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La hybris di Meloni tra arroganza e compiacimento @DomaniGiornale


La hybris, come sapevano molto bene i greci, non è soltanto un errore (peccato non fa parte della loro terminologia), ma una malattia che colpisce gli uomini in politica, e, naturalmente, oggi anche le donne. Si caratterizza come una combinazione di sicurezza eccessiva e di arroganza esibita. Probabilmente senza che Giorgia Meloni se ne sia accorta, i primi sintomi della “sua” hybris si sono già manifestati. Non sono finora stati colti come dovrebbero dai commentatori, italiani e stranieri, perché le loro aspettative concernenti il governo di destra e la Presidente del Consiglio erano gravemente inficiate da pregiudizi. Adesso, preso atto che non c’è nessun ritorno del fascismo, quasi tutti i commentatori hanno fatto una virata (strambata) eccessiva. Lodano la moderazione, la visione, il senso dello Stato, l’adattabilità di Giorgia Meloni. Gli errori iniziali, in verità, le logiche conseguenze di posizioni ideologiche non sufficientemente indagate, sono stati corretti abbastanza rapidamente. I rapporti con l’Unione Europea sembrano implicare l’accettazione di principi una volta da lei dichiarati esiziali. Gli annunci per il futuro non sono roboanti, ma ottimisti e rassicuranti.
Il bilancio dei fatidici primi cento giorni è, a dire suo e dei commentatori accomodanti, positivo e promettente. In un paese decente, qualche ente autonomo di ricerca e, magari, persino una qualche opposizione avrebbero proceduto ad esprimere critiche puntali, persino formulare un bilancio documentato e alternativo. Nel silenzio di chi proprio del tutto innocente non è, sembra andato perduto un discorso nient’affatto irrilevante su quanto nell’azione del governo Meloni discenda dalla eredità di impostazione e di attuazione più o meno avanzata lasciata da Mario Draghi. Poi i sondaggi premiano il governo e il capo del governo e allora scocca il tempo della hybris.
Non è ben messo il Partito Democratico alla ricerca di una nuova leadership che, comunque, non sembra ancora essere anche un rinnovamento del partito, della sua politica, del suo stesso ruolo. La hybris dice che colpendolo lo si può mettere in ancora più serie difficoltà. Donzelli e Del mastro Delle Vedove sono più che lieti di essere gli squadristi dell’assalto che, data la loro vicinanza politica e istituzionale a Giorgia Meloni, è impossibile che sia stato deciso e attuato a sua insaputa. Ridottasi di intensità la bufera, la copertura del capo del governo è arrivata senza se senza ma. Nella parziale o totale afonia della Lega, tacitata con l’autonomia differenziata, e di Forza Italia, deboluccia sempre sul garantismo per gli altri, Meloni si avvia a riscuotere i successi elettorali regalatigli in Lombardia dal sedicente Terzo Polo e in Lazio dal mancato accordo Partito Democratico-Movimento 5 Stelle. La sua hybris ne uscirà, diciamo, potenziata e compiaciuta.
Pubblicato il 8 febbraio 2023 su Domani
Non esistono despoti che fanno anche cose buone @DomaniGiornale


Nell’aprile del 1917 per ottenere l’approvazione del Congresso ad entrare in guerra contro la Germania il Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson dichiarò memorabilmente che l’obiettivo era “make the world safe for democracy”. Parecchi anni dopo i Padri Fondatori dell’Unione Europea si posero un obiettivo simile, ma più limitato: rendere il continente europeo un posto sicuro per le democrazie, dove non si facessero più guerre. Dopo il crollo del comunismo e dell’Unione Sovietica, questo obiettivo, già messo al sicuro dentro il perimetro delle democrazie occidentali, è apparso conseguibile. L’ascesa di Putin e la sua aggressione all’Ucraina ritardano qualsiasi ulteriore sviluppo democratico e rendono necessari opportuni ripensamenti che, però, non possono nemmeno per un momento mettere sullo stesso piano le democrazie occidentali e il regime autoritario russo. In parte comprensibile anche se, forse, non proprio giustificabile, fu la valutazione del ruolo “positivo” svolto dall’URSS sulla scena internazionale come contrappeso degli Stati Uniti. Ma polacchi, ungheresi, cecoslovacchi, i cittadini degli Stati baltici hanno tutto il diritto di pensarla molto diversamente. Invece, non si capisce proprio quale merito possa essere riconosciuto a Putin.
