vadano al cuore del problema.
Quando i partiti erano forti, i politici giustificavano il loro appropriarsi di risorse per finanziare il partito, l’organizzazione, lo spesso ipertrofico apparato. Il finanziamento statale avrebbe dovuto porre fine al fenomeno. Invece, partiti indeboliti e in molti luoghi sostanzialmente inesistenti, da un lato, non sono in grado di controllare i comportamenti dei loro esponenti e di eliminare rapidamente le cosiddette mele marce; dall’altro, diventano facile preda di persone e gruppi che li usano non soltanto come ascensore per il potere politico, ma come strumento per l’arricchimento personale. Il fenomeno non si limita al livello locale, naturalmente. Anzi, dal livello municipale e regionale, politici di successo si affacciano al Parlamento arrivando, fra favori, scambi, uso di risorse di neanche tanto dubbia origine, persino al governo. Diventano, in questo modo, troppo forti perché un debole raggruppamento possa privarsi di loro, dei soldi che portano, dei rapporti che hanno intessuto, delle reti elettorali che hanno costruito e alimentato. Il fenomeno potrebbe essere contenuto se i burocrati fossero in grado di resistere alle pressioni e, spesso, alle minacce. Se si sentissero protetti e non a rischio di perdere il posto e di terminare la carriera. Sarebbe anche possibile ipotizzare un mondo virtuoso nel quale le associazioni di imprenditori e operatori economici escludessero dai loro ranghi e bandissero tutti coloro che competono non usando qualità e efficienza, ma “entrature”, favoritismi, corruzione. Qui sì la moneta cattiva scaccia quella buona, ma perché chi opera secondo le regole non sente il bisogno di denunciare chi quelle regole platealmente viola?
È vero, ho descritto non “il mondo di mezzo”, ma un altro mondo. Non è, però, un mondo utopistico, irrealizzabile, che non esiste da nessuna parte. Anzi, statistiche più che decennali rivelano che sono proprio le democrazie meno corrotte, senza nessuna sorpresa tutte quelle dei paesi nordici e degli Stati anglosassoni, con gli USA in coda, a presentare gli indici più elevati di qualità della politica e della vita. Per entrare in quel mondo e rimanerci serve uno sforzo collettivo, a cominciare proprio dalla classe politica e a continuare con i cittadini esigenti, vigili, intransigenti. Non è solo la capitale ad essere corrotta, ma il paese che può essere migliorato/salvato esclusivamente con uno sforzo collettivo, intenso, coordinato. Ne siamo molto lontani.
Pubblicato AGL 22 luglio 2017
Il garantismo e l’etica che manca
Siamo tutti garantisti? No, in effetti, proprio no. Molti italiani pensano che ‘sta roba del garantismo sia l’ennesima trovata dei politici per difendere se stessi e i loro amici. Qualche volta quei politici sono anche disponibili a difendere gli amici dei loro avversari sperando che il favore venga prima o poi, meglio presto, restituito. Il che puntualmente avviene con i politici “in trincea” a respingere i magistrati e a contrattaccare. Trovano, anche qui uso il politichese, una sponda da parte dei troppi italiani che hanno avuto esperienze sgradevoli con la (lentezza della) giustizia, e quindi sono inclini ad attribuire tutte o quasi le responsabilità ai magistrati e vorrebbero fargliela pagare. Queste motivazioni incrociate, ciascuna contenente una parte, spesso piccola e variabile, di verità inquina oramai da quasi trent’anni i rapporti fra magistratura e politica, molto più che in qualsiasi altro paese europeo. Non mancano, ovviamente, episodi di politici europei accusati di misfatti e poi riabilitati. Sono, comunque, molto pochi di numero, ma come non rallegrarsi quando i magistrati riconoscono i loro errori magari grazie a prove sopraggiunte? In questi casi, la giustizia avrebbe davvero fatto, positivamente, il suo corso.
