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Il trumpismo prima e dopo the Donald

Faremmo troppo immeritato onore a Trump se attribuissimo il trumpismo tutto alle sue “qualità” personali. Al tempo stesso, finiremmo per nutrire l’improbabile aspettativa che con la sua uscita di scena scomparirà quanto di molto sgradevole e sconveniente ha caratterizzato buona parte della società americana nei quattro anni della sua pessima Presidenza. Invece, il coacervo di risentimenti, rancori, demonizzazioni di cui si è nutrito il trumpismo hanno una storia lunga e si proiettano nel futuro.

  Il suprematismo bianco, versione contemporanea del Ku Klux Klan, non è mai finito. Anzi, gli otto anni della Presidenza dell’afro-americano Barack Obama gli hanno dato una spinta possente. Tuttora sono molti fra gli elettori repubblicani coloro che continuano a negarne la legittimità asserendo, contro tutta la documentazione esistente, che Obama non doveva diventare Presidente in quanto nato all’estero. Le condizioni economiche e sociali dei neri americani sono peggiorate e le straordinariamente ingiuste modalità di trattamento da parte delle varie polizie locali hanno dato una forte spinta al movimento Black Lives Matter visto come una minaccia dai suprematisti bianchi sempre condonati dal Presidente. Peraltro, tutti i gruppi etnici, a cominciare dai latinos, sono stati pesantemente insultati da Trump.

   La mentalità paranoica nella politica USA, analizzata circa ottant’anni fa dal famoso storico di Harvard Richard Hofstadter, ha trovato espressione nelle decine di migliaia di tweet di Trump e dei suoi sostenitori, in particolare di coloro che vedono cospirazioni e complotti dappertutto. La sconfitta nel 2016 di Hillary Clinton, sbeffeggiata per tutta la campagna elettorale, anche al grido “mettetela in galera”, aveva fra le sue componenti l’antifemminismo e l’invidia per una donna colta che era giunta quasi al vertice istituzionale più alto. Il disprezzo per la scienza e per le competenze, anche dei medici, è un’altra delle componenti propriamente populiste del trumpismo, manifestatasi appieno potendo contare sul sostegno del Presidente. La maggior parte degli esponenti politici repubblicani hanno sfruttato consapevolmente questo corposo grumo di emozioni e manipolazioni, influenzando il loro elettorato, ma finendone prigionieri.

   L’assalto al Congresso, “palude” è il termine usato da Trump per definire la politica in Washington, D.C., è stato lanciato dalle parole del Presidente, ma in quel Congresso più di 100 rappresentanti repubblicani e almeno dodici senatori si erano preparati a dichiarare illegittima l’elezione di Joe Biden. Nessuno di questi atteggiamenti, suprematisti al limite del razzismo, maschilisti, antiscientifici, populisti, di risentimento sociale e culturale, è destinato a sparire nei giorni nei mesi negli anni successivi all’uscita di Trump dalla Casa Bianca. Molti resteranno a lungo anche perché largamente tradotti nelle nomine di giudici reazionari, compresi quelli alla Corte Suprema. Biden e i Democratici hanno molto lavoro da fare.

Pubblicato Agl il 8 gennaio 2021

La sfida tra due uomini bianchi dipende dalle minoranze @DomaniGiornale

No, non è una elezione come le altre quella in corso per la Presidenza degli USA nei prossimi quattro anni. Neanche nel 2016 possiamo dire, certo con molto senno di poi, fu un’elezione come le altre: per la prima volta una donna politica con grande esperienza e competenza che cercava di sfondare il soffitto di cristallo contro un ricco immobiliarista che non aveva mai avuto cariche amministrative e di governo. L’esito segnalò qualcosa di molto profondo che praticamente nessuno degli analisti aveva previamente individuato e che andava contro la tutte le interpretazioni e valutazioni allora diffuse e prevalenti della politica e della società americana. Ne seguì in alcune sedi, naturalmente soprattutto quelle democratiche e progressiste, un agonizing reappraisal, un ripensamento molto doloroso (ma, a mio modo di vedere, non ancora sufficiente) reso ancor più necessario dalla presa d’atto della persistenza di un razzismo strisciante. Troppe volte in troppi luoghi Black lives do not matter.