Come si sia formata e esternata l’amicizia fra il liberale, cristiano, garantista e europeista Berlusconi e lo zar del Cremlino è un mistero non glorioso. Certo l’argent di Putin può essere stato utile a Salvini e alla Lega, ma quale futuro radioso poteva nascere dall’esibizione compiaciuta di una t-shirt con l’effigie di un tiranno? Last but not least, ultimo, ma tutt’altro che irrilevante, l’attuale Ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato, meglio tardi che mai, di avere esagerato nel criticare le manovre Nato sul confine russo e di avere sottovalutato le mire espansioniste di Putin. Ben venuto il ravvedimento di Crosetto (quanto a Berlusconi e Salvini sono personalmente incerto, ma anche loro…), rimane, tuttavia, il problema/obiettivo generale evocato dalla frase di Wilson. Se è auspicabile rendere il mondo un posto sicuro per le democrazie, come possono coloro che vivono nei regimi democratici ritenere possibile quell’esito collocandosi dalla parte degli autocrati, dei despoti, dei tiranni? Costoro vogliono ridurre il numero delle democrazie, per esempio, altrove, piegando quel che c’era di democrazia a Hong Kong e apprestandosi a soffocarla a Taiwan. Riscuotono aiuti da altri regimi autoritari, come la teocrazia iraniana e non solo. Si spalleggiano a vicenda.
Quando leggo libri che raccontano come muoiono le democrazie, mi chiedo se non sia il caso che gli autori esplorino chi uccide le democrazie, cambino il titolo e offrano una spiegazione basata sulle sfide che i non-democratici lanciano dall’interno alle loro democrazie vigenti, magari lodando e esaltando alcuni dei molti modelli antidemocratici esistenti nel mondo e i loro “attraenti” protagonisti. La democrazia bisogna praticarla e insegnarla (anche viceversa). Bisogna anche dire a chiarissime lettere che esiste un linea divisoria netta fra democrazie e non-democrazie. Che soprattutto i liberali dovrebbero essere i primi a respingere l’idea che possano esistere democrazie “illiberali”. Lasciamo che siano gli oppositori degli autoritarismi, quando sperabilmente sono riusciti a sopravvivere, a testimoniare che quei leader autoritari hanno fatto anche qualcosa di buono.
Pubblicato il 1 febbraio 2023 su Domani
Dopo Draghi l’Europa è uscita dall’orizzonte della politica @DomaniGiornale


Praticamente, le scelte politiche che il governo italiano deve fare implicano, quale più quale meno, un certo atteggiamento verso l’Unione Europa. Per i balneari il problema con soluzione già incorporata consiste nell’applicazione, dall’Italia continuamente rimandata, della direttiva Bolkestein. Per il prezzo della benzina c’è da chiedersi se non sia il caso, oltre a mettere i cartelli con il prezzo medio in Italia, di ricordare a tutti anche la composizione di quel prezzo con relativi confronti europei. Ha fatto bene la Presidente del Consiglio a proseguire la strada aperta da Draghi per negoziare importanti forniture di gas dall’Algeria. Forse, però, quando si tratta della politica energetica e della relativa transizione, sarebbe opportuno che l’Unione Europea sviluppasse una più solida e ampia iniziativa unitaria. Allo stesso modo, la fornitura di carri armati Leonard all’Ucraina non dovrebbe dipendere solo dalla Germania che li produce poiché in Ucraina si combatte una guerra che avrà, in qualsiasi modo finisca, un impatto notevolissimo sull’Unione Europea, sulla auspicabilità e attuabilità di una politica di difesa e di relazioni internazionali davvero condivisa e comune. Da ultimo, anche se con qualche inevitabile forzatura, per smettere di farci prendere in giro dagli egiziani e per giungere alla verità per Regeni e alla libertà per Zaki, meglio sarebbe se fosse l’Unione Europea a gettare il suo peso negoziale. Non alla luce del sole, ma neanche sottotraccia, Giorgia Meloni sta perseguendo un avvicinamento dei suoi Conservatori ai Popolari europei che, divisi al loro interno, cercano comunque di mantenere una posizione dominante. Da ultimo, nella sua opera a tutto campo di ridefinizione della politica del Movimento 5 Stelle, la visita di Conte a Ursula von der Leyen può indicare la propensione a riaggiustare una politica fin qui sembrata una presa di distanza senza prospettive. Inevitabilmente, è dalle parti del Partito Democratico, tuttora con qualche scricchiolio l’organismo più europeista e più federalista in Italia, che suona la campana. Le elezioni del Parlamento europeo sono relativamente lontane, maggio 1924, e prima si faranno i conti con le elezioni regionali in Lombardia e in Lazio (che, pure, dovrebbero essere consapevoli di quanto l’Europa è rilevante per la loro economia e società). Però, il sostanziale silenzio dei candidati e delle candidate (compresa Elly Schlein, già europarlamentare e dotata di non poca specifica competenza) alla segreteria sul ruolo che il loro partito svolgerà nell’UE appare inquietante. Più in generale, dopo Draghi, mancano gli interpreti e i predicatori credibili del futuro dell’Italia nell’Unione e di quale futuro l’Italia si impegna a costruire nell’Unione. Nel centro del gruppo, senza arte né parte? Fra i fanalini di coda? Hic Bruxelles hic salta.
