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Sovranismo azzardato e rischioso

In Italia il miglior amico di Putin rimane Berlusconi che, però, di potere politico proprio non ne ha più neanche un’oncia. Figurarsi se Putin perde l’occasione di influenzare la politica di una democrazia non proprio “vigilante” né vibrante come quella italiana. In qualche modo è persino riuscito a condizionare l’esito delle elezioni USA 2016. Farlo altrove non può che essere, per lui, un gioco da ragazzi, per di più esperti assai. La richiesta di un qualche sostegno venuta da qualche leghista, lasciando da parte il vil denaro che può essere stato versato all’organizzazione che ne ha davvero bisogno, è, però, alquanto contraddittoria nell’ottica sovranista. Nelle elezioni europee gli altri partiti sovranisti hanno ottenuto risultati relativamente buoni, ma chiaramente inferiori alle attese. Sui due più forti, l’ungherese Orbàn capo di governo e l’inglese Farage, probabilmente transeunte con la Brexit, né la Lega che ha bisogno di alleati né Putin possono fare affidamento. Quei due si faranno i fatti loro, senza scrupoli. Invece, a Putin farebbe certamente comodo avere una testa di ponte nell’Unione Europea. Qualcuno che, come ha già fatto Berlusconi, si pronunci contro le sanzioni dell’UE alla Russia poco rispettosa dell’autodeterminazione. Qualcuno che non vada tanto per il sottile e accetti la presenza russa in Ucraina. Qualcuno che, magari anche per disinformazione (la politica estera non è la più nota delle specialità del poliedrico Salvini), intralci i processi decisionali europei e, chi sa, persino, “atlantici”.

Si ha l’impressione che Salvini e qualcun altro nella Lega abbiano sottovalutato la portata di qualsiasi rapporto, anche non economico, con un gigante esigente e sprezzante come la Russia. Non è dalla Russia che i sovranisti europei potranno ottenere qualsiasi legittimazione delle loro attività. Per definizione, i sovranisti tutti guardano ai loro specifici interessi nazionali. Orbàn lo dimostra regolarmente. Possono trovare convergenze occasionali nell’ostacolare le politiche europee, ma pensare che si organizzino in maniera solidale per perseguire obiettivi comuni è davvero molto utopistico. Anzi, è un strategicamente gravissimo. Ad esempio, non è difficile immaginare che sia la Presidente della Commissione Europea sia l’europarlamento saranno molto severi nel valutare le credenziali del Commissario italiano di spettanza della Lega.

Quanto a Putin non è soltanto un sovranista. È prima di tutto e soprattutto un leader autoritario. Non ha bisogno di alleati e non ne vuole. Preferisce vassalli, quinte colonne che è sicuro di sapere come manovrare. Quando sarà chiarito che cosa faceva il leghista Savoini, oltre ad ottenere numerose photo opportunities, in numerosi incontri con delegazioni russe di livello, sapremo se il nervosismo di Salvini è giustificato. Però, già ora è possibile affermare alto e forte che il sovranismo non deve mai mettersi in condizioni da essere manipolato dall’esterno. Questa è la colpa politica più grave.

Pubblicato AGL il 15 luglio 2016

Marsala, oggi. Gianfranco Pasquino: “Ricuciamo insieme i pezzi d’Europa, partendo da…”

Intervista raccolta da Marco Marino

Il nostro è un tempo di slogan, punti esclamativi e affermazioni che lasciano poco spazio al pensiero, al dubbio o anche solo al semplice dialogo. Sembrano davvero lontani i tempi in cui il filosofo Norberto Bobbio diceva che “il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non di raccogliere delle certezze”. La verità è che è molto più facile accomodarsi nelle formule più ricorrenti come “Prima gli italiani/ i siciliani/ i marsalesi/ i marsalesi di via…!” e vedere come va a finire il film. Tanto, a farla vinta, sono sempre loro. Gli uomini dei Palazzi della Politica. Quelle figure indefinite che muovono le nostre vite come se fossero delle pedine.

Ma la politica non può, non deve essere rappresentata in questo modo e chi s’è adagiato a pensarla così sbaglia di grosso. Forse, però, non risuonano più nemmeno le parole di uno dei nostri padri della nostra Repubblica, Piero Calamandrei: «La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai…».

Di questi argomenti e di molti altri parlerà oggi Gianfranco Pasquino, alle 18.30, alle Cantine Florio per il secondo appuntamento del festival 38° Parallelo – Tra libri e cantine, la rassegna di incontri che fino a domenica 19 animerà la città di Marsala con importanti dibattiti legati dal tema del “rammendi, tra visioni e paesaggi”.

Con Gianfranco Pasquino, politologo di fama internazionale, da poco ritornato in libreria con il saggio Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (Bocconi, 2019) anticipiamo alcuni dei temi di questo pomeriggio.

Lunedì s’è chiuso il Salone del Libro di Torino. Entrato nel dibattito fascismo-antifascismo, è sembrato che si riproponesse “il paradosso della tolleranza” di Popper: se la tolleranza prevede anche l’inclusione delle frange più intolleranti è fisiologico che queste cercheranno di farsi spazio ristabilendo i valori dell’intolleranza…

Popper avrebbe, anzitutto, chiesto a chi aveva accettato la domanda di partecipazione al Salone del libro di Torino dell’editore di Casa Pound in base a quali criteri lo aveva fatto. Principio fondamentale è l’assunzione di responsabilità personale e di giustificazione razionale dei propri comportamenti. Poi, avrebbe chiesto di potere (ri)presentare in pubblico il suo libro La società aperta e i suoi nemici nel quale si trovano i principi da osservare e attuare affinché gli uomini e le donne si scelgano le modalità con le quali vivere la loro vita e farsi governare. Popper avrebbe sicuramente suggerito e gradito che si facesse un vero e proprio bando relativo alla costruzione di una società aperta al quale partecipassero tutti coloro disposti a discuterne con lui, magari scrivendo una o due paginette di introduzione al suo testo, oggi, nelle condizioni date. La libertà di espressione del proprio pensiero è un valore irrinunciabile, ma non può mai essere puntellata dal ricorso alla violenza, facilmente constatabile. “È pensiero l’incitamento all’odio?, alla violenza? alla repressione autoritaria?” si sarebbe interrogato Popper. Mai impedire a chiunque l’espressione del pensiero, a voce o per iscritto. Sempre chiedere a tutti di rinunciare alla violenza e di rispettare le leggi vigenti. Sarei stato con Popper continuando a sollecitarlo ad approfondire le sue posizioni, a indicare le sue preferenze, a giudicare caso per caso, argomentando i suoi giudizi.

