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La tormentata storia non è finita

I tre emendamenti sulla parità di genere, bocciati alla Camera, avrebbero semplicemente fatto aumentare il numero delle parlamentari donne nominate. Non avrebbero cambiato le modalità e la qualità rappresentanza politica. Il cuore pulsante della legge elettorale approvata alla Camera, il punto forte dell’accordo fra Renzi e Berlusconi sono le liste bloccate, vale a dire il potere che i due leader extraparlamentari si sono consapevolmente attribuito di nominare tutti i loro parlamentari, uomini e donne, a prescindere dal loro genere. Quindi, anche grazie alla sua ampia maggioranza in Direzione, se vuole, in occasione delle prossime elezioni, Renzi potrà comunque procedere alla selezione di tutti i parlamentari del Partito Democratico, accrescendo a suo piacimento il numero di donne. A protezione delle liste bloccate, la maggioranza alla Camera ha respinto anche l’introduzione del voto di preferenza che “rischierebbe” di portare all’elezione di parlamentari non del tutto graditi né a Renzi né a Berlusconi, comunque, non del tutto subordinati in quanto in grado di conquistarsi voti per le loro capacità personali e per i loro rapporti con l’elettorato che, incidentalmente, se, come sostengono gli oppositori del voto di preferenza, implicassero il ricorso alla corruzione, sarebbero immediatamente sanzionati dalla Legge Severino.
Paradossalmente, i tanto criticati deputati PD che hanno votato contro la parità di genere e contro le preferenze (su nessuna delle tematiche ha davvero senso chiedere e imporre la disciplina di partito poiché entrambe ricadono opportunamente sotto la salvaguardia costituzionale dell’assenza di vincolo di mandato) hanno “salvato” la legge voluta da Renzi e da Berlusconi. Però, di conseguenza, sono rimasti vivi e vitalissimi anche tutti gli elementi discutibili: tre complicate soglie percentuali per accedere al Parlamento; le candidature multiple, addirittura fino ad otto circoscrizioni; un complicato algoritmo per la ripartizione dei seggi; un premio di maggioranza cospicuo che sarà come minimo di novanta seggi; un ballottaggio eventuale che, se nessuno dei partiti/coalizioni supererà il 37 per cento dei voti, da un lato, attribuirà al vincente un premio ancora più grande e, dall’altro, clausola che considero positiva, consentirà agli elettori di deciderlo loro il vincente.
Con tutti questi cervellotici meccanismi, alcuni dei quali, a parere di un certo numero di giuristi autorevoli e, per quel che conta, anche mio, non rispondono affatto alle obiezioni della Corte Costituzionale, la legge che approda al Senato rimane esposta quantomeno alla ripresentazione sia degli emendamenti sulla parità di genere sia di quelli per l’introduzione delle preferenze. Per di più, i senatori non saranno per niente contenti di votare una legge sotto la spada di Damocle della loro estinzione ovvero della trasformazione del Senato in un camera non elettiva, composta quasi esclusivamente da sindaci.
Alla fine, con tutta probabilità, Renzi otterrà la legge che ha formulato e che ha voluto negoziare, anzitutto e soprattutto, senza necessità alcuna, con il capo extraparlamentare della resuscitata Forza Italia. Certo, il segretario del PD non potrà vantarsi della sua velocità. Infatti, quando verrà approvata in via definitiva, la legge elettorale sarà comunque in ritardo di circa due mesi sulla sua tabella di marcia. Sarà anche difficile che Renzi possa esaltare la qualità di questa legge, erroneamente definita l’unica possibile. Poi, dovrà interrogarsi a che cosa è servito ridare un ruolo politico importante a Berlusconi. Infine, sarà anche obbligato a prendere atto che neppure un capo del governo velocissimo può accelerare i procedimenti legislativi, a maggior ragione poi quando si cimenterà con le leggi costituzionali relative al Senato e al Titolo V della Costituzione. Insomma, la storia della riforma della legge elettorale non soltanto non è affatto finita, ma promette di essere ancora tormentata e di non regalare apprezzabili gratificazioni personali, politiche e istituzionali al capo del governo italiano e neppure agli elettori.

