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Tutti al voto Mattarella permettendo

Una legge elettorale concordata fra quelli che, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Forza Italia, sono considerati i tre poli attualmente esistenti sarebbe buona cosa. Il condizionale è d’obbligo per due ragioni. La prima è che sembra che l’accordo già scricchioli in parte sul versante del Movimento 5 Stelle in parte all’interno del PD. Essendo il più debole dei tre poli, Berlusconi non può permettersi e non vorrebbe sentire/vedere nessuno scricchiolio. La seconda ragione del condizionale è che più la si guarda dentro più la legge elettorale presenta elementi problematici tanto per i contraenti quanto, soprattutto, per gli elettori. Fermo restando che è difficile effettuare un esame tecnico approfondito, ma, al tempo stesso, semplice da riferire, dei meccanismi della nuova legge (che, comunque, non è la legge tedesca che si chiama “rappresentanza proporzionale personalizzata), un paio di punti sono assolutamente criticabili e già criticati persino dai contraenti. Rischia di essere addirittura anticostituzionale il meccanismo che impedirebbe al vincitore di un collegio uninominale di occupare il suo seggio in Parlamento a causa della prevalenza dei candidati nelle liste bloccate, per di più con candidature multiple, già fortemente criticate dalla Corte Costituzionale. Qualcuno vorrebbe la possibilità di usare almeno un voto di preferenza. Nell’apposito referendum del 1991 l’elettorato italiano si espresse a favore della preferenza unica nominativa. Inoltre, contrariamente al doppio voto di cui gode l’elettore tedesco, l’elettore italiano potrà soltanto tracciare una crocetta o sul simbolo del partito o sul nome del candidato (e se votasse disgiunto si vedrebbe annullare il voto) comunque scegliendo il partito e ratificandone l’intera lista delle candidature.

Dopo l’esplicita orgogliosa accettazione da parte di Alfano, leader di Alternativa Popolare, della soglia del 5 per cento per accedere al Parlamento, almeno su questa clausola, a mio parere utile per evitare la frammentazione del sistema dei partiti (e da accompagnare con una riforma dei regolamenti delle Camere affinché quello che è stato tenuto fuori dalla porta non ritorni dalla finestra), l’accordo potrebbe reggere. L’esito sarebbe sostanzialmente una legge elettorale proporzionale (ma anche Porcellum e Italicum erano leggi proporzionali seppur con un premio in seggi per il partito/coalizione di maggioranza), che offre troppo potere ai capi dei partiti che praticamente nomineranno ancora una volta tutti o quasi i loro parlamentari. A questo punto, molti commentatori e politici danno per scontate due conseguenze. La prima è che, approvata la legge elettorale, si andrà rapid(issim)amente a elezioni anticipate. La seconda è che dal prossimo parlamento dovrà uscire un governo costruito su una difficile coalizione.

La probabilità di elezioni anticipate dipende da due fattori: i tempi necessari all’approvazione della nuova legge elettorale e le valutazioni del Presidente della Repubblica, l’oste con il quale bisogna fare i conti anche perché non ha soltanto il potere di sciogliere o no il Parlamento, ma anche quello di firmare o no, se rilevasse qualche profilo di incostituzionalità, la legge elettorale. Per ragioni di opportunità, ad esempio, l’approvazione urgente di misure economiche oppure l’aumento dello spread, segnale di nervosismo dei mercati che non gradiscono l’inevitabile incertezza di una campagna elettorale, l’assurdità, mi permetto di scrivere, di una campagna elettorale svolta sulle spiagge del Bel Paese, Mattarella potrebbe suggerire di giungere a scadenza naturale dell’attuale Parlamento: fine febbraio 2018.

