Home » Posts tagged 'Forza Italia' (Pagina 15)
Tag Archives: Forza Italia
Un patto contro gli elettori
Sembra che il vero punto unificante del patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi, stilato a gennaio e confermato ieri, consista nel ridimensionamento del potere degli elettori italiani. Il Senato non sarà più elettivo. La sua composizione sarà determinata dai consigli regionali, vale a dire, dai partiti colà rappresentati, certamente, come rivelano i troppi scandali degli ultimi anni, non la migliore delle classi politiche. I nuovi senatori faranno riferimento a chi li ha nominati, non ai cittadini delle rispettive regioni. Aumenteranno le firme per chiedere i referendum abrogativi, da 500 mila a 800 mila, ma anche per esercitare l’iniziativa legislativa popolare, moltiplicate per cinque: da 50 mila a 250 mila firme. Quanto alla legge elettorale, il vero snodo nei rapporti fra gli elettori, i deputati e il governo, sembra che nel migliore dei casi, Renzi e Berlusconi siano disposti ad ammorbidire le soglie per l’accesso al Parlamento, consentendo anche a partiti relativamente piccoli di ottenere seggi, in special modo se si alleano con il Partito Democratico oppure con Forza Italia, ma finora netto è il loro “no” alle preferenze. La motivazione non è detta, ma chiara: perché, da un lato, raccogliendo preferenze, i candidati riuscirebbero a dimostrare di avere un consenso politico personale; dall’altro, una volta eletti grazie alle proprie forze, non sarebbero malleabili dai loro capi partito e pretenderebbero di decidere come votare, magari, addirittura, facendosi portatori delle esigenze, delle preferenze dei loro elettori.
Ecco, il punto: “no”, quindi, alle preferenze che, con il soccorso di alcuni professoroni non soltanto costituzionalisti, costituirebbero “un’anomalia tutta italiana”, espressione di voto di scambio, tramite dei voleri delle lobby, portatrici di corruzione. Non importa che siano tutti fenomeni raramente provati e, in alcune aree del paese, inesistenti. Importa che, in assenza del voto di preferenza, il potere di nominare i parlamentari rimarrà solidamente nelle mani del declinante Berlusconi e dell’ascendente Renzi. Naturalmente, per riportare agli elettori il potere di scegliere i parlamentari sarebbe sufficiente e molto “democratico” introdurre i collegi uninominali nei quali chi vince cercherà poi di rappresentare tutti gli elettori con l’obiettivo di essere rieletto. In tre quarti delle democrazie europee, variamente congegnata, è garantita agli elettori la possibilità di esprimere una o più preferenze nell’ambito della lista di candidature presentata dal partito prescelto. L’elenco è molto lungo. Riguarda, con poche differenze pratiche, tutti i paesi scandinavi: Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia (incidentalmente, sono i sistemi politici nei quali c’è meno corruzione in assoluto). L’elenco contiene anche le nuove democrazie dell’Estonia, della Lettonia, della Lituania e della Polonia e vecchie democrazie come Belgio Lussemburgo, Olanda.
Fra le ventotto democrazie occidentali prese in considerazione (nell’analisi del mio allievo Marco Valbruzzi), ventitré concedono ai loro elettorati la possibilità di intervenire in maniera incisiva, in collegi uninominali oppure esprimendo un voto o più di preferenza, sulla scelta del o dei candidati che andranno a rappresentarli in Parlamento. Dunque, il voto di preferenza, sul quale in Italia si tenne anche un referendum popolare nel giugno del 1991, non costituisce affatto “un’anomalia tutta italiana”. Al contrario, l’Italia si trova adesso nella compagnia di una minoranza di Stati che hanno liste bloccate: Bulgaria, Croazia, Portogallo, Romania, Spagna. Non è il caso di andare a valutare il grado di soddisfazione dei cittadini di quei sistemi politici sul funzionamento delle loro democrazie. Sappiamo che gli italiani sono fra i più insoddisfatti ed è davvero azzardato pensare che la nomina dei parlamentari ad opera dei capi dei partiti non sia una delle motivazioni dell’elevata insoddisfazione. Non sarà il voto di preferenza a salvarci, ma avendolo e utilizzandolo gli elettori sarebbero almeno consapevoli che il miglioramento della politica dipende anche da chi votano.