Pubblicato AGL (Agenzia giornali locali. Gruppo editoriale L’Espresso) 12 marzo 2014

Il Quirinale e la riforma

l'Unità

Saremmo davvero tutti troppo ingenui se pensassimo che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non sia grandemente interessato alla legge elettorale. Saremmo altrettanto ingenui se ritenessimo che il Presidente non ha le sue preferenze in materia elettorale. Chi lo conosce sa che Napolitano ha sempre difeso una qualche proporzionalità fra i voti espressi e i seggi attribuiti ai partiti. Da leader di partito e da parlamentare non si è certo trovato sulla trincea dei referendari e neppure dei maggioritari. Certamente, il bipolarismo sta nella sua concezione della politica tanto quanto sta la sua visione di una democrazia parlamentare. E’ molto difficile, quindi, pensare che non abbia espresso le sue opinioni ogniqualvolta è stato, certo, in maniera riservata, interpellato a proposito della riforma elettorale e delle altre riforme istituzionali e costituzionali. In occasione della Festa delle Donne, ha anche manifestato pieno appoggio alla richiesta di parità di genere nelle liste elettorali. Peraltro, la parità può essere acquisita in molti modi e quello che si va profilando, se lo schieramento trasversale delle donne avrà successo, non è necessariamente il migliore.

Può anche darsi che il Presidente Napolitano abbia espresso la sua contrarietà all’importazione del sistema elettorale spagnolo facendo valere, afferma oggi uno dei parenti non troppo lontani del progetto di legge elettorale in discussione alla Camera, la sua “moral suasion”. Se di esercizio di sola persuasione si tratta, allora la responsabilità di avere abbandonato queIla che, comunque, appariva una confusa imitazione di un sistema elettorale che elegge soltanto trecentocinquanta deputati, che non riguarda il Senato, che si accompagna all’elezione del Capo del governo in Parlamento con il meccanismo del voto di sfiducia costruttivo, che sta nel contesto di una monarchia costituzionale, rimane tutta dei prolifici riformatori elettorali che avevano presentato al Presidente almeno altre due alternative. Poi, il progetto prescelto attualmente in discussione non discende da nessuna di quelle, peraltro non migliori, alternative.

Il punto di questa escursione nelle asserite preferenze e discriminazioni elettorali del Presidente è duplice: da un lato, riconoscere che il Presidente ha la facoltà di valutare, di sostenere e di sconsigliare ogniqualvolta lo desideri, tutte le volte che glielo viene richiesto, ma anche di sua spontanea volontà; dall’altro, ricordare che coloro che chiedono sostegno sanno a quali condizioni possono ottenerlo e coloro che desiderano consigli presidenziali non sono affatto obbligati ad attenervisi. In una democrazia pluralista è poi anche giusto, persino opportuno che coloro che hanno competenze e energie si attivino per sostenere un progetto di legge oppure per contrastarlo, come hanno fatto con un apposito documento alcuni giuristi che intravvedono nel progetto in discussione alcuni persistenti elementi di incostituzionalità proprio alla luce della sentenza n. 1/ 2014 della Corte Costituzionale. Toccherà poi al Presidente, come lui stesso ha già dichiarato, valutare con la massima attenzione anche le motivazioni e i tentativi di “persuasione” degli oppositori della legge prima di procedere alla sua promulgazione.

Incidentalmente, pur rilevando i molti inconvenienti della legge vigente, la Corte non aveva dato nessuna importanza alla tematica parità di genere. Questo non significa che la tematica non esista, eccome, ma credo che siano i meccanismi e, in particolare, il permanente potere di nomina dei parlamentari ad opera dei capi dei partiti (e delle correnti) che dovrebbero essere messi in discussione. La mia risposta non è tornare al voto di preferenza, ma introdurre i collegi uninominali. Nell’incombente, nient’affatto deplorevole e tanto meno incostituzionale, presenza del Presidente della Repubblica nei procedimenti di riforma elettorale, istituzionale e costituzionale, colgo l’imprescindibile necessità di ridefinire meglio ruolo e compiti della figura presidenziale. Quella figura che, nelle autorevoli parole di un Presidente della Corte, tanto prudente quanto colto come fu Livio Paladin, i Costituenti hanno definito in maniera “indeterminata” e che, ancora nelle parole di Paladin, potrebbe evolvere “magari nell’ottica di un sistema semi-presidenziale alla francese” (che, naturalmente, richiederebbe una legge elettorale appropriata).  Probabilmente contro la sua volontà, è la stessa azione di Napolitano stesso che, influenzato dalle circostanze, ha oramai posto il problema.

