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Nell’Unione contano i voti e le capacità #UE #Euco #NominationsUE #NomineUE @EUparliament

No, a Bruxelles non c’è stato uno scandaloso mercato fra capi di governo per l’attribuzione delle cariche -non delle “poltrone”, come scrivono i commentatori succubi del linguaggio populista. Si sono svolti legittimi e fisiologici negoziati fra esponenti politici e istituzionali di alto livello, tutti dotati di legittimità democratica, per scegliere le personalità che governeranno l’Unione Europea e la sua politica monetaria nei prossimi cinque anni. Succede esattamente così in ciascuno dei sistemi politici nazionali. Si vota, si contano i voti e i seggi, si forma una coalizione in grado di avere il consenso di una maggioranza assoluta e si scelgono le persone che di quella maggioranza e delle sue preferenze sono rappresentative e che hanno la biografia politica e professionale tale da garantire un buon rendimento nella carica ottenuta. Qualunque altra interpretazione, in particolare quelle che descrivono litigi e traffici, ricatti e imposizioni, non soltanto sono sbagliate, ma segnalano l’ignoranza dei commentatori riguardo al funzionamento di un sistema politico democratico. Avrebbe vinto la Germania poiché la prescelta a guidare la Commissione è una democristiana ministro nel governo di Frau Merkel? Ha vinto la Francia poiché a sostituire Draghi alla Presidenza della Banca Centrale Europea va la francese Christine Lagarde, certamente non una “macroniana”? Allora ha vinto anche il Belgio poiché alla guida del Consiglio europeo andrà il suo Primo ministro liberale Charles Michel. L’interpretazione corretta, che serve anche a capire meglio come funziona l’Unione, è che le cariche rispondono alla distribuzione del potere politico fra gli Stati-membri e fra le famiglie politiche costituitesi nel Parlamento europeo. Da sempre, per il loro peso politico e economico, Germania e Francia hanno maggiore influenza, ma sempre contano anche le qualità delle candidature e, oggi, con l’ingresso in forze dei sovranisti-populisti nell’europarlamento, si è dovuta formare una maggioranza parlamentare europeista più ampia. Candidato dal gruppo dei Socialisti e Democratici, l’italiano David Sassoli è stato eletto alla Presidenza del Parlamento Europeo. Questa non è certamente una vittoria dell’Italia, anche perché né i leghisti né gli europarlamentari delle Cinque Stelle l’hanno votato. Al suo terzo euro mandato, Sassoli ha vinto grazie alla stima personale di cui gode. Quando l’Europarlamento avrà approvato la nomina di Ursula von der Leyen, la parola passerà ai governi nazionali che debbono nominare ciascuno, tranne i tedeschi, un loro commissario in consultazione con il Presidente della Commissione indicando la preferenza per quale settore di competenza. Infine, la parola decisiva spetterà all’Europarlamento che dopo approfondite audizioni nelle varie Commissioni esprimerà il suo voto sui singoli Commissari e complessivamente sulla Commissione. È una procedura esigente e trasparente che non lascia spazio a ricatti, consente di apprezzare la democraticità dell’UE e non esclude, purché correttamente motivate, le critiche.

Pubblicato AGL il 4 luglio 2019

 

Democrazia e cittadini nell’Unione Europea

Contributo al forum del CeSPI sul futuro della UE

 

Non è vero che l’Unione Europea soffre di un deficit democratico. E’ vero che in alcuni Stati-membri la democrazia funziona meglio di quella dell’Unione europea. Tuttavia, in non pochi altri Stati-membri come, ad esempio, Ungheria, Polonia, Slovacchia e anche in Italia, non soltanto la qualità della democrazia, ma il suo stesso funzionamento lasciano molto a desiderare e la comparazione non va affatto necessariamente a favore degli Stati. I cosiddetti sovranisti non possono vantare loro superiori, mai comprovate, doti democratiche e molto spesso le opposizioni in quei paesi sono in grado di testimoniare quanto difficile e dura è la loro vita (non solo politica). Il pregio della democrazia è la sua capacità di riformarsi, nel caso dell’Unione Europea a condizione che la diagnosi sia corretta e che i riformatori sappiano proporre i rimedi adeguati. Prima di dichiarare l’esistenza di un deficit democratico dell’Unione Europea è necessario valutare con conoscenza di causa, che cos’è il deficit, dove si colloca, come si manifesta.

