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Cinque Stelle alla Consulta

Cinque giudici della Corte Costituzionale sono eletti dal Parlamento in seduta comune, art. 135. Devono ottenere due terzi dei voti nelle prime due votazioni, tre quinti nelle votazioni successive. Secondo la critica più diffusa in maniera sconsideratamente tenace, se sono necessarie molte, la responsabilità sarebbe da attribuire al Parlamento ovvero a quei fannulloni litigiosi che sono i parlamentari. Purtroppo, la pensano in questo modo, e quel che è peggio lo dicono, subordinando, difficile valutare quanto inconsapevolmente, il Parlamento ai partiti, sia la presidente della Camera Laura Boldrini sia il Presidente del Senato Pietro Grasso. Invece, non è affatto così ovvero, se si preferisce, la responsabilità dei parlamentari appare di gran lunga inferiore a quella dei partiti e, soprattutto, dei dirigenti di partito. Praticamente, i parlamentari non sono neppure consultati dai designatori, vale a dire i capi dei loro partiti. E’ sempre un cerchio ristretto al leader del partito e ad alcuni suoi pochissimi consiglieri che procede alla nomina dei candidati.

Prima della loro meritata scomparsa, i partiti italiani mostrarono un minimo di sensibilità democratica accettando informalmente che i nominati rappresentassero di volta in volta le differenti culture politiche presenti in Parlamento, con la sola eccezione del Movimento Sociale (non facente parte dell’arco costituzionale). Tuttavia, alcuni candidati, in quanto espressione troppo marcata della leadership di un partito (Spadolini e Craxi), o dal profilo e dalla biografia troppo incisiva (Lelio Basso), non riuscendo ad essere eletti, non furono mantenuti in votazione oppure si ritirarono. In generale, gli accordi non scritti, nessun bisogno di “patti del Nazareno”, vennero sostanzialmente rispettati. Dopo il 1994, scomparsi i partiti e offuscatesi le loro obsolescenti culture politiche, è diventato tutto più difficile. I presidenti della Repubblica hanno, comunque, cercato di nominare i cinque giudici di loro spettanza applicando criteri di merito non disgiunto dalla rappresentanza di aree politico-culturali. E’ rimasta esclusa soltanto la Lega per la quale vale, almeno in parte, il criterio della non piena accettazione della Costituzione. Dal canto loro, i parlamentari si sono trovati nella sgradevole situazione di dovere ingoiare candidature mai previamente discusse e chiaramente partigiane.

Guardando al recente passato e ai lunghi stalli, ma anche valutando sobriamente le attuali candidature, è possibile cogliere due criteri prevalenti: la ricompensa per il sostegno indefettibile dato alla linea di un partito, ma più specificamente al capo del partito, e la liberazione di cariche di nomina ugualmente partitica che consentiranno di premiare anche altri utili fedelissimi. Il secondo criterio privilegia chi già occupa cariche abbastanza importanti, ad esempio, come i componenti e i presidenti di qualche Autorità indipendente (Antitrust, Comunicazioni e così via) oppure chi è già parlamentare e consentirà il subentro del primo dei non eletti nella sua circoscrizione. Il primo criterio appare particolarmente delicato nelle sue conseguenze poiché la Corte Costituzionale dovrà molto presumibilmente e presto occuparsi di ricorsi contro la legge elettorale Italicum e contro la riforma del Senato con tutto quello che ne deriva. Scegliere chi in materia si è già ripetutamente e senza riserve espresso in maniera favorevole al governo è una sorta di piccola polizza d’assicurazione per Renzi e Boschi, tutto il contrario della garanzia di una valutazione equa. Escludere qualsiasi candidatura formulabile dal Movimento Cinque Stelle, che ha, al contrario della svanita Scelta civica, una presenza rilevante in Parlamento ed è espressione di un quarto degli elettori italiani, appare una discriminazione intollerabile. Da ultimo, non è giustificabile passare sotto silenzio l’assenza di qualsiasi candidatura femminile come se non esistessero avvocatesse di grande prestigio e alta qualità e non ci fossero nelle università italiane autorevoli professoresse di diritto. Invece di criticare i parlamentari per la loro presunta inazione, si critichino coloro che scelgono e pretendono di imporre e si guardi alle biografie dei candidati. Meglio lo stallo fecondo che brutte e irrimediabili elezioni.