Pubblicato AGL 7 agosto 2014
Tagliole, ghigliottine e paralisi
La riforma del Senato deve avere qualche problema serio. Il testo, già abbondantemente rivisto rispetto alla sua stesura iniziale, è finito proprio nella palude di migliaia di emendamenti dai quali non uscirà, come vorrebbe il velocissimo Matteo Renzi. A suo sostegno, in maniera del tutto irrituale, è sceso in campo, credo proprio che sia il verbo giusto, addirittura il Presidente della Repubblica. Colui che è stato uno dei più convinti e coerenti “parlamentaristi” italiani ha affermato che è da tempo che il bicameralismo paritario (non, per favore, “perfetto”) deve essere riformato. Preoccupato dalla paralisi parlamentare, il Presidente, che pure ha conosciuto non pochi ostruzionismi quando era deputato, mercoledì ha addirittura convocato il Presidente Grasso per invitarlo ad accelerare. Martedì, in un altro discorso, curato, come solo lui sa fare, in ogni particolare lessicale, Napolitano aveva smentito qualsiasi scivolamento autoritario a effettuare il quale non sarà certamente sufficiente nessuna riforma del Senato. Sul punto, il Presidente ha sicuramente ragione, ma coloro che denunciano involuzioni autoritarie guardano al quadro complessivo che include anche la legge elettorale nel testo approvato dalla Camera e alle maggiori difficoltà con le quali i cittadini potranno accedere al referendum.
Curiosamente, proprio i giornalisti parlamentari ai quali Napolitano ha espresso le sue posizioni istituzionali, hanno messo in secondo piano le severissime critiche presidenziali alla legge elettorale. Infatti, nel resoconto virgolettato del “Corriere della Sera” (non un quotidiano di opposizione dura e pura), si legge che il Presidente ha dato per scontato che il testo approvato alla Camera venga “ridiscusso con la massima attenzione per criteri ispiratori e verifiche di costituzionalità che possono indurre a concordare significative modifiche”. Se qualcuno sostenesse che il Presidente Napolitano, al quale spetterà poi di promulgare la legge, ha affossato l’Italicum nella sua versione attuale, sarebbe vicinissimo al vero. E’ possibile che l’intenzione di Napolitano fosse di far sapere al Presidente del Consiglio Renzi che, invece di flettere i muscoli in estenuanti prove di forza, di piazzare tagliole e di proporre ghigliottine agli emendamenti dei senatori, farebbe meglio ad andare a qualche trattativa anche perché nella legge elettorale molte modifiche saranno indispensabili.
Da sempre Napolitano ha detto di preferire che, per fare le riforme istituzionali, si produca un’ampia convergenza, mentre, fin dall’inizio Renzi ha scelto la strada della piccola convergenza con Berlusconi e con il suo ancor più rimpicciolito partito dopo le elezioni europee. I Senatori di Forza Italia non sembrano convintamente convergenti cosicché l’eventuale maggioranza riformatrice finisce per essere appesa a pochi voti. Al Senato non si sta combattendo una battaglia, come si dovrebbe, per fare cambiare verso all’Italia. La battaglia ha una posta più grande e sostanzialmente sbagliata: non perdere la faccia. Renzi sostiene di avere ottenuto un mandato dal 40,8 per cento di elettori che lo hanno votato alle Europee, ma che, appunto, erano le elezioni per il Parlamento europeo, non per la riforma del Senato italiano. Gli oppositori della riforma non stanno semplicemente difendendo posto di lavoro e indennità, una brutta accusa formulata dal Presidente del Consiglio e dai suoi zelanti sostenitori. La maggioranza di loro hanno una storia politica che può chiudersi in questa legislatura poiché dispongono di una professione alla quale tornare. Gli oppositori stanno proponendo una riforma diversa che, in maniera tutt’altro che truffaldina o episodica, coinvolga anche la Camera, sicuramente ipertrofica e mai impeccabile nel suo funzionamento, come sa Napolitano che ne fu Presidente (1992-1994). In assenza di una legge elettorale decente e nel semestre europeo di presidenza italiana, la minaccia di un ritorno alle urne è spuntata. Nessuna tagliola e nessuna ghigliottina: meglio un saggio ritorno al confronto su pochi punti.
Pubblicato circuito AGL il 25 luglio 2014
Mario Mauro cacciato per puntellare le riforme di Napolitano
Intervista di Pietro Vernizzi pubblicata su il sussidiario.net mercoledì 11 giugno 2014
IL CASO/ Pasquino: Renzi ha cacciato Mauro per puntellare le riforme di Napolitano
“Non potevo mancare visto il temporaneo prolungamento del mio mandato che cerco di esercitare, nei limiti del possibile, fermamente e rigorosamente nell’interesse del Paese”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione dei premi David di Donatello in Quirinale. Il capo dello Stato ha aggiunto: “L’interesse generale del Paese suggerisce cambiamenti e riforme in molti campi, anche in quello istituzionale”. Il presidente della Repubblica è dunque tornato a sollecitare le riforme. Si tratta di capire che cosa è mutato, nel frattempo, nello scenario politico. Ne abbiamo parlato con Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica nell’Università di Bologna.
