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Boldrini ha diritto di critica
Nelle democrazie parlamentari nessuna istituzione può essere confinata in un perimetro dal quale non le è consentito fuoriuscire. Nelle democrazie parlamentari tutte le istituzioni interagiscono fra loro, si controllano, invadono i rispettivi perimetri, si “frenano” e “contrappesano” reciprocamente. Naturalmente, ciascuna di loro ha responsabilità di rappresentanza e di governo specifiche, ma, per svolgerle al meglio, deve di volta in volta entrare in relazione con una o più delle altre istituzioni con effetti abitualmente benefici di comprensione e moderazione. Se le cose stanno così, l’invito con toni minacciosi rivolto dall’entourage del Presidente del Consiglio Matteo Renzi alla Presidente della Camera Laura Boldrini di non esulare dal suo “perimetro” appare del tutto fuori luogo.
Proprio perché è la più alta carica della Camera dei Deputati alla quale spetta approvare nella loro interezza, eventualmente emendandoli oppure rigettandoli, i decreti del governo, l’on. Boldrini gode della prerogativa istituzionale di segnalare e lamentare l’eccesso della decretazione governativa, troppo spesso né urgente né necessaria come vorrebbe la Costituzione. In materia, abbiamo frequentemente ascoltato le critiche rivolte da Napolitano ai governi e, persino, il suo fermo invito a non procedere per decreto su alcune tematiche e contro l’abuso della decretazione si è espressa in maniera da ritenersi definitiva la stessa Corte Costituzionale. E’ lecito attendersi che per coerenza con il suo recentissimo passato, il Presidente della Repubblica Mattarella non consentirà al governo di legiferare per decreto. Indirettamente, ma non per questo meno significativamente, il Presidente Mattarella si troverà a condividere il “perimetro”, meglio l’orizzonte istituzionale, della Presidente Boldrini.
Grave appare che chi, come il Presidente del Consiglio, vuole “cambiare verso” al modo di governare in Italia, faccia ricorso a strumenti, come i decreti, spesso deprecati nel passato, e li accompagni con l’apposizione della fiducia su testi mal redatti e che non potranno essere migliorati dal Parlamento costretto a fare tutto in fretta e furia. Per di più, un Parlamento ingolfato da decreti non ha il tempo non soltanto per esaminarli adeguatamente, ma neppure per approvarli tutti nei tempi richiesti: sessanta giorni. Dopodiché, è una telenovela già vista, il governo incolperà il Parlamento per il ritardo e procederà, pratica controversa e riprovevole, a reiterare quei decreti violando sicuramente lo spirito della Costituzione (e, non poche volte, anche la lettera).
Com’è stato fin troppo spesso, ma correttamente, sottolineato, con la decretazione d’urgenza e con la richiesta di fiducia, il governo non coarta soltanto il Parlamento. Mette di fronte ad un aut aut la sua stessa maggioranza obbligandola a ingoiare procedure sgradevoli per approvare testi nient’affatto sempre urgenti e di buona fattura. Tecnicamente, il governo allarga a dismisura il suo perimetro e comprime in maniera eccessiva e non giustificabile il perimetro del Parlamento e dei Presidenti dei due rami. Non soltanto questo modo di governare produce tensioni e, qualche volta, rischi di ritorsione ad opera dei parlamentari, ma non migliora affatto il funzionamento del sistema politico. Spinge persino a pensare che il Presidente del Consiglio e i suoi collaboratori-ministri non siano sufficientemente sicuri della bontà delle loro idee e delle loro leggi e preferiscano chiederne l’approvazione in blocco piuttosto che accettare, come avviene nelle migliori democrazie parlamentari, lo scrutinio ad opera di deputati e senatori portatori di competenze. Un brutto segnale per l’attuale governo che si vanta di fare le riforme attese da tempo; una pessima prospettiva per chiunque godrà del cospicuo premio in seggi che la legge elettorale in via d’approvazione offre al partito con più voti. Difendere le prerogative (il perimetro) del Parlamento dalle incursioni (prevaricazioni?) del governo significa avere a cuore il confronto democratico.
Pubblicato AGL 10 marzo 2015
Quell’idea di nazione e di Europa
Il Presidente che se ne va ha fatto tutto il possibile per “tenere insieme” un sistema politico che stava disgregandosi. Ha fatto moltissimo, secondo alcuni anche troppo. Probabilmente se ne va con un po’ di amarezza e di preoccupazione, consapevole che il sistema non è ancora messo in sicurezza e che proprio la scelta del suo successore potrebbe produrre forti tensioni. Due stelle polari hanno guidato l’azione di Napolitano per quasi nove lunghissimi anni: un’idea di nazione, una visione dell’Europa. Come quasi nessun altro prima di lui, il Presidente Napolitano ha inteso rappresentare “l’unità nazionale” come il suo fondamentale compito a norma di Costituzione. L’ha fatto spingendo i partiti politici e i loro dirigenti a trovare accordi e a prendere decisioni condivise. Le “larghe intese” sono state una delle modalità di rappresentare l’unità nazionale e di procedere a riforme, socio-economiche e istituzionali, tuttora, però, incompiute. L’ha fatto opponendosi a scioglimenti anticipati del Parlamento, richiesti da una classe politica composta da ignavi e da presuntuosi, che avrebbero logorato le istituzioni e gli stessi cittadini elettori senza risolvere nessun problema. L’ha fatto nominando tre capi del governo e sostenendoli fin dove poteva con il suo prestigio, le sue indicazioni, i suoi consigli, preziosissimi perché derivanti da cinquant’anni di onorata esperienza politico-parlamentare. L’ha fatto, infine, “predicando” i valori della libertà, della partecipazione, dell’appartenenza a una stessa comunità, del senso civico, dell’impegno politico. Sono valori tanto più credibili poiché da lui non soltanto annunciati, ma coerentemente praticati.