Pubblicato AGL 28 novembre 2015

Il vero peso dei voti di Verdini

Pur variamente criticato, sbagliando, l’articolo 67 della Costituzione è chiarissimo e non si presta a deformazioni interpretative: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” (corsivo mio). Nuovamente sbagliando, i critici dell’assenza del vincolo di mandato affermano che l’articolo 67 giustifica il trasformismo. Tutt’altro, l’articolo consente ai parlamentari, se lo vogliono, di votare in maniera difforme da quanto decide il loro governo, il loro gruppo parlamentare, il loro partito, gli eventuali gruppi esterni che abbiano favorito o prodotto la sua elezione, nell’intento, se il parlamentare è in grado di argomentarla, di meglio rappresentare la Nazione. Naturalmente, quando il voto dato è importante e clamorosamente “svincolato”, l’opinione pubblica e gli elettori o no di quel parlamentare desiderano giustamente conoscere il perché.

A nessun parlamentare dovremmo concedere di trincerarsi dietro la sua coscienza. A tutti dovremmo chiedere di spiegare con la loro scienza, ovvero con le conoscenze a loro disposizione, di giustificare convincentemente perché hanno votato in un certo modo. Verdini e altri dieci senatori del nuovo gruppo parlamentare Ala hanno esposto una giustificazione semplice e convincente del loro voto a favore della riforma del Senato. Quando erano nel gruppo parlamentare di Forza Italia, Verdini ed altri, però, non tutti, già votarono, in prima lettura, quel pacchetto di riforme. Il testo non è sostanzialmente cambiato. Gli allora contrari hanno cambiato, più o meno opportunisticamente, idea. I già favorevoli non vedono ragione di cambiare il loro voto per seguire le bizzarrie e le peripezie dei loro ex-colleghi di partito. Sono loro, semmai, che dovrebbero spiegare il loro voto difforme rispetto al precedente. Inoltre, punto tutt’altro che marginale, sulle riforme costituzionali assolutamente tutti i parlamentari dovrebbero rivendicare e praticare un voto in scienza e coscienza. Dunque, in quanto cittadini-elettori dovremmo essere molto più preoccupati sia dall’imposizione della disciplina di partito, assolutamente fuori luogo in questo tipo di voti, sia dall’eventuale richiesta del voto di fiducia. Entrambi sono forzature. Entrambi sono violazioni della libertà di voto in materie non soltanto complesse, ma che attengono appieno al rapporto fra parlamentari e elettori.

Il problema risiede nella legge elettorale utilizzata nel 2013 che ha prodotto un parlamento non di eletti, ma di nominati. Il fenomeno delle nomine non finirà con l’Italicum poiché anche un conteggio generoso approda ad una percentuale di nominati che non sarà inferiore al 60 e potrà arrivare fino al 70-75 dei prossimi parlamentari. Quanto a Verdini e ai suoi nulla osta che si spingano fino a votare l’eventuale fiducia al governo, anche se è più probabile che troveranno qualche escamotage regolamentare. Se i loro voti fossero decisivi, toccherà al capo del governo scegliere se accettarli e rimanere in carica oppure  se trarre la conseguenza che il governo non ha più una maggioranza politica autosufficiente.

Infine, è sbagliato interrogarsi adesso su che cosa Verdini e i suoi avrebbero già ottenuto in cambio dei loro utilissimi voti. Tutto, o quasi, sarà visibile al momento delle prossime elezioni: chi e quanti dei senatori (e dei deputati) verdini ani saranno ricandidati da quale partito, in quali collegi e in quali posizioni sulla lista. Sarebbe tutta un’altra storia se il sistema elettorale fosse di tipo maggioritario in collegi uninominali. Allora, sì, gli elettori avrebbero un voto pesante, decisivo, promuovendo o punendo i candidati costretti a spiegare quanto hanno fatto in Parlamento . Invece di criticare l’incolpevole Costituzione, gli strali delle critiche debbono essere diretti a chi ha ideato e imposto prima, il Porcellum, poi le piccole revisioni che lo hanno trasformato in porcellinum, chiedo scusa, nell’Italicum.

Pubblicato AGL 7 ottobre 2015

La giacchetta del Senato

TerzaRepubblica intervista Pasquino. Ecco come tutti i difetti della riforma verranno al pettine

La terza Repubblica

Noi di Terza Repubblica, travolti e francamente sconvolti da un’overdose di pareri giuridici sulla riforma del Senato, abbiamo deciso di fare alcune domande a un autorevole scienziato della politica.

D. Davvero per capire che riforma è quella del Senato bisogna usare strumenti giuridici?

R.Certamente, no. Quegli strumenti da azzeccagarbugli sono spesso fuorvianti, e inutili. La riforma dell’imperfetto bicameralismo italiano va collocata nel quadro politico dei rapporti fra le istituzioni: “Regioni-Parlamento-Governo-Presidente della Repubblica” e del potere degli elettori. A costoro viene tolto moltissimo potere, elettorale (rappresentanza politica c’è soltanto quando libere elezioni la producono) e politico, che viene dato alle classi politiche peggiori che il paese abbia espresso nell’ultimo ventennio, quelle dei Consigli regionali che, in un modo o nell’altro, nomineranno i Senatori. Con la Camera delle autonomie né le Regioni né i sindaci acquisteranno potere positivo. Al massimo eserciteranno un po’ di potere negativo nei confronti sia della rimanente Camera dei deputati sia del Governo. Altro che velocizzazione dei procedimenti legislativi.

