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Nella normalità gli italiani riescono sempre a dare il peggio di sé @HuffPostItalia

In un paese decente si discuterebbe di chi sono i congiunti? delle relazioni consolidate? della riapertura delle chiese cattoliche? (gli ebrei hanno deciso che le sinagoghe rimangono chiuse). Ecclesia non significa “assembramento” e gli assembramenti non sono vietati? Il Commissario all’Emergenza Domenico Arcuri ne sa meno della Conferenza Episcopale Italiana? Da dove traggono le loro conoscenze, evidentemente specialistiche, i vescovi italiani? Passato un cortissimo interludio siamo già tornati a gettare discredito sulle competenze e sugli esperti? “Dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare” non potrebbe, forse, significare che, oltre alle tasse a Cesare dovremmo riconoscere anche, sulla base delle acquisizioni scientifiche, di prendere decisioni che riguardano l’organizzazione e la vita di una collettività?

Quelli che in Italia oggi vogliono l’allentamento sono gli stessi che hanno espresso la loro ammirazione per la chiusura draconiana della provincia di Wuhan e di Singapore? Che, naturalmente, comprendeva fortissime restrizioni alla libertà personale di circolazione. E quelli che criticano la possibilità di “tracciare” i movimenti dei cittadini sanno che proprio il tracciamento effettuato su tutti i sud coreani ha praticamente sconfitto il coronavirus? Da quando alcune libertà sono assolute (quella di circolazione poi) anche quando sappiamo che possono andare a detrimento grave delle libertà degli altri fino a portare al loro decesso?

Sarebbero costoro gli italiani che danno il meglio di sé nell’emergenza? A me pare, tutt’al contrario, che l’emergenza sia la cartina di tornasole che fa emergere tutti i difetti, le carenze, gli egoismi degli italiani (per fortuna, di non tutti gli italiani). Su questi fastidiosi rumori di fondo, spesso manipolati e ingranditi, sempre sgradevoli, qualcuno pensa di costruire una politica alternativa a quella del governo Conte? Non sarebbe preferibile che formulasse prima, con precisione, quale politica alternativa è fattibile, con quali costi, con quali esiti, con quali tempi? Non può, naturalmente, trattarsi semplicemente di dire apriamo qualche giorno prima, diamo cento euro in più, riduciamo le distanze di sicurezza. Tutto questo può certamente essere detto accompagnandolo da spiegazioni e da qualche evidenza scientifica. Invece, vedo, ma non sono il solo, che è in atto “un gioco di società”: differenziazioni e riposizionamenti con un sottile profumo di esibizionismo populista e un tocco di immarcescibile servilismo clericale.

Questo triste balletto significa che già molto è tornato come prima. Che non abbiamo imparato niente anche perché per imparare bisogna “avere le basi”. Che sta tornando la normalità nella quale gli italiani riescono sempre a dare il peggio di sé. Oggi più di ieri. In attesa, gioite: una volta sostituito il Presidente del Consiglio Conte che più o meno (la seconda) autorevoli commentatori vedono addirittura “affaticato”, l’Italia s’impennerà. E avremo la gioiosa occasione di dire molte messe di ringraziamento.

Pubblicato il 28 aprile 2020 su huffingtonpost.it

Conte da avvocato del popolo a pubblico ministero d’Italia @HuffPostItalia

I retroscenisti si affannano a trovare i nomi dei suoi possibili sostituti, ma il Professor Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri, a suo tempo autodefinitosi “avvocato del popolo”, rimane comodo e sicuro di sé a Palazzo Chigi. È già riuscito nell’impresa solitaria, vale a dire effettuata, nella pur variegata storia repubblicana dei capi di governo, solo da lui, di guidare due governi dalla composizione molto diversa. Privo di qualsiasi base politica e, a quel che si vede, di sostegno proveniente da associazioni del più vario tipo, dei più o meno fantomatici “poteri forti”, inizialmente proposto e poi appoggiato dal Movimento Cinque Stelle, da qualche mese Conte “gioca” in proprio. La sua popolarità personale è nettamente superiore a quella dei concorrenti, Salvini e Meloni, e a quella degli alleati Di Maio, Zingaretti, Crimi. Immagino che al nome di Di Battista, la sua reazione sia una scrollata di spalle.

Nel corso del tempo, Conte ha dimostrato una dote alquanto rara: crescere nel suo ruolo, imparare senza imitare o farsi risucchiare dai politicanti e nel politichese. Ha saputo conquistarsi un’autonomia relativa dai Cinque Stelle, che hanno assoluto bisogno, non di “uno come lui”, ma proprio di lui, e anche del Partito Democratico, che non può neppure pensare di sostituirlo con uno dei suoi dirigenti perché destabilizzerebbe la coalizione e, non posso non aggiungere, non ha attualmente dirigenti all’altezza.

Conte ha dimostrato di sapere combattere le battaglie parlamentari. Nel discorso di agosto 2019 sul cambio di governo, ribaltone pienamente legittimo in tutte le democrazie parlamentari, Conte ha sovrastato Matteo Salvini, suo avvilito e allibito compagno di banco in via d’uscita. È variamente riuscito a non farsi trascinare nelle liti fra Cinque Stelle e Democratici, per esempio, sulla prescrizione. Non ha mai osteggiato gli esperti né ha ondeggiato sulle politiche che preferisce. Non può essere accusato di doppiopesismo e doppiogiochismo. Dal momento dell’insorgere del coronavirus non ha né sottovalutato la gravità della situazione né temporeggiato sulla necessità di una risposta. Qualcuno lo accusa di avere ecceduto in personalizzazione sia nelle troppo frequenti presenze televisive sia nella emanazione di Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM). Però, non si è sottratto al confronto con il Parlamento e mi pare risibile accusarlo di autoritarismo strisciante e molto grave dargli del traditore. Forse poteva anche non reagire con durezza e criticando con nome e cognome gli accusatori, ma non era solo un problema personale, ma di dignità istituzionale. Un paese che ha a capo del governo un traditore si scredita a livello europeo e internazionale.