Quella visione d’Europa, di un continente che si unifica politicamente anche perché condivide una storia, tragica, ma superata, che è fondato su valori occidentali diventati universali, che si oppone alla violenza e al fondamentalismo di tutti i tipi, ha fatto la sua (ri)comparsa nella grande marcia di Parigi. Il Presidente Napolitano, sulla scia del grande combattente federalista Altiero Spinelli, l’aveva fatta sua, interpretata e manifestata da almeno quarant’anni. L’ha ripetutamente richiamata nell’assoluta consapevolezza che unicamente in Europa, grazie all’Unione Europea, agendo credibilmente e responsabilmente, l’Italia e gli italiani (ri)troveranno la strada della crescita, non soltanto economica, ma politica e culturale. I capi di governo e di Stato europei e molte università in Italia e nel continente hanno dato ampio riconoscimento all’europeismo di Napolitano che, purtroppo, continua a non essere pienamente, in maniera convinta e operosa, tradotto in comportamenti proprio in Italia.
Chiarissimo, ampio e positivo il lascito di Napolitano potrà durare esclusivamente se chi gli succederà, uomo o donna, avrà, se non le sue stesse, probabilmente inimitabili, qualità, almeno la volontà e le capacità per svolgere i difficilissimi compiti che l’Italia ha di fronte. Napolitano è stato molto più di un arbitro, ancorché severo, e di un garante autorevole. Ha voluto e saputo essere il garante dei cittadini, non dei dirigenti di partito, il garante del buon funzionamento delle istituzioni, non dei detentori delle cariche. Il Presidente Napolitano è anche stato, nei limiti della Costituzione ma, talvolta, anche proiettandosi per necessità oltre, senza mai violarla, un protagonista. Questo suo innegabile protagonismo ha anche significato l’ineludibile presa d’atto che la Costituzione, da lui celebrata nel 2008 come una splendida sessantenne con poche rughe, è esigente con tutti, dai cittadini al Presidente della Repubblica, ai quali impone doveri democratici. Indiscrezioni suggeriscono che Napolitano, tornato, in veste diversa, Senatore a vita, si appresta a votare il suo successore. Auguriamo a lui e a noi tutti che il successore sia più che degno, quindi non una persona di basso profilo e di limitata autonomia politica, altrimenti turbolentissimi saranno i tempi della Repubblica.
Pubblicato Agl 14 gennaio 2015
Gli errori degli Ulivisti e le mosse di Renzi
“Si sono persi vent’anni di tempo senza realizzare le promesse della campagna elettorale” dell’Ulivo. Cito la frase di Matteo Renzi come riportata dal “Corriere della Sera” e non ho esitazioni. Il segretario del Partito Democratico ha ragione. Non importa che la sua critica delle promesse non mantenute gli serva per colpire Pippo Civati che insiste, sulla base di non si sa quali motivazioni, a candidare Romano Prodi al Quirinale. Quel che importa è cercare di capire quali furono effettivamente le promesse non mantenute e, soprattutto, se Renzi e il Partito Democratico vogliano e sappiano andare oltre e fare meglio. Sicuramente su un punto l’Ulivo ha preceduto il Partito Democratico: il tentativo di combinare insieme le culture politiche del PCI e della DC, di contaminarle, come fu detto e ripetuto allora. Anche con l’aggiunta davvero marginale della debole cultura politica ambientalista, l’Ulivo non riuscì a essere il contenitore del meglio del riformismo italiano poiché non attrasse mai, anzi, respinse i portatori del socialismo riformista. Nel PD c’è chi continua a essere anti-socialista, manifestandosi tale in special modo nei confronti di Giuliano Amato. Il riformismo dell’Ulivo non fu mai particolarmente incisivo, anche perché, affermano i suoi sostenitori, gli mancò il tempo per dispiegare tutta la sua carica di cambiamento. Esiste anche un’interpretazione diversa del riformismo interrotto. All’Ulivo mancò la leadership.