D. E il Presidente della Repubblica che nominerà cinque Senatori?

R.E’ l’elemento più assurdo e ridicolo della composizione del Senato. Napolitano e Mattarella dovrebbero dirlo chiaro e forte che non ci pensano neanche per un momento a esercitare il potere di nomina.

D. Molti dicono, e ineffabili “quirinalisti” si affannano a sostenere, che non dobbiamo tirare i Presidenti per la giacchetta.

R.Il “tiro per la giacchetta” è un’attività eminentemente democratica se accompagnata da motivazioni che, in questo caso, riguardano sia quegli inutili poteri di nomina sia la perdita di poteri del Presidente derivante dalla legge elettorale. Il cosiddetto “arbitro”, secondo Mattarella, non potrà più nominare (come dice esplicitamente la Costituzione) il Presidente del Coniglio e neppure opporsi allo scioglimento del Parlamento, ovvero della Camera dei deputati, richiesto da un capo di governo premiato dai seggi dell’Italicum. Il Senato delle autonomie continuerà come se nulla fosse, tanto avrà sempre pochissimo da fare.

D.Sarebbe dunque stato meglio abolirlo tout court?

R.Oh, yes. Magari non guardando al passato né quello in Assemblea Costituente (che, pure, è opportuno conoscere nella sua interezza) né quello delle Bicamerali (neanche loro nullafacenti), ma chiedendosi per il futuro: a che cosa deve servire una seconda camera? Adesso è tardino per un limpido monocameralismo (perfetto?) che farebbe risparmiare denaro e, forse tempo, ma richiederebbe una profonda modifica dell’imperfetto Italicum. E’ un po’ patetico il Presidente del Consiglio che con la sua serafica ministra Boschi minaccia di cancellare il Senato.

D. Insomma, prof, non c’è proprio nulla di buono nella riforma del Senato?

R. Oh, no. C’è molto di buono, soprattutto è l’insieme che è promettente. Cominceranno gli inconvenienti quando le Regioni dovranno nominare i loro Senatori (la presenza eventuale, di cui si discute come se fosse equivalente all’elettività, di un apposito listino, scelto da chi?, non cambia niente). Poi, quando eventuali crisi porteranno qualche regione a elezioni anticipate e cambi di maggioranze alle quali faranno seguito tensioni per i rappresentanti da sostituire in Senato. Poi, ancora, quando esploderanno scontri fra il Senato delle autonomie e la Camera dei deputati e/o il governo. Quando qualche Senatore rivendicherà la sua libertà di voto “senza vincolo di mandato”. Sono certo che alla prova dei fatti ne vedremo delle brutte. Qui sta l’elemento positivo della riforma. E’ così malfatta e rabberciata che le sue magagne spingeranno molti a tirare la giacchetta del Presidente della Repubblica e la prossima maggioranza a procedere a modifiche profonde.

Pubblicato il 19 settembre 2015

Paritarie. Senza oneri per lo Stato

L’istruzione è un diritto riconosciuto dalla Costituzione. All’uopo, lo Stato si impegna a garantire la creazione di scuole di ogni ordine e grado affinché tutti cittadini riescano quantomeno ad ottenere il livello di istruzione offerto dalla scuola media. Fino a quel livello la frequenza è gratuita. Oltre lo Stato si impegna a sostenere i meritevoli e i bisognosi con esenzioni e borse di studio. Uno dei principi fondamentali della Costituzione è il pluralismo che, nel settore dell’istruzione, significa che, a determinate condizioni, i privati, singoli, associazioni, anche religiose, enti di vario tipo, hanno il diritto di dare vita a scuole di qualsiasi tipo e livello purché questo avvenga “senza oneri per lo Stato”. Vale a dire che, in senso lato, chiunque può dare vita ad un istituto scolastico, ma solo se in grado di formarlo e farlo funzionare con fondi propri.

Le scuole istituite da privati debbono ottemperare a criteri prestabiliti se desiderano che i titoli di studio acquisibili da chi le frequenta vengano riconosciuti sul mercato del lavoro. L’osservanza di regole chiare e prestabilite in termini di curriculum di studi, di reclutamento di docenti, di percorsi per il conseguimento dei titoli ha consentito a centinaia di scuole non pubbliche di ottenere il riconoscimento di scuole paritarie. Sono scuole nelle quali i genitori pagano rette di entità più o meno elevate e che godono di esenzioni, spesso in materia di tassazione. In questo caso, dunque, lo Stato si assume in maniera indiretta, ma reale e visibile, “oneri”.