La differenza fra il caso italiano e la maggior parte degli altri paesi europei è che, raggiunti da un avviso di garanzia o strumento giudiziario simile, i politici europei quasi sempre lasciano il loro posto. In Italia, quando, ma è rarissimo, i politici inquisiti lasciano la carica che ricoprono, offrono come giustificazione il “potersi difendere meglio”. Ecco, questo è proprio il punto. Possiamo dedurne che i politici che rimangono ostinatamente nel loro seggio in Parlamento, nella loro carica di sottosegretario o ministro, lo facciano proprio perché grazie al potere che deriva dalle loro posizioni possono effettivamente “difendersi ‘molto’ meglio”? Il garantista non può davvero accettare che gli inquisiti e meno che mai i condannati in primo grado rimangano impunemente nelle loro cariche. Un conto è considerare innocenti fino alla sentenza definitiva gli inquisiti e i condannati in primo grado. Un conto molto diverso è consentire loro di trarre vantaggi, incommensurabili, dalle cariche che ricoprono. Qui, al garantismo sarebbe opportuno aggiungere qualcosa. La chiamerò deontologia, ma soltanto poiché etica suona al tempo stesso pomposa e troppo esigente.
Deontologia significa principi di comportamento ai quali attenersi, valori. Se c’è un po’ di etica in politica (ma anche in economia), coloro che operano nell’uno e nell’altro ambito sanno che esistono comportamenti semplicemente inaccettabili che, sosterrebbero gli anglosassoni (prima dell’avvento di Trump), non si fanno. Gli “avvisati” e gli inquisiti lasciano la carica, di partito o elettiva, si sospendono fino a quando saranno dichiarati non colpevoli. In questo modo non coinvolgono il loro partito e non gettano discredito sull’assemblea elettiva: parlamento, consigli regionali o municipali, di cui fanno parte. Con un codice di comportamento rigoroso si eviterebbero ipocrisie, diatribe, scambi di favori e, non da ultimo, situazioni nelle quali i famosi pesci grossi spesso la scampano e i piccoli vengono divorati. Conosco anche l’obiezione dei politici che parlano di magistrati che fanno politica e di giustizia a orologeria e che sostengono che è loro dovere rimanere nella carica alla quale sono stati eletti (in Italia dal 2006 a oggi “nominati”) da migliaia di cittadini ai quali danno rappresentanza politica. Allora, concludo, perché non prendere atto che per il sistema politico, per l’autonomia e dignità della politica, è di gran lunga preferibile, come pochissimi hanno fatto, che i politici si difendano, non dall‘eventuale processo, ma nell‘ancora più eventuale processo? Avvisati, inquisiti, condannati in primo grado: tutti da ritenersi non colpevoli fino alla sentenza definitiva, nessuno, però, in grado di usare la propria carica per difendere meglio se stesso, i suoi collaboratori, i suoi sponsor. Qui sta il “garantismo”, nel non fare un uso improprio del potere politico (e economico).
