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L’inutile fuga dal PD dei riformisti scissionisti @DomaniGiornale


Immagino che una buona parte, sicuramente maggioritaria, di coloro che hanno votato Elly Schlein stiano assistendo con amarezza e irritazione (che condivido) all’abbandono del partito ad opera di alcuni dirigenti dem e dei loro seguaci. Il precedente di coloro che perdono e se ne scappano con il pallone dopo avere giocato, non del tutto meritatamente, in ruoli di rilievo, esiste, ma visibilmente non ha dato vita a nulla che assomigli ad una prospettiva riformista. Ho molto apprezzato il discorso di concessione della vittoria effettuato a caldo la sera stessa da Stefano Bonaccini. Apprezzo molto meno le indiscrezioni che lo danno in attesa di un ruolo di rilievo nel partito. Non sarebbe preferibile che continuasse a dedicare le sue energie al buongoverno di quella regione importante che è l’Emilia-Romagna e che, evitando di cumulare cariche, si accordasse su un nome di suo gradimento per il ruolo operativo che la segretaria intendesse affidare alla sua (di Bonaccini) area? Se, poi, i democratici in (cattivo) odor di abbandono alzassero gli occhi si renderebbero conto che i commentatori di ogni ordine e grado che stanno prematuramente plaudendo all’espressione del loro disagio e dissenso non lo fanno perché desiderano la nascita di un “vero” partito riformista e liberale (qualcuno potrebbe anche, per carità, spiegarmi che cos’è un “falso” partito riformista?), ma perché semplicemente mirano a indebolire il PD e la sinistra in Italia.
Né ieri né l’altro ieri, potrei anche scrivere mai, le scissioni hanno portato a qualcosa di buono, non per chi lascia e neppure per chi resta. Qualche briciola elettorale non cambierà in meglio le sorti del sedicente terzo polo a meno di profonde e imperscrutabili innovazioni politiche e culturali. Quello che risulta ancora più preoccupante è che gli esodanti non possono, al momento, riferirsi a nulla di particolarmente concreto, spiazzante e sgradito già fatto da una segretaria che deve essere incoronata domenica prossima. Dunque, non sono le sue azioni e neppure le sue proposte, grazie alle quali ha vinto la carica, a spingere alla fuoruscita, non sono atteggiamenti sprezzanti, ma il suo essere quello che è: una donna di sinistra che vuole rivitalizzare un partito ripiegato su se stesso aprendolo alle donne, ai giovani e ai precari, intesi in senso molto lato come coloro che non vedono opportunità. Invece, alcuni dei fuoriuscenti, che, certo, non definirò eccellenti, hanno molto goduto di opportunità concesse loro proprio dal Partito Democratico. Peccato che non abbiano più fiducia nelle loro capacità di argomentazione e di formulazione di linee alternative. Peccato che non sappiano che un po’ dappertutto nei partiti, più spesso in quelli di sinistra il cui seguito è alquanto eterogeneo, si aggregano opposizioni alla linea ufficiale senza dannosi deflussi. Peccato, infine, che troppe delle loro lamentele ricalchino le critiche a Elly Schlein che sono subito venute dal centro-destra, salotti televisivi, editorialisti, politici “affermati” e in carriera.
Non so quanto Schlein sarà in grado di mantenere quello che ha promesso, ma sono convinto che il tentativo di cambiare il Partito Democratico debba essere esperito, magari con le opportune correzioni che gli oppositori interni siano in grado di argomentare e suggerire. Da ultimo, indebolire il PD significa aprire altri spazi al governo di centro-destra e ridimensionare le possibilità di rappresentanza politica, di interessi e di preferenze, proprio di quella parte di italiani che ne hanno maggiormente bisogno. Un capolavoro di riformismo.
pubblicato 8 marzo 2023 su Domani
Credere, disobbedire, combattere @DomaniGiornale


Credere, disobbedire, combattere. Credere nelle proprie idee, il che significa, anzitutto, averne anche perché maturate in esperienze diverse, compreso un mandato al Parlamento europeo, è uno dei meriti di Elly Schlein. Da subito dovrà dimostrare che ha le idee necessarie a rinvigorire il Partito Democratico, compito primario (sì, gioco con le parole) della segretaria del partito. Sarà utile e importante aprire ai giovani e alle donne, ma nient’affatto sufficiente. Ci vorranno esperienze e competenze, magari anche un po’ di studio su come si (ri)organizzano i partiti. Come Mitterrand giunse a dare vita al Parti Socialiste nel 1971 dovrebbe essere un punto di riferimento e di partenza. Le idee sulle politiche da attuare già ci sono, necessariamente schematiche, ma debbono circolare a fondo negli alquanto correntizi gruppi parlamentari e nel corpo del partito. La circolazione delle idee può essere tale da dare inizio a una cultura politica progressista di cui il PD ha assoluto bisogno. Per fortuna, le elezioni prossime più importanti saranno nel maggio 2024, quelle per il Parlamento europeo che consentiranno al PD di approfondire e articolare il suo europeismo.
