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L’onda nera si prepara a invadere Bruxelles @DomaniGiornale

L’Europa non era probabilmente la priorità di nessuno o quasi degli elettori italiani nelle motivazioni di voto per i candidati sindaci di centro-destra. Male, perché le oramai lampanti difficoltà del governo Meloni e le dannose incertezze del Ministro Fitto su come spendere e come riassegnare gli ingenti fondi europei per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dovrebbero occupare il primo posto nelle preoccupazioni per il futuro prossimo (non resisto ad aggiungere per il “domani”!). In Grecia i rapporti con l’Unione europea sono costantemente oggetto di dibattito e critica con il partito Nuova Democrazia da qualche tempo considerato interprete più credibile delle esigenze di un paese che ha ripreso a crescere, mentre Tsipras sperimenta un triste declino. I Popolari spagnoli non hanno mai digerito le manovre che portarono il socialista Sanchez a diventare capo del governo e neppure la sua politica morbida con i catalani e i baschi. Il loro notevole successo nelle elezioni amministrative un po’ dovunque sul territorio nazionale, comprese alcune roccaforti del PSOE, è in larga misura il prodotto del desiderio di rivincita, di rivalsa. Poiché, però, è andato piuttosto bene anche il sicuramente anti-europeista Vox, non è azzardato sostenere che “questa” Europa non voluta e non gradita sia già entrata nelle motivazioni anche degli elettori del centro-destra spagnolo.

Oramai molti, politici, commentatori, associazioni e elettori, sono diventati consapevoli che la sfida europeisti/sovranisti/antieuropeisti è già cominciata. Sarà una sfida con implicazioni cruciali sia per il governo dell’Unione Europea sia per il ruolo dell’Europa sulla scena internazionale. Molto ringalluzzita dalla sua vittoria politica nel settembre 2022, Giorgia Meloni, presidente dei Conservatori e Riformisti Europei, ha subito capito che le sue fortune nazionali dipendono anche dai suoi rapporti europei. Per dirla in termini estremi che, se non nella sua interezza, certamente in buona misura, il Partito popolare Europeo è irrequieto nell’alleanza con socialisti, democratici, liberali e verdi che da tempo guida l’UE. Diversi esponenti popolari, non solo tedeschi, non sono inclini a scartare fin d’ora e del tutto la eventualità di un’alleanza con alcune destre nel prossimo Parlamento europeo, se ci fossero i numeri. Comunque, l’esistenza di quei numeri servirebbe a contrattare da posizioni di maggior forza.

Insomma, è già cominciata la battaglia per Bruxelles che i partiti di sinistra, socialisti, democratici, ambientalisti debbono combattere non all’insegna del “sì, ma”, ovvero del riconoscimento delle, invitabili e superabili, inadeguatezze delle politiche europee, sottolineando, invece, il molto di positivo che continua a essere fatto e che sarebbe sostanzialmente messo in pericolo dai parvenus sovranisti. Adesso.

Pubblicato il 31 maggio 2023 su Domani

Le prediche di Mattarella? Sono rivolte agli ignoranti @DomaniGiornale

Interpretare e valutare i discorsi del Presidente Mattarella come se intendessero essere e fossero un controcanto alle affermazioni e alle azioni dei governanti e degli esponenti del centro-destra è tanto riduttivo quanto sbagliato. Significa anche fare un torto al Presidente quasi che quei suoi discorsi, le parole da lui specificamente utilizzate, le sue indicazioni avessero bisogno di stimoli esterni, fossero la conseguenza di dissenso politico, se non addirittura di irritazione congiunturale. Anche se è certamente immaginabile che siano molte le occasioni in cui il Presidente della Repubblica ha provato fastidio ascoltando quello che il centro-destra, ma non solo, si fa scappare dalle viscere, magari asserendo di avere ricevuto un mandato popolare, per lo più il Presidente ha fin qui fatto leva su e riferimento a fenomeni storici importanti da commemorare e ricordare, da celebrare per trarne insegnamenti.

   Che gli italiani abbiano scarsa e selettiva memoria della storia e del loro passato è sufficientemente noto. Che la conoscenza della Costituzione non sia propriamente il forte dei suoi concittadini, comici, giornalisti, scienziati, parlamentari e ministri, è altrettanto risaputo. Consapevole del ruolo assegnatogli dalla Costituzione, il Presidente ha inteso fin dal suo primo mandato porvi rimedio nella misura del possibile. Ogniqualvolta possibile, e finora le occasioni sono state molte, presumibilmente ve ne saranno ancora, il Presidente ha declinato i suoi interventi, da un lato, come pedagogo, dall’altro, come predicatore. Dal Colle più alto sono venute e verranno lezioni in materia di Costituzione in tutta la sua profondità e ricchezza, di europeismo, acquisizioni, problemi, opportunità, di pace e di guerra. Le prediche sono incoraggiamenti a evitare egoismi e brutalità, a aiutare i più deboli, a lavorare per una convivenza civile, per la costruzione di una società giusta.

