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Se sarà bocciato, il premier da Mattarella e un nuovo voto di fiducia in Parlamento

Il Mattino

Intervista raccolta da Marilicia Salvia per IL MATTINO

 

La data fatidica? “Si voterà non prima della seconda metà d’ottobre”, preconizza (con un certo ottimismo, dati i tempi tecnici) Gianfranco Pasquino, docente emerito di Scienze Politiche all’Università di Bologna, convinto che il governo vorrà attendere la pronuncia della Corte Costituzionale sull’Italicum, annunciata per il 4 ottobre, prima di lanciarsi nella fase conclusiva della campagna referendaria.

Professore, incassato il via libera della Cassazione le opposizioni scalpitano perché si vada alle urne subito, il prima possibile. Renzi riuscirà a tenere a bada tanta agitazione?

“La fretta delle opposizioni si può capire, è evidente che più la si porta per le lunghe più la maggioranza si avvantaggerà della sua posizione oggettivamente dominante sui mezzi dell’informazione, soprattutto televisiva. Ma a guardar bene, che la campagna referendaria duri a lungo non è utile per nessuno, neanche al governo, meno che mai al Paese”.

Teme un autunno di veleni?

“Sì, una coda d’estate e poi un autunno carichi di conflitti, di lacerazioni. Non ne abbiamo bisogno. E non ne ha bisogno il governo, che deve invece recuperare incisività di azione su molti temi importanti per il Paese”.

Più importanti della riforma costituzionale? Il governo la considera una questione dirimente, tanto da aver legato la propria stessa sopravvivenza all’esito del voto.

“Sì, ed è stato un grave errore”.

Perché?

“Intanto è quanto meno eccessivo presentare questa riforma, anzi il fatto di aver realizzato una riforma costituzionale, come un’impresa epocale: il centrosinistra nel 2001 ha condotto in porto la riforma del titolo quinto, e anche Berlusconi aveva cambiato una serie di articoli”.

La riforma Berlusconi però fu bocciata dai cittadini.

“Non importa, voglio dire che ci sono stati governi innovatori anche prima di questo. Non ha senso quindi drammatizzare l’esito del referendum, in un senso o nell’altro”.

Quindi sbaglierebbe Renzi a lasciare Palazzo Chigi se dovesse prevalere il no?

“L’errore Renzi lo ha fatto quando ha addirittura personalizzato il referendum usando il termine “io”e non”il governo” a proposito delle dimissioni in caso di sconfitta. I critici hanno avuto buon gioco a dire che Renzi voleva il plebiscito. E si capisce adesso perché le opposizioni premono per andare alle urne il prima possibile e non dare nessun vantaggio all’avversario”.

Scenario numero uno: al referendum vince il no, la riforma è bocciata. Renzi che fa, si dimette davvero?

“Ragionando dal punto di vista dell’onore, Renzi dovrebbe andare da Matterella a rassegnare le dimissioni. Dopo di che la saggezza politica vorrebbe che Mattarella gli chiedesse di andare in Parlamento a chiedere la fiducia”.

Scenario numero due: vincono i sì. Renzi si rafforza automaticamente dal punto di vista politico?

“Se vincono i sì è presumibile che il premier sarà portato a personalizzare questa vittoria. Ma purtroppo per lui e per il Paese i problemi non si dissolveranno. Ecco perché dico che non bisogna tirarla per le lunghe con questa campagna: l’economia continua ad andare male, il debito pubblico continua a crescere, e l’Italia ha ancora problemi di credibilità sulla scena europea”.

Quali problemi risolverà, invece, la riforma Boschi se dovesse superare il giudizio degli elettori?

“Il Cnel sparirà, e nessuno ne sentirà la mancanza. Per il resto temo che crescerà la confusione. Lo scoglio maggiore è nell’attuazione della nuova normativa che regolerà i rapporti fra Stato e Regioni”.

Il sistema guadagnerà in efficienza dall’abolizione del bicameralismo perfetto?

“Perla verità tutte le statistiche dimostrano che il nostro bicameralismo ha prodotto più leggi e in tempi più rapidi di altri sistemi in Europa.Penso che sarebbe stato preferibile ispirarsi al sistema tedesco, che prevede una seconda Camera di appena 69 seggi assegnati alle maggioranze di governo nei singoli land. Ma capisco che 100 seggi piacciono di più, e che il centrodestra attualmente in minoranza nelle Regioni italiane non avrebbe digerito l’idea”.

