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Un partito non è Dinasty

Ci sarà sicuramente il cognome Berlusconi nel simbolo che Forza Italia presenterà per le elezioni europee. Attrae voti, dicono i sostenitori e confermano gli esperti. Petto in fuori, gongola, ma soltanto in parte, il detentore di quel cognome. Poiché, però, non potrà essere candidato e, se i giudici gli infliggono gli arresti domiciliari, non potrà neppure fare campagna elettorale (la cosa che gli è sempre riuscita meglio, poiché, a differenza dei politici, lo entusiasma, gli procura visibile e contagioso godimento fisico), Silvio sta seriamente prendendo in considerazione l’idea di candidare uno dei suoi figli, gli unici legittimi depositari del cognome/brand gradito da circa il 20 per cento degli elettori italiani.
L’azienda “Forza Italia” è, come troppe altre aziende italiane, a conduzione familiare. Prima o poi, la successione dovrà avere luogo, ma in politica la successione dovrà, anzitutto, misurarsi con la capacità di conquistare voti. In fondo, le elezioni europee, per una molteplicità di aspetti comunque molto importanti per “Forza Italia” e per lo stesso Berlusconi, costituiscono un buon terreno di apprendistato. Non sono una partita amichevole. Tutt’altro, ma Berlusconi non gioca mai partite amichevoli. Però, il risultato è meno importante di quello delle partite vere, le elezioni nazionali. Capeggiare le liste di Forza Italia per il Parlamento europeo può costituire il primo, significativo, passo nella successione dinastica. Finora Marina e Piersilvio hanno opposto resistenza a qualsiasi sirena che vorrebbe usarli e si direbbe che siano riusciti a chiamarsi fuori. Invece, Barbara appare piuttosto disponibile, ma, ovviamente, attende l’indispensabile chiamata in campo per bocca del padre. Nel frattempo, i comprimari, ovvero tutti coloro che in questi venti lunghissimi e tormentosissimi anni sono entrati in politica percorrendo anche immeritate carriere premono affinché un Berlusconi qualsiasi si candidi a riconquistare quei molti voti disponibili e, di conseguenza, consenta ai parlamentari italiani e a quelli europei, ai consiglieri regionali e a quelli comunali, di rimanere in politica, nelle cariche che hanno, nelle carriere che riusciranno a continuare e in quelle che cominceranno proclamandosi orgogliosamente berlusconiani.
Non ci è dato di sapere se qualcuno nei dintorni del Presidente Berlusconi abbia mai affacciato l’ipotesi di preparare una successione non dinastico-familiare, ma politica. Se qualcuno, oltre a pensare ai suoi grami destini in assenza Berlusconi, abbia pensato alla necessità e, persino, se non è troppo chiedere, anche al grande compito civile di dare rappresentanza politica a quei milioni di elettori italiani che desiderano un partito di destra in questo paese oppure, meglio, che non desiderano vedere la vittoria e il governo di un partito/coalizione di (centro)-sinistra. Addirittura coloro che si vantano di avere un elettorato proprio – sono soprattutto alcuni ex-democristiani -hanno la consapevolezza di non potere fare molta strada senza il tessuto connettivo fornito dal cognome Berlusconi, nonché, va subito aggiunto, dalla straordinaria capacità di Silvio di fare politica, anche grazie alle sue molte risorse, non soltanto monetarie, costruendo coalizioni.
La qualità di un leader, dicono i molti testi in materia, si misura anche, soprattutto dopo la sua scomparsa. Il metro di misurazione è rappresentato dalle condizioni in cui viene lasciata l’azienda da lui creata, l’organizzazione da lui costruita, il partito “personale” da lui guidato. I tormenti che attraversano i berlusconiani suggeriscono che credono poco alla loro sopravvivenza politica senza un Berlusconi, un figlio qualsiasi a guidarli e a benedirne le sorti politiche. Non sarebbe affare nostro, di donne e uomini di sinistra, suggerire soluzioni se non sapessimo che un sistema politico funziona meglio, una democrazia è di buona qualità quando esistono partiti, sì, questa è la parola chiave, a destra e a sinistra che offrono alternative programmatiche e di governo e che le riproducono, cambiando in maniera più o meno ordinata i loro leader, con attenzione alle preferenze e agli interessi dei cittadini. Le turbolenze di Forza Italia non fanno bene né alla competizione politica, di idee e di soluzioni, né all’Italia.

L’Unità 24 marzo 2014


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