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Il consiglio comunale si apra al confronto con i cittadini

Corriere di Bologna

La città soffre di un gravissimo deficit di circolazione di idee, di confronti, di proposte e di soluzioni. Nonostante la presenza della più antica Università del mondo, tuttora a buoni livelli, l’esistenza largamente sottoutilizzata e sottovalutata della Johns Hopkins, la rete di biblioteche di ottimo livello, un effettivo, rumoroso, arricchente dibattito di idee è da tempo quasi inesistente.

La mia proposta è fatta da un insieme di strade da perseguire, un reticolato nel quale a ogni punto sia possibile intervenire. Fare del consiglio comunale un luogo nel quale i cittadini non andranno soltanto in quanto spettatori o disturbatori, ma in quanto proponenti di idee che tutte, a seconda della loro rilevanza, verranno, seppur brevemente, discusse. I Quartieri dovranno darsi strutture non solo di discussione, ma di proposta e di decisione, anche di confronto dialettico con il consiglio comunale. Invece di trattare in maniera più o meno riservata con assessori e sindaco, a tutte le associazioni sarà offerto uno spazio per formulare e argomentare le loro richieste e le loro proposte, per suggerire le loro soluzioni preferite, accompagnate dai costi e dai vantaggi.

Sindaci e rettori non hanno mai saputo, forse neanche voluto, coordinarsi per fare più intensa, più dinamica, più efficace la vita culturale della città. La proposta è che il sindaco solleciti il rettore a fissare ogni anno alcune tematiche e alcune date (il festival della scienza di Flavio Fusi Pecci è stato regolarmente un grande successo).

Insomma, la mia idea è che Bologna dovrà diventare, anche con l’apporto di Isabella Seragnoli, Marino Golinelli e di quel grande imprenditore che è Fabio Roversi Monaco, un punto di riferimento della cultura italiana e Europa. I nomi contano, perché la cultura cammina davvero sulle gambe delle donne e degli uomini.

Pubblicato il 27 Maggio 2016

Scorciatoia cognitiva

Corriere di Bologna

Sappiamo che la fantasia e anche l’irriverenza degli elettori possono spingersi verso limiti estremi. Se I Presidenti di seggio e gli scrutatori volessero potrebbero raccontarne di tutti I colori relativamente alle schede che sono costretti ad annullare. Non è, naturalmente, possibile, ma neanche auspicabile, porre alla fantasia di candidati talvolta sconosciuti che cercano di emergere per conquistare almeno un pugno di voti. Non so se questo è l’anno in cui Mussolini possa tornare in auge come strumento di attrazione per elettori nostalgici oppure arrabbiatissimi con i “politicanti” e con le condizioni, non proprio eccellenti, del sistema politico italiano. È anche merito della Costituzione italiana, da un lato, avere statuito il divieto di “ricostituzione del disciolto partito fascista”, dall’altro, di avere obbligato i neo fascisti a cambiare. Qualche saluto romano continua a fare la sua comparsa, qualche slogan può fare breccia temporanea, qualche tatuaggio attrae l’attenzione, qualche canzonetta può avere un refrain accattivante, ma la sostanza rimane. La storia non si ripete, anzi, come scrisse memorabilmente Karl Marx, la prima volta è una tragedia, la seconda è una farsa. Non andrò oltre nel ricorrere a espressioni blasonate perché rischiano, se non di legittimare, di dare un po’ troppa importanza a fenomeni marginali.
Ho sempre detto e scritto che il ricorso al termine “regime” per indicare l’indubbiamente molto importante ruolo politico svolto da Berlusconi tra il 1994 e il 2013 era un’esagerazione polemica, sbagliata, fuorviante, diseducativa. Rimane, tuttavia, da capire che cosa sta dietro il folklore di richiamarsi a Mussolini Benito. Per farla difficile potrei dire che quel richiamo da parte di tre candidati potrebbe essere, a loro insaputa, una “scorciatoia cognitiva”. Mirano a comunicare, senza scendere nei particolari di un programma che non saprebbero stilare, la loro collocazione. Sì, stanno a destra, vogliono “legge e ordine” imposta dall’alto, preferibilmente con durezza; sì, sostengono di avere una orgogliosa identità nazionale (che, naturalmente, stona con il leghismo di qualsiasi sfumatura): sì, sono nettamente ostili agli immigrati specialmente se di colore; si, vorrebbero una democrazia autoritaria con un leader in grado non soltanto di prendere le decisioni, ma di tradurle o farle tradurre in maniera granitica in azioni. La tentazione di sostenere che gli inchini fascisti interpretano qualcosa che è nell’aria ce l’ho. Poiché il vento delle destre populiste e nazionaliste soffia in molti paesi europei, non basta alzare le spalle e dire che sono cose del passato. Sarebbe più produttivo cercare di risolvere problemi, insegnare come rapportarsi agli altri, adottare uno stile rispettoso di tutti, all’insegna dei valori costituzionali.
Pubblicato il 14 maggio 2016

