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Lo stile di governo di Giuseppe Conte

Troppo impegnati a criticarlo, a darlo per spacciato e a suggerire (impraticabili) alternative la maggioranza dei commentatori italiani non riesce a capire perché il modo di governare di Conte funziona in modo soddisfacente ed è premiato dai sondaggi. Oramai da quasi un anno più del 50 per cento degli italiani (il 57 secondo il sondaggio Ipsos pubblicato una settimana fa dal “Corriere della Sera”) esprime il suo gradimento per l’operato di Conte e il 49 per cento per quello del governo. Tutti gli altri dirigenti dei partiti sono nettamente staccati, distanti più di 20 punti. Ciò rilevato, è possibile pensare che il governo guidato da Conte abbia commesso errori nell’affrontare la pandemia, che alcuni provvedimenti arrivino in ritardo, che, forse, l’Italia non si sta preparando adeguatamente per ottenere gli ingenti stanziamenti dall’Unione Europea, ma quasi nulla di tutto questo sembra scalfire il gradimento di Conte. Imperterriti gli editorialisti scrivono delle difficoltà di Conte e lo danno al capolinea, ma al dunque, ovvero quando qualcuno, come Renzi, tira troppo la corda, Conte riesce a rimettere ordine nella sua composita coalizione di governo e a continuare. La crisi preannunciata viene rimandata nel tempo, sempre un po’ più in là.

   Sono questi rinvii ad essere considerati esiziali dai critici e dagli oppositori di un Premier che dovrebbe essere forte, “decisionista” per usare una parola degli anni ottanta. Quando Conte decide, ad esempio, emanando i famosi/famigerati DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) viene curiosamente e davvero fuori luogo accusato di autoritarismo. La verità è che l’avvocato Giuseppe Conte ha dimostrato una inaspettata e imprevedibile capacità di apprendimento rivestendo la sua carica. Probabilmente, la pazienza fa parte del suo carattere, ma ha saputo metterla a buon frutto, mai rispondendo frettolosamente né alle critiche né agli avvenimenti. Nei rapporti sia con le associazioni sia con gli altri dirigenti politici ha posto in essere una strategia di stampo democristiano: la mediazione. Quando tutti, in maniera più o meno (ad esempio, il Presidente della Confindustria Bonomi e il leader della Lega Salvini) garbata, hanno formulato le loro posizioni e avanzato i loro, finora non brillanti, suggerimenti, Conte ha cercato e trovato il punto di equilibrio che non necessariamente sta in mezzo, ma tiene conto del diverso peso delle richieste. Se no, rinvia, come sta facendo con l’attuazione del MES per spese sanitarie dirette e indirette al quale si oppone “teologicamente” il Movimento 5 Stelle, ma che finirà per esigere un’accelerazione. Difficile dire se il modo di governare di Conte è il migliore possibile. Forse sì, nelle condizioni date. Soprattutto, come prova il vano e poco originale appello rivolto dai commentatori a Mario Draghi, nessuno sa dire chi altri e come garantirebbe oggi prevedibilmente esiti preferibili a quelli ottenuti da Conte in Italia e nell’Unione Europea. Conte va.

Pubblicato AGL il 24 dicembre 2020

Perché il piano di Conte ha bisogno dei burocrati @DomaniGiornale

Quasi dappertutto e molto spesso l’errore classico dei riformisti è consistito nel ritenere esaurito il loro ruolo una volta disegnate riforme impeccabili. Qualche volta quelle riforme venivano poi danneggiate nel passaggio parlamentare. Infine, diventavano quasi irriconoscibili nella fase di attuazione, nell’implementation. Gli apparati burocratici non erano disponibili a fare buona accoglienza a qualcosa nella cui elaborazione non erano stati coinvolti. Ritenevano di saperne di più. Volevano dimostrare che non dovevano essere “bypassati”. Attuando le riforme le stravolgevano. Naturalmente, non era mai sufficiente buttare la responsabilità del fallimento sulle spalle degli alti burocrati e di quelli medio-bassi poiché, nella loro ansia di produttività, spesso erano stati i riformisti a non tenere conto dell’esistente e dei meccanismi di attuazione.

Ho l’impressione che, decidendo di escludere la burocrazia, dalla formulazione dei programmi necessari per ottenere i cospicui fondi del NextGenerationEu, il Presidente del Consiglio abbia dato troppo ascolto a coloro che la criticano in blocco. Considerando tutti gli alti burocrati italiani indiscriminatamente lenti e inefficienti, Conte si era costruito una task force piramidale con sei manager e 300 collaboratori, tutti esterni ai Ministeri competenti per materia. Il coordinamento doveva essere politico: lui al vertice e i Ministri dell’Economia, Roberto Gualtieri, e dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, con il Ministro dei Rapporti Europei Enzo Amendola a fare da trait-d’union con la Commissione. Giustamente, anche il Parlamento (da meglio precisare) si è sentito emarginato.