Nelle e con le elezioni una società ha modo di farsi rappresentare, ma anche di rappresentarsi con le sue preferenze, le sue esigenze, le sue aspettative, persino le sue pulsioni emotive dei più vari tipi: paure e speranze, rancori e risentimenti, rivalsa. Nelle elezioni presidenziali USA del 2016, alcune decine di migliaia di uomini bianchi negli Stati del Michigan, della Pennsylvania, del Wisconsin, caratterizzati da un basso livello di istruzione e da occupazioni non prestigiose né ben remunerate, che si consideravano messi da parte e sbeffeggiati da quelle che temevano essere le tendenze culturali in corso, furono decisivi per consegnare la vittoria a Trump. Quell’uomo bianco molto noto e ricco, sprezzante del politically correct e ostile a qualsiasi variante del multiculturalismo, certamente in contrasto con le élites, anche quelle del Partito Repubblicano, li rappresentava meglio di una donna troppo intelligente, troppo colta, troppo elitaria, esponente di un mondo che li escludeva (e li “deplorava”, deplorables la parola infelicemente pronunciata da Hillary Clinton). Quella donna, da troppo tempo nelle stanze del potere, fu percepita anche da una parte non piccola proprio delle donne come distante dal loro mondo, dalle loro preoccupazioni, dalla loro vita.

Oggi, praticamente tutti i sondaggi convergono nel notare che la situazione è, in parte, in quanta parte rimane difficile valutare, cambiata, proprio a cominciare dalle donne di tutti i colori, soprattutto bianche. Il “mondo” politico-elettorale di Trump sembra, anche fra gli uomini bianchi anziani, forse a causa della deliberata sottovalutazione del Covid da parte di Trump, avere perso qualche pezzo. Quanto decisivo lo diranno i dati duri dell’affluenza alle urne e dei voti espressi. Quei voti serviranno a rispondere in maniera fondata alla domanda “cosa è cambiato dal 2016 al 2020?”. La grande maggioranza degli analisti USA sostiene che, dal punto di vista sociologico (che include anche le appartenenze religiose) l’elettorato di Trump non è praticamente cambiato. Però, se ne possono essere distaccati elettori delusi senza che i nuovi eventuali elettori, galvanizzati, ad esempio, dalla nomina alla Corte Suprema di una giudice fortemente conservatrice e dalle politiche anti-immigrazione dei Latinos, siano sufficienti a colmare il vuoto lasciato da coloro che hanno abbandonato Trump.

   La fortissima polarizzazione della campagna elettorale fra due uomini bianchi ultra settantenni (appare distantissima l’elezione del 2008 quando un poco più che quarantenne neo-senatore di colore sembrò aprire un’epoca di grande rinnovamento) ha già avuto come effetto un aumento considerevole dei votanti. Alcuni attribuiscono questo aumento, non agli uomini bianchi, già abituati a frequentare i seggi, ma soprattutto al più ampio coinvolgimento delle minorities, vale a dire, i neri e i latinos (ma, talvolta, persino le donne, a prescindere dal colore e dalla provenienza, vengono collocate fra le “minoranze”). Le proiezioni demografiche segnalano da tempo che grosso modo a metà di questo decennio, i WASP, White Anglo-Saxon Protestant, diventeranno una minoranza, grande, ma sovrastata numericamente dai non anglosassoni, non protestanti. Se non ci saranno intoppi e inciampi nel conteggio dei voti potrebbe succedere che già nella giornata del 4 novembre le minorities scopriranno di essere state decisive nell’avere vinto la battaglia per “l’anima della nazione” (il motto della campagna di Biden) mandando alla Casa bianca un WASP moderato ultrasettantenne al quale spetterà di sovrintendere ad un passaggio epocale nella politica degli USA.