Uno degli argomenti più usati dalle opposizioni è quello di una possibile deriva autoritaria che risulterebbe dal combinato disposto della riforma con la legge elettorale. È d’accordo?

“Il pericolo non èla deriva autoritaria, per fortuna Renzi non è Mussolini né Erdogan e noi non siamo l’Italietta degli anni Venti né la Turchia. Io temo piuttosto una deriva confusionaria”.

Sull’Italicum comunque Renzi ha invitato il Parlamento a intervenire, anche al di là dei possibili rilievi che arriveranno dalla Consulta.

“Immagino non che il Parlamento, ma la Consulta interverrà e che Renzi vorrà aspettare appunto questa pronuncia prima di portare gli italiani al voto”.

Qual è la preoccupazione?

“Il premio di maggioranza che consegnerebbe il Parlamento al partito vincente anche al ballottaggio. Credo che sarebbe necessario prevedere una soglia minima per accedervi, e soprattutto la possibilità di creare coalizioni al primo turno e apparentamenti al secondo, come per le amministrative: in questo modo si arriverebbe a rappresentare meglio e in modo più ampio gli elettori”.

Rieccoci al rischio di autoritarismo, allora.

“No, la storia è un’altra. Immaginiamo il ballottaggio tra Pd e 5 Stelle, e la vittoria finale di questi ultimi. Il premio di maggioranza impedirebbe qualsiasi mediazione. Nulla quaestio per gli italiani, ma cosa ne penserebbe l’Europa, che dall’Italia si aspetta posizioni diverse da quelle professate dai grillini? Il rischio è la conflittualità permanente e l’inconcludenza”

Pubblicato il 9 agosto 2016

Referendum. Ora si discuta nel merito

Non sorprendentemente, la Cassazione ha dato il via libera al referendum costituzionale. La campagna ufficiale dei sostenitori del “sì” e del “no” può cominciare. Credo che molti italiani, dalle spiagge ai monti, dai laghi alle città d’arte, non si accorgeranno di nessun cambiamento significativo. Da tempo, infatti, sia il Presidente del Consiglio sia il Ministro delle Riforme si sono buttati a capofitto nella operazione di promuovere e difendere le loro riforme. Naturalmente, gli oppositori, uno schieramento eterogeneo, hanno fatto del loro meglio per non perdere terreno. I sondaggi dicono che, forse, il “no”, appena gonfiato da coloro che proprio non gradiscono Renzi e il suo governo, è in leggero vantaggio. Poiché i referendum costituzionali non hanno quorum, entrambi gli schieramenti debbono preoccuparsi di mobilitare tutti, ma proprio tutti i loro eventuali elettori.

Fin dall’inizio, deliberatamente, Renzi ha mirato alla mobilitazione degli italiani personalizzando il referendum, vale a dire sostenendo che il suo governo è stato l’unico governo capace di fare riforme costituzionali negli ultimi trent’anni e più (non è vero poiché tanto il centro-sinistra nel 2001 quanto il centrodestra di Berlusconi nel 2005 hanno fatto riforme costituzionali). Questa operazione ha suscitato le critiche di coloro che, giustamente, facevano notare che il capo del governo voleva sostanzialmente un plebiscito sulla sua persona, altro che una discussione sul merito di ciascuna delle riforme costituzionali. A un certo punto, persino il Presidente Emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, apertamente schieratosi a favore delle riforme, si è accorto del pericolo e ha invitato Renzi a non “personalizzare”. Almeno temporaneamente, il Presidente del Consiglio ha ridotto il tasso di personalizzazione, ma il suo Ministro Boschi continua a tenere assemblee nelle quali lega la sorte del governo all’approvazione delle sue riforme costituzionali.

Difficile dire chi risulterebbe favorito da una campagna referendaria protratta oltre limiti ragionevoli. Visto che è cominciata già a maggio, se la data del referendum fosse fissata, com’è stato ventilato, tra l’inizio e la metà di novembre, arriverebbero tutti senza fiato e incattiviti. Tuttavia, è innegabile che il governo e il Partito democratico, soprattutto adesso che si sono garantiti la benevolenza dei direttori delle reti televisive pubbliche, hanno più fiato per durare (ma anche per commettere errori di presunzione e di arroganza). Di qui alla data del referendum, c’è almeno un ostacolo, non sappiamo quanto grande, da superare: la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Renzi e Boschi continuano a sostenere che è una buona legge e rimandano al Parlamento qualsiasi eventuale ritocco (e ce ne sarebbero almeno tre da fare: eliminazione delle candidature bloccate, abolizione delle candidature multiple, possibilità di formare coalizioni al primo turno e apparentamenti, come nel caso dell’elezione dei sindaci, al ballottaggio). Se la Corte non esprime obiezioni, il governo avrà il vento in poppa. Però, se la Corte impone dei ritocchi, allora gli oppositori dell’Italicum e delle riforme costituzionali potranno logicamente accusare il governo di non sapere fare le riforme, non soltanto quella elettorale, ma, per estensione, neppure quelle costituzionali.