Disobbedire dovrebbe essere, per chi non pone in testa alle sue priorità il fare carriera, piuttosto facile. Proprio perché è stata disobbediente, Elly Schlein dovrebbe apprezzare chi dissente da lei e saperne valorizzare, che non significa accettarle ipocritamente, le critiche tutte le volte che ci sono le motivazioni. Le molte sfumature del confronto politico costituiscono, loro sì, quando non cristallizzate in arcigne e vetuste correnti organizzate, una ricchezza. Ma, mi esercito nel politichese, la sintesi la fa la segretaria che se ne assume la responsabilità, onere e onori. Naturalmente, nessuna sintesi è definitiva poiché va sempre messa all’opera e “rottamata” quando si rivela inadeguata.
Combattere è quello che Elly Schlein ha finora dimostrato di sapere fare con determinazione e concretezza. Purtroppo, non molti nel PD hanno saputo combattere senza abbandonare il campo. Nessuno degli scissionisti sembra avere imparato la dura lezione della storia. Chi se ne va indebolisce il partito che lascia, ma vive una vita grama e rancorosa. Lo scrivo sia per i renziani e soprattutto il loro capo, sia, in misura minore, per Articolo 1 (che non può pretendere di dettare le condizioni per il suo ritorno: hic Elly hic salta). Alcune battaglie sono improrogabili e combinano i diritti sociali e quelli civili: reddito di cittadinanza e ius culturae, legge Zan e immigrazione. Non sono battaglie di testimonianza, ma di sostanza. Rendere l’Italia un paese più civile significa anche creare le condizioni di uno sviluppo che riduca le diseguaglianze che pesano. Su tutto questo lo scontro con la Presidente del Consiglio sarà tanto inevitabile quanto fruttuoso. In democrazia succede.
Pubblicato il 1° marzo 2023 su Domani
Le inafferrabili condizioni per la fine del conflitto @DomaniGiornale


Ascolto e leggo con perplessità e grande preoccupazione tutto quello che viene detto e scritto in maniera non prevenuta e faziosa su come può/deve finire l’aggressione russa all’Ucraina. Nessuno, neppure Xi Jinping, sembra avere abbastanza potere per influenzare le decisioni di Putin, ma, forse, non abbiamo conoscenze sufficienti per sapere e capire che cosa pensa e dice il suo entourage, chi la pensa come lui chi ha dubbi e preferenze diverse. Anche se è certamente più facile analizzare le informazioni disponibili su quel che pensano e vorrebbero gli Europei e gli USA, ho l’impressione che in molti non sia ancora stata raggiunta la consapevolezza che in Ucraina, sull’Ucraina si sta “giocando” non solo la più che legittima, inviolabile sovranità di una democrazia, ma il futuro dell’ordine mondiale internazionale.
Sicuramente, all’inizio Putin voleva dare una lezione sulla potenza di fuoco della Russia, sul suo status e per il riconoscimento di un ruolo di assoluto rilievo. Oggi, proprio in seguito alle difficoltà incontrate, si è accorto che una sua eventuale vittoria, i cui criteri sono difficili da definire, potrebbe produrre frutti molto più copiosi. Non si tratta solo di ampliare il Lebensraum russo, esito temutissimo da tutti i paesi confinanti, ma di scardinare l’Unione Europea e, mostrando che gli USA non saprebbero come difenderla, rendere più largo l’Atlantico. A quel punto, indirettamente, Putin darebbe ancor più sostegno (im)morale alle mire cinesi su Taiwan.
La consapevolezza che, in effetti, gli scopi della guerra di Putin sono diventati più ambiziosi e devastanti sta lentamente diffondendosi nelle elite politiche e militari occidentali, appena ritardata dalle loro preferenze contrarie: vorrebbero che non fosse così. La partenza di qualsiasi negoziato è pertanto diventata ancora più improponibile poiché nessuno all’Ovest può accettare un nuovo ordine mondiale che certificherebbe una sconfitta, ideale prima che militare, e che ne esporrebbe tutta la vulnerabilità a qualsiasi richiesta futura della Russia di Putin. In assenza di canali negoziali, non resta che la via di una esposizione trasparente di quanto l’Occidente è, da un lato, impossibilitato a cedere, ovvero, la vita e la terra degli ucraini, e dall’altro, può garantire a Putin, non scrivo russi poiché delle loro preferenze non ho informazioni. Interpreto benevolmente, forse fin troppo, la richiesta personalistica di Macron di salvare la faccia dell’autocrate del Cremlino, purché quella faccia si mostri disponibile ad una tregua negoziale il prima possibile, nell’anniversario dell’inizio dell’operazione speciale militare. Ho già scritto, senza particolare originalità, che chi perde la guerra deve andarsene, ma, nella limitata misura del possibile, saranno i russi a decidere, meglio dopo una cessazione negoziata e definitiva del conflitto.
