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Quel che so sul voto di preferenza #ParadoXaforum

Nelle elezioni tenutesi il 26 giugno 1983, candidato indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano nella circoscrizione Bologna-Ferrara-Ravenna -Forlì, ottenni 14.566 preferenze risultando l’ultimo degli eletti- Però, eletto anche al Senato (sì, era possibile essere candidati in entrambi i rami del Parlamento e in più circoscrizioni) nel collegio di Portomaggiore Ferrara, optai per il Senato. Grazie al PCI avevo fatto una intensa campagna elettorale sul territorio distribuendo un numero notevole di cartoncini, me li ricordo, grigi e dimessi, che portavano due nomi: Renato Zangheri (già notissimo sindaco della città di Bologna, capolista) e il mio. Per ragioni politiche, il capolista doveva fare il pieno di preferenze trascinando il “prestigioso” professore che con la sua candidatura “legittimava” il PCI e avrebbe portato in Parlamento le sue importanti (aggettivo mio, e ci credo) conoscenze politologiche. Gli analisti comunisti del voto giunsero alla ragionevole conclusione che un migliaio o poco più di quei voti di preferenza erano di elettori/elettrici attratti dalla mia presenza in una lista che altrimenti non avrebbero votato.
La legge elettorale allora vigente per la Camera dei deputati consentiva agli elettori di esprimere, a seconda della dimensione della circoscrizione, valutata con riferimento al numero dei deputati da eleggere, fino a tre o quattro preferenze scrivendo semplicemente il numero di lista del candidato oppure il suo (nome e) cognome. Per curiosità e per interesse professionale, ho più volte fatto lo scrutatore e anche il presidente del seggio di Torino dove votavo negli anni sessanta del secolo scorso. Il numero di schede contestabili e contestate era minimo. Gli elettori arrivavano preparati. E la percentuale di preferenze espresse erano regolarmente intorno al 30, quelle comuniste precise, ordinate, rispettando un pattern di quartiere. Quelle socialiste erano piuttosto variegate. Quelle democristiane riflettevano la popolarità locale del candidato già in parlamento, consigliere comunale, sindacalista. Non ci furono brogli né accordi sottobanco.
Altrove, sì. Nel 1987 nella circoscrizione Napoli-Caserta successe di tutto. Su ricorso di un candidato democristiano che denunciò lo scippo di preferenze espresse sul suo nome, la Giunta per le elezioni della Camera rilevò una pratica molto truffaldina di accordi fra gli scrutatori e i rappresentanti di lista. Nelle schede elettorali nelle quali gli elettori non avevano espresso voti di preferenza veniva consentito di farlo agli scrutatori di quel partito che chiudevano gli occhi su pratiche simili effettuate dagli scrutatori di altri partiti, apparentemente con la sola eccezione del PCI, il cui capolista era Giorgio Napolitano. I capolista di alcuni partiti del pentapartito, più precisamente il Ministro degli Interni Antonio Gava (DC), il vice segretario Giulio Di Donato (PSI), il Ministro della Sanità Francesco Di Lorenzo (PLI), avevano un fortissimo interesse e bisogno di gonfiare il loro bottino di preferenze come prova di grande sostegno popolare da tradurre in potere politico nel rispettivo partito e nel governo.
Da qualche anno era cominciato, mi permetto di aggiungere anche per merito mio, un dibattito intenso e aspro sulla eventualità di una riforma della legge elettorale. Alla (legge) proporzionale nella sua variante italiana si imputava, non senza più di un fondo di verità, di rendere molto difficile l’alternanza. La soluzione suggerita era quella di ridurne la proporzionalità, se non, addirittura sostituirla con una legge maggioritaria: l’uninominale inglese oppure, con meno sostenitori, il doppio turno francese. Nel parlamento eletto con quella proporzionale, nonostante qualche malcontento, non esisteva nessuna maggioranza riformatrice. Anche con la partecipazione di alcuni parlamentari, me compreso, si formò un Comitato per la Riforma Elettorale che intraprese la via del referendum abrogativo. Era una via perseguibile poiché la legge elettorale non sta nella Costituzione. Però, venne subito sbarrata dalla Corte Costituzionale. No all’abrogazione della legge nella sua interezza poiché nessun organismo costituzionale, in questo caso il Parlamento, può rimanere privo della legge che gli ha dato vita. I proponenti si trovarono costretti a procedere ad un delicato e raffinato ritaglio di alcune parole per sottoporre un quesito che riguardava il voto di preferenza. L’esito fu il quesito referendario che riduceva le preferenze esprimibili a una soltanto scrivendo il cognome del prescelto, quindi rendendo impossibili i troppo facili brogli con la manipolazione dei numeri.
La campagna elettorale dei proponenti fu improntata alla grande opportunità offerta ai cittadini di scegliere il loro rappresentante in Parlamento quasi come se si stesse andando verso un sistema maggioritario in collegi uninominali: una felice ambiguità. Divenuti consapevoli del significato della sfida pericolosissima alle loro rendite di posizione, i dirigenti dei partito, ad eccezione dei comunisti per lo più non desiderosi di esprimersi in materia, tentarono in ordine sparso, di fare fallire il referendum per mancanza di quorum ovvero il raggiungimento della maggioranza assoluta dei votanti. Ancora oggi le indicazioni di cosa fare invece di recarsi alle urne appaiono rivelatrici. La più nota fu quella del segretario socialista Bettino Craxi: andare al mare. A ruota arrivarono il leghista Umberto Bossi: fare una passeggiata nei boschi padani; il ministro democristiano che sovrintendeva alle elezioni Antonio Gava: stare a casa con gli amici; il leader democristiano Ciriaco De Mita: giocare a carte, tressette.
Invece, il 9 giugno 1991, sorprendendo tutti gli osservatori e gli stessi proponenti, 29.609.635 italiani, il 62,5 percento (quorum abbondantemente superato) si recarono alle urne, Il 95, 57 per cento di loro, 26.896.979 votarono “sì” (1.247.908, 4, 43 per cento “no”) aprendo la via ad una riforme elettorale in senso maggioritario. Prima, però, si tennero le ultime elezioni politiche con “la proporzionale”, le uniche con la preferenza unica, sufficienti a produrre conseguenze tanto inattese quanto di grande impatto sui partiti. Commissionate appositamente, le analisi dell’uso e delle conseguenze della preferenza unica in cinque circoscrizioni raccolte nel volume da me curato e introdotto: Votare un solo candidato. Le conseguenze politiche della preferenza unica (Bologna, il Mulino, 1993) rivelano che gli elettori non ebbero nessuna difficoltà nell’avvalersene. Più importante è che non si produssero fenomeni di scambi impropri, brogli e corruzione. In seguito, poiché su possente spinta dei referendum elettorali del 1993, il Parlamento procedette alla redazione ad opera dell’on. Sergio Mattarella di due nuove leggi che assegnavano tre quarti dei seggi in collegi uninominali, di voto di preferenza non si dovette discutere.
La legge Calderoli (2005), con la quale Berlusconi sostituì la legge Mattarella, contemplava unicamente liste bloccate. Soltanto se le liste erano bloccate, diventava possibile fare entrare in Parlamento esponenti della società civile, altrimenti surclassabili nella raccolta dei voti dai politici di mestiere e dalle loro reti di relazioni e di affari. Inoltre, i nominati o cooptati dal leader, consapevoli di dovergli il seggio e ancor più qualsiasi eventuale ambita rielezione, sentivano l’obbligo della disciplina di voto. Si spiega anche così la vergognosa votazione che riconobbe a Ruby la qualifica di nipote del dittatore egiziano Mubarak. L’ostilità alle preferenze da parte di Forza Italia continua oggi manifestata dal leader Antonio Tajani che già esercita scarso controllo sui suoi gruppi parlamentari, meno che mai ne avrebbe se fossero molti gli eletti grazie alle preferenze guadagnate sul campo.
Meglio chiarire subito che l’alternativa sulla quale i partiti della maggioranza di destra si dividono non è propriamente limpida. Vero è che, da un lato, stanno i sostenitori delle liste bloccate, ma, dall’altro, non si trovano coloro che vogliono consentire agli elettori di esprimere liberamente almeno una preferenza, Infatti, i capilista, in non pochi casi gli unici eletti per partiti medio-piccoli, sarebbero comunque bloccati. Inoltre, verrebbero predefiniti i candidati preferenziabili, fra i quali gli elettori potrebbero assegnare i loro voti, presumibilmente con alternanza di genere. Stupisce e rattrista notare che molte donne politiche si sono schierate contro il voto di preferenza che le svantaggerebbe. Al contrario, il ripescaggio della preferenza unica, argine alla formazione di pericolose “cordate”, consentirebbe alle donne di fare appello al voto di tutti coloro, oramai sperabilmente molti, che sono giunti alla convinzione che in generale e in Parlamento il punto di vista delle donne meriti di essere espresso e rappresentato, confortato e potenziato da un solido bottino di voti di preferenza. Inoltre, vale per entrambi, gli uomini e le donne, la competizione per le preferenze con la possibilità di votare la candidatura più gradita può riportare alle urne una parte di astensionisti. Ragionamento: “Sono tutti eguali, ma la mia candidata è molto preferibile, non è paracaduta, ma enfant du pays, una di noi, ci conosce e la conosciamo, potremo raggiungerla facilmente, lamentarci con lei, spronarla e decidere, a sua ‘saputa ‘, se rivotarla o bocciarla”. Insomma, un (unico) voto di preferenza può servire a cambiare non poco la brutta politica (dei capilista bloccati e dei loro sponsor).