In un’Italia infettata da populismi, nazionalismi e sovranismi, è sempre più crescente la sfiducia nella possibilità che l’Europa possa ritornare a essere una vera comunità aggregante. Come ritornare a credere in un futuro possibile della nostra Unione? O forse bisogna rassegnarsi all’avanzata del Gruppo di Visegrad?

Nessuno può credere che i problemi, immigrazione e economia, riduzione delle diseguaglianze e offerta di lavoro, che l’UE non riesce a risolvere possano essere risolti da Stati che si riappropriano della sovranità, consapevolmente ceduta, persa solo se incapaci, inadeguati e inaffidabili. I sovranisti, che sono più banalmente e pericolosamente nazionalisti di ritorno, entreranno inevitabilmente in conflitto fra di loro. Si faranno la guerra, proprio come nel passato. Gli europeisti/federalisti metteranno insieme ancora più risorse che avranno un effetto moltiplicatore. Una di questa insostituibili risorse è la democrazia, il potere del popolo esercitato nelle forme e nei limiti della Costituzione, nel caso dell’UE con riferimento al Trattato di Lisbona. Il populismo è una tremenda illusione, la credenza ingenua o furbesca che esista un leader svincolato dalle leggi, non responsabile attraverso regole e procedure, che trae legittimazione da un popolo che lui stesso definisce, contemporaneamente definendo nemici del popolo coloro che al suo potere sregolato si oppongono e che questo leader produca cambiamenti positivi, progresso. Nei paesi del gruppo di Visegrad, forse accolti prematuramente nell’UE, la cultura democratica non è robusta e vibrante, ma esiste un dissenso democratico che può legittimamente fare appello ai cittadini e rovesciare grazie a elezioni libere e non manipolate chi viola le regole. Le autorità europee ricorderanno a quei paesi che la loro prosperità dipende anche dall’osservanza dei principi democratici. Non sarà facile capovolgere alcune tendenze, ma è certamente possibile.

Idea fondativa dell’Unione è che l’Europa, più che un continente, sia un movimento di libertà dello spirito che spinge tutti noi europei alla ricerca della ragione e ci convince della predominanza del ruolo delle leggi su quello del potere. A poche settimane dalle elezioni, cosa resta di quell’idea?

L’Europa è un progetto politico che avanza, nonostante tutto, avendo conseguito la pace fra gli aderenti e la prosperità, nonostante la crisi esogena venuta dagli USA. Da più di settant’anni la guerra è sparita dai rapporti fra gli Stati dell’UE ed è diventata inimmaginabile. Tutti gli Stati-membri e i loro cittadini stanno meglio oggi, in qualche caso molto meglio, di quando hanno aderito all’UE. Altri Stati vogliono aderire (Albania, Kosovo, Montenegro, Serbia) per consolidare le loro traballanti democrazie e fare crescere le loro economie (e società). L’UE è il più grande spazio di libertà e di diritti civili e politici, anche sociali, mai esistito al mondo. L’UE ha abolito la pena di morte. L’UE garantisce la libertà di circolazione di persone e idee, capitali e merci. L’UE è pluralismo politico, sociale, economico, religioso, culturale come nessun altro luogo al mondo. Nell’UE si può ragionare e dissentire, lottare per le proprie idee e proposte, perdere, mai tutto, vincere mai tutto, continuare a perorare la propria causa, persuadere e essere persuasi. Siamo cittadini europei che possono vantarsi di potere chiedere e ottenere giustizia direttamente dalla Corte Europea di Giustizia. Abbiamo ancora molta strada da fare, molta ne abbiamo fatta, sappiamo come avanzare. Siamo anche consapevoli che esistono più indicazioni sui ritmi e sui tempi del futuro che disegneremo d’accordo con i cittadini e con i capi dei governi degli altri paesi. La Gran Bretagna con la sua pasticciata e sbagliata Brexit insegna a tutti quanto costoso sia andarsene, senza sapere dove e per fare che cosa.

Una parola da cui ripartire per ricostruire i valori, le speranze della nostra Europa.

La mia parola chiave dell’UE è opportunità. In una comunità grande, non solo per i numeri, ma per la cultura, la parola opportunità va declinata in diversi modi. È, anzitutto, la possibilità di trovare luoghi e sedi nelle quali esplicare al meglio le proprie capacità. La varietà delle situazioni in Europa è garanzia della molteplicità possibile di scelte. È la certezza che in molti luoghi dell’UE si sarà giudicati in base ai meriti, alle capacità di lavoro, ai contributi personali. Opportunità è quanto gli studenti del programma di enorme successo Erasmus, di scambio fra le migliori università dell’Europa (che sono tante), hanno conosciuto e apprezzato. Continueranno a farlo, a sfruttare questa straordinaria opportunità. Uomini e donne istruiti e professionalmente preparati hanno l’opportunità di migliorare ancora la qualità della loro vita liberamente circolando sul territorio europeo. Non saremo mai tutti eguali su tutto – né, immagino, vorremmo esserlo -, ma l’UE offre eguaglianze di opportunità come nessun singolo Stato-membro (tranne, forse, le avanzatissime Danimarca, Finlandia e Svezia), hanno offerto e stanno tuttora offrendo ai loro cittadini (e agli immigrati che desiderano, con lo studio e con il lavoro, integrarsi davvero). Infine, opportunità di opporsi a leggi ingiuste e a sentenze “sbagliate” grazie alla possibilità per ciascun singolo cittadino europeo di rivolgersi alla Corte Europea di Giustizia per tutelare i suoi interessi, i suoi valori, le sue idee ogniqualvolta si sentano e siano schiacciati da uno Stato nazionale e/o dalle stesse autorità europee.