Quanto all’esito, poiché siamo in una democrazia per quanto di modesta qualità, saranno gli elettori a deciderlo. È lecito che ci interroghiamo sulla composizione del prossimo governo, ma allora le variabili sono molte. Allo stato della distribuzione delle preferenze politiche, una coalizione PD-Forza Italia non avrebbe la maggioranza assoluta alla Camera. PD e Cinque Stelle avrebbero sicuramente abbastanza seggi per formare un governo di maggioranza, ma non conosciamo la disponibilità del PD e sappiamo che, almeno finora, le Cinque Stelle negano qualsiasi volontà di fare coalizioni, anche se hanno aperto, bontà loro, a un governo di minoranza composto esclusivamente da pentastellati o da personale “tecnico/cratico” da loro reclutato. Non è affatto detto che, arrivando a scadenza naturale, il problema di chi e come formerà la prossima coalizione di governo diventerà più facile da risolvere. È chiaro, però, che chi ha fretta di andare alle elezioni dovrebbe cercare di fugare alcuni legittimi dubbi relativi a esiti che non servirebbero al paese. Dovrebbe anche dire agli europei che il governo post-Gentiloni-Padoan rispetterà tutti gli impegni presi.
Pubblicato il 3 giugno 2017

Legge elettorale, basta con i déjà vu

Il fatto

Una buona legge elettorale deve soddisfare due requisiti essenziali: dare poter agli elettori, dare rappresentanza ai cittadini. L’Italicum che, con le candidature multiple, i capilista bloccati, l’eccessivo premio di maggioranza, il divieto di coalizioni pre-elettorali e di apparentamenti per il ballottaggio, è un Porcellinum, ovvero un Porcellum al ribasso, non soddisfa né l’uno né l’altro dei due requisiti. Non so che cosa deciderà la Corte Costituzionale, ma spero vivamente che i due Professori Giudici, Giuliano Amato e Augusto Barbera, che mi affidarono il capitolo sui “Sistemi elettorali” per il loro long e bestseller Manuale di Diritto Pubblico, gli diano un’utile occhiatina.

Le leggi elettorali non si debbono fare né per agevolare la vittoria di un partito/schieramento né per impedire la vittoria degli oppositori. Invece, sia il Porcellum di Calderoli sia l’Italicum di Renzi-Boschi-D’Alimonte hanno cercato di conseguire entrambi i deplorevoli obiettivi. Sarebbe troppo facile sostenere, come ipocritamente faranno molti, che bisogna procedere dietro un velo d’ignoranza. Il velo è stato strappato cosicché si vede facilmente la molta ignoranza esistente fra la maggior parte dei sedicenti riformatori elettorali. Qualcuno, però, ha imparato che nessuna legge elettorale formulata per favorire un partito automaticamente consegue il suo esito e che le cambiate circostanze producono proprio gli esiti non desiderati. Più precisamente, il premio in seggi da conquistare al ballottaggio è stato riproposto dai renzian-boschiani poiché sembrava garantire, a giudicare dall’esito delle elezioni europei, una facile vittoria per di più con l’individuazione del vincente (obiettivo davvero ambitissimo che cambia la vita degli elettori) la sera stessa delle elezioni (in verità, a causa del ballottaggio, una o due settimane dopo). Adesso che la distribuzione dei voti e gli esiti di 19 ballottaggi su 20 nelle elezioni municipali di giugno suggeriscono che vincerebbe il Movimento Cinque Stelle, il ballottaggio è visto come un incubo dagli ex-riformatori e da Giorgio Napolitano, ma, molto comprensibilmente, come un’opportunità da mantenere da parte delle Cinque Stelle.