   Fermo restando che i parlamentari dovrebbero sapere come imporsi al governo, chiamarlo a riferire, rivendicare un monitoraggio frequente e incisivo, la governance prospettata da Conte era, come dire?, alquanto sbilanciata sul versante tecnocratico, in maniera effettivamente criticabile. Sentite le molte, anche se non sempre precise e costruttive, critiche sembra che il Presidente del Consiglio abbia intenzione di procedere ad un riequilibrio. Meglio se sarà un riequilibrio per aprire a più opinioni, a più indicazioni e soprattutto ad un rapporto di collaborazione fra tecnici esterni, indispensabili, e alti funzionari preparati e ansiosi di contribuire. Da temere è, invece, un riequilibrio, di cui sento qualche sordo rumore sullo sfondo, in chiave politica: “bisogna che nella task force ci sia qualcuno dei nostri”. Purtroppo, è molto noto che nei ranghi della burocrazia italiana non sono pochi quelli che hanno i loro politici di riferimento e regolarmente si posizionano.

Meno noto è che nell’ampia burocrazia ministeriale esistono isole di eccellenza che i Ministri competenti avrebbero già dovuto individuare, apprezzare e valorizzare. Nei fondi europei previsti per l’Italia una parte non piccola è destinata proprio alla Pubblica Amministrazione per renderla più efficiente anche con la digitalizzazione. La grande occasione che l’utilizzo di quei fondi offre consiste, da un lato, proprio nella riforma stessa della burocrazia nazionale grazie a processi di reclutamento e di formazione che la portino all’altezza delle sfide che i migliori fra gli alti funzionari italiani conoscono bene se hanno frequentato le riunioni europee confrontandosi con i grands commis francesi, i civil servants inglesi e i burocrati tedeschi. Dall’altro lato, gli alti funzionari italiani saranno di conseguenza messi alla prova dell’attuazione di misure e riforme alle quali loro stessi hanno, almeno in parte, contribuito nella fase di elaborazione. Diventerà possibile valutarne ulteriormente le competenze e il rendimento, anche paragonando le loro prestazioni. Certamente, poi, tutti o quasi cercheranno di dare il loro meglio alla ricerca di prestigio e di meriti che ne facilitino la carriera. Diventerà più facile distinguere i più capaci da coloro che, per qualsiasi ragione, siano inadeguati.

   Il punto decisivo è che i burocrati ai quali si è offerta l’occasione di contribuire nell’elaborazione sentiranno anche il dovere di impegnarsi nella realizzazione di quelle riforme, nella loro attuazione di successo. L’alternativa la conosciamo: chiamarsi fuori, operare da freno, sabotare silenziosamente. Sono tutti comportamenti che, non soltanto in Italia, i burocrati sanno abilmente praticare. Invece, la loro partecipazione ai procedimenti di formulazione dei programmi eliminerà ogni alibi e servirà ad aprire un percorso virtuoso.

Pubblicato il 23 dicembre 2020 su Domani

Il passaggio da Conte a Draghi non è così facile @DomaniGiornale

Siamo arrivati ad un momento di svolta. Forse. Quindi, più che giusto è opportuno che emergano tutte le soluzioni che i politici italiani sanno formulare con grande fantasia e, per l’appunto, con abbondanti dosi di opportunismo. Dopo avere sistematicamente criticato i parlamentari che non appoggiavano la sua richiesta di scioglimento del Parlamento e di elezioni anticipate, accusandoli di essere attaccati alle poltrone, Matteo Salvini ne riconosce l’importanza e offre agli “appoltronati” una luccicante ancora di salvezza. Che almeno una ventina di loro (alla Camera nel Gruppo, variamente, Misto ci sono più di quaranta deputati e al Senato sono più di venti) si dichiari disponibile a convergere sulla formazione di un governo di centro-destra. Salveranno la poltrona e il paese. Dal canto suo, l’altro Matteo, Renzi, pensa molto più in grande. Lui che, capo del governo annunciò la “disintermediazione” ovvero la fine della fastidiosissima concertazione di alcuni provvedimenti legislativi con le parti sociali, adesso chiede che Conte proceda, quantomeno alla consultazione dei sindaci, dei sindacati (sic), delle associazioni di categoria.

   Molti ricordano che con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 Renzi voleva dare maggiori poteri decisionali al capo del governo. Che i suoi sostenitori insistevano da tempo per innestare nella democrazia parlamentare italiana un mai meglio precisato “premierato forte”. Che, insomma, era ora di avere anche in Italia una “democrazia decidente”. Lo scrisse più volte Luciano Violante a sostegno del referendum e di Renzi. Invece, sembra che siano stati sufficienti due DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) al mese, la maggior parte poi tradotta in decreti approvati dal Parlamento, a fare di Giuseppe Conte un leader autoritario. Invece del premierato forte dobbiamo preoccuparci del “complesso del tiranno”. Un giorno, poi, si dirà di Conte, che “ha fatto anche cose buone”. La priorità è di imporgli tutti i lacci e i lacciuoli possibili: nessuna cabina di regia da lui presieduta, presenza di rappresentanti dei partiti di governo ad ogni stadio e in ogni luogo si deliberi sull’assegnazione degli ingenti fondi NextGenerationEU e, soprattutto, il minor numero possibile di manager e di tecnici che tolgano potere ai burocrati, sempre criticati, oggi da recuperare in pompa magna. A scanso di equivoci, era sbagliata la critica indiscriminata. È altrettanto sbagliato l’affidamento quasi esclusivo ai burocrati della gestione dei fondi.

