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Chi fa i conti senza l’oste

“Fare i conti senza l’oste”. Dirigenti di partito, commentatori italiani e straneri, sondaggisti vari sono coloro che fanno i conti. Nel frattempo, l’oste, vale a dire l’elettorato italiano, è in tutt’altre faccende affaccendato: lavora o cerca un lavoro, studia, si occupa dei figli e, magari, dei genitori a carico. Ha poco tempo per pensare alla politica e ancora meno tempo per leggere indiscrezioni, gossip, retroscena. Si sta comunque facendo un’opinione di massima che il 4 marzo tradurrà in un voto oppure in un’astensione motivata e spesso irritata. Solo molto tangenzialmente pensa a quale maggioranza di governo uscirà dalle urne. Fra le cose che sa, qualche volta più di quelle che i politici credono, c’è che il governo dovrà avere una maggioranza e scaturirà da un accordo fra i partiti. Sa anche che ci sono partiti e dirigenti che non vorrebbe proprio vedere al governo del paese e teme che ancora una volta ci saranno parlamentari trasformisti pronti a trasferirsi in partiti e gruppi accoglienti e generosi nella consapevolezza che non ci sarà nessuna punizione elettorale né con la legge Rosato né con quella prossima ventura (che nessuno conosce, ma “l’oste” teme che non sarà congegnata per dargli potere effettivo).

I conti dovranno essere fatti in Parlamento, pensa l’oste, quindi tutti i voti conteranno per dare forza anche a raggruppamenti e partiti pur non grandi, dall’appeal attualmente non conoscibile. Non gli è facile, all’oste, immaginare come il suo voto, quello dei suoi famigliari e amici, dei suoi collaboratori e dei suoi clienti, sarà utilizzato. Vorrebbe che servisse a costruire una maggioranza governativa non troppo eterogenea, sufficientemente stabile, capace di dare rappresentanza politica effettiva agli elettori e di tradurre almeno in parte, meglio se in gran parte, le promesse elettorali in materia di lavoro, di istruzione, di governo dell’immigrazione. Gli piacerebbe ascoltare qualcosa di più sui rapporti con l’Europa e di cogliere maggiore impegno di tutti nella lotta alla corruzione. L’oste pensa anche che le persone contano in politica, con la loro carriera, il loro bilancio di cose fatte e non fatte, anche fatte male, con la loro biografia personale, forse con la loro coerenza politica. Terrà conto anche di questi fattori.

Poi, l’oste getta un’occhiata meno distratta del solito ad alcuni quotidiani e nota che è già cominciato quello che editorialisti e commentatori non particolarmente originali definiscono “totogoverno”. Con grande sussiego gli raccontano che nessuno dei tre schieramenti principali avrà, da solo, la maggioranza assoluta dei seggi né al Senato né alla Camera. Legge tanto pesanti quanto tardive critiche alla legge elettorale Rosato, anche da parte di chi in Parlamento l’ha scritta e approvata, pardon, imposta con voti di fiducia. Peraltro, lui aveva capito da subito che quella legge era stata elaborata non per migliorare le modalità di formazione del governo, ma per consentire a capipartito e capicorrente di “nominare” parlamentari i seguaci più fedeli e ossequienti ovunque candidabili, anche in più circoscrizioni. Non essendo interessato alle lacrime dei coccodrilli, che pure la loro abbuffata di collegi sicuri se la sono fatta, l’oste pensa che la settimana precedente le elezioni cercherà di saperne di più. Sente che la (grande?) coalizione adombrata fra i due protagonisti, Renzi e Berlusconi, del Patto nel Nazareno, che portò a brutte riforme costituzionali poi bocciate da un cospicuo numero di elettori, non riuscirà neanche a raggiungere la maggioranza assoluta di seggi in Parlamento. Quindi, è un’invenzione mediatica, comunque indigeribile. L’oste conclude che il conto glielo servirà lui ai partiti e che, alla fine, come sta scritto nella Costituzione, sarà il Presidente della Repubblica a decidere chi e come trarrà vantaggio da quel conto o dovrà pagarlo completamente. Tutto il resto dovrebbe essere, l’oste concorda con Amleto, silenzio e non manipolazione.

Pubblicato AGL 8 febbraio 2018

Naufragare nella demagogia elettorale

Prima del referendum, la demagogia, ovvero la pretesa, ad opera dei governanti, di “guidare (verso l’astensione) il popolo”, ha avuto ampio spazio. Dopo il referendum, la demagogia si esprime nella pretesa di fornire l’interpretazione corretta, naturalmente l’unica, all’esito del voto. Anche in questa demagogia eccellono i sostenitori di Renzi, ma, nella peggiore tradizione italiana, nella quale vincono (quasi) sempre tutti, non rimangono soli. Allora, sia chiaro, anzitutto, che ha perso chi voleva il “sì” al quesito referendario, ovvero l’abolizione delle trivellazioni. Invece, ha vinto chi quelle trivellazioni vuole, per buone, ma anche per cattive ragioni, continuare a fare. Poi, è giusto e opportuno passare ai numeri e alle interpretazioni. Bisogna, però, anche sapere contare.