Che cosa vuol dire il segnale di Napolitano ai partiti, proprio quando dopo le Europee le riforme sembrano allontanarsi?
Proprio perché sembrano allontanarsi, Napolitano ricorda che le riforme andrebbero comunque fatte entro tempi decenti. Anche perché probabilmente Napolitano non ha intenzione di rimanere ancora per molto tempo al suo posto.
In questo momento qual è l’interesse di Renzi? Fare le riforme o no?
L’interesse di Renzi è approvare le riforme, purché siano fatte bene. Occorre quindi una pausa di riflessione, in quanto la riforma del Senato così com’è non v a bene. La riforma della legge elettorale è stata pensata in un sistema politico e partitico diverso, che dopo le elezioni europee è cambiato. La riforma elettorale non va comunque pensata con riferimento a interessi di corto periodo, in quanto al centro dovrebbe avere il fatto di dare più potere agli elettori. Mentre così come l’hanno congegnata Renzi e Berlusconi, sembra avere come obiettivo il fatto di mantenere al potere i due grandi partiti, Pd e Forza Italia. Il primo è diventato un po’ più grande, il secondo un po’ più piccolo, e a questo punto gli interessi dei due partiti divergono.
L’esito dei ballottaggi delle amministrative deve preoccupare Renzi?
No, il segretario del Pd non deve essere preoccupato perché lui non ha fatto campagna elettorale né a Livorno, né a Padova (dove hanno vinto rispettivamente il Movimento 5 Stelle e il centrodestra, ndr). Uno dei suoi più stretti collaboratori, Giorgio Gori, ha comunque vinto a Bergamo. L’effetto-traino di Renzi del resto si è registrato alle Europee, che si sono svolte su tutto il territorio nazionale, mentre alle amministrative al contrario contano molto i fattori locali.
Renzi può permettersi di mettere le riforme in agenda senza andare allo scontro?
Assolutamente sì. Renzi ora può mettere le riforme in agenda insieme a Scelta Civica e al Nuovo Centro Destra, che sono i partiti che fanno parte della coalizione di governo e che quindi avrebbero la maggioranza assoluta per approvarle. E’ con loro che deve discuterne, che poi Berlusconi ci sia o non ci sia è un fatto irrilevante e anche a Renzi non dovrebbe importare.
Qual è la vera potenzialità del 40% del Pd per le riforme di Renzi?
Non è una questione di numeri, ma di intelligenza e di adeguatezza delle riforme. Se il presidente del Consiglio attua delle buone riforme, l’intero Partito democratico lo seguirà. Nel frattempo ci sono le elezioni del nuovo presidente del Pd.
Per Renzi sarà un nuovo grattacapo?
Non necessariamente, credo che ci siano altre tre o quattro buone candidature, Renzi naturalmente ha una maggioranza solida nell’assemblea nazionale e quindi può decidere se vuole puntare a prendere tutto, e allora sosterrà un candidato che gli sia vicino, oppure se vuole essere generoso e scegliere una personalità a prescindere dal fatto che sia o meno renziana.
Lei ritiene che la favorita sia Paola De Micheli?
Paola De Micheli va benissimo: è una donna competente, capace, dotata di abilità politica e con un trascorso bersaniano che secondo me non è affatto da disprezzare.
Che cosa ne pensa dell’estromissione di Mario Mauro dalla commissione Affari costituzionali?
I gruppi parlamentari hanno il potere di sostituire i loro rappresentanti nelle varie commissioni. Noi possiamo non gradire le modalità con cui ciò avviene, ma resta il fatto che il potere spetta ai gruppi parlamentari. Questi ultimi designano e revocano, se poi c’è anche un obiettivo futuro lo vedremo. Dipenderà da come voterà Lucio Romano, colui che ha sostituito Mario Mauro.
Ma qual è il significato complessivo di questa operazione?
Il significato complessivo è che queste riforme preparate in fretta e furia da Renzi traballano, e quindi cercano di puntellarle non con l’intelligenza istituzionale, ma con un ricambio politico dei parlamentari che sono meno sensibili al richiamo del partito, e invece più sensibili al contenuto della riforma.