Potremmo concludere che, comunque, è arrivato il tempo della discussione sul merito delle riforme. Seppure, in maniera sparsa e disorganica, la discussione sul merito, purtroppo spesso manipolata e confusa, ha già fatto molte incursioni sugli schermi televisivi, nelle pagine dei quotidiani, attraverso i “social”. Persino i sondaggi hanno già registrato una riduzione, contenuta, ma effettiva, del numero di coloro che dichiarano di non saperne abbastanza. Dibattiti organizzati da giornalisti informati e condotti senza starnazzamenti nei quali sembra vincere chi ha la voce più forte potranno essere utili. Se fosse disinnescata anche la minaccia/ricatto della crisi di governo qualora non vinca il “sì”, sarebbe persino meglio (per tutti, anche per il capo di quel governo).

Pubblicato AGL 9 agosto 2016

Paritarie. Senza oneri per lo Stato

L’istruzione è un diritto riconosciuto dalla Costituzione. All’uopo, lo Stato si impegna a garantire la creazione di scuole di ogni ordine e grado affinché tutti cittadini riescano quantomeno ad ottenere il livello di istruzione offerto dalla scuola media. Fino a quel livello la frequenza è gratuita. Oltre lo Stato si impegna a sostenere i meritevoli e i bisognosi con esenzioni e borse di studio. Uno dei principi fondamentali della Costituzione è il pluralismo che, nel settore dell’istruzione, significa che, a determinate condizioni, i privati, singoli, associazioni, anche religiose, enti di vario tipo, hanno il diritto di dare vita a scuole di qualsiasi tipo e livello purché questo avvenga “senza oneri per lo Stato”. Vale a dire che, in senso lato, chiunque può dare vita ad un istituto scolastico, ma solo se in grado di formarlo e farlo funzionare con fondi propri.

Le scuole istituite da privati debbono ottemperare a criteri prestabiliti se desiderano che i titoli di studio acquisibili da chi le frequenta vengano riconosciuti sul mercato del lavoro. L’osservanza di regole chiare e prestabilite in termini di curriculum di studi, di reclutamento di docenti, di percorsi per il conseguimento dei titoli ha consentito a centinaia di scuole non pubbliche di ottenere il riconoscimento di scuole paritarie. Sono scuole nelle quali i genitori pagano rette di entità più o meno elevate e che godono di esenzioni, spesso in materia di tassazione. In questo caso, dunque, lo Stato si assume in maniera indiretta, ma reale e visibile, “oneri”.

La recente sentenza della Cassazione che condanna due scuole paritarie di Livorno gestite da suore a pagare l’ICI (con pesanti arretrati) sembra fondarsi sul fatto che il pagamento delle rette configuri fini di lucro che giustificherebbero la tassazione di quegli istituti altrimenti favoriti. L’eventuale chiusura di quegli istituti e, a cascata, di molti altri in condizioni simili priverebbe, laddove lo Stato non sia immediatamente in grado di offrire alternative, migliaia di studenti dell’istruzione a cui hanno costituzionalmente diritto. Da un puro punto di vista contabile è lecito chiedersi se, una volta eliminate le esenzioni di cui hanno goduto/godono le scuole paritarie non-statali, quelle risorse saranno sufficienti a fare sì che lo Stato riesca a provvedere istruzione nella stessa quantità delle scuole paritarie. La risposta sembrerebbe essere negativa e non vale l’obiezione che lo Stato verrebbe spinto a porre fine alla sua inadempienza poiché, anche senza tenere conto dei tempi inevitabilmente lunghi per sanare l’inadempienza, gli mancherebbero comunque i fondi necessari.

In sostanza, è giusto che le scuole paritarie siano soggette alla legge e non godano di esenzioni ingiustificabili, ma, in non pochi casi, l’inciso “senza oneri per lo Stato” deve essere letto e contemperato con riferimento alla realtà effettiva di uno Stato e di una scuola pubblica che non sono tuttora in grado di garantire altrimenti quell’istruzione che la Costituzione sancisce come diritto fondamentale. Non esiste nessuna soluzione facile, ma è ora di lasciare da parte anatemi e privilegi e di operare, non all’insegna di slogan che inneggiano alla buona scuola, ma affinché in tutto il paese si affermino e operino moltissime buone scuole, meglio se pubbliche, comunque in grado di offrire ottima, non settaria, istruzione.