   Talvolta la pedagogia si incrocia con la predicazione. Si alimentano reciprocamente. Talvolta, inevitabilmente e felicemente, entrambe contengono critiche, anche volute e necessitate, a chi poco sa e molto sbaglia. Le attività di pedagogia e di predicazione sono tanto più efficaci quanto più il Presidente è colto, politicamente preparato, capace di rappresentare l’unità nazionale (non le autonomie differenziate). Ciascuno dei presidenti eletti dal “popolo” negli USA, in Francia, nelle repubbliche latino-americane si affretta a dichiarare che sarà il Presidente di tutti, non solo di chi l’ha eletto. Tuttavia, in quei sistemi istituzionali non è mai difficile ricordare al Presidente quale è la base politica che lo legittima e lo sostiene. Difficilissimo, invece, è che la predicazione presidenziale, quando l’eletto ne ha le capacità, non sia di parte. Mattarella non ha bisogno di dirlo.  

Pubblicato il 24 maggio 2023 su Domani

Solo un campo largo può far vincere la sinistra @DomaniGiornale

Scrutare nelle viscere di elezioni amministrative che riguardano forse un quinto dell’elettorato, in comuni molto diversi fra loro e diversamente governati, con sindaci uscenti, sindaci alla ricerca del secondo mandato, tabula rasa con new entries, è un esercizio difficile per osservatori raffinati. Tuttavia, è cosa buona e giusta esercitarvisi poiché i voti rivelano sempre qualcosa di interessante. La prima osservazione è che a livello nazionale non ha fatto la sua comparsa nessuna tematica nuova di tale importanza da influenzare gli esiti locali. In secondo luogo, nessuno dei contendenti ha saputo suggerire qualche novità/innovazione. Al contrario, molto si è giocato sulla continuità/continuazione e l’effetto inerzia abitualmente va a favore di chi governa senza dare grattacapi alla cittadinanza Infine, non si sono visti errori clamorosi. In buona sostanza, dunque, nel voto al primo turno la differenza l’hanno fatta le candidature e le alleanze. Ai ballottaggi, in particolare laddove i distacchi sono contenuti, oltre alle candidature, decisive saranno le alleanze.

   Baloccarsi con la democrazia compiuta che per molti significa non soltanto la possibilità, ma la realtà dell’alternanza pensando che sia prodotta o quantomeno facilitata dalla legge elettorale è semplicistico benché non essenzialmente sbagliato. A far vincere il centro-destra, ieri (e forse anche domani) a livello nazionale è stata la capacità di costruire, mettendo a tacere i riluttanti, una coalizione. Sbeffeggiare Enrico Letta che voleva, con una modica dose di velleitarismo, un “campo largo”, è certamente un errore sgradevole. Se coloro che ritengono inadeguato in termini di politiche e nocivo in termini di valori il governo di centro-destra, non sanno/non vogliono offrire una coalizione alternativa, ma preferiscono geometrie variabili opportunistiche, sarà il caso che mettano in conto molte sconfitte future.

   Poiché i numeri contano, nel centro-sinistra talvolta possono essere (quasi) determinanti i dirigenti del sedicente Terzo Polo. Però, peso maggiore e conseguentemente responsabilità maggiore la porta Giuseppe Conte. A livello locale, il Movimento 5 Stelle, ancorché non marginale, spesso non ha abbastanza radicamento. Ai ballottaggi i suoi elettori andranno in ordine sparso, per lo più votando il candidato di “area”, spesso PD, altrimenti rifluendo nell’astensione. A livello nazionale quel 15 per cento potrebbe essere, probabilmente sarà (scommetto sul futuro) decisivo. Ne sapremo molto di più quando disporremo dei dati delle elezioni per il Parlamento europeo. Prima di allora, qualche elemento utile verrà dai ballottaggi poiché saranno gli elettori stessi a mostrare le loro preferenze, seguendo oppure no le eventuali indicazioni di Conte (temo che impersonerà Ponzio Pilato, come lui sbagliando). Ottimisticamente, Il proverbio dice “sbagliando s’impara”.