Sostanzialmente inesperto, Romano Prodi rifiutò di trasformarsi in capo operativo dello schieramento elettorale detto Ulivo e si dedicò esclusivamente all’attività di governo. Inevitabilmente, l’Ulivo parlamentare e politico tornò nelle mani dei capi dei partiti che vi si erano associati per sconfiggere Berlusconi (numericamente battuto alle urne soltanto dall’impossibilità di stringere un’alleanza con la Lega che lo aveva “tradito” nel 1994). Nessuno di quei capipartito volle cedere potere politico a Prodi, che neppure ne fece esplicita richiesta. In maniera sicuramente miope, tutti operarono in base ai loro specifici interessi di corto respiro. L’Ulivo, vale a dire Romano Prodi e i suoi più stretti collaboratori rinunciarono fin dall’inizio a tradurre in pratica la novità che avrebbe avuto il maggior impatto unificante e che avrebbe cambiato il volto della politica italiana (e dei politici): le Convenzioni di collegio. Fra l’altro, Prodi fu sospettosissimo dell’eventuale successo della bicamerale di D’Alema nel raggiungere un accordo con Berlusconi per cambiare la Costituzione. Sbagliando, temeva che, subito dopo l’accordo, si sarebbe andati a nuove elezioni. Al contrario, la necessità di tradurre l’accordo in modifiche costituzionali sarebbe stata la polizza di garanzia almeno biennale per il governo dell’Ulivo. La vera riforma della politica, dei singoli partiti e del sistema dei partiti sarebbe derivata dall’impegno solenne dei parlamentari eletti nei collegi uninominali previsti dalla legge Mattarella (tre quarti degli eletti) di mantenere uno stretto contatto in ciascun collegio con gli elettori (non soltanto i “loro” elettori). Invece, molti di quegli eletti, essendo stati paracadutati nei collegi sicuri, non avevano né la base né la voglia di tornarci con frequenza a fare politica, quella sul tanto vantato e altrettanto disatteso “territorio”.
Dal punto di vista politico, l’Ulivo fallì nella sua promessa più significativa e potenzialmente più produttiva di cambiamento: riformare politica e istituzioni, rinnovare la classe politica. Tornare indietro si può, eccome, proprio resuscitando la legge Mattarella. Però, la proposta di riforma elettorale di Renzi non è basata sulla logica dei collegi uninominali nei quali gli eletti risponderebbero agli elettori. Si fonda, invece, sul principio, caro anche a Berlusconi, che i parlamentari sono scelti dal capo del partito e a lui rispondono. La stagione dell’Ulivo non fu, come afferma Renzi, soltanto un fallimento, prodotto da errori, compresi quelli, grandi, di Prodi, e dalle divisioni interne, ma la proposta elettorale del governo mette sicuramente la pietra tombale su un Ulivo piantato male e peggio accudito.
Pubblicato AGL 16 dicembre 2014
Giorgio ha fallito, avremo una successione farsa

Intervista raccolta da Emiliano Liuzzi
Ha appena ascoltato il discorso del presidente Giorgio Napolitano all’Accademia dei Lincei, Gianfranco Pasquino, politologo. Lo ha ascoltato e riletto. “Conosco il presidente e l’uomo politico dal 1983, e anche questo discorso ha il limite di tutti i suoi discorsi, non va mai oltre l’approccio che storicizza e non lo sfiora mai l’autocritica, quella politica. Non affronta il tema di quello che i partiti producono, né la cultura marxista dalla quale proviene“.
L’impressione è che abbia sparato nel mucchio.
Ci può anche stare, ma se ci si mette in gioco. E mi sarei aspettato autocritica anche sull’Europa, su quella grande utopia che è l’Europa. Ma non l’ha fatto.
Se l’è presa coi populisti. Ce l’aveva con Grillo?
Soprattutto con Grillo, ma il populismo non è solo quello. E non è solo Berlusconi. Populismo è quello di Salvini, lo è stato quello di Di Pietro e il tentativo di Ingroia, sono tutti esempi di populismo.
Anche su Renzi il presidente ha cambiato idea, da un po’ di tempo a questa parte. O è solo un’impressione?
Ha cambiato atteggiamento nei confronti di Renzi. Atteggiamento e approccio, almeno da un mese e mezzo.
È Renzi il banditore di speranza in un passaggio del discorso?
Ce l’ha con Grillo, ma indirettamente anche con Renzi. Dal quale, ripeto, il presidente da un mese e mezzo ha preso le distanze. In maniera sottile, ma assai evidente.
Lei crede che Napolitano abbia fallito?
Ha vinto nell’accettare l’incarico, forse. Quando il Paese non aveva né governo né un presidente della Repubblica, ma non ha ottenuto quello che voleva. Se per fallimento si intende essersi affidati a persone mediocri, a un manipolo di ipocriti, sì, ha fallito.
Non lascia una situazione migliore: c’è un governo che senza i numeri di Forza Italia traballa e un presidente da eleggere un’altra volta senza nessuna idea.
Lui ha provato a imporre il suo candidato.
E chi sarebbe?