Pubblicato il 3 novembre 2020 su Domani

Trump ha messo in crisi il tanto lodato sistema istituzionale americano @domanigiornale

La Presidenza di Donald Trump ha rivelato alcuni seri inconvenienti nel molto lodato sistema politico istituzionale USA. Uno dei principi del federalismo, vale a dire che per vincere i candidati debbono ottenere la maggioranza dei voti nel Collegio Elettorale, fatto per impedire agli Stati grandi di avere un’influenza decisiva sull’esito, si è rivelato tremendamente significativo per gli Stati medio-piccoli. Molto più di George W. Bush, che ottenne mezzo milioni di voti meno del democratico Al Gore, il meccanismo del Collegio ha consentito a Trump di diventare presidente con tre milioni meno di voti di Hillary Clinton. Dunque, di essere tecnicamente un Presidente di minoranza. Grazie all’esistenza di una maggioranza repubblicana in Senato, il Presidente Trump ha praticamente travolto il principio liberale della separazione dei poteri. Il suo potere esecutivo condiziona in maniera sostanziale il potere legislativo a partire dal Senato e si è esteso alla Corte Suprema. Infatti, Trump ha sfruttato l’inusitata opportunità di nominare alla Corte addirittura tre nuovi giudici, tutti con un ineccepibile pedigree molto conservatore. Se sarà confermata la terza nominata, i repubblicani potranno contare su una maggioranza 6 a 3 per i prossimi trent’anni [i giudici sono nominati a vita]. I democratici hanno annunciato la loro intenzione di aumentare il numero dei giudici e di conferire loro un mandato fisso di diciotto anni per garantire un ricambio fisiologico più frequente.

Due altri elementi molto preoccupanti hanno fatto la loro comparsa con la Presidenza Trump. Come notato quasi trent’anni fa dal sociologo-politologo spagnolo Juan Linz, nelle democrazie parlamentari i capi di governo inadeguati, che provocano danni, sono facilmente sostituibili. Nel presidenzialismo può succedere che l’alta carica venga conquistata da un outsider, e Trump sicuramente lo era, il quale, poi, potrà comportarsi in maniera irresponsabile poiché il suo mandato è fisso e rigido. Se si rivela incompetente, imbarazzante, nepotistico, corrotto, pericoloso, sarà comunque difficile persino per il suo partito sostituirlo tranne in caso di impeachment per violazione della Costituzione. In effetti, l’impeachment è stato tentato dai democratici contro Trump, ma i repubblicani hanno fatto muro. Soltanto negli ultimi quattro-cinque mesi un piccolo numero di repubblicani ha preso le distanze dal Presidente.

   Spesso gli studiosi e i politici criticano alcune democrazie perché non rispettano i diritti, eliminano i freni e i contrappesi, l’esecutivo travolge il Parlamento e manipola il potere giudiziario. Quelle democrazie vengono ritenute di qualità inferiore e definite “elettorali” poiché si vota anche se le elezioni non sono propriamente e del tutto libere e eque. Negli USA, non da oggi, i repubblicani negli Stati mettono in atto una vera e propria “soppressione del voto”. Ancora di recente la Corte Suprema si è rifiutata di esprimersi in materia di gerrymandering, cioè di ridisegno truffaldino dei collegi elettorali, lasciando la decisione alla politica (cioè al Congresso) e alle assemblee dei singoli Stati, trentacinque dei quali hanno maggioranze repubblicane. Queste maggioranze si sono attivate per rendere difficilissimo votare a partire dalla registrazione degli elettori a continuare con la riduzione degli orari in cui si può votare (di martedì) con l’allestimento di un numero limitato di seggi elettorali e così via. Da ultimo, il Presidente si è scagliato contro la possibilità di votare per posta, asserendo mai provate frodi elettorali dei Democratici e rifiutandosi di assegnare fondi a questo tipo di voto la cui richiesta in tempi di Covid è molto aumentata. Il Postmaster General, da lui nominato in quanto suo generoso finanziatore, ha frequentemente sostenuto che potrebbero esserci problemi di arrivo tempestivo delle schede spedite per posta (le stime parlano di un 40 per cento dei voti espressi, in alcuni Stati molti elettori hanno già espresso il loro voto) e di inevitabile lentezza dello scrutinio. Insomma, con grande scandalo, anche di alcuni politici italiani, potremmo non conoscere il nome del vincitore la sera stessa del voto. Last but not least, Trump si è rifiutato di dichiarare che accetterà il risultato e agevolerà la transizione.