Pubblicato AGL il 15 luglio 2017
Coalizioni e programmi non sono divergenti
Non soltanto perché, improvvisamente privati della diretta streaming, modalità alquanto populista di diffondere informazione politica, non a caso originata dalle Cinque Stelle, sentiamo che quanto succede nel Partito Democratico non sono soltanto “affari loro”. Non possiamo disinteressarci del PD né adesso, poiché è il maggiore partito del governo guidato da un suo esponente, né nel corso della campagna elettorale prossima ventura, poiché avrà la possibilità di dettare l’agenda, né, infine, a votazioni concluse poiché, comunque vada, continuerà a essere un protagonista. Vorremmo, però, vedere adesso un dibattito meno acrimonioso e pieno di risentimenti, meno accuse riguardanti il passato e meno sospetti sul futuro. Ancora una volta Renzi non s’è curato delle minoranze e ha imposto la sua visione: “vocazione maggioritaria” e nessuna coalizione. La vocazione maggioritaria per me è sempre stata qualcosa di misterioso già quando la utilizzò, senza molto successo, Walter Veltroni. Tutti i partiti medio-grandi si pongono l’obiettivo di conquistare la maggioranza. In pratica, soltanto pochissimi di loro ci sono riusciti nel passato e prevedo che sarà sempre più difficile nel futuro. En marche di Emmanuel Macron è l’eccezione che conferma la regola. Nelle democrazie parlamentari di ieri (Italia inclusa alla grande), di oggi (che ricomprende il governo italiano attuale) e di domani, previsione facilissima, nessun partito sarà in grado di conquistare da solo la maggioranza assoluta dei seggi. Non potrà, quindi, governare da solo -salvo in governi di minoranza con appoggi esterni. Vecchia politica? Prima Repubblica? Anche, ma governi di minoranza sono esistiti nelle “vecchie” monarchie svedesi e norvegesi e, persino, in Gran Bretagna, nella patria del parlamentarismo, del maggioritario, del bipartitismo che fu (e che ha molte difficoltà nel tornare a essere). Dunque, la richiesta dei ministri Dario Franceschini e Andrea Orlando che si discuta di coalizioni ha più d’un fondamento. Non è affatto, come ha irriso Renzi, un ritorno ai caminetti e non è assolutamente vanificata dall’esistenza di un segretario che ha ottenuto 1.275 mila voti (non due milioni) in quelle che sono state le meno partecipate votazioni per il segretario del PD dal 2007 a oggi. Parlare di coalizioni agli elettori italiani non significa annoiarli, ma indicare loro che cosa il prossimo governo a partecipazione, probabilmente anche guida, PD desidererebbe e vorrebbe fare. Leggi controverse come lo jus soli sarebbero state discusse e concordate prima consentendo all’elettorato di valutarle. Le coalizioni sarebbero più rappresentative dell’elettorato e delle sue preferenze. Certo, chi guiderà un governo di coalizione dovrà, ecco il politichese, “farsi carico” delle esigenze dei partiti contraenti, ma così si fa in tutte le democrazie parlamentari europee dove, talvolta (oggi sia in Germania sia in Austria) si formano e durano governi di Grande Coalizione. Dunque, quali coalizioni con quali obiettivi sono ritenute possibili e praticabili dal Partito Democratico è qualcosa che molti elettori vorrebbero sentirsi “narrare” dal segretario Renzi. Se, poi, qualcuno dentro il PD e nei suoi folti gruppi parlamentari alla Camera, ma anche al Senato volesse dire qualche, preferibilmente buona, parola su quell'”oscuro oggetto del desiderio” (mio omaggio al maestro Buñuel) che è la legge elettorale, allora il PD potrebbe credibilmente vantarsi di svolgere una funzione nazionale. Non conosco nessun paese democratico al mondo nel quale politici e cittadini a otto-nove mesi dal voto non avessero la benché minima idea della legge elettorale con la quale chiederanno e daranno il voto. La soluzione non si trova nei caminetti. Malauguratamente, non è stata né prospettata né richiesta nelle votazioni per il segretario del PD. Esaurite le formulette e i pasticciotti nostrani, è tempo di guardare al di là delle Alpi e, senza furbescamente manipolare, imitare: Europaeum.
Pubblicato AGL il 10 luglio 2017
Caso Vaccini. Il peso della responsabilità
Sono arrivati tempi molto duri per la scienza in diverse parti del mondo, le cui conquiste vengono negate attraverso la manipolazione dell’ignoranza dei cittadini e lo sfruttamento di superstizioni antiche e moderne. Alcuni giorni fa, la Turchia del Presidente Erdogan ha deciso di procedere all’insegnamento del creazionismo nelle scuole negando, di conseguenza, la scientificità del darwinismo, dell’evoluzionismo. Da un paio di decenni, peraltro, anche in non pochi degli Stati del Sud degli USA, diverse confessioni religiose premono affinché il creazionismo sia ammesso a pieno titolo come materia d’insegnamento nel curriculum di studi. Triste è questa tendenza, diseducativa e, nel medio termine, almeno altrettanto pericolosa di quella di coloro che si oppongono alle vaccinazioni. Vantando evidenze scientifiche di molto dubbia o, più spesso, inesistente validità, i cosiddetti No vax, sostengono che i vaccini contro le malattie infettive e contagiose, soprattutto, ma non solo quelle dei bambini, sono pericolosi per la salute e per la vita a cominciare proprio da quei bambini. Dunque, li rifiutano.
