Home » Posts tagged 'governi di coalizione'

Tag Archives: governi di coalizione

Governo di non-coalizione: figlio della nuova Europa?

Se l’assenza di un’intesa sufficiente a formare il Governo pare oggi cronicizzarsi, rinviando alla questione – sostanziale – delle premesse esistenti per avviare un dialogo politico, il carattere’istituzionale’ dell’esecutivo assume – o, meglio, rivela – la propria centralità. Nell’ipotesi di un’apertura erga omnes formulata dal Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che preveda la partecipazione di tutti i partiti, il nuovo Governo trarrebbe il proprio impulso da una strategia applicata (evitando, cioè, speculazioni astratte) su “obiettivi condivisi” a partire dagli “obblighi internazionali” che spettano al Paese. Né la Lega, forte della vittoria del Centrodestra in Molise e Friuli, né il M5S sembrano favorevoli alla proposta.
Resta, poi da capire quali potrebbero essere gli obiettivi effettivamente “condivisi” tra le forze politiche. Di certo, gli impegni italiani nell’agenda europea e internazionale (ridefinizione dell’Eurozona, politica migratoria e riforma del ‘Sistema Dublino’, funzione di facilitatorediplomatico nell’ambito dell’Alleanza atlantica, ruolo attivo nel Mediterraneo, nei Paesi africani e nelle organizzazioni internazionali – quest’anno l’Italia ha assunto la Presidenza dell’OSCE) crescono e non potranno essere disattesi dal protrarsi dello stallo interno. Il fatto che l’ordinaria amministrazione prosegua, anche rispetto a questi temi cruciali, riporta alla questione iniziale: la natura di istituzione di un Governo, quale che sia la maggioranza che esprime, non è derogabile.
Anche senza considerare i ‘bioritmi’ dei singoli Ministeri (mentre è stato faticosamente varato il Documento di Economia e Finanza, al G7 di Toronto il Ministro dell’Interno Marco Minniti si è posto attivamente – in coerenza con la linea assunta durante l’intero mandato – come alfiere della lotta all’estremismo terrorista), si potrebbe, in prima battuta, considerare la transitorietà governativa italiana alla luce delle recenti esperienze di altri Paesi europei.
Come è successo in Spagna nel 2016, dove 10 mesi di negoziazioni quadripartite e due legislative hanno preceduto, complice l’astensione ‘imperativa’ di numerosi Socialisti, l’investitura di Mariano Rajoy, l’anno successivo l’Olanda ha visto il liberale Mark Rutte privo, per oltre 200 giorni (dal 5 marzo al 9 ottobre 2017, esattamente come accadde nel 1977), di una maggioranza in Parlamento sufficiente a sostenerlo. Anche la Germania, del resto, ha dovuto attendere fino a marzo di quest’anno per un accordo che, dopo il voto di settembre, portasse alla ‘Grosse Koalition’… Ma Il più eclatante, arretrando nel tempo, resta il caso belga: 544 giorni dalle elezioni del 13 giugno 2010, con la vittoria dei Neo-fiamminghi di Bart De Wever, al 6 dicembre 2011.
Oltre ai tempi lunghi, comune a queste esperienze è la crescita economica: un aumento del 2,7% del Pil nel 2010 (e dell’1,8% nel 2011) per il Belgio e del 3,2% per la Spagna alla fine del 2016 (nel quarto trimestre, si è registrato nel Paese anche un calo della disoccupazione, scesa al 18,6%); nel 2017 l’Olanda è cresciuta del 1,5% rispetto al primo trimestre, con un’impennata rispetto all’anno precedente (3,8%); la Germania, infine, ha registrato un aumento dello 0,6 % nell’ultimo trimestre del 2017, cioè a valle delle elezioni federali.
La logica della ‘felicità senza governo’, evidenziata dal dibattito pubblico nell’accostamento di queste esperienze alle possibili evoluzioni della situazione italiana, solleva diverse questioni. Innanzitutto, limitandoci agli ordinamenti fondati sull’alternanza politica, siamo sicuri di interpretare realisticamente l’ ‘assenza di governo’ e – di conseguenza – cosa lega l’espressione di una maggioranza all’esercizio del potere, anzi: dei diversi poteri che sono espressione di uno Stato?
Ogni Paese, poi, è influenzato dalla costituzione giuridica interna dei suoi territori, in grado di incidere sull’alternanza o la convivenza di forze politiche contrapposte. Citiamo, in questo senso, ancora il Belgio, dove “comunque”, avverte Roberto Toniatti, Ordinario di Diritto pubblico comparato all’Università di Trento, “il Governo è un oggetto in mano a due forze. Se lo sono potuti permettere: due Governi regionali, che rappresentano i due gruppi linguistici ai quali l’esecutivo risponde. Ciò non può succedere in Italia, dove non troviamo un dualismo simile e le Regioni non hanno la capacità di governare lo Stato”.

 

Mentre nell’Eurozona si danno segni di ricrescita, cosa implica per l’Italia, nella sua proiezione internazionale, lo scarto tra attività istituzionale e stallo politico? Risponde Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna
Intervista raccolta da Virgilio Carrara Sutour

Senza un nuovo esecutivo, quali prospettive avrebbe l’Italia restando priva di una coalizione? Questa disfunzione ‘europea’ può essere l’indicatore di un’evoluzione delle future democrazie?

Professor Pasquino, parlando di ‘Governi transitori’ nelle diverse esperienze europee, è possibile capire se si tratta di una transitorietà di carattere ‘strutturale’ della politica contemporanea? Una disfunzione può diventare, a sua volta, ‘funzione’? sull’agenda politica italiana, in particolare estera ed europea?

Nelle democrazie parlamentari, i Governi sono sempre legati a situazioni che possono cambiare da un momento all’altro: sono governi ‘di coalizione’ (pertanto, se un partito decide che non vuole più starci, squilibrerà l’assetto dell’esecutivo). Gli esempi sopra riportati, però, mostrano una difficoltà nel formare un Governo dopo un procedimento elettorale. Questo dipende dal fatto che, nella situazione di cambiamento che l’Europa attraversa oggi, nascono partiti nuovi e i partiti vecchi diminuiscono dal punto di vista del numero dei seggi. Diventa, così, più difficile creare coalizioni di governo sufficientemente stabili.

Fino ad oggi, tuttavia, ciò si è verificato in un numero limitato di democrazie parlamentari – infatti sono stati menzionati 4 casi. Non sono neanche sicuro che l’Italia faccia parte dello stesso gruppo: al momento non lo possiamo ancora dire, il che significa che abbiamo almeno una decina di casi in cui i Governi sono sufficientemente stabili.

In che misura lo stallo governativo può incidere sull’indirizzo e le iniziative di politica estera nazionale?

La politica estera, non dovrebbe essere una ‘cosa di governo’, bensì ‘di sistema’: pertinente al sistema politico. Detto altrimenti, dovrebbe esserci una sostanziale continuità della politica estera, che interpreto in due modi: la politica dell’Italia nei confronti dell’Unione Europea e quella nei confronti della NATO o, se vogliamo, dell’atlantismo. Tutto questo appare stabile: fatta eccezione per le poche pulsioni a uscire dall’Europa, che sono ridicole, o a fare a meno della NATO – che lo sono ancora di più -, la politica estera italiana è esattamente quella delineata, a partire dal 1949, da Alcide De Gasperi e dai suoi collaboratori e, in seguito, da Altiero Spinelli: stiamo nella NATO e agiamo nell’Europa.