Come può non essere considerato democratico il Consiglio nel quale s’incontrano (si confrontano e si scontrano) i capi di governo degli Stati-membri? Ciascuno di loro ha vinto le elezioni nel suo paese, quindi rappresenta una maggioranza elettorale e politica e in quel Consiglio rimarrà fintantoché riesce a mantenere la sua maggioranza. Potremmo, semmai, obiettare alle procedure decisionali del Consiglio, in particolare, da un lato, alla regola dell’unanimità, dall’altro, alle modalità con le quali i capi di governo pervengono alle decisioni. L’unanimità, peraltro, usata raramente, ha scarsa legittimità democratica poiché consente a un capo di governo di bloccare qualsiasi decisione a lui sgradita anche se tutti gli altri capi di governo hanno raggiunto un accordo. Quell’unico capo di governo dissenziente può, in qualche modo, “ricattare” tutti gli altri. Pertanto, i riformatori dovrebbero eliminare quella regola. Quanto alle modalità dei procedimenti decisionali, neI Consiglio e, in misura minore, nella Commissione, quei procedimenti sono spesso farraginosi e poco o nulla trasparenti. E’ vero che in alcune materie politiche è opportuno, proprio per giungere a decisioni migliori, preservare uno spazio, più o meno, ma non troppo, ampio. Tuttavia, è auspicabile che la maggior parte di quei procedimenti decisionali si svolgano in maniera tale che i cittadini europei abbiano la possibilità di attribuire le responsabilità positive e negative di quanto è stato deciso, non deciso, deciso male.

Coloro che ritengono che la democrazia si esprime in particolar modo attraverso le elezioni non possono mai sostenere che il Parlamento Europeo è un organismo non-democratico nel quale si manifesterebbe un deficit. Al contrario, il Parlamento Europeo è un luogo molto significativo di rappresentanza delle preferenze e degli interessi dei cittadini europei. Nel corso del tempo ha acquisito maggior potere nei confronti sia del Consiglio sia della Commissione controllando le attività e valutandone gli esiti. Se il Parlamento europeo ha un deficit democratico questo non è a lui intrinseco, ma deriva dai partiti e dai cittadini degli Stati membri. Sono i partiti che fanno campagna elettorale su temi e con obiettivi nazionali a essere responsabili del deficit. Paradossalmente, meno responsabili sono i partiti populisti e sovranisti poiché, facendo campagna contro l’Unione Europea, sono inevitabilmente più propensi a parlare proprio di Europa di quanto fa, non fa, fa male e quanto meglio farebbero i singoli Stati se riacquisissero la sovranità ceduta. Scrivo “ceduta”, non perduta e non espropriata, poiché ciascuno degli Stati-membri ha consapevolmente e deliberatamente ceduto parte della sua sovranità all’Unione per perseguire obiettivi altrimenti irraggiungibili da ciascuno Stato singolo. I partiti nazionali sono anche responsabili della loro incapacità di convincere gli elettori ad andare alle urne per eleggere i loro rappresentanti. Quando, come nel maggio 2014, soltanto il 44% degli elettori europei (percentuale nettamente inferiore a quella, che tutti noi abbiamo spesso stigmatizzato, degli americani nelle elezioni presidenziali) va a votare, allora c’è un problema, ma non è definibile come deficit delle istituzioni dell’UE. Più precisamente, si tratta di un deficit di partecipazione dei cittadini europei ai quali in qualche modo bisognerebbe fare sapere che perdono la facoltà di criticare Parlamento e parlamentari che non hanno voluto eleggere.