Tralasciando temporaneamente che in Italia si sono già verificati numerosi casi di decessi di bambini che, se vaccinati, non avrebbero contratto la malattia, ad esempio, ma non solo, il morbillo, è imperativo riflettere su tre elementi che finora non sono stati sufficientemente presenti nel dibattito pubblico italiano. Il primo elemento è che, grazie ai vaccini scoperti e utilizzati negli ultimi settanta-ottanta anni quasi tutte le malattie infettive e contagiose sono state debellate oppure, quantomeno, drasticamente ridimensionate. Sul punto, l’evidenza scientifica è monumentale e inoppugnabile.
Secondo, chi si oppone alle leggi della Repubblica che rendono obbligatori i vaccini sta dichiarando con il suo comportamento che l’art. 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” è sistematicamente violato dalle autorità, governo e parlamento. Infatti, logicamente, chi segue i No Vax ritiene che la Repubblica non stia affatto tutelando la salute dei suoi cittadini, in particolare, dei più indifesi, vale a dire, i bambini, ma, al contrario, la stia mettendo sistematicamente in pericolo proprio attraverso l’obbligo di vaccinazione. Qualcuno potrebbe anche, di conseguenza, chiedere ai No Vax di intraprendere azioni legali contro le autorità repubblicane ai vari livelli. Saranno poi i tribunali della Repubblica a chiedere che sia presentata da tutte le parti la necessaria evidenza scientifica a supporto.
Infine, qualcuno potrebbe, in via di principio, anche essere d’accordo sulla libertà dei singoli di opporsi ai vaccini così come a qualsiasi modalità di accanimento terapeutico, naturalmente, attendendosi coerenza dai No Vax anche per quel che riguarda le norme sul fine vita. Qui, però, siamo di fronte ad una situazione nella quale sono i genitori a decidere per i figli, sui figli, costretti a subire le conseguenze di quanto deciso per loro, che potrebbero essere letali. Questo già rende difficile affermare egoisticamente “affari loro”. Di più, che è, a mio parere, il passaggio più importante, chi non vaccina i propri figli non mette a rischio esclusivamente la loro incolumità. Attraverso il possibile/probabile contagio che, amplificato dalla vita in una società aperta e mobile, potrebbe condurre a devastanti epidemie, saranno messe in pericolo la salute e l’incolumità di tutti coloro che casualmente entreranno in contatto con bambini infettati perché non vaccinati. Esiste, cioè, una responsabilità sociale enorme a carico di coloro che decidono, violando la legge, di non vaccinare i loro figli. I No Vax finiscono per mettere, più o meno consapevolmente, a repentaglio non solo la vita dei loro figli, ma quella dei figli degli altri. Questo, la Repubblica, che siamo noi tutti, cittadini, non può davvero consentirlo.
Pubblicato AGL il 6 luglio 2017
Parlamentari a lezione dai francesi
Guardare con invidia ai risultati elettorali francesi e sostenere che in Italia tutto questo sarebbe stato conseguibile con le riforme renzian-boschiane e l’Italicum significa non sapere e non capire nulla né delle forme di governo né delle leggi elettorali. Il semi-presidenzialismo francese si fonda sull’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica. Poiché è assolutamente improbabile che un candidato ottenga la maggioranza assoluta al primo turno si va al ballottaggio fra i due candidati che hanno ottenuto più voti. Il ballottaggio che, inevitabilmente, bipolarizza la competizione, non dà premi in seggi, ma attribuisce la carica. Il grande merito di Macron è stato quello di avere fatto campagna elettorale su una tematica fortemente bipolarizzante: “Europa Sì/No”, conquistando voti dai gollisti, dai centristi, dai socialisti. Nelle elezioni legislative, l’effetto di trascinamento della sua vittoria presidenziale è stato meno grande delle previsioni, ma sufficiente a consegnare la maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale ai parlamentari eletti del suo schieramento: La République en Marche.