La recente sentenza della Cassazione che condanna due scuole paritarie di Livorno gestite da suore a pagare l’ICI (con pesanti arretrati) sembra fondarsi sul fatto che il pagamento delle rette configuri fini di lucro che giustificherebbero la tassazione di quegli istituti altrimenti favoriti. L’eventuale chiusura di quegli istituti e, a cascata, di molti altri in condizioni simili priverebbe, laddove lo Stato non sia immediatamente in grado di offrire alternative, migliaia di studenti dell’istruzione a cui hanno costituzionalmente diritto. Da un puro punto di vista contabile è lecito chiedersi se, una volta eliminate le esenzioni di cui hanno goduto/godono le scuole paritarie non-statali, quelle risorse saranno sufficienti a fare sì che lo Stato riesca a provvedere istruzione nella stessa quantità delle scuole paritarie. La risposta sembrerebbe essere negativa e non vale l’obiezione che lo Stato verrebbe spinto a porre fine alla sua inadempienza poiché, anche senza tenere conto dei tempi inevitabilmente lunghi per sanare l’inadempienza, gli mancherebbero comunque i fondi necessari.

In sostanza, è giusto che le scuole paritarie siano soggette alla legge e non godano di esenzioni ingiustificabili, ma, in non pochi casi, l’inciso “senza oneri per lo Stato” deve essere letto e contemperato con riferimento alla realtà effettiva di uno Stato e di una scuola pubblica che non sono tuttora in grado di garantire altrimenti quell’istruzione che la Costituzione sancisce come diritto fondamentale. Non esiste nessuna soluzione facile, ma è ora di lasciare da parte anatemi e privilegi e di operare, non all’insegna di slogan che inneggiano alla buona scuola, ma affinché in tutto il paese si affermino e operino moltissime buone scuole, meglio se pubbliche, comunque in grado di offrire ottima, non settaria, istruzione.

Pubblicato AGL 28 luglio 2015

La scelta difficile del Colle

Immagino che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ricevuto il testo dell’Italicum, lo stia leggendo con la meticolosità che ha sempre dimostrato da parlamentare e da ministro. L’art. ottantasette della Costituzione gli dà il potere di promulgare le leggi ed emanare i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Il Presidente s’intende assai di leggi elettorali. Non ha dimenticato che, sulla possente spinta dei referendari, la Camera dei deputati presieduta da Giorgio Napolitano, gli affidò la stesura della legge elettorale che divenne notissima come Mattarellum. Uomo dotato di sottile ironia, l’allora on. Mattarella non se la prese. Non rispose neanche alle critiche, alcune delle quali fondate, poiché in sostanza il tempo galantuomo ha dimostrato che la legge che porta il suo nome rimane migliore sia della proporzionale, che troppi suoi colleghi democristiani avevano difeso fino alla morte (della DC), ma anche del Porcellum dei cosiddetti quattro saggi del centro-destra che si riunirono a Lorenzago. Tuttavia, non userà il “metro” della sua legge per valutare il porcellinum partorito da Renzi, Boschi e i loro deputati renziani di tutte le ore.

Sergio Mattarella ha già dovuto usare un altro “metro”, ineludibile per giudicare il Porcellum, quello della corrispondenza di una legge, per di più tanto importante poiché riguarda i rapporti che fondano una democrazia: quelli fra i cittadini, i loro rappresentanti in Parlamento, i governanti. Sono la Costituzione e i suoi principi fondamentali a misurare la qualità e l’accettabilità di qualsiasi legge, ovviamente anche di quella elettorale. Con i suoi colleghi, il giudice Mattarella, anche se non è stato relatore di quella sentenza, ha sonoramente bocciato, totalmente triturandolo, il Porcellum. Purtroppo, poiché in Italia, a differenza che negli Stati Uniti d’America, i giudici non possono argomentare il loro voto, neanche quello favorevole, e neppure le loro opinioni dissenzienti, non c’è dato sapere quale concretamente sia sta la posizione di Mattarella. Sono certo, però, che, con il suo caratteriale rifiuto di qualsiasi protagonismo, non abbia mai proceduto alla comparazione del Mattarellum con il Porcellum, troppo facile troppo vincente.