Per uscire da questa logica dei premi ad partitum, bisogna buttare a mare l’Italicum e cominciare, non ricominciare poiché dovremmo avere imparato molto e saperne abbastanza, un nuovo discorso. Senza pensare che noi italiani siamo in grado di inventarci una legge elettorale ottima (aggettivo appioppato all’Italicum proprio dall’ex-Presidente del Consiglio Renzi), che tutta Europa c’invidia e che mezza Europa imiterà (sempre parole sue), dovremmo interrogarci su che tipo di sistema politico e di governo siano adatti a una democrazia parlamentare. Potremmo anche riflettere, magari con l’aiuto eccezionalmente energico (sic) del Presidente Mattarella, sul fatto che il Mattarellum ha avuto, insieme con alcuni inconvenienti, anche molti meriti, per esempio, avere agevolato l’alternanza fra coalizioni. I collegi uninominali, soprattutto se accompagnati dal requisito della residenza per evitare i paracadutati, offrono potere agli elettori e opportunità di reale rappresentanza politica. Il recupero proporzionale, meglio se come quello del Senato, consente anche a partiti non grandi di accedere al Parlamento. Infine, un Mattarellum rivisto e aggiornato è facile da formulare e non difficile da applicare poiché il disegno dei collegi uninominali deve essere appena ritoccato.

Naturalmente, chi guarda oltre il velo della sua ignoranza e della sua partigianeria non può non vedere che sia il sistema tedesco definito “rappresentanza proporzionale personalizzata” con soglia del 5 per cento per l’accesso al Parlamento e con metà deputati eletti in collegi uninominali, ha dato ottima prova di sé. Prevengo l’obiezione: non è vero che produce Grandi Coalizioni che sono l’esito di scelte dei partiti. Anche il sistema maggioritaria a doppio turno (non ballottaggio fra due soli candidati) in collegi uninominali utilizzato in Francia risponde ai due requisiti che ho sopra considerato essenziali. Ha funzionato più che soddisfacentemente anche poiché accompagnato dall’elezione popolare del Presidente della Repubblica. E’ più competitivo della proporzionale tedesca e, quindi, più rischioso per candidati e partiti, ma in cambio offre enormi opportunità agli elettori di fare contare spesso in maniera decisiva il loro voto anche per la formazione e il successo di coalizione che si candidino al governo del paese.

Quello che, fin dai primi passi sulla strada di un’altra legge elettorale, considererei intollerabile è la pretesa di mascherare l’irrefrenabile voglia di trovare la legge che favorisca i suoi formulatori, come la nobile ricerca di un meccanismo che dia potere agli elettori quando, invece, è fatta per salvare quel che resta dei partiti regalando loro in maniera incontrollabile un tot di seggi distribuiti ai più ossequienti dei candidati. Non c’inganni il déjà vu che non funziona proprio più.

Pubblicato l’8 dicembre 2016

Una legge elettorale, non un trucco

Per mesi, prima e dopo la sua approvazione, i renziani, in Parlamento, nell’accademia, fra i giornalisti, hanno detto, ripetuto, assicurato che l’Italicum è una buona legge elettorale, la migliore possibile “nelle condizioni date”. Poi, le condizioni, vale a dire, qualche sondaggio favorevole alle Cinque Stelle e molte loro vittorie ai ballottaggi nelle amministrative, sono cambiate. Renzi ha dichiarato che, se il Parlamento ne era in grado, lo cambiasse pure l’Italicum. Rimproverato da Napolitano, che vorrebbe soprattutto eliminare il ballottaggio, Renzi ha poi affermato che in tre mesi si può fare un’altra legge elettorale (ma l’Italicum non era la migliore possibile?) cosicché hanno ricominciato a proliferare ipotesi più o meno sensate di nuove leggi elettorali. Tutti sanno, però, che non se ne farà niente prima della sentenza della Corte Costituzionale attesa per il 4 ottobre che potrebbe fissare dei paletti e quindi orientare una legge decente.

L’Italicum era e rimane una legge elettorale pessima per tre motivi. Primo, perché tra candidature multiple e capilista bloccati dà pochissimo potere agli elettori di eleggere i loro rappresentanti in Parlamento. Secondo, perché vietando coalizioni e apparentamenti finisce per attribuire un cospicuo premio in seggi a un partito (allo stato degli atti o il Partito Democratico o il Movimento Cinque Stelle) che al primo turno avrà ottenuto al massimo il 30 per cento dei voti. Terzo, e fondamentale, perché le leggi elettorali non si tagliano e non si cuciono con riferimento alle contingenze, alle situazioni, alle convenienze di uno o più partiti. L’Italicum era cucito sul PD di maggio (2014, quando, alle elezioni per il Parlamento europeo, ottenne sorprendentemente più del 40 dei voti) che durò poco. Nelle nuove contingenze, cambiano le convenienze e per lo stesso PD diventa necessario ritoccare la legge.