Giuliano Amato. Questo credo che sia una verità incontrovertibile. Ma Amato non ha i numeri del Parlamento. E dunque non riuscirà a incidere sulla successione come in un periodo si era illuso di poter fare.
Chi sarà il prossimo presidente?
Non lo so. Non credo Amato. Vedo molta confusione, autocandidature, come quella di Pietro Grasso, che rivendica il suo essere seconda carica dello Stato, l’autocandidatura di Laura Boldrini e quella di Anna Finocchiaro, ma sono loro che giocano un’altra partita.
Difficile pensare a come possa finire.
Certo, se nel 2013 fu una tragedia, ho l’impressione che si vada verso una farsa. Proporre il nome di Riccardo Muti è una farsa. Non so come possa essere venuto in mente: il Paese ha bisogno di un politico, di un uomo delle istituzioni e che conosca la Costituzione, non di uno scienziato da esportazione.
Cosa si augura che faccia Napolitano, quando sarà il momento, come ultimo atto?
Spero che non nomini nessun senatore a vita e che lui stesso rinunci alla carica, come invece gli spetterebbe. Questo spero che lo faccia, sarebbe un atto fondamentale. Non sarà così. E non ci sarà nessuno che, invece che giocare al toto nomi, tracci il profilo di un presidente del quale l’Italia avrebbe bisogno.
Chi vuol essere #Presidente (della Repubblica italiana)?
Chi vuol esser Presidente (della Repubblica italiana)? Ci sarebbe da rappresentare, com’è scritto con estrema ed esemplare chiarezza nella Costituzione, “l’unità nazionale”. Cosicché non basta, come dichiara di sé, esemplarmente, Stefano Rodotà, già candidato dei grillini, ricordare “con amarezza” e non fare polemiche “per eleganza e riservatezza” sulla sua mancata elezione. Non basta neanche per Prodi sostenere che non c’è nessuna ferita da chiudere per l’agguato dei 101 franchi tiratori. Lo dica ai suoi loquaci e voraci sostenitori che, un giorno sì e l’altro pure, addirittura si mettono le T-shirts con quel numero, mentre noi continueremo a insistere per sapere con quali ragionamenti (o per quali ordini, “senza vincolo di mandato”) 394 parlamentari abbiano votato Prodi. Il fatto è che né l’uno né l’altro soddisfacevano allora né soddisferebbero oggi la condizione essenziale di cui sopra. Via gli uomini di parte (insieme alle donne di parte), si cominci a pensare anche a qualche altra non marginale qualità. Allora, i ventidue nomi messi in elenco da un quotidiano potrebbero essere cassati quasi tutti. E’ ipotizzabile che alcuni abbiano fatto balzi di gioia per l’inclusione, mentre i lettori più politicamente avveduti hanno sicuramente rabbrividito.
L’identikit del nuovo Presidente
Fermo restando che il first best continua a essere la prosecuzione della presidenza Napolitano fino a quando lui vorrà e potrà, qualsiasi identikit è legittimo purché argomentato. Il mio identikit preferito è un outsider, anche uomo, segnale per la Boldrini alla quale bisognerà pure fare sapere che dire “una donna” non è affatto sufficiente, sostiene “la casalinga di Voghera” che mi ha appena mandato un irritatissimo tweet dichiarando la sua immediata disponibilità (sostiene di saperne molto di più della cuoca di Lenin), bisogna dire un nome e giustificarlo convincentemente. Meglio sarebbe un professore di Scienza politica, magari emerito, con un buon passato di senatore della Sinistra Indipendente, che si è anche occupato professionalmente di istituzioni, Costituzione, legge elettorale, scrivendo importanti (sic) articoli e libri, tra cui l’ultimo dal titolo: Partiti, istituzioni, democrazie, Il Mulino 2014. Ah, assomiglia troppo al mio personale profilo? Non smentisco e non confermo. Dichiaro, però, che sono, s’intende per “puro spirito di servizio”, disponibile, ma che, purtroppo, non sono mai stato berlusconiano e non ce l’ho ancora fatta a diventare renziano. In attesa degli eventi, passo all’analisi e alla ricerca del third best.
Il duro compito dei successori
Napolitano ha spinto, per necessità e virtù, i poteri presidenziali all’estremo. I suoi successori rischiano di trovarsi in situazioni complicatissime nelle quali molto si chiederà loro, ma soprattutto indipendenza e autonomia di giudizio senza inchini al Patto del Nazareno. L’unico patto tollerabile e, in verità, fecondo, sarà quello con gli italiani. Quindi, il prossimo Presidente non dovrà essere eletto dal Parlamento dei nominati la maggioranza dei quali, altro che i 101, dà quotidianamente pessima prova di sé e dei loro dirigenti, ma dai cittadini italiani. Eccolo, è qui il very best: chi avrà il coraggio, sì, uomo e donna, di candidarsi in un’elezione popolare, chiarendo perché ritiene di avere le qualità richieste e spiegando che paese vuole rappresentare e contribuire a costruire. Dai candidati del 2013 e da quelli della lista ne sentiremmo di tutti i colori, ma potremmo farci un’opinione prima di non votare quasi nessuno di loro cercando di portare al ballottaggio i due la cui storia politica e personale, questa è la “narrazione” che conta, dia le migliori garanzie. Se, invece, com’è purtroppo altissimamente probabile, toccherà ai parlamentari nominati, dai quali non ci aspettiamo nessun scatto d’orgoglio, che almeno siano i candidandi a pronunciare qualche parola di verità e i mass media a estorcergliela. The worst has yet to come, ma, temendo il peggio, saremo in grado di attrezzarci.