Pubblicato il 25 gennaio 2023 su Domani
Le conseguenze politiche dell’arresto di Messina Denaro @DomaniGiornale


La cattura di Matteo Messina Denaro deve senza alcun dubbio essere considerata una importante vittoria dello Stato. Meglio, due sono gli apparati che, più precisamente, hanno vinto: qualche specifico settore della magistratura e i carabinieri del ROS. A coloro che si chiedono, alcuni perché vogliono effettivamente e legittimamente saperne di più, altri perché credono di saperne di più e adombrano trattive oscure e segreti inconfessabili, che cosa sta dietro, bisogna dare due risposte. La prima è che “dietro” stanno anni di indagini e di ricerche mai smesse, di raccolta e di selezione di informazioni leggibili e interpretabili attraverso la memoria storica che soltanto le istituzioni e i loro rappresentanti possono avere e sanno come utilizzare. Questa è la parte migliore dello Stato che, chi vuole, potrebbe anche chiamare lo Stato profondo, deep. La seconda risposta è che quelle informazioni, quelle conoscenze, quelle azioni che hanno portato al successo non possono e non debbono essere rivelate nella loro interezza. Gli informatori, le fonti hanno diritto (proprio così) all’anonimato. Ne va della loro incolumità, ma anche della possibilità di usufruire di loro apporti futuri nonché degli apporti che altri vorranno offrire contando sul silenzio degli apparati.
Con Messina Denaro in carcere, è opinione diffusa, non è finita la mafia in quanto tale, ma è finita una lunga epoca di mafia basata sulla violenza anche estrema e repellente. Messina Denaro era l’ultimo di questi esponenti e, a quanto se ne sa, non lascia eredi. Non è stato “lasciato solo”, come si dice, ma era inevitabilmente rimasto solo, e a giudicare dalla sua resa senza opporre alcuna resistenza, ne aveva preso atto. Gli applausi dei cittadini di Palermo all’arresto del boss, uscendo dalla retorica non parlerei di “boss dei boss” e di “re”, è confortante. Lo abbiamo sempre detto che parte, forse grande, del successo della mafia, dipende da quello che definirei non il consenso, ma l’accettazione, il senso di inevitabilità e di rassegnazione a fronte della criminalità organizzata di intimidire e ricattare, di punire, ma anche di premiare laddove lo Stato non mostri altrettanta forza e non crei opportunità. Su questo versante, la lotta contro la mafia continua e giustamente deve rivolgersi contro quelle frange di professionisti, avvocati, commercialisti, imprenditori e altre figure che hanno storicamente consentito ai mafiosi di infiltrarsi nel mondo degli affari e di moltiplicare i loro profitti. Al mondo della politica e ai governanti tocca il compito, prima di attuare qualsiasi intervento legislativo in materia (ma davvero i mafiosi non usano il telefonino?) di chiedere a coloro che hanno condotto l’operazione contro Messina Denaro quali sono gli strumenti irrinunciabili. Senza polemiche, un auspicio, forse un imperativo.
Pubblicato il 18 gennaio 2023 su Domani
La democrazia reale è lontana dall’ideale, ma è il meglio che c’è @DomaniGiornale


“Seduti in qualche caffè parigino, una Gauloise fra le dita e un Pernod sul tavolino; rifugiatisi nella loro casetta per il fine settimana su un lago tedesco; raggruppati in vocianti tavolate che criticano aspramente uno qualsiasi dei governi latino-americani; ad un congresso fra colleghi politologi e sociologi in una ridente località balneare esotica; partecipando alla riunione di redazione di un quotidiano progressista romano, molti pensosi intellettuali dei più vari tipi dichiarano con faccia triste e sconsolata che la democrazia è in crisi, è una causa persa, non può essere salvata. Rannicchiati in qualche prigione cinese; agli arresti domiciliari nel Sud-Est asiatico; braccati dalla polizia in diversi stati africani; nascosti sotto protezione perché è stata lanciata una fatwa contro di loro; malmenati in Piazza Tahrir, migliaia di oppositori, uomini, donne, studenti, lottano in nome della democrazia – sì, proprio quella, occidentale, che hanno visto in televisione e nei film americani, sperimentato come studenti a Oxford, Cambridge, Harvard, La Sorbona, Bologna – organizzano attività, reclutano aderenti, qualche volta mettono in gioco consapevolmente la propria vita. Per nessun altro regime, mai, così tante persone di nazionalità, di cultura, di colore, di età e di genere diverso si sono impegnate allo stremo”. Sono particolarmente affezionato a questo ritratto di quasi dieci anni fa (Politica e istituzioni, Milano, Egea, 2014, p. 118) che ritengo mantenga tutta la sua validità aggiungendo fra i combattenti per la democrazia i giovani di Hong Kong e le donne iraniane e afghane. Sono anche convinto che non pochi lettori lo condividano in buona misura e che, forse, altrettanti vorrebbero obiettare. In democrazia ne hanno facoltà. Altrove, qualora ci provino, siano consapevoli dell’alto costo che implica esercitare quello che in democrazia è la libertà di parola.