Pubblicato il 27 luglio 2026 su PARADOXAforum
Duello a sinistra. A chi ha giovato? #dibattito #13Dicembre #Bologna Centro studi sui valori e la tradizione socialista #Controvento La vera storia di Bettino Craxi @rubbettinobooks
Centro sociale Giorgio Costa
Via Azzo Gardino 48, Bologna
Sabato 13 dicembre 2025, ore 10,30
Il Centro Studi sui Valori e la Tradizione Socialista e la rivista Riformismo Oggi organizzano un dibattito sul libro del giornalista della Stampa Fabio Martini
“Controvento – La vera storia di Bettino Craxi”.
Ne discutono con l’autore: il prof. Gianfranco Pasquino, emerito di scienza politica e il prof. Andrea Morrone, ordinario di diritto costituzionale. Presentano: Giuseppe Rossi (CEVTS) e Fabio Busuoli (Riformismo Oggi).
Come battere l’astensione cronica sui referendum @DomaniGiornale

I riferimenti troppo frequenti, poco precisi e incompleti al referendum sulla preferenza unica del 9 giugno 1991 sono in parte inappropriati in parte inutili per illuminare tutte le problematiche concernenti i prossimi referendum, per brevità, sul lavoro e sulla cittadinanza. Apparentemente faccenda puramente tecnica, il referendum sulla preferenza unica colpiva il sistema di potere, in particolare democristiano, che si era costruito sulle “cordate” di parlamentari e sulle loro correnti. Era anche il grimaldello per una riforma più incisiva delle leggi elettorali proporzionali, come subito capì Giuliano Amato, vicesegretario del Partito Socialista Italiano, che cercò di bloccarla sul nascere dichiarando incostituzionalissimi i referendum elettorali. Gli inviti all’astensione vennero, certo sulla scia di Craxi e del suo andare al mare quella domenica (peraltro al Nord il tempo non fu buono), ma anche da altri leader politici come Bossi che dichiarò che avrebbe fatto una lunga passeggiata nei boschi padani, da De Mita che sarebbe rimasto a casa a giocare a carte, e, a proposito delle autorità istituzionali, dal democristiano Antonio Gava, Ministro degli Interni preposto ai procedimenti elettorali, che annunciò di trascorrere la domenica con gli “amici”. Quel 95 per cento dei 62,5 per cento di italiani che recatisi all’urne votò sì alla preferenza unica segnalarono non solo di volere una riforma elettorale che permettesse loro di scegliere i parlamentari, ma misero in evidenza quanto quella classe politica del pentapartito avesse perso contatto con la società.
I quattro quesiti referendari attuali sul lavoro invitano piuttosto a riflettere su un altro importantissimo referendum, per brevità, sul taglio della scala mobile (9-10 giugno 1985), molto controversa riforma voluta e ottenuta dal Presidente del Consiglio Bettino Craxi e molto contrastata dal segretario del Partito Comunista Italiano che volle il referendum appoggiato soltanto da una parte della CGIL, segretario generale Luciano Lama. Per qualche tempo, Craxi intrattenne l’idea di fare fallire il referendum chiamando l’elettorato all’astensione. Venne fortemente sollecitato in quel senso, è opportuno ricordarlo, dal leader radicale Marco Pannella. Alla fine decise di accettare la sfida che vinse (partecipazione 77,85 per cento, no all’abrogazione 54,3) mettendo in gioco la sua stessa carica. Un minuto dopo la eventuale vittoria degli abrogatori avrebbe lasciato la Presidenza del Consiglio. Una lezione di accountability, di accettazione di responsabilità politica e istituzionale seguita da Matteo Renzi nel 2016 e da segnalare a Giorgia Meloni quando il suo premierato arriverà al vaglio del referendum costituzionale.
Da queste esperienze discendono due importanti lezioni. Prima, se il contenuto politico della legge è effettivamente significativo gli elettori vanno alle urne. Seconda, nella misura in cui i partiti si attivano la partecipazione elettorale supera il quorum giustamente richiesto per abrogare leggi approvate da una maggioranza dei parlamentari.
Se il tasso di astensione fosse conseguenza del disagio, come troppi sbagliando ritengono, ai promotori del referendum basterebbe convincere i “disagiati” che l’abrogazione di alcune leggi sul lavoro migliorerà le loro condizioni di vita. Sappiamo che non è così poiché il tasso medio di astensionismo è cresciuto a livelli che i Costituenti non potevano neppure lontanamente immaginare. Parte non piccola di quell’astensionismo è cronica, strutturale, non recuperabile. Conferisce un vantaggio iniziale immeritato agli oppositori di qualsiasi quesito referendario. Esistono convincenti proposte per sterilizzare questo vantaggio e per premiare, invece, i cittadini che si interessano, si informano, partecipano. Queste proposte potrebbero essere utilmente esposte e dibattute anche durante l’attuale, un po’ sonnecchiante, campagna elettorale. Le strade della democrazia sono molte. Bisogna trovarle, aprirle, percorrerle.
Pubblicato il 21 maggio 2025 su Domani
Elezioni per acclamazioni? No. Meglio di no.
Nessuna acclamazione è mai una procedura democratica. Non è trasparente, come la democrazia vorrebbe. Non consente di attribuire responsabilità personali a ciascuno/a dei votanti. Permette a chi vorrebbe dissentire di nascondersi in maniera codarda e di non farsi/lasciarsi contare (e di continuare a contrattare). L’elezione voluta dalla neo-segretaria del Partito Democratico Elly Schlein dei capigruppo alla Camera (Chiara Braga) e al Senato (Francesco Boccia) è stata una brutta pagina. Peraltro, chi fa politica dovrebbe ricordare due precedenti acclamazioni non proprio virtuose: la rielezione di Craxi a segretario del Partito socialista a Verona nel 1984 e l’indicazione di Romano Prodi come candidato alla Presidenza della Repubblica nell’aprile 2013 da parte dell’assemblea dei parlamentari del PD (101 dei quali poi non lo votarono). Curiosamente, sulla scia di questo comunque deplorevole e tuttora deplorato episodio, proprio la Schlein ottenne la sua prima visibilità creando il movimento “Occupy PD”. A proposito dell’acclamazione di Craxi, il grande filosofo politico Norberto Bobbio la bollò come “democrazia dell’applauso” e qualche mese dopo pubblicò uno dei suoi libri più famosi: Il futuro della democrazia (Einaudi 1984).
Politicamente, l’acclamazione avvenuta nell’Assemblea del PD porta con sé alcune implicazioni comunque negative. Prima implicazione: la segretaria è convinta di essere molto forte e di riuscire a decidere a prescindere dai cosiddetti “mal di pancia”. Sopravvaluta se stessa e i suoi sostenitori. Seconda implicazione: la minoranza è a disagio, vero o procurato, ma non se la sente di esporsi, di proporre proprie candidature e di imporre un dibattito. Rilutta a contarsi e si trincea dietro un applauso che cela grande ipocrisia. Terza implicazione: non importa conoscere le modalità con le quali i due neo-capigruppo intendono guidare i deputati e i senatori del Partito Democratico. Hanno silenziosamente accettato di essere la cinghia di trasmissione della segretaria. Non vorranno e non avranno autonomia che, invece, per affrontare le peripezie dei dibattiti e delle decisioni parlamentari, è spesso assolutamente essenziale. Infine, ultima implicazione, la minoranza cercherà di “strappare” posti in altre sedi, probabilmente nella segreteria che, invece, essendo la War Room della segretaria, non dovrebbe vedere contrapposizioni correntizie.
Per alcuni inestinguibili “romantici”, come chi scrive, l’acclamazione colpisce al cuore qualsiasi sforzo di costruzione, mantenimento e funzionamento della democrazia di partito nel partito. Per un Partito che si definisce “Democratico” non è solo una grave contraddizione. È una brutta (ri)partenza; è una pessima smentita. Fra il troppo potere divisivo delle correnti e il troppo potere incontrollato della Segretaria, tertium datur, c’è una vera terza via: dibattiti trasparenti, confronti fra fra idee, persone, proposte, votazioni su alternative. Questa, sì, è democrazia.