Le varie facce dell’astensione

Corriere di Bologna

Liberi tutti o quasi. Nella primavera dello scontento di molti – la politica offre una grande varietà di “scontentezze” -, vi sono due buone occasioni per scaricarsi: il referendum sulle trivellazioni e le elezioni amministrative. L’ambigua e riprovevole posizione espressa da Matteo Renzi a favore dell’astensione sul referendum è già stata stigmatizzata dal Presidente della Corte Costituzionale e contraddetta dal Presidente della Repubblica che ha annunciato che andrà a votare. Il capo di un partito ha il dovere politico di dare la linea. Il capo del governo deve ricordarsi dell’art. 48 della Costituzione che dice chiaramente che il voto è un “dovere civico”. Nessuno faccia il furbetto: l’astensione non è un voto. Preso atto della non/decisione del capo del loro partito, molti Democratici hanno deciso, come, incidentalmente, dovrebbe essere per tutti i referendum, di seguire quel che detta loro il cuore, forse anche una qualche conoscenza delle trivellazioni e delle conseguenze della loro abolizione. Già poco incline a fidarsi di politici che ondivagano e che seguono non il cuore, ma le convenienze, momentanee e fuggevoli, è probabile che gli elettori si rifugino anche loro nell’astensione referendaria e post-refendaria.

Il sondaggio sulle intenzioni di voto alle elezioni comunali di Bologna pubblicato dal Corriere fotografa (ma altre fotografie saranno necessarie di qui al 5 giugno) una notevole propensione all’astensione. Sono elettori che hanno deciso di stare alla finestra o elettori che già propendono di andare al mare contando sul sole di giugno? Sappiamo che, da qualche tempo, gli elettori italiani (e i bolognesi non possono fare eccezione se non limitatamente) decidono per chi votare negli ultimi giorni della campagna elettorale, qualcuno addirittura il giorno stesso dell’elezione. Quindi, non possiamo escludere che coloro che hanno dichiarato che si asterranno potranno cambiare idea. Attendono, in maniera disincantata, scettica, forse anche irritata, che qualcuno dei candidate e dei loro partiti offra idee, soluzioni, prospettive che, magari non proprio affascinanti, siano almeno convincenti, insomma, come ho scritto qui più volte, un’idea di città dinamica migliore. Le percentuali suggeriscono che la competizione più intensa sarà fra Borgonzoni e Bugani, fra la Lega e le Cinque Stelle, per chi approderà al ballottaggio. Difficile che un ballottaggio a giugno sia foriero di un’impennata di partecipazione elettorale. Potrebbe, però, obbligare i duellanti a raffinare le loro proposte e a indicare le loro priorità, quindi a suscitare maggiore interesse nell’elettorato che, rientrando dall’astensione, vuole contare. Sarebbe una buona cosa.