La scommessa più azzardata Conte l’ha fatto sul terreno in partenza meno favorevole: quello dell’Unione Europea e dei finanziamenti agli Stati-membri maggiormente colpiti dal Covid-19. Ritengo che sia partito male opponendosi ideologicamente, come, peraltro, hanno fatto quasi tutti i Cinque Stelle, a qualsiasi ricorso al MES anche quando era chiaro che i fondi per le spese direttamente e indirettamente sanitarie sarebbero erogati senza condizionalità. Però, la durezza sembra avere pagato. A livello europeo, si è aperta la strada, grazie soprattutto alla sua intransigenza, ad una politica di sostegno e solidarietà economica prima inimmaginabile.

Leadership è capacità di indicare percorsi e di guidare. Conte non è più soltanto l’avvocato del popolo –espressione, peraltro ambigua e che male si attaglia ai compiti istituzionali di un capo di governo. Si è trasformato. Restando in metafora si potrebbe sostenere che, nei confronti dell’Unione Europea, si è comportato come un Pubblico Ministero accusandola di (evidenti) inadempienze, e vincendo il processo di primo grado. Tutto, dunque, perfetto? La valutazione complessiva dell’operato delle autorità politiche si fa a fine mandato anche sulla base del loro lascito. In mezzo al guado, il Presidente del Consiglio Conte ha saputo fare di più che semplicemente barcamenarsi. Invece di interrogarsi su come e con chi sostituirlo, mi parrebbe più proficuo suggerire ai componenti della coalizione di governo quali politiche dovrebbero essere cambiate, migliorate. La duttilità mostrata dal Presidente Conte incoraggia a pensare che saprebbe fare buon uso di suggerimenti fondati.

Pubblicato il 24 aprile 2020 su huffingtonpost.it

Conte e il bicchiere europeo mezzo pienotto

Non so se al prossimo vertice dei capi di governo europei Conte otterrà quello che vuole. Mi pare abbia chiesto troppo, troppo in fretta. Nel lungo periodo, probabilmente, l’Unione riuscirà a raggiungere un accordo su obbligazioni davvero europee, gli Eurobond. Ma, nel lungo periodo, come disse il grande economista John Maynard Keynes, saremo tutti morti. Il fatto è che già adesso non stiamo affatto bene, e nel breve periodo rischiamo di stare molto peggio. Fa male Conte a rigettare l’attivazione del MES (Meccanismo Economico di Stabilità) che consentirebbe all’Italia di avere subito 37 miliardi di Euro senza condizioni purché siano utilizzati esclusivamente per spese mediche e affini. Anzi, sbugiardando Salvini e Meloni, che hanno firmato proprio il MES al quale ora si oppongono strenuamente e strumentalmente, Conte ha il dovere politico di spiegare esattamente che sono fondi aggiuntivi che non mettono in nessun modo sotto controllo l’economia italiana, i governanti, le loro scelte.

Per avere maggiore forza negoziale, Conte dovrebbe pensare soprattutto a come spiegare agli altri capi di governo europei, contando sulla disponibilità già espressa dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dai Commissari all’Economia, che è incline ad accettare i fondi di provenienza MES in cambio di un impegno comune a procedere alla creazione di strumenti simili agli Eurobond. Affinché la sua posizione negoziale abbia maggiore credibilità e quindi probabilità di successo, sono indispensabili due profondi cambiamenti. Li può innescare Conte stesso, da un lato, spiegando l’ammorbidimento della sua posizione poiché ha acquisito nuovi dati sulla gravità della situazione sanitaria e socio-economica italiana. Dall’altro, facendo cambiare opinione ai Cinque Stelle a cominciare da Di Maio e Crimi che insistono in un “no” pregiudiziale e rigidamente ideologico, vale a dire, senza tenere conto dei fatti e dei dati.

Se i giornalisti che scrivono sull’Unione Europea senza il retroterra di conoscenze, prestassero più attenzione ai fatti che alle affermazioni e ai tweet degli (ir)responsabili politici, renderebbero un utile servizio all’opinione pubblica italiana e al paese. Infatti, un capo di governo che si presenta ad un vertice quasi decisivo con una parte della maggioranza che dichiara ai quattro venti la sua indisponibilità all’uso limitato e condizionato alla drammaticità sanitaria dello strumento MES, già considerata positivamente da tutti gli altri capi di governo (infatti, Conte ha dovuto porre il suo personale veto) parte in condizioni di debolezza. Dimostrando flessibilità Conte otterrà sicuramente di più. Non tutto quello che vuole perché le decisioni che debbono essere prese da ventisette capi di governo hanno bisogno di maturazione. È prevedibile che l’Unione riuscirà quantomeno a fare qualche piccolo, ma utile, passo avanti mantenendo la strada aperta. Allora, Conte potrà, dovrebbe, persino vantarsi di un bicchiere diventato mezzo pieno.

Pubblicato AGL il 20 aprile 2020

Gianfranco Pasquino: “Conte está en una posición sólida: la oposición no propone nada mejor” @AgenciaTelam

El politólogo y analista analiza la situación política del país, uno de los más impactados por la pandemia del coronavirus.

 

El primer ministro de Italia, Giuseppe Conte, “está en una posición política bastante sólida” pese al tremendo impacto de la pandemia de coronavirus, ya que la oposición “no presentó nada mejor, ni original, ni útil”, y sería “irresponsable” forzar una caída del Ejecutivo en medio de la crisis, dijo en una entrevista con Télam el politólogo y analista italiano Gianfranco Pasquino.

“El profesor Giuseppe Conte, que inesperadamente se convirtió en Presidente del Consejo de Ministros el 1 de junio de 2018, ha aprendido gradualmente, incluso de forma un poco sorprendente, el trabajo de jefe de Gobierno”, planteó Pasquino, profesor de la Universidad Johns Hopkins, de Estados Unidos, y profesor emérito de Ciencia Política de la Universidad de Bolonia.

Según Pasquino, Conte, “en un hecho único y raro, llegó además a sobrevivir a un cambio de coalición, en agosto de 2019, excluyendo al ultraderechista Matteo Salvini, jefe del partido italiano más grande según los sondeos, la Liga (ex Liga Noorte), e incluyendo a un partido, el Democrático (PD), al que el Movimiento Cinco Estrellas (M5E) había tratado con un desprecio desagradable”.

“Actualmente, Conte está en una posición bastante sólida políticamente, incluso si, inevitablemente, el coronavirus ha golpeado de forma muy dura a los italianos y ha dañado profundamente la economía”, planteó Pasquino, en un marco en el que el coronavirus mató a más de 22.000 personas en el país europeo.