Pubblicato il 17 maggio 2019 su tp24.it

Paradossi della Brexit infinita

Quando il Primo ministro conservatore inglese David Cameron decise inopinatamente di sottoporre a referendum nel giugno 2016 la permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, non era affatto interessato all’opinione del “popolo britannico”. Piuttosto, era convinto di ottenere un successo relativamente facile per la sua opzione blandamente preferita, malamente argomentata,  “Remain” in questo modo sconfiggendo ed emarginando i suoi oppositori dentro il Partito Conservatore. La vittoria dei Brexiters, ovvero dell’opzione “Leave”, pose giustamente, democraticamente fine alla sua carriera politica. La non irresistibile ascesa di Theresa May alla carica di leader del Partito conservatore e di conseguenza di Primo ministro le ha consegnato l’arduo compito di negoziare, applicando l’art. 50 del Trattato di Lisbona, i termini della separazione fra Regno (apparentemente) Unito e Unione Europea. Che l’accordo, il deal, possa essere soft, ovvero mantenga molti dei legami attualmente intercorrenti, oppure, hard, una rottura secca e netta, è oggetto di contesa che si spinge fino alla possibilità di nessun accordo, no deal. Gli scozzesi e i nordirlandesi che hanno votato per rimanere si attendono, nel peggiore dei casi, un accordo soft.

La Londra cosmopolita, degli affari (sì, contano anche le banche e le attività economiche e imprenditoriali) e della cultura che, ugualmente, ha votato Remain, fortemente desidera un accordo che mantenga molti dei legami con l’Unione Europea, ma finora non ha saputo come argomentare una posizione tale da incidere effettivamente sui negoziati con la decisione finale più volte procrastinata. Nel frattempo, sta giungendo a termine anche la carriera politica della Signora May che ha preannunciato le sue dimissioni non appena un accordo, qualsiasi accordo, sarà raggiunto. Il neanche troppo assordante silenzio del leader laburista Jeremy Corbyn non dipende da nessuna convinzione particolare e da nessuna motivazione nobile (per esempio, non interferire sui negoziati del Primo Ministro con l’UE), ma dalla sua aspettativa che le dimissioni di Theresa May gli aprirebbero la strada ad una insperata vittoria elettorale e all’agognato ingresso al n. 10 di Downing Street (abitazione del Primo ministro). Quindi, Corbyn agisce, anzi, non fa nulla, in maniera del tutto opportunistica.

Che cosa ci narra la Brexit della democrazia inglese, vale a dire della madre di tutte le democrazie (in specie di quelle parlamentari) e, più in generale, delle democrazie contemporanee? Quali lezioni, lasciando da parte la difficoltà di uscire dall’UE volendo rimanerne aggrappati ai vantaggi che l’appartenenza all’UE offre a tutti gli Stati-membri, imparte la Brexit? La prima, vi ho già accennato, è una lezione confortante. Talvolta i leader opportunisti non la fanno franca, non riescono a filarsela all’inglese. In democrazia chi sbaglia, Cameron e May, paga. La seconda lezione è di più difficile esplicazione e comprensione. A sbagliare potrebbero essere stati gli elettori, perché sì anche gli elettori sbagliano: quelli che non sono interessati alla politica e si mobilitano su emozioni e non su opinioni, quelli che non hanno (acquisito) abbastanza informazioni, quelli che non partecipano (non votano) lasciando agli altri elettori il potere di decidere su chi e su che cosa. La terza lezione è che su materie complesse, come quella dell’appartenenza all’UE o della fuoruscita il referendum è uno strumento da usare soltanto dopo un dibattito il più ampio possibile fra politici e cittadini, fra società politica e società civile, dibattito che Cameron non ha saputo e non ha voluto promuovere.

Democrazia referendaria diretta contro democrazia parlamentare rappresentativa? I referendum sono strumenti rarissimamente utilizzati nel Regno Unito, ma vero è che l’ingresso nell’allora Comunità Europea nel 1975 avvenne attraverso un referendum promosso dall’allora Primo ministro laburista Harold Wilson. Nel Regno Unito la sovranità appartiene al popolo (per usare l’espressione dell’articolo 1 della Costituzione italiana) che la delega periodicamente al Parlamento. Saranno i rappresentanti eletti a Westminster a tradurre quella sovranità in comportamenti e decisioni, ciascuno/a di loro poi spiegando quel che ha fatto, non ha fatto, ha fatto male, agli elettori del suo collegio uninominale. Nulla osta, quindi, che la Camera dei Comuni decida di procedere ad un altro referendum. Non un referendum per contrapporre i vincenti del 2016 agli elettori del 2019 (a questo punto quasi sicuramente in possesso di maggiori conoscenze), ma per offrire un’alternativa fra l’accordo eventualmente raggiunto (Deal) e il ritorno (Re-enter) nell’Unione Europea. Complicato, ma non traumatico. Infatti, la democrazia è l’unica “situazione” che consente di cambiare idea assecondando le (nuove) preferenze degli elettori, ah, già, del popolo (che ha e mantiene il diritto di cambiare idea, opinione, voto) e traducendole in quello che quel popolo preferisce.

