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La sfida tra due uomini bianchi dipende dalle minoranze @DomaniGiornale

No, non è una elezione come le altre quella in corso per la Presidenza degli USA nei prossimi quattro anni. Neanche nel 2016 possiamo dire, certo con molto senno di poi, fu un’elezione come le altre: per la prima volta una donna politica con grande esperienza e competenza che cercava di sfondare il soffitto di cristallo contro un ricco immobiliarista che non aveva mai avuto cariche amministrative e di governo. L’esito segnalò qualcosa di molto profondo che praticamente nessuno degli analisti aveva previamente individuato e che andava contro la tutte le interpretazioni e valutazioni allora diffuse e prevalenti della politica e della società americana. Ne seguì in alcune sedi, naturalmente soprattutto quelle democratiche e progressiste, un agonizing reappraisal, un ripensamento molto doloroso (ma, a mio modo di vedere, non ancora sufficiente) reso ancor più necessario dalla presa d’atto della persistenza di un razzismo strisciante. Troppe volte in troppi luoghi Black lives do not matter.

Nelle e con le elezioni una società ha modo di farsi rappresentare, ma anche di rappresentarsi con le sue preferenze, le sue esigenze, le sue aspettative, persino le sue pulsioni emotive dei più vari tipi: paure e speranze, rancori e risentimenti, rivalsa. Nelle elezioni presidenziali USA del 2016, alcune decine di migliaia di uomini bianchi negli Stati del Michigan, della Pennsylvania, del Wisconsin, caratterizzati da un basso livello di istruzione e da occupazioni non prestigiose né ben remunerate, che si consideravano messi da parte e sbeffeggiati da quelle che temevano essere le tendenze culturali in corso, furono decisivi per consegnare la vittoria a Trump. Quell’uomo bianco molto noto e ricco, sprezzante del politically correct e ostile a qualsiasi variante del multiculturalismo, certamente in contrasto con le élites, anche quelle del Partito Repubblicano, li rappresentava meglio di una donna troppo intelligente, troppo colta, troppo elitaria, esponente di un mondo che li escludeva (e li “deplorava”, deplorables la parola infelicemente pronunciata da Hillary Clinton). Quella donna, da troppo tempo nelle stanze del potere, fu percepita anche da una parte non piccola proprio delle donne come distante dal loro mondo, dalle loro preoccupazioni, dalla loro vita.

Oggi, praticamente tutti i sondaggi convergono nel notare che la situazione è, in parte, in quanta parte rimane difficile valutare, cambiata, proprio a cominciare dalle donne di tutti i colori, soprattutto bianche. Il “mondo” politico-elettorale di Trump sembra, anche fra gli uomini bianchi anziani, forse a causa della deliberata sottovalutazione del Covid da parte di Trump, avere perso qualche pezzo. Quanto decisivo lo diranno i dati duri dell’affluenza alle urne e dei voti espressi. Quei voti serviranno a rispondere in maniera fondata alla domanda “cosa è cambiato dal 2016 al 2020?”. La grande maggioranza degli analisti USA sostiene che, dal punto di vista sociologico (che include anche le appartenenze religiose) l’elettorato di Trump non è praticamente cambiato. Però, se ne possono essere distaccati elettori delusi senza che i nuovi eventuali elettori, galvanizzati, ad esempio, dalla nomina alla Corte Suprema di una giudice fortemente conservatrice e dalle politiche anti-immigrazione dei Latinos, siano sufficienti a colmare il vuoto lasciato da coloro che hanno abbandonato Trump.

   La fortissima polarizzazione della campagna elettorale fra due uomini bianchi ultra settantenni (appare distantissima l’elezione del 2008 quando un poco più che quarantenne neo-senatore di colore sembrò aprire un’epoca di grande rinnovamento) ha già avuto come effetto un aumento considerevole dei votanti. Alcuni attribuiscono questo aumento, non agli uomini bianchi, già abituati a frequentare i seggi, ma soprattutto al più ampio coinvolgimento delle minorities, vale a dire, i neri e i latinos (ma, talvolta, persino le donne, a prescindere dal colore e dalla provenienza, vengono collocate fra le “minoranze”). Le proiezioni demografiche segnalano da tempo che grosso modo a metà di questo decennio, i WASP, White Anglo-Saxon Protestant, diventeranno una minoranza, grande, ma sovrastata numericamente dai non anglosassoni, non protestanti. Se non ci saranno intoppi e inciampi nel conteggio dei voti potrebbe succedere che già nella giornata del 4 novembre le minorities scopriranno di essere state decisive nell’avere vinto la battaglia per “l’anima della nazione” (il motto della campagna di Biden) mandando alla Casa bianca un WASP moderato ultrasettantenne al quale spetterà di sovrintendere ad un passaggio epocale nella politica degli USA.

Pubblicato il 3 novembre 2020 su Domani


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