Da quando scrissi quei paragrafi, qualcosa di grave ha fatto la sua comparsa, non tale da dare per superata la contrapposizione da me allora delineata, ma certamente da richiedere osservazioni specifiche aggiuntive. Abbiamo assistito a due sfide lanciate dall’interno di due sistemi politici diversamente democratici: gli assalti al Campidoglio di Washington il 6 gennaio 2021 (Jill Lepore, docente di Storia all’Università di Harvard, ne ha mirabilmente scritto nel settimanale “The New Yorker” del 23 gennaio 2023 analizzando impietosamente l’appena reso noto Rapporto della Commissione d’Inchiesta su quei fatti) “e al Planalto di Brasilia l’8 gennaio 2023 (che si merita e avrà altrettanta attenzione). Che cosa provano sulla democrazia? Per una ampia parte dei commentatori la valutazione sembra essere fin troppo facile, lapalissiana: c’è una crisi della democrazia. Un’altra parte di commentatori, apparentemente meno numerosa, sostiene, invece, che siamo difronte alla prova provata che le democrazie sanno reagire con successo anche alle sfide più minacciose. Nelle mie parole, le democrazie riescono a rimbalzare.
Le sfide nascono dal cattivo funzionamento delle democrazie esistenti, da problemi contingenti, dai sottovalutati comportamenti delle elite, politiche, economiche, religiose, militari, da difetti congiunturali se non, addirittura, strutturali. Più di trent’anni fa, il grande sociologo politico spagnolo Juan Linz aggiunse all’elenco delle inadeguatezze delle Repubbliche presidenziali quella dell’elezione popolare diretta del Presidente che consente e facilita la discesa in campo di candidature a vario titolo folkloristico, difficili da fermare, esagerate nelle loro promesse, impreparate a governare. Non c’è bisogno di elaborare. Quel che importa è che sono libere elezioni quelle che selezionano le candidature. I politici di professione ne accettano gli esiti poiché vogliono mantenersi aperta la strada ad un ritorno anche dopo una sconfitta. I parvenus temono che la loro sconfitta produca la loro definitiva emarginazione. Dunque, si aggrappano ad ogni elemento per restare a galla. L’accusa di “furto elettorale” ai loro danni è oramai lanciata addirittura prima del voto. Lo ha fatto Trump negli USA; lo ha seguito Bolsonaro in Brasile. Facile immaginare altre emulazioni future. Giusto, pertanto, andare a valutare la qualità della democrazia elettorale. Dalle loro regole e procedure scaturisce la democrazia politica che andrà poi sostenuta da una rete di diritti e di istituzioni (tema importantissimo da analizzare a fondo another time another place).
Per sfuggire dalla confusione analitica e dalla manipolazione politica che viene effettuata sul concetto e sull’essenza della democrazia, due riflessioni sono cruciali sulla scia del più grande studioso della democrazia, Giovanni Sartori (1924-2017). La prima riguarda la definizione. Non è corretto accettare l’idea falsamente generosa che a ciascuno è consentito di avere la sua definizione di democrazia. Esiste una modalità definitoria convincente che è fatta di etimologia e di storia che soddisfa l’esigenza di chiarire cos’è la democrazia politica: regole, procedure, istituzioni, diritti e doveri (Democrazia. Cosa è, Milano, Rizzoli, 2007). Alla democrazia politica non si possono appioppare aggettivi che ne contraddicono la natura: democrazie guidate, popolari, autoritarie, illiberali. Ognuno può avere la sua democrazia ideale e la può usare come metro di valutazione per le democrazie realmente esistenti. La democrazia ideale continua ad essere senza nessun bisticcio un ideale perseguibile e perseguito. Le democrazie reali, realmente esistenti ne rappresentano le traduzioni pratiche possibili e, naturalmente, criticabili per le loro inadeguatezze che non necessariamente, anzi, solo, raramente, meritano di essere caratterizzate come “crisi” (della democrazia).