Pietro Vernizzi
Moderati, non c’è spazio per Passera
Intervista di Giuseppe Mottola pubblicata su L’Indro 20 Maggio 2014
“Coraggio posdatato”
Moderati, non c’è spazio per Passera
Il 14 giugno il processo costituente di Italia Unica. Intervista al politologo Gianfranco Pasquino
«Come il cavaliere templario della ballata di Schiller, il partito moderato mosse diritto al mostro del disavanzo, con un mastino al fianco. Questo mastino si chiamava l’Imposta». Ed è ancora vivo, a differenza del nostro eroe contabile, ucciso dalle umane vicende politiche. Che il partito di Balbo, d’Azeglio e Cavour avesse in sorte di morire, comunque, il fondatore del ‘Corriere della Sera’ lo sapeva. «Questo partito cadrà un giorno, perché tutto cade», scriveva ancora Eugenio Torelli Viollier nel primo editoriale del ‘Corriere‘, datato 5 marzo 1876, nel quale la testata metteva in chiaro la sua simpatia per la formazione che aveva nel curriculum «l’Italia unificata, il potere temporale de’ papi abbattuto, l’esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio». La Destra Storica, come fu poi chiamata, che governò proprio fino al 1876, quando fu sostituita dalla Sinistra Storica di Agostino de Pretis.
Quel Partito moderato è scomparso, ma il moderatismo no. Se rifuggite gli estremismi, siete per il cambiamento graduale e avete posizioni tendenzialmente di centro e conservatrici potete ritenervi elettori moderati. Siete anche l’oggetto del desiderio di varie forze politiche, con il sogno di unirvi tutti sotto una sola bandiera. Ci ha provato senza successo Silvio Berlusconi, in particolare con il Popolo della Libertà, esperimento fallito di fusione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale: il partito, nato nel 2009, si è sciolto nel 2013 per contrasti interni sul sostegno al governo Letta fra Berlusconi e il suo ‘delfino’ Angelino Alfano, ed è poi confluito nella rinata Forza Italia, dalla quale Alfano si è staccato creando il Nuovo Centrodestra. Fi e Ncd ambiscono entrambe a rappresentare i moderati, al pari dei centristi come Scelta Civica per l’Italia, e quegli elettori fanno gola anche nel centrosinistra al Partito democratico. In quanto al Movimento 5 Stelle, «moderato è una parola che mi fa paura, noi stiamo andando verso la bancarotta con la parola ‘moderato», ha detto il leader Beppe Grillo il 20 maggio.
In quest’arena c’è un nuovo sfidante ai cancelli: Corrado Passera. L’ex amministratore delegato della banca Intesa Sanpaolo, già ministro nel governo di Mario Monti (novembre 2011-aprile 2013) nel dicastero per lo Sviluppo economico, le infrastrutture e i trasporti, ha fondato il partito Italia Unica con l’intento esplicito di riunire i moderati contro il segretario del Pd e capo del governo Matteo Renzi e il leader di M5S Beppe Grillo, e il 14 giugno darà il via al processo costituente. Gran parte dell’elettorato non sa chi votare e manca una proposta politica seria e alternativa ai populismi, ha detto Passera al ‘Corriere della Sera’ nell’intervista del 18 maggio in cui ha annunciato il suo progetto «popolare nell’accezione europea del termine con forte iniezione liberale», e il centrodestra «è come se non fosse in partita», ma «non è possibile che 10 milioni di voti rischino di non contare più niente». Italia Unica vorrebbe riempire quel vuoto, debuttando alle prossime elezioni politiche. Con quale programma si vedrà: ci sarà una consultazione via web al riguardo.
Per ora si sa, come ha spiegato Passera, che il nuovo partito è per l’economia di mercato «combinata ad una grande sensibilità sociale», l’abolizione di Senato e province, uno Stato più magro che si occupi di regole, controllo e programmazione e non di gestione, e una legge elettorale a doppio turno di coalizione con collegi uninominali, e non chiede deroghe agli impegni verso l’Unione europea ma vuole che questa promuova lo sviluppo. Tempo per definire il programma potrebbe essercene molto: le prossime politiche alle quali l’ex ministro vuole partecipare potrebbero essere anche nel 2018. Questo ha attirato l’ironia di Alfano, che ha parlato di «coraggio postdatato». Per il forzista Maurizio Gasparri Passera mancherà l’obiettivo («Sono più i milioni che ha guadagnato che i voti che prenderebbe»), mentre il leader dei Moderati Giacomo Portas, deputato nelle file del Pd, ha invitato l’ex ministro a parlare con loro. La segretaria di Scelta Civica e ministra dell’Istruzione, Stefania Giannini, per parte sua apprezza l’iniziativa ma esorta a farla partire dal basso.