Desde el 10 de marzo, Conte propuso una serie de medidas escalonadas de restricciones hasta llegar a una cuarentena que se mantendrá hasta el 3 de mayo con prohibición de funcionamiento para todas las industrias consideradas no esenciales.

“Conte hace lo que puede. Sin de ninguna manera ser indulgente con él, no veo quién sabría hacerlo mejor, o menos peor, en todo caso”, analizó Pasquino en esa dirección.

Según el politólogo y dos veces senador italiano, las principales fuerzas de oposición a Conte, la Liga de Salvini y los Hermanos de Italia, de Giorgia Meloni, “no están siendo amigables” con el gobierno.

“Critican lo hecho por Conte, a su persona, y las decisiones del Gobierno. Es una facultad de ellos, pero hasta ahora no han sabido proponer nada mejor, ni original, ni útil”, planteó el analista, discípulo del reconocido Norberto Bobbio.

“Además, las oposiciones a nivel nacional gobiernan en Piamonte, Véneto, Lombardía y tienen no pocas responsabilidades en la mala gestión de la crisis, en particular en Lombardía”, agregó, en referencia a la norteña región que concentra cerca del 50% de las víctimas y que gobierna Attilio Fontana, de la Liga.

En ese marco, Pasquino recordó también la disputa que ha abierto Conte con Europa para que se establezca un mecanismo de solidaridad económica con los países que más sufrirán la crisis.

“Conte ha desafiado a Europa, o más bien, mejor dicho, a los países más críticos de Italia, con una referencia justa al principio de solidaridad. Y tiene razón”, sentenció Pasquino.

“Creo que planteó un problema real, pero lo hizo con demasiada prisa y rigidez. Obtendrá algo más, pero en el complejo Gobierno italiano, está en una situación de relativa debilidad, en particular porque el Cinco Estrellas y Luigi Di Maio, su canciller, son muy ambiguos respecto a sus relaciones con la Unión Europea”, advirtió de todos modos el analista de 78 años.

Luego de una primera etapa de la crisis en la que sectores de la oposición reclamaban la presencia de un gobierno técnico, Pasquino considera “irresponsable” que se pueda avanzar en la caída del actual Ejecutivo.

“El Gobierno ‘Conte-2’ es el único Gobierno actualmente posible”, manifestó.

“Me parece absurdo e irresponsable, no solo para Italia sino para cualquier país, sustituir el Gobierno en una fase de crisis tan aguda, un Gobierno que algo ha aprendido y que, de todos modos, tiene más conocimiento que la oposición y mucha más credibilidad en Europa”, destacó.

Además, opinó que “la clase política italiana no tiene grandes líderes. No veo a ninguno que pueda decir con seguridad ‘será un jefe de Gobierno mejor que Conte'”.

“El gobierno debe proponerse durar al menos hasta enero de 2022, cuando el actual Parlamento, en el que el Cinco Estrellas y el PD tienen la mayoría absoluta, podrán elegir al próximo Presidente de la República”, agregó, en referencia a la elección del sucesor del actual mandatario Sergio Mattarella, que puede postularse a la reelección.

“Los Cinco Estrellas y el PD pagarían carísimo cualquier error que lleve a la caída del Gobierno de Conte. El virus puede volver muy difícil la viabilidad del Gobierno, pero la muerte del Gobierno podría ser decretada por decisiones equivocadas, ambiciones mal puestas y comportamientos intolerables de todos los que deberían hacer funcionar y durar el Gobierno”, finalizó Pasquino.

Publicado el 18 de abril de 2020 en Télam – Agencia Nacional de Noticias

Da Churchill a Conte, è la responsabilità che fa maggioranza. Il commento di Pasquino @formichenews

Noto con rammarico che nessuno mi ha mai riferito che, mentre Churchill combatteva la sua orgogliosa guerra contro Hitler, i retroscenisti inglesi s’ingegnavano a individuare chi stava facendogli le scarpe pronto a sostituirlo. Lo scoop lo fece il very smart retroscenista del Daily Telegraph. Tutti vennero a sapere che a Cambridge John Maynard Keynes non parlava mai di sudore (very unbritish), di fatica (troppo lower-class british), di lacrime e sangue, ma di buttercookies. Lui, Keynes, era pronto a sostituire Churchill sicuro di debellare la guerra e le sue conseguenze. Non se ne fece nulla, ma, nel frattempo, i gossipari e anche i migliori analisti del dopo guerra (54 milioni di morti, un pochino di più di quelli della pandemia Covid-19) avevano annunciato che, vinta la Seconda Guerra Mondiale, Churchill avrebbe vinto anche le prime elezioni in tempo di pace. Re Giorgio VI non mise bocca e vinsero i laburisti di Clement Attlee, junior partners, pacati e sereni, del governo di unità nazionale.

Più che di essere sostituito adesso, Conte, attento lettore delle vicende anglosassoni, teme per l’appunto le elezioni politiche del 2023. Infatti, come lasciano trapelare alcuni perspicacissimi retroscenisti, sta preparandosi per la Presidenza della Repubblica (gennaio 2022). Quanto a Draghi non dà nessun segno di interesse per ottenere un’alta carica istituzionale in Italia. Sembra che la moglie preferisca una vita tranquilla, senza grane e incoraggi il marito a scrivere articoli per “The Financial Times” che diano la linea alle più o meno frugali autorità europee: “MES or Not MES, this is the problem”. Questo è lo stato del dibattito politico in Italia, rallegrato da qualche accusa di tradimento e da inviti a vergognarsi delle menzogne.

Qualcuno ritiene che più di quello che abbiamo dai politici e dagli avvocati del popolo attualmente al governo non è possibile ottenere. Quindi, bisogna già adesso pensare al dopo e vietare slogan fuorvianti e, forse involontariamente, minacciosi: “tutto tornerà come prima”. Altri pensano che chi scrive “tutto andrà bene” sia non preveggente, ma privo di televisore. Nessuno sembra pensare che non esiste neanche un esempio, lo scrivo per i nostri comparatisti d’eccellenza, di un governo e del suo capo (Commander in Chief) sostituiti nel corso di una emergenza, di una guerra, senza che si facesse un passaggio elettorale come annunciò solennemente chi poi quel passaggio non lo attese.

