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Trump ha messo in crisi il tanto lodato sistema istituzionale americano @domanigiornale

La Presidenza di Donald Trump ha rivelato alcuni seri inconvenienti nel molto lodato sistema politico istituzionale USA. Uno dei principi del federalismo, vale a dire che per vincere i candidati debbono ottenere la maggioranza dei voti nel Collegio Elettorale, fatto per impedire agli Stati grandi di avere un’influenza decisiva sull’esito, si è rivelato tremendamente significativo per gli Stati medio-piccoli. Molto più di George W. Bush, che ottenne mezzo milioni di voti meno del democratico Al Gore, il meccanismo del Collegio ha consentito a Trump di diventare presidente con tre milioni meno di voti di Hillary Clinton. Dunque, di essere tecnicamente un Presidente di minoranza. Grazie all’esistenza di una maggioranza repubblicana in Senato, il Presidente Trump ha praticamente travolto il principio liberale della separazione dei poteri. Il suo potere esecutivo condiziona in maniera sostanziale il potere legislativo a partire dal Senato e si è esteso alla Corte Suprema. Infatti, Trump ha sfruttato l’inusitata opportunità di nominare alla Corte addirittura tre nuovi giudici, tutti con un ineccepibile pedigree molto conservatore. Se sarà confermata la terza nominata, i repubblicani potranno contare su una maggioranza 6 a 3 per i prossimi trent’anni [i giudici sono nominati a vita]. I democratici hanno annunciato la loro intenzione di aumentare il numero dei giudici e di conferire loro un mandato fisso di diciotto anni per garantire un ricambio fisiologico più frequente.

Due altri elementi molto preoccupanti hanno fatto la loro comparsa con la Presidenza Trump. Come notato quasi trent’anni fa dal sociologo-politologo spagnolo Juan Linz, nelle democrazie parlamentari i capi di governo inadeguati, che provocano danni, sono facilmente sostituibili. Nel presidenzialismo può succedere che l’alta carica venga conquistata da un outsider, e Trump sicuramente lo era, il quale, poi, potrà comportarsi in maniera irresponsabile poiché il suo mandato è fisso e rigido. Se si rivela incompetente, imbarazzante, nepotistico, corrotto, pericoloso, sarà comunque difficile persino per il suo partito sostituirlo tranne in caso di impeachment per violazione della Costituzione. In effetti, l’impeachment è stato tentato dai democratici contro Trump, ma i repubblicani hanno fatto muro. Soltanto negli ultimi quattro-cinque mesi un piccolo numero di repubblicani ha preso le distanze dal Presidente.

   Spesso gli studiosi e i politici criticano alcune democrazie perché non rispettano i diritti, eliminano i freni e i contrappesi, l’esecutivo travolge il Parlamento e manipola il potere giudiziario. Quelle democrazie vengono ritenute di qualità inferiore e definite “elettorali” poiché si vota anche se le elezioni non sono propriamente e del tutto libere e eque. Negli USA, non da oggi, i repubblicani negli Stati mettono in atto una vera e propria “soppressione del voto”. Ancora di recente la Corte Suprema si è rifiutata di esprimersi in materia di gerrymandering, cioè di ridisegno truffaldino dei collegi elettorali, lasciando la decisione alla politica (cioè al Congresso) e alle assemblee dei singoli Stati, trentacinque dei quali hanno maggioranze repubblicane. Queste maggioranze si sono attivate per rendere difficilissimo votare a partire dalla registrazione degli elettori a continuare con la riduzione degli orari in cui si può votare (di martedì) con l’allestimento di un numero limitato di seggi elettorali e così via. Da ultimo, il Presidente si è scagliato contro la possibilità di votare per posta, asserendo mai provate frodi elettorali dei Democratici e rifiutandosi di assegnare fondi a questo tipo di voto la cui richiesta in tempi di Covid è molto aumentata. Il Postmaster General, da lui nominato in quanto suo generoso finanziatore, ha frequentemente sostenuto che potrebbero esserci problemi di arrivo tempestivo delle schede spedite per posta (le stime parlano di un 40 per cento dei voti espressi, in alcuni Stati molti elettori hanno già espresso il loro voto) e di inevitabile lentezza dello scrutinio. Insomma, con grande scandalo, anche di alcuni politici italiani, potremmo non conoscere il nome del vincitore la sera stessa del voto. Last but not least, Trump si è rifiutato di dichiarare che accetterà il risultato e agevolerà la transizione.

   In definitiva, il presidenzialismo USA sta mostrando non pochi inconvenienti ai quali soltanto politici lungimiranti che trovino accordi significativi potrebbero porre rimedio. Purtroppo, per i cittadini USA, ma anche per noi, l’irresistibile scivolamento dei repubblicani su posizioni fortemente conservatrici ha dato vita a una democrazia maggioritaria polarizzata. Con tutti i rischi che ne conseguono. I Padri Costituenti stanno incrociando le dita.

Pubblicato il 20 ottobre 2020 su Domani


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