Pubblicato il 14 aprile 2016

La tattica di Salvini

Corriere di Bologna

Combinando instancabilmente l’attività sul territorio e la presenza nelle trasmissioni televisive, Matteo Salvini ha “recuperato” qualche punto di forza della Lega ruspante (sì, sì: è l’aggettivo giusto) che abbiamo conosciuto, oramai il più vecchio partito italiano alla soglia del trentesimo compleanno, e la ha rilanciata. La persona fisica e politica di Salvini è positivamente responsabile della crescita, anche elettorale, ma da non esagerare, della Lega. Il tentativo di farne un movimento diffuso sul territorio nazionale ha significato mettere in secondo piano la tematica federalistica, che, comunque, si era già logorata per molte buone e cattive (si configurava come un pasticcio) ragioni. Lo spostamento spregiudicato su posizioni lepeniste è tattico, dettato da circostanze e da esigenze (riuscire a costituire un gruppo al Parlamento Europeo) manipolabili. Per il resto, Salvini sfrutta, con grande verve polemica, anche naturale, quella che ritiene la tematica destinata a durare e produrre frutti elettorali: la (non) integrazione dei migranti combinandola con la sicurezza personale e delle famiglie, soprattutto nel Nord, e accentuando la critica all’Unione Europea e alle sue flagranti inadeguatezze. La strada tracciata porta piuttosto lontano.

Per quanto enfatizzato, lo scontro sulla leadership nel centro-destra con il declinante Berlusconi, declinatissimo dicono i sondaggi romani su Bertolaso, serve a Salvini esclusivamente a scopi propagandistici, di visibilità politica e di alimento per il suo ego. Qualche periodica incursione in Emilia-Romagna e a Bologna consentono di acquisire spazio e di offrire a un buon numero di elettori insoddisfatti un’alternativa praticabile. Nello spappolamento del centro-destra bolognese, Salvini non riuscirà a prosperare in maniera dirompente, ma, se non si andrà ad un accordo complessivo, la sua candidata, riconfermata anche se non proprio brillantissima, è già in campo e i temi della Lega li farà pur circolare.

La politica è anche questo: mantenere le posizioni con pazienza e fatica, tentando di costruire dal basso, ovvero dai quartieri, qualcosa che riesca a caratterizzarsi al tempo stesso come opposizione all’esistente e come preparazione di un’alternativa. Tuttavia, nella politica cittadina che spesso sembra una palude nella quale non brillano proposte lungimiranti e innovative e non hanno fatto la loro comparsa candidature trascinanti (forse su tutto questo “la città” e i suoi maîtres a penser dovrebbero interrogarsi), Salvini sa che l’attivismo della Lega potrebbe essere ricompensato. Probabilmente, sì, ma poco poco.

Pubblicato 8 aprile 2016

Le opposizioni lancino la sfida

Corriere di Bologna

La situazione del centro-destra bolognese è, non da oggi, ma addirittura dall’altro ieri, imbarazzante. Anzi, è doppiamente imbarazzante. Da un lato, infatti, gli esponenti locali dimostrano assolutamente sudditanza alle (non)scelte nazionali. Dall’altro, nessun candidato/a ha finora dichiarato alto e forte che lui/lei c’è e vuole rimanere fino in fondo. A Bologna, poi, non si combatte nessuna battaglia campale per ridefinire i rapporti di forza fra leghisti, fratelli e sorelle d’Italia, berlusconiani di stretta, ma declinante, osservanza. Qui c’è poco da vincere, ma, paradossalmente, anche pochissimo da perdere. Aspettative bassissime per candidature non scintillanti presentate ad un elettorato già rassegnato. Al primo turno quell’elettorato di centro-destra che in città è sempre esistito (per fortuna del sistema politico) sceglierà nel piccolo menù. Al secondo si disperderà sia nell’astensione sia in un possibile voto di protesta contro il pur non granitico Partito Democratico convergendo sul, al momento non entusiasmante, candidato delle Cinque Stelle.