Avendo cofirmato quella bocciatura, il Presidente Mattarella sta probabilmente riflettendo se il porcellinum abbia tutti i crismi di costituzionalità. Le candidature multiple non sono un trucco ai danni degli elettori? E non vale dire che anche il Mattarellum consentiva candidature multipli, ma non più di tre, poiché i pluricandidati dell’Italicum hanno la certezza dell’elezione, mentre quelli del Mattarellum si trovavano in un sistema competitivo che di certezza ne dava poche. Lo stesso candidato Mattarella, sconfitto nel 1994 in un collegio uninominale, entrò in Parlamento grazie al recupero proporzionale. I capilista bloccati, il cui nome apparirà sulla scheda, altro che “rappresentanti di collegio” se saranno inevitabilmente scelti dai dirigenti di partito e non s’imporrà il requisito della residenza per almeno tre anni in quel collegio, portano via una bella fetta di potere ai cittadini elettori. Per chi è arrivato a credere -i democristiani, anche di quelli di sinistra, c’hanno messo un po’ di tempo- che il bipolarismo è la modalità preferibile di competizione fra partiti e fra coalizioni, il premio alla lista e l’impossibilità di apparentamenti al ballottaggio non può essere una cosa buona. Pessima, poi, è la soglia bassissima, 3 per cento, per l’accesso alla Camera dei deputati (quella del Mattarellum era 4 per cento: sì, quell’uno per cento fa una differenza) che garantisce la frammentazione delle opposizioni parlamentari e l’impraticabilità del bipolarismo.

Il Presidente potrebbe rimandare la legge ai deputati per un’altra lettura, anche tenendo conto dell’ampio dissenso emerso fra loro, accompagnandola, esistono numerosi precedenti, da preganti osservazioni. Potrebbe anche inviare, ma questo sarebbe un atto forse troppo solenne, un messaggio al Parlamento tutto. Forse i giudici costituzionali suoi ex-colleghi gli hanno comunicato di non preoccuparsi. L’Italicum arriverà da loro per quelle che, in corso d’opera, Napolitano aveva definito “opportune verifiche costituzionali”. Infine, Mattarella potrebbe esercitare la sua moral suasion nei confronti di Renzi (non scrivo “del governo” poiché da qualche tempo avremmo dovuto capire che l’uomo solo al comando già c’è) ricordandogli che la riforma del Senato, per la quale i numeri sono traballanti, dovrà tenere conto delle pecche dell’Italicum ed essere molto più equilibrata. In quella sede, una bocciatura, non del tutto improbabile, aprirebbe scenari turbolenti.

Pubblicato AGL 6 maggio 2015

Il giorno della retorica

La terza Repubblica

Il 25 aprile, il 2 giugno e il 4 novembre vivono sulla retorica che, per quanto rotonda, sonora e spesso ipocrita, non riesce a eliminare del tutto la sostanza. Anche se quest’anno forse meno invasiva e pervasiva che nel passato, la retorica della celebrazione richiede, anzitutto e soprattutto, che ciascuna di quelle date evochi una sostanziale unità e qualche volta anche la bontà degli italiani. Ricordare il conflitto, soprattutto quando è stato vero e profondo, è considerato divisivo. Meglio, invece, auspicare una memoria condivisa dimenticando bellamente che questo è un paese senza memoria, meno che mai condivisa, al massimo intessuta di brandelli di vita vissuta e raccontata, a seconda dei luoghi, dei tempi, delle famiglie, dei buoni o dei cattivi maestri. Alla retorica si potrebbe sfuggire con la storia, quella storia che dalla marcia su Roma alla fuga a Pescara, dal quasi dimenticato eccidio di Boves alle stragi di Sant’Anna di Stazzena e di Marzabotto, dalla Repubblichetta di Salò a Piazzale Loreto ha portato alla Liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

Si potrebbe insegnare che, sì, i nazifascisti erano, per dirla con un termine contemporaneo, stragisti, ma che anche alcuni partigiani usarono della loro Resistenza per qualche vendetta personale, ingiustificabile, ma comprensibile se vista come conseguenza della precedente repressione fascista. Si potrebbe insegnare, come fatto in maniera egregia da Claudio Pavone, che la Resistenza fu anche una guerra civile, che gli italiani combatterono gli uni contro gli altri armati, ma che erano in corso altre due guerre. La più importante, il vero spartiacque fra libertà e oppressione, fu la guerra di liberazione nazionale contro l’occupante nazista che puntellava il regime fantoccio chiamato Repubblica di Salò. La terza guerra, quella di classe, subordinata alle prime due, mirava a stabilire in Italia un regime grosso modo (allora, esisteva soltanto l’URSS) comunista. La guerra di classe fu certamente una guerra di minoranza, ma avrebbe lasciato una traccia non positiva in tutti coloro che, usando un impreciso metro di rivoluzione sociale, credettero, dissero e scrissero che la Resistenza era stata tradita. Proprio, no, il fatto è che fra i partigiani solo una minoranza combatté la guerra di classe e la perse. Invece, la Resistenza riuscì a vincere proprio nelle più significative rivendicazioni sociali, tutte trasferite nella Costituzione.