Pubblicato il 22 febbraio 2023 su Domani
Il Festival di Sanremo sposta davvero gli italiani a sinistra? @DomaniGiornale


Sembra che sul palco del Festival di Sanremo siano state dette molte cose di sinistra. Sembra che sia di sinistra anche strappare una imbarazzante foto di attuale sottosegretario di Fratelli d’Italia con camicia nazista. Ma, a parere di alcuni commentatori di destra il massimo della ritornante egemonia culturale della sinistra (sic) sarebbe stato raggiunto in quello che a me e al Direttore di questo giornale è parso lo sgangherato e un po’ ripetitivo monologo di disinvolto elogio alla Costituzione fatto da Benigni (il comico che nel 2016 annunciò di votare a favore delle stravolgenti riforme renziane alla “Costituzione più bella del mondo”). “Salvare” la Costituzione dal progetto malamente considerato eversivo di una trasformazione semi-presidenziale. E poi dicono che Macron, Presidente di una Francia semipresidenziale, è troppo suscettibile: gli danno del leader autoritario! Di sessualità fluida et similia poco so, ma credo che nessuno di quei dodici milioni di telespettatori, un quinto degli italiani, i restanti quarantotto milioni hanno preferito fare altro, si sia “buttato a sinistra” (copyright il principe de Curtis) vedendo alcune immagini conturbanti.
Nel passato, il Festival di Sanremo non incrinò e non rafforzò l’egemonia nazional-popolare della Democrazia Cristiana e non mise mai in crisi l’egemonia culturale della sinistra. Anzi, con il passare del tempo tutti (o quasi) dovrebbero porsi il duplice problema storico se nell’Italia repubblicana è davvero esistita l’egemonia culturale della sinistra, ovvero dei partiti di sinistra, dei loro dirigenti, dei loro intellettuali di riferimento, delle loro idee e quale sia stato l’impatto di quella egemonia sulla vita e sulla cultura degli italiani. So di sollevare un interrogativo enorme al quale probabilmente persino Gramsci sarebbe riluttante a formulare una risposta. Ma, se l’egemonia culturale ha bisogno quasi per definizione di intellettuali, più o, molto meglio, meno “organici”, continua a rimanere vero che le idee camminano sulle gambe degli uomini (e delle influencer), quali intellettuali (di sinistra) hanno frequentato l’ultimo di Festival di Sanremo? E quali intellettuali di destra avrebbero dovuto essere invitati in alternativa, a fare da contrappeso (il dibattito nooooo)?
Mi accorgo che sto personalizzando, ma, se si è interessati a capire l’evoluzione dell’egemonia culturale, del confronto e dello scontro di idee, di progetti, di visioni di società, non solo è indispensabile personalizzare, ma bisogna chiedersi se esistono ancora grandi intellettuali o “scuole di pensiero” in grado di produrre cultura, di reclutare adepti, di influenzarli e orientarli, e di egemonizzare i dibattiti e la vita culturale del paese e di chi distribuisce cultura “per li rami”. Certo qualcuno direbbe che sono scomparse le ideologie del passato. La loro storia è davvero finita. Siamo tutti più poveri, ma anche, forse, più liberi. Allora, sarebbe forse opportuno chiedersi se siano riformulabili ideologie coinvolgenti e trascinanti e se esistano i formulatori, gli intellettuali pubblici che al pubblico, all’opinione pubblica si rivolgono e in maniera trasparente segnalano come è politicamente e eticamente consigliabile e auspicabile stare insieme/interagire nella società globalizzata.
Molte destre e qualche sinistro rispondono con il sovranismo che ideologia è, ma a contatto con le dire lezioni della storia (Hegel) scricchiola, traballa e cerca di adeguarsi. Qualcuno, anche tramite l’ultranovantenne Jürgen Habermas si aggrappa al “patriottismo costituzionale” non privo di ambiguità e inconvenienti. La mia risposta è che l’europeismo, come storia, comecomplesso di valori, come pluralismo e pluralità di obiettivi, può essere. non una nuova ideologia, totalizzante e costrittiva, ma la cultura politica di riferimento. A Sanremo non s’è vista neanche l’ombra dell’europeismo. Fuori, in molte località, centri di ricerca e università, persino nelle sedi radiotelevisive e giornalistiche si trovano studiosi e operatori spesso anche dotati di capacità, in grado di cantare le lodi dell’Unione Europea e dell’idea d’Europa. Però, mancano i predicatori dell’europeismo possibile e futuro: Jean Monnet, Altiero Spinelli, Jacques Delors. Oggi e domani non dovrebbe preoccuparci nessuna inesistente egemonia, ma dovremmo dolorosamente sentire la diffusa mancanza della materia prima sulla quale può nascere l’egemonia e l’assenza dei suoi facitori
Pubblicato il 14 febbraio 2023 su Domani
La hybris di Meloni tra arroganza e compiacimento @DomaniGiornale


La hybris, come sapevano molto bene i greci, non è soltanto un errore (peccato non fa parte della loro terminologia), ma una malattia che colpisce gli uomini in politica, e, naturalmente, oggi anche le donne. Si caratterizza come una combinazione di sicurezza eccessiva e di arroganza esibita. Probabilmente senza che Giorgia Meloni se ne sia accorta, i primi sintomi della “sua” hybris si sono già manifestati. Non sono finora stati colti come dovrebbero dai commentatori, italiani e stranieri, perché le loro aspettative concernenti il governo di destra e la Presidente del Consiglio erano gravemente inficiate da pregiudizi. Adesso, preso atto che non c’è nessun ritorno del fascismo, quasi tutti i commentatori hanno fatto una virata (strambata) eccessiva. Lodano la moderazione, la visione, il senso dello Stato, l’adattabilità di Giorgia Meloni. Gli errori iniziali, in verità, le logiche conseguenze di posizioni ideologiche non sufficientemente indagate, sono stati corretti abbastanza rapidamente. I rapporti con l’Unione Europea sembrano implicare l’accettazione di principi una volta da lei dichiarati esiziali. Gli annunci per il futuro non sono roboanti, ma ottimisti e rassicuranti.