Lunedì 10 Marzo 2014

La trappola dell’Italicum e i 3 problemi di Napolitano

Il sussidiario

 

Intervista di Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net
domenica 9 marzo 2014

La battaglia per la parità di genere divide il Parlamento. Un emendamento trasversale delle donne di Camera e Senato ha chiesto che nell’Italicum sia inserita una norma per fare sì che il 50% degli eletti sia di sesso femminile. “Io mi auguro che la questione di genere sia all’attenzione di tutti i gruppi politici, perché è una questione di democrazia”, ha affermato la presidente della Camera, Laura Boldrini. Per Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica all’Università di Bologna, “la questione della parità di genere andrebbe discussa in un’ottica completamente diversa, introducendo i collegi uninominali”.

La questione della rappresentanza di genere è un paravento per qualcosa di più sostanziale?
No, credo che la questione si ponga realmente, anche se le donne lo fanno con un’enfasi eccessiva e qualcuno probabilmente ci specula sopra. Aumentare la rappresentanza delle donne in Parlamento e in altri luoghi elettivi è un’operazione che dovrebbe comunque essere fatta. Che debba essere fatta come dicono le donne mi convince poco, però senz’altro l’obiettivo è nobile.

Nell’ipotesi in cui la legge ritorni alle Camere, che cosa potrebbe accadere?
In Senato le donne sono percentualmente meno che alla Camera, e a Palazzo Madama gli uomini stanno difendendo non soltanto le loro posizioni attuali, ma la loro stessa sopravvivenza. Se riescono quindi a creare una situazione tale per cui la legge diventa difficile da approvare, tanto meglio per loro.

Ci sono maggioranze trasversali capaci di modificare l’impianto dell’Italicum?
Modificare l’impianto dell’Italicum è molto difficile. Bisognerebbe riuscire a buttare a mare l’intera legge la quale però, non va dimenticato, è il prodotto di un accordo fra Renzi e Berlusconi. I due in un certo senso hanno interessi comuni, perché questa legge consente loro di nominare tutti i parlamentari.
In questo caso si potrebbe dire: basta con uomini e donne, fatevi nominare tutti da Renzi e Berlusconi. Se si vuole cambiare la legge bisogna avere un altro progetto, totalmente nuovo. La mia idea è che le donne dovrebbero combattere un’altra battaglia, ma so che non ne sono capaci, e forse non ne hanno né la voglia né il coraggio.

A quale battaglia si sta riferendo?
Le donne dovrebbero combattere la battaglia per una legge che comprenda solo i collegi uninominali, con doppio turno alla francese, e poi chiedere che ci sia il 50% di candidate donne per ogni partito. Le donne dovrebbero passare cioé dalla logica della cooptazione a quella della competizione.

Secondo D’Alimonte, Napolitano avrebbe bocciato l’accordo sul modello spagnolo. Lei che cosa ne pensa?
Intanto il modello spagnolo non è preferibile rispetto a quello attuale. Inoltre il presidente dovrebbe richiamarsi esclusivamente alla Corte Costituzionale. Sono due gli interrogativi che si deve porre Napolitano: se le liste corte bloccate non siano incoerenti rispetto a quanto ha affermato la Consulta; se il premio di maggioranza per quanto ridotto non sia comunque sgradito alla Corte costituzionale. Io ritengo che la risposta a entrambe le domande sia che sono comunque incoerenti. Il Presidente inoltre potrebbe opporsi alla possibilità di candidature multiple, che non esistono da nessuna parte al mondo.

I piccoli partiti che rischiano di scomparire riusciranno a contrastare questa legge?
I piccoli partiti dovrebbero chiedere un’unica soglia di accesso al 4,5%, mentre le tre soglie così modulate sono davvero impresentabili. Non condivido questo gioco “sporco” contro i piccoli partiti