   Opinionisti e giornalisti hanno dato per spacciato Conte all’inizio dell’estate. Hanno previsto la sua caduta a settembre. Adesso i tempi sono ancora più maturi. La frase “il governo cadrà”, priva di senso se non dice perché e soprattutto quando, continua a essere ripetuta. Conte sembra non curarsi di loro, ma “guarda e passa” e, molto spesso, fa aperture, prende tempo, ricalibra la sua azione. I “cadutisti” s’ impegnano, non proprio brillantemente, a trovare il sostituto. Fanno un’incursione nelle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica il quale, art. 92 della Costituzione, “nomina il Presidente del Consiglio dei ministri”. Non possono esserci dubbi sul fatto che Mattarella nominerà/nominerebbe chi è in grado di garantire stabilità per quel che rimane della legislatura, due anni e più non è poco, e efficienza, nonché “europeismo”. Non so se questa persona è Mario Draghi, ma il suo nome circola da tempo e riscuote notevoli e pienamente giustificati apprezzamenti che, però, nulla possono dire sulle sue competenze e capacità propriamente politiche. L’elemento a mio parere più inquietante è dato da coloro che criticano, un giorno sì e quello dopo pure, Giuseppe Conte perché non ha nessuna legittimazione elettorale e politica. L’art. 94 della Costituzione non chiede legittimazione elettorale limitandosi saggiamente (perché mantiene aperta la porta della flessibilità, dell’adattabilità e della trasformazione dei governi) a stabilire che “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”. Può benissimo essere che Draghi riuscirebbe a costruire un governo in grado di ottenere la fiducia del Parlamento. Il rischio, però, è che, fin da subito e poi continuamente, sarà accusato di mancare di legittimazione elettorale. Il suo non sarà “un governo uscito dalle urne” come dicono quelli che non sanno e non vogliono imparare che nelle democrazie parlamentari nessun governo esce dalle urne. Retroscenisti e cartomanti continueranno a esibirsi in profezie tanto sbagliate quanto irrilevanti.

Pubblicato il 18 dicembre 2020 su Domani

Renzi sta indebolendo l’Italia #intervista @ilgiornale

“Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire”. Matteo Renzi, il promotore del governo giallorosso, veste nuovamente i panni di Jep Gambardella e sembra pronto a far cadere Giuseppe Conte. Abbiamo chiesto a Gianfranco Pasquino, di analizzare l’attuale situazione politica.

Intervista raccolta da Francesco Curridori Domenico Ferrara 

Renzi, da leader di un partito “a vocazione maggioritaria” rischia di passare alla storia come un Mastella qualunque o il nuovo Ghino di tacco. Perché è avvenuta questa mutazione e dove lo porterà?

Io credo che la trasformazione sia effettivamente in corso, credo che il suo problema sia che non è mai riuscito a capire esattamente che cos’è la politica a livello nazionale e a questo punto è capo di un partitino e deve fare fruttare quella che è una rendita di posizione perché è in qualche modo il dominus di questo governo coi suoi parlamentari, una volta che si andasse a votare perderà questo ruolo e dunque scomparirà, quindi deve fare fruttare tutto adesso, dipende dalla sua mancanza complessiva di cultura politica.

Qual è l’obiettivo di Renzi? Rimpasto o elezioni?

Adesso apparentemente l’obiettivo immediato è di riuscire a controllare parte dell’ingente somma di denaro che verrà attraverso il Recovery Fund, l’obiettivo successivo probabilmente è un rimpasto anche se credo che non sia il problema di avere più ministri, forse vuole sconfiggere Conte con qualcuno che faccia più attenzione alle sue esigenze.

Il premier ha rilasciato una serie di interviste nelle quale si dice disponibile a trattare. La sua poltrona, stavolta, scricchiola per davvero?

No, io credo che Conte sia molto abile a contrastare queste che sono più che punture di spillo, sono tentativi di spingerlo giù da un burrone, credo che abbia dietro di sé Mattarella perché sa che non sarà facile sostituire Conte come primo ministro, credo che riuscirà a superare questo e lo farà cedendo parte del suo potere di controllo del denaro, credo che sia una buona cosa perché ha accentrato troppo nelle sue mani la gestione di questi ingenti fondi.

Nel merito del problema, sulla cabina di regia, Renzi ha ragione oppure è solo un pretesto per far cadere Conte?

Qualcuno mi accusa di essere prevenuto nei confronti di Renzi, io invece sostengo di essere postvenuto, cioè di aver visto e valutato tutti i suoi comportamenti a partire da quando fece cadere il governo Letta per sostituirlo, le sue affermazioni che poi contraddiceva coi suoi comportamenti, credo che abbia torto perché non sta operando per far funzionare meglio il governo del Paese ma sta intralciando questo funzionamento, sta minacciando, sta ricattando, indebolendo il governo, indebolendo l’Italia perché Conte è il volto italiano a Bruxelles.