Pubblicato il 17 maggio 2023 su Domani

Territori e Europa, alla sinistra serve visione @DomaniGiornale

Le opposizioni del centro, trattino, sinistra non sembrano avere ancora capito che le probabilità che il governo Meloni 1 duri tutta la legislatura sono molto elevate. Certo, il governo non cadrà per qualche voto parlamentare più o meno casualmente perduto. Questo non significa che le vittorie parlamentari delle opposizioni siano irrilevanti se obbligano il governo a confrontarsi con le loro idee, le loro preferenze, le loro proposte. All’università ho regolarmente insegnato che la qualità del governo dipende, spesso, anche dalla qualità dell’opposizione. Purtroppo, in questi sei mesi di governo Meloni, le opposizioni hanno preferito combattersi fra di loro, da un lato, con l’obiettivo di strapparsi qualche voto, dall’altro, di dimostrare di essere più intelligenti e più progressisti dei competitors, definiti come quelli che agiscono nello stretto asfittico recinto dei votanti del 25 settembre 2022. Vale a dire che non si sono neanche posti il compito prioritario di cercare, trovare, motivare almeno parte degli astensionisti, circa il 40 per cento dell’elettorato. Per riuscirvi non sarà mai sufficiente gonfiare e esibire pubblicitariamente i propri ego e neppure vantare qualche piccola particolaristica vittoria parlamentare. Come asseriscono alcuni politici senza grande fantasia, sarà indispensabile avere lo sguardo lungo, dal canto mio direi una visione. Per ciascuna battaglia parlamentare importante: lavoro, scuola, diritti, immigrazione, Europa, invece di rincorrersi e scavalcarsi più o meno furbescamente, le opposizioni dovrebbero procedere ad un coordinamento di emendamenti, di mozioni, di voto. Ciascuna, poi, con i suoi parlamentari e dirigenti spiegherà agli elettori le sue motivazioni contrapponendole non a quelle delle altre opposizioni, ma a quelle dei governanti approfondendone le differenze di opinione (che sappiamo essere molte e di non poco conto). Una buona opposizione parlamentare è consapevole che deve andare sul territorio e rimanervi operativa per interloquire il più frequentemente e il più visibilmente possibile con le associazioni economiche e culturali attive nei diversi territori e con le istituzioni locali. Spesso, è proprio a livello locale che è più facile, anche grazie a rapporti personali e a migliore conoscenza dell’ambiente, maturare condivisioni e giungere a proposte comuni. Dal basso può effettivamente venire la spinta, non all’impossibile e neppure utile unità, ma alla convergenza politica e culturale. Per vincere e poi governare senza tensioni interne, le opposizioni debbono mirare a formulare una cultura politica ampiamente condivisa che, inevitabilmente, va costruita intorno al rapporto imprescindibile fra Italia e Unione Europea. In cinque anni ben spesi è possibile fare molta strada in questa direzione, cambiando profondamente in meglio la politica della “nazione” e tornando al governo.

