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Il buio oltre il porcellum

Difficile credere che l’attesa per quello che deciderà la Corte Costituzionale a proposito della vigente legge elettorale sia davvero spasmodica. Non lo dovrebbe comunque essere. Probabilmente, la Corte indicherà che il premio di maggioranza deve essere attribuito diversamente da come contempla la legge attuale. Forse fisserà, difficile dire, ma interessante sapere, con quale criterio, una soglia percentuale minima per il conseguimento del premio sia alla Camera sia al Senato. Poi non potrà esimersi dal consigliare che per il Senato vi sia un premio nazionale, non regione per regione, da “spalmare” successivamente su ciascuna delle regioni per non andare in contrasto con l’art. 57 della Costituzione che stabilisce che “il Senato della Repubblica è eletto a base regionale”. Con questi ritocchi cosmetici che, con una modica dose di fantasia istituzionale e di volontà politica, avrebbero probabilmente potuto essere richiesti alla Corte parecchio tempo fa, il Porcellum rimane sostanzialmente tale in quella che è la sua logica di fondo. Vale il detto popolare “del maiale non si butta via nulla”.
D’altronde, gli spericolati assertori del doppio turno di coalizione propongono sostanzialmente una revisione che, per quanto relativamente migliore del Porcellum (quasi impossibile fare peggio), configura, comunque, un sistema elettorale che soddisfa molte voglie di proporzionale, anche se contiene un premio di maggioranza. Poiché nella revisione il conseguimento del premio è collegato al raggiungimento di una soglia percentuale minima, all’incirca il quaranta per cento, al di fuori della portata dei partiti esistenti, vi si trova anche l’incentivazione alla formazione di coalizioni pigliatutti, quasi sicuramente molto eterogenee, altrettanto sicuramente destinate a non troppo sordi conflitti interni nella loro eventuale azione di governo. Usciti dagli spasmi dell’attesa della sentenza salvifica o “condannifica” è del tutto ipotetico che questo parlamento, dove molti sono gli incompetenti in materia elettorale e molti sono gli ignavi quanto a riforme effettive e competitive, procederà spedito a formulare una legge elettorale decente. Eppoi, perché questi parlamentari dovrebbero fare una nuova, e migliore, legge elettorale, come chiede insistentemente il Presidente Napolitano (il quale farebbe bene anche a comunicarci solennemente quali sono, almeno in linea di massima, le sue preferenze) se, così facendo, rendono possibile o addirittura avvicinano il momento del loro scioglimento?
Sarebbe facile e non del tutto infondato sostenere da parte di coloro che hanno qualcosa da guadagnare da elezioni ravvicinate che, fatta la nuova legge elettorale, i parlamentari e le loro Camere, elette con il deprecabile sistema elettorale condannato dalla Corte, sono delegittimati. Alle urne alle urne: cittadini, prendete e brandite le vostre schede! Sarà anche concesso agli stoici cittadini elettori di scegliere i rappresentanti che vorrebbero mandare in parlamento? Almeno vedere i candidati e le candidate (magari non paracadutate) che fanno una sana e solerte campagna elettorale esprimendo le loro posizioni e le loro preferenze? Sperare che, una volta eletti/e, ritornino di tanto in tanto nel collegio a spiegare che cosa fanno, che non fanno, che cosa hanno fatto male, e ad ascoltare le opinioni degli elettori, non soltanto di quelli che le hanno votate, magari interloquendo, correggendo, assumendosi le responsabilità politiche e personali? Agendo, quindi, in conformità con l’art. 67 della Costituzione, “senza vincolo di mandato”, ma seguendo l’etica politica che impone di rendere conto dei proprio comportamenti e dei propri voti, palesi e segreti.
Neppure il più speranzoso fra noi può credere che basteranno le indicazioni della Corte Costituzionale per ridisegnare anche i confini di un nuovo rapporto fra elettori ed eletti. Almeno i candidati alla segreteria del Partito Democratico, visto che la sentenza della Corte arriverà pochi giorni prima del voto che li riguarda, dovrebbero ricordarsi che la posizione ufficiale del PD in materia è “doppio turno di collegio”. Per cambiarla o peggio abbandonarla appare opportuna una delibera ugualmente ufficiale. Meglio di no. E’ preferibile farne oggetto esplicito di confronto tenendo anche conto, su proposta altrui, di eventuali collegamenti con una diversa forma di governo.

Pubblicato su l’Unità 5 novembre 2013


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