Pubblicato AGL il 31 marzo 2023
Il voto segreto andrebbe abolito, tranne che … Scrive Pasquino @formichenews #LeggeZan

Sono convinto che il voto segreto abbia un senso e debba essere mantenuto, ma per una sola ristrettissima casistica: quando oggetto del voto è una persona. Il voto segreto di ieri al Senato, sia oppure no concesso dal Regolamento, mi è parso del tutto improprio. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica
Nella seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso, Bettino Craxi lanciò con grande determinazione la battaglia per l’abolizione del voto segreto. Voleva, giustamente, eliminare ovvero quantomeno fortemente ridurre il potere dei franchi tiratori, una specialità nella quale si impegnavano con notevole successo le correnti democristiane. In subordine, naturalmente, con il voto palese avrebbe anche potuto vedere come votavano i suoi parlamentari. Buona parte della sinistra di allora, comunisti e, ahiloro, alcuni deputati e senatori della Sinistra Indipendente si opponevano pensando di continuare a lucrare sui comportamenti devianti dei democristiani. Sostenni allora e ribadisco adesso che il voto palese deve essere la norma nel Parlamento italiano come lo è in quasi tutti i parlamenti democratici a cominciare da Westminster, la madre di tutti Parlamenti. Da un lato, ritengo che gli elettori abbiano diritto a sapere come votano i rappresentanti che hanno eletto, conoscerne le motivazioni, valutare la loro disciplina di partito e, eventualmente, la loro “ribellione” al capogruppo. Rebels sono chiamati i parlamentari dissidenti a Westminster, dove ce ne sono sempre, che si esprimono in modo palese. Dall’altro, credo che i parlamentari stessi dovrebbero manifestare l’orgoglio di essere trasparenti e di trasmettere con il loro comportamento e con le loro dichiarazione quanto serva agli elettori tutti per farsi un’opinione, per imparare politica, per continuare nella loro preferenza di voto o cambiarla. Prossimamente, a richieste di Formiche, spiegherò meglio tutto questo.
Tuttavia, sono convinto che il voto segreto abbia un senso e debba essere mantenuto, ma per una sola ristrettissima casistica: quando oggetto del voto è una persona. Né il Presidente della Repubblica né i parlamentari indagati debbono avere la possibilità di sapere chi ha votato per o contro di loro. Da un lato, non bisogna consentire ai parlamentari di acquisire con il loro voto i favori dell’eligendo a una carica o di chi vuole evitare un processo. Dall’altro, è imperativo che il parlamentare si senta tutelato dal segreto e non tema rappresaglie ad opera di chi non ha eletto o di chi ha mandato a processo.
Il voto segreto di ieri al Senato, sia oppure no concesso dal Regolamento, mi è parso del tutto improprio. Decidere se passare o no all’analisi di un disegno di legge non riguarda la coscienza di nessuno. Non è una tagliola. È un trucco. È una frode perpetrata ai danni degli elettori. I senatori contrari al passaggio all’esame del testo dovevano opporsi al voto segreto e “palesare” le loro opinioni e preferenze. Era anche il modo migliore per migliorare, o addirittura bocciare, in seguito il ddl Zan con emendamenti e visioni alternative. Una brutta paginetta dalla quale bisognerebbe imparare che una importante qualità della democrazia, da perseguire con costanza e tenacia, è la trasparenza. E una altrettanto importante qualità dei rappresentanti è l’assunzione piena in maniera trasparente della responsabilità dei propri voti e la rivendicazione palese e inequivocabile. Chi cerca e trova i modi per sfuggire dalle proprie responsabilità di rappresentanza elettorale e politica non deve essere lodato, ma fortemente biasimato.
Scritto nel 99esimo anniversario della marcia fascista su Roma.
Pubblicato il 28 ottobre 2021 su formiche.net
C’è un tempo per la manipolazione, ma c’è anche un tempo per l’informazione?
Ė arrivata l’ora dell’ombudsman. Ripresento la mia candidatura at large, vale a dire per qualsiasi, no, non proprio tutti, quotidiano che mi desideri. Certo, leggerli dalla prima all’ultima pagina è un lavoraccio. Mi attendo, dunque, una proposta adeguata di compenso. Lasciamo che continui il dibattitto sulle fake news e sulle manipolazioni, anche sul ruolo degli influencer. Ma diamo ai quotidiani italiani un sano difensore civico dei lettori. Sono almeno più di vent’anni che tutti i lunedì, la seconda pagina del “New York Times” riporta in bella evidenza, scusandosi, gli errori commessi nel corso della settimana, segnalati loro dai lettori, ma anche scoperti attraverso altre modalità. Qui mi limiterò ad alcuni pochi esempi tratti dal “Corriere della Sera” dell’ultima settimana. Non direi niente su Shönberg senza “c” in bella evidenza nel titolo di un articolo sulla sua musica se non fosse che nel supplemento “7” del 14 maggio c’è un elogio a “Quei correttori umanisti e acuti che hanno salvato tanti di noi”. L’articolo pubblicato il 9 aprile 1990 lo si deve alla penna di Gaetano Afeltra indicato come vice direttore del Corriere fra il 1962 e il 1963, poi collaboratore dal 1983 alla sua morte nel 2005. Viene in questo modo passata sotto silenzio la sua lunga (1972-1980) direzione de “il Giorno” fase da ritenersi assolutamente importante anche perché su quelle pagine avvenne il mio esordio come opinionista da lui invitato nel 1977 (e subito criticato da Emanuele Macaluso, allora direttore de “l’Unità”).
Il “Corriere” ha intrapreso una vasta attività di pubblicazioni in molti settori. Fra le sue “firme di spicco” figurano collaboratori che scrivono molto spesso e di tutto, che amano fregiarsi del titolo di storici. Fra le iniziative recenti c’è una storia della Repubblica italiana a puntate pubblicata nel supplemento del sabato “Io, donna” che i solutori più che abili possono scovare una volta sfogliate le tantissime pagine di pubblicità (sento irrefrenabile il bisogno di aggiungere l’aggettivo “patinata”). Le fotografie dominano sulle parole per raccontare la Repubblica italiana. Nella quarta puntata (8 maggio 2021), dedicata agli anni ’80, a p. 82, sotto il titolo, già discutibile, LA PRIMA REPUBBLICA viene annunciata la foto: Bettino Craxi in Piazza del Duomo, prima del terremoto di Mani Pulite, Milano, 1980.
Non ho ancora visto la Seconda Repubblica, e non è solo un problema mio. Un noto giornalista si è da tempo messo avanti con il lavoro e pubblica regolarmente i suoi interventi con il titolo Terza Repubblica. Chi mi conosce sa che da tempo ho espresso e motivato la mia preferenza per la Quinta Repubblica, ma il problema è un altro, duplice. La Repubbliche cambiano quando si danno istituzioni diverse e una nuova Costituzione. Nulla di tutto questo è avvenuto in Italia, nonostante tentativi deplorevoli bocciati due volte dall’elettorato, 2006 e 2016. Quindi, in assenza di una Seconda, Terza, Quinta Repubblica, l’Italia ha una sola Repubblica che non è necessario definire Prima. Anzi, è sbagliato farlo. Ma il distico che accompagna la foto di Craxi è sostanzialmente tremendamente manipolatorio, non so se debbo dire anche sottilmente, perché mi pare invece grossolanamente tale. Mani Pulite arrivò dodici anni dopo quella foto. A quei tempi non era prevedibile, ma, soprattutto, non è accettabile suggerire una stretta, tout court, identificazione di Craxi con Mani Pulite.
Poi, certo, lamentiamo pure l’ignoranza degli elettori italiani, non escludendo in nessuno modo i lettori del Corriere ai quali il loro giornalone offre splendidi esempi di refusi, di cancellazioni, di manipolazioni. Faccio persino fatica a dire che ciascun paese ha la stampa che si merita. Ma, forse, il Corriere conferma che “così è, se vi pare”.
Pubblicato il 20 maggio 2021 su PARADOXAforum
Craxi e dopo: battaglie necessarie, da combattere #unpassodietroCraxi
Contributo pubblicato nel libro di Federico Bini, Un passo dietro Craxi, Edizioni WE, s.d. (ma 2021), pp. 67-73

L’ideatore di questo libro, Federico Bini, invita a valutare “meriti e demeriti” di Craxi. Lo farò con grande impegno sfruttando al mio meglio quello che considero un vantaggio di prospettiva rispetto a tutti gli intervistati. Non ho avuto modo di incontrare Craxi tranne in un paio di frettolose occasioni. Quella che ricordo meglio è la commemorazione di Lelio Basso al Senato nel decimo anniversario della morte (dicembre 1988) quando, arrivato leggermente in ritardo, Craxi si sedette proprio di fianco a me e come se sapesse chi ero pronunciò con grande familiarità un paio di commenti politici molto critici sul modo con il quale l’oratore principale veniva descrivendo il percorso politico di Basso (incidentalmente, condividevo le osservazioni di Craxi). Per quel che può contare, mi sono sempre considerato socialista senza aggiunte, favorevole ad una democrazia nella quale l’alternanza è praticabile e praticata, che ritiene che buone politiche sono quelle che seguono, rincorrono la stella polare, come scrisse memorabilmente il mio maestro Norberto Bobbio, dell’eguaglianza, nella mia personale concezione, l’eguaglianza non di esiti, ma di opportunità, non soltanto all’inizio, ma per tutta la vita delle persone: dalla culla alla tomba. Ai tempi di Craxi ero Senatore della Sinistra Indipendente e, fra l’altro, feci parte della Commissione parlamentare per le riforme istituzionali (Novembre 1983-1 febbraio 1985) presieduta dal deputato liberale Aldo Bozzi.