La seconda riflessione è diventata ancora più attuale in anni recenti. Riguarda il rapporto che può/deve intercorrere fra democrazia e eguaglianza. Per Sartori l’unica eguaglianza necessaria in democrazia è quella di fronte alla legge: isonomia. È eguaglianza di diritti, civili e politici, in assenza dei quali non c’è possibilità di democrazia poiché alcuni cittadini conterebbero più di altri. L’eguaglianza “democratica” di Sartori non è mai eguaglianza di esiti né economici né, più in generale, di condizioni. Non è neppure eguaglianza di opportunità se non sotto forma di rimozione di ostacoli (impropri) alla partecipazione politica. Al proposito mi sembra importante aggiungere che fra le molte promesse secondo lui non mantenute (ma che a suo parere non si potevano mantenere) della democrazia, Norberto Bobbio non menziona mai l’eguaglianza (La democrazia e il suo futuro, Torino, Einaudi 1984, 1991). Semmai, per Bobbio l’eguaglianza ovvero, meglio, il perseguimento della eguaglianza (anche sotto forma della riduzione delle diseguaglianze esistenti) è il criterio, la stella polare dell’azione politica della sinistra, di coloro che si collocano a sinistra. Aggiungo che è comunque da evitare qualsiasi sottovalutazione del rischio che l’attacco alle diseguaglianze possa essere portato da leadership populiste, come spesso è accaduto nelle Repubbliche presidenziali latino-americane, con esiti lampantemente non-democratici.
Non nutro aspettative ottimistiche sul ri-orientamento della discussione sulla democrazia/sulle democrazie con riferimento a quanto scritto da Bobbio e da Sartori, da me variamente sintetizzato e reinterpretato. Rimango del tutto convinto che in assenza di un qualche ri-orientamento serio e profondo, a cominciare dalla chiarezza dei concetti e dalla problematica relazione fra democrazia politica e eguaglianza economica, quella discussione è destinata a continuare in maniera confusa e manipolabile, persino pericolosa nella misura in cui legittima elaborazioni e azioni che nuocciono alla democrazia che è possibile instaurare, mantenere, fare funzionare, trasformare in meglio. Propongo di ripartire da due generalizzazioni. I regimi autoritari cadono al grido di “libertà, libertà”. Nessuna democrazia è mai caduta al grido di “eguaglianza, eguaglianza”.
Pubblicato il 15 gennaio 2023 su Domani
Chi vuole migliorare la politica eviti gli eccessi


Ho sempre pensato che per chi entra in politica la linea distintiva “privato/pubblico” si appanna. Praticamente sparisce. Non è soltanto perché l’attività politica, in special modo in democrazia, deve essere trasparente e costantemente monitorata, a maggior ragione se l’uomo o la donna politica hanno molto potere e, di conseguenza godono anche di molti privilegi, ma anche perché chi fa politica, soprattutto ad alto livello, dovrebbe essere motivato politicamente e moralmente a influenzare gli altri. Se ha una idea di società, una visione di come trasformare le condizioni di lavoro e di vita, non può non proporsi di proiettare i suoi personali comportamenti come esemplari. Pertanto, quello che fa mira a segnalare il possibile, indicare il preferibile, evidenziare quanto di buono e utile può essere introdotto in situazioni spesso riprovevoli.
Lui/lei politici hanno espresso le loro opinioni in materia durante le campagne elettorali, non soltanto per ottenere voti, ma per formulare proposte tanto più credibili poiché i loro comportamenti sono coerenti. Naturalmente, nessuno chiederà ai candidati ricchi di celare le loro ricchezze, magari di non ostentarle. D’altronde, quei candidati, peraltro, non tutti, da un lato, prenderanno come esempio da emulare la loro storia di successo, from rags to riches, dalla polvere alle stelle, da strillone all’angolo della strada a proprietario di un impero mediatico (sento acutamente l’antichità di questo percorso); dall’altro, prenderanno l’impegno solenne di creare le condizioni, le chiameranno opportunità, affinché tutti possano almeno provare, se così vogliono, a diventare più che benestanti.
Candidati, dirigenti, politici di successo e (quasi tutti gli) elettori sono consapevoli che stanno partecipando ad una finzione, ma che, comunque, vale la pena pensare che chi è ricco sia disposto a sfruttare le sue risorse, le sue competenze, le sue esperienze anche a favore degli altri, e non solo. Infatti, migliorando la vita di molti quel politico accrescerà le sue chances di rimanere in politica, di essere rieletto, di ottenere cariche di rilievo dalle quali continuare a esercitare potere. Altri politici non sono partiti da condizioni favorevoli di reddito e di disponibilità di risorse. Si vanteranno di avercela fatta grazie alle loro capacità e annunceranno la loro volontà di agire a favore degli elettori, al servizio dei concittadini. Alcuni lo faranno con modi e toni populisti; altri con la pazienza dei riformisti. In entrambi i casi, tuttavia, le aspettative degli elettori e probabilmente anche dei compagni di partito è che quei politici non mireranno all’arricchimento personale e non esibiranno i loro successi neppure, eventualmente, in termini di denaro.