Se mai, il problema è quello della capacità italiana di agire in Europa, perché non tutti sono convinti europeisti o sono europeisti ‘colti’ (cioè: sanno cosa voglia dire farne parte), né sono disposti a svolgere il ruolo di predicatori di un’Europa federale. Questo rende l’Italia sostanzialmente un partner passivo, sul quale si può fare affidamento, ma che non sviluppa nessuna iniziativa.

Pubblicato si L’Indro il 2 maggio 2018

La legge elettorale, i sistemi politici e 5 cose da non dimenticare @StudiElettorali

Bisogna sfatare un po’ di luoghi comuni sul dibattito attuale e prendere con le pinze le stime del voto che si fanno a quattro mesi dal voto.

Questo è un articolo dell’Atlante elettorale della Società Italiana di Studi Elettorali (Sise) che – in collaborazione con Repubblica – offre ai lettori una serie di uscite settimanali in vista delle elezioni politiche del 2018. La Sise promuove dal 1980 la ricerca nel campo delle elezioni, delle scelte di voto e del funzionamento dei sistemi elettorali. L’Associazione si avvale del contributo di giuristi, sociologi, storici e scienziati della politica, con l’obiettivo di favorire la discussione attraverso l’organizzazione di convegni di taglio accademico aperti anche al contributo di politici e commentatori.

La legge elettorale Rosato assegna due terzi dei seggi (66 per cento) della Camera e del Senato con metodo proporzionale e un terzo con metodo maggioritario in collegi uninominali. Nel 2006 circa il 90 per cento dei seggi furono assegnati con il metodo proporzionale; nel 2008, più dell’85 per cento; nel 2013 più del 75 per cento. Quindi, l’Italia non sta affatto “tornando alla proporzionale”. Non ne era mai uscita, neanche con l’Italicum. Al contrario, è cresciuta la percentuale di seggi attribuiti con metodo maggioritario.

Tutte le democrazie parlamentari europee utilizzano da tempo, quelle scandinave, il Belgio e l’Olanda, da più di cent’anni, leggi elettorali proporzionali. La legge tedesca, che si chiama “rappresentanza proporzionale personalizzata”, in vigore dal 1949, ha subito diversi piccoli adattamenti, ma la struttura è invariata.

Soltanto la Francia ha dal 1958, con la sola interruzione delle elezioni legislative del 1986, una legge elettorale maggioritaria in collegi uninominali con clausola di accesso al secondo turno. Talvolta, raramente, passano al secondo turno soltanto due candidati. Allora si ha tecnicamente ballottaggio. Quando i candidati che rimangono in lizza sono più di due si ha, per l’appunto, il secondo turno nel quale chi vince raramente ottiene la maggioranza assoluta dei voti espressi.

La quasi totalità dei governi delle democrazie europee sono governi di coalizione, composti da due o più partiti. Rari sono i casi di governi composti da un solo partito, ovviamente ad esclusione della Gran Bretagna (tranne nel periodo 2010-2015) e, soprattutto nel passato, dei governi di minoranza socialdemocratici, in particolare in Svezia, agevolati dalla non necessità di un esplicito voto di sfiducia.

I governi di coalizione si caratterizzano per due elementi. Il primo elemento è che, comprensibilmente, due partiti rappresentano l’elettorato, le sue preferenze, i suoi interessi, persino i suoi ideali, meglio di quanto possa fare un solo partito. Il secondo elemento è che il programma concordato, faticosamente quanto si vuole (ma con meno fatica se non è la prima volta che si forma quella coalizione di governo) smusserà le punte estreme dei programmi dei differenti partiti. Quel governo risulterà meglio rappresentativo delle preferenze degli elettori mediani.

Nonostante recenti, comparativamente e numericamente del tutto infondate, affermazioni, non è affatto vero che l’alternanza al governo fra partiti e coalizioni costituisca una costante nel funzionamento delle democrazie parlamentari europee. Al contrario, l’alternanza è un fenomeno generalmente raro e l’alternanza “completa” – quella nella quale un partito o una coalizione subentrano ad un partito e ad una coalizione escludendoli totalmente – è un fenomeno rarissimo. Richiede l’esistenza di un solido sistema bipartitico com’è stato quello inglese dal 1945 al 2010, nel quale soltanto due partiti, gli stessi, potevano ottenere la maggioranza assoluta di seggi nella Camera dei comuni e, quando la ottenevano, governavano da soli. Altrove, nella grande maggioranza dei casi, quello che avviene è la sostituzione di uno o due partiti al governo accompagnata dalla persistenza di uno o due partiti nel governo: semi-alternanza? Semi-rotazione?

La casistica è amplissima. Mi limiterò ai due esempi più recenti. In Austria, i Popolari, già al governo, hanno deciso di fare una nuova (ma non inusitata) coalizione di governo escludendo i Socialdemocratici e includendo i Liberali. In Germania è ritornata possibile la Grande Coalizione, esempio probante di non alternanza. In nessuna delle democrazie parlamentari europee è mai stato posto l’obiettivo di conoscere “chi ha vinto” la sera stessa delle elezioni.
Infine, una nota di cautela sulle simulazioni relative ai risultati elettorali e alle loro conseguenze sui governi possibili. Ragionare su quelle simulazioni a quattro mesi dalle elezioni prendendole come attendibili significa ritenere che:
1. la campagna elettorale non farà nessuna differenza;
2. gli accordi pre-elettorali fra i partiti saranno irrilevanti;
3. le personalità dei leader degli schieramenti non conteranno quasi nulla;
4. nessuno degli antagonisti commetterà errori significativi né troverà un asso nella manica;
5. le preferenze degli elettori, molti dei quali, è noto, decideranno il loro voto nell’ultima settimana, se non la notte prima dell’elezione, rimarranno stabili.
Tutto improbabile.

* Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza Politica.

Pubblicato il 7 dicembre 2017 su Repubblica.it

 

 

Riforma Boschi e Italicum, non si rassegnano

Gli sconfitti del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 non si sono ancora rassegnati. Non riescono ancora a farsene una ragione poiché continuano a ripetere argomentazioni infondate e sbagliate. Grave per i politici, la ripetitività di errori è gravissima per i professori, giuristi o politologi che siano. Sul “Corriere della Sera” Sabino Cassese esprime il suo rimpianto per il non-superamento del bicameralismo (che, comunque, nella riforma Renzi-Boschi era soltanto parziale) poiché obbliga ad una “defatigante navetta”. Non cita nessun dato su quante leggi siano effettivamente sottoposte alla navetta, sembra non più del 10 per cento, e non si chiede se la fatica sia davvero un prodotto istituzionale del bicameralismo paritario italiano oppure dell’incapacità dei parlamentari e dei governi di fare leggi tecnicamente impeccabili, quindi meno faticose da approvare, oppure, ancora, se governi e parlamentari abbiano legittime differenze di opinioni su materie complicate, ma qualche volta non intendano altresì perseguire obiettivi politici contrastanti. Comunque, i dati comparati continuano a dare conforto a chi dice che, nonostante tutto, la produttività del Parlamento italiano non sfigura affatto a confronto con quella dei parlamenti dei maggiori Stati europei: Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna. Nessuno, poi, credo neanche Cassese, sarebbe in grado di sostenere con certezza che le procedure previste nella riforma avrebbero accorciato i tempi di approvazione, ridotti i conflitti fra le due Camere e, meno che mai, prodotto leggi tecnicamente migliori.