Arlecchino e le riforme elettorali

Di leggi elettorali ne abbiamo viste di tutti i colori e di proposte di riforma ne abbiamo sentite di troppi tipi. Quelle che abbiamo visto all’opera, proporzionale con preferenze della prima fase della Repubblica, Mattarellum dal 1994 al 2001, proporzionale con liste bloccate e premio di maggioranza, ovvero, anche secondo la Corte Costituzionale, un vero Porcellum, utilizzato tre volte: 2006, 2008, 2013, non sono state soddisfacenti. Tutte avevano dei problemi, grossi; più di tutte il Porcellum. Dunque, fare di meglio non dovrebbe essere impossibile e neppure troppo difficile. Invece, un po’ tutti i partiti, tutti i dirigenti e i loro esperti di riferimento, nonché la maggioranza dei parlamentari ragionano in base a due presupposti paralizzanti. Primo, quale è la legge elettorale che farà vincere il mio partito (e, di conseguenza, mi salverà il seggio)? Secondo, quale è la legge elettorale che funziona meglio per me/noi in questo contesto (che molti definiscono tripolare)?

La ricerca di vantaggi particolaristici, per di più nel breve periodo,è il modo più sicuro per fare una brutta legge elettorale destinata ad essere variamente criticata, mai pienamente accettata e, quel che più conta, a funzionare male. L’unico criterio che i sedicenti riformatori elettorale dovrebbero usare è quello del potere dei cittadini-elettori. Qual è, pertanto, la legge elettorale che dà più potere agli elettori? Senza disperdersi nel sogno di una legge elettorale perfetta, che non esiste, ma ci sono leggi elettorali ottime come quella tedesca, proporzionale personalizzata con clausola di accesso al Parlamento), e come quella francese (maggioritaria a doppio turno in collegi uninominali), entrambe imitabili e facilmente importabili, sembra opportuno prendere le mosse da quel che conosciamo meglio. D’altronde, i riformatori elettorali italiani non hanno affatto saputo inventare qualcosa di particolarmente apprezzabile.

Sembra che nessuno desideri ritornare alla proporzionale di un tempo che fu, anche se non sono pochi quelli che desidererebbero il voto di preferenza (facilmente surrogabile dai collegi uninominali). Impossibile ripresentare qualsivoglia variante del Porcellum dichiarato incostituzionale (e brutto) dalla Corte Costituzionale. Non resta, fra i sistemi noti, che il Mattarellum. Non è né ottimo né pessimo. E’ perfezionabile. Tre quarti dei parlamentari (sperabilmente dei soli deputati se il Senato verrà profondamente riformato) sono eletti con sistema maggioritario in collegi uninominali dove candidati e elettori dovranno”metterci la faccia”. Un quarto dei deputati è eletto con il recupero proporzionale. Consente ai partiti e alle coalizioni che lo vogliano di designare il loro candidato a capo del governo.

Il Mattarellum non svantaggia a priori nessuno e non avvantaggia nessuno. Non ha bisogno di voti di preferenze neppure di premi di maggioranza. Con qualche ritocco, per evitare liste civetta, ovvero false, e per meglio distribuire il recupero proporzionale, funzionerà adeguatamente. Soprattutto, nelle condizioni date, può essere il più facile e conveniente punto di convergenza e di approdo delle principali forze politiche: dal Partito Democratico al nuovo veicolo di Berlusconi, “Forza Silvio”, alla Lega, persino al Movimento Cinque Stelle. Alfano lo teme perché dovrebbe cercarsi alleati da posizioni di debolezza, ma in un anno e mezzo, l’orizzonte che Renzi e Letta danno al governo, il Nuovo Centro Destra potrebbe riuscire a rafforzarsi sul territorio.  Poiché la nuova discussione su quale legge elettorale approvare comincerà alla Camera dove il Partito Democratico ha una ampia maggioranza partorita dal premio del Porcellum, al PD spetterà la prima mossa. Saggezza istituzionale suggerisce che il Mattarellum ritoccato ha buone probabilità di viaggiare veloce verso la approvazione. Tutto il resto appare alquanto, forse troppo, problematico. Chi la tira per le lunghe rischia, nel tempo dell’anti-politica e del populismo telematico, di tirare le cuoia.