Sul banco degli imputati di deficit democratico sembra persino troppo facile collocare in blocco la Commissione Europea e, in particolare, i singoli Commissari. Mancherebbe loro qualsiasi legittimazione democratica. Sarebbero, come affermano troppi critici male informati e preconcetti, dei burocrati o, forse peggio, dei tecnocrati che i populisti considerano una razza dannata poiché, senza avere mai avuto un mandato democratico (elettorale) antepongono le loro conoscenze alle preferenze e alle esperienze del “popolo”. La verità è che, praticamente da sempre,  hanno acquisito la carica di Commissario uomini e donne provenienti da cariche politiche e di governo, persino al vertice, nei loro rispettivi paesi. Dunque, mai burocrati, ma “politici”, spesso con conoscenze di alto livello. Debbono la loro carica alla nomina ad opera dei capi di governo di ciascuno Stato-membro, ma, come ho già scritto, quei capi di governo sono democraticamente legittimati. In più, ciascuno dei Commissari deve superare/ha superato un “esame” relativo alle sue conoscenze e al suo tasso di europeismo svolto di fronte al Parlamento europeo. Inoltre, sa che, una volta confermato, nella sua azione dovrà spogliarsi di qualsiasi preferenza nazionale. Dovrà operare negli interessi dell’Unione Europea. Oso affermare che la stragrande maggioranza dei Commissari negli ultimi sessant’anni ha davvero avuto come stella polare il processo di unificazione politica dell’Europa. Quanto al Presidente, a partire dal 2014 è stato stabilito che ciascuna delle famiglie politiche/partitiche europee possa presentare un candidato/a alla Presidenza. Il candidato della famiglia che ha ottenuto più voti/più seggi viene designato Presidente, ma anche lui/lei deve superare lo scrutinio del Parlamento europeo. Di fronte a queste procedure, ciascuna con il suo evidente tasso di democraticità, è davvero assurdo sostenere che la Commissione non ha crismi di democrazia, che è democraticamente carente, se non addirittura illegittima. Ovviamente, però, la Commissione, vero motore istituzionale e, in parte, anche politico dell’Europa può a sua volta essere criticata per quello che fa, non fa, fa male.

Dunque, nell’Unione Europea, va tutto bene? Certamente, no. Però, il problema non si chiama deficit democratico. Si chiama deficit di funzionalità. Quasi sicuramente c’è troppa burocrazia nell’Unione europea, troppo red tape, come hanno costantemente sostenuto gli inglesi (che ci mancheranno e che stanno anche accorgendosi che l’Europa mancherà a loro). C’è troppo spazio per le lobbies, per i gruppi di interesse. C’è troppa lentezza nel prendere decisioni. C’è troppa opacità. Sono sicuramente inconvenienti, altrettanto sicuramente possono essere affrontati e risolti dentro l’Unione. Non potranno essere coloro che si chiamano fuori –e meno che mai coloro che intralciano l’Europa che c’è, a risolvere quei problemi e altri, a cominciare dall’immigrazione a seguire con la crescita delle economie europee e con la regolamentazione la tassazione delle grandi corporations. Con buona pace dei sovranisti, nessuno Stato da solo potrà fare di più e meglio per la vita dei suoi cittadini di quanto l’Unione Europea ha già fatto e potrà fare nei prossimi anni. Saranno i cittadini europei, quelli che si interessano all’Europa, si informano, votano e partecipano, a decidere, democraticamente, che Europa vorranno. Saranno responsabili di quello che hanno fatto e di come hanno votato o non votato. Proprio come avviene nelle (migliori) democrazie.

Intervista sull’Europa

pandora

Con questa intervista a Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, proseguiamo il nostro lavoro di approfondimento sul tema dell’integrazione europea. L’intervista è a cura di Lorenzo Mesini e di Andrea Pareschi.

Che cos’era e che cosa ha rappresentato il federalismo europeo nei decenni del processo di integrazione?
All’inizio il federalismo europeo era esattamente una dottrina relativa alle modalità con cui bisognerebbe costruire uno stato federale. Un certo numero di stati, nello specifico sei, si misero d’accordo per cedere parte della loro sovranità su alcune risorse molto importanti (carbone, acciaio e soprattutto energia nucleare) a un’autorità sovranazionale. Incominciò tutto dal 1949 fino al 1957, quando si firmò il Trattato di Roma, che fu un trattato sovranazionale che diede slancio a un processo veramente federale.

Quali erano i punti di forza del programma federalista? in che misura si distingueva dall’approccio neo-funzionalista (Monnet) e da quali punti erano accomunati?
I punti di forza del programma federalista erano due. In primo luogo alcuni stati non si sarebbero più fatti la guerra (che rappresentava il problema storico dell’Europa, soprattutto dopo le due Guerre Mondiali ma non solo). In secondo luogo, mettendo insieme determinate risorse, si sarebbe riuscito a produrre anche un grande sviluppo economico. Quindi l’obiettivo era la pace e la prosperità. Credo che oggi questi obiettivi siano stati ampiamente raggiunti anche se ovviamente si discute su quanta prosperità stiamo perdendo perché non riusciamo a risolvere certi problemi. Monnet pensava che l’integrazione a livello europeo di determinate aree di cooperazione e collaborazione avrebbe avuto effetti anche su aree contigue. Questo avrebbe favorito un’integrazione progressiva verso un grande mercato comune, mercato che a sua volta avrebbe richiesto inevitabilmente uno stato, uno stato regolatore che a quel punto doveva essere uno stato federale.