Neppure la Costituzione merita di finire nella melassa della retorica, anzi, delle due retoriche contrapposte. Non è un documento catto-comunista poiché fior fiore di articoli furono scritti grazie ai contributi determinanti dei socialisti, degli azionisti, in special modo, di Piero Calamandrei, persino dei liberali (Luigi Einaudi). Non è un documento da imbalsamare, come vorrebbero troppi catto-comunisti. Anzi, furono gli stessi Costituenti a delineare le procedure per introdurre opportune modifiche costituzionali. Altrove, come in Germania, il superamento del nazismo è stato lento, graduale, ma politicamente e culturalmente efficacissimo. Si è, infine, trasposto nel patriottismo costituzionale, nella consapevolezza che le regole, le procedure, le istituzioni che incanalano e regolano i conflitti rappresentano lo strumento migliore per garantire coesione a una società. In Italia dove pure sarebbe ancora più necessario fare riferimento al patriottismo costituzionale, strumento di coesione sociale, questa strada è sostanzialmente preclusa dalla mancata conoscenza della storia e da celebrazioni, come la Liberazione, che, svolte senza approfondimenti storici, confortano i “credenti”, irritano i faziosi, dispiacciono agli ignoranti, lasciano il tempo che trovano fra gli indifferenti. Un po’ tutti, poi, pensano che dovrebbero essere gli altri a lavorare per una Repubblica migliore. Lo slogan “ora e sempre Resistenza” non è soltanto logoro. E’ monco. Se non viene finalmente accompagnato dallo studio congiunto della storia e della Costituzione, rimarrà sterile. Da qui, abbiamo ragione di pensare che dovrebbe partire “la buona scuola”. Allora, il 25 aprile diventerebbe opportunamente non la celebrazione retorica di un giorno, ma il compimento politico e culturale di un processo di apprendimento per (formare) buoni cittadini.

Pubblicato il 27 aprile 2015

Resistenza e memoria offuscata

La Resistenza ha compiuto 70 anni, o sono 70 giorni? Sì, il 25 aprile è la data ufficiale in cui si celebra la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Appunto, lo si fa ogni anno in quel giorno. Il resto dell’anno è solo silenzio. I testimoni di quel tempo e i partigiani scompaiono inesorabilmente e inevitabilmente la memoria si offusca. La storia non s’insegna cosicché sempre meno italiani conoscono il significato di quella data. Non sanno che cosa precedette il 25 aprile; non hanno imparato che cosa seguì il 25 aprile. Di tanto in tanto, qualcuno formula un auspicio per la costruzione di una memoria condivisa. E’ un auspicio assolutamente vano per i troppi che di memoria non ne hanno affatto, che hanno soltanto, nel migliore dei casi, ricordi di famiglia, nel peggiore, pregiudizi che sarebbe persino troppo lusinghiero definire ideologici.

Nessuna memoria condivisa può essere costruita senza una conoscenza adeguata della storia d’Italia, del fascismo e dell’antifascismo, della Repubblica di Salò e della Resistenza. I fatidici “programmi di storia” nelle scuole italiane raramente giungono al fascismo, quasi mai alla Resistenza e all’Italia repubblicana. Quando qualche insegnante si avventura nella nient’affatto oscura selva del fascismo e dell’antifascismo, le probabilità che qualche genitore non gradisca quello che gli viene riportato dai figli diventano altissime. Ne consegue uno scontro che i docenti imparano presto a evitare tralasciando la storia contemporanea. Ognuno si terrà i suoi ricordi, con le sue preferenze, le sue superficialità, i suoi errori, anche clamorosi. Qualcuno potrà anche far finta di credere, o credere davvero, che coloro che si unirono, volontariamente oppure perché coartati, alle bande nazifasciste, meritano di essere messi sullo stesso piano, nel giudizio storico e morale, di quelli che diedero vita alle brigate partigiane. I primi, volenti o, più raramente, nolenti combattevano per mantenere/restaurare il dominio nazifascista sull’Italia. I secondi volevano contribuire a cacciare lo straniero, ma anche eliminare quei fascisti che avevano oppresso l’Italia e l’avevano portata in guerra. Opportunamente e molto chiaramente, il Presidente della Repubblica Mattarella ha detto che né i repubblichini né i ragazzi di Salò possono essere equiparati ai partigiani. Naturalmente, non ne consegue che i partigiani tutti siano stati esenti da errori, da eccessi, talvolta da crimini. Qualsiasi guerra abbrutisce, ma il suo obiettivo può fare capire gli errori anche senza condonarli.