Più volte, non da solo, Mauro Calise ha sostenuto che soltanto un governo forte, identificato con quello guidato da Matteo Renzi, risolverebbe tutti questi problemi, e altri ancora. Non ci ha mai detto con quali meccanismi istituzionali creare un governo forte, ma ha sempre affidato questo compito erculeo alla legge elettorale. Lunedì ne “Il Mattino” di Napoli ha ribadito la sua fiducia nelle virtù taumaturgiche del mai “provato” Italicum. Lo cito:”avevamo miracolosamente partorito una legge maggioritaria” …. “senza la quale in Europa nessuno è in grado di formare un governo”. Come ho avuto più volte modo di segnalare, l’Italicum come il Porcellum non era una legge maggioritaria, ma una legge proporzionale con premio di maggioranza. Con il Porcellum nel 2008 più dell’80 per cento dei seggi furono attribuiti con metodo proporzionale; nel 2013 si scese a poco più di 70 per cento. L’Italicum, non “miracolosamente partorito”, ma imposto con voto di fiducia, non avrebbe cambiato queste percentuali. Quanto alla formazione dei governi, tutti i capi dei partiti europei hanno saputo formare governi nei e con i loro Parlamenti eletti con leggi proporzionali. Tutte le democrazie parlamentari europee hanno sistemi elettorali proporzionali in vigore da un centinaio d’anni (la Germania dal 1949). Nessuno di quei sistemi ha premi di maggioranza. Tutte le democrazie parlamentari hanno governi di coalizione. Elementari esercizi di fact-checking che anche un politologo alle prime armi dovrebbe sapere fare, anzi, avrebbe il dovere di fare, smentiscono le due affermazioni portanti dell’articolo di Calise. C’è di peggio, perché Calise chiama in ballo Macron sostenendo che la sua ampia maggioranza parlamentare discende dal sistema elettorale maggioritario. Però, il doppio turno francese in collegi uninominali non ha nulla in comune né con il Porcellum né con l’Italicum le cui liste bloccate portano a parlamentari nominati. Inoltre, il modello istituzionale francese da vita a una democrazia semipresidenziale che non ha nulla a che vedere con i premierati forti vagheggiati, ma non messi su carta, dai renziani né, tantomeno, con il cosiddetto “sindaco d’Italia”. Il paragone fatto da Calise è tanto sbagliato quanto manipolatorio. Non serve né a riabilitare riforme malfatte né a delineare nessuna accettabile riforma futura.

Pubblicato il 12 settembre 2017

 

Strada obbligata per la legge elettorale

Fallita la brillante operazione, ispirata da Renzi che diceva: il sistema tedesco non è il mio preferito; il governo Gentiloni durerà fino alla scadenza naturale della legislatura, che cosa resta agli elettori italiani esterrefatti e insoddisfatti? Resta, anzitutto, la sensazione che ancora una volta il segretario del Partito Democratico si sia fatto mal consigliare e sconfiggere dalla sua fretta. In questo modo, ha perso, da un lato, il sostegno di Napolitano, che riteneva le elezioni anticipate una scelta da irresponsabili, dall’altro, una parte non piccola di credibilità nella sua leadership e nelle sue competenze elettoral-istituzionali. Bisognerà ripartire affinché l’Italia abbia una legge elettorale decente, che non favorisca e non svantaggi nessuno dei partiti esistenti e che dia rappresentanza politica ai cittadini e potere agli elettori prima di andare alle urne a scadenza naturale, fine febbraio 2018. Meglio se nessuno procedesse a calcoli più o meno astrusi e non si facesse inventare dai suoi costituzionalisti e politologi di riferimento l’algoritmo vincente sulla base dei risultati delle elezioni amministrative. Temo che questa considerazione rimarrà lettera morta, ma sono sicuro che chi si baserà su quei risultati andrà incontro a delusioni elettorali e politiche.

Come nessun altro paese al mondo, l’Italia rischia di avere una legge elettorale formulata dalla Corte Costituzionale che, per di più, è stata largamente costretta a procedervi ritagliando l’Italicum nelle sue componenti incostituzionali. Tutte le democrazie parlamentari dell’Europa occidentale hanno leggi elettorali (essenzialmente proporzionali) scritte dai loro Parlamenti più di cent’anni fa e appena ritoccate nel tempo. Quella tedesca risale al 1949-56. Negli ultimi venticinque anni l’Italia ha avuto quattro leggi elettorali, la migliore, quella firmata da Mattarella, fu il felice esito di un referendum popolare (di cui sarebbe ancora utile tenere conto). I parlamentari italiani e i dirigenti dei loro partiti stanno dimostrando di non avere la cultura politico-istituzionale in grado di produrre una legge che consenta, lo scrivo nei minimi termini, di “tradurre i voti in seggi”. Troppi si fanno ancora influenzare da commentatori che ritengono il premio di maggioranza, che non esiste in nessuna democrazia parlamentare, una sorta di requisito essenziale per la prossima legge elettorale. Sbagliano. Allora, tutti si meritano il sistema che consegue alla sentenza della Corte Costituzionale. Evitando il deplorevole “latinorum”, non lo chiamerò né Consultellum né, come fanno i pentastellati, Legalicum. Porterà il nome del relatore e sarà una legge elettorale proporzionale con soglia di accesso del 3 per cento alla Camera (non guasta che al Senato la soglia sia diversa, l’importante è che la traduzione dei voti in seggi sia proporzionale) e con la possibilità di esprimere preferenze. A favore di una preferenza da esprimere scrivendo il nome della candidatura preferita, è opportuno ricordarlo, gli italiani si espressero nel referendum del 1991. C’è anche da chiedersi dove vivono quelli che sostengono che le preferenze portano corruzione. In tutti questi tristi anni vissuti senza preferenze è forse diminuita la corruzione politica?

Alte si levano le critiche dei sedicenti maggioritari (che se fossero davvero tali dovrebbero chiedere il sistema inglese o quello francese) perché l’esito complessivo saranno governi di coalizione. Tutte le democrazie parlamentari europee sono governate da coalizioni. Sta per tornarci, dopo l’esperienza del 2010-2015, anche la Gran Bretagna. L’ultimo esito, da chi sarà formato il (primo) governo dopo le elezioni del 2018, non possiamo prevederlo. Lo decideranno i dirigenti di partito, ma quanto potere avranno dipenderà grazie alla legge proporzionale, non da un artificiale e distorcente premio di maggioranza (Matteo Renzi è segretario di un partito che ottenne 25 per dei voti nel 2013 e che alla Camera ha il 54 per cento dei seggi), ma dalla scelta degli elettori, proprio come dovrebbe essere in democrazia.