Pubblicato il 3 maggio 2023 su Domani

La vera lettera di Giorgia Meloni ai veri patrioti @DomaniGiornale

Care italiane e italiani (anche al contrario),

perché vi preoccupate tanto dei miei personali conti con la Storia? Non è mai stata la mia materia preferita. Ho sempre preferito la politica, ma mai trovato il tempo di studiare la Scienza della politica (chi sa poi se di vera scienza si tratta). Comunque, non mi importa tanto la scienza da tavolino. Sono una praticante e gli elettori hanno dimostrato con il loro voto che valutano la mia pratica superiore a quella di tutti gli altri capipartito, compreso quel saccentone di Letta. Il confronto con la Schlein, vedremo. Del 25 aprile avrei fatto volentieri a meno. Non fraintendetemi, però. A grande richiesta ho dovuto mandare una lettera al Corriere della Sera. No, niente abiure. Tecnicamente, fascista non sono mai stata, ma certo l’ambiente in cui sono cresciuta, anche bene, antifascista proprio non potrei definirlo e, comunque, non mi conviene parlarne male. Sono tanti i voti che vengono e verranno (dove vanno altrimenti?) da lì. Davvero volete farmi il test della conoscenza e della valutazione della Resistenza e dell’importanza politica e civile del 25 aprile? Se volete saperne di più, ascoltate e leggete il bellissimo discorso del Presidente Mattarella a Cuneo. Ma, non sono mica in competizione con il Presidente il quale poi saprebbe conquistarseli i voti? Aspettate la mia riforma semi-presidenziale e li vedremo quelli della sinistra a scegliere e fare “correre” il loro candidato. Vero: il vecchio democristiano Mattarella sa come spiegare la storia, connettere i fatti, collegare le date. Superiore. La mia ars politica è differente. So come impastocchiare, saltare di paolo in frasca, mischiare qualche brandello di verità storica con qualche illazione nient’affatto gratuita, anzi redditizia. Anch’io so che devo guardare fuori dai sacri confini della patria. A Bruxelles c’è sempre qualche tecnocrate senza patria che cerca di cogliermi in fallo. Non ho mai scritto antifascismo? Ma ho scritto belle parole sui valori democratici, sulla Costituzione repubblicana (che ha concesso al MSI di fare politica, ma questo non l’ho scritto), sulla democrazia liberale (con i fischi nelle orecchie di Orbán &Co e la loro democrazia illiberale). Non mi costa niente. La linea la do io. Ė persino meglio quando qualche vecchio “amico” (non posso scrivere né camerata né compagno d’armi) si sbizzarrisce, ovvero dice quel che pensa con le viscere perché (quasi) subito lo metto in riga e vengo addirittura elogiata. Adesso, consegnato il compitino, mi metto al lavoro per voi italiani, non tutti, ma non chiedete a me di parlarvi di interpretazione, rispetto e allargamento dei diritti (donne, Lgbt, immigrati). Lasciatemi lavorare. Sono una donna (quasi) sola al comando che sa dove vuole andare e come vuole arrivarci. Oggi a Roma domani a Bruxelles. Appuntamento alle elezioni del Parlamento europeo.

Pubblicato il 25 aprile 2023 su Domani

Predicare dal Colle più alto è cosa buona e giusta @DomaniGiornale

Non è una novità che dal Colle più alto possano venire le prediche. Il Presidente Luigi Einaudi ritenne, sommessamente gli direi sbagliando, che fossero prediche inutili. Altri presidenti non ebbero fra i loro meriti (e demeriti) il volere e sapere predicare. Non abbiamo apprezzato abbastanza le esternazioni di Cossiga, non sempre assimilabili a prediche. Meglio, con i loro stili personali, caratteriali, più o meno politici, i predicatori Pertini, Ciampi e Napolitano il quale più dei suoi predecessori aveva il gusto della predica anche perché convinto che il suo “verbo” fosse più conforme alla storia, alla Costituzione e alla politica di cui questo paese (chiedo scusa: nazione) ha bisogno. Da tempo, anche il Presidente Mattarella ha scelto la strada della predicazione per molti temibile anche perché li invita a pentirsi. Lo fa con parole chiare, raramente diplomatizzate, con riferimenti precisi non affidati all’opera di decodifica dei “quirinalisti/e”, con rimandi sempre opportuni alla Costituzione e in un’efficacissima prospettiva europea. L’ambiguità della figura della Presidenza della Repubblica, rilevata per tempo da pochissimi giuristi, consente un’espansione della sfera di influenza presidenziale. Chi poco sa parla a sproposito di “presidenzializzazione”, mentre si tratta piuttosto della flessibilità di cui godono le democrazie parlamentari dotate di un buona Costituzione. Flessibilità che non si trova affatto nelle Repubbliche presidenziali e che per suo prestigio personale Macron rischia di dimostrare che non abita neppure a Parigi, in un semipresidenzialismo riformato non proprio come avrebbe gradito il suo fautore, il Gen. de Gaulle. La Costituzione italiana non solo consente a Mattarella di appoggiare le sue prediche su quanto vi sta scritto. Lo sostiene e lo incoraggia. E il Presidente ne trae alimento. Predicare il ruolo guida del Presidente del Consiglio non significa acconsentire silenziosamente alla pratica deleteria della decretazione d’urgenza abbinata alla imposizione del voto di fiducia che non solo schiaccia il Parlamento, ma rende irrilevante l’opposizione. E non sappiamo quante critiche il Presidente ha avanzato in via informale. Nel contesto in cui viviamo da qualche anno il meglio delle prediche presidenziali ha riguardato le due tematiche più importanti: la guerra e l’Europa. A riprova della cultura, della esperienza vissuta, della preveggenza dei Costituenti, l’art 11 le contiene entrambe. C’è il fermo, esplicito ripudio della guerra di aggressione e c’è l’indicazione della disponibilità a condividere la sovranità a fini di pace e di prosperità. Di recente, se lo sono sentiti dire i polacchi, ma nelle orecchie di Orbán più di un fischio è arrivato. Quella predica vale anche per il 25 aprile degli italiani.