Quando lascia l’Italia per Hammamet, Craxi, senza giri di parole, è politicamente sconfitto, e lo sa. Cercherà, invano, di preparare la riscossa. Chi gli voleva bene avrebbe dovuto allora e per tutti gli anni successivi ricordargli che, ad ogni buon conto, aveva ottenuto alcune importanti incancellabili conquiste che stanno nei libri della storia d’Italia. Aveva significativamente contribuito all’ascesa alla Presidenza della Repubblica di Sandro Pertini (anche se il suo candidato preferito era Giuliano Vassalli). Era stato il primo socialista a diventare Presidente del Consiglio. Con il decreto di San Valentino (14 febbraio 1984) e, poi, con la sua coraggiosa posizione sul referendum “scala mobile” (giugno 1985) era riuscito ad arrestare la corsa dell’inflazione. Grazie al sostegno da lui convintamente dato all’Atto Unico (1985) aveva riaperto la strada verso un’Unione più stretta. Ma, come argomenterò, aveva scoperchiato e lasciati irrisolti alcuni problemi decisivi per il Partito socialista e per il sistema politico italiano. In una (in)certa misura quei problemi, che hanno notevolmente inciso su tutta la storia e la politica italiana dal 1994 ad oggi, rimangono tali, forse aggravati.
Prima il partito socialista. Quando Craxi ne divenne segretario nel 1976 il PSI era un partito diviso in correnti in lotta fra di loro, ciascuna, a differenza delle correnti democristiane, con scarso radicamento sociale. Nel mensile “Mondoperaio” era aperto da qualche anno, e continuerà ancora fino all’inizio degli anni Ottanta, la riflessione, ampia, articolata, approfondita, sul Parti Socialiste di François Mitterrand nato nel 1971, in particolare, sulla sua strutturazione. Di quelle riflessioni Craxi non tenne nessun conto. Scelse una strada molto diversa, quella della concentrazione del potere al vertice, nelle sue mani, e della personalizzazione della politica, attuata con indubitabilmente grande efficacia, lasciando troppo spazio ad alcuni signori delle tessere dalla Toscana al Veneto, dal Piemonte alla Sicilia, dalla Puglia alla Calabria. Quando Craxi se ne andò, i signori delle tessere cercarono di salvare le loro posizioni politiche, non il partito socialista. Alcuni di loro trovarono accoglienza in altri schieramenti. Il partito scomparve.
Il rinnovamento del Partito socialista doveva, secondo Craxi, passare anche attraverso una ridefinizione della cultura politica socialista: primum vivere deinde philosophari. Sinceramente, non sono riuscito a capire come si potesse pensare che il pensiero di Pierre-Joseph Proudhon potesse essere contrapposto a quello di Karl Marx. Potesse dare vita a una nuova cultura politica fermamente socialista. In quello che rimane il migliore dei discorsi riformisti di quel periodo all’insegna dei “meriti e bisogni” (Rimini, giugno 1982), Claudio Martelli non fa nessun riferimento all’inutile Proudhon, mettendosi in sintonia con il pensiero socialista nel resto dell’Europa e, in parte, con quello progressista degli USA. Se Craxi voleva davvero portare non solo il PSI, ma la sinistra italiana, comunisti naturalmente inclusi, avrebbe dovuto guardare al pensiero e all’azione dei partiti socialdemocratici e, subito aggiungerebbe Valdo Spini, laburisti in Europa. Praticamente, nulla di tutto questo avvenne nel quindicennio craxiano.
Naturalmente, è lecito sostenere che quelli furono gli anni nei quali cominciava un po’ dappertutto il declino dei socialisti come partito di governo, ma non veniva affatto meno l’elaborazione teorica o, quantomeno, il riconoscimento delle nuove sfide sociali e culturali prima ancora che politiche. La bibliografia in materia è persino troppo ampia perché si possa citarla e non voglio privilegiare nessuno studioso in particolare. Alla vivida illuminante luce del senno di poi, tutti sono in grado di constatare che in Italia la cultura politica socialista è sostanzialmente scomparsa e che l’inizio di quella scomparsa può essere collocato nel periodo di Craxi. A scanso di equivoci, mi affretto ad aggiungere che, in modi diversi, anche i comunisti italiano non seppero trasformare la loro cultura politica e, sostanzialmente, vi rinunciarono. Quel Partito Democratico di Sinistra fondato il 1 febbraio 1991 era sostanzialmente alla ricerca di fondamenta culturali che non trovò mai e che, di conseguenza, non furono trasferite nel Partito Democratico.
Per diventare più influente il Partito socialista doveva ovviamente crescere. Poteva farlo attraendo nuovi elettori al loro primo voto, ma anche elettori che ritenessero inadeguata la rappresentanza politica offerta loro sia dai democristiani sia dai comunisti. A mio parere c’erano molte diversamente buone ragioni a giustificazione dell’abbandono da parte di molti elettori di entrambi i grandi partiti-chiesa, per usare il termine inventato da Francesco Alberoni, e della loro ricerca di una rappresentanza laica e progressista. Però, Craxi, da un lato, continuò a rimanere in alleanza con la DC a livello nazionale, dall’altro, sfidò il PCI, anche su tematiche importanti, come quella del sostegno da dare ai dissidenti dei paesi comunisti. Lo fece in maniera molto ostile, ma soprattutto senza mai esprimere il suo aperto, esplicito sostegno all’alternativa di sinistra. Quello che molto correttamente Giuliano Amato e Luciano Cafagna definirono Duello a sinistra. Socialisti e comunisti nei lunghi anni ’70 (Bologna, il Mulino, 1982), finì per indebolire entrambi, certo anche per responsabilità del PCI, dei suoi dirigenti e delle loro inadeguatezze, ma, soprattutto, disorientò l’elettorato. Da allora, la “sinistra” italiana non ha smesso il suo declino che, a mio modo di vedere, non è né inevitabile né irreversibile.
Bisognava cambiare anche le regole del gioco, ma non perché la Costituzione italiana fosse “superata” o costituisse un ostacolo ai cambiamenti quanto perché un gioco almeno in parte nuovo avrebbe offerto sfide e opportunità non soltanto ai protagonisti partitici (e sociali), ma soprattutto agli stessi cittadini. La proposta di Craxi di una Grande Riforma fu, al tempo stesso, importante, ma anche indefinita. Mirava esplicitamente a scuotere il “bipolarismo” DC/PCI, ma anche a trasformare le modalità della competizione politica e di governo. Non so se con il suo pregevole libro Una Repubblica da riformare (Bologna, il Mulino, 1980) Giuliano Amato si ponesse anche l’obiettivo di precisare contorni e contenuti di una Grande Riforma che portasse a una forma di governo semi-presidenziale non dissimile da quella della Quinta Repubblica francese (che continuo a ritenere un obiettivo da perseguire). So, però, che non fu quella la strada intrapresa da Craxi. In Commissione Bozzi i socialisti frenarono praticamente su tutto. Oggi, quasi dimenticata, l’unica riforma per la quale Craxi si batté con successo fu l’abolizione del voto segreto nelle aule parlamentari, una riforma regolamentare importante che avrebbe potuto anche condurre a più democrazia nei partiti e a migliore rappresentanza politica. In seguito, quando arrivò l’opportunità di scuotere il sistema politico italiano in uno dei suoi gangli costitutivi, la legge elettorale proporzionale, Craxi commise un errore politico letale non solo opponendosi, ma finendo per apparire il capofila dei conservatori istituzionali proprio mentre, a fatica e non senza divisioni interne, gli ex-comunisti approdavano alla spiaggia della preferenza unica e si apprestavano ad andare nel mare aperto di una legge elettorale non più proporzionale.
Insomma, sono convinto che si possa legittimamente concludere che Craxi non seppe condurre fino in fondo le importanti battaglie che aveva iniziato. Non ha bisogno di nessuna riabilitazione poiché la sua figura politica ha effettivamente dominato gli anni Ottanta. Neppure, però, servono gli elogi incondizionati che impediscono di predisporre gli strumenti indispensabili per una strategia riformista: partito, cultura politica, istituzioni. Continuons le combat.
Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna, è stato Senatore della Sinistra Indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996. Il suo libro più recente è Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020). In corso di stampa Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET, febbraio 2021).