Pubblicato 11 giugno 2017

Leggi elettorali: precisazioni, critiche, proposte alla Costituente delle idee #cosedifuturo

possibileRoma 24 febbraio 2017

I feticci della riforma elettorale

La terza Repubblica

Senza riforme presidenziali, le strade si riducono. Ma si semplificano

Chiunque voglia scrivere una buona legge elettorale in Italia oggi deve sconfiggere tre feticci espressi sotto forma di necessità assoluta di: 1. conoscere il vincitore la sera stessa delle elezioni; 2. produrre Il governo direttamente con il voto del popolo; 3. evitare la formazione di governi di coalizione.

Il fatto che questi feticci siano adorati in maniera diffusa e persino crescente non li rende accettabili. Quanto al primo feticcio, non è neppure chiaro che cosa significhi esattamente “conoscere il vincitore delle elezioni”. Forse chi ha avuto più voti? Chi ha vinto più seggi? Chi ha ottenuto il maggior incremento percentuale/numerico rispetto alle elezioni immediatamente precedenti? Ma, poi, è davvero questa la preoccupazione principale dell’elettorato? Probabilmente, no. Comunque, non esiste nessuna ricerca in materia, nessuna evidenza.

Il secondo feticcio è molto pericoloso per due ragioni. Da un lato, in nessuna democrazia parlamentare il popolo, gli elettori, i cittadini votano per il governo. In tutte le democrazie parlamentari, che sono democrazie rappresentative, i voti dei cittadini servono ad eleggere i loro rappresentanti al Parlamento. Contati i voti e i seggi, quei rappresentanti, che probabilmente conoscono le preferenze dei loro elettori e hanno molte informazioni sugli eletti degli altri partiti, cercheranno accordi programmatici per dare vita a un governo stabile, duraturo, efficace. Dall’altro lato, il feticcio “il popolo elegge il governo” legittima e incoraggia la critica populista, antiparlamentare, e nega ai rappresentanti qualsiasi spazio di manovra.

Il terzo feticcio “evitare i governi di coalizione” è, per quel che riguarda le democrazie parlamentari, fattualmente sbagliato e non esiste post-verità che lo renda nemmeno plausibile. Agitando quel feticcio si oscurano due elementi importantissimi per tutti coloro che hanno a cuore la governabilità, non come arma propagandistica, ma come esito. I governi di coalizione sono maggiormente rappresentativi dell’elettorato, delle sue preferenze e dei suoi interessi. Sono anche più “moderati”, vale a dire che nessuno dei partiti potrà tradurre in politiche pubbliche le sue promesse più estreme, spesso fatte soltanto per conquistare un pugno di voti in più, ma tutti i partiti dovranno moderare le loro proposte programmatiche per renderle compatibili con le preferenze degli altri partners, ciascuno costretto a rinunciare a qualcosa.

Coloro che vogliono ottenere la traduzione pratica di tutt’e tre i feticci non possono accontentarsi di nessuna legge elettorale né maggioritaria né proporzionale. Debbono proporre il mutamento della forma di governo: da parlamentare a presidenziale. Sì, la sera delle elezioni sapranno chi le ha vinte (a meno che non siano stati denunciati brogli elettorali); sì, il Presidente eletto darà rapidamente vita ad un governo; sì, è molto probabile, ma non sempre possibile, che quel governo sia espressione di un solo partito, quello del Presidente. Naturalmente, come sanno gli studiosi dei presidenzialismi e come hanno imparato gli elettori, nelle Repubbliche presidenziali quello che conta è l’esistenza di freni e contrappesi al potere del Presidente, ma questo è un problema/inconveniente che nessuna legge elettorale può affrontare, meno che mai risolvere.

Una volta chiarito che in Italia praticamente nessuno propone esplicitamente un modello presidenziale e buttati a mare i feticci creati ad arte, la discussione sulla legge elettorale può ripartire con il piede giusto. Può andare in Francia a pescare il doppio turno (non ballottaggio) in collegi uninominali con clausola di passaggio al secondo turno, oppure visitare la legge elettorale proporzionale personalizzata con clausola di accesso al Parlamento funzionante in Germania. Scegliendo un sistema elettorale già sperimentato si riducono i rischi e si potrebbe persino ovviare a qualche loro inconveniente. Tutto il resto è melina, inconcludente, fastidiosa, persino pericolosa.

Pubblicato il 1°marzo 2017

Sinistra, oltre lo smarrimento culturale

intellettuale-dissidente

sinistra-smarrimento-culturale

Intervista raccolta da Savino Balzano per L’Intellettuale dissidente

L’impoverimento della classe politica italiana è tale da permettere persino a un Renzi qualsiasi, senza “nessuna cultura politica”, di sostenere il superamento della tradizionale distinzione tra destra e sinistra. Ma è davvero così? Ne abbiamo parlato con il Professore Gianfranco Pasquino.

Il sistema politico italiano è oggetto di importanti stravolgimenti e diventa sempre più complicato orientarsi in uno scenario che vede sfaldarsi i suoi tradizionali capisaldi. Il collasso dell’egemonia politica di Berlusconi pare abbia comportato anche l’inevitabile erosione del bipolarismo protagonista della c.d. Seconda Repubblica. L’impoverimento della classe politica italiana è tale da permettere persino a un Renzi qualsiasi, senza nessuna cultura politica, di sostenere il superamento della tradizionale distinzione tra destra e sinistra. Abbiamo ritenuto necessario provare a fare il punto, comprendere dove siamo arrivati e quali siano le possibili prospettive.

Alcune risposte possono essere tratte dall’intervista rilasciataci da Gianfranco Pasquino, Professore Emerito nell’Università di Bologna e tra i massimi esponenti internazionali di Scienza Politica.

unnamed-2-4

GIANFRANCO PASQUINO (1942) torinese, laureatosi con Norberto Bobbio in Scienza politica e specializzatosi con Giovanni Sartori in Politica comparata, è Professore Emerito di Scienza Politica nell’Università di Bologna. Già direttore della rivista “il Mulino” e della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, tre volte Senatore per la Sinistra Indipendente e per i Progressisti. Dal 2011 fa parte del Consiglio Scientifico dell’Enciclopedia Italiana. Dal luglio 2005 è Socio dell’Accademia dei Lincei.

Matteo Renzi è il protagonista assoluto nel Partito Democratico, la più grande organizzazione europea aderente a quella che viene ancora definita la famiglia socialista. Eppure lo stesso Renzi afferma e scrive che ormai sia superata questa dicotomia secolarizzata che distingue destra e sinistra. Ecco, partiamo da qui: ha ancora senso questa distinzione e che cosa vuol dire essere di sinistra oggi in Italia, in Europa, nel mondo.

“Renzi non ha nessuna cultura politica. Ha un punto di partenza che è grossomodo una piccola galassia democristiana nella zona da cui viene e che gli è servita per conquistare voti e poi per giungere fino alla Segreteria del Partito Democratico. La distinzione destra-sinistra continua ad esistere in maniera chiarissima. Naturalmente ognuno poi la può coniugare come vuole, però quello che è sicuro è che gli elettori delle democrazie europee sanno benissimo come collocarsi sul continuum destra-sinistra. Se si definiscono di sinistra si collocano nei pressi del polo di sinistra e se si definiscono di destra si collocano nei pressi del polo di destra. Una parte di loro si colloca presso il centro e una parte piccola, forse il 15 o al massimo il 20%, dice che ormai destra e sinistra non esistano più e quindi si colloca al di sopra.