Non riesco proprio a scrivere che non c’è nulla di male a trascorrere vacanze in hotel di lusso se un politico, che pure ha come programma fondamentale quello di sconfiggere la povertà, può permetterselo. Tuttavia, vedo gli eccessi e soprattutto colgo l’incoerenza. Est modus in rebus. Chi vuole migliorare la politica dovrebbe sapere che comportamenti sobri creano le premesse migliori e gli sono di probabile giovamento. Naturalmente, neppure il parere di un pur autorevole studioso di politica, può fare testo. Saranno poi gli elettori a giudicare, ma quand’anche assolvessero e rieleggessero, rimane lecito stigmatizzare l’incoerenza dei comportamenti e dire semplicemente: “no, non si fa così”.
Pubblicato il 3 gennaio 2023 su Domani
L’intransigenza necessaria sui valori antifascisti @DomaniGiornale


Deliberatamente e consapevolmente imperterriti, Ignazio La Russa e Isabella Rauti celebrano la nascita del Movimento Sociale Italiano, partito nel quale hanno fatto politica per lungo tempo e che ha permesso loro di diventare rispettivamente Presidente del Senato e Sottosegretaria alla Difesa. La fiamma sta nel logo di Fratelli d’Italia proprio a ricordo del MSI che così si chiama con riferimento alla Repubblica Sociale Italiana (di Salò) e per aggancio con quell’esperienza formativa. Giorgia Meloni si limiterà a liquidare con sufficienza quanto detto dai suoi rappresentanti. Sa che la prevedibile indignazione di molti non scalfisce minimamente il consenso di FdI.
Per quanto sacrosanta quelle indignazione non è una risposta politicamente efficace. Molti hanno già detto che il voto e i consensi a Fratelli d’Italia sono anche e soprattutto il prodotto di un disagio sociale al quale le sinistre da tempo non sanno offrire risposte convincenti. Elaborare risposte nuove e decenti al disagio dell’elettorato è sicuramente un compito che le opposizioni hanno il dovere politico di assumere seriamente e responsabilmente. Tuttavia, a nessuno può essere consentito né di dimenticare né di sottovalutare i principi ideali a fondamento della Costituzione e della democrazia repubblicana. L’antifascismo è uno, probabilmente il più importante, di questi principi. Spesso è stato proposto in maniera puramente celebrativa senza i necessari presupposti storici senza l’indispensabile elaborazione di come proprio quell’antifascismo abbia costituito la premessa per il riscatto della dignità della Nazione.
Lamentarsi delle carenze e delle inadeguatezze dell’insegnamento (e della conoscenza) della storia d’Italia (e d’Europa) in questo paese è stato spesso un argomento di discussione salottiera per colmare qualche vuoto, forse per salvarsi l’anima. Non sono certo questi i tempi più propizi per trasmettere la storia e le memorie del ventennio e della Resistenza. Profondamente sbagliato, però, è credere che si tratti di una battaglia di retroguardia, già persa. Una Nazione civile ha l’obbligo morale di continuare a interrogarsi sui fenomeni del passato, quelli che avevano radici nella storia, che hanno contribuito a scriverne, nelle parole di Piero Gobetti e dell’azionismo, l’autobiografia. Conteranno i modi con i quali le memorie saranno fatte rivivere. Senza esagerare né i misfatti che portarono ad una tragedia, nazionale, né le reazioni, non tutte encomiabili, ma da comprendere prima di stigmatizzarle. Non so quanto di questo ripensamento storico ridimensionerebbe il disagio sociale. So che è comunque necessario, fattibile e doveroso. Non di solo pane vive l’uomo, ma delle memorie che gli vengono tramandate e dell’identità che si costruisce. Gli italiani hanno ancora molta strada da fare.