Renzi, in caso di elezioni, è destinato a sparire oppure può sperare di avere di nuovo un ruolo centrale nella politica italiana?

Dipende moltissimo dalla legge elettorale, infatti Renzi dice una cosa che è sbagliata ma che contrasta quello che tutti chiamano il ritorno al proporzionale. L’attuale legge Rosato è una legge 2/3 proporzionale e 1/3 maggioritario, quindi nella proporzionale ci siamo già. Se ci sarà una soglia di esclusione del 5% Renzi non entrerà nel Parlamento.

Pubblicato il 11 dicembre 2020 si ilgiornale.it

Pazienza e giudizio. Pasquino spiega perché Conte neanche barcolla @formichenews

Criticato un po’ da tutte le parti, in testa Corriere e Repubblica (dei minori non mi curo…), ma spesso anche da non pochi collaboratori di Formiche.net che lo avevano già dato per spacciato tutta l’estate, Conte neanche barcolla. Il commento del politologo Gianfranco Pasquino

Ho la propensione a pensare che il professor Conte non avesse fra le sue letture preferite i “Quaderni del Carcere”. Visti, però, i suoi comportamenti come Presidente del Consiglio dei Ministri in una coalizione che va dalla Sen. Barbara Lezzi al Sen di Scandicci Matteo (Ghino) Renzi, ritengo che nel suo studio da qualche parte abbia appeso una frase di Gramsci: “la pazienza è una virtù rivoluzionaria”.

Criticato un po’ da tutte le parti, in testa “Corriere” e “Repubblica” (dei minori non mi curo…), ma spesso anche da non pochi collaboratori di “Formiche” che lo avevano già dato per spacciato tutta l’estate, Conte neanche barcolla. Da qualche settimana, lo sport è diventato quello di imporgli il rimpasto minacciando/annunciandogli la sua sostituzione per gennaio 2021. Palesemente convinto e lieto di potere mangiare il panettone ancora a Palazzo Chigi, Conte ha continuato nel suo lavoro, con stile e con metodo. Lo stile è non perdere mai la pazienza (tranne con Salvini). Il metodo è molto limpido: “lasciare che tutti i fiori [della critica] sboccino” e appassiscano.

Vale a dire che le critiche, spesso pretestuose e prive di qualsiasi costrutto, formulate a fini quasi esclusivi di visibilità, hanno le gambette corte e fanno pochissima strada. Alcune di quelle critiche a lui rivolte riguardano lotte interne ai pentastellati o ghiribizzi di Italia Viva. Sulla riforma del MES i/le Cinque Stelle hanno dato (quasi) il peggio di sé: non ideologia (che è troppo esigente), ma idiosincrasia che naturalmente non va e non porta da nessuna parte. Conte ha anche assistito, credo molto incuriosito, all’acrobazia di Berlusconi e sono certo ha apprezzato il nobile dissenso e la efficace motivazione di Renato Brunetta a favore del MES.

Qualcuno sostiene che dietro Conte starebbe il Presidente della Repubblica Mattarella. Sono per l’appunto i dietrologi. In verità, Mattarella non sta affatto dietro a nessuno e non le manda a dire. “Armato” della Costituzione e di una cultura politica democratico-progressista, esperto della politica italiana che ha “praticato” con la schiena diritta, Mattarella si limita di tanto in tanto a fare opportuni richiami ai protagonisti che, invece di dichiarare, dovrebbero studiare. Avendo fatto qualche ripasso, Conte conosce i testi giusti, anche, evidentemente, quelli europei suggeritigli cortesemente da Angela Merkel e Ursula von der Leyen. Li ha già adoperati con loro felice sorpresa per trattare con coerenza e intransigenza (e con non scarso successo).

La trattativa nello stivale italiano sarà alquanto più complicata anche per lo scontro (non di civiltà, ma) di personalità. Dalla pazienza, che sicuramente manterrà con grande elegante aplomb, Conte è stato chiamato da Del Rio all’umiltà di (Papa) Francesco (non di san Francesco che quei miliardi li avrebbe tutti investiti per sora acqua e sora natura). Per il PD che deve disarmare Italia Viva il richiamo è a una governance che, nelle intenzioni del rottamatore d’antan, riduca il ruolo (e il numero) dei tecnici nominati da Conte e aumenti i politici scelti dai capi dei partiti finora coalizzati. Per Conte non sarà affatto un problema. Lentamente gradualmente con juicio ridimensionerà la sua effettivamente esagerata task force cercando di mantenere il controllo che conta.

L’omelia natalizia che deve portare almeno fino a gennaio inoltrato sarà ricca di riferimenti e di approfondimenti. La pazienza rivoluzionaria consentirà di “scavallare”. Buon 2021.

Pubblicato il 9 dicembre 2020 su formiche.net

Tensione M5S-Pd, Pasquino: “Ecco perché il governo non cadrà sul Mes” #intervista #SputnikItalia

Intervista raccolta da Alessandra Benignetti

Per Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, intervistato da Sputnik Italia, il premier Giuseppe Conte sul Mes avrà la maggioranza anche grazie ad una parte di Forza Italia e ai “responsabili” del gruppo misto. E sull’ipotesi del rimpasto attacca: “Chi gestisce Lavoro e Trasporti va sostituito”.

