Home » Posts tagged 'diseguaglianze'

Tag Archives: diseguaglianze

Diseguaglianze e opportunità nell’era della globalizzazione #intervista @CdT_Online

Intervista raccolta da Osvaldo Migotto

Il politologo Gianfranco Pasquino, domani a Lugano per una conferenza, vede grandi sfide per le nuove generazioni
La scalata sociale oggi appare più difficile che in passato ma il meccanismo varia da Paese a Paese – Fondamentale resta il ruolo della cultura

Domani, giovedì 5 marzo, alle 18 Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna, terrà alla Biblioteca cantonale di Lugano una conferenza organizzata dal Club Plinio Verda. Tema della serata: «Diseguaglianze: precisazioni, problemi, proposte». Lo abbiamo intervistato.

Professor Pasquino, la sua conferenza a Lugano apre un ciclo di incontri dal titolo «Luci e ombre della globalizzazione». Vista la situazione economico-sociale in Europa, nella globalizzazione lei vede più luci o più ombre?

La globalizzazione di per sé produce notevoli opportunità, ma contiene anche grandi sfide, per cui bisogna sapersi organizzare per sfruttare al massimo le opportunità. Una delle sfide dipende dal fatto che l’economia finanziaria è molto più veloce delle capacità di reazione finora mostrate da Parlamenti e da Governi. I capitali sono inoltre molto più forti di ciascun singolo Stato. Anche gli Stati Uniti sono esposti a questo rapido movimento di capitali, per cui la risposta a questa sfida dovrebbe essere sovranazionale, ma qui si presenta un problema.

Nel senso che non esistono istituzioni sovranazionali in grado di gestire tale sfida?

Non esistono istituzioni in grado di gestire tutta la situazione. In alcuni casi è stato invece possibile gestire singole sfide, come ha mostrato ad esempio la Banca centrale europea. Anche i vari commissari dell’UE hanno saputo imporre a Google di smetterla di operare in regime di monopolio, di pagare le tasse e via dicendo. Si tratta dunque di una sfida in corso.

Misuriamo l’andamento economico di un Paese in base alla crescita del PIL (Prodotto interno lordo), quale strumento va usato per misurare le diseguaglianze?

Alcuni strumenti esistono e vengono usati dalle Nazioni Unite. Viene ad esempio misurata la salute dei cittadini e il livello d’istruzione. Quello che non possiamo misurare con precisione è la felicità delle persone. Però anche qui stanno emergendo delle possibilità di misurazione e quindi riusciamo ad andare oltre il PIL. Va però precisato che, se il PIL non cresce, tutte le altre misure di cui ho parlato sono insoddisfacenti.

Crede che la scalata sociale sia più facile oggi, ai tempi della globalizzazione, o nei decenni che l’hanno preceduta?

Su questo i dati sono abbastanza concordi, ossia oggi è più difficile passare da situazioni di relativo disagio a situazioni di grande soddisfazione lavorativa, culturale e così via. Non direi che questo meccanismo si sia interrotto del tutto, però bisogna verificare Paese per Paese. Nel caso italiano le speranze di chi aveva vent’anni negli anni Sessanta e di chi ha vent’anni oggi sono molto diverse. Le aspettative oggi sono molto meno ottimistiche.

In Europa molti giovani cercano di far fruttare all’estero quella formazione universitaria o di altro tipo che in casa propria non ha permesso loro di trovare un lavoro adeguato. È anche questa una via per aggirare le diseguaglianze?

Il poter girare il mondo alla ricerca di un lavoro che piace rappresenta uno degli aspetti positivi della globalizzazione. In questo modo è inoltre possibile aggirare le diseguaglianze in quanto ci sono dei Paesi più aperti al merito, al talento e alla voglia di fare e Paesi dove invece è meno facile far valere queste doti personali. Il paradosso è che il Regno Unito era molto aperto su questo fronte e ora con la Brexit finirà per chiudersi e per questo pagherà un prezzo. L’Italia invece è sempre stata molto meno dinamica come società.

Chi ha alle spalle una famiglia benestante può contare su una migliore formazione scolastica e su conoscenze che facilitano l’inserimento nel mondo del lavoro. Oggi questi vantaggi creano più che in passato un fossato tra giovani fortunati e giovani meno fortunati?

Se la società è statica le risorse che possiede la famiglia sono molto più importanti che in passato. Però bisogna fare molta attenzione all’elemento culturale, perché qui vi sono delle differenze importanti anche tra famiglie con lo stesso livello di reddito. Se in una di queste famiglie vi è grande disponibilità a investire in cultura, ossia se vi sono molti libri in casa, vi sono anche maggiori opportunità per i figli. Se al contrario una famiglia è ricca e ha anche delle relazioni, ma non riesce a diffondere la cultura, si troverà in una situazione meno favorevole. Per cui l’elemento culturale è quello più incisivo nel favorire lo sviluppo di una società.

Che legami vede tra partiti populisti e giovani?

I giovani mi sembrano più inclini ad essere dinamici e a cercare soluzioni, mentre i partiti populisti alla fine sono conservatori nel senso che vogliono mantenere quello che hanno all’interno dei loro confini.

Pubblicato il 4 marzo 2020 sul Corriere del Ticino

INVITO Diseguaglianze: precisazioni, problemi, proposte #Lugano #5marzo

Giovedì 5 marzo 2020 ore 18
Sala Tami - Biblioteca cantonale di Lugano
Viale Carlo Cattaneo 6

La Biblioteca cantonale di Lugano
ha il piacere di invitarla alla serata sul tema

Diseguaglianze: precisazioni, problemi, proposte

Incontro con Gianfranco Pasquino
In collaborazione con il Club Plinio Verda, nell’ambito del ciclo
“Luci e ombre della globalizzazione”.

Interverranno:
Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di Scienza Politica nell’Università di Bologna
Franca Verda Hunziker
Giornalista e membro del Comitato del Club Plinio Verda
Stefano Vassere
Direttore della Biblioteca cantonale di Lugano

A volte le diseguaglianze sono differenze, anche auspicate e positive. L’unica eguaglianza indispensabile è quella di fronte alla legge, che contempla i diritti civili e i diritti politici. Dobbiamo preoccuparci non delle diseguaglianze economiche ma delle diseguaglianze di opportunità. Quando le diseguaglianze economiche, che è sbagliato ascrivere in toto agli effetti della globalizzazione, si traducono in diseguaglianze di potere politico, allora è necessario intervenire, e ne va della democrazia. La buona politica costruisce e ricostruisce eguaglianze di opportunità. I cittadini interessati, informati, partecipanti danno vita alla buona politica, la fanno funzionare, la trasformano e la migliorano.