Se qualcuno pensa, in realtà, quasi tutti, in maniera più, ma spesso meno competente, ci provano, di rifare una legge per avvantaggiare qualcuno, non sarà facile trovare accordi in Parlamento. Sarebbe, comunque, politicamente (gli accordi possono cambiare) e democraticamente (le buone leggi elettorali danno potere agli elettori non ai dirigenti di partito) sbagliato ritagliare la nuova legge per favorire oppure per svantaggiare qualcuno. Non seguirò nessuno dei sedicenti riformatori molti dei quali hanno già sbagliato nel passato e danno la garanzia di continuare a sbagliare nel futuro. Non prenderò neppure in considerazione la proposta delle minoranze del Pd che vorrebbero scambiare la revisione dell’Italicum con il voto alle riforme costituzionali (che sono brutte e andrebbero bocciate comunque). Sosterrò, invece, una tesi semplice nella speranza che, da qualche parte, in Parlamento, alla Corte Costituzionale, ma anche alla Presidenza della Repubblica, ci siano uomini e donne disposti ad ascoltare e ad agire di conseguenza.

Il principio fondamentale per scrivere una buona legge elettorale è quello empirico/pragmatico. In Europa esistono da tempo due sistemi elettorali che funzionano molto soddisfacentemente: quello tedesco (dal 1949), proporzionale personalizzata con la clausola del 5 per cento per accedere al Bundestag, e quello francese (dal 1958), maggioritario o doppio turno in collegi uninominali. Sono due ottimi sistemi, facilmente “trasportabili” nel contesto italiano, che hanno assicurato rappresentanza, potere degli elettori, governabilità e che, aggiungo e sottolineo, non danno un esito in partenza (s)favorevole a nessuno dei partiti italiani.

Vogliamo, invece, guardare alla storia elettorale italiana? Utilizzato tre volte, 1994, 1996 e 2001, il Mattarellum, maggioritario in collegi uninominali che eleggevano tre quarti dei parlamentari più un quarto di eletti secondo una ripartizione proporzionale, ha consentito agli elettori di esercitare vero potere politico, non ha svantaggiato nessuno (due vittorie di Berlusconi, una del centro-sinistra), ha dato vita all’alternanza al governo. Non precostituisce la vittoria di nessuno. Con pochi ritocchi, fra i quali l’eliminazione delle liste civetta, il Mattarellum, mi auguro, difeso e sostenuto anche dal Presidente della Repubblica, che ne fu il relatore, potrebbe essere facilmente resuscitato. Tutto il resto non è soltanto un chiacchiericcio ozioso e fastidioso. E’ un ennesimo deplorevole tentativo di truccare le carte del gioco elettorale.

Pubblicato AGL il 14 settembre 2016 con il titolo E’ urgente riformare l’Italicum

L’Italicum non va bene ma il ballottaggio sì

Corriere della sera

Se ne sono accorti quasi tutti, anche coloro che si erano intestarditi a scriverlo così: l’Italicum non è la migliore delle leggi elettorali possibili. Forse, non è neppure un legge elettorale passabile. Delle clausole più discutibili e controverse dell’Italicum deciderà la Corte Costituzionale, sembra il 4 ottobre. Presumo che non lascerà passare né le candidature multiple né i capilista bloccati. Sono entrambe componenti deplorevoli ereditate dal Porcellum che riducono grandemente la libertà di scelta dell’elettore. Il vero punctum dolens, però, soprattutto da quando si profila una possibile vittoria del Movimento Cinque Stelle, è costituito dal ballottaggio, vera innovazione rispetto al Porcellum, fra le due liste più votate al primo turno qualora nessuna raggiunga, allo stato della distribuzione dei voti, esito altamente improbabile, il 40 per cento. Ed è proprio il meccanismo del ballottaggio che molti, nel PD e nei suoi dintorni, vorrebbero eliminare.