La figura di Altiero Spinelli, oltre al suo indubbio valore simbolico, che ruolo ha esercitato, con la sua opera politica e il suo pensiero, sul corso effettivo del processo di integrazione? In quali fasi, se ci sono state, l’influsso di Spinelli è stato più sensibile?
Spinelli è stato importantissimo nel contesto italiano, non soltanto come fondatore del Movimento Federalista Europeo (1943) ma anche per i rapporti interpersonali che era riuscito a tessere prima con De Gasperi e poi, nel momento più importante, con Nenni (fine degli anni Sessanta). Inoltre fece cambiare posizione al PCI, che era sostanzialmente ostile al processo di unificazione europea e che invece a metà degli anni Settanta giunse ad accettare l’Europa. Al riguardo bisogna ricordare il famoso discorso di Berlinguer che da questa parte della cortina di ferro si sentiva più sicuro. Spinelli convinse il partito comunista ad accettare l’Europa e a parteciparvi attivamente. Nel 1976 venne eletto dal PCI al Parlamento Europeo, per altro dopo esser già stato commissario europeo (1970-1976). Venne poi rieletto nel 1979 e nel 1983. Per quanto riguarda i rapporti con gli altri paesi c’è un movimento federalista europeo che deve la sua ispirazione e la sua nascita anche agli sforzi di Spinelli. Inoltre tutto quello che precede l’Atto Unico (1986) è, in una certa misura, preparato da Spinelli, che voleva un nuovo trattato, ma alla fine prese atto che il massimo che si poteva ottenere in quel momento era l’Atto Unico. Scrisse un documento importantissimo intitolato Per un’Unione più stretta. Poi purtroppo morì nel 1986. È difficile dire se oggi ci sia un suo erede. In una certa misura possiamo dire che una visione di tipo federale è stata quella sostenuta dai Radicali, da Pannella, da un lato, e da Emma Bonino, dall’altro. Però il primo è morto, purtroppo Emma Bonino sta male e quindi non c’è più questa presenza. Oggi, il pensiero federalista europeo in Italia è molto debole. C’è un centro studi federalistici a Torino, che secondo me è il migliore in Italia, ma non molto di più.

Venendo alla fase più recente dell’integrazione, inaugurata dal trattato di Maastricht, in che modo le forme concrete attraverso cui questo processo si è configurato, si relazionavano all’ideale federalista? Come commenta questa importante tappa rappresentata dal trattato di Maastricht, avendo presente gli sviluppi politici successivi?
Maastricht è uno dei trattati più importanti, naturalmente. Su un punto possiamo essere tutti d’accordo: Maastricht inserì pienamente la Germania unificata (1990) in Europa. Maastricht aprì inoltre la strada alla riflessione sul potenziamento del mercato comune, del mercato unico e poi all’Euro. Quindi Maastricht ha rappresentato una svolta di grandissima importanza.

Al tempo delle discussioni in merito all’adozione dell’euro, prevalse un’interpretazione secondo la quale, l’unione monetaria non comportava necessariamente il trasferimento di competenze fiscali e finanziare a livello comunitario. Era diffusa la convinzione che un sistema di vincoli, che poi si concretizzò nel patto di stabilità, unitamente a una politica monetaria comune, fossero sufficiente a garantire un’adeguata gestione dell’unione monetaria. Jacques Delors riteneva invece che viste le notevoli differenze socio-economiche tra i paesi membri fosse necessario perseguire attivamente una politica di convergenza. Alla luce degli sviluppi successivi, che giudizio da oggi di questo dibattito? Ci furono a suo avviso carenze e/o errori evitabili?
Delors aveva sicuramente ragione. Però non riuscì a convincere un numero sufficiente di capi di stato e di governo del fatto che quella era la direzione giusta in cui bisognava andare. Però, tutti erano consapevoli del fatto che la moneta unica costituiva una premessa e che poi occorreva andare verso una politica monetaria comune e verso una una vera politica finanziaria ed economica condivisa. Le prospettive erano chiare a tutti a Maastricht, ma molti stati erano riluttanti ad andare in quella direzione. Finita la presidenza Delors, i successivi presidenti non hanno avuto la stessa forza e la stessa volontà di intervenire in materia e di premere in continuazione sugli stati. Prodi, per esempio, preferì l’allargamento dell’Unione piuttosto che l’approfondimento delle sue politiche economiche.