Biblioteca cantonale di Lugano
091 815 46 11
bclu-segr.sbt@ti.ch
www.sbt.ti.ch/bclu

Le diseguaglianze e la qualità della democrazia @laregione @laR_Lugano

Intervista raccolta da Ivo Silvestro

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, sul futuro delle democrazie confrontate con crescenti disuguaglianze economiche

“Diseguaglianze: precisazioni, problemi, proposte” è il titolo della conferenza che Gianfranco Pasquino, professore Emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, terrà giovedì 5 marzo alle 18 alla biblioteca cantonale di Lugano. L’incontro apre il ciclo “Luci e ombre della globalizzazione” del Club Plinio Verda.

Professor Pasquino, in democrazia siamo tutti uguali – per quanto riguarda diritti civili e politici, mentre le disuguaglianze economiche non sarebbero un problema. Ma una persona molto ricca non ha, anche politicamente, più potere degli altri cittadini?
Sicuramente: senza uguaglianza di diritti civili e politici non possiamo parlare di democrazia, ma possiamo parlare di democrazia di fronte a diseguaglianze economiche.
Tuttavia queste disuguaglianze economiche possono avere un impatto sulla democrazia, sulla qualità della democrazia. Una democrazia in cui i ricchi possono “comprarsi le elezioni” evidentemente è una democrazia che valutiamo negativamente rispetto a una democrazia in cui tutti i cittadini hanno quasi lo stesso potere politico: l’obiezione quindi non è tanto verso coloro che diventano ricchi, ma alla loro capacità di influenzare le politiche che a loro volta favoriranno ancora di più i ricchi. Questa situazione sta diventando intollerabile in alcuni Paesi, iniziando dagli Stati Uniti.

Spesso si sente dire che non è un problema se i ricchi diventano più ricchi – se al contempo i poveri diventano meno poveri. Insomma, le disuguaglianze economiche non sarebbero di per sé un problema.
Il problema è come i ricchi usano le loro risorse per proteggere la loro posizione, per accrescere la loro ricchezza e per controllare il potere politico: questo è un cardine del liberalismo che nasce per dire che ogni uomo, e ogni donna, ha un voto e questo voto conta allo stesso modo. Ma nel momento in cui chi ha più soldi riesce a comprare i voti, riesce a comprare le decisioni degli eletti, nella democrazia entra una discriminazione economica molto dannosa e che incide sul principio dell’eguaglianza politica dei cittadini.

Dovremmo quindi pensare a una incompatibilità tra capitalismo e democrazia? Perché sembra che o il capitalismo fagocita la democrazia, oppure la democrazia impone pratiche redistributive della ricchezza.
Finché il capitalismo rimane competitivo è compatibile con la democrazia – che a sua volta deve essere competitiva, perché se c’è un unico capitalista e c’è un unico governante non siamo più in una democrazia.
La compatibilità quindi c’è, ma c’è anche una forte tensione perché i capitalisti cercano naturalmente di arricchirsi, e di controllare il potere politico affinché non proceda a quella ridistribuzione di cui lei parlava. D’altro canto la democrazia deve basarsi sul potere dei numeri, sulla costruzione di maggioranze popolari.
Il conflitto c’è, e non può che essere risolto attraverso maggioranze che si formano intorno a una certa idea di democrazia, a una certa idea di sistema economico, a una certa idea di società in cui ci sia un minimo di ricerca di uguaglianza, un minimo di opportunità per tutti.

In concreto, cosa dovremmo fare? Impedire alle persone di arricchirsi troppo?
La democrazia non deve porre alcun limite all’arricchimento. La democrazia, o meglio i democratici, intervengono nel momento in cui quei soldi vengono utilizzati per manipolare le elezioni, per influenzare la politica a proprio vantaggio.
Quindi se mi chiede se deve esserci un limite all’arricchimento, la risposta è no. Ma ci devono essere limiti all’uso di quei soldi, quindi una legge vera sul conflitto d’interesse, una legge vera sul finanziamento della politica.

Democrazia e disuguaglianze economiche possono quindi coesistere con regole serie.
Regole serie e severe. Il potere economico non deve controllare il potere politico e a sua volta il potere politico non deve controllare il potere economico. Devono essere in competizione tra di loro, però con delle regole che stabiliscono che non possono esserci dei vincitori per sempre, che i vincitori non possono opprimere coloro che perdono.

Persone molto ricche possono influenzare la società al di là della politica. Un amante del jazz potrebbe finanziare scuole e festival solo  di questo genere, penalizzando rock e classica. L’esempio può apparire banale, ma se lo applichiamo anche all’arte, alla letteratura, al cinema le (legittime) preferenze di pochi possono cambiare una società.
Con il finanziamento di queste attività lei pone un caso molto interessante. Ma se il sistema è competitivo, ci saranno altri ricchi che finanzieranno altre attività, in competizione. E anche per i cittadini ci sono possibilità, attraverso il cosiddetto crowdfunding, di finanziare a loro volta certe attività culturali.
Se avviene in maniera trasparente e in una situazione di competizione, il finanziamento di attività culturali non pone problemi.

La competizione è quindi essenziale.
Sì. Pensiamo alle primarie democratiche negli Stati Uniti. In corso ci sono dei milionari e non è affatto detto che Michael Bloomberg riuscirà a vincere. Finché c’è una situazione competitiva, c’è la possibilità di tenere sotto controllo: una volta ottenuta la nomination e magari anche diventato presidente, ci dovrà essere una legge sul conflitto d’interesse.

Il suo intervento apre il ciclo ‘Luci e ombre della globalizzazione’. In tutto questo discorso, la globalizzazione che ruolo ha?
Innanzitutto la globalizzazione è un fenomeno in corso, per cui possiamo valutarla in questo momento ma sappiamo che non possiamo fermarla – e non dovremmo neanche.
Ha prodotto arricchimento in zone del mondo che erano molto povere, a iniziare dalla Cina ma non solo. Ha prodotto una crescita di disuguaglianze ma l’uscita dalla povertà di milioni di persone. È quello che diceva all’inizio: se i ricchi diventano più ricchi ma al contempo i poveri diventano meno poveri, va benissimo – entro certi limiti, naturalmente.
La globalizzazione ha prodotto tutto questo e adesso però ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di poter controllare come la ricchezza si va formando, di strumenti per impedire ad esempio che le corporation vadano in cerca di paradisi fiscali.