Altrove, non soltanto nella primavera del nostro scontento, le opposizioni e i loro giornali, l’opinione pubblica i commentatori indipendenti (ah, dite che non ce ne sono?), invece di sprecare tempo nel fare totonomi, metterebbero il meglio delle loro energie sia a individuare i problemi, anche gravi, del fatto, del mal fatto e del non fatto, sia soprattutto a suggerire, con l’avallo della scienza e delle comparazioni fondate, alternative praticabili. Quegli uomini e donne al governo, nazionale e delle regioni, e quegli uomini e donne all’opposizione saranno chiamati ad assumersi le loro specifiche responsabilità alla scadenza elettorale. Meglio se avendo cooperato per alleviare, ridurre, far passare la “nuttata”, la pandemia e il dolore degli italiani. Tutto il resto non serve a niente; anzi, peggiora quello che è già molto brutto di suo.

Pubblicato il 15 aprile 2020 su formiche.net

Unità nazionale? Impossibile con questi politici senza storia #Intervista @ildubbionews

Una volta c’era Pertini. Oggi gli italiani non considerano migliori di loro le persone che li governano
Intervista raccolta da Giulia Merlo

“Gli italiani non sono popolo da sentimento d’unità nazionale”, taglia corto il politologo Gianfranco Pasquino. Professore ed editorialista, ha appena pubblicato per Utet “Minima politica. Sei lezioni di democrazia” in cui ripercorre la storia politica italiana e analizza il ruolo delle istituzioni.

Siamo uniti solo durante le partite della nazionale di calcio, quindi?

E quando vinceva la Ferrari, ma ormai è passato qualche anno. Battute a parte, gli italiani hanno sempre avuto scarsa percezione dell’unità nazionale, se questa viene intesa come uno stare tutti sulla stessa barca remando insieme con qualcuno che tiene il timone. Tra i politici, in particolare, vedo la tendenza a non volersi assumere tutti le stesse responsabilità. E allora il messaggio ai cittadini è quello di un “vorrei ma non posso” perché c’è sempre qualche buona ragione per dissentire.

Sarebbe auspicabile, invece, una sorta di governo di unità nazionale per far fronte all’emergenza di questi giorni?

Forse la sorprendo, ma le rispondo di no. Io credo che nel Paese debba esserci una condivisione nelle scelte, ma esiste un governo e anche una maggioranza. A partire dal premier Conte, è l’esecutivo che deve assumersi la responsabilità delle decisioni. Con l’opposizione si può discutere, ma bisogna che sia chiaro che, alla fine, deve essere il governo a decidere. E’ importante che si mantenga sempre la chiarezza dei ruoli.

Nella storia politica italiana, ci sono però stati politici capaci di instillare questo senso di unità. Prenda il presidente della Repubblica, Sandro Pertini…

Le caratteristiche di un leader emergono dalla sua storia, professionale ma soprattutto politica. Pertini è stato un grande politico, con una storia personale che è stata fondamentale per cementare il suo rapporto di fiducia con gli italiani. In questo senso parlo di superiorità della classe politica italiana della prima repubblica: quegli uomini e quelle donne avevano alle spalle una storia di resistenza e antifascismo, alcuni di loro erano stati eletti alla Costituente. I politici di oggi, invece, non hanno alcuna storia professionale o politica di rilevo, per questo gli italiani non li percepiscono come migliori di loro. Alcuni, c’è da dirlo, si mettono volontariamente sullo stesso piano della parte peggiore del Paese.

In questi giorni di emergenza, le voci più ascoltate sul fronte politico sembrano essere quelle dei sindaci. Perché?

Perché il politico più noto ai cittadini è regolarmente il loro sindaco, che conoscono di persona e hanno eletto con un sistema elettorale che personalizza la competizione. Inoltre, in Italia ci sono moltissimi sindaci capaci, che tengono un rapporto molto stretto coi loro cittadini, con le parti sociali ed economiche. Non mi stupisce che in questa fase di crisi emergano come punto di riferimento, anzi sono lieto per loro. Lo stesso fenomeno mi sembra emerga anche per il presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, che viene da una vittoria epocale ed è percepito come riferimento della maggioranza emiliana.

Il Parlamento e i suoi componenti, invece, sembrano non fare lo stesso…

I rappresentanti parlamentari sono completamente scomparsi e questo è deprecabile. Ma la ragione è semplice: molti di loro sono stati paracadutati nei territori di candidatura, quindi non sono un punto di riferimento e non hanno alcun rapporto con chi li ha eletti.

Il governo, invece, riesce a essere più efficace?

Mi sembra che il premier Conte abbia capito di doversi assumere maggiori responsabilità. Del resto, è evidente che a lui piaccia moltissimo farsi ascoltare, argomentare le sue scelte e adora ripetere che è lui a possedere tutte le riflessioni adeguate per gestire la crisi.

Questa crisi insegnerà qualcosa agli italiani, dal punto di vista politico?

L’impressione è che i cittadini ora ascoltino con enorme attenzione i tecnici: il direttore della protezione civile, i medici dell’ospedale Sacco o dello Spallanzani per esempio. Mi sembra che si stia rafforzando l’idea che esistano tematiche importanti per la vita delle persone e che a gestirle debbano essere persone con competenze specifiche. Finita questa emergenza, il Paese si orienterà su donne e uomini che governino sulla base delle loro convinzioni ma soprattutto delle loro competenze. E questo è un dato positivo.

Nessuna tendenza verso il cosiddetto “uomo forte”?

Direi di no. Anzi, credo che dopo questa crisi passerà del tempo prima che la politica riacquisisca un ruolo rilevante. Se si potrà trarre una lezione da questa emergenza sanitaria, sarà che nessuno risolve i problemi da solo ma servono la responsabilità dei politici e la competenza dei tecnici.

Se l’unità nazionale esiste poco, anche quella europea sembra inesistente. E’ anche questa una lezione da imparare?

L’idea che l’Unione Europea sia responsabile di tutto ciò che va male è assurda. L’Ue siamo noi e i nostri governi e l’istituzione fa quello che può, ma sono i singoli stati ad essere riluttanti all’idea di condividere le decisioni. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha il difficile compito di fare sintesi tra esecutivi con posizioni estremamente diverse, molti dei quali sono europeisti a Bruxelles ma nel loro paese scaricano le colpe sull’Unione.