“Non cadrò sul Mes”, ha assicurato il premier Giuseppe Conte al direttore di Repubblica, Maurizio Molinari. Ma con la maggioranza spaccata sul Fondo salva-Stati e una pletora di grillini dissidenti che promettono di votare contro la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, chi salverà il governo? Sputnik Italia lo ha chiesto a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna.

— Siamo sull’orlo di una nuova crisi di governo?  

— Io credo che il M5S non si possa permettere la sfiducia nei confronti di Conte perché per loro sarebbe una sconfitta. Un governo Conte–Pd è un governo che hanno voluto i Cinque stelle quindi se votano contro Conte, votano contro sé stessi. Se vogliono fare i conti all’interno del movimento è un’altra storia. Però credo che alcuni di loro siano, nonostante quello che leggo, sufficientemente razionali da sapere che non è quello il luogo dove si fanno i conti e che devono contarsi da un’altra parte.

— Quindi cosa succederà?

— Troveranno una soluzione, qualcuno voterà in dissenso, qualcun altro non ci sarà, perché al Senato se uno esce non conta dal punto di vista numerico. Ci sono tutta una serie di escamotage che possono sfruttare.

— E poi, chi arriverà in soccorso di Conte?

— Una parte di Forza Italia probabilmente vuole evitare di far cadere il governo, e lo farà nel segreto dell’urna se questo è necessario. Altrimenti anche assumendosi le sue responsabilità, perché il partito non è più riconducibile al dominio di Berlusconi. In secondo luogo c’è un numero consistente di parlamentari che hanno lasciato i loro gruppi e sono finiti nel gruppo misto, questi sono a maggior rischio di non rielezione e quindi certamente non vogliono creare una situazione che porti alle urne. Possiamo chiamarli responsabili, e in questo caso visto che si tratta di un voto molto rilevante si tratta di responsabili nel senso positivo della termine. Questo è sufficiente a garantire al governo una maggioranza, seppur risicata.

— Ha ragione, quindi, Conte a dire che non cadrà sul Mes?

— Le do una notizia: per una volta Pasquino è d’accordo con Conte.

— Cosa significherà per il M5S?

— Il partito in quanto tale non esiste, esiste un raggruppamento di uomini e donne che hanno avuto un sacco di voti nelle elezioni del 4 marzo del 2018 e si barcamenano. Sono disposti a transigere su una serie di materie, di tanto in tanto alzano il tiro, prendono le distanze e così via, però sanno che oramai non hanno nessun luogo dove andare. Devono rimanere al governo perché l’alternativa è tornare a casa. Per qualcuno è un problema di coscienza, perché ci crede davvero, per altri è un problema di convenienza, perché non ci credono ma sanno di non avere scelta.

— Per ora un rimpasto sembra escluso, non ci sono le condizioni?

— Le condizioni per un rimpasto ci sono ma non bisogna porre la questione in maniera vaga. Bisogna dire: ‘ci sono due o tre ministri i quali non hanno fatto abbastanza bene’. Bisogna dare una valutazione. I vari schieramenti devono dire apertamente se ci sono persone migliori da poter mettere in campo per quest’ultima fase della legislatura. Detto ciò, se dire ‘ci vuole un rimpasto’ non significa nulla, rispondere ‘non ci vuole un rimpasto’ significa ancora meno. Significa che il premier pensa di non essere in grado di trovare persone migliori, questo secondo me è preoccupante. Ci sono sicuramente due o tre ministri che possono essere sostituiti da persone un po’ più capaci.

— Ci dica i nomi…

— Le dico prima chi non sostituirei. Non è sicuramente il ministro dell’Istruzione (Lucia Azzolina, ndr) che da mesi è sottoposta ad attacchi brutali non giustificati. Ciò premesso mi limito a chiederle: funzionano bene i trasporti in questo Paese? Hanno fatto tutto quello che era necessario per portare i ragazzi a scuola e da scuola a casa? E ancora: funziona bene il mercato del lavoro, viene fatto tutto il necessario per creare posti di lavoro o per difenderli in maniera adeguata?

— Pensa che questo governo arriverà alla scadenza naturale della legislatura?

— Sicuramente il governo farà tutto il possibile per arrivare all’appuntamento del 2022 per l’elezione del presidente della Repubblica. Il che di per sé non significa che riuscirà ad eleggerlo, perché a quel punto il voto dei singoli avrà una enorme importanza. Dovranno scegliere una candidatura adeguata e questo non sarà facile.

— Insomma, una crisi è esclusa nonostante le profezie di Renzi, che a La Stampa ha detto che dubita che l’attuale squadra riuscirà ad arrivare al 2023?

— Renzi può anche fare una crisi di governo ma poi ne pagherà il prezzo, visto che il suo partito non raggiunge neppure il tre per cento. La prospettiva è quella di rimanere fuori dal Parlamento, a meno che non faccia un patto con il Pd, operazione non facilissima ma non impossibile.

— Cosa farà Conte?