I miei criteri sono sostanzialmente due, più un’aggiunta. Sono di sinistra coloro che pensano che le diseguaglianze non siano accettabili e che un governo e una società debbano operare per ridurle, soprattutto ponendo in essere una condizione di eguaglianza di opportunità per tutti i cittadini. Sono di sinistra coloro che pensano che il mercato sregolato produca non solo diseguaglianze, ma anche ingiustizie e questi ritengono sia necessario dare delle regole al mercato, garantendo una competizione equa (in inglese dicono fair), e che debba essere indirizzato a conseguire obiettivi collettivi e non soltanto arricchimenti personali. La coda è che oggi sono spesso di sinistra coloro che pensano che questi valori debbano essere concretizzati a livello europeo, mentre quelli di destra sono diventati “sovranisti” anche se secondo me dovremmo semplicemente definirli “nazionalisti egoisti”.

Perché la sinistra fatica a trovare casa all’interno del Partito Democratico? Sulle colonne del nostro giornale ho definito, soprattutto in relazione alle politiche in materia di lavoro, Renzi un liberale di destra. Come osteggiarlo è il vero tema che si dovrebbero porre i suoi oppositori: è la scissione la risposta più adatta oppure si dovrebbe adottare una lunga e logorante opposizione interna al partito? Il rischio è che uscendo si finisca per scomparire.

“Il Governo Renzi non ha fatto politiche di sinistra: ha creato una situazione nella quale sono state tolte alcune possibilità, più che diritti, ai lavoratori; sono state realizzate situazioni non buone nel settore della scuola; sono state date delle mance, si pensi ai famosi 80 euro o adesso i 500 euro per i giovani. Queste non sono politiche di sinistra perché in realtà costituiscono solo dei tentativi di acquisire una parte di elettorato senza operare alcun tipo di distinzione all’interno dello stesso, tra i meritevoli e i non, individuando coloro che ne abbiano realmente più bisogno. Semplicemente la sinistra, quella parte di partito che oggi sembra abbia deciso di uscirne, ritiene che con quelle politiche non si produca una società migliore, non si crei uno scenario che consenta all’Italia di procedere effettivamente verso il raggiungimento del PIL dei paesi virtuosi. Dove vadano non lo so, ma presumo che certe volte le scissioni diventino inevitabili soprattutto quando il segretario del partito disprezza le opinioni diverse dalle sue, non conceda nulla, non vada nella direzione che viene suggerita da una parte importante del partito, sostenendo di essere lui quello al quale spetta decidere tutto. In un partito nessuno decide tutto e nemmeno la maggioranza perché ci sono sempre dei limiti anche al suo potere decisionale, consistenti nel rispetto della minoranza e forse nella valorizzazione delle sue idee. Tutto il resto lo vedremo perché a questo punto è difficile prevedere quanto si radicherà la parte c.d. scissionista e così via. Lo vedremo”.

Il tema della sinistra che si divide si pone oggi ancora una volta. Pisapia pensa alla sua piattaforma, poi ci sarebbe Sinistra Italiana, ora si ipotizza un nuovo soggetto politico costituito dai fuoriusciti dal PD (che non si sa nemmeno chi siano) e pare che non si possa costituire un gruppo unico in Parlamento dal momento che si hanno idee diverse in merito alla fiducia a Gentiloni: si può vincere in queste condizioni e si può davvero fornire una risposta che sia di sinistra e che sia convincente? Lei che idea si è fatto?

L’alternativa di sinistra si può costruire nel momento in cui si abbia una cultura politica di sinistra e si recuperino dei valori storicamente appartenenti alle grandi socialdemocrazie; quando si abbia una visione del welfare che sia in grado di consentire a tutti di avere assistenza, previdenza, una formazione culturale adeguata e un lavoro dignitoso. Se non si va in questa direzione, si perde un grande pezzo di quella che è stata la sinistra in questo continente. Una prospettiva di sinistra la si costruisce attorno a una politica economica diversa, che comunque contenga aspetti keynesiani cioè di intervento dello Stato in molte attività che sono utili alla collettività e che magari sono sottovalutate dai privati. Naturalmente tutto questo sapendo che ci sono delle costrizioni anche a livello europeo. Dopodiché gli accordi programmatici si possono fare comunque, anche senza costituire un gruppo parlamentare specifico. Continuo a pensare che sia utile avere un Governo che funzioni e che si debba andare ad elezioni solo nel 2018, però queste sono contingenze. Credo che il punto più rilevante consista nella necessità di ricostruire una cultura politica adeguata, all’altezza delle sfide europee, internazionali e naturalmente anche italiane. Di questo vedo poco e quindi capisco perché Renzi vince, perché detenga il potere politico nonostante non possieda la cultura politica per vincere”.

Se è vero che la sinistra sia in crisi, dal naufragio dell’ultimo esperimento bertinottiano ormai è divenuta extra parlamentare, la destra non sembra particolarmente in forma, soprattutto in relazione all’avanzata apparentemente inarrestabile del Movimento 5 Stelle. Insomma, a me arriva che più che una contrapposizione politica all’interno del sistema, vi sia una forte tensione tra il sistema politico tradizionale che resiste in tutela della sua autoconservazione e la reale volontà popolare ormai stanca di una classe politica di cialtroni. Che sta succedendo? Quali prospettive?

Prima di tutto il Movimento 5 Stelle è lì dov’è per una ragione molto semplice: c’è una critica fortissima della politica, delle modalità con cui si fa politica in questo paese, del ceto politico in generale. Tale critica non è destinata a sparire né oggi né domani. Essa non viene nemmeno minimamente scalfita dalla visibile incapacità di Raggi e della sua Giunta, che nemmeno sappiamo come sia esattamente composta e quanto durerà, a governare la città di Roma. Se non sono capaci di governare Roma, pensano alcuni commentatori molto maliziosi, non riusciranno a governare il paese e dunque gli elettori li abbandoneranno. In realtà, agli elettori interessa poco di Roma perché vogliono cambiare una situazione complessiva che a loro non piace. Pertanto è bene chiarire che l’attuale consenso del movimento non si smuoverà assolutamente e nessun tipo di fenomeno può farlo, a meno che non cambi davvero tutto il modo di fare politica e ci sia un vero ricambio anche nel ceto politico.

La destra, poi, è abitualmente più compatta della sinistra perché ha una coscienza di classe, mentre la sinistra fa fatica a recuperarla perché è oramai composta da settori molto diversificati. C’è un conflitto generazionale dentro la sinistra. Una parte della sinistra è molto benestante e si è generato un forte conflitto tra i “garantiti” e i c.d. precari. I settori popolari diffidano della classe dirigente della sinistra perché vedono tali conflitti e soprattutto vedono che i loro dirigenti sono benestanti e non li rappresentano dal punto di vista sociale: sono distanti dal popolo e questo costituisce una complicazione reale.