Dissento fortemente per due ottime ragioni. La prima è che le leggi elettorali non si cambiano e, naturalmente, neppure si scrivono, con riferimento alle contingenze, in base a calcoli particolaristici e opportunistici, inevitabilmente caduchi quali piume al vento. La seconda ragione attiene più specificamente ai pregi del ballottaggio. Qui non interessa sapere quanto grande o quanto moderato sarà il premio in seggi che andrà a chi vince. Conta, invece, che il ballottaggio conferisce grande potere agli elettori. Saranno, infatti, proprio loro a stabilire con il voto a chi vogliono affidare il compito di governarli. Lo faranno dopo una campagna elettorale non soltanto al primo turno, ma soprattutto nell’intervallo fra il primo turno e il ballottaggio, nella quale i candidati e i dirigenti dei partiti, a cominciare dai loro segretari, avranno spiegato i programmi, indicato le priorità, proposto le soluzioni, precisato i costi e, utilmente, a mio parere, rivelato anche i nomi dei probabili ministri.

Se fosse eliminato l’assurdo divieto di fare “apparentamenti”, vale a dire di associarsi ad uno o all’altro dei duellanti, coloro fra i partiti e le liste che vogliono appoggiare l’uno o l’altro dovrebbero anche dire per quali ragioni lo fanno e gli operatori dei mass media dovrebbero insistere a chiederlo, esplorando tutti i particolari del caso. Il ballottaggio che, fra l’altro, gli elettori italiani conoscono e apprezzano per le opportunità che offre loro nell’elezione dei sindaci, avrebbe effetti positivi sull’informazione, sulla necessità di costruzione del programma, sulla trasparenza e anche sulla mitica accountability, la responsabilizzazione, fenomeno chiave delle democrazie meglio funzionanti. Coloro che assumono cariche di governo si sentiranno obbligati a rendere conto agli elettori e all’opinione pubblica di quello che hanno promesso e anche delle persone che hanno scelto per formulare le soluzioni e attuare le priorità.

Soprattutto, gli elettori non saranno semplici spettatori. Dovranno a loro volta accettare la responsabilità di avere scelto una squadra piuttosto che un’altra. Sapranno di dover valutare il fatto, il non fatto e il malfatto per non commettere errori politici gravi la volta successiva quando il mutamento nell’opzione di voto anche di pochi di loro produrrà l’alternanza al governo, altro fenomeno chiave delle e nelle democrazie. In assenza di ballottaggio, tutto questo diventa molto più difficile, sostanzialmente improbabile. Se fosse soppresso il ballottaggio non soltanto l’Italicum risulterebbe “evirato”, ma gli elettori vedrebbero svanire il concretissimo potere di scegliersi il governo e, certamente, crescerebbe la loro insoddisfazione politica.

Pubblicato il 5 settembre 2016

Referendum. Ora si discuta nel merito

Non sorprendentemente, la Cassazione ha dato il via libera al referendum costituzionale. La campagna ufficiale dei sostenitori del “sì” e del “no” può cominciare. Credo che molti italiani, dalle spiagge ai monti, dai laghi alle città d’arte, non si accorgeranno di nessun cambiamento significativo. Da tempo, infatti, sia il Presidente del Consiglio sia il Ministro delle Riforme si sono buttati a capofitto nella operazione di promuovere e difendere le loro riforme. Naturalmente, gli oppositori, uno schieramento eterogeneo, hanno fatto del loro meglio per non perdere terreno. I sondaggi dicono che, forse, il “no”, appena gonfiato da coloro che proprio non gradiscono Renzi e il suo governo, è in leggero vantaggio. Poiché i referendum costituzionali non hanno quorum, entrambi gli schieramenti debbono preoccuparsi di mobilitare tutti, ma proprio tutti i loro eventuali elettori.