Craxi Sine ira ac studio @Mondoperaio
Da Mondoperaio 3/4, 2020, pp. 81-85
Non ho mai “odiato” Craxi, ma neanche l’ho esaltato. Nel 1987 quando mi candidai a capogruppo della Sinistra Indipendente del Senato una schiacciante maggioranza dei colleghi mi votò contro perché, dissero, ero filo-socialista. In verità, ero (e continuo a essere) irrimediabilmente a favore di un’alternativa di sinistra che, allora, come oggi, richiede un forte partito socialista. Non dissi e non scrissi mai che Craxi aveva prodotto una “mutazione genetica” del Partito Socialista Italiano. Ho incontrato Craxi tre volte. La prima all’inizio del 1978 in un hotel di Roma. Invitato da Luigi Covatta stavamo preparando il Progetto Socialista che il segretario avrebbe illustrato al Congresso di Torino nell’aprile di quell’anno. Facendo una visita improvvisa Craxi chiese “chi è Pasquino?” Non perché io fossi particolarmente importante, ma perché ero l’unico di quel piccolo gruppo che non conosceva. La seconda volta fu nel dicembre 1988 alla commemorazione nella Sala Zuccari del Senato in occasione del decimo anniversario della morte di Lelio Basso. Ero seduto in prima fila, ma molto defilato rispetto agli oratori. Nell’unico posto libero di fianco a me si sedette Craxi arrivato all’ultimo momento, appena affannato. Notai che era elegantemente vestito con una camicia bianca impeccabile. Come se ci conoscessimo da tempo (e/o mi avesse subito riconosciuto), in poche parole mi ricordò che aveva conosciuto Basso negli anni quaranta nello studio di avvocato di suo padre a Milano e sbuffò che quel Rodotà lo irritava alquanto e non solo per il suo eloquio. La terza volta, non ricordo precisamente l’anno, forse il 1990, ma il mese e il giorno sì: giugno, sabato mattina. Doveva esserci una qualche votazione eccezionale in Senato. Saranno state le 9 e mezza. Entrai in Piazza Navona provenendo da Via Zanardelli (cioè, dal Tevere). Lo facevo regolarmente perché la vista dell’intera piazza senza turisti mi affascinava. All’altezza dell’edicola, che da oramai troppo tempo non esiste più, notai un uomo alto in camicia bianca le maniche appena arrotolate. In una mano aveva un pacco di giornali, con l’altra teneva affettuosamente un bambino (oggi direi il nipotino) con il quale parlava camminando lentamente e piegandosi per ascoltarne le domande. Era un Craxi assolutamente inaspettato e imprevedibile in questo quadretto di famiglia. Non lo vidi più.
Ho citato questi tre episodi poiché, seppure in maniera diversa, gli autori dei due libri che danno spunto alle mie riflessioni (Claudio Martelli, L’antipatico. Bettino Craxi e la Grande Coalizione, Milano, La nave di Teseo, 2020, pp. 223, e Fabio Martini, Controvento. La vera storia di Bettino Craxi, Soveria Mannelli, 2020, pp. 202) evidenziano e sottolineano che Craxi era, volente o nolente, antipatico, spesso facendo dell’antipatia che suscitava anche un elemento politicamente rilevante, uno strumento di percussione. Non sono del tutto convinto che l’antipatia sia stata la cifra dominante del suo modo di fare politica, ma, certo, Craxi non mirò a conquistare il potere e il consenso attraverso affermazioni melense e comportamenti ossequiosi. In qualche modo, la sua durezza naturale costituisce un elemento centrale, consapevolmente e deliberatamente utilizzato da Craxi, primo leader italiano a fare ricorso a quella che in seguito è stata definita la personalizzazione della politica. Ma Craxi aveva un partito. Lo aveva conquistato. Ne fu il legittimo sostanzialmente incontrastato leader dal 1976 al 1993. Sia Martini sia, soprattutto, Martelli mettono in grande evidenza la storia (e la lealtà) di partito di Craxi, il suo percorso dentro il partito, ma anche la sua scelta (obbligata) di agire per rafforzare, anche economicamente, l’organizzazione del partito. Di fronte a quello che Craxi stesso definì “bipolarismo” di due partiti grandi e ben finanziati con metodi che sappiamo essere stati più che riprovevoli, tutto quello che serviva a potenziare il suo PSI gli sembrò accettabile.
Al proposito, però, mi pare che entrambi gli autori trascurino due aspetti molto importanti. Da un lato, Craxi non acquisì mai pieno controllo sul PSI. Anzi, lasciò, ma, forse, non poteva fare diversamente, che alcuni “luogotenenti” si imponessero come padroni dei partiti socialisti locali: dal Piemonte al Veneto, dalla Toscana alla Puglia, dalla Campania alla Sicilia, facendo il bello (per loro) e il cattivo (per la reputazione del PSI) tempo. Dall’altro, non solo non tollerò mai il dissenso interno, considerandolo elemento di divisione e pensando di saperne di più, ma accettò pratiche, come l’acclamazione a segretario al Congresso di Verona nel 1984, che non soltanto agli occhi degli avversari ne accreditarono le critiche di autoritarismo (respinte come assurde sia da Martini sia da Martelli). Credo sia tuttora opportuno ricordare che la democrazia nei partiti, già difficile da definire, non costituì certamente il tratto dominante del PCI né, ancorché in misura inferiore, della DC, partito di oligarchie competitive. Anche il vantato “decisionismo” di Craxi fu interpretato come inevitabile conseguenza di pulsioni autoritarie. Sul punto ho sempre dissentito asserendo che il decisionismo accompagnato dalla assunzione di responsabilità si colloca pienamente nel funzionamento delle procedure democratiche. In questa luce, ho valutato molto positivamente la affermazione di Craxi che in caso di vittoria degli abrogazionisti nel referendum sul taglio di alcuni punti della scala mobile, il Presidente del Consiglio si sarebbe dimesso “un minuto dopo” (Martini, p. 91).
Un partito non è soltanto organizzazione sul territorio e coesione interna. La sua forza dipende anche dalla capacità di esprimere una visione del mondo (“tu chiamala, se vuoi, ideologia”) e della società in cui agisce per conquistare il potere necessario per cambiarla e per migliorarla. Sfidare la DC, ma soprattutto i comunisti contrapponendo al loro fatiscente marxismo e al gramscismo ritualizzato, certamente non adatto all’interpretazione (e al governo) di una democrazia relativamente affluente un Vangelo socialista che aveva le sue fondamenta nel pensiero di Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) fu una scelta provocatoria, ma certamente non felice e, comunque, del tutto inadeguata all’obiettivo. Un partito che voleva essere più moderno dei suoi due maggiori antagonisti non avrebbe in nessun modo dovuto cercare dei riferimenti culturali in un pensatore della prima metà del XIX secolo, soprattutto quando il gruppo degli intellettuali socialisti era già andato molto più avanti nelle elaborazioni presentate sulle pagine di “Mondoperaio” (si veda il capitolo del libro di Martini intitolato “Gli intellettuali disorganici”). Quel “Vangelo” cadde rapidamente nell’oblio, superato da quella che rimane la più alta elaborazione socialista di quei tempi: il discorso su “meriti e bisogni” di Claudio Martelli alla conferenza programmatica di Rimini, 31 marzo-4 aprile 1982, quanto di più vicino si potesse avere alle promesse, alle esperienze e alle prestazioni delle socialdemocrazie scandinave.
Elegantemente, Martelli non si auto-elogia, mentre lapidariamente Martini intitola l’apposito paragrafo “I meriti e i bisogni, ma Bettino non applaude” (pp. 102-103). Comunque, in seguito, logoratosi il rapporto con gli intellettuali che avevano molto contribuito alla Conferenza Programmatica di Rimini, 31 marzo-4 aprile 1982, anche i meriti e i bisogni scomparvero dall’agenda di Craxi e del PSI. In verità, qualche “bisognoso” venne molto concretamente aiutato da Craxi. Furono i dissenzienti dei paesi comunisti e non pochi oppositori dei regimi autoritari del Terzo Mondo. Questa è una pagina dell’attività di Craxi lasciata alquanto in ombra che, invece, per giungere ad un bilancio equilibrato della sua opera politica deve essere illuminata proprio come fanno Martini e Martelli. Il primo intitola tutto un pregevole capitolo “Il finanziatore dei diritti umani”. Il secondo si esprime senza mezzi termini: “Non c’è, non è mai esistito un leader politico dell’Italia repubblicana che abbia difeso con tanto coraggio e tanta coerenza, a Est e a Ovest, la libertà degli uomini e i diritti dei popoli come Craxi ha fatto per tutta la sua vita” (Martelli, p. 84).