Recupero poi il ragionamento che faceva prima sul sistema elettorale e voglio sottolineare che esso serve a rappresentare i cittadini. Se, invece, la legge elettorale consente di avere un premio di maggioranza che naturalmente non è rappresentativo di un bel niente, di avere capilista bloccati che naturalmente non devono andarsi a cercare i voti e parlare con i cittadini, allora la rappresentanza ne risulta dimezzata. Bisogna guardare a un sistema elettorale che consenta agli elettori di esprimersi anche sui candidati, e da questo punto di vista i collegi uninominali sono insuperabili, restituendo loro potere invece che lasciarlo solo ai dirigenti di partito. Preciso che i sistemi proporzionali possono essere molto buoni: ricordiamoci che tutta l’Europa adotta sistemi elettorali proporzionali, tranne la Francia e la Gran Bretagna, e che è il caso di comprendere che la proporzionale non può di certo considerarsi un male assoluto. Al contrario. Dopodiché, se si vuole cambiare sistema elettorale lo si faccia, ma con un unico criterio: dare potere ai cittadini”.

Professore, ascoltandola viene in mente un’ulteriore domanda, anche se immagino che la risposta sia difficile da dare in poche battute. Secondo lei, come formula generale, la democrazia è superata? Oggi si parla sempre di più di democrazia diretta, di democrazia partecipata: lei ritiene che la democrazia tradizionalmente intesa abbia fatto il suo corso, soprattutto alla luce delle nuove tecnologie, delle nuove forme di comunicazione e di quella che sociologicamente viene definita “compressione spazio temporale”?

La democrazia parlamentare non è affatto superata e sono molto contrario all’espressione “crisi della democrazia”. Dappertutto, nel mondo, dove ci sono oppositori a regimi autoritari, questi combattono la loro battaglia in galera, nella giungla, nella savana e qualche volta in luoghi sperduti. Combattono in nome della democrazia e quel nome è quello della democrazia occidentale, spesso della democrazia parlamentare, qualche volta della democrazia presidenziale. Non c’è crisi della democrazia. Ci sono invece delle crisi nelle democrazie: ci sono delle difficoltà, dei problemi irrisolti (qualcuno dice irrisolvibili, ma questo lo vedremo), nel funzionamento delle democrazie contemporanee. Quelli cui lei accennava sono strumenti che possono essere benissimo adoperati all’interno di democrazie parlamentari, che in alcuni contesti sono già utilizzati, e servono ad accrescere e a migliorare la democrazia parlamentare. La democrazia rappresentativa è l’unica possibile quando siamo in presenza di società composte da diversi milioni di persone: in alcuni casi esse possono prendere direttamente delle decisioni e infatti abbiamo i referendum che vengono usati, qualche volta bene e qualche volta male. Non andrei oltre, ma vorrei aggiungere che per superare la democrazia bisognerebbe prima avercela per davvero. Bisogna piuttosto porsi obiettivi e strumenti integrativi: facciamo bene a riflettere, ma senza abbandonare quanto abbiamo conquistato”.

Ultima domanda che vuole più che altro essere un gioco di previsione: quando si andrà a votare? Quale sarà la composizione del nuovo governo e a guida di chi.

Non posso darle una previsione, ma posso darle delle preferenze. La previsione sul prossimo Governo è ovviamente legata al sistema elettorale e infatti i politici lo sanno benissimo. Essi non vogliono cambiare il sistema elettorale per dare potere ai cittadini, bensì per ridurre le probabilità di una loro sconfitta o, per qualcuno più ambizioso, per accrescere le probabilità di una vittoria. Se vogliono un sistema elettorale difensivo allora la risposta è il proporzionale, ma ti obbliga a fare delle coalizioni in parlamento, che l’elettorato certamente gradirebbe conoscere prima del voto. Io però credo che si debba riflettere sul fatto che tutte le democrazie europee sono caratterizzate da governi di coalizione, qualche volta governi di grande coalizione come la Germania e la poco citata Austria, e che sono poche le democrazie con governi monopartitici, si pensi alla Svezia quando vincevano i socialdemocratici (oggi improbabile) o agli spagnoli (anche se per lo più tali governi avevano il sostegno esterno di partiti regionalisti) o naturalmente l’Inghilterra per via di una certa storia.

Quindi il futuro è questo: ci sarà la possibilità di realizzare almeno due tipi di coalizioni. La prima è quella costituita dal PD e dal M5S, anche se le Cinque Stelle continuano a ergere una barriera contro qualsiasi coalizione e dunque questa ipotesi non diventa probabile. La seconda possibile coalizione è quella del PD con altri piccoli gruppi e con la destra sempre che questa nelle sue diverse componenti sia disponibile a realizzarla. Fossimo più generosi nei confronti degli italiani, poi, potremmo ipotizzare anche un governo di minoranza, che disponga di una fiducia tecnica e del sostegno parlamentare sulla bontà delle singole riforme. Si consideri incidentalmente che un terzo dei governi della Svezia e della Norvegia sono stati di minoranza: non eccedevano mai, fornivano stabilità al sistema e producevano riforme non osteggiate dalle opposizioni. Si potrebbe fare anche in Italia, ma non con un leader come Renzi, che pensa di sapere fare tutto, senza mai ascoltare nessuno. È necessario un altro capo di governo”.

Pubblicato il 22 febbraio 2017 su L’INTELLETTUALE DISSIDENTE

Governabilità e bipolarismo nello stivale

Larivistailmulino

Non esiste nessuna Enciclopedia di Scienze Sociali e nessun Dizionario di Politica (meno che mai quello che ho avuto il privilegio di curare insieme a Bobbio e Matteucci, nel quale la voce “Governabilità” è stata scritta da me), che associ la governabilità di un sistema politico, meglio, di una democrazia, al premio di maggioranza, ad un’aggiunta di seggi regalati al partito più grande. Governabilità è, invece, sempre collegata alla stabilità di un governo (non necessariamente dello stesso capo di governo) che è una delle premesse, ma tutt’altro che l’unica o la più importante, della capacità decisionale. Governabilità è l’esito positivo dell’attività di un governo che sa rispondere in maniera efficace e responsabile, ad esempio, con riferimento al programma presentato agli elettori, alle domande degli attori socio-economici, selezionandole e interpretandole. Il procedimento sarà tanto migliore quanto, a loro volta, le associazioni e i gruppi socio-economici non saranno “disintermediati”, vale a dire, non presi in considerazione e snobbati, ma vivaci, rappresentativi, in competizione fra di loro. Molto di tutto questo non ha nessuna relazione con il sistema elettorale tanto che, nel corso della seria crisi di governabilità che colpì le democrazie occidentali per tutti gli anni settanta fino all’inizio degli anni ottanta, nessuna democrazia pensò di risolvere il problema attraverso una riforma del sistema elettorale. E nessuna lo fece.

Che qualcuno possa credere che l’Italicum produrrà meccanicamente governabilità nel sistema politico italiano è uno dei numerosi misteri non gloriosi della propaganda politica dei renziani e della scarsa professionalità dei giornalisti italiani. Naturalmente, è lecito pensare che un governo monopartitico dotato di una congrua maggioranza parlamentare si trovi in condizioni migliori per offrire governabilità agli italiani. Tuttavia, non soltanto non esiste nessuna certezza che un simile governo sia più e meglio rappresentativo dei governi di coalizione e maggiormente in grado di produrre le decisioni più appropriate e meglio applicabili, ma non esiste neppure una controprova affidabile. Tutti i governi delle democrazie europee, con la sola eccezione, finora, della Spagna (nella quale, peraltro, piccoli partiti regionali sono spesso stati essenziali per la formazione dei governi socialisti e popolari) e, in passato, della Gran Bretagna, sono stati e sono governi di coalizione. In nessuna di quelle democrazie si parla di crisi di governabilità o di ingovernabilità. In nessuna la soluzione di eventuali crisi viene demandata alla riforma del sistema elettorale. L’ultima riforma di rilievo del sistema elettorale vigente in una democrazia europea, dettata da preoccupazioni partigiane, ebbe luogo in Francia. Fu, in verità, una controriforma quando (nel 1985) Mitterrand introdusse, al posto del doppio turno di collegio, una legge proporzionale cancellata da Chirac immediatamente dopo la sua vittoria nelle elezioni parlamentari del 1986.