Fin dall’inizio, deliberatamente, Renzi ha mirato alla mobilitazione degli italiani personalizzando il referendum, vale a dire sostenendo che il suo governo è stato l’unico governo capace di fare riforme costituzionali negli ultimi trent’anni e più (non è vero poiché tanto il centro-sinistra nel 2001 quanto il centrodestra di Berlusconi nel 2005 hanno fatto riforme costituzionali). Questa operazione ha suscitato le critiche di coloro che, giustamente, facevano notare che il capo del governo voleva sostanzialmente un plebiscito sulla sua persona, altro che una discussione sul merito di ciascuna delle riforme costituzionali. A un certo punto, persino il Presidente Emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, apertamente schieratosi a favore delle riforme, si è accorto del pericolo e ha invitato Renzi a non “personalizzare”. Almeno temporaneamente, il Presidente del Consiglio ha ridotto il tasso di personalizzazione, ma il suo Ministro Boschi continua a tenere assemblee nelle quali lega la sorte del governo all’approvazione delle sue riforme costituzionali.

Difficile dire chi risulterebbe favorito da una campagna referendaria protratta oltre limiti ragionevoli. Visto che è cominciata già a maggio, se la data del referendum fosse fissata, com’è stato ventilato, tra l’inizio e la metà di novembre, arriverebbero tutti senza fiato e incattiviti. Tuttavia, è innegabile che il governo e il Partito democratico, soprattutto adesso che si sono garantiti la benevolenza dei direttori delle reti televisive pubbliche, hanno più fiato per durare (ma anche per commettere errori di presunzione e di arroganza). Di qui alla data del referendum, c’è almeno un ostacolo, non sappiamo quanto grande, da superare: la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Renzi e Boschi continuano a sostenere che è una buona legge e rimandano al Parlamento qualsiasi eventuale ritocco (e ce ne sarebbero almeno tre da fare: eliminazione delle candidature bloccate, abolizione delle candidature multiple, possibilità di formare coalizioni al primo turno e apparentamenti, come nel caso dell’elezione dei sindaci, al ballottaggio). Se la Corte non esprime obiezioni, il governo avrà il vento in poppa. Però, se la Corte impone dei ritocchi, allora gli oppositori dell’Italicum e delle riforme costituzionali potranno logicamente accusare il governo di non sapere fare le riforme, non soltanto quella elettorale, ma, per estensione, neppure quelle costituzionali.

Potremmo concludere che, comunque, è arrivato il tempo della discussione sul merito delle riforme. Seppure, in maniera sparsa e disorganica, la discussione sul merito, purtroppo spesso manipolata e confusa, ha già fatto molte incursioni sugli schermi televisivi, nelle pagine dei quotidiani, attraverso i “social”. Persino i sondaggi hanno già registrato una riduzione, contenuta, ma effettiva, del numero di coloro che dichiarano di non saperne abbastanza. Dibattiti organizzati da giornalisti informati e condotti senza starnazzamenti nei quali sembra vincere chi ha la voce più forte potranno essere utili. Se fosse disinnescata anche la minaccia/ricatto della crisi di governo qualora non vinca il “sì”, sarebbe persino meglio (per tutti, anche per il capo di quel governo).