Improvvisamente, Merola si è reso conto, difficile dire quanto strumentalmente, che un’opposizione attrezzata e propositiva, anche critica e severa, offre un contributo tutt’altro che disprezzabile al buon funzionamento del sistema politico, in questo case del governo locale. I miei studenti, uno dei quali sta nella segreteria del PD cittadino, applaudono convintamente quello che è uno dei cardini della democrazia competitiva. I più smaliziati e i meno faziosi di quegli studenti ridacchiano pensando che Merola non debba preoccuparsi troppo dell’assenza di un’opposizione esterna. Avrà, comunque, e dovrebbe già averlo imparato, il suo da fare con l’opposizione interna. Alcuni di coloro che saranno eletti in Consiglio comunale non hanno grande fiducia nelle sue capacità di leadership. Gli assessori cercheranno di ritagliarsi spazi di azione politica autonoma e di posizionarsi per cariche prossime venture. Altri acquisiranno visibilità soltanto con il dissenso più o meno pubblicizzato. Tutto vero, ma al tempo stesso queste opposizioncine interne al PD sono del tutto inadeguate a dare rappresentanza alle sciolte membra dell’elettorato di centro-destra e a convogliare domande degne di considerazione.

Occasionalmente, in citta’ qualcuno si interroga sulla qualità del governo locale, che non è pessima, ma mediocre. Merola non dovrebbe cercare di scaricare preventivamente sull’evanescente centro-destra le sue inadempienze a futura memoria. A sua volta, il centro-destra potrebbe, senza compiacere Merola, almeno sfidare lui e la sua cerchia di probabili governanti dei prossimi anni su alcune chiare proposte/priorità. Si sta facendo tardino.

Pubblicato il 31 marzo 2016

Astensionismo incubo ipocrita

Corriere di Bologna

Almeno per qualche settimana i vertici del Partito Democratico di Bologna (quelli delle altre città che vanno al voto, no?) affermeranno, pensosi e preoccupati, che l’astensione è il nemico da battere. E’ un’affermazione che contiene parecchie dosi d’ipocrisia. Dovrebbero esserne più convinti i dirigenti del centro-destra poiché, un po’ dappertutto, sono proprio i potenziali elettori dei loro candidati e delle loro liste che manifestano grande propensione all’astensione. Di Berlusconi si possono, e qualche volta si debbono, dire molte cose, ma, nel passato, le sue campagne elettorali erano trascinanti e i suoi effetti, sul contenimento e sulla riduzione dell’astensionismo, notevoli. Da quel che sappiamo delle elezioni politiche del febbraio 2013, il ruolo di riduttore della percentuale di astenuti è stato efficacemente svolto dal Movimento 5 Stelle. Invece di restarsene a casa, insoddisfatti e ingrugnati, molti elettori preferirono andare a scaricare il loro malcontento nelle urne votando il Movimento che prometteva sfracelli contro il sistema. Questo effetto nelle elezioni regionali del novembre 2014 in Emilia-Romagna non s’è visto. Le candidature a cinque stelle non erano granché. La loro campagna elettorale non è stata memorabile, e dire che sui balordi rimborsi un po’ di leva la si poteva fare. Forse, c’è stato un “rimbalzo” dello scontento anche nei loro confronti: un anno e mezzo di parlamento caratterizzato più da conflitti, tensioni e espulsioni che da realizzazioni concerete. Almeno finora, non sembra che né il candidato sindaco Bugani né il Movimento siano in grado di lanciare una sfida credibile e di trovare slogan entusiasmanti e parole d’ordine mobilitanti. Tuttavia, proprio perché l’altissimo tasso di astensione delle regionali è stato sicuramente prodotto da grande parte di un elettorato potenzialmente di sinistra, disgustato dai comportamenti scandalosi del gruppo consigliare del Partito democratico, è a quegli elettori in Bologna che bisogna guardare. Ad oggi il PD non ha fatto proprio nulla per andarli a cercare e per riconquistarli al voto. Le differenziazioni interne al partito non giovano alla causa del voto. Il candidato sindaco non ha mostrato nessuna capacità di accendere gli animi. Le perplessità ripetutamente manifestate nei suoi confronti da quasi tutti dirigenti non gli hanno certamente dato la carica. Invece di fare una vera attività promozionale nelle sedi di partito e in città, il PD ha deciso di affidare la sua comunicazione politica a una ditta (no, non alla “ditta”) di specialisti. Però, chi vuole ridimensionare l’astensione, in particolare in una regione e in una città dotate di senso civico e inclinazione alla partecipazione, dovrebbe cominciare una difficile opera di ricostruzione, non effimera, della politica. I dirigenti dei partiti locali rivelano una certa miopia e di non sapere neanche dove guardare.
Pubblicato il 9 marzo 2016