Pubblicato il 15 aprile 2019 su PARADOXAforum

Continuiamo a combattere, per quanto morbosi siano i tempi #SintomiMorbosi” di Donald Sassoon

“La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Donald Sassoon, professore emerito di Storia Europea Comparata alla Queen Mary University di Londra, ha scelto questa molto nota frase di Gramsci come l’epigrafe del suo più recente libro (Sintomi morbosi, Milano, Garzanti 2019, pp. 322). Il sottotitolo: Nella nostra storia di ieri i segnali della crisi di oggi, mi pare poco appropriato poiché, in effetti, ieri , vale a dire, tanto nel lungo dopoguerra di sviluppo, di miracoli economici, di costruzione dell’Unione Europea quanto nel periodo immediatamente successivo alla caduta di Berlino e, quindi, alla democratizzazione dell’Europa centro-orientale, le cose non sono poi andate così male. Le tre sfide problematiche annunciate dalla fascetta del libro: nazionalismo, immigrazione, populismo sono davvero fenomeni dell’oggi. È qui, infatti, che situerei i sintomi morbosi brillantemente evidenziati e spesso sarcasticamente stigmatizzati dall’autore. Peraltro, Sassoon scoraggia subito qualsiasi tentativo di comparazione dei nostri anni con un eventuale ritorno del fascismo né vecchio, che in molti luoghi non è morto e mantiene tracce, né nuovo che non riesce a rinascere compiutamente.

Purtroppo, il vecchio che sta morendo è probabilmente la più grande conquista dell’Europa occidentale nel corso della sua storia: lo Stato sociale diventato economicamente insostenibile e politicamente sfidato con persin troppo successo dal neo-liberalismo. C’è anche un vecchio che rinasce e avanza: una miscela fastidiosa e pericolosa di xenofobia, antisemitismo compreso, e di nazionalismo, che neppure il processo di unificazione politica dell’Europa è riuscito a mettere sotto controllo. Al proposito, Sassoon si esercita in severe critiche a quelle che chiama “narrazioni europee” fino a porre l’interrogativo cruciale: L’Europa implode? “… il progetto europeo non è riuscito a conquistare i cuori e le menti di molti. Per diventare centrale nella vita politica, in effetti, l’Unione Europea avrebbe bisogno di maggiori poteri, che non potrà mai avere senza il sostegno degli europei, che non glielo daranno prima che l’Unione abbia conquistato i loro cuori e le loro menti: ecco il palese circolo vizioso in cui si trova l’Unione Europea” (p. 241). Opportunamente, Sassoon mette in evidenza che “gli europei sanno poco gli uni degli altri. … L’unico paese che ciascun cittadino europeo conosce meglio di tutti gli altri sono gli Stati Uniti” (p. 247). Creata intorno alla decisione di sfruttare al meglio le risorse economiche, secondo Sassoon, l’Europa ha sì fatto grandi passi economici avanti, ma attraverso notevoli squilibri cosicché “solo quando il gap economico tra i paesi più avanzati e i ritardatari si sarà ristretto potrà esserci un’Europa sociale più equilibrata. Quel giorno è lontano” (p. 250).

L’altro vecchio che sta morendo e in qualche caso, nella maniera più evidente in Italia, è effettivamente scomparso è un sistema di partiti relativamente stabili, rappresentativi, efficienti. Molto brillantemente Sassoon offre al lettore un excursus sui sistemi di partiti europei evidenziando la comparsa di partiti xenofobi e populisti un po’ ovunque sul territorio europeo e, in particolare, l’indebolimento della socialdemocrazia “tradizionale”. Se, come sostiene, a mio modo di vedere, in maniera molto convincente, una corrente di pensiero politologico, i partiti nascono con la democrazia e le democrazie sono inconcepibili senza i partiti, allora se i vecchi partiti muoiono e i nuovi sono oscuri grumi di xenofobia, nazionalismo, neo-nazismo, le preoccupazioni per le sorti dei diversi sistemi politici democratici non possono che essere enormi.

Fra i morituri Sassoon colloca, se ho capito bene, con qualche riserva, anche l’egemonia americana. Nel passato, “in realtà nessuno ha mai ‘guidato il mondo” e i poteri egemoni lo erano, al massimo, in una regione determinata” (p. 193). Inoltre, l’egemonia richiede leadership politiche all’altezza e Sassoon ritiene che nessuno dei Presidenti USA del dopoguerra abbia avuto le qualità necessarie. “Kennedy fu un presidente di notevole incompetenza” e “Eisenhower … fu un mediocre presidente” (p. 201). Lyndon Johnson fu un disastro in politica estera. “Ultimo, ma non meno importante in questa triste sequela [di incompetenti, in particolare in politica estera], è Donald Trump, che non capisce nemmeno i limiti del potere presidenziale e resterà uno zimbello universale a meno che non scateni la terza guerra mondiale” [eccolo il pericolo adombrato da Papa Bergoglio] (p. 207). Talvolta nel suo irrefrenabile slancio critico, Sassoon va forse troppo in là. Per esempio, quando afferma “gli interventi militari americani, quasi tutti inutili dal punto di vista dell’interesse nazionale del paese, si sono risolti quasi sempre … in disastri” (p. 210), dimentica, credo sbagliando, i due interventi decisivi nella Prima e nella Seconda Guerra Mondiale.