Strumenti sovranazionali: ma ci sono istituzioni internazionali che possano farlo?
L’Unione europea qualcosa sta facendo. Il resto ovviamente viene affidato a organizzazioni internazionali, alcune hanno sufficienti poteri altre non ancora. Ma certo la globalizzazione richiede un governo mondiale, o quantomeno misure prese a livello di Nazioni unite che cerchino di mitigare l’impatto che alcuni aspetti della globalizzazione sta avendo. Noi adesso stiamo parlando di ricchezza, di soldi, ma dovremmo parlare anche di clima e di commercio internazionale: quello che Trump sta facendo a livello di dazi è molto negativo, a livello di controllo delle ricchezze e delle diseguaglianze.

Ultima domanda: sul futuro  della democrazia è più ottimista o più pessimista?
Se guardo a quello che è già successo, sono relativamente ottimista. Negli ultimi trenta-quarant’anni il numero di regimi che possiamo ragionevolmente ritenere democratici è cresciuto. Siamo passati grosso modo da una trentina di democrazie a novanta democrazie. C’è una spinta alla creazione di regimi democratici.
Ma al contempo vediamo in alcuni contesti erosioni delle regole democratiche, pensiamo a Orbán che in Ungheria cerca di controllare la stampa…

Quella che lui chiama ‘democrazia illiberale’.
Certo, ma se mi capiterà lo dirò sicuramente durante la conferenza: la democrazia illiberale non esiste. Senza i principi del liberalismo la democrazia non esiste.

Pubblicato il 4 marzo 2020 su laregione.ch

Diseguaglianze, più o meno inaccettabili

Sento confusamente che ridurre il problema, che è tale, delle diseguaglianze, alle sole diseguaglianze economiche, rischia, da un lato, di essere fuorviante, dall’altro, di risultare di impossibile soluzione. Di più: temo che alcuni tentativi di soluzione finirebbero per entrare in un vortice di autoritarismo: stesso livello di reddito/guadagno imposto dall’alto con misure forzate e forzose che, probabilmente, condurrebbero al pauperismo. Nessun ricco, tutti poveri, ma se qualcuno, com’è probabile, si troverà in situazioni di potere politico lo utilizzerà certamente per trarne vantaggi, magari occulti, non necessariamente monetizzabili.

Davvero è così importante che la distanza fra i più ricchi e i meno abbienti sia cresciuta da, grosso modo venti fino a cinquecento volte? Se i meno abbienti hanno visto le loro condizioni di vita comunque migliorate nel corso del tempo, quella accresciuta distanza, pur disturbante, potrebbe essere meno grave dei numeri che la rilevano e la fotografano. Naturalmente, resta fermo che qualsiasi società che aspiri a un minimo di giustizia sociale deve guardare ai servizi non monetari (ancorché monetizzabili) che riesce ad offrire ai suoi cittadini –e, forse, anche a coloro che hanno deciso di andare a vivere là. Se anche coloro che guadagnano poco sono protetti da un sistema sanitario al quale hanno accesso gratuito o quasi, possono mandare i loro figli alle scuole che preferiscono e possono vederli completare il ciclo dell’istruzione superiore e universitaria, e sanno di potere contare su una pensione che consenta una vita decente, allora le diseguaglianze di reddito, per quanto enormi, sono o dovrebbero essere tollerabili e tollerate. Debbono, però, essere accompagnate dal riconoscimento dei compiti essenziali che lo Stato svolge per offrire quei servizi, ovvero per garantire eguaglianze (plurale) di opportunità attraverso una tassazione progressiva che è lo strumento più “egualitario” di cui è possibile disporre per andare verso una società giusta.

Fin qui, credo di non avere detto nulla di particolarmente nuovo, tutto o quasi facilmente riscontrabile nelle esperienze e nelle politiche di governo etichettabili come socialdemocratiche. Contrariamente a opinioni poco informate, quelle esperienze non sono né fallite né superate. Sono sfidate nei paesi che le hanno vissute da coloro che, già favoriti da quelle politiche, oggi pensano che, dato il loro livello di istruzione e di reddito e le loro capacità professionali, potrebbero farne a meno e non vogliono più pagarne il prezzo. Fermo restando che le diseguaglianze economiche provocano molto più che un semplice disagio e che, se non vengono contrastate da un adeguato livello di servizi, si trasformano in sfide politiche, spesso improntate da populismo, sono di recente giunto ad un’altra duplice conclusione provvisoria e problematica. Da un lato, conta molto come quei servizi vengono erogati. Vale a dire sono sussidi, donazioni, esborsi che vanno ai settori svantaggiati delle società facendo loro sentire il peso della sconfitta nella competizione? Siete stati degli incapaci (deplorable disse memorabilmente Hillary Clinton), colpevoli delle vostre (in)azioni, ma noi vi veniamo incontro ugualmente incontro in maniera generosa.

Oppure, in una società giusta quanto viene dato a chi ha difficoltà di qualsiasi tipo derivanti da qualsiasi avvenimento riceve quei servizi in quanto cittadino? Qui sta quello che molti studiosi ritengono sia il messaggio più importante: non la colpevolizzazione, ma il riconoscimento sociale. Dall’altro lato, le diseguaglianze economiche risultano della massima rilevanza poiché con il denaro, lo scrivo con la massima nettezza di cui sono capace, si comprano le decisioni politiche, economiche, sociali, culturali più importanti. Si comprano altresì i decisori. Da qualche tempo, gli studiosi USA sono quasi unanimemente giunti a sostenere che la loro democrazia ha forti componenti di ingiustizia; parla con l’accento delle classi più affluenti; non è neppure più in grado di comprendere le domande sociali e, quando le sente, decide di respingerle e può farlo perché quei decisori sono essi stessi parte delle classi elevate. Le diseguaglianze economiche mantengono e producono diseguaglianze politiche e sociali. Il circolo si chiude.

Laddove le diseguaglianze sono grandi e addirittura crescenti le conseguenze su tutti gli altri tipi di diseguaglianze sono gravissime. Quello che è molto di più che un semplice malessere sociale si traduce in propensioni e spinte populiste, non soluzioni, ma sfide che esondano dalla democrazia.