Il bilancio dei fatidici primi cento giorni è, a dire suo e dei commentatori accomodanti, positivo e promettente. In un paese decente, qualche ente autonomo di ricerca e, magari, persino una qualche opposizione avrebbero proceduto ad esprimere critiche puntali, persino formulare un bilancio documentato e alternativo. Nel silenzio di chi proprio del tutto innocente non è, sembra andato perduto un discorso nient’affatto irrilevante su quanto nell’azione del governo Meloni discenda dalla eredità di impostazione e di attuazione più o meno avanzata lasciata da Mario Draghi. Poi i sondaggi premiano il governo e il capo del governo e allora scocca il tempo della hybris.
Non è ben messo il Partito Democratico alla ricerca di una nuova leadership che, comunque, non sembra ancora essere anche un rinnovamento del partito, della sua politica, del suo stesso ruolo. La hybris dice che colpendolo lo si può mettere in ancora più serie difficoltà. Donzelli e Del mastro Delle Vedove sono più che lieti di essere gli squadristi dell’assalto che, data la loro vicinanza politica e istituzionale a Giorgia Meloni, è impossibile che sia stato deciso e attuato a sua insaputa. Ridottasi di intensità la bufera, la copertura del capo del governo è arrivata senza se senza ma. Nella parziale o totale afonia della Lega, tacitata con l’autonomia differenziata, e di Forza Italia, deboluccia sempre sul garantismo per gli altri, Meloni si avvia a riscuotere i successi elettorali regalatigli in Lombardia dal sedicente Terzo Polo e in Lazio dal mancato accordo Partito Democratico-Movimento 5 Stelle. La sua hybris ne uscirà, diciamo, potenziata e compiaciuta.
Pubblicato il 8 febbraio 2023 su Domani
Non esistono despoti che fanno anche cose buone @DomaniGiornale


Nell’aprile del 1917 per ottenere l’approvazione del Congresso ad entrare in guerra contro la Germania il Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson dichiarò memorabilmente che l’obiettivo era “make the world safe for democracy”. Parecchi anni dopo i Padri Fondatori dell’Unione Europea si posero un obiettivo simile, ma più limitato: rendere il continente europeo un posto sicuro per le democrazie, dove non si facessero più guerre. Dopo il crollo del comunismo e dell’Unione Sovietica, questo obiettivo, già messo al sicuro dentro il perimetro delle democrazie occidentali, è apparso conseguibile. L’ascesa di Putin e la sua aggressione all’Ucraina ritardano qualsiasi ulteriore sviluppo democratico e rendono necessari opportuni ripensamenti che, però, non possono nemmeno per un momento mettere sullo stesso piano le democrazie occidentali e il regime autoritario russo. In parte comprensibile anche se, forse, non proprio giustificabile, fu la valutazione del ruolo “positivo” svolto dall’URSS sulla scena internazionale come contrappeso degli Stati Uniti. Ma polacchi, ungheresi, cecoslovacchi, i cittadini degli Stati baltici hanno tutto il diritto di pensarla molto diversamente. Invece, non si capisce proprio quale merito possa essere riconosciuto a Putin.