Pubblicato AGL 28 luglio 2015

Così si dimette un buon “vecchio” Presidente

Con le improvvise e amareggiate dimissioni di Vasco Errani dalla Presidenza della Regione Emilia-Romagna esce di scena l’ultimo importante esponente dei bersaniani. Nella rete di rapporti definita “tortello magico” che ha appoggiato Bersani, la figura di Errani, per esperienza, solidità, sobria autorevolezza, potere istituzionale, costituiva un elemento centrale. Condannato in appello per un finanziamento regionale forse deliberato in maniera impropria ad una cooperativa fino a poco tempo prima presieduta da suo fratello, Errani ha preferito non attendere l’esito del ricorso in Cassazione. Se n’è andato prima dell’eventuale condanna definitiva, oppure assoluzione liberatoria, per non creare nessun problema all’istituzione, la Regione Emilia-Romagna, al governo della quale non avrebbe potuto operare con pienezza di poteri.
La sensibilità istituzionale e l’etica politica di Errani contrastano con la quasi totalità dei comportanti degli uomini politici italiani, compresi altri Presidenti di regione, ma anche con quelli di alcuni consiglieri regionali della stessa Emilia-Romagna inquisiti per il classico “inconveniente” di un non limpido (è un eufemismo) percorso di rimborsi alle loro molto poco giustificabili spese. Di più: Errani ha anche respinto gli inviti, sembra pressanti, certamente inquietanti e deplorevoli, a rimanere in carica in questo delicato periodo, che gli sono venuti dalla leadership nazionale del Partito Democratico, in questo caso, tutt’altro che veloce nel richiedere l’applicazione del codice etico. Poiché Errani ricopre anche la carica di Presidente della Conferenza Stato-Regioni, il suo ruolo, la sua competenza, le sue doti di equilibrio rischiano di venire meno proprio quando più servirebbero per giungere ad una riforma decente del Senato nel quale i Consiglieri regionali prossimi venturi dovrebbero ottenere compiti tutt’altro che irrilevanti.
Le conseguenze istituzionali e politiche delle dimissioni di Errani sono molte e tutte significative. Eletto dai cittadini, nessun Presidente di regione può essere sostituito senza una nuova consultazione elettorale. E’ teoricamente possibile per l’Emilia- Romagna essere ricompresa nella tornata elettorale prossima che riguarderà molte regioni a statuto ordinario che, contrariamente a Lazio e Lombardia, travolte da scandali, e dal Piemonte, rovesciata da brogli elettorali, andranno alle urne nella primavera del 2015. Altrimenti quella che è stata la più stabile e solida regione italiana, governata da Errani per quasi quindici anni, potrebbe subire l’onta del Commissariamento sulla brutta scia del comune di Bologna, commissariato dal febbraio 2010 per più di un anno. La cronica e deplorevole debolezza del centro-destra emiliano-romagnolo non è in grado di presentare nessuno sfidante politico decente, ma, proprio per questo, la corsa alla successione di Errani sembra già cominciata non proprio ottimamente.
La vecchia, ma sostanzialmente efficace e capace di buongoverno, nomenklatura emiliano-romagnola è già da qualche tempo saltata sul carro di Renzi e vi ha trovato comodo posto. Si stava posizionando per l’elezione del nuovo segretario regionale e adesso ha a disposizione anche la Presidenza della Regione. L’affollamento delle candidature è notevole. Qualcuno attende nomine e benedizioni, magari velocissime, dall’alto. Altri si posizionano senza troppo curarsi di formulare qualche proposta programmatica non soltanto nuova, ma migliore di quanto la “vecchia” politica ha fin qui fatto in una regione che rimane all’avanguardia. Non restano che le primarie, preferibilmente senza predesignati fra i renziani della seconda, della terza e… della penultima ora (della prima ora non ce ne sono proprio: nessuno volle rischiare nel 2012), aperte, trasparenti, competitive, per uscire dal pesante neo-conformismo renziano e inaugurare una fase davvero riformista. Sarebbe il modo migliore per riconoscere e valorizzare l’autonomia regionale e per dare impulso alla politica post-nomenklatura e post-rottamazione.

 

Pubblicato Agl 10 luglio 2014