Pubblicato il 21 novembre su paradoxaforum.com

Un governo (quasi) normale, due sfide (quasi) eccezionali

Per capire le conseguenze della crisi di governo in pieno agosto bisogna ribadire alcuni punti essenziali. Nelle democrazie parlamentari i governi nascono in Parlamento, certo sulla base dei voti degli elettori e del numero di seggi (non poltrone!) ottenuti dai partiti. Possono cadere in parlamento nel quale, se esiste un’altra maggioranza di seggi, si può formare un nuovo governo. Nel passato è successo in Olanda e in Belgio, ma anche nella stabilissima Germania e nella a lungo stabile Spagna. Nel passato in Italia spesso dalla coalizione di governo usciva o entrava un partito, senza scandalo e senza nuove elezioni. È la flessibilità delle democrazie parlamentari. L’attuale governo, Conte Due, come ha opportunamente sottolineato il Presidente del Consiglio, un nuovo governo non il prodotto di un “semplice” rimpasto, vede una coalizione fra il primo partito in termini di seggi e il secondo delle elezioni del marzo 2018. Offre un’adeguata rappresentanza agli elettori italiani e, certo, anche alle correnti dei due partiti. I renziani hanno qualche ministro e tre o quattro sottosegretariati, anche se nessuno è toscano. La spada di Damocle (pardon, di Renzi) non è sulla testa del governo. I renziani potranno anche lasciare il partito, prospettiva che sembra continuino a intrattenere, ma non per questo dovrà cadere il governo. Dunque, il Conte Due è un (quasi) normale governo delle democrazie parlamentari. Tuttavia, il problema, che spinge molti/troppi commentatori a scrivere articoli di fantasia sulla sua durata, è che deve affrontare alcune sfide di grande portata a lungo trascurate e/o rimosse. Ne vedo due molto serie. La prima consiste nel rilanciare la crescita economica del paese, attualmente fermo, se non già in una piccola recessione, senza fare aumentare il gigantesco debito pubblico, ricorrendo a ingenti investimenti produttivi e riducendo le diseguaglianze. Non ci si può attendere che la crescita dipenda dal successo del reddito di cittadinanza né si può pensare di ridurre le tasse facendo affidamento sulla disponibilità dei benestanti a spendere di più. La seconda grande sfida, al tempo stesso, un’opportunità da sfruttare, è quella di contribuire a cambiare alcune modalità di funzionamento dell’Unione Europea. Impegni chiari su una rapida ed equilibrata redistribuzione dei migranti debbono essere urgentemente definiti. Anche grazie alla presenza del Commissario Paolo Gentiloni agli affari economici e del già europarlamentare Roberto Gualtieri al Ministero dell’economia, il governo Conte Due avrà la possibilità persino di chiedere la revisione del troppo rigido Patto di Stabilità e Crescita. Un governo (quasi) normale deve affrontare compiti (quasi) eccezionali, ma per la prima volta da parecchio tempo avrà due carte da giocare. La prima è la credibilità del suo europeismo, seppur, nel caso delle Cinque Stelle, recente. La seconda è la sua disponibilità a operare dentro l’Unione Europea con gli altri governi europeisti. Non è poco.

Pubblicato AGL il 15 settembre 2019

Come cambia la sinistra europea, tra leader assenti e principi dimenticati

Parlare di diseguaglianze in modo credibile e denunciarle è essenziale purché se ne spieghino le origini e se ne indichino i rimedi. Pensare di potere ricostruire una sinistra plurale (o pluralista) e accogliente per gli elettori solamente come sommatoria dei diseguali non sembra la strada migliore. La riflessione di Gianfranco Pasquino

Le sinistre in Europa godono di ottima salute. Sono numerose, anche all’interno di ciascun Paese. Sono, come vuole una distorta concezione del mercato politicoelettorale, sempre in competizione fra loro. Offrono un ampio ventaglio di alternative ai loro elettori immusoniti e intristiti i quali, di tanto in tanto, scendono in piazza al fatidico grido di “unità unità”. Non per acquisita saggezza, ma per mancanza di materia prima (idee e cultura politica) hanno smesso di combattere esiziali battaglie ideologiche. Sono una debolezza tranquilla. Preferiscono il terreno del posizionamento, della personalizzazione, delle narrazioni contrastanti. Purtroppo, non ci sono più i bambini di Andersen capaci di esclamare ad alta voce: “La regina (sinistra) è nuda” e – come aggiungo abitualmente – “pure brutta e miope”.

Ci sono soltanto due partiti di sinistra in tutta l’Europa (se i brexiters si risentono, peggio per loro) che superano la soglia del 30% di voti, il Partito laburista di Jeremy Corbyn (40%) e il Partito socialista portoghese (32%). Persino i leggendari socialdemocratici scandinavi si sono ormai stabilizzati da qualche tempo intorno al 25% che, talvolta, consente loro di andare al governo. Per tutti coloro che hanno, giustamente, guardato alla socialdemocrazia tedesca, grande è la tristezza. Anche se è in un governo che è difficile definire “grande” coalizione, la Spd al livello più basso di sempre del suo consenso elettorale è davvero il partner minore, junior. Tutto questo dopo che, come scrisse memorabilmente Ralf Dahrendorf, se non tutto il ventesimo secolo è stato socialdemocratico, quantomeno per più di cinquant’anni i socialdemocratici furono influentissimi. Non solo hanno guidato molti governi anche per lunghi periodi, ma le loro idee e le loro pratiche riformiste incisero profondamente nel tessuto sociale, economico e persino culturale di tutta l’Europa occidentale. Tranne l’Italia, poiché il Pci mai ebbe “cedimenti” socialdemocratici e il Psi mai ebbe abbastanza consenso elettorale, ma idee sì, con la Cgil che nulla cercò di apprendere dai potenti sindacati socialdemocratici.

La politica continua ad avere bisogno di organizzazione, di presenza sul territorio, di attività costanti e insistenti, ma gli attivisti delle (e nelle) sinistre sembrano scomparsi quasi dappertutto, persino in Andalusia, la culla del socialismo spagnolo. Sono poi effettivamente svaniti anche i dirigenti delle sinistre; sono costretto a usare il plurale, ma attenzione, non è vero che le sinistre europee sono plurali (o pluralistiche). Sono semplicemente disaggregate, particolaristiche, conflittuali. Nessuna narrazione, neanche le più retoriche, come quella di Walter Veltroni, può sostituire un’organizzazione e nel caso del neonato Partito democratico di organizzazione ne era rimasta poca tranne quella di alcune fazioni.

Però, se narrazione ha da essere, allora sono indispensabili due elementi: narratori credibili che conoscano la storia e rivitalizzino la memoria del loro partito, riuscendo a proiettarlo in un futuro difficile da immaginare, e un iniziale tessuto connettivo fatto di princìpi e convinzioni, di priorità e programmazioni, di analisi e proposte non occasionali, ma collegate a un passato di realizzazioni concrete. Per una molteplicità di buone ragioni la sinistra europea dovrebbe ricordarsi che si era proposta di perseguire non solo interessi di parte, ma di tutta la nazione e che, senza contraddizioni, si era regolarmente definita internazionalista, oggi europeista.