Insomma, l’Ue non poteva comportarsi in modo diverso, in questa crisi?

L’Ue ha reagito con una certa circospezione. Poteva essere più incisiva ma le serviva che gli Stati condividessero la responsabilità, invece tutti sono rimasti alla finestra in attesa. Anche l’Italia si è comportata in modo attendista, sperando che l’emergenza coronavirus non fosse così grave. Ora l’Ue sta facendo il possibile, ma sono i capi dei governi a doversi mettere a disposizione in modo totale.

Pubblicato il 12 marzo 2020 su Il Dubbio

Politica, intervista a Gianfranco Pasquino @FuturoEuropa

Intervista raccolta da Maurizio Donini

Gianfranco Pasquino (1942), torinese, laureato in Scienza politica con Norberto Bobbio si è specializzato in Politica Comparata con Giovanni Sartori. Professore di Scienza politica nell’Università di Bologna dal 1969 al 2012, è stato nominato Emerito nel 2014. Ha insegnato cinque anni (1970-1975) alla Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, alla School of Advanced International Studies di Washington, D.C., alla Harvard Summer School, all’Università di California, Los Angeles. È stato Fellow di ChristChurch e St Antony’s a Oxford ed é Life Fellow di Clare Hall, Cambridge. Attualmente è Senior Adjunct Professor of European and Eurasian Studies alla Johns Hopkins University SAIS Europe di Bologna. Fra i fondatori della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, ne è stato Redattore Capo dal 1971 al 1977 e condirettore dal 2000 al 2003. È anche stato Direttore della rivista “il Mulino” dal 1980 al 1984. Condirettore, insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci del Dizionario di Politica (UTET 2016, 4a) di cui ha scritto una trentina di voci, fra le quali “Governi socialdemocratici” e “Rivoluzione“. Co-curatore dello Oxford Handbook of Italian Politics (2015) e autore di Italian Democracy. How It Works (2020) . Già Senatore della Sinistra Indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996, è socio dell’Accademia dei Lincei.

Le recenti elezioni regionali con la sconfitta di Salvini hanno al momento rafforzato il governo Conte, il pericolo è scampato o viste le tensioni con Itala Viva di Renzi il percorso sarà ancora irto di ostacoli?

Sono contento che “le elezioni del secolo” si siano svolte in Emilia-Romagna e del risultato che ne è conseguito, perché se avesse perso la sinistra di Bonaccini ci sarebbe stato un rimbalzo molto forte e sgradevole. Viceversa ha perso Salvini e il governo ha ripreso la sua dinamica, è un esecutivo sostenuto da due partiti più alcune componenti come LEU e Italia Viva, che non sono molto vicine in termini politici. Queste forze hanno aspettative diverse e le persone che ne fanno parte provengono da percorsi diversi, questo porta alla nascita di vari problemi. Purtroppo Renzi possiede una innata capacità di intralciare, danneggiare, sabotare, l’attività di governo; e lo fa perché ha bisogno di spazio e visibilità, ha necessità di interviste, è una vera e propria mina vagante, difficile capire se voglia fare cadere il governo o meno. Non credo sia nel suo interesse, ma già in passato ha commesso errori di questo tipo e non posso escludere che non li commetterà adesso. Farlo ora sarebbe molto grave, perché in caso di elezioni anticipate vorrebbe dire consegnare il paese a Salvini e al centro-destra, anche se in termini non così ampi come loro credono. Questo a meno che Salvini non commetta errori in campagna elettorale, come ha fatto anche recentemente. A maggior ragione bisogna evitare che vinca prima dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Il governo dovrebbe quindi durare fino a gennaio 2022, e penso sia un obiettivo conseguibile.

Già in passato, in occasione degli incontri in Nomisma con il Cattaneo riguardo passate elezioni, lei sosteneva che l’Emilia-Romagna sia un caso particolare nel panorama italiano. Alla luce di questa considerazione possiamo presumere che ci sia una ripresa nazionale della sinistra o siamo di fronte a una vittoria limitata alla situazione particolare dell’Emilia-Romagna?

L’Emilia-Romagna continua a rimanere un caso a sé stante, così come Bologna, non mi pare ci siano i motivi per cambiare idea, ma si possono individuare alcuni elementi importanti. Il primo punto è che laddove il PD si apre ad apporti esterni, che possono convergere su una persona, in questo caso il Presidente Bonaccini aveva lavorato bene, gli si riconoscono doti di onestà e competenza. Ora bisogna trovare qualcuno a livello nazionale che sia capace di amministrare, in maniera onesta, rigorosa, vigorosa, posso citare il caso di Zingaretti che è segretario, ma non parlamentare. Quindi per le prossime elezioni bisognerebbe arrivare ad avere un partito aperto e inclusivo. Trasportare “semplicemente” il modello Emilia-Romagna a livello nazionale mi pare sbagliato. Bisogna agire a seconda delle elezioni, non esportare il modello.

Il Movimento delle Sardine forse non ha portato voti nuovi, ma ha riportato alle urne elettori che si erano disaffezionati e non votavano più. Anche questo è un fenomeno limitato all’Emilia-Romagna o può avere una valenza nazionale in futuro?

Nella misura in cui le Sardine capiranno che devono operare di volta in volta laddove si aprono opportunità, possono essere importanti e a volte anche decisive. Nel caso dell’Emilia-Romagna hanno certamente portato ai seggi persone che altrimenti non sarebbero andate a votare. Questo può succedere anche altrove, che poi possano risultare decisive a livello nazionale è complicato dirlo. Bisognerà vedere come si arriverà alle elezioni, come si presenteranno, che tipo di organizzazione riusciranno a darsi, se con una loro lista e un simbolo specifico. Oppure se vogliono limitarsi a dare indicazioni di voto zona per zona, identificando candidati del centro-sinistra da sostenere. Questo è tutto da verificare. Sarebbe sicuramente utile che la legge elettorale consentisse di dare almeno una preferenza, in questo caso si potrebbe indicare di volta in volta la persona giusta da votare. Votando questa persona automaticamente si voterebbe il partito della sinistra che rappresenta.