Pubblicato il 29 dicembre 2022 su Domani
I candidati del PD devono guidare il partito non il governo @DomaniGiornale


I fondamentali. Da un lato, c’è un governo di destra-centro sostenuto da tre partiti sostanzialmente d’accordo i quali, però, di tanto in tanto, inevitabilmente, si sentono costretti a sbandierare qualche marginale dissenso. Talvolta, godendo delle opportunità derivanti dale cariche occupate, cercano di tradurre i loro dissensi in annuncini di emendamenti alla Legge di Bilancio. Poi, dichiarazioni, spiegazioni, e quant’altro serva a risaltare sui mass media. Dall’altra parte, ci sono tre opposizioni, di cui una più o meno furbescamente disponibile al dialogo, che accusano la coalizione di governo al tempo stesso di essere troppo legata a tematiche identitarie e di tradirle. Con le loro specifiche tematiche identitarie, le opposizioni hanno rapporti difficili, essendo in parte tematiche pallide, in parte sicuramente divisive. Invece di mirare a strappare voti ai governanti, le opposizioni si scambiano reciproci graffi.
Prendendo consapevolmente atto che nessuna delle opposizioni rinuncia a pescare nello stesso bacino e oltre non guarda, il governo Meloni si permette finora senza danno alcuno, meno che mai per Fratelli d’Italia, di usare alcuni provvedimenti per esibire le sue effettive (e spesso deprecabili) peculiarità, ma anche come ballons d’essai (vediamo se la va o la spacca) e come indicazioni che oggi si arriva fino lì per difficoltà oggettive. Però, il solco è tracciato e domani si arerà più a fondo sul reddito di cittadinanza, sulla cultura, sulla scuola, sulla giustizia, sulle tasse.
Non sta a me lodare questa strategia. Starebbe alle opposizioni di evitare sterili e ipocrite indignazioni elaborando una strategia che combini l’immediato con il lungo periodo. Che non sia troppo lungo, ma calibrato su due scadenze elettorali: rinnovo del Parlamento europeo, con il PD che ha qualcosa da farsi “perdonare”, e elezioni politiche del 2027. Nel frattempo, non sarebbe male se una qualche boccata di ossigeno venisse dalle elezioni regionali in Lazio e soprattutto in Lombardia. Curiosamente i candidati alla segreteria del Partito Democratico sembrano, in special modo Bonaccini, più interessati a dire come governeranno un paese che non è nelle loro mani piuttosto che a ristrutturare il partito, indispensabile strumento per vincere e per attuare le riforme.
Il domani è già cominciato. Si costruisce in Parlamento non soltanto con emendamenti di bandiera, neanche con i più luccicanti, ma con la predicazione chiara e alta di una politica diversa non soltanto da quella del destra-centro, ma anche da quelle praticate dalle tre opposizioni. Una politica europeista di riforme economiche e sociali richiede l’elaborazione di una cultura politica all’altezza. Sempre valido è il monito d’altri tempi e di ben altro personaggio: “istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza”.
Pubblicato il 13 dicembre 2022 su Domani
Candidarsi, smontare, galleggiare, forse? #partitodemocratico @DomaniGiornale


Molto tempo fa, studiando come cambiano i partiti, ho imparato che rarissimamente passano da un estremo all’altro. L’arco delle oscillazioni possibili è spesso abbastanza ristretto. Per smontare e rimontare il PD, come si propone Bonaccini, bisogna avere una straordinaria forza politica. Bisogna anche avere una visione strategica di cui finora il candidato Bonaccini non ha fornito alcuna prova. Al contrario, mentre i commentatori si affannano su categorie analitiche banali e sterili, resuscitando il massimalismo, ha preferito parlare di territorio e di politiche piuttosto che di struttura, di reclutamento, di modalità della scelta delle candidature. Non donna di partito, ma di movimento, anche questa è una contrapposizione di scuola antica, Schlein ha quantomeno indicato due obiettivi molto importanti: le candidature verranno dai territori e lì dovranno agire, mettendo così fine al fenomeno imbarazzante (per molti tranne, forse, i candidati/e) dei paracadutati/e, e le correnti verranno combattute. Naturalmente non c’è nessuna garanzia che saranno emarginate, ma almeno Schlein lo propone, mentre Bonaccini, già renziano di spicco e dai già renziani visibilmente sostenuto, è in materia tanto silenzioso quanto evasivo.
Qualcosa sul partito che conosce ha detto Paola De Micheli, ma mediaticamente non ha sfondato. Nel frattempo, candidati e candidate propongono ambiziose riforme, elaborano politiche, annunciano solenni principi operativi come se il PD fosse al governo e loro fossero il capo (la capo?) del governo. Lasciando perdere progetti fantasiosi tutti a molto futura memoria, sono giunto alla conclusione, rivedibile solo a fronte di obiezioni effettivamente dirimenti, che due macro riflessioni sono indispensabili. La prima è un’autocritica approfondita della fusione a freddo del 2007 fra due partiti già indeboliti, DS e Margherita, e privi di cultura politica. Il professore di scienza politica vorrebbe sapere quali erano allora i libri di riferimento e quali potrebbero essere oggi. Non basta, come mi ha messaggiato un parlamentare di (già troppo) lungo corso, avere calcato le aule della politica per potere vantare una cultura politica.