   In definitiva, il presidenzialismo USA sta mostrando non pochi inconvenienti ai quali soltanto politici lungimiranti che trovino accordi significativi potrebbero porre rimedio. Purtroppo, per i cittadini USA, ma anche per noi, l’irresistibile scivolamento dei repubblicani su posizioni fortemente conservatrici ha dato vita a una democrazia maggioritaria polarizzata. Con tutti i rischi che ne conseguono. I Padri Costituenti stanno incrociando le dita.

Pubblicato il 20 ottobre 2020 su Domani

Le due anime dell’America #Presidenziali2020 @C_dellaCultura

Molto probabilmente Trump non sarà rieletto il 3 novembre. Quasi sicuramente otterrà molti meno voti di Biden. Già Hillary Clinton conquistò tre milioni di voti più di lui. Trump ha già annunciato che tenterà comunque di mettere in questione l’esito del voto senza curarsi delle gravi conseguenze che il suo tentativo potrà avere per la democrazia USA. Lo farà nella convinzione che, se dovesse essere chiamata in causa, la Corte Suprema troverà il modo di dargli ragione come nel dicembre del 2000 quando con 5 voti dei giudici nominati dai repubblicani a 4 consegnò la Presidenza a George Bush e non al democratico Al Gore. Quel voto cambiò la storia del mondo, a cominciare da quella dell’Iraq.

Per un insieme di circostanze e di convenienze la Corte Suprema è diventata una protagonista assoluta nella politica della Repubblica presidenziale USA. Nei suoi quattro anni alla Casa Bianca Trump ha goduto della opportunità inusitata di riuscire a nominare addirittura tre giudici e di vederli rapidamente confermati dalla maggioranza repubblicana al Senato. Anticipo il verdetto positivo su Amy Coney Barrett (nella speranza di essere smentito) con la cui probabile conferma la Corte sarà composta da sei giudici nominati dai repubblicani e tre dai progressisti. È interessante sottolineare che cinque di quei giudici sono stati sponsorizzati dalla potente associazione conservatrice “The Federalist Society” che sostiene un’interpretazione “letterale” della Costituzione come fu scritta senza nessun riguardo per tempi e luoghi notevolmente cambiati a fronte di coloro che rivendicano la necessità di tenere conto delle trasformazioni sociali, culturali, di sensibilità intervenute nei secoli.

   Poiché I giudici rimangono in carica a vita, Trump ha la garanzia che per i prossimi trent’annni la maggioranza non cambierà. Infatti, i giudici da lui nominati che hanno rispettivamente Gorsuch 53 anni, Kavanaugh 55 e Barrett 48 non lasceranno certamente la loro carica. Potranno procedere all’abolizione totale, imperiosa richiesta, finora frustrata, dei repubblicani, della riforma sanitaria di Obama. Potranno anche restringere ulteriormente i criteri per consentire l’interruzione della gravidanza. Sono entrambe tematiche importantissime sulle quali Coney Barrett è stata oltremodo elusiva nelle sue audizioni al Senato. Certamente, “i giudici di Trump” non si preoccuperanno in nessun modo di garantire il diritto al voto che la maggioranza delle 35 assemblee legislative degli Stati controllati dai repubblicani manipolano e fortemente limitano. I mass media USA scrivono addirittura di voter suppression. Sono trucchi e talvolta veri e propri brogli che qualsiasi Commissione elettorale dichiarerebbe illegali.