Politicamente, i sostenitori del “sì” possono sottolineare che più di tredici milioni di italiani si sono espresso a loro favore. Molto male fanno, dal canto loro, i sostenitori della continuazione delle trivellazioni a basarsi sul numero degli astenuti, addirittura ad esaltarlo come un grande successo (del governo). Infatti, fra I 35 milioni di italiani che non sono andati alle urne, ce ne sono certamente moltissimi che lo hanno deciso deliberatamente per non consentire il conseguimento del quorum. Omaggio del vizio alla virtù elettorale, questi astensionisti hanno preso atto che non avrebbero vinto con il voto esplicito e si sono comodamente/furbescamente trincerati nel non-voto. Poiché sappiamo che, oramai, nelle elezioni politiche, vota poco più del 70 per cento degli italiani, è anche possibile sostenere che la vittoria appartiene al 30 per cento e più degli astensionisti cronici. Di costoro non conosceremo mai le preferenze, ed è un peccato poiché politiche pubbliche complesse, comprese le trivellazioni, sarebbero forse migliori se i decisori ottenessero maggiori informazioni dall’elettorato.

Una democrazia decidente nella quale un terzo degli elettori non si esprime è destinata a squilibri e a piroette. Con riferimento al voto del 17 aprile, è possibile effettuare previsioni sull’esito del referendum costituzionale (plebiscito, se il capo del governo insiste a personalizzarlo) di ottobre? Poiché il referendum costituzionale non prevede quorum, né Renzi né Napolitano, che deve essere menzionato essendo sceso in campo con tutto il suo prestigio, potranno invitare ad una, per loro esiziale, astensione. Il referendum costituzionale sarà ad armi quasi (il governo gode sempre di maggiore visibilità e impatto degli oppositori) pari.

Pur tenendo conto che, molto, com’è giusto in una democrazia, dipenderà dalla campagna elettorale, dai toni, ma, sperabilmente, soprattutto dal merito degli argomenti usati a favore o contro revisioni costituzionali anche complesse, i dati del 17 aprile suggeriscono due considerazioni fondamentali. La prima è che grosso modo coloro che possiamo ritenere favorevoli alla riforma (quasi tutti gli astenuti) equivalgono sostanzialmente ai contrari, vale a dire a quasi tutti e forse qualcuno in più di coloro che hanno votato “sì” all’abrogazione delle trivellazioni. Seconda considerazione, ferma restando la mia critica a chi non vota, spesso nascondendo il disinteresse dietro un presunto diritto all’astensione, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, la percentuale complessiva dei votanti nel referendum costituzionale sarà molto importante. L’onere di portare alle urne elettori invitati ad astenersi il 17 aprile spetterà a chi ha voluto e fatto quelle revisioni. Tuttavia, il fronte del “no” alle riforme renzian-boschiane, con prefigurazione, grazie a Verdini e Alfano, del Partito della Nazione, non deve contare su una bassa affluenza grazie alla quale i loro sostenitori vincerebbero. Dovrà, invece, spiegare e convincere per vincere bene. Tra le (mie) interpretazioni e l’esito c’è, ovviamente, il procelloso mare della campagna elettorale nel quale naufragare sarà tutto meno che dolce .

Pubblicato AGL il 19 aprile 2016

Le varie facce dell’astensione

Corriere di Bologna

Liberi tutti o quasi. Nella primavera dello scontento di molti – la politica offre una grande varietà di “scontentezze” -, vi sono due buone occasioni per scaricarsi: il referendum sulle trivellazioni e le elezioni amministrative. L’ambigua e riprovevole posizione espressa da Matteo Renzi a favore dell’astensione sul referendum è già stata stigmatizzata dal Presidente della Corte Costituzionale e contraddetta dal Presidente della Repubblica che ha annunciato che andrà a votare. Il capo di un partito ha il dovere politico di dare la linea. Il capo del governo deve ricordarsi dell’art. 48 della Costituzione che dice chiaramente che il voto è un “dovere civico”. Nessuno faccia il furbetto: l’astensione non è un voto. Preso atto della non/decisione del capo del loro partito, molti Democratici hanno deciso, come, incidentalmente, dovrebbe essere per tutti i referendum, di seguire quel che detta loro il cuore, forse anche una qualche conoscenza delle trivellazioni e delle conseguenze della loro abolizione. Già poco incline a fidarsi di politici che ondivagano e che seguono non il cuore, ma le convenienze, momentanee e fuggevoli, è probabile che gli elettori si rifugino anche loro nell’astensione referendaria e post-refendaria.