In difesa delle idee

Corriere di Bologna

Qualche punto fermissimo. Non esiste nessun “caso Panebianco”. Esiste una università, una facoltà, una città che per vent’anni non hanno saputo elaborare nessuna strategia di contrasto ad organizzazioni, peraltro e notoriamente soltanto in parte, composte da studenti. Esiste anche un’ampia zona torbidamente grigia di “colleghi” che distinguono e sottilizzano, separano e comprendono, parzialmente giustificano (“sì, però”), che s’inventano il “disagio sociale”, che mettono sullo stesso piano la lezione, per quanto controversa possa essere (e Panebianco, lo affermo a suo merito, è controverso: dice e scrive, contro il mediocre senso comune, qualcosa d’importante che può sicuramente essere discusso) e le intimidazioni e le violenze che dovrebbero essere sempre bandite, non solo in università. Comunque, chi ricorre a intimidazioni e violenze dovrebbe sempre essere disposto a pagarne il prezzo. La legge può essere violata, ma, fintantoché esiste, implica che coloro che la violano accettino, anzi rivendichino, di essere puniti a norma di legge. E qualcuno ha il dovere di fare rispettare e applicare la legge.

Non raccontiamo(ci) che chi ha fatto irruzione nell’aula dove Panebianco insegnava voleva imporre un dibattito, era disposto a discutere di idee, di guerra e di pace. Tutt’al contrario. Sapendo poco di quegli argomenti (il professore che è in me non riesce a resistere a questa laica constatazione), i contestatori volevano impedire a Panebianco di insegnare. Tacciandolo di “guerrafondaio” volevano delegittimarlo a priori, e definitivamente. La solidarietà va espressa a Panebianco, non nonostante quello che dice, ma proprio per quello che dice e scrive affinché possa continuare a dirlo e a scriverlo. Al proposito, vale ancora e tuttora la posizione espressa da Voltaire (sì, un illuminista di circa tre secoli fa) che difendeva la libertà di parola di tutti coloro che non la pensavano come lui e che lui non la pensava come loro.

Sono sicuro che il mio allievo (sì, intendo rivendicare la mia qualifica di relatore della sua tesi di laurea) Angelo Panebianco non desidera affatto fare della contestazione nei suoi confronti un caso emblematico. Prima la smetteranno meglio sarà. Toccherà agli studenti dei suoi corsi decidere, di volta in volta, se come quanto interloquire con lui (e con le sue, che non sono soltanto “idee”, ma conoscenze): il modo corretto di agire e più produttivo. Sono l’Ateneo di Bologna, la Facoltà di Scienze Politiche, l’opinione pubblica, cittadina e non, che dovrebbero volerne fare un caso emblematico: l’emblema di come si sconfessano e si sconfiggono i violenti e di come si protegge e si esercita la libertà di insegnamento. Tutto il resto è insopportabile e pericolosa ipocrisia.