Insomma, quello che non ha potuto/saputo fare la politica (di Trump) la Corte Suprema riuscirebbe a conseguire anche in tempi relativamente brevi. Questa regressione culturale e sociale è molto temuta dai Democratici i quali sono del tutto consapevoli che al loro eventuale Presidente non spetterà nessuna nomina per molti anni. Pertanto, la Speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi ha già reso pubblica l’intenzione di aumentare il numero dei giudici della Corte Suprema portandolo da 9 a 11. In questo modo, l’eventuale probabile presidente avrà la possibilità di nominare subito due giudici. I democratici vorrebbero anche ridurre la durata della carica a diciotto anni, Tutto questo è giuridicamente accettabile poiché numero dei giudici e la loro durata non sono inscritti nella Costituzione, ma si trovano in un legge approvata circa un secolo fa dal Congresso e che, quindi, dal Congresso può essere riformulata. Politicamente, però, i Democratici hanno assoluto bisogno di conquistare la maggioranza al Senato. Anche per questa ragione, le elezioni del 3 novembre, nelle quali si rinnoverà un terzo dei senatori (35) sono particolarmente importanti, sostanzialmente cruciali per la qualità della democrazia USA.

In maniera che qualcuno considera esagerata, si diffonde l’idea che in questa elezione presidenziale sia in palio l’anima dell’America: Da una parte i suprematisti bianchi, i Proud Boys con le loro armi e le loro propensioni razziste, coloro per i quali la grandezza dell’America sta nel suo contrapporsi alla Cina e al resto del Mondo; dall’altra coloro che vogliono ridurre le diseguaglianze (che Trump definisce spregiativamente “socialisti”), che accettano e esaltano (forse fin troppo) il multiculturalismo e che spesso cadono negli eccessi del politically correct. Il paradosso di questa contrapposizione è che i suoi rappresentanti sono entrambi uomini bianchi ultrasettantenni della Costa Atlantica. Credo che Obama non si avventurerebbe a dire che “the best is yet to come”. Purché non arrivi dopo avere toccato il fondo.

Presidenziali USA: se non ci sarà un “fatto nuovo” (come fu l’inchiesta sulle email private di Hillary Clinton) Trump perderà le elezioni

Tutti i sondaggi lo danno per perdente, Trump, non solo in termini di voti. Nel 2016 ebbe tre milioni di meno di Hillary Clinton. Oggi è in netto svantaggio nel collegio dei Grandi Elettori. Opportunamente, i sondaggisti hanno individuato tre differenti scenari in caso di errori. Senza un evento devastante e imprevedibile, il Trump innervosito si avvia alla fuoruscita dalla Casa Bianca (sì, incrocio le dita).

USA: Verso elezioni cruciali anche perché si rinnoverà un terzo dei senatori

Molto probabilmente Trump non sarà rieletto il 3 novembre. Quasi sicuramente otterrà molti meno voti di Biden. Già Hillary Clinton conquistò tre milioni di voti più di lui. Cercherà comunque di mettere in questione l’esito del voto con gravi conseguenze per la democrazia USA. Lo farà nella convinzione che, se dovesse essere chiamata in causa, la Corte Suprema troverà il modo di dargli ragione come nel dicembre del 2000 quando con 5 voti a 4 consegnò la Presidenza a George Bush.

Per un insieme di circostanze e di convenienze la Corte Suprema è diventata una protagonista assoluta nella Repubblica presidenziale USA. Trump ha goduto della opportunità inusitata di riuscire a nominare addirittura tre giudici nei suoi quattro anni alla Casa Bianca e, di vederli rapidamente confermati dalla maggioranza repubblicana al Senato. Anticipo il verdetto positivo su Amy Coney Barrett (nella speranza di essere smentito) con la cui conferma la Corte sarà composta da sei giudici nominati dai repubblicani e tre dai progressisti. È interessante sottolineare che cinque di quei giudici sono stati sponsorizzati dalla potente associazione conservatrice The Federalist Society che sostiene un’interpretazione “letterale” della Costituzione come fu scritta senza nessun riguardo per tempi e luoghi notevolmente cambiati.