Come si sia formata e esternata l’amicizia fra il liberale, cristiano, garantista e europeista Berlusconi e lo zar del Cremlino è un mistero non glorioso. Certo l’argent di Putin può essere stato utile a Salvini e alla Lega, ma quale futuro radioso poteva nascere dall’esibizione compiaciuta di una t-shirt con l’effigie di un tiranno? Last but not least, ultimo, ma tutt’altro che irrilevante, l’attuale Ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato, meglio tardi che mai, di avere esagerato nel criticare le manovre Nato sul confine russo e di avere sottovalutato le mire espansioniste di Putin. Ben venuto il ravvedimento di Crosetto (quanto a Berlusconi e Salvini sono personalmente incerto, ma anche loro…), rimane, tuttavia, il problema/obiettivo generale evocato dalla frase di Wilson. Se è auspicabile rendere il mondo un posto sicuro per le democrazie, come possono coloro che vivono nei regimi democratici ritenere possibile quell’esito collocandosi dalla parte degli autocrati, dei despoti, dei tiranni? Costoro vogliono ridurre il numero delle democrazie, per esempio, altrove, piegando quel che c’era di democrazia a Hong Kong e apprestandosi a soffocarla a Taiwan. Riscuotono aiuti da altri regimi autoritari, come la teocrazia iraniana e non solo. Si spalleggiano a vicenda.
Quando leggo libri che raccontano come muoiono le democrazie, mi chiedo se non sia il caso che gli autori esplorino chi uccide le democrazie, cambino il titolo e offrano una spiegazione basata sulle sfide che i non-democratici lanciano dall’interno alle loro democrazie vigenti, magari lodando e esaltando alcuni dei molti modelli antidemocratici esistenti nel mondo e i loro “attraenti” protagonisti. La democrazia bisogna praticarla e insegnarla (anche viceversa). Bisogna anche dire a chiarissime lettere che esiste un linea divisoria netta fra democrazie e non-democrazie. Che soprattutto i liberali dovrebbero essere i primi a respingere l’idea che possano esistere democrazie “illiberali”. Lasciamo che siano gli oppositori degli autoritarismi, quando sperabilmente sono riusciti a sopravvivere, a testimoniare che quei leader autoritari hanno fatto anche qualcosa di buono.
Pubblicato il 1 febbraio 2023 su Domani
Dopo Draghi l’Europa è uscita dall’orizzonte della politica @DomaniGiornale


Praticamente, le scelte politiche che il governo italiano deve fare implicano, quale più quale meno, un certo atteggiamento verso l’Unione Europa. Per i balneari il problema con soluzione già incorporata consiste nell’applicazione, dall’Italia continuamente rimandata, della direttiva Bolkestein. Per il prezzo della benzina c’è da chiedersi se non sia il caso, oltre a mettere i cartelli con il prezzo medio in Italia, di ricordare a tutti anche la composizione di quel prezzo con relativi confronti europei. Ha fatto bene la Presidente del Consiglio a proseguire la strada aperta da Draghi per negoziare importanti forniture di gas dall’Algeria. Forse, però, quando si tratta della politica energetica e della relativa transizione, sarebbe opportuno che l’Unione Europea sviluppasse una più solida e ampia iniziativa unitaria. Allo stesso modo, la fornitura di carri armati Leonard all’Ucraina non dovrebbe dipendere solo dalla Germania che li produce poiché in Ucraina si combatte una guerra che avrà, in qualsiasi modo finisca, un impatto notevolissimo sull’Unione Europea, sulla auspicabilità e attuabilità di una politica di difesa e di relazioni internazionali davvero condivisa e comune. Da ultimo, anche se con qualche inevitabile forzatura, per smettere di farci prendere in giro dagli egiziani e per giungere alla verità per Regeni e alla libertà per Zaki, meglio sarebbe se fosse l’Unione Europea a gettare il suo peso negoziale. Non alla luce del sole, ma neanche sottotraccia, Giorgia Meloni sta perseguendo un avvicinamento dei suoi Conservatori ai Popolari europei che, divisi al loro interno, cercano comunque di mantenere una posizione dominante. Da ultimo, nella sua opera a tutto campo di ridefinizione della politica del Movimento 5 Stelle, la visita di Conte a Ursula von der Leyen può indicare la propensione a riaggiustare una politica fin qui sembrata una presa di distanza senza prospettive. Inevitabilmente, è dalle parti del Partito Democratico, tuttora con qualche scricchiolio l’organismo più europeista e più federalista in Italia, che suona la campana. Le elezioni del Parlamento europeo sono relativamente lontane, maggio 1924, e prima si faranno i conti con le elezioni regionali in Lombardia e in Lazio (che, pure, dovrebbero essere consapevoli di quanto l’Europa è rilevante per la loro economia e società). Però, il sostanziale silenzio dei candidati e delle candidate (compresa Elly Schlein, già europarlamentare e dotata di non poca specifica competenza) alla segreteria sul ruolo che il loro partito svolgerà nell’UE appare inquietante. Più in generale, dopo Draghi, mancano gli interpreti e i predicatori credibili del futuro dell’Italia nell’Unione e di quale futuro l’Italia si impegna a costruire nell’Unione. Nel centro del gruppo, senza arte né parte? Fra i fanalini di coda? Hic Bruxelles hic salta.