È arcinoto che il giusto e ammirevole sostegno ai dissidenti nei paesi comunisti serviva anche, ma perché no?, per mettere in evidenza le contraddizioni del Partito Comunista Italiano. D’altronde, Craxi non poteva che mirare a sottrarre voti al PCI con l’obiettivo di sorpassarlo. Quando il Parti Socialiste di Mitterrand superò in voti il Partito Comunista francese si poté permettere il lusso di includerlo nella coalizione di governo. Dunque, quello che Giuliano Amato e Luciano Cafagna chiamarono Duello a sinistra (sottotitolo Socialisti e comunisti nei lunghi anni 70, Bologna, Il Mulino, 1982) era assolutamente inevitabile. Avrebbe persino potuto essere produttivo. Invece, divenne uno scontro esageratamente personalizzato “Craxi contro Berlinguer”, con i comunisti che non smisero mai il loro, peraltro largamente ingiustificato, atteggiamento di superiorità politica, etica, personale. L’episodio che fece maggiormente scalpore, l’ho ancora nelle orecchie, furono i fischi con i quali, in maniera del tutto irrituale, ma non organizzata, i delegati socialisti accolsero al Congresso di Verona nel 1984 il segretario del Partito Comunista. Ricordo di avere ascoltato alla radio il racconto, monco, dell’avvenimento, vale a dire soltanto la frase di Craxi “non mi sono unito a questi fischi solo perché non so fischiare”. Opportunamente, Martini ricorda che Craxi aveva premesso che l’ostilità dei delegati socialisti non era diretta a una persona, “ma a una politica profondamente sbagliata” e che “se i fischi erano un segnale politico contro questa politica”, allora Craxi aveva più di un motivo per condividerli (p. 123). Quel duello a sinistra condotto senza regole e senza esclusione di colpi avrebbe travolto sia il PCI non più di Berlinguer sia Craxi e il PSI, terminando con la morte della sinistra in Italia. Non credo che riflettere su quegli avvenimenti porti alla resurrezione, ma penso che sia comunque un dovere di onestà intellettuale ricordarli.
Inevitabilmente, la valutazione dell’uomo politico Craxi continua ad essere tuttora affidata a due insiemi di avvenimenti: primo, il finanziamento illecito del Partito Socialista che ha preso il sopravvento sul secondo, vale a dire l’esito della sua attività politica. Continuo a ritenere scandaloso il silenzio, solo parzialmente imbarazzato, dei dirigenti degli altri partiti alla Camera dei Deputati quando (3 luglio 1992) Craxi denunciò la corruzione del sistema nel quale tutti i partiti operavano (erano “costretti” a operare). Sia Martelli sia Martini (paragrafo intitolato “il discorso-verità”) si soffermano sul discorso di Craxi che vale la pena di riportare nel suo punto centrale: “Buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale” e “se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo” (Martini, p. 152). E nessuno si alzò. Nessuno prese la parola. Martini commenta “quel silenzio [fu] il preannuncio di un rito collettivo: il capro espiatorio” (p. 153). Concordo in larga misura con l’interpretazione di Martini e di Martelli (pp. 208-209) che a Craxi fu riservato il ruolo di capro espiatorio in special modo perché aveva tentato di scardinare equilibri consolidati fra DC e PCI e tutti i loro numerosi sostenitori di riferimento i quali, certo, non volevano che si spalancassero i loro altarini. Martini scrive di un “complotto”; Martelli fa i nomi di uno schieramento impressionante che si attivò contro Craxi. Ripetutamente fa cenno ad un “partito del potere e del denaro” scivolando in una visione complottistica della politica che non mi pare del tutto convincente. Penso anche che da allora la situazione è soltanto parzialmente cambiata (non mi avventuro a scrivere migliorata), ma che il problema di come fare sì che il denaro non conti più dei voti, spesso, peraltro, acquisiti proprio con il ricorso al denaro e allo scambio di risorse improprie, non è affatto stato risolto nella politica italiana.
Sul secondo insieme di avvenimenti né Martini né Martelli offrono quanto ritengo sarebbe necessario e, quel che più conta, non vanno abbastanza a fondo. È possibile e giusto sostenere che quando Craxi lasciò l’Italia per Hammamet, la sua politica era stata sconfitta? Se il suo obiettivo dominante era quello di spaccare il bipolarismo DC/PCI, nei fatti era stato conseguito, ma non grazie alla azione e alla determinatezza del PSI quanto, piuttosto, a causa della caduta del Muro di Berlino e del successivo disfacimento della DC. Se, invece, il suo obiettivo era costituito dalla formazione di un governo progressista imperniato sul PSI, allora nulla di tutto questo abbiamo visto né allora né dopo. Provocatoriamente, scrivo che il Partito Democratico è la riaffermazione in forme diverse, più deboli, ma largamente rappresentative, del bipolarismo fra post-comunisti e post-democristiani. Il sistema partitico italiano è sostanzialmente destrutturato. Da qualche tempo nessuno parla più di alternanza e meno che mai di “alternativa”. Se il test dell’opera di uno statista consiste nella sua eredità, cioè nel lasciare il sistema politico in condizioni migliori di quando lo ha governato, Craxi non ha superato il test. Lo scrive con nettezza Martelli: “voleva e ha perseguito una grande riforma della repubblica e delle sue istituzioni, ma ha mancato l’obiettivo” (p. 216). Martelli attribuisce la sconfitta all’ ”l’insuperabile e irresponsabile rifiuto di quasi tutte le altre forze politiche” (ibidem), ma si può legittimamente affermare che quella Grande Riforma rimase sempre vaga (con una terminologia appropriata Martini intitola il suo paragrafo in materia “La Grande Riforma, un’araba fenice”, pp. 115-118), e che, presto, Craxi smise persino di perseguirla. Si adeguò in attesa di tempi che non sono venuti. La verità è che il grande giocatore di poker aveva bluffato e non ebbe il coraggio di rischiare, di andare a vedere le carte altrui per timore di perdere.
Curiosamente, sia Martelli sia Martini concludono il loro libro con un riferimento-paragone fra Aldo Moro e Bettino Craxi. Sobriamente, Martelli nota che “come quella di Moro, anche la famiglia di Craxi ha rifiutato i funerali di Stato offerti da un’ipocrita nomenklatura” (p. 217). Martini va oltre aggiungendo che “tutti e due vollero riposare per sempre in cimiteri appartati” (p. 191). Premesso che, contrariamente a una imponente letteratura apologetica, ritengo che neppure Aldo Moro è in grado di superare il test dello stato del sistema politico che contribuì a plasmare in trent’anni ai vertici del potere, ovvero del suo miglioramento, non mi parrebbe inopportuno procedere ad una valutazione “tra luci e inevitabili ombre” del loro rispettivo contributo che, però, non centrerei e neppure limiterei, come suggerisce Martini (p. 192) al “consolidamento della democrazia in Italia” e “alla conquista della libertà in tanti Paesi oppressi dalla dittatura”. Temo che nella valutazione complessiva di entrambi questi leader politici, sicuramente di alta statura, un po’ tutti gli analisti, non solo Martini e Martelli, si facciano troppo influenzare dalle loro più che infelici morti. Per entrambi i leader chiederei maggiore equanimità che non rinunci alla critica della loro politica. I due libri che ho qui discusso vanno positivamente in questa direzione, ma rimane ancora molto da fare.
Ripensare il finanziamento della politica @rivistailmulino fascicolo 1/20
Articolo pubblicato su “il Mulino”, 1/20, n. 507, pp. 45-52
Contro il finanziamento pubblico di questi partiti è il titolo di un mio articolo che “il Mulino” riuscì fulmineamente a pubblicare (vol. XXIII, marzo/aprile, pp. 233-255) prima che la legge n. 195 del 2 maggio 1974, primo firmatario il capogruppo della Democrazia cristiana alla Camera dei Deputati Flaminio Piccoli, concordata con tutti gli altri partiti ad eccezione del Partito Liberale Italiano (che in seguito ne tentò, senza successo, l’abrogazione per via referendaria) fosse licenziata rapidissimamente dal Parlamento bicamerale (a riprova che la volontà politica dei “legislatori” è sempre in grado di prevalere sull’assetto strutturale anche del bicameralismo paritario italiano). Naturalmente, non fui l’unico critico. L’analisi di poco successiva che apprezzai maggiormente fu quella di Ernesto Bettinelli (La legge sul finanziamento pubblico dei partiti, in “Il Politico”, vol. 39, n. 4, Dicembre 1974, pp. 640-661). Eravamo e, credo, siamo rimasti sulla stessa lunghezza d’onda e, poiché l’argomento è il peso del denaro in politica, aggiungerò che la convergenza di opinioni, non a vanvera, ma informate, riguardò anche il conflitto d’interessi (do you remember?)