Poiché I giudici rimangono in carica a vita, Trump ha la garanzia che per i prossimi trent’annni la maggioranza non cambierà. I giudici da lui nominati hanno rispettivamente Gorsuch 53 anni, Kavanaugh 55 e Barrett 48. Possono procedere all’abolizione totale, imperiosa richiesta, finora frustrata, dei repubblicani, della riforma sanitaria di Obama. Potranno anche restringere ulteriormente i criteri per consentire l’interruzione della gravidanza. Certamente, non si occuperanno di garantire il diritto al voto che la maggioranza delle 35 assemblee legislative degli Stati controllati dai repubblicani manipolano e fortemente limitano. Insomma, quello che non ha potuto/saputo fare la politica (di Trump) la Corte Suprema riuscirebbe a conseguire anche in tempi relativamente brevi.

Questa regressione culturale e sociale è molto temuta dai Democratici del tutto consapevoli che al loro eventuale Presidente non spetterà nessuna nomina per molti anni. Fin d’ora hanno pensato e reso pubblica la loro intenzione di aumentare il numero dei giudici portandolo a 11 di modo che potranno nominare due giudici. Vorrebbero anche ridurre la durata della carica a diciotto anni. Tutto questo è giuridicamente accettabile poiché numero dei giudici e loro durata non sono inscritti nella Costituzione, ma si trovano in una legge approvata un secolo fa dal Congresso. Politicamente, però, i Democratici hanno assoluto bisogno di conquistare la maggioranza al Senato. Anche per questa ragione, le elezioni del 3 novembre, nelle quali si rinnoverà un terzo dei senatori (35) sono particolarmente importanti, sostanzialmente cruciali per la qualità della democrazia USA.

Pubblicato AGL il 15 ottobre 2020

Sotto il Lingotto, niente

Il ritorno di Renzi alla kermesse torinese e il vuoto programmatico del Pd

Però, no, non sono disposto a “perdonare” coloro che stanno andando all’elezione del segretario di un partito senza dire nulla su che tipo di partito desiderano, se quei candidati abbiano un’idea di partito, se la democrazia italiana abbia o no bisogno di partiti organizzati, di un sistema di partiti decentemente strutturato e di una sana competizione, non collusione, fra coalizioni di partiti. No, il segretario dimissionario Matteo Renzi non deve affatto delineare in questa fase un programma di governo neppure se, come è giusto e opportuno, intende poi, ma solo poi, essere il candidato del suo partito alla carica di capo del governo. A quella carica, infatti, potrà ambire e pervenire proprio in quanto segretario del partito. Aggiungo che logica vorrebbe che, persa la carica di capo del governo, il segretario lasciasse definitivamente la carica di capo del partito, come avviene ed è avvenuto in tutti i casi europei (David Cameron, giugno 2016, è l’ultimo in ordine di tempo) ai quali, selettivamente, Renzi e i renziani fanno riferimento. Le tre grandi sconfitte subite da Renzi, elezioni amministrative del giugno 2016, referendum del dicembre 2016, scissione del marzo 2017, hanno poco a che vedere, con il governo, ma moltissimo sono dipese proprio dal partito, dalla sua gestione dell’organizzazione del PD, della sua presenza sul territorio, della valorizzazione del personale politico democratico che non è fatto, come ha sostenuto Renzi, né da eredi né da reduci, ma da persone che desiderano fare politica per perseguire obiettivi di miglioramento della vita dei loro concittadini e della qualità della democrazia. Fare politica non contro coloro che non la pensano come loro e come il loro segretario, che, comunque, non debbono essere né emarginati né irrisi, ma convinti, bensì a favore di cambiamenti che vengono argomentati in maniera tanto più rigorosa (non necessariamente vigorosa fino all’insulto) quanto più sono controversi.

Il ruolo degli iscritti, le modalità di funzionamento degli organismi, locali: i circoli, e nazionali: l’Assemblea e la Direzione (forse anche la segreteria e la sua composizione), i criteri di selezione e di promozione, il reclutamento dei rappresentanti nelle assemblee elettive, non da ultimo per la Camera dei deputati e per il Senato (essendo alquanto obbrobrioso il sistema dei capilista bloccati) sono tutti elementi di cruciale importanza per coloro che si candidino alla guida di un partito, soprattutto se quegli elementi, ciascuno e tutti, sono stati negletti o piegati agli interessi e alle ambizioni di un uomo, non proprio solo, ma, sicuramente e provatamente male accompagnato. Non c’è stata quasi nessuna discussione in materia. Non s’è udita, non dico nessuna autocritica (affari del candidato e dei suoi sostenitori), ma praticamente nessuna riflessione su quanto la trascuratezza del partito come associazione di uomini e donne che perseguono fini condivisi abbia pesato sugli insuccessi.