Pubblicato il 25 gennaio 2023 su Domani
Le conseguenze politiche dell’arresto di Messina Denaro @DomaniGiornale


La cattura di Matteo Messina Denaro deve senza alcun dubbio essere considerata una importante vittoria dello Stato. Meglio, due sono gli apparati che, più precisamente, hanno vinto: qualche specifico settore della magistratura e i carabinieri del ROS. A coloro che si chiedono, alcuni perché vogliono effettivamente e legittimamente saperne di più, altri perché credono di saperne di più e adombrano trattive oscure e segreti inconfessabili, che cosa sta dietro, bisogna dare due risposte. La prima è che “dietro” stanno anni di indagini e di ricerche mai smesse, di raccolta e di selezione di informazioni leggibili e interpretabili attraverso la memoria storica che soltanto le istituzioni e i loro rappresentanti possono avere e sanno come utilizzare. Questa è la parte migliore dello Stato che, chi vuole, potrebbe anche chiamare lo Stato profondo, deep. La seconda risposta è che quelle informazioni, quelle conoscenze, quelle azioni che hanno portato al successo non possono e non debbono essere rivelate nella loro interezza. Gli informatori, le fonti hanno diritto (proprio così) all’anonimato. Ne va della loro incolumità, ma anche della possibilità di usufruire di loro apporti futuri nonché degli apporti che altri vorranno offrire contando sul silenzio degli apparati.
Con Messina Denaro in carcere, è opinione diffusa, non è finita la mafia in quanto tale, ma è finita una lunga epoca di mafia basata sulla violenza anche estrema e repellente. Messina Denaro era l’ultimo di questi esponenti e, a quanto se ne sa, non lascia eredi. Non è stato “lasciato solo”, come si dice, ma era inevitabilmente rimasto solo, e a giudicare dalla sua resa senza opporre alcuna resistenza, ne aveva preso atto. Gli applausi dei cittadini di Palermo all’arresto del boss, uscendo dalla retorica non parlerei di “boss dei boss” e di “re”, è confortante. Lo abbiamo sempre detto che parte, forse grande, del successo della mafia, dipende da quello che definirei non il consenso, ma l’accettazione, il senso di inevitabilità e di rassegnazione a fronte della criminalità organizzata di intimidire e ricattare, di punire, ma anche di premiare laddove lo Stato non mostri altrettanta forza e non crei opportunità. Su questo versante, la lotta contro la mafia continua e giustamente deve rivolgersi contro quelle frange di professionisti, avvocati, commercialisti, imprenditori e altre figure che hanno storicamente consentito ai mafiosi di infiltrarsi nel mondo degli affari e di moltiplicare i loro profitti. Al mondo della politica e ai governanti tocca il compito, prima di attuare qualsiasi intervento legislativo in materia (ma davvero i mafiosi non usano il telefonino?) di chiedere a coloro che hanno condotto l’operazione contro Messina Denaro quali sono gli strumenti irrinunciabili. Senza polemiche, un auspicio, forse un imperativo.
Pubblicato il 18 gennaio 2023 su Domani
La democrazia reale è lontana dall’ideale, ma è il meglio che c’è @DomaniGiornale


“Seduti in qualche caffè parigino, una Gauloise fra le dita e un Pernod sul tavolino; rifugiatisi nella loro casetta per il fine settimana su un lago tedesco; raggruppati in vocianti tavolate che criticano aspramente uno qualsiasi dei governi latino-americani; ad un congresso fra colleghi politologi e sociologi in una ridente località balneare esotica; partecipando alla riunione di redazione di un quotidiano progressista romano, molti pensosi intellettuali dei più vari tipi dichiarano con faccia triste e sconsolata che la democrazia è in crisi, è una causa persa, non può essere salvata. Rannicchiati in qualche prigione cinese; agli arresti domiciliari nel Sud-Est asiatico; braccati dalla polizia in diversi stati africani; nascosti sotto protezione perché è stata lanciata una fatwa contro di loro; malmenati in Piazza Tahrir, migliaia di oppositori, uomini, donne, studenti, lottano in nome della democrazia – sì, proprio quella, occidentale, che hanno visto in televisione e nei film americani, sperimentato come studenti a Oxford, Cambridge, Harvard, La Sorbona, Bologna – organizzano attività, reclutano aderenti, qualche volta mettono in gioco consapevolmente la propria vita. Per nessun altro regime, mai, così tante persone di nazionalità, di cultura, di colore, di età e di genere diverso si sono impegnate allo stremo”. Sono particolarmente affezionato a questo ritratto di quasi dieci anni fa (Politica e istituzioni, Milano, Egea, 2014, p. 118) che ritengo mantenga tutta la sua validità aggiungendo fra i combattenti per la democrazia i giovani di Hong Kong e le donne iraniane e afghane. Sono anche convinto che non pochi lettori lo condividano in buona misura e che, forse, altrettanti vorrebbero obiettare. In democrazia ne hanno facoltà. Altrove, qualora ci provino, siano consapevoli dell’alto costo che implica esercitare quello che in democrazia è la libertà di parola.