Pubblicato il 12 novembre 2014 su Futuroquotidiano.it
Meglio l’elezione diretta
Dopo essersi dimostrati ignobilmente incapaci di eleggere un Presidente ed essere stati costretti a rieleggere Napolitano, la maggioranza dei parlamentari e dei dirigenti che li hanno nominati sono in attesa fervente di poterci provare un’altra volta. La notizia che Napolitano si dimetterebbe già verso metà gennaio 2015 li manda tutti in fibrillazione. Per alcuni, i “presidenziabili”, la fibrillazione è contenutissima, accompagnata da qualche frasetta ipocrita sullo “spirito di servizio” e dalla speranza che i quotidiani citino il loro nome non molto spesso (ma qualche volta, oh, sì) per non bruciarlo. Hanno tutti interpretato male le indiscrezioni dei cosiddetti quirinalisti i quali ne sanno sempre molto meno di Napolitano. Con una nota evidentemente redatta di suo pugno, il Presidente fa sapere, puntigliosamente, com’è nel suo stile, che “non conferma e non smentisce”, ma neanche aggiunge che la notizia sulle sue prossime dimissioni, annunciate già nel suo discorso di accettazione del secondo mandato nell’aprile 2013, è stata fatta circolare apposta. Il senso è che il Presidente Napolitano è irritatissimo. Ogni volta che succede qualcosa il giovane capo del governo corre dal Presidente perché vuole i consigli di Napolitano, che, non poche volte, lo ha rimbrottato e gli ha fatto cambiare idea, ad esempio su alcune nomine quantomeno abborracciate. L’economia continua a non andare affatto bene e certamente Napolitano non crede, come sostiene Renzi, che sia colpa dei tecnocrati di Bruxelles. Per sua fortuna Draghi se la cava perché abita a Francoforte, ma il suo posto al vertice dei tecnocrati è meritatissimo. E’ anche un titolo di merito per diventare Presidente della Repubblica italiana?
Il Presidente in carica ha anche fatto sapere che, a quasi due anni dalla sua non desiderata rielezione, di riforme costituzionali ne intravvede solo l’ombra, bruttina, per di più esposta “a opportune verifiche di costituzionalità” parole che, a chi sa qualcosa di costituzione, dovrebbero suonare come un severo richiamo. Con le modifiche di cui si discute a una legge elettorale che rimane indigeribile, sembra addirittura che si rompa il Patto del Nazareno, sul quale, con stile, Napolitano non ha mai fatto filtrare il suo giudizio. Se non fate le riforme, fa sapere Napolitano ai parlamentari nominati e ai dirigenti e governanti, inetti, me ne vado. Naturalmente, non darà seguito poiché non vuole lasciare il paese nei pasticci in cui si trovava una ventina di mesi fa. Lui non si vanta del suo “spirito di servizio”, ma fa parlare le sue azioni, compresa la recente tempestiva nomina dei due giudici costituzionali di sua competenza. Non confermando e non smentendo le sue prossime dimissioni, con grande delusione del Direttore de “Il Giornale”, Sallusti, e dell’editorialista principe de “Il Fatto Quotidiano”, Travaglio, curiosamente entrambi suoi critici impenitenti, Napolitano fa sapere ai parlamentari nominati e inetti che le riforme dovrebbero farle prima che tocchi loro svolgere il compito della elezione di un altro Presidente (pardon, Signora Presidente della Camera Laura Boldrini), una donna alla Presidenza della Repubblica, conoscendo il nome della candidabile si potrebbe discuterne. Questo è, infatti, quasi sicuramente contro la visione costituzionale del parlamentarista Napolitano, il problema emergente.
Probabilmente è venuto il tempo, dopo la straordinaria utilizzazione al limite dei poteri presidenziali ad opera di Napolitano, sicuramente al disopra delle parti ovvero, come, piccato dalle accuse di Berlusconi, lui stesso puntualizzò: “dalla parte della Costituzione”, che l’elezione del Presidente della Repubblica italiana non sia più nelle mani di una maggioranza, per di più artificialmente creata dal premio in seggi della legge elettorale. L’elezione di un Presidente che molti sostengono dovrebbe essere di garanzia, ma i pochi che contano vorrebbero “amico” e debitore della sua elezione, non deve più essere affidata al Parlamento, ma ai cittadini. Quello che sappiamo delle non molte (almeno nove hanno a capo dello Stato un re o una regina) democrazie europee che fanno eleggere il Presidente dai loro cittadini, è che l’eletto cerca poi di rappresentare la nazione, non il “partito della nazione”, ma il “partito dei cittadini”, anche di coloro che non lo hanno votato. I cittadini italiani non farebbero certamente peggio dei parlamentari che non hanno potuto eleggere e che non riusciranno a scalzare.