La posizione che argomentai allora era che fosse sbagliato e persino dannoso per i partiti e per la competizione democratica finanziare le strutture e i loro apparati invece delle attività essenziali in un regime democratico: propaganda e strumenti per la diffusione di idee e proposte per continuare a offrire una pluralità di scelte effettive (non di, più o meno appassionate e appassionanti, testimonianze) non soltanto al momento del voto, ma nel corso del tempo. Quei partiti italiani riuscirono a sfuggire per qualche tempo al giudizio del popolo (sic) salvati dalle allora zone rosse, Emilia-Romagna in testa, nel referendum dell’11 giugno 1978 promosso dai radicali. Il 43,6 per cento degli elettori (me, ovviamente, compreso) si pronunciò per il “sì” all’abrogazione. Quel che più conta, proprio grazie ai fondi pubblici, quei partiti ebbero modo di evitare qualsiasi riforma della loro organizzazione e dei loro comportamenti. Quanto all’organizzazione, non mi riferisco alla necessità/indispensabilità di introdurre modalità democratiche nel loro funzionamento (su cui ho scritto di recente: La democrazia nei partiti (degli altri), in “il Mulino”, vol. LXVIII, Novembre/Dicembre 2019, pp. 908-915). Considero, piuttosto, la volontà di aprirsi davvero ad una società che cambiava e della quale quei partiti, resi ancora più autoreferenziali dai soldi pubblici, pensarono, invece, di non avere bisogno né di studiarla né di “incontrarla”. La legge 195/1974 fu, da un lato, il compimento e l’epitome della partitocrazia italiana, dall’altro, una confortevole rete di sicurezza.
La crisi arrivò qualche tempo dopo sulla scia di Mani Pulite, intesa, per la parte che ci interessa qui, come la sconvolgente scoperta, ad opera degli elettori poiché i politici “non potevano non sapere”, che neppure il notevole flusso di denaro pubblico bastava ai partiti e ai loro dirigenti che vi aggiunsero abbondanti tangenti, mazzette, bustarelle e altro costruendo una sostanzialmente onnicomprensiva cappa di corruzione sistemica. Con il 90.3 per cento di sì, il 18 aprile 1993 l’elettorato si espresse per l’abolizione totale della legge (ne scrissi l’epitaffio subito dopo: Referendum: l’analisi del voto, in “Mondoperaio”, anno 31, n. 7-8, pp. 18-24). È quasi impossibile, meriterebbe un articolo specifico, seguire poi tutti i tentativi, spesso nel cuore della notte, effettuati dai partiti per continuare per continuare ad avvalersi, più o meno di straforo, di somme tutt’altro che limitate fino all’abolizione definitiva (sic) addirittura dei rimborsi elettorali sancita per decreto dal governo Letta nel 2014.
Che cosa rimane? Rimangono finanziamenti tutt’altro che irrisori per l’attività dei gruppi parlamentari assegnati in base alla loro consistenza numerica. A questo proposito, chi volesse davvero rendere difficile, eliminare mi pare impossibile, il fenomeno del trasformismo, potrebbe avanzare la proposta che i parlamentari che lasciano il gruppo al quale hanno aderito al momento della loro elezione non portano con sé quanto spetta al loro gruppo. Questo punto è significativo. Lo ripeterò più avanti. Rimane il 2 per mille che i contribuenti possono destinare al partito che preferiscono. Rimangono le cosiddette erogazioni liberali dei cittadini che le possono detrarre fino alla cifra di 30 mila Euro. Direi che, complessivamente, i partiti riescono comunque ad acquisire una cifra non marginale per svolgere attività politiche non solo di routine. Dovremmo, dunque, preoccuparci della presunta miseria di fondi nella quale i partiti italiani, anche grazie alla loro fattiva collaborazione, sono caduti?
Certamente, non è neppure da prendere in considerazione l’ipotesi che la loro miseria di idee derivi dalla carenza di denaro. Forse, è più vero il contrario. Peraltro, alcune Fondazioni legate a dirigenti di partito, ma sarebbe opportuna una ricognizione approfondita, sono in condizione di raccogliere e ricevere fondi appositi e di produrre attività visibili, non soltanto di propaganda, ma anche di ricerca, in qualche modo utili alla politica. Anche se è possibile ritenere e sostenere che la cattiva qualità della politica italiana non dipende dalla carenza di fondi, non possiamo non porci il problema del rapporto fra i soldi e la politica in Italia, oggi. Ieri, Craxi lo disse a chiarissime lettere nel suo discorso alla Camera dei Deputati, i soldi “andavano” un po’ a tutti i partiti (sento, però, che dovremmo procedere a opportune differenze sia quantitative sia nelle modalità con le quali quei soldi si “muovevano” e dove effettivamente finivano) anche se da quasi vent’anni esisteva il finanziamento pubblico dei partiti in quantità che erano certamente alquanto generose. Che cosa facevano quei partiti negli anni Ottanta e Novanta e perché avevano bisogno di una crescente quantità di denaro? A questa domanda è imperativo azzardare una risposta prima di affermare la necessità di tornare/ridefinire modalità di finanziamento pubblico.
La prima risposta ruota intorno alla politica italiana come si era strutturata, quasi monopolizzata dai partiti la cui competizione era sempre stata molto intensa e che si era acuita con la sfida socialista diventando per alcuni sostanzialmente una questione di vita e di morte. I partiti piccoli: Liberali, Repubblicani, Socialdemocratici, privi di entrate derivanti dagli iscritti e da feste di autofinanziamento, avevano assoluto bisogno di molto denaro semplicemente per sopravvivere. Più si alzava il livello della competizione, e certamente fu Craxi ad alzarlo (non è un demerito), più servivano soldi a tutti i competitors, al PSI più degli altri poiché la sua sfida competitiva si scontrava con due avversari molto attrezzati: DC e PCI. Naturalmente, oltre alla competizione fra i partiti, esisteva anche una competizione dentro i partiti, fra le correnti, in particolare, all’interno sia della DC sia dello stesso PSI. Ancora una volta erano i socialisti ad avere più bisogno di soldi poiché la lotta fra correnti fu durissima fino a quando Craxi ottenne il completo controllo del partito, dopo il Congresso di Verona nel maggio 1984. Soprattutto, però, furono i dirigenti socialisti candidati alla Camera in varie aree del paese ad avere bisogno di soldi che il centro non consegnava loro (no, il PSI non fu mai un partito “federale” come si diceva fosse, ma non fu, il Parti Socialiste di Mitterrand) per le loro campagne elettorali personali(zzate). Il numero di voti di preferenza da ciascuno di loro ottenuti ne consacrava la “capacità” politica, ne aumentava il prestigio, veniva tenuto nel massimo conto e fatto valere per ottenere cariche di governo. Ricordo qui che Craxi si oppose frontalmente al referendum sulla preferenza unica con l’invito ad andare al mare affinché non fosse conseguito il quorum, consapevole che la lotta per le preferenze (allora tre o quattro a seconda della dimensione delle circoscrizione) costituiva uno strumento importante per mobilitare una pluralità di settori di elettorato potenzialmente socialista.
Tutto questo fa parte del passato, di un passato che è utile conoscere per andare oltre verso una situazione migliore. Il problema è, però, fondamentalmente simile: è giusto finanziare i partiti di oggi con fondi pubblici? Qual è la somma da considerarsi complessivamente adeguata e con quali criteri dovrebbe essere attribuita e distribuita, a chi? Probabilmente, il primo passo da compiere dovrebbe consistere in un esercizio il più accurato possibile di spending review. Quanto i partiti oggi rappresentati in Parlamento spendono per la loro vita quotidiana e quali sono precisamente le loro voci di spessa? Non partiamo da zero poiché alcune cifre sono note, quelle che riguardano il finanziamento dei gruppi parlamentari sulla base della loro consistenza numerica e i fondi che vanno a ciascun parlamentare per pagare suoi collaboratori. Quanto al primo punto, il fenomeno del trasformismo nella sua versione di passaggio di parlamentari da un gruppo ad un altro gruppo indebolisce economicamente il gruppo che perde quei parlamentari e rafforza il gruppo che li riceve/accoglie. Ovviamente, se i parlamentari passano al gruppo misto è il gruppo di partenza che perde senza che venga rafforzato un altro gruppo. Le misure contro il trasformismo, se lo si ritiene fenomeno particolarmente nocivo per la vita politica, per la qualità della rappresentanza e per il ruolo e prestigio del Parlamento, possono essere anche altre. Peraltro, nulla vieta che il parlamentare trasformista possa essere punito anche nei fondi che gli sono assegnati personalmente né cozza contro l’assenza di vincolo di mandato che riguarda la sua libertà di voto non le sue traiettorie. Ricordo, comunque, che parlamentari assidui e intenzionati a contare che sappiano le domande da fare riescono ad ottenere un’assistenza eccellente dai funzionari di Camera e Senato e dai rispettivi uffici studi. Insomma, l’attività parlamentare dei singoli e dei gruppi non necessita ulteriori finanziamenti. Semmai, il mio suggerimento è eventualmente di provvedere a rafforzare anche numericamente gli apparati dei funzionari di Camera e Senato.