Nell’ultimo triennio in alcune episodiche circostanze hanno fatto capolino, seppure regolarmente in maniera tanto impropria quanto confusa, tre, forse quattro, modelli di partito. Il modello del partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria è stato il modello iniziale, mal formulato e rapidamente disatteso. Gli è rapidamente subentrato il modello del Partito della Nazione che mirava ad occupare il centro e non a trovare alleati, ma ad assorbirli, inglobarli, fino a considerare nemici (della nazione) tutti coloro che non convergessero, ovviamente in maniera subalterna. Il terzo modello, non propriamente di partito, forse mai compiutamente delineato, ma oggetto di culto dei prodiani rimasti in politica, è stato quello dell’Ulivo, irripetibile e inimitabile da chi, trattando con le associazioni, proponeva la prassi della disintermediazione. Innegabile cardine dell’Ulivo delle origini fu, invece, proprio l’offerta di riconoscimento e di inclusione fatta alla società civile e alle sue associazioni per dare ampia rappresentanza e per riequilibrare il peso dei professionisti della politica (che è esattamente e comprensibilmente l’elemento che non piacque a Massimo D’Alema).

Infine, non solo chi ha vissuto l’epoca della competizione e della selezione sulla base di competenze e esperienze, non della rottamazione fondata sull’età e sull’ostilità, ha anche visto (e potuto studiare)la possibilità di un quarto modello, quello della sinistra plurale. La differenziazione inevitabile degli schieramenti di sinistra un po’ in tutta Europa (ma Hillary Clinton e Bernie Sanders dicono che qualcosa di molto simile caratterizza i Democratici negli USA) richiede che donne e uomini di sinistra accettino le loro diversità e cerchino di ricomporle in un campo ampio, non recintato, in costante trasformazione. La sinistra plurale è essa stessa luogo di alleanze che richiede un coordinatore in grado di conversare con tutte le componenti e di trovare di volta in volta il punto di equilibrio più avanzato non per opera di un uomo solo al comando, ma di qualcuno che si mette all’ascolto e alla ricerca sincera dell’accordo. Al Lingotto, niente di tutto questo.

Pubblicato il 13 marzo 2017

 

Italia, el referéndum y los temblores #Clarín

clarin

El 4 de diciembre los italianos votarán “sí” o “no” en un referéndum sobre las reformas constitucionales deseadas por el gobierno de Matteo Renzi y hechas aprobar en su mayor parte con alguna ayudita de parlamentarios transformistas. Hay quien sostiene que, a la luz de las así llamadas “rebeliones de los electorados” contra las élites (como, en particular, el caso del Brexit), también este referéndum institucional terminará por dimensionar el complejo estado de desacuerdo de los italianos en la actual situación política y sobre todo económica. Es posible que este factor influya en el resultado, castigando al gobierno, pero los italianos saben muy bien cuál es la cuestión en juego. Ningún italiano, la mayoría de los cuales habría preferido a Hillary Clinton, se dejará influenciar, ni por el “sí” ni por el “no”, por la sorprendente victoria de Trump.

Las reformas no son muy importantes por cuanto no afectan realmente el modelo de gobierno parlamentario a la italiana. Se relacionan con el Senado, que no tendrá más el poder de otorgar o sustituir su confianza en el gobierno y no será más elegido por los ciudadanos sino nominado por los consejeros regionales. Eliminan el Consejo Nacional de Economía y del Trabajo, devenido sustancialmente inútil. Modifican en favor del Estado las relaciones entre el Estado y las regiones. Redefinen las modalidades en las cuales pueden solicitarse los referéndums y aprobarse sus resultados.