Pubblicato il 19 aprile 2023 su Domani

Totalitarismo e autoritarismo: due situazioni e la loro mala fine @DomaniGiornale

Ingigantire e rendere più spaventoso l’oggetto della propria decennale, in sostanza unica, ricerca può servire a ingigantire l’importanza di quella ricerca e del relativo studioso? Facendo amplissimo sfoggio dell’aggettivo totalitario, spesso a sproposito, e del sostantivo totalitarismo, senza mai definire il concetto e spiegarne significato e implicazioni, Emilio Gentile ovviamente crede di sì. Imperterrito procede attraverso un bilancio troppo selettivo di cent’anni di totalitarismo ((Totalitarismo 100. Ritorno alla storia, Roma, Salerno Editrice, 2023), fondamentalmente riferito al solo fascismo italiano. Parafrasando Giovanni Sartori, sostengo che “chi conosce un solo fascismo non conosce neppure quel fascismo” ossia senza un intelligente, deliberato ricorso alla comparazione non c’è modo di sapere quello che è normale e quello che è eccezionale. Sono, peraltro, pochi gli storici che praticano la comparazione e mettono a confronto natura, caratteristiche, evoluzione e trasformazione dei regimi politici. Senza nessuna ambizione di originalità, ma nell’intento di mettere a disposizione di chi legge quanto la scienza politica ha prodotto da tempo in materia, riporto qui di seguito le due più importanti definizioni di totalitarismo e autoritarismo.

Un regime totalitario si caratterizza per la presenza di tutti, o quasi, gli elementi che seguono, delineati da un grande Professore di Government a Harvard, Carl J. Friedrich e dal suo giovane allievo Zbigniew Brzezinski, Totalitarian Dictatorship and Democracy (Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1956):

  1. Una ideologia totalizzante
  2. Un partito unico
  3. Una polizia segreta notevolmente sviluppata
  4. il monopolio statale dei mezzi di comunicazione
  5. il controllo centralizzato i tutte le organizzazioni politiche, sociali, culturali fino alla creazione di un sistema di pianificazione economica
  6. la subordinazione delle forze armate al potere politico

Naturalmente, può succedere che nel corso del tempo qualche elemento venga meno e si ponga il problema della persistenza o no del totalitarismo. Tuttavia, in assenza di alcuni di questi elementi nessun regime può essere considerato totalitario.

Per definire un regime autoritario (tradizionale o classico, quelli nati in Europa e in America latina nello scorso secolo), ritengo tuttora utile ricorrere a quanto scritto nel 1964 dal grande sociologo e politologo Juan Linz (1926-2013) con riferimento al franchismo (1939-1975). Mi pare più che opportuno citare la definizione per esteso, anche come esempio di accurata configurazione degli elementi costitutivi dei regimi autoritari. Più precisamente questi regimi sono (cito dall’articolo Autoritarismo nella Enciclopedia delle Scienze Sociali, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1991, p. 444, tutti i corsivi sono miei):

“sistemi a pluralismo politico limitato, la cui classe politica non rende conto del proprio operato, che non sono basati su una ideologia guida articolata, ma sono caratterizzati da mentalità specifiche, dove non esiste una mobilitazione capillare e su vasta scala, salvo in alcuni momenti del loro sviluppo, e in cui un leader, o a volte un piccolo gruppo, esercita il potere entro limiti mal definiti sul piano formale, ma in effetti piuttosto prevedibili”.

Né l’una né l’altra definizione sono prese in considerazione da Gentile il quale opera senza sentire nessuna necessità di esplorazione e approfondimento concettuale né di differenziazione. Soltanto nelle pagine conclusive del suo libro, Gentile riporta due definizioni di fascismo come regime totalitario formulate rispettivamente dal giovane marxista Lelio Basso e dall’oppositore cattolico don Luigi Sturzo. Per il primo, gli elementi essenziali della realtà (dunque, non del ”regime”) fascista“ non ricomprendevano “un’ideologia e una concezione dello Stato che non fosse un mero riflesso della sua politica concreta, che mirava esclusivamente a conservare il potere conquistato, trasformandolo in un monopolio del governo, dello Stato e della politica, con il sostegno di una propria forza armata di partito, e con l’imposizione dei propri miti come un credo religioso, che divinizzava la nazione, identificandola col fascismo stesso, e considerando tutti gli avversari del fascismo, in quanto tali, nemici della nazione, che dovevano essere combattuti e annientati con qualsiasi mezzo” (p. 172, tutti i corsivi sono miei).