Negli anni Duemila, ha luogo il dibattito sulla Costituzione Europea, a cui presero parte figure di grande rilievo. La successiva bocciatura del testo nei referendum francese e olandese, impose un una pausa al processo di integrazione, che riprese poi in tono minore con il Trattato di Lisbona. Che giudizio esprime su questa fase? Furono commessi errori? Quali furono le principali carenze a suo avviso?
Gli errori furono tutti dei politici nazionali. Il referendum sulla Costituzione europea in Francia venne bocciato dai socialisti che si divisero: un parte votò contro e così fece cadere il trattato. Gli olandesi probabilmente votarono contro perché volevano più integrazione, non perché ne volevano di meno. Però, anche questo fu un brutto segno: significa che i politici olandesi favorevoli all’Europa non avevano saputo condurre una campagna elettorale adeguata. Non furono capaci di insegnare che cos’è l’Europa. Ecco se dovessi dire qual è il problema vero è che molti politici quando vanno in Europa fanno finta di essere europeisti e poi quando tornano nei loro paesi sostengono invece che bisogna evitare di cedere sovranità all’Europa. C’è un atteggiamento ambivalente che non giova assolutamente all’Unione Europea e nemmeno ai politici nazionali, che si trovano poi alle prese con fenomeni di populismo che conosciamo. Questa è una fase di transizione molto complicata, irta di pericoli e senza grandi opportunità, anche perché manca la figura di un grande europeista, di un grande federalista. Ci sono qualche volta dei politici di buona volontà, ma questo non è sufficiente.

Sotto la Commissione Prodi nuovi paesi, principalmente dell’Europa orientale, entrarono nell’Unione. Ciò fu preceduto da un dibattito circa l’opportunità che tale allargamento fosse preceduto da un approfondimento, ovvero da una più incisiva integrazione tra i paesi membri. Alla luce dei recenti avvenimenti, ritiene che si sia proceduto allora in maniera lungimirante?
No, fu tutto meno che lungimirante. Fu comprensibilmente poco lungimirante: si pensò che facendo entrare questi paesi in Europa (tutti ex regimi comunisti) si sarebbe data una spinta al consolidamento di quelle democrazie. Probabilmente questo consolidamento è avvenuto, anche se vediamo che sono stati fatti diversi passi indietro, soprattutto in Ungheria e in Polonia. È stato un allargamento frettoloso, comprensibile ma non governato bene. Le conseguenze di ciò sono oggi sotto gli occhi di tutti. Questi paesi non hanno ancora acquisito una mentalità veramente europea, non hanno acquisito comportamenti autenticamente europei. Spesso costituiscono una palla al piede per coloro che vorrebbero andare più avanti nell’integrazione, ma non possono senza convincere questi paesi che sono rimasti in una situazione in cui lo stato nazione conta di più di qualsiasi progresso verso uno stato federale europeo.

La crisi economico-finanziaria ha dato grande spazio a una galassia di forze politiche che oggi viene genericamente rubricata sotto l’etichetta di “euroscetticismo” o “populismo”. Quali sono a suo avviso le cause del successo e del consenso che riscuotono queste forze politiche?
Se c’è un elemento unico che posso riscontrare è il fatto che tutte possono qualificarsi come populiste e nazionali in quanto fanno campagne essenzialmente contro l’Europa e/o contro l’Euro. Vogliono un ritorno, che oggi è praticamente impossibile, agli stati nazionali. Ma c’è un numero consistente di cittadini-elettori che temono le conseguenze di una maggior unificazione politica e le conseguenze della globalizzazione. Qualche volta hanno anche ragione perché non sono preparati ad affrontarla: ad esempio in materia di istruzione, oppure non hanno le capacità lavorative per fronteggiarla. I populisti fanno leva su questo sentimento e possono arrivare a sfruttarlo fino a un certo punto. Ma che sia chiaro: non dovrebbero. Riescono ad avere un po’ di influenza, non tanta, nei loro rispettivi sistemi politici, mentre nel Parlamento Europeo praticamente non ne hanno. Il populismo è difficile da sconfiggere una volta per tutte, anche perché elementi di scontento ci saranno sempre e i populisti li cavalcano come d’altronde è loro facoltà.