Fissato il punto che la governabilità è qualcosa che dipende in minima parte dal sistema elettorale, è possibile aggiungere che sono le modalità di competizione politica che facilitano oppure ostacolano la governabilità. In più di un modo, la governabilità è facilitata anche, ma certamente non automaticamente prodotta, dal bipolarismo e dal fenomeno strettamente collegato dell’alternanza. Per anni gli italiani si sono raccontati che volevano costruire una matura democrazia dell’alternanza, che avevano bisogno dei meccanismi elettorali per dare vita a una democrazia compiuta. Anche grazie al Mattarellum, gli italiani hanno avuto sia il bipolarismo sia l’alternanza, ma giustamente sono rimasti abbastanza insoddisfatti dalle qualità di entrambi, ovviamente a causa delle modalità con le quali bipolarismo e alternanza sono stati interpretati e manipolati dai protagonisti politici. Il mantra dei proponenti dell’Italicum e dei loro affannati sostenitori è che produrrà sicuramente il bipolarismo. Questa è un’affermazione azzardata che probabilmente si rivelerà falsa.

Certamente, i meccanismi dell’Italicum non autorizzano nessuna previsione favorevole. Anzi, è facile indicare perché alcuni dei meccanismi elettorali previsti rendono il bipolarismo poco probabile. In primo luogo, se il premio in seggi va al partito o alla lista che prende più voti, non potrà formarsi nessuna coalizione pre-elettorale intenzionata ad offrire all’elettorato un’opzione praticabile di governo. In secondo luogo, se al ballottaggio non sarà possibile appoggiare l’uno o l’altro dei contendenti con aggregazioni sotto forma di apparentamenti -che non soltanto è modalità diversa da quella della formazione di coalizioni pre-elettorali, ma è quanto già avviene nel caso di maggior successo delle riforme che furono fatte (1993) anche prima dell’avvento di Renzi: quella dei sistemi per l’elezione dei sindaci-, ne conseguiremmo inevitabilmente un vincitore contornato da diversi sconfitti in ordine sparso. Inoltre, gli sconfitti non soltanto non avranno nessun incentivo a formare un fronte unitario di opposizione, che, per l’appunto, caratterizzerebbe un, altrimenti impossibile, bipolarismo, ma entreranno in concorrenza perversa fra di loro, proponendo l’irrealizzabile. Infine, perché, poi, non è male tenere anche conto del sistema partitico al quale verrà applicato l’Italicum, è possibile che al ballottaggio vadano il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle, vale a dire un Partito della Nazione e un Partito tecnicamente Antisistema, che significa che, se potesse, cambierebbe il sistema politico-istituzionale e socio-economico.

Se le coalizioni pre-elettorali o gli apparentamenti post primo turno fossero accettati nella legge, due esiti, entrambi preferibili, diventerebbero possibili. Primo esito: il centro-destra potrebbe aggregarsi , superando in voti il Movimento Cinque Stelle. Secondo esito: a sua volta il Movimento Cinque Stelle potrebbe cercare alleati stemperando alcune sue asperità programmatiche. Infatti, la formazione di coalizioni, come rivelano tutte le ricerche, implica due conseguenze entrambe positive: I) dà vita a un governo maggiormente rappresentativo di quello costruito da un solo partito; II) obbliga quel governo a formulare un programma delle sue attività meno “estremo” di quello di un solo partito, tagliando le ali alle proposte eclatanti, più partigiane, meno condivise. Un bipolarismo incentivato dai meccanismi elettorali renderà meno conveniente rimanere sparsi all’opposizione cercando di lucrarne separatamente alcuni vantaggi. Anzi, obbligherà un po’ tutti a cercare di rappresentare una pluralità di interessi e di preferenze e, di conseguenza a fare funzionare, nella maniera che sapranno, una democrazia dell’alternanza. L’Italicum non dà allo stivale del nostro scontento nessuna garanzia né di governabilità né di bipolarismo.

Pubblicato su rivistailmulino.it il 4 maggio 2015

“Si rischia una deriva confusionaria”; Pasquino boccia le riforme del Governo

alessandrianews

di Alessandro Francini per alessandrianews.it

ALESSANDRIA – Il professor Gianfranco Pasquino è un vero e proprio fiume in piena. La sua critica alle contraddizioni legate alle (poche) riforme già attuate dal Governo Renzi e a quelle in programma è appassionata e viscerale.

Pasquino, professore Emerito di Scienza Politica e politologo di fama internazionale, è stato ospite ieri sera, giovedì 26 marzo, dell’associazione Cultura e Sviluppo in qualità di relatore del convegno organizzato per il ciclo dei “Giovedì Culturali”. Obiettivo dell’incontro un’analisi approfondita sull’effettiva utilità delle nuove riforme istituzionali e costituzionali stabilite e discusse negli ultimi mesi di governo, argomento trattato da Pasquino nel suo ultimo libro Cittadini senza scettro Le riforme sbagliate” (UBE 2015).

Una delle frasi spesso ripetute dal Presidente del Consiglio durante le prime settimane del suo insediamento è stata “questo sarà il Governo del fare”; non sempre però “fare” è sinonimo di “costruire”, perlomeno costruire qualcosa di realmente valido. Pasquino esprime chiaramente il suo giudizio sull’attuale azione di governo; “il Presidente del Consiglio e il Ministro per le Riforme Costituzionali e per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi non hanno alcuna visione complessiva; hanno semplicemente deciso che le riforme devono essere fatte in fretta e che le loro sono le uniche riforme possibili” dichiara il politologo. Un atteggiamento che per buona parte delle opposizioni sta assumento contorni antidemocratici; il professore in questo caso getta acqua sul fuoco affermando che non pensa sussista il pericolo “di derive autoritarie. Penso però che agli elettori vengano dette molte stupidaggini. Il Paese è in balìa di una gran confusione e una grande incompetenza”.
Sul fronte riforme, a detta dei renziani, prima di Renzi il nulla. Su questo argomento il professor Pasquino ha molto da obiettare. “Non è vero che il trent’anni non è stata fatta alcuna riforma. Per esempio nel ’93 abbiamo avuto il Mattarellum, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e di quattro ministeri; è stata inoltre fatta una buona legge sull’elezione diretta del sindaco, dei presidenti delle province e dei consigli comunali e provinciali. Nel 2001 sono state attuate importanti riforme del Titolo V sul rapporto tra Stato e Regioni; nel ’95 il Porcellum. Renzi – continua Pasquino – in più di un anno non ha ancora fatto la nuova riforma elettorale”. Le riforme, quindi, negli ultimi venti anni non sono certo mancate, il problema è che erano quasi tutte sbagliate.