   Per Sturzo, sostiene Gentile, “il totalitarismo era intrinseco alla natura del fascismo e ne condizionava tutta l’azione, spingendolo ‘ad assorbire tutte le forze nazionali: l’esercito, al quale ha messo a lato la milizia nazionale, che è milizia di partito; e la economia, organizzata nella forma corporativa di partito, per assoggettarla al paternalismo di Stato” (pp. 187-188) (corsivi miei). Infine, Sturzo sottolineava il centralismo statale del fascismo, nuovo “Leviatano che assorbisce ogni altra forza e che diviene l’espressione di un incombente panteismo politico” (p. 188). Troppo facile sottolineare la non sistematicità delle definizioni proposte da Basso e da Sturzo che, pure, entrambe contengono elementi utili, ma a mio parere, non convincenti e meno precisi di quanto scritto da Linz.

Raramente abbiamo modo di provare la validità di una definizione, l’appropriatezza di un concetto mettendoli alla prova dei fatti. Con totalitarismo e con autoritarismo è possibile tentare la prova guardando sia alla dinamica dei due tipi di regimi sia alla loro fine. La chiave interpretativa è l’esistenza/sopravvivenza di associazioni, gruppi. Nei regimi totalitari un solo attore domina le istituzioni e controlla tutti i gruppi decidendo della loro vita e della loro morte, dei loro spazi di autonomia e della loro operatività. Quando il regime totalitario crolla, non c’è nulla in grado di prendere il posto del partito unico e delle associazioni permesse e/o sponsorizzate. Il titolo del bel film di Roberto Rossellini, “Germania Anno Zero”, coglie in maniera molto più che suggestiva il deserto lasciato dal crollo del nazionalsocialismo. Nel vuoto socio-economico e politico aperto dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica e dalla scomparsa del Partito Comunista non poteva comparire nessuna “società civile”. Vi si sono trovati a scorrazzare gli oligarchi.

La situazione alla fine ingloriosa degli autoritarismi classici: Italia, Portogallo, Spagna, è risultata molto diversa da quella dei totalitarismi. Proprio perché il fascismo, come il salazarismo e il franchismo, non aveva avuto abbastanza forza per acquisire il controllo totale su alcune potenti strutture: la Chiesa cattolica, le Forze Armate, la burocrazia, nel caso italiano, la Monarchia, e persino gli industriali (in Portogallo le 400 famiglie organizzate che detenevano il potere economico), il crollo del regime aprì, grazie al pluralismo, la transizione alla democrazia. Però. Però questa modalità di transizione comportò in Italia più che altrove (ma è un fenomeno ancora largamente e dolorosamente da esplorare) la mancata epurazione, tranne relativamente poche eccezioni, dei dirigenti e della grandissima maggioranza dei sostenitori importanti del regime.

   Certo, anche alcuni esponenti di non altissimo rilievo dei regimi totalitari rimangono o tornano a galla, ma il numero dei revenants di notevole prominenza nei regimi autoritari è incomparabilmente più elevato. Sono le stesse organizzazioni che hanno iniziato la transizione a non volere e non sapere defascistizzare. Nella nuova fase di competizione i numeri contano, le esperienze associative e lavorative servono, le competenze possono essere cruciali. Come si fa a imporre l’epurazione del compagno di stanza, del collega di lungo corso, dell’amico ai tempi del liceo, del coinquilino che, pur avendo sostenuto il fascismo, si sono macchiati di crimini minori, ma giurano d essersi pentiti e si dichiarano pronti alla nuova vita dando il loro apporto all’organizzazione? Nel deserto successivo al totalitarismo, l’espulsione è inevitabile. Nel post-autoritarismo vince l’amnesia, più o meno selettiva (Géraldine Schwartz, I senza memoria. Storia di una famiglia europea, Torino, Einaudi, 2019), con la quale bisogna continuamente fare i conti.