Da quando scrissi quei paragrafi, qualcosa di grave ha fatto la sua comparsa, non tale da dare per superata la contrapposizione da me allora delineata, ma certamente da richiedere osservazioni specifiche aggiuntive. Abbiamo assistito a due sfide lanciate dall’interno di due sistemi politici diversamente democratici: gli assalti al Campidoglio di Washington il 6 gennaio 2021 (Jill Lepore, docente di Storia all’Università di Harvard, ne ha mirabilmente scritto nel settimanale “The New Yorker” del 23 gennaio 2023 analizzando impietosamente l’appena reso noto Rapporto della Commissione d’Inchiesta su quei fatti) “e al Planalto di Brasilia l’8 gennaio 2023 (che si merita e avrà altrettanta attenzione). Che cosa provano sulla democrazia? Per una ampia parte dei commentatori la valutazione sembra essere fin troppo facile, lapalissiana: c’è una crisi della democrazia. Un’altra parte di commentatori, apparentemente meno numerosa, sostiene, invece, che siamo difronte alla prova provata che le democrazie sanno reagire con successo anche alle sfide più minacciose. Nelle mie parole, le democrazie riescono a rimbalzare.
Le sfide nascono dal cattivo funzionamento delle democrazie esistenti, da problemi contingenti, dai sottovalutati comportamenti delle elite, politiche, economiche, religiose, militari, da difetti congiunturali se non, addirittura, strutturali. Più di trent’anni fa, il grande sociologo politico spagnolo Juan Linz aggiunse all’elenco delle inadeguatezze delle Repubbliche presidenziali quella dell’elezione popolare diretta del Presidente che consente e facilita la discesa in campo di candidature a vario titolo folkloristico, difficili da fermare, esagerate nelle loro promesse, impreparate a governare. Non c’è bisogno di elaborare. Quel che importa è che sono libere elezioni quelle che selezionano le candidature. I politici di professione ne accettano gli esiti poiché vogliono mantenersi aperta la strada ad un ritorno anche dopo una sconfitta. I parvenus temono che la loro sconfitta produca la loro definitiva emarginazione. Dunque, si aggrappano ad ogni elemento per restare a galla. L’accusa di “furto elettorale” ai loro danni è oramai lanciata addirittura prima del voto. Lo ha fatto Trump negli USA; lo ha seguito Bolsonaro in Brasile. Facile immaginare altre emulazioni future. Giusto, pertanto, andare a valutare la qualità della democrazia elettorale. Dalle loro regole e procedure scaturisce la democrazia politica che andrà poi sostenuta da una rete di diritti e di istituzioni (tema importantissimo da analizzare a fondo another time another place).
Per sfuggire dalla confusione analitica e dalla manipolazione politica che viene effettuata sul concetto e sull’essenza della democrazia, due riflessioni sono cruciali sulla scia del più grande studioso della democrazia, Giovanni Sartori (1924-2017). La prima riguarda la definizione. Non è corretto accettare l’idea falsamente generosa che a ciascuno è consentito di avere la sua definizione di democrazia. Esiste una modalità definitoria convincente che è fatta di etimologia e di storia che soddisfa l’esigenza di chiarire cos’è la democrazia politica: regole, procedure, istituzioni, diritti e doveri (Democrazia. Cosa è, Milano, Rizzoli, 2007). Alla democrazia politica non si possono appioppare aggettivi che ne contraddicono la natura: democrazie guidate, popolari, autoritarie, illiberali. Ognuno può avere la sua democrazia ideale e la può usare come metro di valutazione per le democrazie realmente esistenti. La democrazia ideale continua ad essere senza nessun bisticcio un ideale perseguibile e perseguito. Le democrazie reali, realmente esistenti ne rappresentano le traduzioni pratiche possibili e, naturalmente, criticabili per le loro inadeguatezze che non necessariamente, anzi, solo, raramente, meritano di essere caratterizzate come “crisi” (della democrazia).
La seconda riflessione è diventata ancora più attuale in anni recenti. Riguarda il rapporto che può/deve intercorrere fra democrazia e eguaglianza. Per Sartori l’unica eguaglianza necessaria in democrazia è quella di fronte alla legge: isonomia. È eguaglianza di diritti, civili e politici, in assenza dei quali non c’è possibilità di democrazia poiché alcuni cittadini conterebbero più di altri. L’eguaglianza “democratica” di Sartori non è mai eguaglianza di esiti né economici né, più in generale, di condizioni. Non è neppure eguaglianza di opportunità se non sotto forma di rimozione di ostacoli (impropri) alla partecipazione politica. Al proposito mi sembra importante aggiungere che fra le molte promesse secondo lui non mantenute (ma che a suo parere non si potevano mantenere) della democrazia, Norberto Bobbio non menziona mai l’eguaglianza (La democrazia e il suo futuro, Torino, Einaudi 1984, 1991). Semmai, per Bobbio l’eguaglianza ovvero, meglio, il perseguimento della eguaglianza (anche sotto forma della riduzione delle diseguaglianze esistenti) è il criterio, la stella polare dell’azione politica della sinistra, di coloro che si collocano a sinistra. Aggiungo che è comunque da evitare qualsiasi sottovalutazione del rischio che l’attacco alle diseguaglianze possa essere portato da leadership populiste, come spesso è accaduto nelle Repubbliche presidenziali latino-americane, con esiti lampantemente non-democratici.