Forse non riflettiamo abbastanza su una domanda che il grande filosofo torinese Norberto Bobbio ci ha lasciato: “e se avessero vinto i nazisti?” Se avessero vinto i nazisti, non avremmo avuto la Repubblica democratica e la sua Costituzione che per molti italiani continua a essere un oggetto misterioso, da riformare, sull’onda di qualche campagna propagandistica artificiosa, senza necessariamente conoscerla. Anche se fra i conservatori costituzionali si trovano posizioni di mummificazione degli articoli della Costituzione che neppure i Costituenti riterrebbero accettabili, tantomeno condivisibili, almeno un punto dovrebbero essere chiaro e fermo: la Costituzione democratica è uno dei prodotti, quasi sicuramente il più importante, della Resistenza. Senza l’antifascismo e senza la Resistenza non sarebbe stata scritta nessuna Costituzione. Di più, i valori della Resistenza sono stati tradotti nei principi fondamentali della Costituzione, ma non di ogni soluzione istituzionale relativa al governo, al Parlamento, alla Presidenza della Repubblica, alla magistratura e, ancor meno, alla legge elettorale che neppure si trova nella Costituzione. Onorare la Resistenza in maniera non retorica, ma fortemente pedagogica, significa insegnare quei principi, nelle scuole e nel Parlamento della Repubblica, e praticarne le conseguenze. Qualcuno ha sicuramente tradito la Resistenza, nei suoi comportamenti e nelle sue omissioni. Troppi la celebrano soltanto una volta l’anno. La maggioranza degli italiani non sa, forse non vuole, coniugare i due valori centrali della Resistenza: la libertà e l’eguaglianza. Il 25 aprile serve a ricordare coloro che, in Italia e in Europa, combatterono per la libertà e per l’eguaglianza.

Pubblicato AGL 26 aprile 2015

Sopruso politico dei renziani

Sostituire i componenti di una Commissione non viola né il regolamento della Camera né, tantomeno, la Costituzione. Il titolare è malato oppure, come avviene abbastanza spesso, è impegnato in un’altra Commissione -quelle non permanenti prosperano. Oppure è bloccato da inconvenienti logistici, trasporti difficili e in ritardo, oppure è in missione ufficiale in Italia/all’estero. La sostituzione, riguardante uno al massimo due componenti di un gruppo, non soltanto è praticabile, abitualmente decisa dal capogruppo (che, lo dico subito, nel Partito Democratico al momento non esiste), è anche indispensabile per garantire il numero legale e la funzionalità della Commissione. Il caso estremo, ma molto importante, è dato dalla sostituzione temporanea, ad rem, vale a dire per un provvedimento specifico, affinché subentri un parlamentare particolarmente esperto della materia in discussione. Nulla di tutto questo si applica alla sostituzione di massa, addirittura dieci, degli esponenti della minoranza del Partito Democratico in Commissione Affari Costituzionali. Non risulta che i subentranti, il cui unico titolo è quello di essere renziani “spinti”, siano più competenti in materia elettorale di coloro che hanno sostituito né che posseggano expertise non altrimenti acquisibile né, quel che conta molto, abbiano seguito il dibattito, lungo, aspro, serrato e quindi siano particolarmente preparati e in grado di dare qualche contributo per migliorare l’Italicum. Anzi, i sostituti sono stati chiamati per stare zittissimi e votare la linea. Curioso che gli stessi renziani che sostengono che non esiste un sistema elettorale perfetto difendano l’Italicum come se fosse perfetto e non accettino, per principio, nessuna miglioria.

Da qualsiasi prospettiva la si guardi la sostituzione di massa dei Commissari della minoranza non è soltanto una forzatura. E’ un sopruso politico. Grave sarebbe se diventasse anche un precedente. Tutte le volte che un capogruppo subodora che un Commissario del suo gruppo/partito esprimerà riserve o, peggio, addirittura il suo esplicito argomentato dissenso (lasciando nei resoconti una traccia significativa) che potrebbe culminare in un voto contrario, voilà, procederà fulmineamente alla sua sostituzione, naturalmente, ad rem, solo per quella discussione e votazione. Renzi, Boschi, Guerini e Serracchiani, all’unisono con tutti i renziani della prima e delle prossime ore, ovvero le ore delle (ri-)candidature, dichiarano che un partito non è e non deve essere un’armata Brancaleone (che, lo ricordo, era variegata, ma anche molto divertente). Preferiscono fare del PD una caserma dove i soldati sono costretti all’obbedienza assoluta senza discussione dai sergenti di turno. La democrazia non abita nelle caserme anche se, qualche volta, per migliorarne la funzionalità persino i sergenti ascoltano i soldati che ne possono sapere di più su aspetti specifici della vita militare.