Lungo tutto il libro corrono valutazioni durissime e senza sconti ai leader, capi di governo, Presidenti di Repubbliche, ministri di un po’ tutti i paesi. Prevalentemente ignorati, gli unici che se la cavano sono i comunisti cinesi. Per quel che riguarda l’Europa si salva,ovvero Sassoon salva, Jeremy Corbyn che finisce per essere l’unico lodato non soltanto in quanto persona di principi, ma anche per le sue proposte che si collocano in una versione moderata di socialdemocrazia. Naturalmente, al suo confronto, tutti i leader inglesi dai laburisti Tony Blair e Gordon Brown, ma anche Ed Miliband, ai Conservatori, in particolare David Cameron e Theresa May, e soprattutto l’ex-sindaco di Londra e ex-ministro degli Esteri, il Brexiter Boris Johnson (un “buffone”) fanno una figura pessima che non è finita proprio perché la Gran Bretagna continua a sprofondare nella confusissima liquidissima Brexit e non si sa quando e quanto tristemente e costosamente ne emergerà. Fatto un lungo elenco di vecchi leader che ritiene grandi, fra i quali, obietto fortemente all’inclusione di Giulio Andreotti in una compagnia che va da Willy Brandt e Felipe Gonzalez a Helmut Kohl e François Mitterrand, mentre mi spiace di non scorgere Alcide De Gasperi, Sassoon ne trae una considerazione condivisibile: “bisognerebbe dedicare più tempo a esaminare come mai la qualità del personale politico in Occidente sia tanto scaduta”e una valutazione durissima e centrata: “questa è un’epoca di pigmei che dei giganti non hanno alcuna memoria” (p. 240).

Giunto alle ultime pagine di questo libro spumeggiante e stimolante mi sono ritrovato con un interrogativo giustificato anche dalla citazione fatta da Sassoon di un giornalista inglese: “L’ordine internazionale globale sta crollando in parte perché non soddisfa i membri della nostra società” (p. 282). Confesso (mi pare il verbo più appropriato) che i pontefici non sono i miei politologi di riferimento. Papa Bergoglio non fa eccezione neppure quando annuncia, come se fosse un esperto di relazioni internazionali, che “siamo entrati nella Terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli”. Sassoon dà pochissimo spazio, quasi nullo ai rapporti fra gli Stati. Però, la sua valutazione della mediocrità, del narcisismo, dell’ignoranza dei dirigenti politici contemporanei fa temere che fra i “sintomi morbosi” si annidi anche quello che potrebbe inopinatamente portare per futili motivi ad un conflitto devastante dal quale non riesco proprio a intravedere quale “nuovo” farebbe la sua comparsa. Comunque, accetto l’invito conclusivo, fra il Sessantottismo francese e l’attualissimo gramscismo, di Sassoon: “continuiamo a combattere, per quanto morbosi siano i tempi” (p.283).

Pubblicato il 19 marzo 2019 su casadellacultura.it

Salvini, Di Maio e il gioco del fifone. Il commento di Pasquino

Se le Cinque Stelle non riescono ad impadronirsi in maniera credibile della “questione Europa”, sulla quale i due ministri Tria e Conte non riescono a elaborare nessuna linea, che cosa rimane loro? Il commento del professore emerito di Scienza Politica Gianfranco Pasquino

No, nonostante un’accurata rilettura del Contratto di Governo non si è trovata traccia della condivisione del braccio teso a pugno chiuso del Ministro Toninelli. Nel Contratto non sembra esistere neppure la minima presenza del condono di Ischia e meno che mai la ricostruzione del Ponte Morandi, ma, per dare un colpo anche alla botte di Salvini (dopo quello al cerchio di Di Maio), non ci stanno neppure gli inceneritori per ogni prefettura. Comunque, non saranno queste assenze e le relative differenze di opinione a mandare in crisi il governo giallo-verde. Cominciamo con il mettere i puntini sulle molte “i” del contratto e dintorni.

Salvini si è accaparrato due tematiche –in inglese si direbbe “issue ownership”, ma confesso di non sapere come tradurre “ceppa”– che gli italiani continuano a considerare le più importanti: l’immigrazione e la sicurezza, che, per di più, hanno una probabile lunga durata. Si è anche buttato allegramente, forse dovrei dire “coraggiosamente”,contro la Commissione Europea. Continua a sfuggirgli che i Commissari non sono né burocrati né, principalmente, tecnocrati (e neanche banchieri), errore che condivide con le Cinque Stelle. Potremmo scusarlo, il Salvini, da Europarlamentare molto latitante, non ha mai imparato che i Commissari sono tutti uomini e donne con esperienze di governo ai vertici dei rispettivi paesi, spesso dotati di competenze specialistiche. Non possiamo, invece, scusare le Cinque Stelle che, insomma, qualcosina potrebbero studiare e imparare.

“Italians first” è oramai il grido (l’ululato?) di Salvini fino alle elezioni dell’Europarlamento di fine maggio 2019. Le Cinque Stelle non sanno che pesce prendere, chiedo scusa, che posizione assumere nei confronti dell’Europa dove sono molti che ricordano il Di Maio vagante per rassicurare istituti di ricerche, autorevoli quotidiani e quant’altri delle buone intenzioni europeiste delle Cinque Stelle. Nel Contratto di Governo non stanno né l’uscita dall’Euro né quella dall’Unione. Per di più, la Brexit sta offrendo una serie di lezioni, politiche ed economiche, su quanto alto possa essere il costo dell’uscita, anche sulla società e la sua coesione. Ma se le Cinque Stelle non riescono ad impadronirsi in maniera credibile della “questione Europa”, sulla quale i due ministri, non posso trattenermi, “non eletti” da nessuno: Tria e Conte, ma vicinissimi alle Cinque Stelle, non riescono a elaborare nessuna linea, che cosa rimane loro? Il reddito di cittadinanza e quota cento (pericolosamente vicina per quei pochi italiani che ricordano la storia, quindi non elettori penta stellati, all’infausta quota novanta di Mussolini, Benito) per le pensioni (che pagheranno i loro figli, se ne hanno).