— Penso che Conte non vorrà fare il presidente della Repubblica e neppure un partito suo. Mi auguro che nei prossimi due anni il governo non si limiti a stare a galla ma a navigare. E a navigare anche velocemente, perché deve fare davvero dei buoni progetti per far tornare il Paese a crescere, altrimenti staremo tutti male per chissà quanti anni.

— Anche perché l’Europa ci guarda…

— L’Europa ci guarda e ha le sopracciglia alzate quando pensa all’Italia.

Pubblicato il 5 dicembre 2020 su SputnikNews

Quer pasticciaccio brutto sul MES

Nei pre-annunci di voto sulla riforma del Meccanismo Economico di Stabilità, gli attori (sì, uso proprio questa parola per dare il senso di uno spettacolo) politici italiani stanno, con qualche eccezione, dando il peggio di sé. In alcuni, a cominciare da Berlusconi e da diversi parlamentari pentastellati, c’è tattica: dimostrare che esistono. Ottenuto quel che voleva per Mediaset, mai convintamente europeista, Berlusconi ha preferito ricongiungersi ai sovranisti coerenti Salvini e Meloni dicendo no al MES riformato. Poiché è (im)pura tattica, probabilmente Berlusconi riluciderà la sua immagine ribadendo il suo sostegno al MES solo per spese sanitarie dirette e indirette. La tattica dei dissidenti pentastellati serve a evidenziare che, pur non essendo pochi, non hanno ottenuto cariche significative nel Movimento. Oltre, verso una strategia non sanno e non possono andare. L’unico che ha una strategia è il Presidente del Consiglio che gode anche del sostegno delle riconosciute qualità di autorevolezza e credibilità in Europa del Ministro dell’Economia Gualtieri. La rotta è quella dell’Europa. Bisogna tenere la barra diritta. Lasciare che gli oltranzisti si sfoghino tanto non hanno nessuna alternativa praticabile. Una rottura sull’Europa non sarebbe affatto apprezzata dal Presidente della Repubblica. Dietro l’angolo, piuttosto spigoloso, non c’è nessuna maggioranza, nessuna prospettiva. Le posizioni ideologiche pentastellate non contengono una visione strategica. Sono imbarazzanti e paralizzanti.

   Infine, c’è la drammatica perdita di memoria persino riguardo ad avvenimenti recentissimi. Qualcuno, anzi, molti, nell’Amministrazione pubblica e nelle numerose, forse troppo, squadre apposite messe al lavoro da Conte (e sperabilmente coordinate da lui e da pochissimi collaboratori) è al difficile lavoro di preparare piani operativi per investire gli ingenti fondi, 209 miliardi di Euro, più di qualsiasi altro Stato-membro dell’Unione Europea, in parte prestiti, in parte molto consistente sussidi, assegnati all’Italia. Sembra assurdo che nessuno dei contendenti italiani che obietta alla riforma del MES si renda conto che tanto la posizione di rifiuto quanto le motivazioni, a mio parere, molto peregrine (che l’UE voglia asservire la nostra economia, mentre, al contrario, cerca di salvarla e di rivitalizzarla) sono destinate a essere viste con grande preoccupazione. Per di più sono proprio i due attori, Berlusconi e il Movimento 5 Stelle, nei quali già in partenza le autorità europee hanno fiducia molto relativa, a mettersi di traverso. In questo modo, però, più o meno consapevolmente viene danneggiata la credibilità, non tanto del governo Conte, ma, usando il politichese, del “sistema paese”. Al momento della valutazione dei progetti italiani non saranno soltanto i paesi autodefinitisi frugali a esercitare un surplus di attenzione e di rigore, ma un po’ tutti coloro che udendo lo strepito italiano penseranno che l’Italia non riuscirà a fare quello che ha promesso. Tristemente.

Pubblicato AGL 4 dicembre 2020

Sul rimpasto decide Conte (e la Costituzione). La lezione di Pasquino @formichenews

Da politologo stagionato, che significa con molte stagioni passate a studiare (e alcune ad agire), sono convinto che i rimpasti si possono fare, a determinate condizioni che ora non vedo. E comunque, attendo che sia Conte, non Renzi non Orlando non Di Battista, a decidere se rimpastare come e quando farlo e chi sostituire. Il commento di Gianfranco Pasquino

Rivolgo un caldo appello a tutti i sostenitori, non miei estimatori né da me mai estimati (sic), del premierato forte. Fatevi sentire all’unisono affermando quello che avete sostenuto ad nauseam: è il Presidente del Consiglio che nomina i Ministri e che deve esercitare il potere di licenziarli. I rimpasti sono una sua prerogativa, da Londra a Berlino (naturalmente, non è vero). Non abbiamo più da tempo il “complesso del tiranno” anche se il felpato Conte qualche atteggiamento tiranneggiante, sostengono accigliati giuristi, ce l’ha. Superato il complesso, se c’è qualche ministro da sostituire lo deciderà il Presidente del Consiglio.