Pubblicato il 8 aprile 2023 su Domani

Meloni non riesce più a nascondere i suoi errori @DomaniGiornale

L’idea iniziale di Giorgia Meloni (non so quanto condivisa dagli alleati Lega e Forza Italia) era buona, e promettente. Procedere alla legittimazione/accettazione internazionale del governo e del Primo ministro italiano serviva/seve a garantire una navigazione non troppo turbolenta. Era anche funzionale a evitare qualsiasi “ritorsione” dell’Unione Europea e ostilità degli Stati Uniti. Meloni ha efficacemente scelto e accentuato la sua posizione apertamente atlantista. Grazie a numerosi viaggi e incontri con i rappresentanti degli Stati membri dell’UE ha smussato il suo sovranismo viscerale muovendosi in una direzione che le consente di non essere più o meno informalmente tenuta lontana dai salotti buoni, dalle stanze dei bottoni europei. Sulla sostanza, però, né Meloni né la Commissione Europea possono nascondere le loro preferenze e le loro differenze.

   Purtroppo, per il governo italiano che, forse, se ne accorge troppo tardi, buona parte delle decisioni che contano, dall’immigrazione all’ambiente e al PNRR, si prendono in maniera formale e informale proprio a Bruxelles. Inoltre, sembra proprio che anche a Bruxelles leggano i quotidiani italiani, ricevano le notizie su quel che accade nello stivale, su quello che dicono i ministri e i dirigenti dei partiti della coalizione di centro-destra. Frasi avventate, annunci battaglieri senza seguito, politiche, come quelle sui diritti, contrarie alle posizioni già assunte in sede europea rafforzano quelli che talvolta sono anche pregiudizi che più o meno tutti i governi italiani hanno dovuto (non scrivo dovranno, ma …) subire e segnalano l’esistenza di sospetti non del tutto mal posti. Affermare che di alcuni ritardi negli adempimenti richiesti entro il 2023 è responsabile il governo Draghi non sembra convincente poiché Giorgia Meloni era più che consapevole di conquistare il governo molti mesi prima della vittoria elettorale. Più in generale nella maggioranza degli Stati europei le pratiche di scaricabarile non godono di popolarità.

   Se la strategia di spostare l’attenzione degli italiani sulla scena europea per nascondere quel che non va nelle politiche nazionali non funziona, allora ecco che proprio quelle politiche segnalano la loro debolezza di concezione e attuazione che smentiscono il bilancio ottimistico fatto dalla Presidente del Consiglio e condiviso dai due partner privi di fantasia e incapaci di progettazione. Quel che si è visto da ottobre a oggi è la frequente produzione di provvedimenti e decreti inadeguati, più o meno rapidamente corretti e cambiati e di linee dure tanto controverse quanto inapplicabili. Nessun vanto potrà trarre Giorgia Meloni dalla sua pratica di correggere più o meno profondamente gli errori già fatti (sugli errori prevedibili alzo un velo di riservatezza). Non le riuscirà di nasconderli con richiami identitari di destra. Sarebbe anche peggio.

Pubblicato il 30 marzo 2023 su Domani

Le battaglie per i diritti si combattono sempre @DomaniGiornale

Per definizione, ma anche con un occhio educato alla storia), qualsiasi battaglia per i diritti delle persone: bambini, anziani, donne, generi diversi discende da una concezione liberale. Quel liberalismo ha talvolta fatto fatica ad affermarsi nei partiti di sinistra che hanno spesso anteposto ai diritti “civili” batterie di diritti sociali. Lo hanno fatto perché convinti che nel loro seguito, diciamo con una tremenda semplificazione, la classe operaia, che i diritti sociali dovessero essere perseguiti prima e più dei diritti civili, fosse una posizione prevalente. Negare in partenza che non era così è probabilmente sbagliato. Certamente, non è facile argomentare, a fronte di un diffuso e persistente disagio economico, che è giusto e opportuno non dimenticare e non svalutare l’importanza dei diritti delle persone. Questa argomentazione diventa più facile e meglio praticabile laddove la destra sia, da sempre, costitutivamente, assai poco propensa ad ampliare gli spazi di libertà e mostri con frequenza e costanza il suo volto più arcigno, omofobo, punitivo.

   Troppi esponenti della destra, con toni anche religiosi, non solo difendono posizioni bigotte e reazionarie, è un loro diritto, ma pretendono di imporle agli altri, a tutti. Il pluralismo non è mai stato il forte delle destre. Il riconoscimento delle diversità, neppure. L’accettazione di una pluralità di stili di vita, di sessualità e di congedo dalla vita, nessuno dei quali contrasti e metta a rischio quel che ciascuno di noi ritiene preferibile, non è nelle corde della maggioranza delle donne e degli uomini che si collocano a destra nel nostro paese.