Proprio l’organizzazione del partito sul territorio può essere un punto debole dell’iniziativa di Passera, così come lo è la quantità di concorrenti, secondo il politologo Gianfranco Pasquino. Con lui abbiamo parlato del progetto dell’ex ministro.
Secondo Corrado Passera gran parte dell’elettorato non sa chi votare e il centrodestra è messo fuori gioco dalla sua debolezza. Ha ragione? Quanto spazio c’è oggi per un nuovo partito dei moderati?
Credo che lo spazio sia poco. Una parte è coperta da Forza Italia, un’altra in modo significativo dal Nuovo centrodestra, un’altra ancora da Scelta civica e Scelta europea, e poi ci sono altri elettori che votano il Pd. I moderati non sono a spasso, hanno quattro case e sanno anche muoversi fra di esse.
Passera è stato banchiere -in Intesa Sanpaolo- e ministro del governo Monti. Questo potrebbe condizionare gli elettori? Gli avversari politici già critici verso la categoria dei banchieri e l’esecutivo Monti potrebbero approfittarne?
Ognuno arriva in politica con la sua biografia, e quella di Passera mi sembra buona. Non conta solo quella, però; sono importanti anche le cariche ricoperte e la capacità organizzativa. Berlusconi, ad esempio, si basò sui venditori di Publitalia per organizzare Forza Italia. Passera come intende fare?
Forza Italia quanto risentirà del nuovo concorrente? Già oggi può soffrire la competizione del Pd di Matteo Renzi e del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Berlusconi è davvero il passato remoto per moltissimi, come ha detto Passera?
In quanto alle idee i partiti oggi sono il passato, anche se non remoto. L’unico con idee nuove era Monti, ma si è sepolto con le sue bugie. Ribadisco, comunque, che serve anche l’organizzazione sul territorio e da questo punto di vista l’intenzione di Passera mi sembra velleitaria.
Passera si rivolge anche agli elettori della sinistra: non lascerà a questa la rappresentanza del ceto medio produttivo e del terzo settore e la sfiderà sulla lotta alla povertà, ha detto. Quanti consensi potrebbe avere da quella parte? Può impensierire il Partito democratico?
Premesso che la sinistra non è solo il Pd, non vedo perché gli elettori di questo partito dovrebbero votare altri, ora che hanno per la prima volta a capo del governo un dirigente giovane e dinamico come Renzi.
Secondo Passera alcuni elettori votano il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, come anche il Pd di Renzi, per mancanza di alternative. ‘Italia Unica’ può togliere voti al Movimento?
Spesso si sceglie un partito perché non si hanno alternative e perché non si vuole vincano gli altri. Gli elettori di Grillo hanno molte alternative, ad esempio il Pd, Sel e anche Forza Italia per quanti provengono dal centrodestra, ma hanno deciso di votare il Movimento 5 Stelle e non penso cambieranno idea; l’unica speranza per gli altri è che si indignino al punto da non andare a votare.
Passera considera «passato prossimo» il leader del Nuovo centrodestra e ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ex ‘delfino’ di Berlusconi, e lo ritiene destinato a restare minoritario. Lo stesso pensa di Pierferdinando Casini. Le ambizioni dei due quanto risulteranno ostacolate dall’aspirazione di Passera alla leadership del centrodestra?
Casini è il passato, mentre Alfano lo è solo in parte. Passera fa male a sfidare anche Alfano, perché potrebbe collaborare con lui alla creazione di un partito moderato ed europeo decente, formazione che l’Italia non ha avuto e Alfano sta tentando di esprimere. Passera lo sfida, ma non riuscirà a sostituirlo.
Alfano ha accusato Passera di «coraggio postdatato, a futura memoria» perché non si presenterà alle elezioni europee di questo mese ma alle prossime politiche, che potrebbero tenersi anche nel 2018.
Al di là del postdatato, mi pare una buona battuta. Passera deve trovare da fare fino alle prossime politiche. Deve anche organizzare il suo partito sul territorio, e come possa farcela non so. Se ha la fiducia di operatori economici potrebbe affidarsi a loro, ma finora non l’ho vista.
La segretaria di Scelta civica e ministra della Pubblica istruzione, Stefania Giannini, ha detto che il progetto di Passera sembra avere molto in comune con la proposta politica di Mario Monti e ritiene curioso che «citi tutti tranne noi, quasi un lapsus freudiano».