Parlare di diseguaglianze in modo credibile e denunciarle è essenziale purché se ne spieghino le origini e se indichino i rimedi. Pensare di potere ricostruire una sinistra plurale (o pluralista) e accogliente per gli elettori solamente come sommatoria dei diseguali non sembra la strada migliore. Poiché all’orizzonte non si vede una cultura politica che mette al centro di una società giusta la dignità e il riconoscimento del valore delle persone, è ora di elaborarla.

Pubblicato il 21 aprile 2019 su formiche.net

Sinistre erranti

Dal fascicolo n. 146 di Formiche, aprile 2019, pp. 62-63

 

Le sinistre in Europa godono di ottima salute. Sono numerose, anche all’interno di ciascun paese. Sono, come vuole una distorta concezione del mercato politico-elettorale, sempre in competizione fra loro. Offrono un ampio ventaglio di alternative ai loro elettori immusoniti e intristiti i quali di tanto in tanto scendono in piazza al fatidico grido di “unità unità”. Non per acquisita saggezza, ma per mancanza di materia prima (idee e cultura politica) hanno smesso di combattere esiziali battaglie ideologiche. Sono una debolezza tranquilla. Preferiscono il terreno del posizionamento, della personalizzazione, delle narrazioni contrastanti. Purtroppo, non ci sono più i bambini di Andersen capaci di esclamare ad alta voce: “la regina (sinistra) è nuda” -e, come aggiungo abitualmente, “pure brutta e miope”).

Ci sono soltanto due partiti di sinistra in tutta l’Europa (se i Brexiters si risentono peggio per loro) che superano la soglia del 30 per cento di voti, il Partito Laburista di Jeremy Corbyn (40%) e il Partito Socialista Portoghese (32 per cento). Persino i leggendari socialdemocratici scandinavi si sono oramai stabilizzati da qualche tempo intorno al 25 per cento che, talvolta, consente loro di andare al governo. Per tutti coloro che hanno, giustamente, guardato alla socialdemocrazia tedesca, grande è la tristezza. Anche se è in un governo che è difficile definire “Grande” Coalizione, la SPD al livello più basso di sempre del suo consenso elettorale è davvero il partner minore, junior. Tutto questo dopo che, come scrisse memorabilmente Ralf Dahrendorf, se non tutto il XX secolo è stato “socialdemocratico”, quantomeno per più di cinquant’anni i socialdemocratici furono influentissimi. Non solo hanno guidato molti governi anche per lunghi periodi, ma le loro idee e le loro pratiche riformiste incisero profondamente nel tessuto sociale, economico e persino culturale di tutta l’Europa occidentale –tranne l’Italia poiché il PCI mai ebbe “cedimenti” socialdemocratici e il PSI mai ebbe abbastanza consenso elettorale, ma idee sì, con la CGIL che nulla cercò di apprendere dai potenti sindacati socialdemocratici.

La politica continua ad avere bisogno di organizzazione, di presenza sul territorio, di attività costanti e insistenti, ma gli attivisti delle e nelle sinistre sembrano scomparsi quasi dappertutto, dirò “persino in Andalusia”, la culla del socialismo spagnolo. Sono, poi, effettivamente svaniti anche i dirigenti delle sinistre –sono costretto a usare il plurale, ma, attenzione, non è vero che le sinistre europee siano plurali/stiche. Sono semplicemente disaggregate, particolaristiche, conflittuali. Nessuna narrazione, neanche le più retoriche, come quella di Walter Veltroni, può sostituire una organizzazione –nel caso del neonato Partito Democratico di organizzazione ne era rimasta poca tranne quella di alcune fazioni. Però, se narrazione ha da essere, allora sono indispensabili due elementi: narratori credibili che conoscano la storia e rivitalizzino la memoria del loro partito, riuscendo a proiettarlo in un futuro difficile da immaginare, e un iniziale tessuto connettivo fatto di principi e convinzioni, di priorità e programmazioni, di analisi e proposte non occasionali, ma collegate a un passato di realizzazioni concrete.

Per una molteplicità di buone ragioni la sinistra europea dovrebbe ricordarsi che si era proposta di perseguire non solo interessi di parte, ma di tutta la nazione, e che, senza contraddizioni, si era regolarmente definita internazionalista, oggi europeista. Parlare di diseguaglianze in modo credibile e denunciarle è essenziale purché se ne spieghino le origini e se indichino i rimedi. Pensare di potere ricostruire una sinistra plurale/ista e accogliente per gli elettori come sommatoria dei diseguali non sembra la strada migliore. Poiché all’orizzonte non si vede una cultura politica che metta al centro di una società giusta la dignità e il riconoscimento del valore delle persone, è ora di elaborarla.

Sì a una vera Sinistra per una società più giusta e non sovranista #Europa

Internazionalista, attenta al lavoro e all’istruzione, abbattere le diseguaglianze: un articolo del politologo Gianfranco Pasquino per Globalist su come vorrebbe le sinistre d’Europa

“La sinistra non può essere sovranista, non può che essere internazionalista”. E deve ” concentrare sforzi e investimenti nel settore del lavoro collegandolo strettamente all’istruzione “. Lo scrive in questo articolo per globalist.it Gianfranco Pasquino: politologo, docente alla sede bolognese della Johns Hopkins University, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, accademico dei Lincei, è una delle voci critiche più sensibili e attente della scena politica italiana.

   La sinistra e la società giusta in Europa

Le sinistre hanno un rapporto tormentato con l’Unione Europea. Come spesso nella loro politica nazionale, le sinistre variamente configurate cercano di combinare posizioni internazionalistiche con posizioni nazionaliste, difensive, se non addirittura, non scriverò affatto “loro malgrado”, sovraniste. La sinistra, però, non può che essere internazionalista. Ha l’obbligo politico ed etico di operare per il superamento dello Stato nazionale, causa prima delle due guerre civili europee e tuttora ostacolo principale ad una convergenza politica sovranazionale. Eppure, la convergenza, questo è già un tema da enfatizzare nella campagna elettorale, si trova fin dall’inizio dell’unificazione europea, quando alcuni grandi statisti, Schuman, De Gasperi, Adenauer, Spaak, pungolati da Jean Monnet e Altiero Spinelli, seppero guardare molto avanti, ed è posta a fondamento di tutte le istituzioni europee.

Sottolineare l’importanza della libera circolazione di persone, capitale, merci e servizi è giusto. Tuttavia, molto di più l’accento va messo sul fatto inconfutabile che l’Unione Europea è il più ampio ed esteso spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo, ancora in espansione (poiché molte sono le domande di adesione). È anche il luogo nel quale uomini e donne godono delle maggiori opportunità di partecipazione politica incisiva– e coloro che non sfruttano quelle opportunità sono essi stessi parte del problema e non della soluzione. La sinistra dovrebbe, dunque, rivendicare con convinzione tutto quello che è già stato ottenuto, il cosiddetto acquis communautaire, prima di criticare l’esistente e di proporne, non il superamento, ma il perfezionamento.