Il 75 per cento dei deputati non hanno fatto parte dell’Assemblea eletta nel 2012. Quindi c’è stato un enorme rinnovamento favorito dal sistema elettorale a doppio turno nei collegi uninominali. Gli elettori che sono andati alle urne (l’unico neo della vittoria de La Rèpublique en Marche è il tasso di astensionismo giunto addirittura al 57 per cento) sono riusciti a dare al Presidente una maggioranza assoluta, 308 seggi su 577, ma non hanno, come si temeva, fatto scomparire l’opposizione. Il doppio turno nei collegi uninominali consente agli elettori non soltanto di valutate la personalità del candidato/a, le sue qualità, eventualmente, la sua capacità di rappresentanza, ma anche al secondo turno di votare in maniera strategica, vale a dire di scegliere candidature che operino come contrappeso al Presidente e alla sua maggioranza. È un fenomeno verificatosi più volte nella storia della Quinta Repubblica, in maniera più evidente in occasione della vittoria presidenziale di Sarkozy nel 2007. Insomma, il semipresidenzialismo francese è riuscito fino ad oggi a consentire la formazione di maggioranze di governo, talvolta coalizioni, dando significativo potere agli elettori (incidentalmente, due voti “liberi”, debbo proprio scriverlo, sono più efficaci di uno), rendendo possibile l’alternanza, ma anche favorendo la ristrutturazione del sistema dei partiti.
Il Presidente socialista François Hollande non si è ricandidato nella consapevolezza, corroborata dai sondaggi, che sarebbe andato incontro ad una sonora sconfitta, poi subita dai candidati del suo partito. Ecco, il semi-presidenzialismo francese e la legge elettorale a doppio turno nei collegi uninominali consentono una chiara attribuzione di responsabilità ai detentori delle cariche con gli elettori messi in condizione di premiarli/punirli proprio a seconda delle loro “prestazioni”. Nulla di tutto questo sarebbe stato possibile con le riforme italiane sconfitte dal referendum e con la legge elettorale dichiarata in più punti incostituzionale. Ridicoli sono, pertanto, le sommarie e semplicistiche comparazioni che proliferano sulla rete e nelle dichiarazioni dei parlamentari italiani ai quali è lecito chiedere di imparare qualcosa. Cambiare forma di governo è, naturalmente, un’operazione difficilissima, ma non impossibile. Però, la legge elettorale che il Parlamento deve, comunque, formulare potrebbe ispirarsi al doppio turno francese: più potere agli elettori, rappresentanza politica assicurata nei collegi, spinta alla formazione di coalizioni che daranno vita a governi. Questi sono gli elementi caratterizzanti la dinamica politica francese che è giusto invidiare, che è possibile imitare. Fuori dal chiacchiericcio su occasioni sprecate, che mai furono tali, e proposte che mai sono state fatte. Macron mette in cammino la Francia, mentre i capi dei partiti italiani e i loro parlamentari rimangono in stallo.