Penso che Passera manchi un po’ di generosità. Monti, che lo nominò ministro, lo scelse anche perché pensava condividesse molto della sua visione politica. Se Passera vuole fare politica non doveva lasciare Monti e se aveva differenze di opinioni con lui doveva lavorare per ridefinire Scelta civica. Fuori non conta nulla.
Passera ha detto che la sua proposta è rivolta a quanti «non si riconoscono nei populismi imperanti, incluso Renzi». In Italia oggi quanto contano il carisma del leader e il contatto diretto con i cittadini per conquistare voti? Si può farne a meno?
Non è facile per un banchiere il contatto diretto con i cittadini, qualsiasi cosa s’intenda, ma certo bisogna girare il Paese reale. Renzi parte meglio perché è stato presidente di Provincia e sindaco e ha partecipato a due primarie del Pd. In quanto al carisma, è una parola grossa: oggi al massimo ci sono popolarità ed elementi di spettacolarità. Carismatico era Berlusconi nel ’94, come uomo di successo e sfidante di un forte schieramento progressista.
L’Italia non è nuova ai propositi di unire gli elettori moderati sotto una sola bandiera. Berlusconi ha già fallito con il Popolo della Libertà. Quali lezioni può trarre Passera dal passato?
In questo Paese esistono ancora una sinistra e una destra, nonostante tutto, e se gli elettori moderati si collocano dove dovrebbero, nella destra moderata, ribadisco che spazio non c’è. Non solo ci sono Forza Italia, Nuovo centrodestra e Scelta civica, ma Renzi è riuscito a conquistare alcuni al Pd. Quattro case sono abbastanza per questi elettori.
Giuseppe Mottola
Oltre il bicameralismo imperfetto
Il bicameralismo italiano, non essendo affatto “perfetto”, come troppi, persino fra gli addetti ai lavori, si ostinano a dire, deve , comunque, essere riformato. Meglio definito paritario o simmetrico, il bicameralismo può anche essere abolito del tutto. Esiste il monocameralismo in paesi non scivolati sotto il tallone dell’autoritarismo né di altri “ismi” come la Danimarca, la Finlandia, il Portogallo, la Svezia. Altrimenti può essere differenziato in maniera risolutiva ed efficace, vale a dire, affinché se ne giustifichi la persistenza. Fermo restando che in nessun sistema politico bicamerale sono entrambe le Camere a dare (e a togliere) la fiducia, questa non può essere l’unica nota differenziante e la giustificazione di una presunta migliore governabilità sarebbe davvero meschina e insufficiente. La differenziazione che conta è quella che riguarda la competenza, congiunta o esclusiva, per materia. Se il prossimo Senato dovrà essere una camera di “riflessione”, allora bisogna che siano chiare le materie sulle quali darà il suo apporto.
La grandissima maggioranza dei parlamenti bicamerali basa la sua differenziazione sulla rappresentanza territoriale. Le due eccezioni sono costituite dal prototipo della democrazia parlamentare, la Gran Bretagna, dove la Camera dei Lord, composta da Lord ereditari o di nomina reale, ha un collegamento minimo con il territorio, e dal prototipo della democrazia presidenziale, gli Stati Uniti d’America, dove il Senato, probabilmente, il più forte ramo parlamentare esistente al mondo, ha certamente un collegamento fortissimo con il territorio, gli Stati, ma sarebbe alquanto improprio definirlo camera di rappresentanza territoriale. In Europa, la migliore e più forte rappresentanza territoriale è offerta dal Bundesrat tedesco. I suoi solo 69 componenti sono nominati dalle maggioranze di governo di ciascun Land. Vittoriosi in Baviera i democristiani nominano i loro rappresentanti al Bundesrat senza nessuna concessione ai socialdemocratici e ai verdi. Nei Länder dove vincono, i Socialdemocratici e i Verdi fanno altrettanto nominando soltanto loro rappresentanti. Lo stesso vale per tutti gli altri Länder.