Pubblicato AGL 11 novembre 2014
Non si fida dei dilettanti, non lascerà a breve
“Napolitano non mollerà il Paese nelle mani di incompetenti. Ma deve chiarire cosa farà in futuro”
Intervista raccolta da Emiliano Liuzzi
Un passo avanti il Quirinale lo ha fatto: una nota, dove non si smentisce né si conferma, ma preferirei la chiarezza. Per ora siamo al campo delle ipotesi e io ho troppo rispetto per le istituzioni, non posso prendere per buono un retroscena”. Il professor Gianfranco Pasquino, politologo, in passato eletto come senatore nel centrosinistra, non crede alle dimissioni del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, entro fine anno, e comunque quello che non gli garba affatto è il metodo con il quale la notizia è arrivata.
Scusi professore, ma tutto sembra andare nella direzione che vuole il presidente dimissionario a fine anno.
Non direi. Fino a oggi devo basarmi sul retroscena di qualche quirinalista. Non sono abituato così. La presidenza della Repubblica è un passaggio troppo serio per essere affidato alle ipotesi o alle supposizioni. Questa è la mia prima esternazione.
Si getti anche lei nel campo delle ipotesi, per una volta: crede che Napolitano lascerà?
Se proprio devo azzardare dico di no, non si dimetterà entro breve. Il motivo è che non si fida di lasciare il Paese in mano a dilettanti sciagurati e preferisce rimanere. Questo ho sempre capito dalle sue parole. Ha sempre detto di avere a cuore la stabilità politica del Paese, dunque non gli resta che andare avanti. Poi se sono sopraggiunti altri motivi non lo so. Per questo dico che preferirei una nota ufficiale.
Mettiamo che lasci. Siamo ancora nel campo delle ipotesi.
La riflessione sarebbe più complessa. L’eredità che lascia Napolitano è ingombrante, probabile che vada ripensato anche il metodo di elezione del presidente della Repubblica.
Lei dice che è possibile pensare a un’elezione diretta del Capo dello Stato?
Napolitano, forse anche inconsapevolmente, o forse no, ha dimostrato che il presidente della Repubblica ha in mano un potere enorme. Questa è stata la missione del suo mandato. D’altronde, anche i più autorevoli costituzionalisti hanno sempre sostenuto che in caso di vuoto politico il Quirinale assumesse più poteri. E questo credo che sia accaduto. Ritengo possibile l’elezione popolare del Capo dello Stato. Sarebbe in linea con quello che abbiamo visto.
Ma il parlamento non perderebbe la sua più grande prerogativa? Quasi l’unica, visto che le leggi le fa il governo per decreto.
Intanto parliamo di un parlamento dimezzato, se dovessero andare avanti le riforme costituzionali. Per l’altra metà che prerogative dovrebbero avere? Sono una schiera di nominati, non sono stati eletti, sono stati scelti dai partiti.
Ma tecnicamente sarebbe possibile un passaggio del genere?
Basta aggiungere un articolo alla Costituzione senza toccarne altri, mi pare che le premesse ci siano.
Se dovesse fare una previsione sul nome?
L’età ce l’ho, conosco le istituzioni, una certa esperienza l’ho maturata. Ci sono però alcuni problemi sul mio nome.
Quali?
Non sono renziano, sono fuori dal patto del Nazareno e non sono donna.
E allora chi candidiamo?
Mi piacerebbe non parlare di nomi, ma di metodo. Walter Veltroni, quando candidò Carlo Azeglio Ciampi, fece il suo nome ed elencò dieci motivi per cui era doveroso appoggiare il suo nome. E Ciampi arrivò al Quirinale. Mi piacerebbe che oggi qualcuno dicesse: ok Veltroni per questa lunga serie di motivi.
E se dovesse scegliere lei?
Probabilmente fari i nomi di Giuliano Amato ed Emma Bonino. Hanno senso del dovere, conoscenza delle istituzioni e della politica. Ma per fortuna non scelgo io.
Pubblicata il 10 novembre 2014
Consulta e CSM ora un passo indietro
Sia la Corte Costituzionale sia il Consiglio Superiore della Magistratura sono organismi importanti nell’architettura del sistema politico italiano. Entrambi hanno compiti di rilievo già in tempi normali. Quando poi il governo intende, da un lato, riformare in più punti la Costituzione, dall’altro, attuare una ristrutturazione del sistema giudiziario, tanto la composizione della Corte quanto quella del CSM sono destinate a contare moltissimo sulla qualità e sui tempi delle riforme. In particolare, la Corte potrebbe essere nuovamente chiamata a valutare se la riforma elettorale proposta da Renzi risponde a tutte le pesantissime obiezioni con le quali i giudici costituzionali hanno sostanzialmente distrutto la legge vigente, detta Porcellum, a suo tempo formulata dall’allora Ministro delle Riforme Istituzionali Sen. Calderoli che incomprensibilmente riappare oggi fra i riformatori della sua riforma. In qualche modo, faticosamente e lentamente, il Parlamento sta arrivando al traguardo con l’elezione dei componenti non togati, ma forse non abbastanza “laici”, visto che alcuni sono parlamentari in carica, del prossimo Consiglio Superiore della Magistratura. Lo stallo per l’elezione dei due giudici costituzionali appare, dopo otto votazioni, piuttosto grave.