Concentrarsi sul lavoro e l’istruzione

Due sono gli ambiti nei quali le politiche di sinistra sono argomentabili e fattibili. Sono ambiti nei quali in molte esperienze nazionali, la sinistra ha conseguito grandi successi e meriti. La rimodulazione del welfare state, per giovani e anziani, per disoccupati e sottooccupati, per donne e bambini, può essere proposta e ottenuta soltanto in una prospettiva europea che impedisca le rendite di posizioni e i vantaggi derivanti dagli squilibri fra gli stati che proteggendo meglio i loro cittadini sono esposti alle sfide di chi li protegge poco. Più specificamente è indispensabile concentrare sforzi e investimenti nel settore del lavoro collegandolo strettamente all’istruzione. Il secondo ambito è parte della sua storia, ma riguarda il futuro che la sinistra deve volere costruire, non tanto per la sua sopravvivenza, quanto per la sua visione: contenere e ridurre le enormi e crescenti diseguaglianze.

Le diseguaglianze incrinano la democrazia

Non è vero che la democrazia nasce promettendo l’eguaglianza, tranne l’eguaglianza di fronte alla legge. Piuttosto, è assolutamente certo che le diseguaglianze di ogni tipo incidono negativamente sulla democraticità di un sistema politico e sulla qualità della sua democrazia. La sinistra deve affrontare il compito di costruire eguaglianze di opportunità (al plurale), di intervenire non una sola volta, all’inizio, ma ripetutamente, per ricreare ad ogni stadio le opportunità necessarie. Qualsiasi operazione di questo genere richiede, non soltanto la volontà politica, che discende dalla capacità di “predicare” il valore delle eguaglianze di opportunità, ma soprattutto la consapevolezza che la sinistra deve mirare a dare vita e mantenere una società giusta, compito da svolgere e obiettivo conseguibile esclusivamente ad un livello più elevato, quello europeo.

La sinistra dei nostri desideri 

In questa concezione, la sinistra non si arrovella sulle tematiche economiche salvo su quelle relative alla tassazione e alla redistribuzione, sottolineandone non la, talvolta troppo vantata, razionalità delle cifre, quanto, piuttosto, la loro utilizzazione al perseguimento di valori condivisi. Certo, le “parole d’ordine” efficaci, che dovranno essere accuratamente definite, riguarderanno la chiarezza degli obiettivi e il coinvolgimento incisivo dei cittadini europei che consentiranno di fare grandi passi avanti. La sinistra che sta nei miei desideri, sicuramente diffusi e condivisi in larga parte d’Europa, ha la possibilità di elaborare coerentemente il messaggio della società giusta.

Pubblicato il 17 febbraio 2019 su globalist.it

Quell’antico monito di Bobbio

“Testimonianze”, LUGLIO-AGOSTO 2018, n. 520, pp. 64-68

È arrivata l’ora dell’autocritica non come vezzo degli intellettuali radical-chic, della sinistra al caviale o altre piacevolezze, ma perché una autocritica condotta a fondo è un esercizio pedagogico decisivo. Dagli errori si impara e diventa possibile andare oltre. Se è emersa una crisi della rappresentanza, se è cresciuto il divario fra società e politica, se i populisti attaccano con qualche successo l’establishment, se l’euroscetticismo è diventato più diffuso dell’accettazione, peraltro mai entusiastica, dell’Unione Europea, se sono comparse nuove diseguaglianze, quanti di questi fenomeni gli studiosi avevano previsto, quanti sono giunti del tutto inaspettati, come è possibile cercare di porvi rimedio?

Tre fenomeni di grande respiro e di enorme impatto hanno ridisegnato la storia dell’Europa e del mondo negli ultimi trent’anni: primo, crollo del comunismo che sembrava realizzato nell’Europa centro-orientale e in Unione Sovietica e fine del richiamo della sua ideologia, ma, come Norberto Bobbio mise immediatamente in rilievo, nessuna scomparsa dei problemi e delle ingiustizie alle quali il comunismo aveva inteso porre rimedio, e, oggi sappiamo, ritorno alla superficie di nazionalismi beceri; secondo, allargamento e approfondimento (con qualche limite) del processo di unificazione politica dell’Europa; terzo, affermazione in ogni angolo del mondo, seppure con qualche differenza di intensità, della globalizzazione. Non è facile tenere insieme questi tre fenomeni e offrirne un’analisi e una spiegazione unitari, ma è importante individuare le connessioni e, di volta in volta, gli errori interpretativi. Consapevole della difficoltà di una precisa datazione, comincerò dalla globalizzazione poiché, praticamente per definizione, è il fenomeno più comprensivo.

Fin dall’inizio, vale a dire, dal momento che emerse la consapevolezza che determinati processi, in particolare, economico-finanziari, penetravano sostanzialmente non filtrati e non controllati in tutti i sistemi politici del mondo e altri processi, quelli relativi alla comunicazione, non solo politica, acuivano la sensibilità di governanti e cittadini e accrescevano le informazioni disponibili, seppure in maniera differenziata, un po’ a tutti i protagonisti, la globalizzazione ebbe suoi numerosi. Erano e sono rimasti un gruppo molto composito nel quale sembrano tuttora predominare i protezionisti e i comunitaristi. Le motivazioni dei primi riguardano soprattutto la sfida alle attività economiche del loro paese, alle industrie, all’agricoltura, ai lavoratori dipendenti. Si sono tradotte nell’opposizione al libero commercio che, invece, è considerato dalla maggior parte degli economisti come uno dei motori fra i più potenti della crescita economica. Certo, il libero commercio associato alla globalizzazione ha avuto conseguenze distruttive per alcune attività e creato forti tensioni sociali. I dati mondiali, dal canto loro, rilevano e rivelano una maggiore disponibilità di risorse, ma, solo di recente hanno messo in rilievo che la ricchezza complessiva si è accompagnata alla crescita delle diseguaglianze anche sociali all’interno di molti paesi.