Né l’uno né l’altra piacciono agli europei. Sembra che non piacciano, lo dirò con parole antiche, neppure ai ceti produttivi del Nord (dall’Honduras Di Battista agita un’abbronzata risposta rivoluzionaria: “se ne faranno una ragione”). Soprattutto, però, non hanno nessuna possibilità di produrre dividendi né economici né politici in tempi brevi. Nel frattempo, il Salvini ruspante (quello delle ruspe) sta avvicinandosi al raddoppio dei suoi consensi, almeno stando ai sondaggi che, personalmente, ritengo credibili poiché ho fiducia nella professionalità sia di Nando Pagnoncelli sia di Ilvo Diamanti. Pertanto, non ha nessuna intenzione di fare cadere il governo, il luogo migliore per continuare le sue esibizioni muscolari e la sua crescita di apprezzamenti. Se li risolvano le Cinque Stelle i problemi dei dissenzienti e quelli dei rimpasti. Incidentalmente, tutto normale non solo nella Prima Repubblica, ma in tutte le democrazie parlamentari, come non cessa di insegnare Westminster, la madre di tutti i parlamenti. Loro non si faranno fermare. Tireranno diritto. Anche l’Unione Europea tirerà diritto. Si chiama “chicken game”, gioco del fifone, reso famoso da James Dean in “Gioventù bruciata”. Il prezzo lo pagheranno, first, the Italians.

Pubblicato il 17 novembre 2018 su formiche.net

Quell’antico monito di Bobbio

“Testimonianze”, LUGLIO-AGOSTO 2018, n. 520, pp. 64-68

È arrivata l’ora dell’autocritica non come vezzo degli intellettuali radical-chic, della sinistra al caviale o altre piacevolezze, ma perché una autocritica condotta a fondo è un esercizio pedagogico decisivo. Dagli errori si impara e diventa possibile andare oltre. Se è emersa una crisi della rappresentanza, se è cresciuto il divario fra società e politica, se i populisti attaccano con qualche successo l’establishment, se l’euroscetticismo è diventato più diffuso dell’accettazione, peraltro mai entusiastica, dell’Unione Europea, se sono comparse nuove diseguaglianze, quanti di questi fenomeni gli studiosi avevano previsto, quanti sono giunti del tutto inaspettati, come è possibile cercare di porvi rimedio?

Tre fenomeni di grande respiro e di enorme impatto hanno ridisegnato la storia dell’Europa e del mondo negli ultimi trent’anni: primo, crollo del comunismo che sembrava realizzato nell’Europa centro-orientale e in Unione Sovietica e fine del richiamo della sua ideologia, ma, come Norberto Bobbio mise immediatamente in rilievo, nessuna scomparsa dei problemi e delle ingiustizie alle quali il comunismo aveva inteso porre rimedio, e, oggi sappiamo, ritorno alla superficie di nazionalismi beceri; secondo, allargamento e approfondimento (con qualche limite) del processo di unificazione politica dell’Europa; terzo, affermazione in ogni angolo del mondo, seppure con qualche differenza di intensità, della globalizzazione. Non è facile tenere insieme questi tre fenomeni e offrirne un’analisi e una spiegazione unitari, ma è importante individuare le connessioni e, di volta in volta, gli errori interpretativi. Consapevole della difficoltà di una precisa datazione, comincerò dalla globalizzazione poiché, praticamente per definizione, è il fenomeno più comprensivo.

Fin dall’inizio, vale a dire, dal momento che emerse la consapevolezza che determinati processi, in particolare, economico-finanziari, penetravano sostanzialmente non filtrati e non controllati in tutti i sistemi politici del mondo e altri processi, quelli relativi alla comunicazione, non solo politica, acuivano la sensibilità di governanti e cittadini e accrescevano le informazioni disponibili, seppure in maniera differenziata, un po’ a tutti i protagonisti, la globalizzazione ebbe suoi numerosi. Erano e sono rimasti un gruppo molto composito nel quale sembrano tuttora predominare i protezionisti e i comunitaristi. Le motivazioni dei primi riguardano soprattutto la sfida alle attività economiche del loro paese, alle industrie, all’agricoltura, ai lavoratori dipendenti. Si sono tradotte nell’opposizione al libero commercio che, invece, è considerato dalla maggior parte degli economisti come uno dei motori fra i più potenti della crescita economica. Certo, il libero commercio associato alla globalizzazione ha avuto conseguenze distruttive per alcune attività e creato forti tensioni sociali. I dati mondiali, dal canto loro, rilevano e rivelano una maggiore disponibilità di risorse, ma, solo di recente hanno messo in rilievo che la ricchezza complessiva si è accompagnata alla crescita delle diseguaglianze anche sociali all’interno di molti paesi.

Quanto ai comunitari, quasi tutti loro associano, in larga misura correttamente, la globalizzazione al multiculturalismo, opponendosi ad entrambi. Vogliono proteggere stili e modalità di vita, culture specifiche, identità dei più vari generi. Ne sottolineano l’importanza e, di conseguenza, contrastano visioni e prospettive multiculturali acritiche. No, multiculturalismo non è bello. Anzi, secondo i comunitari il multiculturalismo è una sfida portatrice di tensioni e di conflitti, foriera di perdita di identità e di sfaldamento di comunità che lasceranno/lascerebbero tutti, nient’affatto arricchiti dalle diversità, ma culturalmente più poveri e “spaesati”. A questa sfida, al tempo stesso economica e identitaria, in alcuni paesi coinvolti forse più di molti altri nel processo di globalizzazione poiché vere e proprie società aperte, come la Svezia, come la Gran Bretagna, come gli USA, hanno fatto seguito reazioni sconcertanti. Ne sono testimonianza possente e inquietante il successo elettorale dei Democratici Svedesi, partito sicuramente xenofobo e identitario, la Brexit prodotta dal referendum del giugno 2016, la conquista della Presidenza di Donald Trump nel novembre 2016 all’insegna del motto “America First”.