   Non vorrete mica che siano i capi delegazioni, non riconosciuti dalla Costituzione e neppure menzionati nell’ambizioso pacchetto di riforme renzian-boschiane che, se fossero state approvate, mica staremmo qui a discutere, a rimpastare! Neppure io discuto del nulla. Penso, invece, che gli eventuali rimpasti debbano essere motivati sulla base delle valutazioni trasparenti che riguardino quanto i ministri hanno fatto, non fatto, fatto male e che poggino su attendibili previsioni relative agli eventuali sostituti basate sulle loro competenze, precedenti esperienze, provate capacità. Non, per intenderci, al fine di produrre nuovi e più avanzati equilibri nei rapporti fra i partiti(ni) e fra le correnti. Poi, magari, qualcuno penserà che nel mese di Natale, non è proprio il caso di fare regali così costosi come uno o più ministri rimpastati.

Da Bruxelles comunicano che ci sono da preparare programmi dettagliati e seri (aggettivo di non frequente utilizzo e di difficile applicazione al dibattito politico italiano) per ottenere i fondi, grants and loans, stabiliti nel NextGenerationEU. I nomi dei, anzi delle, rimpastabili non sembrano avere nulla a che fare con questo tema. Infine, retroscenisti e commentatori allo sbaraglio mettono in circolazione l’idea che qualcuno voglia il rimpasto proprio per mettere in difficoltà il Presidente del Consiglio. Un rimpasto dopo l’altro si arriva fino a Palazzo Chigi. So che i premieratisti forti non vorrebbero questo esito. Si sussurra che neppure il Presidente Mattarella, consapevole dei tempi in cui viviamo e della inesistenza di alternative, lo accetterebbe. Anzi, ha già fatto circolare la sua indisponibilità ad una crisi di governo. Incidentalmente, qualcuno ricorda che nel succitato pacchetto costituzionale il limpido voto di sfiducia costruttivo non era minimamente contemplato. Eppure quello è lo strumento che funziona da splendido affidabile deterrente contro coloro che ordiscono le crisi al buio.

Da politologo stagionato, che significa con molte stagioni passate a studiare (e alcune ad agire), sono convinto che i rimpasti si possono fare, a determinate condizioni e per conseguire con certezza esiti migliori. Non ne vedo le condizioni, ma vedo molte ambizioni che ritengo alquanto malposte. Non intravedo esiti migliori. Comunque, attendo che sia Conte, non Renzi non Orlando non Di Battista, a decidere se rimpastare come e quando farlo e chi sostituire. Auguri a chi arriverà al panettone.  

Pubblicato il 1° dicembre 2020 su formiche.net 

Basta inutili retroscena su Conte. Ora il “futuro” @fattoquotidiano

In questo paese di poeti e naviganti, retroscenisti e visionari non è soltanto giusto, ma è anche assolutamente doveroso criticare il capo del governo per non avere una visione. Poi, correttamente, i critici diranno alti e forti i nomi dei numerosi visionari di questo paese, ingiustamente tenuti ai margini. Qualcuno dovrà anche spiegare in che modo chi individua la differenza fra debito buono e debito cattivo stia già delineando la società giusta, o no? Nel frattempo, fioccano le richieste, più o meno motivate, di rimpasto nel governo Conte. I più ambiziosi e più visionari vorrebbero anche giungere a colpire il bersaglio grosso: il Presidente del Consiglio in persona. Al conseguimento di questo obiettivo giova avvalersi di quanto rivelano i sondaggi, cito il titolo del “Corriere della Sera” (28 novembre, p. 19): Cala ancora il gradimento per Conte.

Mi sono subito dedicato ad una attenta lettura dei dati riportati (e interpretati) da Nando Pagnoncelli, sondaggista esperto e degno di stima. Il 55 per cento degli italiani conferma il suo gradimento per Conte, tre punti in meno rispetto ad un mese fa, ma tre punti in più rispetto al 26 settembre del 2019 (dati tutti opportunamente riportati da Pagnoncelli). Quanto al governo, 52 per cento di approvazione, tre punti meno di un mese fa e 7 punti in più di un anno. Peraltro, poiché oramai siamo tutti (sic) diventati professionisti nella lettura dei sondaggi, noni ci facciamo influenzare dalle variazioni a meno che siano superiori al margine di errore che, unanimi, sondaggisti e studiosi situano fra il +2 e il -2. Allora guardiamo al trend e siamo costretti (sic) a rilevare che c’è un declino per Conte e il suo governo tra luglio e oggi, ma rimangono dati molto favorevoli rispetto a un anno fa e nel confronto con i predecessori di Conte. Ad esempio, nel settembre 2015 Renzi era sceso dal 47 al 38 per cento di gradimento rispetto ad un anno prima e il suo governo era al 36. Meglio aveva fatto il suo successore Paolo Gentiloni il cui gradimento personale era al 43 per cento (stesso livello del suo governo) nell’agosto 2017. Quindi, 12 punti meno di quanto ottenuto da Conte in piena pandemia.