   Più di altri nella sinistra, la neo-segretaria del Partito Democratico Elly Schlein sembra decisa ad affrontare la sfida con la destra al governo anche sul piano dei diritti delle persone. È una buona notizia. Però, qualcuno a sinistra nonché i soliti saccenti commentatori che pretendono dare la linea ad un partito che, comunque, non apprezzano e non votano, ritengono la scelta di Schlein erronea e controproducente, secondo loro, lodata soltanto dai borghesi delle Ztl (mio luogo di residenza). Siamo alle solite argomentazioni. Si tratta di diritti che riguardano minoranze (ma quelli sono proprio i diritti che i democratici debbono proteggere e promuovere). Antagonizzano i cattolici (sulla entità delle cui “divisioni” belliche e della non disponibilità nutro seri dubbi). Non serviranno a recuperare voti popolari, anzi ne faranno perdere. A mio avviso, le battaglie di civiltà si combattono ogni volta che c’è l’occasione. Dunque, adesso.

Pubblicato il 22 marzo 2023 su Domani

Come cambiare davvero l’organizzazione del Pd per renderlo democratico @DomaniGiornale

La nuova segretaria del Partito Democratico deve ricostruire un’organizzazione, non solo una comunità, come dicono in politichese, ma una struttura presente e attiva sul territorio. Il lavoro è tutto da fare, molto meno sexy del declamare a voce alta e magari indignata i diritti civili e sociali sui quali il governo è debole, ma almeno altrettanto importante. Infatti, è grazie ad un’organizzazione ben funzionante che quei diritti saranno comunicati ai simpatizzanti e ai potenziali elettori, saranno spiegati in maniera da coinvolgerli e fare nascere e crescere in loco la convinzione che un governo a guida PD renderebbe il paese più solidale, più vitale, migliore. Naturalmente, in questo compito, a mio parere decisivo, dovrebbero avere un ruolo centrale gli iscritti che molti resoconti, non so su quali basi, riferiscono essere, se non proprio umiliati, delusi e scoraggiati poiché la loro preferenza per il segretario è risultata (s)travolta dagli elettori/elettrici primarie/e.

  Come si ricostruirà un partito intorno alle due proposte che, molto schematicamente, sono emerse nelle poche esternazioni in materia di Schlein e Bonaccini? Davvero la nuova segretaria crede che sarà sufficiente l’afflusso di poche decine di migliaia di iscritti (quanto davvero nuovi e non rientri sarà poi utile sapere) e l’apertura ai movimenti, alla famosa società civile, a rinnovare/ristrutturare il partito? Davvero il neo-presidente del partito è convinto che la spina dorsale del PD debbano essere gli amministratori locali, tutti wonderwomen e supermen che oltre all’intensa e assorbente attività amministrativa avranno tempo e voglia da dedicare alle riunioni e all’attività di partito con il rischio di politicizzare la loro carica di governo locale?

Schlein non ha in nessun modo chiarito quale può essere l’offerta alle associazioni e ai gruppi esterni che li convinca ad avvicinarsi al PD. Forse due “sardine” in Direzione sono un primo segnale, ma inevitabilmente già concluso. Mi parrebbe molto opportuno tentare, in una pluralità flessibile di forme, l’instaurazione di un rapporto con i lavoratori organizzati, non tipo cinghia di trasmissione che rischierebbe di essere il sindacato CGIL che detta con il PD che si adopera per l’attuazione. Precari e pensionandi, che sono gran parte di quel mondo, attendono risposte che tengano insieme credibilmente quanto troppi spacchettano ovvero proprio come non solo difendere il lavoro, ma produrne le opportunità, di volta in volta, riconoscendo nei fatti la centralità come elemento di sussistenza e di dignità. Non è un frase fatta, ma un impegno da prendere e da articolare.

Auspicabilmente, un Partito Democratico dovrebbe porre in alto sulla sua agenda il tema della partecipazione politica, come apprendimento, come modalità di rapportarsi agli altri, come attività che può dare soddisfazione nel perseguimento di obiettivi personali e di solidarietà. Al diversificato “popolo” (sic, non “partito”) degli astensionisti va mandato non solo l’invito alla partecipazione in quanto dovere politico e al voto in quanto dovere costituzionale (art. 48), ma anche il messaggio che chi partecipa contribuisce a fare sì che le sue preferenze e i suoi interessi siano presi in seria considerazione. Tutto questo potrà essere fatto partendo dal basso, non sta a me valutare quanto gli esistenti circoli siano in grado di rilanciarsi, dai livelli locali favorendo l’emergere di una nuova classe dirigente e di una cultura politica che richiede studio e apprendimento. L’ora è già scoccata.

Pubblicato il 15 marzo 2023 su Domani