Mutatis mutandis, purché i mutamenti siano limitatissimi, questa modalità di composizione del prossimo, numericamente ridottissimo, Senato italiano, sono facilmente imitabili. Come stanno le cose, in Lombardia, saranno la Lega Nord e Forza Italia a nominare i loro rappresentanti (che potrebbero anche essere senatori uscenti, o giù usciti), mentre in Emilia-Romagna sarà il Partito Democratico a farlo, tenendo conto degli eventuali alleati al governo della Regione. Esiste, però, anche una modalità più innovativa, che garantirebbe rappresentanza territoriale, dando grande potere agli elettori e agli eletti. Una volta stabilito il numero complessivo dei prossimi Senatori, suggerirei non più dei componenti del Bundesrat, e distribuiti fra le Regioni di modo che quelle piccole ne abbiano uno soltanto e quelle grande non più di quattro/cinque, la loro elezione avverrebbe in una competizione su scala regionale, in inglese si dice at large. Vale a dire che ciascun elettore avrebbe un solo voto con il quale scegliere il suo candidato in liste regionali presentate dai partiti, ma anche da associazioni dei più vari tipi. Coloro che otterranno il più alto numero di voti individuale saranno eletti e andranno a rappresentare la loro Regione, proteggendone e promuovendone gli interessi in Italia, e anche in Europa, se a questo nuovo Senato saranno affidate le politiche europee e se l’UE riuscirà mai a diventare effettivamente l’Europa delle Regioni.
Stabilita con criteri chiari e univoci la composizione del nuovo Senato, dovrebbe risultare più semplice la differenziazione delle materie di competenza delle due camere. Comunque, se l’attuale Senato mira a giustificarsi come camera di riflessione, ne ha l’opportunità immediata. Respinga la blindatura imposta dal governo e proponga una riforma all’altezza della sfida. Hic Rhodus hic salta.
L’Unità 31 marzo 2014
La ballata delle riforme
Almeno per qualche giorno non si potrà dire che la proposta di riforma elettorale Renzi-Berlusconi si sia incartata. Anzi, è stato raggiunto un accordo importante. Il testo in discussione nell’aula della Camera riguarderà unicamente l’elezione dei deputati. Per il Senato, bisognerà presumibilmente attendere che sia formulato e messo in discussione il disegno di legge costituzionale che lo trasforma profondamente facendone una sorta di Camera delle autonomie che non dovrà più dare la fiducia al governo e non potrà più togliergliela. Adesso, soprattutto chi pensa, una volta approvata la nuova legge elettorale, ad una rapida dissoluzione del Parlamento e ad elezioni anticipate, ha di che essere soddisfatto. Sono caduti gli emendamenti che subordinavano l’entrata in vigore del nuovo sistema all’approvazione della riforma del Senato. Però, chi valuta le riforme in maniera “sistemica”, vale a dire, con riferimento ad un effettivo miglioramento delle modalità di funzionamento del sistema politico-istituzionale italiano, in particolare, dei rapporti governo/parlamento, non può che rimanere piuttosto perplesso. Infatti, in caso di crisi di governo e di sua impossibile soluzione in questo parlamento, nelle inevitabili elezioni anticipate gli elettori si troverebbero ad eleggere la Camera dei deputati con la nuova legge e il Senato con un sistema che deriva dalle dure e sostanzialmente insormontabili obiezioni della Corte Costituzionale.
Quello che, con pessimo termine viene definito “consultellum”, cioè la risultante delle bocciature costituzionali, è un sistema proporzionale senza nessuna clausola che impedisca la frammentazione partitica e che renda difficile la rappresentanza in Senato di partiti anche molto piccoli. Il rischio reale è che la Camera avrà, soprattutto grazie al premio di maggioranza, un chiaro vincitore, mentre il Senato potrebbe non avere vincitori e, per di più, trovarsi con una maggioranza diversa da quella della Camera: ingovernabilità assicurata.
Due sono le lezioni intermedie che si possono trarre dalla ballata elettorale. La prima è che la fretta di Renzi ha prodotto una situazione confusa con un testo che è assolutamente necessario ritoccare, rendere più limpido, ad esempio, nelle troppe soglie di sbarramento previste, raccordare con la riforma del bicameralismo, brutalmente sbandierata davanti ai senatori dal Presidente del Consiglio che ne chiedeva l'”ultima” fiducia. Per fortuna, la ballata elettorale non è ancora finita cosicché, senza impuntature, c’è ancora tempo per, ad esempio, eliminare le candidature multiple e trovare il modo di accrescere il potere, adesso minimo, degli elettori. La seconda lezione sembra essere che l’asse Berlusconi-Renzi ha tenuto, ma che il “grande disappunto” manifestato da Berlusconi sulle incertezze di Renzi potrebbe tradursi in una sua indisponibilità a collaborare per altre riforme.