L’elemento che accomuna queste esperienze è costituito dalla mobilitazione non organizzata di coloro che potrebbero essere definiti i perdenti della globalizzazione o che si ritengono tali. Che i voti decisivi siano venuti da uomini bianchi del Nord dell’Inghilterra, Liverpool, Manchester, Newcastle, mentre Londra ha votato con elevate percentuali per restare nell’Unione Europea; che siano stati migliaia di operai bianchi del Michigan, della Pennsylvania, del Wisconsin, malauguratamente, ma in maniera rivelatrice, definiti deplorable dalla candidata Hillary Clinton; che nella Svezia, da molti giustamente considerata una (social)democrazia di grande successo, più del 10 per cento di elettori dia il suo voto ad un partito deliberatamente anti-europeo e xenofobo non sono accadimenti che possono essere liquidati scrollando le spalle e, nei due casi anglosassoni, sostenendo che quegli elettori hanno semplicemente sbagliato e se ne accorgeranno. Forse se ne accorgeranno, ma a fondamento del loro voto stanno motivazioni che non sono affatto deplorevoli e transeunti.

Non sarà il miglioramento, peraltro non facile e non scontato, delle loro condizioni di vita a produrre il cambiamento delle loro opzioni di voto. Né il cambiamento del voto risolverà problemi che sono identitari e culturali. Nel caso degli USA la capacità di mettere insieme le minoranze, afro-americani, latinos, donne (sic), potrà servire ai Democratici per vincere qualche elezione, persino per tornare alla Presidenza, ma non migliorerà la politica e neppure la società. Il grido Black Lives Matter non perderà il suo significato contro il razzismo persistente e strisciante. La preoccupazione per la crescente presenza di latinos con i loro stili di vita, la lingua, il tipo di legami familiari, non verrà meno. Le varie diseguaglianze, che non hanno soltanto una, importantissima, componente economica, ma che si traducono in una visione di società, non saranno neppure affrontate se non si approntino le politiche opportune. Non saranno certamente i banchieri della City di Londra e i brokers di Wall Street, i signori della tecnologia della Silicon Valley e le donne e gli uomini dell’establishment della East Coast a presentarsi credibilmente come coloro in grado di rappresentare quei settori sociali, di proteggere le identità e di operare per contenere e ridurre le diseguaglianze.

Nessuno riuscirà a sostenere convincentemente la tesi che bisogna dare risposte che riguardano i diritti, di ogni tipo, in particolare quelli riguardanti gli orientamenti sessuali, sottovalutando le diseguaglianze in termini di riconoscimento e di opportunità, di sostenere che prima vengono le diversità, poi le ricompense, di considerare che lo ius soli è più importante e più qualificante del diritto al lavoro. La sinistra che non agisce prioritariamente per ridurre le diseguaglianze ha perduto, sosterrebbe Norberto Bobbio, la sua ragion d’essere, la sua anima. La sinistra continuerà anche a perdere consistenza e rilevanza politica a fronte delle sfide diversamente populiste che hanno fatto la loro comparsa un po’ dappertutto in Europa (e altrove). È fra gli Stati-membri dell’Unione Europea che, a sessant’anni dal Trattato di Roma, i populismi sembrano avere trovato accoglienza migliore e spazi più ampi.

I populisti vanno alla ricerca e alla conquista di coloro che ritengono sia più importante preservare e celebrare l’identità nazionale, se non addirittura quella locale, piuttosto che ottenere quei vantaggi economici, la cui esistenza peraltro negano, che derivano dall’apertura alla globalizzazione e al libero commercio. I populisti mobilitano quello che considerano il “loro” popolo, mai tutto il popolo, contro l’establishment. Lo definiscono e lo ridefiniscono sostenendo di essere i soli in grado di rappresentarlo contro l’Europa dei banchieri e dei tecnocrati. Vogliono offrirgli protezione contro le ondate di migranti che non solo potrebbero rubargli il lavoro, ma che minacciano i loro stili di vita, le loro credenze religiose, le prospettive della loro prole. È stato profondamente sbagliato sottovalutare questi sentimenti, ritenendoli un retaggio del passato in via di superamento e, peggio, criticandoli come segno di arretratezza e deridendoli.

In qualche convegno a Davos, in riunioni ristrette a Bruxelles, a un vernissage parigino, nel foyer di un teatro londinese, ad una prima della Scala, forse anche alla Freie Universität di Berlino è molto facile trovarsi d’accordo sul fatto che l’Unione Europea è un grande progetto di unificazione politica che sta mettendo insieme una pluralità di culture a partire da una base che si dice essere comune (ma, talvolta, mi chiedo che cosa unisca Dante e Shakespeare, Leonardo e Picasso, Miguel de Cervantes e Franz Kafka, Thomas Mann e Albert Camus), da una storia condivisa, ma intessuta di conflitti e di guerre civili, da prospettive ancora adesso nient’affatto precisamente definite. A fronte delle molte irrisolte problematiche economiche, di creazione e di distribuzione della ricchezza che non hanno ridotto vecchie diseguaglianze e ne hanno prodotte di nuove, la risposta in termini di cultura non è finora sembrata adeguata. Ha aperto spazi ai sovranisti che non sono stati contrastati convincentemente facendo notare che è molto improbabile che qualsiasi singolo Stato europeo riesca da solo a risolvere i problemi prima e meglio di quanto faccia l’Unione Europea. È una lezione che persino la pur grande e efficiente Gran Bretagna sta imparando a sue spese, che non saranno controbilanciate in toto dall’accentuazione tutta “culturale” dell’identità: la Britishness.

Il senso complessivo della mia riflessione su globalizzazione, Unione Europea e diseguaglianze può essere condensato in due considerazioni e due conclusioni. La prima considerazione contiene anche una personale autocritica. Ho creduto che tanto la globalizzazione quanto l’Unione Europea fossero processi in grado di produrre e offrire maggiori opportunità senza lasciare indietro nessuno, tranne per poco tempo, che i costi di entrambe sarebbero stati distribuiti in maniera relativamente equilibrata fra tutti i settori sociali, pur implicando vantaggi, sperabilmente non eccessivi, per coloro che già sono privilegiati. Non è stato così. La seconda considerazione ugualmente da accompagnarsi con una modica dose di necessaria autocritica è che, affidate le problematiche economiche alla competitività e al mercato della globalizzazione e dell’Unione Europea, ho creduto che tutti gli aspetti di cultura e di identità fossero, per così dire, da un lato, “privatizzabili”, vale a dire, risolvibili in proprio dai vari gruppi oppure, questo, sicuramente, errore più grave, superabili con l’ascesa del repubblicanesimo delle regole e dei diritti delle persone. Non soltanto alcune delle tematiche identitarie si sono dimostrate irriducibili, ma sono anche risultate non negoziabili e i loro portatori non saranno, almeno nel loro e nel nostro tempo di vita, soddisfatti da nessuno scambio: “più risorse economiche meno accento su identità”, meno che mai se riguarda le loro famiglie e i loro figli.