La seconda è da dedicare ad una analisi della politica in Italia: dove siamo, perché siamo arrivati a tanto, poco? Poiché, come soleva affermare Giovanni Sartori, “chi conosce un solo sistema politico non conosce neppure quel sistema politico”, l’analisi deve essere comparata e tenere conto del “vincolo” europeo che è una grande, permanente opportunità. Europarlamentare per un mandato, Schlein dovrebbe sfruttare le sue conoscenze in materia. Fra l’altro, l’europeismo è una cultura politica e il Partito Democratico è già riconosciuto come il più europeista dei partiti italiani. Mi accorgo di avere fin qui scritto con molto apprezzamento e con speranza troppo vicina ad un più o meno pio desiderio. Comunque vada, la storia e la teoria dei partiti suggeriscono che raramente le organizzazioni di uomini e donne che presentano candidati/, ottengono seggi, vincono cariche, spariscono di colpo. In buona misura, che dovrebbe essere rivendicata, il Partito Democratico è, pur con tutti i suoi visibilissimi difetti, a cominciare dai suoi dirigenti, un partito indispensabile (non, però, insostituibile), nel sistema politico italiano e utile nel Parlamento europeo. Dal conflitto di idee e proposte di coloro che si sono candidati/e e dalle critiche dei commentatori preparati e degli studiosi disincantati può sortire qualche inattesa novità. Se no, il galleggiamento continuerà. Qualunquemente. Viziosamente. Tristemente.
Pubblicato il 7 dicembre 2022 su Domani
Contro Meloni meritiamo un’opposizione migliore @DomaniGiornale


Gli abitualmente molto affidabili sondaggi di Nando Pagnoncelli danno Fratelli d’Italia al 30 per cento delle preferenze, in significativa crescita rispetto al 25 settembre. Due mesi dopo le elezioni si può forse ancora parlare di luna di miele. Credo sarebbe una interpretazione consolatoria per le opposizioni, ma sbagliata. Giorgia Meloni si è definita underdog. Il fatto è che è stata underestimated da quasi tutti, dentro il suo partito, tranne da pochi fedelissimi e fuori anche perché donna. I presunti continuatori dell’agenda Draghi non hanno mai dato abbastanza peso al sobrio riconoscimento da parte dello stesso Draghi della coerenza e della serietà dell’opposizione di Meloni. Non danno altrettanto prova di serietà e di coerenza gli oppositori di Meloni, alcuni preferendo offrire generosa disponibilità a collaborare, altri, in una tradizione lunga e non nobile, proseguendo per pigrizia e ignoranza, nella strada della demonizzazione che non porta da nessuna parte.
Invece, i dati sono chiari. Cito la Presidente del Consiglio nell’intervista di ieri al Corriere: esistono “una maggioranza chiara, un programma comune e un mandato popolare”. C’è un governo che ha “il dovere … di garantire un equilibrio complessivo” e all’estero “c’è grande attenzione nei confronti dell’Italia”. Non spetta a Meloni darsi la zappa sui piedi e riconoscere un esordio non proprio felice, a partire dalla disciplina del rave party e qualche “sparata” sull’omofobia del suo capogruppo al Senato che preferisce l’antico testamento alla Costituzione, e sui matrimoni in chiesa da incoraggiare a suon di migliaia di euro. Meloni ha anche imparato che non deve cercare nessun colpo ad effetto, ma attuare una strategia incrementale: poco per volta, che ha il doppio vantaggio di lasciare tempo e modo per la correzione degli eventuali errori, ciò che non funziona, e di potere accelerare e approfondire se l’intervento iniziale ha prodotto esiti positivi.
Nessuno, meno che mai i navigatissimi politici di mestiere e i coltissimi commentatori della sinistra debbono sorprendersi e indignarsi se Giorgia Meloni fa politiche di destra. Ciò che sorprende è che le opposizioni non abbiano finora capito che debbono attrezzarsi per un’azione di lungo periodo che sappia collegare la protesta di piazza, ampia e ordinata, con gli emendamenti e le proposte alternative in Parlamento. Questo è il governo che gli italiani, quelli che hanno votato e quelli astenuti, si meritano. Qualcuno, a cominciare da chi scrive e dal quotidiano sul quale scrive, forse si merita un’opposizione migliore, per dirla giornalisticamente, “sul pezzo”. Il testo da correggere già esiste. Si chiama Legge di Bilancio. Cambiarla in meglio, che per me significa a favore di coloro che hanno meno di tutto, compreso meno opportunità, si può. Il tunnel che conduce al 2027 è lunghissimo.
Pubblicato il 30 novembre 2022 su Domani