Non nutro aspettative ottimistiche sul ri-orientamento della discussione sulla democrazia/sulle democrazie con riferimento a quanto scritto da Bobbio e da Sartori, da me variamente sintetizzato e reinterpretato. Rimango del tutto convinto che in assenza di un qualche ri-orientamento serio e profondo, a cominciare dalla chiarezza dei concetti e dalla problematica relazione fra democrazia politica e eguaglianza economica, quella discussione è destinata a continuare in maniera confusa e manipolabile, persino pericolosa nella misura in cui legittima elaborazioni e azioni che nuocciono alla democrazia che è possibile instaurare, mantenere, fare funzionare, trasformare in meglio. Propongo di ripartire da due generalizzazioni. I regimi autoritari cadono al grido di “libertà, libertà”. Nessuna democrazia è mai caduta al grido di “eguaglianza, eguaglianza”.
Pubblicato il 15 gennaio 2023 su Domani
Chi vuole migliorare la politica eviti gli eccessi


Ho sempre pensato che per chi entra in politica la linea distintiva “privato/pubblico” si appanna. Praticamente sparisce. Non è soltanto perché l’attività politica, in special modo in democrazia, deve essere trasparente e costantemente monitorata, a maggior ragione se l’uomo o la donna politica hanno molto potere e, di conseguenza godono anche di molti privilegi, ma anche perché chi fa politica, soprattutto ad alto livello, dovrebbe essere motivato politicamente e moralmente a influenzare gli altri. Se ha una idea di società, una visione di come trasformare le condizioni di lavoro e di vita, non può non proporsi di proiettare i suoi personali comportamenti come esemplari. Pertanto, quello che fa mira a segnalare il possibile, indicare il preferibile, evidenziare quanto di buono e utile può essere introdotto in situazioni spesso riprovevoli.
Lui/lei politici hanno espresso le loro opinioni in materia durante le campagne elettorali, non soltanto per ottenere voti, ma per formulare proposte tanto più credibili poiché i loro comportamenti sono coerenti. Naturalmente, nessuno chiederà ai candidati ricchi di celare le loro ricchezze, magari di non ostentarle. D’altronde, quei candidati, peraltro, non tutti, da un lato, prenderanno come esempio da emulare la loro storia di successo, from rags to riches, dalla polvere alle stelle, da strillone all’angolo della strada a proprietario di un impero mediatico (sento acutamente l’antichità di questo percorso); dall’altro, prenderanno l’impegno solenne di creare le condizioni, le chiameranno opportunità, affinché tutti possano almeno provare, se così vogliono, a diventare più che benestanti.
Candidati, dirigenti, politici di successo e (quasi tutti gli) elettori sono consapevoli che stanno partecipando ad una finzione, ma che, comunque, vale la pena pensare che chi è ricco sia disposto a sfruttare le sue risorse, le sue competenze, le sue esperienze anche a favore degli altri, e non solo. Infatti, migliorando la vita di molti quel politico accrescerà le sue chances di rimanere in politica, di essere rieletto, di ottenere cariche di rilievo dalle quali continuare a esercitare potere. Altri politici non sono partiti da condizioni favorevoli di reddito e di disponibilità di risorse. Si vanteranno di avercela fatta grazie alle loro capacità e annunceranno la loro volontà di agire a favore degli elettori, al servizio dei concittadini. Alcuni lo faranno con modi e toni populisti; altri con la pazienza dei riformisti. In entrambi i casi, tuttavia, le aspettative degli elettori e probabilmente anche dei compagni di partito è che quei politici non mireranno all’arricchimento personale e non esibiranno i loro successi neppure, eventualmente, in termini di denaro.
Non riesco proprio a scrivere che non c’è nulla di male a trascorrere vacanze in hotel di lusso se un politico, che pure ha come programma fondamentale quello di sconfiggere la povertà, può permetterselo. Tuttavia, vedo gli eccessi e soprattutto colgo l’incoerenza. Est modus in rebus. Chi vuole migliorare la politica dovrebbe sapere che comportamenti sobri creano le premesse migliori e gli sono di probabile giovamento. Naturalmente, neppure il parere di un pur autorevole studioso di politica, può fare testo. Saranno poi gli elettori a giudicare, ma quand’anche assolvessero e rieleggessero, rimane lecito stigmatizzare l’incoerenza dei comportamenti e dire semplicemente: “no, non si fa così”.
Pubblicato il 3 gennaio 2023 su Domani