No, i pasdaran renziani non hanno questa volontà e neppure la capacità di ascolto. Sostengono, contro tutto quello che hanno scritto i teorici della democrazia da Hans Kelsen a Norberto Bobbio, che la democrazia è decisione a maggioranza “senza se e senza ma”. Imponendo di uniformarsi alla maggioranza del gruppo, adesso in Commissione, poi, lo hanno già annunciato, coartati dal voto di fiducia, anche in Aula, i renziani rischiano di calpestare l’art. 67 che prescrive ai parlamentari di esercitare le loro funzioni “senza vincolo di mandato”. Purtroppo, non posseggo la famosa e indispensabile sfera di cristallo per prevedere che Renzi voglia comunque utilizzare l’Italicum per andare subito, facendo saltare la riforma, peraltro non di spettacolare qualità, del Senato, a elezioni anticipate sia se approvato sia se bocciato. Sono sicuro che, comunque vada, la sostituzione dei dissenzienti in Commissione è il prodromo della loro non ricandidatura. Peccato, l’imperfetto Italicum rimarrà brutto e cattivo, il Partito Democratico darà dimostrazione che il suo aggettivo non è perfettamente attinente, i cittadini non avranno maggiore potere elettorale e le prossime elezioni non miglioreranno la qualità dei parlamentari (ancora nominati per circa tre quarti).

Pubblicato AGL 23 aprile 2015

“Pasticci di Democrazia”: Pasquino, Carlassare e le riforme targate Renzi #BDEM15 @BIENNALEDEMOCR

Passaggi-di-repubblica-passaggi-di-democrazia

“Pasticci di Democrazia”: Pasquino, Carlassare e le riforme targate Renzi
di Gianluca Palma (Master in giornalismo “Giorgio Bocca” Torino) pubblicato sul sito biennaledemocrazia.it

“Un Paese è governabile non solo grazie a una buona legge elettorale, ma se c’è il consenso sociale dei cittadini. Per questo oggi sono qui a parlare con voi, ma con il cuore a Roma alla manifestazione di Maurizio Landini”. Lapidario il commento della costituzionalista Lorenza Carlassare, intervenuta questa mattina al seminario “Passaggi di Repubblica e Passaggi di Democrazia”, al cui tavolo dei relatori erano presenti anche il politologo Gianfranco Pasquino e Marco Castelnuovo, giornalista de La Stampa, che moderava il dibattito. “Il governo dovrebbe ricordarsi di applicare l’articolo 3 della Costituzione, che promuove l’uguaglianza sostanziale dei cittadini, dando allo Stato il compito di rimuovere ogni ostacolo alla partecipazione di tutti i lavoratori alla vita politica, sociale ed economica del Paese”. Ciò che spaventa di più sia Pasquino che Carlassare sono le riforme in atto: da una parte quella della Costituzione che, sostengono, mira a stravolgere l’intero assetto istituzionale, e, dall’altra l’Italicum, la legge elettorale con la quale ritengono che si punti a creare un bipolarismo poco democratico, con premi di maggioranza ai partiti che non rappresentano, però, la maggioranza della popolazione. L’Italicum prevede “un meccanismo assurdo – ha aggiunto Pasquino – perchè il premio si dà a qualsiasi partito che prenda la maggioranza dei voti, anche se ha ottenuto il 20-25%. Ciò è fatto apposta per regalare al Partito Democratico, che ora chiamano Partito della Nazione, la maggioranza in Parlamento”. “Allora bisogna chiedersi, i premi di maggioranza servono a inventarla quando quest’ultima nei fatti non c’è o a rinforzare quella esistente?”. Altro problema sono i capilista bloccati. “Un meccanismo – ha spiegato Carlassare – con cui si vuole assicurare il ‘posto’ in Parlamento a dei candidati che non verrebbero mai eletti in alcuni territori”. “Più che di Passaggi di Democrazia –hanno ribadito i relatori– nel caso di questo governo si tratta di Pasticci di Democrazia”. “E ci vuole una forte opposizione sociale – ha concluso la costituzionalista – per questo esprimo massima solidarietà alla manifestazione dei lavoratori

Passaggi di Repubblica e passaggi di Democrazia #bdem15 @BiennaleDemocr

Biennale_democrazia_Torino

Save the date: 28 marzo 2015 alle ore 11 a Torino presso il  Piccolo Regio Puccini in piazza Castello, 215

BIENNALE DEMOCRAZIA 25-29 marzo 2015

Sul tema Passaggi di Repubblica e passaggi di Democrazia dialogano Lorenza Carlassare e Gianfranco Pasquino.

Coordina Marco Castelnuovo

Prima, seconda o terza: in quale Repubblica viviamo? Sono all’esame del Parlamento riforme istituzionali di grande rilievo. In una fase di crisi economico-sociale, ridurre la distanza fra cittadini e rappresentanti può essere un antidoto a pericolose derive antidemocratiche. Qual è il segno che portano i progetti in discussione? Come cambierà la seconda parte della Costituzione? E come si delinea la nuova legge elettorale? Un confronto fra punti di vista diversi sulle “regole del gioco” di una democrazia che si sta trasformando. In meglio?

Biennale Democrazia

 

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