Lei pensa che il Movimento delle Sardine possa avere un futuro e non sia destinato a spegnersi in breve tempo?

La possibilità di un futuro esiste, ma il futuro va creato, e quindi devono capire come vogliono organizzarsi, perché una struttura se la devono dare. In altri contesti direi che si deve iniziare dalle elezioni locali. Ci sono quattro elezioni regionali che stanno arrivando, potrebbero provare a rimettersi alla prova. Cercare di capire se possono trovare le persone giuste, puntando a quello che tecnicamente viene chiamato processo di istituzionalizzazione. Andare subito alle elezioni nazionali mi pare complicato, ma tutto questo è ovviamente affidato alla loro capacità di mettere insieme le sparse membra della sinistra.

Le Sardine potrebbero ipoteticamente raccogliere l’eredità del primo Movimento 5 Stelle che si sta disfacendo?

Potrebbero sì, ma in realtà il Movimento 5 Stelle non è partito come le Sardine. Nacque grazie a e con un leader che era Beppe Grillo. I loro quattro coordinatori sono indubbiamente persone con delle capacità, ma mentre il Movimento 5 Stelle è partito dall’alto, loro hanno preso il via dal basso. Riuscire quindi anche a darsi una leadership visibile è un problema, Grillo raccoglieva insoddisfazione a tutto campo, da sinistra a destra. Le Sardine raccolgono i malesseri della sinistra, per cui il loro bacino è più contenuto. Sarei quindi molto cauto nel paragone, anche se hanno certamente dei margini di crescita, mentre il Movimento 5 Stelle è in chiara discesa.

Lei è stato uno dei propugnatori della legge sul conflitto di interessi che non ha mai visto la luce, alla luce del caso Berlusconi a suo tempo, ma anche Casaleggio recentemente, ne vedremo mai la nascita?

Temo di no, perché i conflitti di interesse sono moltissimi, e quindi se si va a una regolamentazione vera troppe persone dovrebbero privarsi di cariche, mi pare molto complicato. Si potrebbe cercare di impedire che chi ha palesi conflitti di interesse vada a ricoprire incarichi di governo. Bisognerebbe riuscire a comprendere cosa è la democrazia nei partiti, e quindi riuscire a disciplinare come i partiti scelgono le candidature, come formano i programmi, le coalizioni in cui si mettono, tutte cose delicatissime.

Il governo Conte ora dovrà mettere in campo provvedimenti per durare, quali?

Il primo problema del governo Conte sarà riuscire a rilanciare l’economia, e non sarà facile, oltretutto il corona-virus sta operando contro l’Italia, paese che esporta molto verso la Cina. Se non si cresce non si producono posti di lavoro, e quindi il malcontento aumenta. Bisogna dare atto al Presidente Conte di avere una grande capacità di raccontarsi, di stare sulla cresta dell’onda spiegando le cose in maniera chiara e semplice. Ma l’onda è molto bassa, a meno che non scatti qualcosa a livello europeo tipo la green economy.

Anche i nodi come i decreti immigrazione ora verranno al pettine, e non sarà facile districarli.

Sì, ma anche il problema immigrazione al momento ha perso la sua presa, non è più il problema maggiormente saliente, al primo posto metterei il lavoro e l’economia, magari rivalutando anche il reddito di cittadinanza. Salvini ha cavalcato il problema immigrazione, ma oggi mi pare che questo abbia meno peso sulle opinioni degli elettori. La competizione rimane apertissima.

Pubblicato il 28 febbraio su FuturoEuropa.it

Chi rompe deve pagare

Il Coronavirus è lungi dall’essere debellato. Continua a contagiare e mietere vittime. Sta, forse, per estendersi in luoghi finora non affetti. Il suo impatto sull’economia cinese è già stimato ingente, non solo in termini di riduzione di almeno un punto del Prodotto Interno Lordo, ma anche di scambi commerciali e turistici con il resto del mondo. Date le dimensioni economiche oramai conseguite dalla Cina, un po’ tutti i sistemi economici subiranno conseguenze negative. Da tempo in sostanziale stagnazione, l’economia italiana subirà, sta già conteggiando, notevoli perdite dalle mancate esportazioni. L’Italia è alle soglie di una probabile recessione senza che la politica ne avverta la gravità e si prepari a misure straordinarie.

Sicuramente, è importante discutere della prescrizione che attiene ai diritti dei cittadini, dei decreti sicurezza che dovrebbero per l’appunto rassicurare i cittadini, le loro vite, la loro libertà, le loro proprietà. Però, non concentrare l’attenzione sul rilancio dell’economia e della sua crescita che, creando posti di lavoro, avrebbe conseguenze benefiche sulla vita quotidiana delle famiglie italiane è molto più che un grave errore. Invece, il dibattito pubblico è quasi sostanzialmente monopolizzato dalla minaccia quotidiana di Renzi e di Italia Viva rivolta al governo Conte. Più precisamente, Renzi afferma di non volere elezioni anticipate, ma curiosamente dice di non temerle pur non avendo attualmente i voti necessari a superare la clausola di ingresso nel prossimo parlamento. Vuole la sostituzione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Nessun governo Conte 3, ma un altro governo, non è chiaro composto e guidato da chi, è la richiesta di Matteo Renzi.

In un Parlamento che, se il taglio dei parlamentari non sarà sconfitto nel referendum costituzionale del 29 marzo, perderà un terzo dei suoi componenti, sono molti coloro che vanno in cerca di un riposizionamento promettente. Ha senso criticarne le modalità, ma non le intenzioni. Sullo sfondo si staglia il classico pericolo/spauracchio dell’economia italiana: l’impennata dello spread che seguirà subito qualsiasi segnale di instabilità governativa. Sono proprio le reciproche accuse, le malposte ambizioni, le ripicche e i personalismi che aprono una prateria all’instabilità del governo e alla sua inevitabile impossibilità di prendere decisioni. Altrove, qualsiasi buon amministratore avvertirebbe tutti i suoi collaboratori degli ingenti costi di un dibattito malevolo, centrato sulle persone e non orientato a soluzioni operative. Potendo cercherebbe di disarmare i responsabili dei danni. Forse è giunto il momento che dal colle del Quirinale il Presidente della Repubblica faccia sapere solennemente e “costituzionalmente” a tutti gli inquilini pro tempore di Palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama che non è (mai) sufficiente l’esistenza di una maggioranza numerica che non sappia dimostrarsi operativa. La pazienza “presidenzial-costituzionale” non è infinita.