Pubblicato AGL 9 agosto 2016

Italicum salvare o cestinare

Sembra che, almeno temporaneamente, la discussione sullo spacchettamento delle revisioni costituzionali. sia andata in stallo. Da un lato, avendo spesso sostenuto l’organicità del loro pacchetto di revisioni, Renzi e Boschi non potevano accettare lo spezzettamento. Dall’altro, comunque, il voto che conta sarebbe quello sul Senato, che si vincerà o si perderà a prescindere da qualsiasi spacchettamento. Crescono, invece, le richieste di modifica della legge elettorale tanto che Renzi, come Boschi, convinto della bontà del prodotto, ha deciso di sfidare il Parlamento. Se vi si trova una maggioranza per fare un’altra legge elettorale si manifesti e proceda. A parole, molti, sostanzialmente mossi dalla preoccupazione che con l’Italicum così com’è, non soltanto al ballottaggio con il PD arriverebbero le Cinque Stelle, ma i sondaggi dicono che vincerebbero, trafficano con ritocchi auspicabili. I più preoccupati sono gli esponenti del PD che compongono la Ditta, il gruppo di parlamentari di prevalente provenienza ex-comunista i quali, in caso di vittoria delle Cinque Stelle, sarebbero le più probabili vittime della mancata conquista del premio di maggioranza. I seggi a loro disposizione diventerebbero davvero pochi. Certo, nessuno di loro può argomentare la proposta di riforma dell’Italicum in maniera così platealmente personalizzata. Quindi, quel che vorrebbero cambiare viene giustificato soprattutto con riferimento a quanto la Corte Costituzionale scrisse nella sua sentenza che fece a pezzettini il Porcellum. D’altronde, che di quelle motivazioni si debba tenere conto, è reso ancora più ovvio e attuale dal fatto che la Corte valuterà l’Italicum e le sue clausole, si dice, il 4 ottobre.

È  un po’ curioso che chi ha votato l’Italicum si faccia, con molto sprezzo per la sua personale coerenza politica, sostenitore di una revisione anche profonda della legge. Qualche democratico potrebbe sostenere che nei deliberata del suo partito si trova ancora l’approvazione data a un sistema elettorale di tipo francese: doppio turno in collegi uninominali con una clausola percentuale per il passaggio dei candidati al secondo turno. Ma, poi, dicono tristemente che mancano i numeri, copiando l’affermazione espressa in maniera più roboante dai renziani. Pochi pensano, con nostalgia, giustificata, e con apprezzamento, pur non pieno, alla legge di cui fu relatore l’allora deputato Mattarella, ma nessuno s’impegna davvero a farla, come forse si potrebbe, rivivere. Da ultimo, un gruppo di parlamentari di osservanza bersaniana hanno presentato un loro progetto centrato sul ridimensionamento del premio di maggioranza, considerato, come stanno attualmente le distribuzioni dei voti fra gli schieramenti, eccessivo. Lo è certamente, ma, come sostengono i renziani, deve esserlo per dare un senso alla legge e abbastanza seggi a un partito affinché sia messo in grado di governare da solo. Inoltre, i tardoriformatori bersaniani desiderano abolire il ballottaggio. Evidente è l’obiettivo di impedire alle Cinque Stelle di vincere conquistando i voti di tutti coloro che non vogliono il PD e che, a Roma e persino a Torino hanno dimostrato di essere davvero tanti. Invece, il ballottaggio ha effettivamente un grande pregio: dà, come si è visto nel caso dell’elezione dei sindaci, un’ottima riforma fatta nei trent’anni che i renzianboschiani definiscono, sbagliando, di ozio istituzionale, agli elettori un grande potere: quello di decidere chi vince.

Né l’uno né l’altro dei cambiamenti, come sono stati presentati, appaiono accettabili a Renzi e Boschi. Svirilizzano l’Italicum e non disegnano un sistema migliore. La verità è che all’Italicum si dovrebbe comunque fare un po’ di maquillage: via i capilista bloccati, via le candidature in più collegi, via il divieto di coalizioni al primo turno e di apparentamento nel passaggio dal primo al secondo turno. Altrimenti, una buona legge elettorale esige che l’Italicum sia cestinato e che i riformatori guardino alla Francia della Quinta Repubblica oppure alla Germania, en attendant non Godot, ma la Corte Costituzionale.