Tra le riforme annunciate dal Governo spicca quella del bicameralismo. Certamente 945 parlamentari sono troppi, ma il nuovo Senato disegnato da Matteo Renzi al professor Pasquino non piace per niente; “se il Senato dovrà rappresentare le autonomie locali mantenere in carica i cinque senatori a vita non servirà a nulla. Perché, inoltre, sono previsti solo 21 rappresentanti dei sindaci? Con quali criteri verranno scelti?”. Anche per ciò che riguarda i rappresentanti delle Regioni scelti dai vari Consigli Regionali il giudizio di Gianfranco Pasquino è assai critico; “non è forse vero che la classe politica regionale è da almeno dieci anni la più screditata del Paese? E dovremmo consentirle di nominare 74 senatori? Questa è sicuramente una riforma che non andava presa in considerazione, almeno non in questo modo” spiega il professore.

Mattarellum, Porcellume e ora, o meglio, prossimamente, Italicum. La nuova legge elettorale, che secondo quanto dichiarato da Renzi verrà presentata a brevissimo, manterrà i capilista bloccati e ciò potrebbe portare ad un Parlamento composto per più di un terzo da deputati selezionati dalle segreterie di partito. “L’Italicum varia di pochissimo rispetto al Porcellum. Inoltre i capilista non rappresenteranno il collegio – sostiene Pasquino – dovrebbe quindi essere introdotto il requisito di residenza nel collegio in cui si è candidati. I capilista bloccati non garantiscono affatto la rappresentanza del collegio”. Una legge elettorale che in sostanza porterebbe all’abolizione delle coalizioni per premiare liste e partiti; peccato che in quasi tutta Europa siano presenti governi di coalizione; “non è un caso – spiega il professore – ma è una scelta. In primo luogo perché una coalizione interpreta meglio l’elettorato di un Paese e poi perché rappresentanza e moderazione sono le caratteristiche fondanti dei governi di coalizione”. Con questo sistema il partito che vince le elezioni può andare alla Camera beneficiando della maggioranza assoluta, potendo fare il bello e il cattivo tempo nella sostanza indisturbato.

In conclusione il professor Pasquino dipinge un quadro a tinte fosche, affermando che “per governare serve esperienza maturata sul campo, non basta darla ad un neofita, che tra l’altro commette tanti errori. Non serve a nulla usare il criterio delle velocità, il solo criterio di cui l’Italia ha bisogno è quello dell’efficacia. Sono davvero preoccupato, perché riforme malfatte in un sistema già malfunzionante producono conseguenze potenzialmente disastrose”. Verrebbe da dire, e il professore chiude effettivamente così il suo intervento prima del dibattito con il pubblico in sala, che in Italia “più che di una deriva autoritaria si dovrebbe temere una deriva confusionaria”.

Pubblicata il 27 marzo 2015

Le alleanze delle sparse membra

Non è un semplice e ininfluente “gioco” dei politici sapere chi si allea con chi, come e quando. Dalle alleanze elettorali si può imparare molto sulle preferenze dei partiti e sugli interessi che intendono rappresentare e difendere. Dal tipo di alleanze discende anche la possibilità che quei partiti sappiano governare insieme in maniera duratura ed efficace. E’ un vero peccato, forse un errore, sicuramente una forzatura che la proposta di riforma elettorale del governo Renzi e del suo ministro Boschi si sia assestata su un cospicuo premio in seggi da attribuire alla lista o al partito che abbia ottenuto il 40 per cento dei voti, da solo, oppure abbia ottenuto più voti nel ballottaggio. Questo meccanismo impedisce la formazione di coalizioni e di apparentamenti per il ballottaggio, mentre gli apparentamenti, dovrebbero saperlo tutti, sono la norma positiva nelle elezioni per i sindaci dei comuni con più di 15 mila abitanti. Guardando fuori dei “sacri confini della patria”, tutte le democrazie parlamentari europee, con l’unica eccezione della Spagna, hanno governi di coalizione. Qualche volta questi governi sono fatti da alleati non proprio “naturali” come quello guidato da Tsipras grazie anche al sostegno della destra anti-europea dei Greci indipendenti. Le coalizioni servono, da un lato, a dare maggiore rappresentatività al governo, dall’altro, a moderarne (che non vuole dire rallentarne) l’azione obbligandolo a tenere conto di un arco più ampio di aspettative, preferenze, esigenze.

Nel 1994 il miracolo politico di Berlusconi, che lo portò alla vittoria elettorale e al governo, consistette nella costruzione di due coalizioni: al Nord, il Polo della Libertà con la Lega; al Centro-Sud, il Polo del Buongoverno con Alleanza Nazionale. L’elemento di forza della leadership berlusconiana stava proprio nella sua capacità di mettere insieme partiti nient’affatto vicini su molte tematiche e, così facendo, di vincere e rivincere le elezioni. Da qualche anno a questa parte, Berlusconi sembra avere perduto questa sua importantissima capacità. Ha perso un pezzo di Forza Italia che, con Angelino Alfano, ha dato vita al Nuovo Centro Destra. Vede che quel che rimane di Forza Italia si divide sulla sua leadership, sfidata platealmente da Raffaele Fitto, anche perché è lui, Berlusconi, a non sapere dare la linea e a costruire alleanze potenzialmente vincenti. In due regioni, Campania e Veneto, Berlusconi deve fare i conti con la necessità e l’urgenza di coalizzare in maniera convincente gli alleati di un tempo. Una politica di vaste alleanze potrebbe rendere competitivo tutto il ricompattato schieramento di centro-destra anche in Liguria.

Confermare il centro-destra alla presidenza della Campania sarà quasi impossibile se Berlusconi non riesce a convincere colui che sembrò essere, per un tempo alquanto breve, il suo delfino, Angelino Alfano. Produrre la rielezione del leghista Luca Zaia alla Presidenza del Veneto richiede non soltanto che Forza Italia accetti di allearsi con la Lega aggressiva e lepenista di Matteo Salvini, ma che sia evitata la presenza di una Lista guidata dal popolare sindaco, lui pure leghista, di Verona, Flavio Tosi. Il Berlusconi di una decina d’anni fa avrebbe già trovato il modo di blandire, persuadere, coordinare e, alla fine, ricompensare generosamente tutti i suoi potenziali alleati nell’ambito del centro-destra. Le sue esitazioni attuali e le sue incertezze hanno creato molte delusioni persino fra i collaboratori più stretti e più fedeli. Le sue speranze che i potenziali alleati rinsaviscano e tornino a casa riconoscendo che è ancora lui l’unico che può federare il centro-destra non trovano conferma né fra gli esponenti del Nuovo centro-destra né in Matteo Salvini che, anzi, vorrebbe contare i suoi voti per conquistare la leadership di tutto lo schieramento. Però, un Salvini che antagonizza e non coalizza non è in grado di supplire alle declinanti forze di Berlusconi. Purtroppo, un sistema politico nel quale sia per ragioni politiche sia per scelte istituzionali, le sparse membra dell’opposizione non si ricompongono in un’alternativa credibile, perde un potente stimolo al buongoverno.

Pubblicato AGL 17 marzo 2015