Finora Berlusconi ha ottenuto quel che ha voluto: sia un premio di maggioranza che è da lui conseguibile, soprattutto se la Lega sarà costretta ad aggregarsi a Forza Italia nel caso la soglia di sbarramento la mettesse in enorme difficoltà, sia le liste bloccate che gli consentono di continuare a nominare tutti i suoi parlamentari, uno per uno. Oltre, Berlusconi potrebbe non volere andare. Insomma, questa breve (e alquanto tardiva: il velocista Renzi aveva promesso la nuova legge elettorale già per fine gennaio) vicenda segnala che il capo del governo ha gravemente sottovalutato le difficoltà del compito riformatore e che lui e i suoi collaboratori, purché li ascolti più di quanto presta attenzione al Senatore di Forza Italia, Denis Verdini, plenipotenziario di Berlusconi nelle trattative elettorali, non sono in pieno controllo della situazione. Hanno ancora molto da imparare.
AGL 5 marzo 2014
Quel pasticciaccio brutto di Via Arenula
Che brutta storia questa dei comportamenti del Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri. In qualche modo, non soltanto ha mentito, ma ha anche sottovalutato il peso delle sue telefonate, non di una persona come noi, ma di un Ministro. Ne ha fatte anche molte altre, a numerosi detenuti, addirittura un centinaio, sostengono i suoi difensori, ma quelle ai Ligresti, amici di lungo corso e persino datori di lavoro di suo figlio e collaboratori di suo marito, non erano certamente dello stesso tenore di quelle fatte a quegli altri detenuti. In interviste, difensive o all’attacco, entrambe piuttosto inappropriate, e nelle dichiarazioni ufficiali, il Ministro “tecnico” ha poi saputo mostrare molta più arroganza dei ministri “politici”. Contava, evidentemente, su qualche appoggio autorevole. Infatti, con una dichiarazione preventiva, anche questa forse non del tutto opportuna, è stato lo stesso Presidente della Repubblica a, per usare il linguaggio politichese, “blindarla”. Non è possibile escludere che Napolitano manifesti così la sua stima per un ex-prefetto che ha avuto modo di conoscere, non è noto quanto a fondo, quando lui era Ministro degli Interni.
Più probabilmente, Napolitano era, e rimane, molto preoccupato dalla stabilità e dalle sorti del governo Letta di cui è stato lo sponsor principale e alla cui esistenza ha legato anche la durata del suo mandato presidenziale. Famosa la sua affermazione “ne trarrò le conseguenze” qualora i partiti delle “larghe intese” eccedano nelle fibrillazioni e facciano cadere il governo, per di più senza neppure, andiamo ancora con il politichese, avere “messo in sicurezza” una legge elettorale nuova e sperabilmente migliore del vigente, vivo e vegeto, Porcellum. Napolitano e con lui Letta segnalano di avere nutrito il timore che le dimissioni di un ministro avrebbero scosso e fortemente indebolito il governo e che la sua sostituzione sarebbe stata difficilissima. Entrambi, in particolare, il capo del governo, hanno mandato un segnale di estrema debolezza. Può un Primo Ministro temere che un rimpastino dovuto a comportamenti censurabili, anche se non penalmente perseguibili, di un suo Ministro finiscano addirittura per provocare la caduta dell’intero suo governo? Se fosse così, emergono inevitabilmente due ipotesi inquietanti.
La prima è che Enrico Letta non abbia dopo più di sei mesi acquisito abbastanza autorevolezza da “suggerire” a un Ministro scelto da lui (o dal Presidente della Repubblica?) che l’ora delle dimissioni spontanee era scoccata, già un paio di settimane fa. Seconda ipotesi: che il centro-destra, pure diviso in due partiti, abbia fatto sapere che le dimissioni, comunque ottenute, della Cancellieri, sarebbero sfociate in una crisi formale con la richiesta di un rimpasto più consistente, magari con qualche posto anche per gli esponenti della rinata Forza Italia. Comunque, la reiezione così compatta della mozione di sfiducia da parte dei berlusconiani e degli alfaniani, motivata con toni esagitati da Fabrizio Cicchitto, fa pensare che il governo Letta verrà poi chiamato a pagare un qualche conto quando torneranno in ballo i pendenti problemi giudiziari di Berlusconi e della sua decadenza.
Sullo sfondo, ma soltanto sullo sfondo, sta la lotta, neanche tanto sorda, già in corso fra l’attuale capo del governo e il candidato alla segreteria del Partito Democratico, futuro candidato a Palazzo Chigi, il giovane e pimpante Matteo Renzi, ringalluzzito dalla sua vittoria percentuale persino fra gli iscritti, ma non abbastanza coraggioso da portare fino in fondo la sfida a Letta, chiedendo ai suoi parlamentari di votare la sfiducia a un Ministro, non al governo. Proprio per non destabilizzare quello che è anche il “suo” governo, le dimissioni del Ministro Cancellieri sarebbero state (saranno?) un gesto, per quanto tardivo, ancora apprezzabile.