Quanto ai comunitari, quasi tutti loro associano, in larga misura correttamente, la globalizzazione al multiculturalismo, opponendosi ad entrambi. Vogliono proteggere stili e modalità di vita, culture specifiche, identità dei più vari generi. Ne sottolineano l’importanza e, di conseguenza, contrastano visioni e prospettive multiculturali acritiche. No, multiculturalismo non è bello. Anzi, secondo i comunitari il multiculturalismo è una sfida portatrice di tensioni e di conflitti, foriera di perdita di identità e di sfaldamento di comunità che lasceranno/lascerebbero tutti, nient’affatto arricchiti dalle diversità, ma culturalmente più poveri e “spaesati”. A questa sfida, al tempo stesso economica e identitaria, in alcuni paesi coinvolti forse più di molti altri nel processo di globalizzazione poiché vere e proprie società aperte, come la Svezia, come la Gran Bretagna, come gli USA, hanno fatto seguito reazioni sconcertanti. Ne sono testimonianza possente e inquietante il successo elettorale dei Democratici Svedesi, partito sicuramente xenofobo e identitario, la Brexit prodotta dal referendum del giugno 2016, la conquista della Presidenza di Donald Trump nel novembre 2016 all’insegna del motto “America First”.

L’elemento che accomuna queste esperienze è costituito dalla mobilitazione non organizzata di coloro che potrebbero essere definiti i perdenti della globalizzazione o che si ritengono tali. Che i voti decisivi siano venuti da uomini bianchi del Nord dell’Inghilterra, Liverpool, Manchester, Newcastle, mentre Londra ha votato con elevate percentuali per restare nell’Unione Europea; che siano stati migliaia di operai bianchi del Michigan, della Pennsylvania, del Wisconsin, malauguratamente, ma in maniera rivelatrice, definiti deplorable dalla candidata Hillary Clinton; che nella Svezia, da molti giustamente considerata una (social)democrazia di grande successo, più del 10 per cento di elettori dia il suo voto ad un partito deliberatamente anti-europeo e xenofobo non sono accadimenti che possono essere liquidati scrollando le spalle e, nei due casi anglosassoni, sostenendo che quegli elettori hanno semplicemente sbagliato e se ne accorgeranno. Forse se ne accorgeranno, ma a fondamento del loro voto stanno motivazioni che non sono affatto deplorevoli e transeunti.

Non sarà il miglioramento, peraltro non facile e non scontato, delle loro condizioni di vita a produrre il cambiamento delle loro opzioni di voto. Né il cambiamento del voto risolverà problemi che sono identitari e culturali. Nel caso degli USA la capacità di mettere insieme le minoranze, afro-americani, latinos, donne (sic), potrà servire ai Democratici per vincere qualche elezione, persino per tornare alla Presidenza, ma non migliorerà la politica e neppure la società. Il grido Black Lives Matter non perderà il suo significato contro il razzismo persistente e strisciante. La preoccupazione per la crescente presenza di latinos con i loro stili di vita, la lingua, il tipo di legami familiari, non verrà meno. Le varie diseguaglianze, che non hanno soltanto una, importantissima, componente economica, ma che si traducono in una visione di società, non saranno neppure affrontate se non si approntino le politiche opportune. Non saranno certamente i banchieri della City di Londra e i brokers di Wall Street, i signori della tecnologia della Silicon Valley e le donne e gli uomini dell’establishment della East Coast a presentarsi credibilmente come coloro in grado di rappresentare quei settori sociali, di proteggere le identità e di operare per contenere e ridurre le diseguaglianze.

Nessuno riuscirà a sostenere convincentemente la tesi che bisogna dare risposte che riguardano i diritti, di ogni tipo, in particolare quelli riguardanti gli orientamenti sessuali, sottovalutando le diseguaglianze in termini di riconoscimento e di opportunità, di sostenere che prima vengono le diversità, poi le ricompense, di considerare che lo ius soli è più importante e più qualificante del diritto al lavoro. La sinistra che non agisce prioritariamente per ridurre le diseguaglianze ha perduto, sosterrebbe Norberto Bobbio, la sua ragion d’essere, la sua anima. La sinistra continuerà anche a perdere consistenza e rilevanza politica a fronte delle sfide diversamente populiste che hanno fatto la loro comparsa un po’ dappertutto in Europa (e altrove). È fra gli Stati-membri dell’Unione Europea che, a sessant’anni dal Trattato di Roma, i populismi sembrano avere trovato accoglienza migliore e spazi più ampi.

I populisti vanno alla ricerca e alla conquista di coloro che ritengono sia più importante preservare e celebrare l’identità nazionale, se non addirittura quella locale, piuttosto che ottenere quei vantaggi economici, la cui esistenza peraltro negano, che derivano dall’apertura alla globalizzazione e al libero commercio. I populisti mobilitano quello che considerano il “loro” popolo, mai tutto il popolo, contro l’establishment. Lo definiscono e lo ridefiniscono sostenendo di essere i soli in grado di rappresentarlo contro l’Europa dei banchieri e dei tecnocrati. Vogliono offrirgli protezione contro le ondate di migranti che non solo potrebbero rubargli il lavoro, ma che minacciano i loro stili di vita, le loro credenze religiose, le prospettive della loro prole. È stato profondamente sbagliato sottovalutare questi sentimenti, ritenendoli un retaggio del passato in via di superamento e, peggio, criticandoli come segno di arretratezza e deridendoli.

In qualche convegno a Davos, in riunioni ristrette a Bruxelles, a un vernissage parigino, nel foyer di un teatro londinese, ad una prima della Scala, forse anche alla Freie Universität di Berlino è molto facile trovarsi d’accordo sul fatto che l’Unione Europea è un grande progetto di unificazione politica che sta mettendo insieme una pluralità di culture a partire da una base che si dice essere comune (ma, talvolta, mi chiedo che cosa unisca Dante e Shakespeare, Leonardo e Picasso, Miguel de Cervantes e Franz Kafka, Thomas Mann e Albert Camus), da una storia condivisa, ma intessuta di conflitti e di guerre civili, da prospettive ancora adesso nient’affatto precisamente definite. A fronte delle molte irrisolte problematiche economiche, di creazione e di distribuzione della ricchezza che non hanno ridotto vecchie diseguaglianze e ne hanno prodotte di nuove, la risposta in termini di cultura non è finora sembrata adeguata. Ha aperto spazi ai sovranisti che non sono stati contrastati convincentemente facendo notare che è molto improbabile che qualsiasi singolo Stato europeo riesca da solo a risolvere i problemi prima e meglio di quanto faccia l’Unione Europea. È una lezione che persino la pur grande e efficiente Gran Bretagna sta imparando a sue spese, che non saranno controbilanciate in toto dall’accentuazione tutta “culturale” dell’identità: la Britishness.