Il mondo dopo il Porcellum

Il mondo dopo il Porcellum, “abbattuto” dalla Corte Costituzionale, è più libero, ma anche più pericoloso. E’ più libero soprattutto per gli elettori che non dovranno più essere costretti a votare per il loro partito tracciando una crocetta (l’espressione massima loro consentita di sovranità popolare) sul suo simbolo. E’ più libero anche per i candidati la maggioranza dei quali non dovrà aggregarsi ad un qualsiasi capo corrente o a mostrarsi ossequioso sostenitore del capopartito per farsi mettere in lista. Persino gli stessi capipartito potrebbero essere tentati dalla libertà: scegliere i candidati migliori anche per le loro capacità di rapportarsi ad un elettorato da conquistare, magari ricorrendo alle primarie, ottimo strumento di partecipazione e comunicazione. A questa libertà, sicuramente allargabile a seconda del nuovo sistema elettorale, fa da contrappeso la pericolosità del mondo liberato dal Porcellum.

Il primo elemento di pericolosità è dato dalla difficoltà di interpretazione, in attesa di chiarificazioni sulle motivazioni, delle decisioni prese dalla Corte Costituzionale e dalle modalità con le quali ottemperarvi. Fermo restando che la Corte ha voluto ridare potere agi elettori, questo fondamentale obiettivo è conseguibile con più formule elettorali. Il secondo elemento di pericolosità è dato, non necessariamente dal ritorno della proporzionale, meno che mai quella definita “pura” da alcuni commentatori. La proporzionale pura è , come il bicameralismo “perfetto”, un oggetto inesistente nei sistemi politici contemporanei. Esistono più sistemi elettorali proporzionali, alcuni dei quali funzionano, come quello tedesco, meglio di altri. Danno vita a governi di coalizione, più rappresentativi dei governi prodotti dai, rarissimi, premi di maggioranza. Moderano i conflitti politici. Non sono, però, in nessun modo la conseguenza unica e inevitabile delle obiezioni e della scure della Corte Costituzionale. La pericolosità sta nel pensiero contorto e confuso di alcuni sedicenti esperti che vogliono produrre non sistemi elettorali decenti quanto, piuttosto, indigeribii marmellate. La peggiore finora formulata è quella “ispano-tedesca”. Il terzo elemento di pericolosità è data dalla possibilità che, al fine di dare potere agli elettori nella scelta dei parlamentari, si ritorni ad uno o più voti di preferenza.

La Corte non ha affatto detto questo. Comunque, la soluzione che darebbe effettivo potere agli elettori è quella, già presente nel Mattarellum, brillante definizione data da Giovanni Sartori ad un sistema alquanto mattocchio, dei collegi uninominali. Con il doppio turno francese, che, come tutti i sistemi maggioritari ha un “premio” incorporato, nei collegi uninominali ci “mettono la faccia” sia i candidati sia gli elettori che, se sbagliano a eleggere uno di loro, pagano il prezzo di una cattiva, corrotta, inesistente  rappresentanza dei loro, legittimi, interessi, delle loro preferenze, persino dei loro ideali. Il quarto elemento di pericolosità è dato dal rifiorire di apprendisti stregoni al servizio di qualche mediocre e provinciale “principe”. Menziono il termine con trepidazione, ma come omaggio doveroso al 500esimo anniversario dell’annuncio della stesura dell’aureo libricino di Machiavelli. Il quinto elemento di parziale pericolosità è la non augurabile, ancorché inevitabile, decisione del  governo di procedere per decreto.

In questo caso, l’unica opzione accettabile, perché già nota, sarebbe proprio il Mattarellum con qualche non cosmetico ritocco. Per sventare tutti o quasi gli elementi di pericolosità del mondo dopo il Porcellum e per accrescerne la libertà a favore di coloro i quali debbono averla in una democrazia competitiva, è augurabile che il prossimo segretario del Partito Democratico ricordi a sé e a tutti, dirigenti, alleati, opinion-makers, che il punto di partenza del suo partito è la delibera dell’Assemblea Nazionale a favore del doppio turno di collegio. Trattare si può. Pasticciare non è un esercizio di libertà.