Forse, qualsiasi discussione del futuro di Giuseppe Conte e del suo governo dovrebbe tenere in qualche considerazione queste cifre. Invece gli si imputa come colpa grave quella di arroccarsi, mentre, ho letto sul “Domani”, i capi dei partiti di governo sono in “stallo messicano”, cioè, fermi in una desolata Piazza Montecitorio a guardarsi negli occhi con la mano sulla pistola. Continuando a leggere ho scoperto, nel pregevole articolo del quirinalista Marzio Breda, che il Presidente Mattarella ha fatto trapelare che, se stallo messicano c’è, allora anche lui dispone di sue armi personali e istituzionali ed è pronto a usarle. Sono armi che tiene costantemente oliate, tutte appropriatamente collocate nella Costituzione formale, quella scritta, e nella Costituzione materiale, quello che si è fatto nel passato e quello che è possibile fare senza violare la Costituzione scritta, avendo come stella polare la stabilità e la funzionalità del governo.

Cambiare un ministro, forse due, si può. È una prerogativa del capo del governo che dovrebbe addirittura essere sostenuto e applaudito da tutti coloro che ossessivamente dichiarano che il non farlo è segno di debolezza dei Presidenti del Consiglio/non Primi ministri italiani. Rimpasto è un’operazione più complessa che, naturalmente, merita di essere opportunamente motivata e giustificata e soprattutto non dovrebbe presentarsi come un gioco dei quattro cantoni (musical chairs direbbero gli anglosassoni). Qualsiasi operazione che vada oltre questi limiti implica una vera e propria messa in discussione del governo. Sarebbe il momento peggiore proprio mentre, da un lato, tutti sanno che è il tempo del completamento e della presentazione dei programmi del governo per ottenere gli ingenti fondi NextGenerationUE, dall’altro, che le autorità europee hanno dato mostra di avere fiducia in Conte e, quindi, sarebbero molto deluse sia da un eventuale crisi di governo sia, ancor più, da una sua, peraltro complicatissima sostituzione (ma anche da un suo ridimensionamento). Potremmo concluderne che, insomma, è davvero ora di parlare di programmi, stesura e attuazione e, con Shakespeare, che se ne intendeva, il resto è silenzio.

Pubblicato il 2 dicembre 2020 su Il Fatto Quotidiano

Allargare gli sguardi non le intese

“Allargare la maggioranza” ha un solo significato tecnico e politico: includere qualche rappresentante di Forza Italia come ministro e sottosegretario. Dunque, implica una crisi di governo, rapida, pilotata, dalla conclusione certa, vale a dire la formazione di un nuovo governo di intese abbastanza larghe. Non larghissime poiché né Salvini né, soprattutto, Giorgia Meloni, determinata a volere una netta vittoria elettorale, sono disposti ad accettare di farsi inglobare in quello che sarebbe un ruolo di corresponsabilità di scelte e di politiche che non vorrebbero fare.

L’allargamento del perimetro governativo mi pare sostanzialmente improponibile poiché inaccettabile dal Presidente del Consiglio e, probabilmente, da un ampio nucleo dei Cinque Stelle. Diverso, invece, è il discorso sull’accettazione volta per volta del contributo parlamentare proveniente dai deputati e, in special modo, dai senatori di Forza Italia. Da un lato, quei voti possono essere necessari per supplire al dissenso di alcuni esponenti pentastellati, dall’altro, consentono a Berlusconi, che ne ha molto bisogno, di evidenziare un suo persistente e significativo ruolo politico. D’altronde, Berlusconi non può abbandonare in maniera drastica la coalizione di centro-destra alla cui eventuale futura vittoria rimarrebbe comunque indispensabile, ma al tempo stesso, come si è visto nella votazione che ha consentito di respingere l’attacco di Vivendi a Mediaset, continua ad avere bisogno di benevolenza da parte dei governanti per le sue moltissime imprese economiche.

L’ampio lessico politico italiano plasmato nei lunghi anni della prima fase della Repubblica (1948-1992) battezzerebbe quel che può succedere come maggioranze “a geometria variabile”. Ad esempio, continuando l’opposizione dei Cinque Stelle al ricorso ai fondi del MES per spese sanitarie, toccherebbe ai parlamentari di Forza Italia fornire i voti necessari per richiederli. Però, è facilmente immaginabile che dopo quel voto la fibrillazione nei Cinque Stelle e nella compagine governativa diventerebbe quasi insostenibile.

Guardando fuori d’Italia, senza in nessun modo sottovalutare le difficoltà italiane e le loro specificità, è facile constatare due importantissimi fenomeni. Primo, in nessuna delle democrazie degli Stati-membri dell’Unione Europea si è avuta una crisi di governo. In tutte, i governi attualmente in carica sono gli stessi che esistevano all’inizio della pandemia. Secondo, in nessun paese la maggioranza di governo è cambiata nella sua composizione, meglio, si è “allargata” (non si è neppure ristretta). Nessuna democrazia è andata nella direzione di un governo di larghe intese. Certamente, le decisioni sono tutte nelle mani dei governanti nazionali, ma altrettanto certamente tutti i capi di governo (e la Commissione Europea) preferiscono trattare con governanti saldi nelle loro cariche, in grado di accettare impegni, anche a lungo termine, e di rispettarli. Buoni rapporti governo/opposizione non debbono necessariamente sfociare in una nuova maggioranza.

Pubblicato AGL il 19 novembre 2020