Pubblicato AGL 20 luglio 2016

L’Italicum e i cavoli a merenda

Il fatto

Sta scritto in molti libri di politologia (non in tutti) e adesso anche nel Rapporto del Centro Studi di Confindustria, che un uomo solo, solo lui, in Italia, anzi, al mondo, può assicurare la governabilità: Matteo Renzi. Però, aggiunge zelante il Prof. D’Alimonte (Sole24Ore, 1 luglio, ma anche pervicacemente in circa venti articoli precedenti) la salvezza è possibile soltanto se si voterà con l’Italicum. Infatti, il resto del mondo, Germania über alles, è sempre afflitto da pesantissime, insormontabili crisi di governabilità con effetti disastrosi sulle loro economie. Una volta attuato l’Italicum, tutti in Italia pasteggeranno a latte e miele. In caso contrario, sostiene Confindustria, gli italiani saranno costretti a brindare con la cicuta.

Comparando i cavoli a merenda (l’Italicum) con lo champagne (doppio turno in collegi uninominali) e con il whisky (maggioritario in collegi uninominali), il D’Alimonte sentenzia che il “collegio uninominale non assicura la governabilità”. Seguono scene strazianti non soltanto in Francia, ma in tutte le democrazie parlamentari anglosassoni dall’Australia al Canada, dalla Nuova Zelanda all’India (eh, sì: dal giorno dell’indipendenza gli indiani votano proprio con il sistema inglese). Invitato in un tour a pagamento il D’Alimonte sta convincendo governi e parlamenti di quelle sventurate democrazie instabili e bloccate, spesso inciucianti, ad adottare l’Italicum. Presentando loro qualche numeretto che, bontà sua, ammette potrebbe cambiare a seconda dell'”offerta politica”, la quale non solo ovviamente cambierebbe con qualsiasi nuovo sistema elettorale, ma influenzerebbe in maniera significativa anche la risposta degli elettori, il Professore della LUISS argomenta la superiorità dell’Italicum che è meno disproporzionale dei sistemi maggioritari. Però, un po’ dolorosamente, deve concedere che anche i sistemi elettorali maggioritari danno vita a governi, per di più, maledettamente stabili.

Quello che gli sfugge del tutto riguarda la selezione dei parlamentari, peraltro, considerata giustamente irrilevante da chi vuole dare il potere ad un omino che quando non è solo è male accompagnato. Nei maggioritari, francese e inglese, non esistono le candidature multiple (graziosamente, l’Italicum le concede soltanto in dieci circoscrizioni, mentre con il Porcellum erano possibili in tutte le circoscrizioni). Non esistono le liste bloccate, ma tutti i candidati, anche quelli in collegi ritenuti sicuri, dappertutto divenuti molto rari, sono comunque costretti a confrontarsi con l’elettorato, prima e dopo l’elezione. Insomma, i collegi uninominali sono competitivi, con rischi per i candidati e opportunità per gli elettori.

Ovunque, nelle democrazie, la governabilità non è risolta semplicemente gonfiando in maniera artificiale una maggioranza relativa, ma nell’Italicum i numeri sono quasi tutto. Non solo quelli che dicono che il vincente avrebbe “appena” 24 seggi più della maggioranza assoluta alla Camera, ma quelli che evidenziano che un vincitore con meno di 30 per cento dei voti al primo turno vedrebbe quasi raddoppiato il numero dei seggi dopo il ballottaggio. Dopo tanti anni di lamentele sulla crisi di rappresentanza, dopo l’esplosione di critiche alle elite che, Brexit docet, non conoscono il loro popolo, l’Italicum non s’interessa in nessun modo alla qualità (e alla rappresentatività) dei parlamentari che saranno nominati/eletti. Il sistema elettorale Renzian-Dalimontiano da definire con precisione “proporzionale con premio di maggioranza” è qualitativamente diverso dai maggioritari, ma, soprattutto è sostanzialmente inadeguato ad affrontare qualsiasi crisi di rappresentanza.

Pubblicato il 3 luglio 2016