Pubblicato su l’Unità

Una via d’uscita dal Porcellum

Bocciato il doppio turno di coalizione, che quasi niente ha a che vedere con un sano doppio turno di collegio alla francese, è molto opportuno procedere rapidamente alla ricerca di una legge elettorale alternativa. Dovrebbe essere difficile fare peggio del Porcellum, che tanti guasti, politici e istituzionali, ha, anche deliberatamente, causato, ma l’incompetenza di troppi parlamentari fa temere qualche operazione spericolata. Ne abbiamo già sentite tante, non proprio belle, ma preoccupanti, in particolare quelle relative a infernali cocktail di sistemi esistenti; spagnolo in salsa tedesca o viceversa. Quando effettivamente si tratta di “sistemi” debbono essere presi in blocco pena la perversione degli esiti. Non c’è dubbio che la “voglia di proporzionale” continui a essere diffusa. Infatti, il doppio turno di coalizione era poco altro che un sistema proporzionale con premio di maggioranza “elastico”. Anche il cosiddetto modello “sindaco d’Italia”, lasciando da parte i suoi inconvenienti istituzionali, contempla l’attribuzione, più o meno eventuale, di circa l’80 per cento dei seggi con metodo proporzionale. Meglio sarebbe guardare all’ottimo sistema elettorale tedesco, proporzionale, sì, ma con alcune clausole, compresa quella del cinque per cento per accedere al Parlamento, che scoraggiano e puniscono la frammentazione partitica. Sotto il peso dell’urgenza adesso attribuita all’imminenza, 3 dicembre, della sentenza  della Corte Costituzionale relativamente alla costituzionalità soprattutto dell’entità del premio di maggioranza contenuto nel Porcellum e delle sue modalità di attribuzione, sembrerebbe più efficace pensare a sistemi elettorali conosciuti e persino già applicati. Può anche essere che la Corte dichiari non ammissibile il quesito, ma, comunque, anche per “accontentare” il Presidente della Repubblica, una legge elettorale migliore di quella vigente, bisognerà pure farla. Forse l’avremmo già se l’incerta giurisprudenza della Corte Costituzionale non avesse dichiarato inammissibile il referendum del gennaio 2012 che, in qualche modo, avrebbe ricondotto al Mattarellum. Adesso, sembra che su almeno un punto i concorrenti alla carica di segretario del Partito Democratico abbiano trovato un’intesa: per l’appunto, tornare al Mattarellum.  E’ una buona notizia anche perché sembra che sia probabile trovare non pochi sostenitori del Mattarellum anche nel campo del centro-destra e quindi procedere piuttosto rapidamente alla sua (ri)approvazione. In assoluto, il Mattarellum non è il migliore dei sistemi elettorali disponibili sul mercato. Certo è preferibile a tutte le pensate elettoral/parlamentari italiane degli ultimi dieci anni circa. Ha anche il pregio di essere stato il sottoprodotto del ritaglio effettuato dagli elettori referendari nel 1993, sottoprodotto perché fu la legge elettorale del Senato a beneficiare del referendum senza vedersi appiccicare fronzoli vari. Il peggiore dei fronzoli elaborati dai deputati fu costituito dalle modalità dello scorporo (gli esperti suggeriscono di usare un termine più corretto e più preciso: scomputo) dei voti serviti a eleggere i candidati nei collegi uninominali. Infatti, per evitarne le conseguenze, i partiti soprattutto quelli grandi, più di tutti la Casa delle Libertà, convogliarono voti sulle cosiddette liste civetta. L’esito, oramai colpevolmente dimenticato, fu che la Camera dei deputati eletta nel 2001 non ebbe mai il quorum. Per l’intera legislatura, fra le proteste dei radicali, mancarono ben undici deputati, tutti di Forza Italia.Peraltro, la Casa delle Libertà continuò a godere di una confortevole maggioranza numerica, pur non potendo sostituire neppure il deputato Lucio Colletti deceduto in un malaugurato incidente. Insomma, di qualche ritocco un po’ più che cosmetico il Mattarellum ha sicuramente bisogno, magari anche dell’introduzione di clausole che impediscano ai piccoli partiti di intrufolarsi nei grandi sfuggendo alla soglia del 4 per cento (magari da elevare a 5) per accedere al Parlamento. Coloro che hanno giustamente fretta di riformare la legge elettorale dovrebbero anche mettere in bella evidenza due pregi del Mattarellum. Uno è sostanziale. I collegi uninominali sono la precondizione per stabilire un qualche collegamento effettivo fra elettori e candidati, meglio se non paracadutati (il requisito della residenza nel collegio per ottenere la candidatura sarebbe auspicabile). L’esistenza di collegi uninominali consentirebbe anche di indire elezioni primarie per la selezione delle candidature. Infine, anche se è possibile che vi siano stati spostamenti di elettori nei dieci e più anni trascorsi dal 2001, non dovrebbe essere difficile, ecco l’altro pregio, formale, del Mattarellum, ridisegnare in maniera equilibrata i collegi che abbiano perso o guadagnato elettori. Niente impedisce di pensare che esistano sistemi elettorali preferibili al Mattarellum (eccome se lo penso!; anzi, sono convinto di saperlo). Tuttavia, nelle condizioni date, il Mattarellum può rappresentare il miglior punto di ricaduta di questo parlamento malamente eletto. Il resto si vedrà.