Il senso complessivo della mia riflessione su globalizzazione, Unione Europea e diseguaglianze può essere condensato in due considerazioni e due conclusioni. La prima considerazione contiene anche una personale autocritica. Ho creduto che tanto la globalizzazione quanto l’Unione Europea fossero processi in grado di produrre e offrire maggiori opportunità senza lasciare indietro nessuno, tranne per poco tempo, che i costi di entrambe sarebbero stati distribuiti in maniera relativamente equilibrata fra tutti i settori sociali, pur implicando vantaggi, sperabilmente non eccessivi, per coloro che già sono privilegiati. Non è stato così. La seconda considerazione ugualmente da accompagnarsi con una modica dose di necessaria autocritica è che, affidate le problematiche economiche alla competitività e al mercato della globalizzazione e dell’Unione Europea, ho creduto che tutti gli aspetti di cultura e di identità fossero, per così dire, da un lato, “privatizzabili”, vale a dire, risolvibili in proprio dai vari gruppi oppure, questo, sicuramente, errore più grave, superabili con l’ascesa del repubblicanesimo delle regole e dei diritti delle persone. Non soltanto alcune delle tematiche identitarie si sono dimostrate irriducibili, ma sono anche risultate non negoziabili e i loro portatori non saranno, almeno nel loro e nel nostro tempo di vita, soddisfatti da nessuno scambio: “più risorse economiche meno accento su identità”, meno che mai se riguarda le loro famiglie e i loro figli.

La prima delle due code riguarda direttamente le elaborazioni e le attuazioni della sinistra ovvero il suo lento graduale, ma apparentemente inarrestabile scivolamento verso posizioni incapaci di comprendere quanto nella vita delle persone contino gli elementi di comunità in senso lato: con chi si vive, con chi si lavora, quali nostalgie legittime si hanno per il passato, quali aspettative di cambiamento prevedibile per il futuro, ma anche quali siano le distanze sociali e le diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione. La seconda coda è data dalla constatazione che non sono emerse personalità in grado di elaborare una narrativa di ampio respiro e di profondità della globalizzazione e di svolgere il compito di leadership a livello europeo. La mancanza nelle democrazie europee e negli USA di leadership dinamiche e capaci di disegnare il futuro, innovative e empatiche, è un vero e proprio dramma contemporaneo. Non sono alla ricerca di personalità carismatiche, ma di predicatori appassionati, credibili, capaci di delineare un percorso condiviso per popoli e per persone. Consapevole che quanto ho qui scritto è poco più di un insieme di spunti schematici, suscettibili di una molteplicità di approfondimenti, mi auguro che siano degni di attenzione e mi ripropongo di rivisitarli e ampliarli.

Perchè sono pessimista sul PD (anche se…). La versione di Pasquino

Secondo il professore di Scienza Politica, il dilemma del PD non è, come ha scritto Peppino Caldarola su Formiche.net, se essere renziani o anti renziani, ma cercare di costruire una cultura politica comune, anche partendo dallo scontro di idee

 

No, il dilemma del (prossimo congresso del) PD non è, come ha scritto Peppino Caldarola, se essere renziani o anti renziani. Neppure le più spericolate acrobazie verbali riusciranno a convincere qualche milione di elettori/trici a tornare sui loro passi (chiedo scusa, sulle loro schede) per votare Renzi. Il dilemma è, invece, piegarsi alla rappresaglia di Renzi che cerca una candidatura esclusivamente per impedire una chiara contrapposizione fra idee e progetti e precostituirsi un potere di ricatto su chi vincerà oppure andare a una conta vera, dura, senza recuperi a costo di subire una scissione, da destra. Chi parla della necessità/auspicabilità di due partiti sta offrendo un assist ai renziani, ma, al tempo stesso, sta decretando un futuro di minoranza e di irrilevanza (anche di subalternità) a qualsiasi nuovo veicolo elettorale e politico. Continua a sembrarmi incomprensibile come, a più di sei mesi dalla pesante sconfitta del 4 marzo 2018, i dirigenti (e, cavolo, anche i militanti) del Partito Democratico non abbiano ancora (non lo faranno più) trovato modo di discutere delle ragioni, molte e profonde, di quella sconfitta. Dove siete finiti, voi di “Occupy PD”? Ottenuta qualche carica è finita la festa? Oppure, data la ristrettezza dello spazio rimasto ve ne siete andati o state tramando sotto traccia? Che cosa potrebbe farvi tornare o smettere di tramare? Un confronto aperto, trasparente, dall’esito non precostituito fra uomini e donne libere, spogliatesi di qualsiasi previa appartenenza correntizia, irriverenti rispetto a qualsiasi rituale: credo che questo sarebbe un buon inizio.

Ciò detto, in quello che leggo e ascolto e sento detto alla Radio e alla televisione, mi sembra che nessuno sia finora andato al cuore del problema. Già bisogna occuparsi delle diseguaglianze (era preferibile farlo dalla posizione di governo). Bisogna andare nelle periferie, che non sono solo geografiche, ma attengono a condizioni di vita di anziani, giovani, donne, magari non soltanto episodicamente tenendovi una riunione della segreteria. Bisogna trovare “facce” nuove, ma qui il disastro, deliberatamente fatto con le candidature parlamentari, non è immediatamente rimediabile. Bisogna dare una caratterizzazione limpida al partito che si stagli al disopra del sovranismo, del populismo, del dilettantismo. A nulla di tutto questo è finora neppure stata tentata una risposta piccola piccola, minima, ma originale e attraente.

Ho detto e scritto, oramai molte, ma mai troppe, volte, che il PD sconta il suo peccato originale. Quella tanto vantata contaminazione del meglio delle culture progressiste del paese non è mai avvenuta. In sostanza, c’è stata unicamente la sommatoria di ceti dirigenti che si vantano di essere eredi di quelle culture politiche, peraltro ormai spossate da anni di riflessioni mancate. Nel frattempo, non c’è stata nessuna elaborazione culturale nel Partito democratico, ma, non dobbiamo blandire gli italiani quanto, piuttosto, dire loro parole di verità, nel paese si è largamente diffusa una ripulsa nei confronti della cultura, della competenza, della scienza. Epperò, un partito non può rinunciare a suggerire comportamenti, indicare strade, formulare progetti, anche esigenti per migliorare la società che vuole rappresentare e guidare. Naturalmente, dovrà anche essere disposto, non soltanto a un ascolto ipocrita, ma a un’interlocuzione/interazione serrata con la società e le forme in cui si manifesta e si esprime. Tutto questo è difficile, anche per le carenze flagranti del ceto dirigente del PD tanto più timoroso di coloro che posseggano elementi culturali di alto livello quanto più consapevole della propria inadeguatezza e quindi della probabilità di dovere cedere il passo. Difficile, ma non impossibile se, da subito, cominciasse il confronto e anche il conflitto (il sale della democrazia) su opzioni alternative, non solo sul potere, ma soprattutto sul progetto di rilancio/rinnovamento/ricostruzione.

Pubblicato il 20 settembre 2018 su Formiche.net