Data la natura sovranazionale dei principali problemi che gli stati e le società europee si trovano oggi a dover affrontare, nonché la presenza di una giuntura critica interna che dovrebbe promuovere l’adozione di un più coraggioso approccio ai problemi, come spiegare il mancato approdo a meccanismi e soluzioni comunitarie? Come mai l’approccio neo-funzionalista sembra non esser più applicabile? Perché oggi il metodo intergovernativo prevale su quello comunitario?
Il neo-funzionalismo non è più applicabile perché ha avuto successo, ha fatto praticamente tutto quello che poteva: ha allargato le aree di collaborazione e cooperazione, ha prodotto prosperità diffusa. Tutti i paesi che sono entrati nell’Unione Europea sono cresciuti dal punto di vista economico. Il neo-funzionalismo è arrivato per così dire al soffitto. Per sfondare il soffitto, tuttavia, non basta il modello intergovernativo che prevede la collaborazione tra gli stati così come sono e l’utilizzo di risorse che già ci sono. Solo il federalismo garantisce maggiori risorse e una loro migliore distribuzione. Insisto: i governanti nazionali continuano a giocarsi le proprie carte sui rispettivi territori nazionali. Non c’è nessuno politico che scommetta sulla sua carriera in Europa. A dire il vero mancano anche i meccanismi adeguati. Per esempio, per un presidente eletto dai cittadini europei forse ci sarebbero gli uomini e donne disposti a entrare in competizione. Quindi il federalismo è una carta che può essere giocata, ma che richiede che ci siano quattro, cinque, sei o sette governanti nazionali disposti a giocarsela fino in fondo. E purtroppo non ci sono.

Fino a pochi anni fa l’Italia era annoverata tra più entusiasti stati membri dell’Unione. La solidità dei suoi valori europeisti non era in discussione (il referendum consultivo del 1989 e l’adesione all’euro ne furono i principali simboli). Come è stato gestito e investito quel capitale di autorevolezza dai governi italiani della cosiddetta ‘Seconda Repubblica?
Quel capitale era un capitale di emozioni e di affetti. In un certo senso, si trattava di attaccamento a un’idea. Ma non è stato messo a frutto in alcun modo. C’era una specie di mandato ai governanti di fare il possibile in Europa, senza spingersi oltre. Forse quello che era possibile è stato anche fatto. L’Italia è sempre entrata nei trattati in maniera un po’ passiva e subalterna. Poi qualcuno ha iniziato a fare campagna contro l’Europa. Berlusconi e il centrodestra hanno fatto campagna contro l’Europa e una parte di elettori ha cambiato le sue opinioni in merito. Oggi se sono europeisti, sono tiepidamente tali; altrimenti sono euroscettici o addirittura euro-ostili. La sostanza è che la maggioranza degli italiani non è più favorevole all’Europa e considera spesso l’Europa un problema e non una soluzione ai problemi.

Cosa ne rimane oggi dell’eredità del federalismo europeo? Quali sono i principali motivi della sua attuale scarsa popolarità? Secondo lei è possibile e auspicabile rilanciare una prospettiva di integrazione federale in Europa? Se si, su quali basi e con quali modalità?
Rimangono milioni di persone che credono in un’Europa federale. Rimangono dei partiti che, almeno dal punto di vista programmatico, esprimono posizioni favorevoli ad un’Europa federale. Ci sono inoltre molti parlamentari europei che condividono questa prospettiva. Purtroppo non c’è nessun capo di stato europeo che su questa prospettiva sia disposto a giocarsi la sua carriera politica. Lo vediamo in continuazione. Seppur blandamente, la Merkel potrebbe muoversi i questa prospettiva federalista. Il problema è che la Merkel governa la Germania, che è troppo grande per essere la guida di un progetto federalista europeo e che alla fine esprimerebbe una guida egemonica tedesca. Resta però il fatto che oggi il federalismo è l’unica prospettiva che può ancora essere seguita. Le altre no. Il metodo intergovernativo è quello che vediamo in azione nel Consiglio europeo. Produrrebbe forse un po’ di più di quello che oggi abbiamo (more of the same). Il neo-funzionalismo, invece, ha già dato tutto quello che poteva dare. Il problema è il passaggio federale, e il passaggio federale può essere realizzato purché ci siano donne e uomini che si impegnino a fondo. Io non li vedo purtroppo. Qualcuno dice che il passaggio federale sarebbe possibile facendo prima un passo indietro: creando una cerchia di stati disposti ad andare molto avanti nell’integrazione che dimostrerebbero così a quelli che sono meno disposti che, qualora si unissero, potrebbero fare molti progressi. È una strategia plausibile ma non facile. Non ne vedo il leader.

Pubblicato il 29 settembre 2016 su Pandora