Pubblicato il 25 febbraio 2016

Governare le divisioni

Corriere di Bologna

Ottantacinquesimo su 101 nella classifica dei sindaci e con un grado di popolarità inferiore al 50 per cento, Merola si è fatto un lusinghiero bilancio del suo mandato proclamando, titola il “Corriere di Bologna”, “Città divisa ma io non mollo”. Meglio sarebbe che il bilancio di mandato lo stilasse qualche istituto indipendente, magari universitario, dal momento che nell’Alma Mater le competenze economiche, sociologiche, politologiche, ingegneristiche ci sono tutte. Comunque, per fortuna, ci ha subito pensato Olivio Romanini a evidenziare le cose non fatte e gli obiettivi mancati. Tante e importanti. Vedremo se nel programma, scritto, c’è da augurarsi, non come un’interminabile lista della spesa, Merola e il suo partito riusciranno a dare un’idea della città che vogliono costruire nel prossimo quinquennio. Dai concorrenti finora non è arrivata nessuna sfida programmatica ed è un peccato poiché quando mancano le idee delle opposizioni anche le idee dei potenziali (ri)governanti rischiano di non avere smalto.
Non so se porteranno voti, le liste che stanno proliferando a sostegno di Merola, tutte, non troppo sorprendentemente, sponsorizzate dal PD. Sono, però, piuttosto sicuro che da quelle liste non verrà neanche un’idea originale e innovativa, nessun colpo d’ala. Intravedo, anzi, nel tentativo del PD di pescare un po’ al centro e un po’ a sinistra sia la rinuncia all’operazione che chiamerò, per analogia con quanto i renziani perseguono a livello nazionale, “Partito della Città”, sia i germi di futuri conflitti e “divisioni” in Giunta e in Consiglio comunale. Merola si duole che la città sia divisa su occupazioni e immigrazione (a me pare anche sull’ordine pubblico). La risposta che non molla non è né rassicurante né promettente. Avrebbe, piuttosto, dovuto affermare alto e forte, “ma io governo”, impegnandosi a governare le tensioni e le contraddizioni, che sorgono sempre, inevitabilmente, quando si prendono decisioni importanti. Incidentalmente, il Passante Nord: “sì, no, altro” continua a essere una delle decisioni in lista d’attesa.
L’Agenzia pubblicitaria Proforma, a un costo non modico, imposterà la campagna di comunicazione del sindaco, che, evidentemente, sa di avere molto bisogno di una comunicazione decente. Tuttavia, quello che conta davvero è che il candidato alla rielezione impari che qualsiasi divisione esista in città può essere superata soltanto governandola, vale a dire, decidendo la soluzione, spiegandone i vantaggi e giustificandone gli, ineludibili, inconvenienti. I conflitti sono il sale della democrazia. Il loro governo è compito degli eletti che guardano avanti. La popolarità duratura è la conseguenza di decisioni che hanno prodotto, Dozza insegna, e produrranno frutti nel futuro.

Pubblicato il 19 febbraio 2016

Celebrità e allodole

Corriere di Bologna

L’antipolitica trova le sue radici più profonde nella cattiva politica. Il discredito della politica è anche, lo sappiamo quasi tutti, il prodotto di politici non abbastanza bravi che provano a fare i furbi. Tutt’e due questi brutti fenomeni si sono affermati anche in Emilia-Romagna, non meno che altrove. Quando i politici e i loro partiti si sentono deboli e più o meno vulnerabili non cercano le strade, piuttosto in salita, di un rinnovamento delle modalità di reclutamento e di selezione di personale effettivamente politico e di  miglioramento delle strutture partitiche. Preferiscono aprirsi, o almeno così sostengono, alla società civile. Naturalmente, l’apertura riguarda soprattutto le fasi elettorali e la ricerca di candidature presumibilmente più appetibili per quella vasta area di elettorato che poco s’interessa alla politica e meno ne sa, ma che potrebbe essere attratto da nomi famosi, facilmente riconoscibili: le celebrità. Ecco che spuntano il critico d’arte, noto, però, soprattutto per le sue apparizioni (vorrei scrivere “comparsate”, ma non so se il Direttore di questo giornale approverebbe) televisive, l’atleta di prestigiosa carriera, il magistrato d’assalto o compiacente, l’imprenditore di qualche successo, il sindacalista più presente sulla scena pubblica che ai tavoli dei negoziati. I professori universitari, anche i rettori, stanno in seconda linea poiché raramente diventano molto famosi (spesso non lo sono neppure fra i loro studenti). Tutti costoro, messi in lista, meglio se a capo della lista, dovrebbero attrarre non solo l’attenzione, ma anche i voti degli elettori. Insomma, volenti, più spesso, qualche volta, nolenti, ma solo a causa della loro scarsa conoscenza delle dinamiche partitiche ed elettorali, tutti i candidati di arti varie e mestieri nonpolitici funzionano come specchietti per allodole. Di solito, anche se lo si nasconde, quando hanno un buon esito in termini di preferenze è perché il partito, al fine di non perdere la faccia, ha attivamente operato per convogliare sul loro nome un cospicuo pacchetto aggiuntivo di voti. Il problema è che, una volta entrati in un consiglio comunale, regionale, in Parlamento (sto già anche pensando ai futuri “senatori”), gli esponenti della società civile si troveranno spaesati e i più consapevole di loro prenderanno atto di essere inutili, alla fine addirittura dimettendosi anzitempo. Non ne seguirà nessuna rigenerazione dei partiti (anzi, guai se quegli eletti cercheranno di partecipare alla vita interna di quel partito), nessun miglioramento della politica. Gli elettori “allodole” saranno stati gabbati e il discredito della politica sarà stato offuscato soltanto per il tempo della campagna elettorale. Sì, de Bologna fabula narratur, ovvero, mi riferisco anche alla politica bolognese.