Pubblicato AGL il 19 febbraio 2020

Pensieri corti: Conte, Renzi, Zingaretti e Mattarella parlano a Pasquino @formichenews


Di Maio, Conte, Zingaretti, Renzi, Mattarella. Cosa pensano protagonisti e osservatori delle tribolazioni di governo? Lo spiega Gianfranco Pasquino su Formiche.net

 

Conte: sono diventato ancora più paziente dopo essermi temprato con Salvini. Ho imparato molto e il Conte 2 è molto meglio del Conte 1. Abbiamo un buon rapporto con l’Europa. Disponiamo di un cronoprogramma. Siamo anche in grado di prevedere quale disastro sarebbero le elezioni anticipate. Per di più, avendo incautamente lasciato capire che non mi immagino disponibile ad un Conte 3 dovrei cercarmi un’alternativa occupazionale. Essendo stato l’avvocato del popolo, non mi resta che diventare l’avvocato della casta, ma dopo le punizioni (vitalizi e taglio di poltrone) che abbiamo imposto loro, il rischio è che non mi vorranno proprio. La situazione è ancora più delicata poiché a Mattarella l’idea di un Conte 3 non sembra piacere per niente. Comunque, non mi deprimo e meno che mai mi sottovaluto. Non sarà un non-partitino di meno del 5 per cento a scalzarmi. Stiano sereni. Dal mio osservatorio di Palazzo Chigi vedo movimenti favorevoli. Continuo con il mio motto preferito: Adelante con juicio. Mi sono “scafato” e non ho nessuna intenzione di mollare. Lavoro per gli italiani. C’è molto da fare.

Renzi: non so più cosa fare. Strillo. Mi agito. Presso. Straparlo. Chiamo a raccolta. Ricatto. Faccio la mossa (del cavallino). E quello, il Conte 2, non si schioda dallo sgabello (e i sondaggi rimangono poco favorevoli). Debbo continuare per rimanere sulla cresta dei mass media (sulla cresta dell’onda, dove mi piaceva tanto, proprio non riesco a salirci più). Sento anche brutti rumori di (sotto)fondo. Che siano i renziani, quelli che ho candidato e fatto eleggere, che stanno spostando i loro traballanti sgabelli verso altri lidi accoglienti? Qualcosa mi inventerò, ma quousque tandem? Difficile è la vita fra il piccolo cabotaggio e il piccolo sabotaggio. Comunque, c’è vita anche fuori della politica. Ah, l’ho già detto e poi mi sono smentito. Chiederò a Lotti. Ah, Lotti preferisce non parlare con me? M’inventerò qualcos’altro. Dite che il bene del paese viene prima degli interessi personali?. Sono sempre stato convinto che il bene del paese coincidesse con i miei interessi personali. Lo dirò meglio mercoledì a Porta a Porta. Ma anche no.

Zingaretti: Stiamo costruendo qualcosa di nuovo, nel partito, grazie a Bonaccini che ha vinto le elezioni del secolo tenutesi in Emilia-Romagna (mica gli verrà in mente di candidarsi a segretario del Partito Democratico?), e anche nel paese. Faremo un grande campo/cantiere di sinistra, senza esagerare, aperto un po’ a tutti, moderno, inclusivo etc etc. Meglio che il lavoro vada avanti mentre siamo al governo. No, non abbiamo paura delle elezioni anticipate (no, non tanta paura, ma qualche preoccupazioncina, sì). Certo, quel Renzi è davvero un maleducato. Aveva ragione De Bortoli quando lo definì “un maleducato di talento. È il talento che non riesco a vedere. Talento che, invece, riconosco a Conte che media fra noi, PD, e i Cinque Stelle entrati in una (meritata) confusione politica. È da loro che temo la mossa sbagliata. Noi, comunque, continueremo a presentarci come una forza tranquilla. A Mitterrand portò bene. Ah dite che c’era un altro sistema istituzionale… Ah non c’era la proporzionale … Va bene va bene ne parleremo nelle assisi prossime venture.

Di Maio, no; Di Battista, meno che mai; Fico, si nasconde dietro la sua carica (pardon, poltrona) istituzionale; Taverna, pronta, ma non chiamatela ortodossa. Tocca a Crimi. Tutto rimandato agli Stati Generali, forse rimandati anche gli Stati Generali. Nessuno di loro dice di avere paura delle elezioni anticipate, anche se, bisognerà ricordarlo, tutti i summenzionati, meno Di Battista, non potranno tornare in parlamento essendo alla fine del loro secondo mandato. Mica vorranno violare una delle regole fondamentali! E allora questo secondo mandato facciamolo durare ad esaurimento completo. Ovvero, quantomeno, fino all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.

Il Centro-destra non ad una voce, ma con tutte le voci: al governo sono in disaccordo su tutto. Governo delle tasse e delle manette. Debbono andare a casa. Poi usciremo dall’Europa, magari anche no. Poi —però, non possiamo dirlo adesso–, eleggeremo il Presidente della Repubblica. Ah, dite che ringalluzzitissima, Giorgia Meloni vuole il presidenzialismo, cioè l’elezione popolare (populista) diretta del Presidente della Repubblica? Anche Berlusconi? I Leghisti raccolgono le firme?

Bisognerà organizzare un incontro: a Arcore? A Washington, D.C.?

Mattarella: non li reggo più. Nessuno di loro. Ma non reggo neanche i retroscenisti che s’inventano un po’ di tutto e che non sanno quasi niente delle regole istituzionali e della Costituzione. Insomma, nessun governo rimane in carica se perde i numeri, ma i numeri può anche trovarseli in Parlamento. Non voglio una maggioranza numerica e stagnante. Bisogna che esista una maggioranza politicamente operativa. No, il punto di non ritorno non è ancora stato raggiunto. Dalla posizione privilegiata del Colle vedo quel punto molto mobile. Fa capolino, poi si ritrae. Ricompare poi si allontana. No, non posso fare previsioni. Per la mia elezione non mi hanno chiesto credenziali di astrologo (ma sono sicuro che non le ha neanche Pasquino). Sia chiaro, però, che i tempi e le modalità tanto dello scioglimento quanto delle elezioni anticipate e con quale governo sono prerogativa quasi assoluta del Presidente della Repubblica. E, com’è noto, non gradisco avventure (e neppure gli avventurieri).