In verità, quando i partiti e i loro dirigenti chiedono più soldi giustificano la richiesta con riferimento a due tipi generali di attività: in primis, le campagne elettorali; secondo, il mantenimento dei rapporti con gli elettori anche fra una campagna elettorale e quella successiva. È un peccato che nessuno degli studiosi abbia esplorato in maniera approfondita né l’una né l’altra di queste attività. Impareremmo molto sia sulla società italiana e le sue richieste alla politica/ai politici sia sulle trasformazioni e le inadeguatezze dei partiti, dei politici, dei candidati, degli eletti. Di nuovo, in partenza suggerisco ancora una accurata opera di spending review che sarà certamente più delicata di quella che ha riguardato le spese in parlamento per le attività colà svolte. Infatti, sia le campagne elettorali sia i rapporti con gli elettori (e, immagino, con gruppi organizzati e con vere e proprie lobby) potrebbero contenere per ciascun partito e, chi sa, anche per qualche candidato, sia elementi al limite del lecito che, ovviamente, il partito vorrà tenere nascosti, sia elementi che, seppure leciti, è preferibile che non vengano resi noti poiché originali, innovativi, peculiari ad un candidato e/o al suo partito, tali da produrre effetti positivi. È giusto che la riservatezza venga garantita e che l’innovazione non venga svelata a vantaggio di chi non ha saputo fare altrettanto.
Non so dire quanto il sistema del Movimento 5 Stelle, che si basa sulla Piattaforma Rousseau, debba essere effettivamente collocato fra le innovazioni politico-comunicative. Sappiamo che non è stato imitato da nessuno dei concorrenti e sappiamo anche che il suo funzionamento e il suo finanziamento contengono elementi di riservatezza/segretezza variamente e fortemente criticati (e, aggiungo, criticabili). Saperne di più sui costi di quella Piattaforma, sugli eventuali, ma probabili, profitti del proprietario e gestore Davide Casaleggio e sulla provenienza dei fondi che ne consentono l’utilizzo è una lecita curiosità di chi desidera conoscere i costi della politica eventualmente da coprire con fondi pubblici.
Nella misura in cui i finanziamenti pubblici debbano essere ripristinati, essenzialmente per coprire i costi delle campagne elettorali, allora bisogna riflettere su almeno due aspetti importanti. Primo: per garantire la parità dei punti di partenza nelle competizioni elettorali è necessario che tutti i partiti e tutti candidati abbiano gli stessi fondi per organizzare eventi, distribuire messaggi, ottenere presenze televisive? Oppure i fondi andranno esclusivamente ai partiti (già) presenti nel Parlamento e ai loro candidati in quelle campagne elettorali? Non finiremmo in questo modo per dare vita ad una situazione di “cartello” fra partiti insediati che si spalleggiano nella quale diventa molto difficile, al limite dell’impossibile per partiti nuovi ottenere finanziamenti e quant’altro? D’altronde, potremmo anche legittimamente sostenere che, per avere accesso a fondi e servizi, spetterebbe ai partiti nuovi raggiungere in proprio una incerta soglia minima. Per esempio, raccogliere dai privati una predefinita somma di denaro che lo Stato raddoppierebbe. Quanti “piccoli” versamenti da quale numero minimo di privati (500 Euro massimo per ciascuno da almeno mille finanziatori/sottoscrittori) dovrebbero essere richiesti?
Come è facile notare subito, questa è una strada irta di ostacoli, forse anche di inconvenienti, che si presta più di un’obiezione, ma mi pare che meriti di essere percorsa anche perché coinvolgerebbe e responsabilizzerebbe i cittadini-elettori e non solo. Il messaggio non è “fatevi il vostro partito”, ma “sostenete chi porta avanti le vostre idee, le vostre preferenze, i vostri interessi”. Il secondo aspetto, che è ancora più importante, riguarda il tipo di sistema elettorale vigente. Una legge elettorale proporzionale non può che accompagnarsi a finanziamenti che vanno ai partiti, ai loro segretari amministrativi. Per quanto si possa statuire che i fondi saranno distribuiti anche alle organizzazioni locali, se le dimensioni delle circoscrizioni sono elevate, i costi delle campagne elettorali saranno di conseguenze prevedibilmente alti. Chi vuole tenere bassi i costi delle campagne elettorali deve volere circoscrizioni piccole, nelle quali si eleggano dieci o meno deputati. In questo caso i costi si ridurranno, ma non potranno comunque essere irrisori. Qualora, invece, vi siano collegi uninominali i costi delle campagne elettorali potranno effettivamente essere abbastanza contenuti, come, in Gran Bretagna dove vengono eletti 650 deputati e in ciascun collegio gli elettori variano da 80 a 100 mila elettori circa. Ovviamente, se il referendum non sconfiggerà il taglio dei parlamentari italiani, quand’anche, ipotesi del terzo tipo, si introducessero in Italia i collegi uninominali (inevitabilmente facenti parte di una legge elettorale maggioritaria), ciascuno di loro per la Camera dovrebbe contenere più di 125 mila elettori e per il Senato il doppio, vale a dire 250 mila. Il costo delle campagne elettorali risulterebbe sicuramente piuttosto più elevato di quelle inglesi. Qui non discuto minimamente le difficoltà di dare rappresentanza politica adeguata che conseguono dalla riduzione del numero dei parlamentari, ma è possibile in questo contesto sostenere che la democrazia ha davvero un costo e che è indispensabile che i cittadini siano informati su quello che segue al risparmio, non ingente, derivante dal taglio delle “poltrone”.
Ho la tentazione di concludere con alcune, poche, affermazioni drastiche, quasi apodittiche. Prima affermazione: ai partiti in quanto organizzazioni bisogna dare soltanto una quantità minima di denaro pubblico. È molto meglio finanziare adeguatamente l’attività dei gruppi parlamentari anche al fine di riacquisire attraverso il miglioramento delle loro prestazioni il prestigio perduto dai parlamentari e dal Parlamento in quanto tale. Seconda affermazione: è opportuno finanziare le campagne elettorali, meglio se, da un lato, offrendo servizi gratuiti ai partiti, dall’altro, procedendo a rimborsi per attività svolte dai partiti (e dai candidati), quelle attività che servono la politica garantendo effettiva competizione e mettendo a disposizione degli elettori il massimo di informazioni (aggiungerei, persino, in maniera visionaria, la possibilità e la strumentazione del fact checking) Infine, molti di questi nobili obiettivi: spese contenute, competizione reale, diffusione di informazioni, più potere agli elettori sono più facilmente conseguibili laddove e quando la legge elettorale prevede l’esistenza di collegi uninominali. Che qualche riformatore elettorale, soprattutto coloro che si collocano anche fra i risparmiatori, mi auguro che ce ne siano di disponili a mettersi all’opera, voglia tenere conto di questa cruciale indicazione?
Discutere se, come, quanto finanziare con denaro pubblico la politica democratica continua a essere un’operazione importante. Naturalmente, è altrettanto importante valutare se, come e quanto chi intende “fare” politica a tutti i livelli debba essere messo in condizione di ottenere denaro anche dai privati oppure soltanto dai privati oppure, ancora, in quale mix dal pubblico e dai privati. A qualunque soluzione si giunga, un elemento è irrinunciabile: bisogna che qualsivoglia finanziamento di provenienza dai privati al di sopra di una somma minima, che potrebbe essere indicata in 20 Euro, sia riconducibile a chi l’ha versata. Chi dà denaro a candidati, partiti e eletti compie un atto politico. Come qualsiasi altro atto politico il versamento di fondi deve essere pubblico, forse, meglio, deve, secondo modalità da stabilire, potere essere reso pubblico. È vero che in nessun luogo è oramai possibile fare politica senza disporre di denaro. Ma è altrettanto vero che un po’ dappertutto i cittadini diffidano di coloro che si fanno largo in politica grazie al loro denaro o alle donazioni che ricevono o ai fondi che ottengono, in maniera più o meno sregolata, dalle casse dello Stato e da altri soggetti. Credo sia essenziale aggiungere che la pubblicità deve riguardare anche i gruppi di pressione e i lobbisti.
Chi intende ridare dignità alla politica e ai politici stessi (dei quali troppi sostengono, con una buona dose di ipocrisia, di essere in politica “per passione” o “con spirito di servizio” e non con la legittima ambizione di acquisire cariche che consentano di produrre cambiamenti) ha l’obbligo di operare con il massimo di trasparenza. Altrimenti, il rischio che la politica in Italia ha già corso consiste nell’offrire straordinarie opportunità ai populisti. Dunque, non è sufficiente finanziare con fondi pubblici partiti e candidati. Anzi, forse, senza una meticolosa legislazione di contorno, questa modalità potrebbe risultare addirittura controproducente. Non è sufficiente neppure procedere a, pur essenziali, argomentazioni a favore di ciascuna modalità di finanziamento e di più per quello statale. È imperativo sapere garantire impeccabili controlli dei fondi e delle spese ai quali la cittadinanza sia in grado di accedere facilmente. Allora, alla fin della ballata, mi sento obbligato ad affermare che, no, non credo che in Italia sia già tornato il tempo del finanziamento pubblico della politica, con tutte le variazioni e precisazioni del caso. Alla domanda specifica risponderei: “dipende”. Spero di avere spiegato convincentemente da cosa dipende e perché.
Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Socio dell’Accademia dei Lincei, dal 2010 fa parte del Consiglio Scientifico dell’Enciclopedia Italiana. I suoi libri più recenti sono Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (2019); Italian Democracy. How It Works (2020) e Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (2020).