Il sondaggio sulle intenzioni di voto alle elezioni comunali di Bologna pubblicato dal Corriere fotografa (ma altre fotografie saranno necessarie di qui al 5 giugno) una notevole propensione all’astensione. Sono elettori che hanno deciso di stare alla finestra o elettori che già propendono di andare al mare contando sul sole di giugno? Sappiamo che, da qualche tempo, gli elettori italiani (e i bolognesi non possono fare eccezione se non limitatamente) decidono per chi votare negli ultimi giorni della campagna elettorale, qualcuno addirittura il giorno stesso dell’elezione. Quindi, non possiamo escludere che coloro che hanno dichiarato che si asterranno potranno cambiare idea. Attendono, in maniera disincantata, scettica, forse anche irritata, che qualcuno dei candidate e dei loro partiti offra idee, soluzioni, prospettive che, magari non proprio affascinanti, siano almeno convincenti, insomma, come ho scritto qui più volte, un’idea di città dinamica migliore. Le percentuali suggeriscono che la competizione più intensa sarà fra Borgonzoni e Bugani, fra la Lega e le Cinque Stelle, per chi approderà al ballottaggio. Difficile che un ballottaggio a giugno sia foriero di un’impennata di partecipazione elettorale. Potrebbe, però, obbligare i duellanti a raffinare le loro proposte e a indicare le loro priorità, quindi a suscitare maggiore interesse nell’elettorato che, rientrando dall’astensione, vuole contare. Sarebbe una buona cosa.

Pubblicato il 14 aprile 2016

Aboliamo le Regioni

La terza Repubblica

L’Emilia-Romagna, finalmente, è diventata il target, meglio: l’esempio da imitare e da cercare di superare. Da tempo conclusa la sua “gloriosa” esperienza di regione rossa par excellence, l’Emilia-Romagna è andata persino oltre la “normalizzazione”. Infatti, nel novembre 2014, sulla scia di scandali, avvisi di garanzia, imputazioni che hanno riguardato quasi tutti i consiglieri regionali (anche se indimenticabile dovrebbe restare Flavio Delbono, già vice-Presidente e assessore al Bilancio della Regione, poi promosso a sindaco di Bologna, infine, costretto alle dimissioni per spese personali fin troppo allegre e ad un doppio patteggiamento), andò a votare soltanto il 38 per cento degli elettori. Addio leggendario senso civico nella Regione che tradizionalmente aveva conseguito le percentuali più elevate di affluenza alle urne? No, pesante e motivata, ma purtroppo nient’affatto incisiva, critica degli emiliano-romagnoli, il cui senso civico non è affatto sparito, ma si è tradotto nell’astensione, ad un modo di fare politica. Tentativo di dare una lezione ai politici regionali e non solo. Metabolizzato l’esito emiliano-romagnolo, resta da vedere se i nuovi governanti sapranno migliorare la loro politica e rilanciare l’istituto regionale.

Il punto è questo. A quarantacinque anni dalla loro effettiva, ma tardiva, nascita, le Regioni italiane hanno ancora un compito istituzionale e politico significativo, utile da svolgere per il paese e per il buon governo? E’ lecito dubitarne. Altrettanto lecito è affidare agli elettori delle sette regioni (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana,Umbria, Veneto) chiamate a rinnovare i loro governanti in un tripudio di cambi di casacche, di frammentazione partitica, di ripicche, di esibizionismi “lady-like”, “l’arduo compito di pensare se e cosa votare” (come giustamente sostenuto da Terza Repubblica). Proprio no. Infatti, mentre il governo va avanti su riforme discutibili, non mostrando neppure la volontà politica e la capacità tecnica di procedere, come promesso, all’abolizione integrale delle province, non si vede nessun progetto, meno che mai dai candidati/e governatori/trici su come rivitalizzare le Regioni.

Una volta, molto ottimisticamente e molto opportunisticamente chiamate da un ceto di voraci giuristi in carriera (ne hanno poi fatta fin troppa) ad essere “le Regioni per la riforma dello Stato”, sono, invece, diventate il brodo di coltura della peggiore (così attestano scandali e indagini giudiziarie che riguardano anche alcuni candidati prominenti) classe politica del paese. Invece di essere riformate e accorpate, le Regioni italiane avranno in regalo addirittura il potere di attribuzione di un doppio lavoro (o dopolavoro): quello di mandare nel Senato modificato settantaquattro loro rappresentanti. Ripensare il Titolo V non soltanto per le attività da affidare alle Regioni, ma per ridefinire la loro stessa struttura è il minimo che si debba chiedere ad un governo di riformatori ancorché improvvisati e apprendisti. Purtroppo, nessuno l’ha chiesto ai potenziali governatori/governatrici i quali, dal canto loro, si sono accuratamente e pudicamente guardati dall’avventurarsi sulla impervia strada del “riformare le Regioni per contribuire ad un miglioramento dello Stato”.

Chi non semina niente non dovrebbe raccogliere niente, vale a dire si merita pochissimi voti alla provvista dei quali, è da supporre, contribuiranno in maniera decisiva, con buona pace di Raffaele Cantone, le reti clientelari che, un po’ dappertutto, sanno che cosa chiederanno e presumibilmente quanto riusciranno ad ottenere in cambio del loro voto, non a caso definibile, di “scambio”. E’ venuta l’ora di scambiare il brutto regionalismo italiano con un assetto istituzionale al tempo stesso più compatto e più snello.

Pubblicato il 25 maggio 2015 su terzarepubblica.it