Pubblicato su l’Unità

Il buio oltre il porcellum

Difficile credere che l’attesa per quello che deciderà la Corte Costituzionale a proposito della vigente legge elettorale sia davvero spasmodica. Non lo dovrebbe comunque essere. Probabilmente, la Corte indicherà che il premio di maggioranza deve essere attribuito diversamente da come contempla la legge attuale. Forse fisserà, difficile dire, ma interessante sapere, con quale criterio, una soglia percentuale minima per il conseguimento del premio sia alla Camera sia al Senato. Poi non potrà esimersi dal consigliare che per il Senato vi sia un premio nazionale, non regione per regione, da “spalmare” successivamente su ciascuna delle regioni per non andare in contrasto con l’art. 57 della Costituzione che stabilisce che “il Senato della Repubblica è eletto a base regionale”. Con questi ritocchi cosmetici che, con una modica dose di fantasia istituzionale e di volontà politica, avrebbero probabilmente potuto essere richiesti alla Corte parecchio tempo fa, il Porcellum rimane sostanzialmente tale in quella che è la sua logica di fondo. Vale il detto popolare “del maiale non si butta via nulla”.
D’altronde, gli spericolati assertori del doppio turno di coalizione propongono sostanzialmente una revisione che, per quanto relativamente migliore del Porcellum (quasi impossibile fare peggio), configura, comunque, un sistema elettorale che soddisfa molte voglie di proporzionale, anche se contiene un premio di maggioranza. Poiché nella revisione il conseguimento del premio è collegato al raggiungimento di una soglia percentuale minima, all’incirca il quaranta per cento, al di fuori della portata dei partiti esistenti, vi si trova anche l’incentivazione alla formazione di coalizioni pigliatutti, quasi sicuramente molto eterogenee, altrettanto sicuramente destinate a non troppo sordi conflitti interni nella loro eventuale azione di governo. Usciti dagli spasmi dell’attesa della sentenza salvifica o “condannifica” è del tutto ipotetico che questo parlamento, dove molti sono gli incompetenti in materia elettorale e molti sono gli ignavi quanto a riforme effettive e competitive, procederà spedito a formulare una legge elettorale decente. Eppoi, perché questi parlamentari dovrebbero fare una nuova, e migliore, legge elettorale, come chiede insistentemente il Presidente Napolitano (il quale farebbe bene anche a comunicarci solennemente quali sono, almeno in linea di massima, le sue preferenze) se, così facendo, rendono possibile o addirittura avvicinano il momento del loro scioglimento?
Sarebbe facile e non del tutto infondato sostenere da parte di coloro che hanno qualcosa da guadagnare da elezioni ravvicinate che, fatta la nuova legge elettorale, i parlamentari e le loro Camere, elette con il deprecabile sistema elettorale condannato dalla Corte, sono delegittimati. Alle urne alle urne: cittadini, prendete e brandite le vostre schede! Sarà anche concesso agli stoici cittadini elettori di scegliere i rappresentanti che vorrebbero mandare in parlamento? Almeno vedere i candidati e le candidate (magari non paracadutate) che fanno una sana e solerte campagna elettorale esprimendo le loro posizioni e le loro preferenze? Sperare che, una volta eletti/e, ritornino di tanto in tanto nel collegio a spiegare che cosa fanno, che non fanno, che cosa hanno fatto male, e ad ascoltare le opinioni degli elettori, non soltanto di quelli che le hanno votate, magari interloquendo, correggendo, assumendosi le responsabilità politiche e personali? Agendo, quindi, in conformità con l’art. 67 della Costituzione, “senza vincolo di mandato”, ma seguendo l’etica politica che impone di rendere conto dei proprio comportamenti e dei propri voti, palesi e segreti.
Neppure il più speranzoso fra noi può credere che basteranno le indicazioni della Corte Costituzionale per ridisegnare anche i confini di un nuovo rapporto fra elettori ed eletti. Almeno i candidati alla segreteria del Partito Democratico, visto che la sentenza della Corte arriverà pochi giorni prima del voto che li riguarda, dovrebbero ricordarsi che la posizione ufficiale del PD in materia è “doppio turno di collegio”. Per cambiarla o peggio abbandonarla appare opportuna una delibera ugualmente ufficiale. Meglio di no. E’ preferibile farne oggetto esplicito di confronto tenendo anche conto, su proposta altrui, di eventuali collegamenti con una diversa forma di governo.