Preso atto dell’opposizione all’interno del partito stesso, Forza Italia, che lo aveva designato, uno dei candidati si è, molto a malincuore, dovuto ritirare. E’ stato rimpiazzato da un parlamentare potente, Donato Bruno, mentre il candidato del Partito Democratico, a sua volta parlamentare di lunghissimo corso (dal 1979 al 2008) e Presidente della Camera dal 1996 al 2001, Luciano Violante resiste. Adesso, in maniera del tutto irrituale, è sceso in campo anche il Presidente della Repubblica. Le parole di Giorgio Napolitano: “no a immotivate preclusioni” suonano come un sostegno neppure tanto implicito ai due candidati attualmente in lizza. Meritano, pertanto, attenzione e, credo, anche qualche osservazione critica. Non è possibile dire se la mancanza di due giudici in una Corte composta da quindici giudici ne pregiudichi il funzionamento. Nel passato, alcuni giudici hanno fatto sapere che, salvo in rari momenti di urgenza, la Corte può svolgere il lavoro di routine anche senza plenum. Legittimamente, il Presidente Napolitano desidera che tutti gli organismi costituzionali siano costituiti come si deve. Il suo intervento, però, suona sostanzialmente come una critica ai parlamentari, più di un centinaio, i quali, da una parte e dall’altra, si rifiutano di votare candidati “loro” o dell’altro partito. Napolitano sostiene che quelle preclusioni sono “immotivate”. Lui stesso apre con questo aggettivo un discorso complesso e importante.
E’ molto probabile che coloro fra i parlamentari che non votano Violante e non votano Bruno manifestino preclusioni, ma è altrettanto probabile che saprebbero motivarle. Oltre ai profili esageratamente partitici dei due candidati, che la stampa ha ripetutamente documentato, molti parlamentari potrebbero farsi forti di due argomentazioni. La prima è che i due candidati sono stati loro imposti e che il metodo di selezione, utilizzato a Largo del Nazareno e ad Arcore, non è risultato chiaro a nessuno. Insomma, per cariche tanto importanti sarebbe opportuno fare ricorso alla seppur fragile democrazia che dovrebbe esistere nei partiti. La seconda argomentazione è che parecchi di loro sarebbero perfettamente in grado di motivare la loro opposizione che, spesso, non è affatto “preclusione”, ma che, purtroppo, in questi casi (ma anche in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica), il Parlamento diventa un grande seggio elettorale e non un luogo di dibattito aperto e trasparente sulle qualità richieste ai candidati per ottenere quelle carche.
Insomma, il Presidente Napolitano sembra chiedere ai parlamentari di obbedire ai dirigenti dei loro partiti applicando gli accordi raggiunti in alto loco. I parlamentari dicono, con l’unico strumento che hanno a disposizione: il voto/non voto, che qualcosa non va e che quegli accordi non hanno prodotto il meglio. Forse toccherebbe ai candidati rinunciare a una estenuante elezione, che sarà comunque risicatissima, e a risolvere l’impasse con una nobile dichiarazione di ritiro, s’intende, ben motivato.
Pubblicato AGL(Agenzia giornali locali, Gruppo editoriale l’Espresso) 18 settembre 2014
Il vuoto di memoria

L’ignoranza di massa sulla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna m’inquieta, ma non mi sorprende. Al contrario, sarei sorpresissimo se, come Fernando Pellerano ha scritto sul Corriere di ieri (29 luglio), esistesse una maggioranza anche risicata in grado di rispondere correttamente alle “classiche cinque domande”: dove, quando, come, chi, perché? Troppo spesso qualcuno si diletta in dibattiti di alto livello concernenti l’assenza di una memoria condivisa della storia del paese, dei suoi principali, talvolta drammatici, avvenimenti. Però, il problema non è la “condivisione” della memoria. E’ possibile vivere insieme senza condividere le memorie degli altri purché le si rispetti. Più ambiziosamente, purché si desideri e si sappia confrontare civilmente le proprie memorie. Il problema è, invece, che non abbiamo praticamente nessuna memoria seria e approfondita della storia di questo paese (e di questa città).