Pubblicato il 17 febbraio 2020

Prescrizione? Le priorità degli elettori sono altre. I consigli di Pasquino al M5S #intervista @formichenews

Intervista raccolta da Simona Sotgiu

Secondo il professore emerito di Scienza Politica in libreria in questi giorni con “Minima politica – Sei lezioni di democrazia” (Utet), Conte riuscirà a mettere ordine nel caos prescrizione, “è la cosa che gli riesce meglio”. Il governo non rischia, ma “questa brutta storia ricorda a tutti quanto difficile è governare”

“Conte medierà con successo, è la cosa che gli riesce meglio”. Gianfranco Pasquino non ha dubbi, il presidente del Consiglio riuscirà a pacificare gli animi infuocati dentro la maggioranza (e non solo) sul tema della prescrizione. Secondo il professore emerito di Scienza Politica intervistato da Formiche.net “l’Avvocato dell’Italia” Conte sarà capace di spegnere l’incendio sulla riforma Bonafede di cui, nel merito, si sa poco, malgrado il dibattito vada avanti da settimane. Inoltre, spiega Pasquino, sarà pur vero che quello della giustizia è un tema caldo per i 5 Stelle, ma è altrettanto vero che “altre sono le priorità degli elettori, a cominciare dai posti di lavoro e dai salari”.

Professore, sulla prescrizione è davvero in gioco il governo?

No, non è in gioco il governo, ma, certo, questa brutta storia ricorda a tutti quanto difficile è governare, soprattutto per chi, Movimento 5 Stelle, da un lato, si mette sopra la destra e la sinistra e si attesta su una rigida posizione ideologica, e chi, Italia Viva, cerca di misurare la sua forza facendo ricatti. Non è nell’interesse di nessuno fare cadere il governo. Magari qualche retroscenista scriverà che blah blah blah.

Sembra che ci sia un’estremizzazione delle posizioni. A cosa è dovuta?

Non so se si tratta di estremizzazione, ma, certo, i Cinque Stelle vogliono fare vedere che tengono fede al loro programma contro i poteri forti: magistrati e avvocati, invece di dimostrare che hanno imparato a cambiare a fronte di obiezioni sensate. Dovrebbero insistere che la riforma già c’è proprio come l’hanno voluta e formulata loro. Che comunque in pratica non comincerà a dare effetti prima di un paio d’anni. Che la si potrà cambiare, anzi, migliorare, mentre si mette mano alla più importante riforma del codice penale, e così via.

C’è il rischio che l’attenzione si sposti dal merito della riforma – e delle sue eventuali modifiche – a dinamiche di consenso?

Sul “merito” della riforma non sappiamo abbastanza. Quanti processi finiscono davvero in prescrizione sul totale dei processi? Quali sono realmente le cause della troppo lunga durata dei processi? Quali procure sono più efficienti e quali meno? E perché? Quanto al consenso faccio molta fatica a credere che ci saranno elettori che voteranno i Cinque Stelle perché hanno tenuto duro sulla prescrizione e che molti elettori li lasceranno perché hanno accettato modifiche ragionevoli. Non sono affatto prescritte le condizioni di fondo che hanno fatto precipitare il consenso elettorale delle Cinque Stelle. D’altronde, non sarà la sua critica in nome di Beccaria e della (straordinaria?) civiltà giuridica italiana, sulla quale un supplemento di riflessione parrebbe molto gradito, che farà lievitare il consenso del partitino di Renzi. Altre sono le priorità degli elettori, a cominciare dai posti di lavoro e dai salari.

Crede che Conte riuscirà a mediare tra le forze in campo?

Conte medierà con successo, è la cosa che gli riesce meglio. Si direbbe persino che gli piace dimostrare e poi spiegare che è in grado di tenere in piedi il governo grazie alle sue conoscenze giuridiche e alle doti di mediazione che ha affinato, naturalmente, perseguendo gli interessi degli italiani e di questo straordinario Paese, ricchissimo di potenzialità, che si chiama Italia. L’Avvocato dell’Italia.

Quanto pesa sulla maggioranza la crisi che stanno attraversando i 5 Stelle? La riforma Bonafede è uno dei cavalli di battaglia dei 5 Stelle, cedere potrebbe avere un impatto sul corpo elettorale…

Il declino dei Cinque Stelle non dipende da presunti cavalli di battaglia. Dipende dall’avere dato troppo potere a un cavallino chiamato Di Maio e dal non avere cavalli di razza (come, ad esempio, furono Fanfani e Moro). Debbono risolvere molti problemi di tipo politico, certo, ma anche organizzativo. Ne parleranno agli Stati Generali di metà marzo. Farebbero meglio ad arrivarci preparati, magari avendo fatto qualche lettura e ascoltato (e recuperato) alcuni dissenzienti invece di espellerli. Più in generale dirò che di motivi di insoddisfazione ce ne sono e ne rimarranno tanti in grado di spingere gli elettori a votare per le liste del movimento, magari composte da persone connesse ai loro concittadini. Poi, in campagna elettorale potranno rivendicare alcune riforme, come il reddito di cittadinanza per chiedere il rinnovo di almeno una parte dell’ingente consenso ottenuto il 4 marzo 2018. Il futuro se lo possono ancora costruire.

Quanto hanno pesato i risultati dell’Emilia-Romagna sul dialogo interno alla maggioranza su temi caldi come quello della riforma della prescrizione?

L’elezione più importante del secolo, quella dell’Emilia-Romagna, non pesa sulle Cinque Stelle che, pure, hanno fatto errori, derivanti soprattutto dalle incertezze di Di Maio, ma anche dalle divisioni delle Cinque Stelle regionali. Pesa, invece, molto sulla sregolatezza di Salvini. Pesa anche, positivamente, sul PD che ha avuto una boccata di ossigeno. Quanto ossigeno non so. So che Bonaccini ha vinto le elezioni a Presidente, non la candidatura a segretario prossimo-venturo del PD. Another office another time.

Pubblicato il 5 febbraio 2020 su Formiche.net