La campaña electoral comenzó nada menos que en abril y por lo tanto se ha hecho larguísima, áspera, rica en tensiones y conflictos que no cesarán siquiera después de la votación, costosa. El Presidente del Consejo ha personalizado al máximo el referéndum llegando prácticamente a plantear un plebiscito no sólo sobre “sus” reformas sino también sobre su persona. Incluso el ex presidente de la República Giorgio Napolitano, nunca antes conocido como reformador constitucional, y alineado de manera exagerada como defensor de las reformas, se vio obligado a declarar que el jefe del gobierno ha incurrido en un “exceso de personalización política”. La prensa extranjera, el JP Morgan y la agencia de calificaciones Fitch, la Confederación General de la Industria Italiana y el manager de Fiat Marchionne, el Corriere della Sera y la revista Civiltà Cattolica hasta llegar así al embajador estadounidense en Roma y al presidente Obama se han manifestado a favor de la aprobación de las reformas de Renzi.

¿Por qué? La motivación más probable es que en una fase política muy delicada de Europa una eventual inestabilidad italiana, derivada de la dimisión con que ha amenazado Renzi, provocaría problemas y perjuicios para otros países y para la misma Unión Europea. Técnicamente, sin embargo, ante la dimisión de Renzi, el Presidente de la República Mattarella estaría en condiciones de poner remedio muy rápidamente nombrando otro jefe del gobierno. Nadie puede creer que Renzi sea el único político italiano en condiciones de conducir el gobierno. Si así fuera la situación de Italia sería verdaderamente mala. Pero no lo es. De hecho ya circulan subterráneamente cuatro o cinco nombres de posibles sucesores. Es justo pensar en un futuro sin Renzi porque todos los sondeos ponen a la cabeza a los defensores del NO.

Rechazadas las reformas constitucionales, ¿el sistema político italiano se encontraría en grandes dificultades? La respuesta es negativa por muchas razones. La primera es que ninguna de las reformas de Renzi promete mejorar de manera significativa el funcionamiento del sistema político italiano. Así, es muy probable que el nuevo Senado -cuyas modalidades de formación no se conocen y cuyos deberes son delicados y difíciles: las relaciones con la Unión Europea y la validación de las políticas públicas (vale decir de los costos y de los efectos de las leyes)- no logre funcionar de manera adecuada.

Las relaciones entre el Estado y las autonomías locales serán seguramente conflictivos y demasiado a menudo deberán decidirse, aunque no sean resueltas, a través del recurso de la cláusula de supremacía estatal. A decir verdad, Renzi y su círculo mágico piensan, si bien no pueden decirlo claramente, que los problemas se podrán encarar todos gracias a la ley electoral, que no es objeto del referéndum y que atribuye a quien vence en el balotaje 340 escaños en la Cámara de Diputados, vale decir una mayoría segura de los 630 diputados.

Precisamente sobre los puntos que Renzi subraya como decisivos en su intensísima y personalísima campaña electoral es posible tener juicios diferentes. La reforma no simplifica el proceso de formación de las leyes cuyo número, en el mejor de los casos, habría de disminuir mucho. Reduce poquísimo los costos de la política, pero aumenta la posibilidad de conflictos entre las instituciones: Senado y Cámara, consejos regionales y senado, autonomías locales y Estado.

En suma, la victoria del “sí” no mejorará de hecho el funcionamiento del sistema político italiano, sino que lo empeorará. Los partidarios de Renzi replican que la victoria del “no” hará imposible cualquier reforma por al menos otros diez años. Es una afirmación exagerada, quizás errónea. Si después de ocho meses de debate los protagonistas políticos han aprendido algo, como deberían, podrán relanzar un proceso reformador partiendo de posiciones compartidas más avanzadas. Casi seguramente, la victoria del “sí” estará seguida de conflictos y confusión. Solo la victoria del “no” garantiza que, por causa de reformas mal hechas, la situación no se revelará peor que la actual y que será posible hacer mejor las cosas con acuerdos de alto nivel. En ambos casos, los italianos sabrán cómo superar el difícil momento. Han sabido hacerlo ya más veces en el pasado.

17/11/2016 Publicado en Clarin.com