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Restano i nominati e altri obbrobri

Il fatto

Cancellando il ballottaggio, l’elemento davvero distintivo rispetto al Porcellum, la Corte Costituzionale ha strappato il cuore dell’Italicum. Non è chiaro perché i renziani gongolino dicendo che è stato salvato il premio di maggioranza la cui soglia per ottenerlo, rimasta ferma al 40 per cento, non sarà attingibile da nessuno tranne da Luca Lotti che sostiene che il 40 per cento dei Sì al referendum costituzionale sono tutti del suo capo. Seppure in maniera tormentata, la Corte ha fatto molto di più. Ha scoperto una disposizione di sessant’anni fa (grazie archivisti archeologi), per conservare le obbrobriose candidature multiple, fino a dieci collegi, preziosa eredità berlusconiana, stabilendo, però, che i supercandidati, almeno nove volte su dieci inevitabilmente anche paracadutati/e, non potranno scegliere ad libitum (che non sarebbe loro, ma del capo) dove desistere e dove insistere, ma, “allo stato”, vale a dire fino a che non si troverà un altro escamotage, dovranno sottostare al “criterio residuale del sorteggio”. Più precisamente, andranno a rappresentare un collegio a caso.

Nel complesso, la rappresentanza politica degli italiani sarà affidata a due tipi di deputati: un 65 per cento o poco più di nominati, sui quali faremo affidamento per contenere il fenomeno del trasformismo (nominati e nominate saranno molto leali nei confronti di chi ha il potere di rinominarli/e); un 35 per cento di eletti che si sono conquistato il seggio grazie alle preferenze. Che l’esistenza di capilista bloccati e di pluricandidati vada a cozzare contro il principio di eguaglianza (art. 3 della Costituzione italiana vigente), in questo caso di eguaglianza fra i candidati stessi nella competizione elettorale, evidentemente alla maggioranza dei giudici non deve essere sembrato un problema. Se esistesse la possibilità per i giudici costituzionali italiani di esprimere a chiare lettere sia le loro motivazioni concorrenti con la sentenza firmata dalla maggioranza sia le opinioni dissenzienti, i cittadini italiani imparerebbero molto sui criteri che i giudici adottano. Potrebbero addirittura scoprire che, mentre alcuni di noi, malpensanti, attribuiamo le decisioni a motivazioni politiche, i giudici seguono solidissime interpretazioni giuridiche, anche se, in materia elettorale, proprio tutte giuridiche non possono essere.

Infine, la maggioranza della Corte ha risposto anche ad una domanda politica che era/è nell’aria: “quando si può andare a votare?”. Risposta perentoria della Corte: “All’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione”. Sul punto, avrei più di una riserva. Possibile che non sia necessario un passaggio parlamentare con il quale il testo dell’Italicum viene riscritto con i tagli impostigli dalla Corte? Già sembra opinione largamente, ma non unanimemente, condivisa, che il massacro del Porcellum abbia dato vita a una legge “suscettibile di immediata applicazione” al Senato, il cosiddetto Consultellum. Tuttavia, poiché le due leggi, ancorché entrambe proporzionali , contengono differenze non marginali, soprattutto per le clausole d’accesso al Parlamento (un misero 3 per cento alla Camera e un cospicuo 8 per cento al Senato) e per l’attribuzione del premio in seggi, rimane aperta la necessità segnalata con forza (sic) dal Presidente Mattarella: armonizzare i due testi di legge al fine di evitare la presenza di una maggioranza alla Camera diversa da quella al Senato.

Lasciando l’esultanza a chi vuole andare il più presto possibile a elezioni anticipate, due problemi meritano di essere sobriamente segnalati. Il primo riguarda chi debba scrivere le leggi elettorali: il Parlamento o la Corte Costituzionale? Se il Parlamento dimostra la sua incapacità, è inevitabile che “il giudice delle leggi” diventi anche il produttore di quella specifica legge, ma lo fa di risulta potendo operare soltanto a partire da (brutti) testi già esistenti con esiti che, probabilmente, non hanno soddisfatto appieno nessuno dei giudici costituzionali. Secondo problema: nuove elezioni fatte con leggi che contengono non pochi inconvenienti comportano, da un lato, la possibilità di un esito balordo per un po’ tutti i partiti (e gli elettori); dall’altro, che il discorso sulla legge elettorale riprenderà e continuerà con acrimonia anche dopo il voto. “Chi è causa del suo mal pianga se stesso” non è, però, una consolazione per i cittadini elettori costretti a usare strumenti elettorali raffazzonati e inadeguati e a subire le conseguenze del malgoverno.