Pubblicato su l’Unità 5 novembre 2013

Doppio turno, non doppio gioco.

Al di là di qualsiasi disputa tecnica, purché condotta con chi si intende di sistemi elettorali e di modelli di governo, il grido di battaglia “Sindaco d’Italia” contiene elementi problematici e prospettive inquietanti. Anzitutto, dovrebbe essere a tutti noto che la legge per l’elezione dei consigli delle città al disopra dei 15 mila abitanti è proporzionale con voto di preferenza ed eventuale premio di maggioranza per il sindaco vittorioso al ballottaggio. E’ opportuno effettuare la trasposizione di questi meccanismi dalle città al governo dell’Italia facendo eleggere il Primo ministro dagli elettori? Se la risposta è affermativa, il quesito successivo è: questo sistema esiste da qualche altra parte al mondo in regimi democratici? Qui la risposta è facilissima: no, non esiste. E’ stato utilizzato qualcosa di simile in Israele in tre elezioni consecutive. Poi è stato abbandonato poiché non aveva garantito né stabilità politica né efficacia decisionale. Naturalmente, qualche frequentatore di stazioni può pensare che gli italiani saranno più bravi degli israeliani, ma, alla luce del dibattito elettorale e istituzionale in corso da trentacinque anni, è lecito dubitarne fortemente. Comunque, il sistema congegnato per l’elezione diretta del Primo ministro configurerebbe il doppio turno di coalizione formula che non è affatto la stessa di quella vigente per l’elezione dei sindaci. Infatti, il doppio turno di coalizione richiede la formazione, quasi coatta per chi voglia conquistare il premio (che, non lo si dimentichi, sta per diventare oggetto di sentenza da parte della Corte Costituzionale), di coalizioni eterogenee che abbiamo già conosciuto e che sappiamo essere dolorosamente instabili. Se, poi, il doppio turno di coalizione, che, come ci è stato raccontato, ad esempio dall’ instancabile Violante, si fonda sulla ripartizione proporzionale di almeno l’80 per cento dei seggi, implica anche l’elezione popolare del Primo Ministro, direttamente o indirettamente (il capo della coalizione vittoriosa), allora viene totalmente modificata la forma di governo parlamentare. Ne consegue un balordo presidenzialismo di fatto senza freni e senza contrappesi. Nelle democrazie parlamentari il governo si forma in Parlamento, anche a prescindere da quanto incautamente promesso agli elettori. In Parlamento, eventualmente, quel governo si disfa. In parlamento, eventualmente, viene sostituito da un altro governo senza nessuna necessità/obbligo costituzionale di ritorno alle urne. Elezioni frequenti non risolvono il problema della formazione del governo. Logorano i cittadini e le istituzioni. Producono ferite nel tessuto democratico. Imprecisati “sindaci d’Italia” e confusi “doppi turni di coalizione” soddisfano alla grande le voglie di proporzionale. Per nulla soddisfatti debbono essere coloro che pensano che le bandiere di un partito sono i suoi programmi e le sue priorità. Nel programma del Partito Democratico sta il doppio turno di collegio, aggiungo subito e preciso “uninominale”, nel quale i candidati e gli elettori ci mettono la faccia e chi vince tornerà a farsi vedere perché è nel suo interesse se vuole essere rieletto. Se, infine, vogliamo personalizzare la politica, allora la soluzione è l’elezione popolare, separata da quella del Parlamento, del Presidente della Repubblica nella versione migliore che è quella della Quinta Repubblica francese. Efficace, sperimentata e duratura. Tutto il resto non è, come ha scritto Shakespeare, “silenzio”. Purtroppo, è chiacchiericcio stupido, disinformato, inconcludente che serve a fare il doppio gioco: un po’ maggioritario, un po’ vagamente proporzionalista.

pubblicato su www.gazebos.it