Molti hanno ricordi vaghi, confusi, parziali che non fanno né conoscenza né memoria. Troppo facile sostenere che la colpa è dei programmi scolastici che si fermano alla Seconda Guerra mondiale, quasi mai sconfinando nelle pericolose pagine della Resistenza, magari evidenziando anche gli aspetti di guerra civile che indubbiamente ebbe. Dunque, si diano una mossa i Ministri dell’Istruzione che si susseguono vorticosamente: tre negli ultimi tre anni. Oppure siano i presidi a suggerire, invitare, chiedere ai loro docenti di storia e filosofia (ah, s’insegnasse anche la Costituzione come parte integrante della storia d’Italia, “come, quando, chi”) di colmare la vergognosa lacuna. So per certo che molti docenti ci provano e so altrettanto per certo che, come nel caso di coloro che “insegnano” la Resistenza, molti si sono trovati sotto attacco dai genitori dei loro alunni. Poiché il coraggio, neppure quello civile, non se lo può dare chi non ce l’ha, in assenza di un contesto che li sostenga, anche gli insegnanti più motivati hanno fatto un passo indietro. All’assenza di memoria non possono neppure supplire le famiglie, meno che mai quelle che obiettano all’insegnamento della storia contemporanea in base ai loro confusi ricordi, alle loro preferenze politiche, alle loro idiosincrasie. Resterebbero gli operatori dei media e i politici.
Le persone della mia età ricordano (probabilmente in maniera condivisa) quanto significativa, rilevante, istruttiva, mi avventurerei persino a scrivere “bella”, fu la serie di trasmissioni televisive “La notte della Repubblica”, curate da Sergio Zavoli. Oserei proporne un aggiornamento. Credo che sarebbe cosa buona ritrasmetterle, magari aggiungendovi il materiale emerso negli ultimi vent’anni. Il resto spetta alla città di Bologna, alle sue autorità, alle sue scuole e all’Università (che dovrebbe utilizzare al meglio le sue competenze), persino alla Cineteca che è in grado di svolgere un’effettiva attività didattica. Non ho nessuna illusione. Un paese di balocchi, di fumetti, di fiction non riuscirà a darsi nessuna memoria, se davvero non cambia verso. Questa è un’opera da grandi politici e da grandi intellettuali. Nel suo piccolo, una città come Bologna, se dedica le sue energie meno a rievocazioni che ottengono pubblicità a misura di fischi e più all’insegnamento diffuso, riuscirebbe a fare parecchio.
Pubblicato sul Corriere di Bologna il 30 luglio 2014
Ho una visione: il referendum sul Senato non farà bene al governo Renzi

Sostiene Napolitano, rivolto alle opposizioni allarmate (allarmiste?), che non bisogna agitare “spettri autoritari” contro la riforma del Senato e altre riforme renziane. Sosterrà Napolitano, rivolto al Ministro Boschi, al Presidente del Consiglio Renzi, ai loro solerti costituzionalisti di corte e agli ossequienti giornalisti di regime, che non bisogna agitare “spettri plebiscitari” come stanno facendo molti affannati renziani? Sostenere che, una volta approvata la riforma del Senato, il governo chiederà un referendum costituzionale non è una generosa concessione alle opposizioni. Piuttosto, è una sfida a quelle opposizioni: “si cercassero i voti popolari”. E’ anche una minaccia: il governo butterà sul piatto referendario tutto il suo peso per dimostrare quanto popolare è e quanto rappresentativo dell’elettorato italiano. L’opposizione, contatasi, pagherà il fio.
Però, la Costituzione, che gli improvvisati neo-riformatori stanno cambiando a colpi di maggioranza e tagliando con la ghigliottina, non consente a nessun governo di chiedere un referendum costituzionale. Il precedente del centro-sinistra che, approvata nel marzo 2001 una brutta riforma del Titolo V (tanto brutta che il governo Renzi vuole cambiarla), poi chiese un referendum confermativo e lo vinse nell’ottobre con il 34 per cento dei partecipanti, non è il miglior biglietto da visita. Nell’intermezzo, il centro-sinistra perse alla grande le elezioni politiche del maggio 2001.
Sostiene l’art. 138 che il referendum sulle modifiche costituzionali può (non deve) essere chiesto da un quinto dei parlamentari di una Camera oppure da cinquecentomila elettori oppure da cinque Consigli regionali. Non c’è menzione del governo. Nei modi e con i toni usati da Boschi, Renzi e i loro zelantissimi parlamentari e giornalisti, un referendum costituzionale chiesto dal governo – fuori dalla finzione che sarà il PD a imporre ai suoi parlamentari la disciplina di partito (Serracchiani la vorrebbe imporre anche al Presidente del Senato), che sarà il PD a raccogliere le firme dei cittadini, che saranno i Consigli regionali dove il PD ha la maggioranza a esprimersi a favore del referendum – , si configura come una domanda semplice “siete a favore o contro il governo?” Sostiene chi conosce la storia e la dinamica delle consultazioni popolari di questo tipo sa che la campagna elettorale e l’evento non configurerebbero un referendum, ma un plebiscito. Chi non può “agitare” riforme fatte bene, agita qualche spettro plebiscitario.
Pubblicato su Futuroquotidiano.com 26 luglio 2014