La prima delle due code riguarda direttamente le elaborazioni e le attuazioni della sinistra ovvero il suo lento graduale, ma apparentemente inarrestabile scivolamento verso posizioni incapaci di comprendere quanto nella vita delle persone contino gli elementi di comunità in senso lato: con chi si vive, con chi si lavora, quali nostalgie legittime si hanno per il passato, quali aspettative di cambiamento prevedibile per il futuro, ma anche quali siano le distanze sociali e le diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione. La seconda coda è data dalla constatazione che non sono emerse personalità in grado di elaborare una narrativa di ampio respiro e di profondità della globalizzazione e di svolgere il compito di leadership a livello europeo. La mancanza nelle democrazie europee e negli USA di leadership dinamiche e capaci di disegnare il futuro, innovative e empatiche, è un vero e proprio dramma contemporaneo. Non sono alla ricerca di personalità carismatiche, ma di predicatori appassionati, credibili, capaci di delineare un percorso condiviso per popoli e per persone. Consapevole che quanto ho qui scritto è poco più di un insieme di spunti schematici, suscettibili di una molteplicità di approfondimenti, mi auguro che siano degni di attenzione e mi ripropongo di rivisitarli e ampliarli.

Democrazie in bilico, ecco come correggerle

Colloquio con Pasquino, atteso ad Arona la sera di venerdì 9 novembre 2018

Intervista raccolta da Manuela Borraccino

Il politologo: senza forte opposizione grave deficit

In una fase in cui «l’antipolitica dilaga, riverita e alimentata dalla comunicazione», il deficit democratico può fare la sua comparsa in tre casi, denuncia il politologo Gianfranco Pasquino. «Primo, quando il regime risulta inadeguato nelle sue strutture di rappresentanza e di governo; secondo, quando le autorità non hanno le competenze necessarie; e, terzo, quando i cittadini sono apolitici, impolitici e antipolitici». Tuttavia «l’esistenza di un deficit può costituire lo stimolo che spinge ad azioni migliorative» riflette con il nostro giornale lo studioso docente emerito all’Università di Bologna, atteso venerdì 9 novembre ad Arona per offrire delle chiavi di lettura dello stato dell’arte nelle democrazie occidentali sulla scia del suo ultimo saggio Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader (Università Bocconi Editore 2018; 192 pagg.; 16,50 euro; 8,99 epub).

Professore, le elezioni del 4 marzo hanno visto il trionfo della cosiddetta “anti-politica”. La vittoria del populismo rappresenta un deficit democratico?

Il paradosso è che in questo caso la democrazia italiana ha funzionato ed il deficit di democrazia è stato in parte colmato, poiché è evidente che i partiti usciti vincitori hanno dato voce ad un blocco maggioritario di cittadini che si sentivano poco rappresentati dai partiti tradizionali ed aspiravano ad una rappresentanza nuova, diversa. Non dimentichiamoci che godono del consenso di circa il 60 % degli italiani.

Dove vede il deficit maggiore in Italia?

Direi che il deficit maggiore si annida soprattutto nella crisi dei partiti tradizionali e dell’afasia dei loro leader: in particolare nel centro-destra con Forza Italia non c’è alcuna attività propulsiva mentre il Pd appare paralizzato in un’opposizione irrilevante alla Lega e al Movimento 5 Stelle, senza offrire alcuna rappresentanza politica agli elettori che ha perso e ad una prospettiva di cambiamento».

In un recente saggio il sociologo De Rita lamenta l’egemonia di una classe politica “prigioniera del presente” senza un progetto di sviluppo organico per il Paese. Lei che ne pensa?

Non sono sicuro che siano prigionieri del presente. La Lega ha una strategia chiara almeno fino alle elezioni europee del 2019: riuscire ad essere più forte in Italia per essere più forte in Europa. Per raggiungere tale obiettivo non esita ad allearsi con regimi autocrati come Mosca e altri Paesi dell’ex blocco sovietico. Ritengo assai più evidente la manifesta incapacità politica del Movimento 5 Stelle. Il fatto stesso che il premier Giuseppe Conte si definisca “un avvocato del popolo” che ritiene di dover “proteggere il popolo” lascia intravvedere come non abbia neppure capito dove si trovi: il presidente del Consiglio è infatti un rappresentante del popolo e non un suo avvocato, deve guidare il popolo e non difenderlo.

Un deficit dei leader come nel caso della Brexit?

Se si votasse oggi i britannici sarebbero di certo assai più informati sull’Europa.

Nel suo libro lei punta l’indice anche contro gli astensionisti. Chi non vota danneggia la democrazia?

Certamente, perchè la qualità di una democrazia dipende in modo speciale dalla qualità dei suoi cittadini. Le democrazie hanno bisogno di cittadini interessati alla politica, ovvero alle modalità di vita organizzata nella loro città. Informati sulla politica, altrimenti come si potrebbe concedere a loro il potere di scegliere chi dovrà formulare e attuare le politiche pubbliche che tutti ci coinvolgono e che tutti dovremo subire e pagare? Partecipanti, perché senza partecipazione non può esistere nessuna democrazia. E che si sentano efficaci, ovvero dotati di una ragionevole fiducia nella loro capacità di influenzare coloro che hanno ottenuto il potere politico.

Pubblicato il 2 novembre 2018