Pubblicato AGL il 20 giugno 2017
La voglia di voto e i mezzi silenzi del Colle
In via di principio non esiste nessuna relazione pericolosa fra l’approvazione di una nuova e indispensabile legge elettorale e l’indizione di elezioni anticipate. Basterebbe riflettere, cosa che nessuno dei protagonisti sta facendo, sull’unico motivo politicamente e costituzionalmente valido per sciogliere il Parlamento prima della sua scadenza naturale (fine febbraio 2018): quando non esista più un governo sostenuto da una maggioranza parlamentare in grado di funzionare. Non sembra questa la situazione del governo Gentiloni rispetto al quale, anzi, ripetutamente, il segretario del Partito Democratico continua ad affermare, però, in maniera un po’ contorta, il suo sostegno. Certo, in nome della governabilità che gli è sì cara, Matteo Renzi non dovrebbe rendersi responsabile di fare cadere tre governi guidati da esponenti del PD (Letta, il suo, Gentiloni) nella stessa legislatura. Ma, si sa, non c’è il due senza il tre. È possibile contrastare questo detto rilevando, lo stanno facendo in molti, che esistono importanti leggi da approvare, quantomeno quelle contro la tortura e per il testamento biologico, ma soprattutto la Legge di Stabilità. Non sembra, però, sufficiente a fare desistere coloro che vogliono elezioni anticipate a prescindere da qualsiasi considerazione: è la posizione apertamente dichiarata di Matteo Salvini, di Silvio Berlusconi e di Beppe Grillo. Forse Renzi aspetta un incidente di percorso del governo Gentiloni che gli tolga le castagne dal fuoco offrendo lo spunto migliore al Presidente Mattarella per, come si dice con un’espressione davvero sgradevole, “togliere la spina al Parlamento” e aprire la campagna elettorale. Si voterebbe, sconfiggendo con una agguerrita campagna elettorale il Generale Ferragosto, alla fine di settembre. Qualcuno addirittura, anche se la nuova legge elettorale italiana non ha quasi più nulla a che vedere con quella vigente in Germania, evoca il 24 settembre, data già fissata per le elezioni del Bundestag tedesco, regolarmente in carica per l’intero suo mandato quadriennale.
Tutte queste voci hanno fatto perdere la pazienza a Napolitano il quale, pure, è responsabile di avere dato a Renzi l’incarico di capo del governo nel febbraio 2014 e di averne sostenuto con ripetuti interventi le riforme costituzionali e il relativo referendum. Non è solo la delusione profonda nel segretario del PD che motiva Napolitano, ma la sua consapevolezza che qualsiasi campagna elettorale anticipata avrebbe un costo elevatissimo per l’Italia in termini economici — è già cresciuto lo spread con i titoli tedeschi–, e in termini di credibilità. Quali impegni possono “credibilmente”, ad esempio, agli occhi della Commissione Europea, dei singoli Commissari e degli operatori economici internazionali, prendere Gentiloni e Padoan se è molto probabile che fra qualche settimana diventino “anatre zoppe” (come i Presidenti USA a fine mandato) e fra pochi mesi non saranno neppure più al governo? Per di più, la grande maggioranza dei commentatori ripete da tempo due considerazioni sull’esito elettorale: non sarà affatto facile formare un nuovo governo; sarà un governo di coalizione fra il PD di Renzi e Berlusconi (per molte ragioni un esito nient’affatto rassicurante per gli investitori stranieri e per le autorità europee).
Temo che il chiacchiericcio sulle elezioni anticipate abbia, comunque, già fatto molti e irreversibili danni. I cosiddetti “quirinalisti” offrono diverse interpretazioni del silenzio del Presidente Mattarella: è pronto a dare il via libera allo scioglimento oppure tace sperando che la finestra temporale dello scioglimento anticipato si chiuda da sola. Credo, invece, che il Presidente che, secondo l’art. 87, “rappresenta l’unità nazionale”, dovrebbe fare sapere con solennità, ovviamente nelle forme e nei modi che preferisce, che l’interesse nazionale sta molto al disopra del miope tornaconto dei singoli partiti e dei loro dirigenti. Quella che sta arrivando è un’occasione da manuale per l’esercizio della moral suasion, anzi, della dissuasione morale, argomentata, anche in un messaggio alle Camere, affinché serva da lezione costituzionale.
Pubblicato AGL 8 giugno 2017