Pubblicato il 7 febbraio 2016

Narrazioni dei tempi che furono

Corriere di Bologna

Sostengono i politologi, ma soprattutto gli studiosi di comunicazione politica, che nella politica delle democrazie hanno fatto la comparsa due fenomeni sostanzialmente nuovi: la campagna elettorale permanente e la “narrazione”. In Italia, a livello nazionale, qualcosa di entrambi i generi fu prodotta da Silvio Berlusconi ed è stata ripresa e rilanciata, a modo suo, da Matteo Renzi. A livello locale, a Bologna, nel suo piccolo sono apparsi alcuni frammenti. E’ vero che, pochissimo tempo dopo la sua elezione, Merola annunciò che avrebbe voluto un secondo mandato. Poi, però, non ha saputo strutturare una vera e propria campagna elettorale “permanente” e il corso del suo mandato si è semmai caratterizzato per essere carsico: qualche annuncio seguito da silenzio e poi da altri annunci. Cattivi discepoli del berlusconismo e candidature evanescenti, Sgarbi o no, hanno reso impossibile una qualsivoglia campagna elettorale di rilancio per il centro-destra. Tra un’espulsione e una scomunica neppure il Movimento 5 Stelle ha potuto e saputo programmare una campagna duratura. Naturalmente, gli alti e bassi, le evanescenze, le tensioni interne rendono ancor più difficile la costruzione di una narrazione, più o meno politica. Narrazioni meno politiche e più personali farebbero probabilmente poca presa sull’elettorato bolognese, anche se i 40 mila nuovi elettori potrebbero avere aspettative più sociali che politiche. Comunque, di narrazioni non se ne vede nessuna, neanche abbozzata. Il sindaco procede sfruttando qualche occasione, qualche inaugurazione, qualche monumento (molto importante e commovente quello alla Shoah), ma non sembra avere la capacità e i consulenti in grado di imbastire una narrazione attraente. Totalmente dimentico dell’efficace “narrazione” di Giorgio Guazzaloca (una pregevole “storia bolognese”), il centro-destra traccheggia, avendo già da fin troppo tempo abbandonato l’idea non solo di vincere, ma di essere competitivo. La Lega e la sua candidata procedono esclusivamente sulle code di Salvini che, a Bologna, non sono certamente in grado di portare lontano. Quanto al Movimento 5 Stelle dà l’impressione di non avere trovato nessun filo narrativo della Bologna che c’è e della Bologna che dovrebbe esserci sotto la loro eventuale guida. Dovremmo rallegrarci dell’assenza di narrazioni che, spesso, sono anche manipolazioni? Soltanto in parte. Infatti, l’assenza di narrazioni bolognesi è anche il prodotto dell’incapacità di tutti i finora candidati di spiegare in maniera approfondita che tipo di città hanno vissuto e in quale tipo di città, per di più, presto metropolitana, desiderano e s’impegnano a condurre i bolognesi, di vecchio stampo e di nuova acquisizione. Non bene.

Pubblicato il 30 gennao 2016