Pubblicato il 28 gennaio 2017

Legge elettorale, basta con i déjà vu

Il fatto

Una buona legge elettorale deve soddisfare due requisiti essenziali: dare poter agli elettori, dare rappresentanza ai cittadini. L’Italicum che, con le candidature multiple, i capilista bloccati, l’eccessivo premio di maggioranza, il divieto di coalizioni pre-elettorali e di apparentamenti per il ballottaggio, è un Porcellinum, ovvero un Porcellum al ribasso, non soddisfa né l’uno né l’altro dei due requisiti. Non so che cosa deciderà la Corte Costituzionale, ma spero vivamente che i due Professori Giudici, Giuliano Amato e Augusto Barbera, che mi affidarono il capitolo sui “Sistemi elettorali” per il loro long e bestseller Manuale di Diritto Pubblico, gli diano un’utile occhiatina.

Le leggi elettorali non si debbono fare né per agevolare la vittoria di un partito/schieramento né per impedire la vittoria degli oppositori. Invece, sia il Porcellum di Calderoli sia l’Italicum di Renzi-Boschi-D’Alimonte hanno cercato di conseguire entrambi i deplorevoli obiettivi. Sarebbe troppo facile sostenere, come ipocritamente faranno molti, che bisogna procedere dietro un velo d’ignoranza. Il velo è stato strappato cosicché si vede facilmente la molta ignoranza esistente fra la maggior parte dei sedicenti riformatori elettorali. Qualcuno, però, ha imparato che nessuna legge elettorale formulata per favorire un partito automaticamente consegue il suo esito e che le cambiate circostanze producono proprio gli esiti non desiderati. Più precisamente, il premio in seggi da conquistare al ballottaggio è stato riproposto dai renzian-boschiani poiché sembrava garantire, a giudicare dall’esito delle elezioni europei, una facile vittoria per di più con l’individuazione del vincente (obiettivo davvero ambitissimo che cambia la vita degli elettori) la sera stessa delle elezioni (in verità, a causa del ballottaggio, una o due settimane dopo). Adesso che la distribuzione dei voti e gli esiti di 19 ballottaggi su 20 nelle elezioni municipali di giugno suggeriscono che vincerebbe il Movimento Cinque Stelle, il ballottaggio è visto come un incubo dagli ex-riformatori e da Giorgio Napolitano, ma, molto comprensibilmente, come un’opportunità da mantenere da parte delle Cinque Stelle.

Per uscire da questa logica dei premi ad partitum, bisogna buttare a mare l’Italicum e cominciare, non ricominciare poiché dovremmo avere imparato molto e saperne abbastanza, un nuovo discorso. Senza pensare che noi italiani siamo in grado di inventarci una legge elettorale ottima (aggettivo appioppato all’Italicum proprio dall’ex-Presidente del Consiglio Renzi), che tutta Europa c’invidia e che mezza Europa imiterà (sempre parole sue), dovremmo interrogarci su che tipo di sistema politico e di governo siano adatti a una democrazia parlamentare. Potremmo anche riflettere, magari con l’aiuto eccezionalmente energico (sic) del Presidente Mattarella, sul fatto che il Mattarellum ha avuto, insieme con alcuni inconvenienti, anche molti meriti, per esempio, avere agevolato l’alternanza fra coalizioni. I collegi uninominali, soprattutto se accompagnati dal requisito della residenza per evitare i paracadutati, offrono potere agli elettori e opportunità di reale rappresentanza politica. Il recupero proporzionale, meglio se come quello del Senato, consente anche a partiti non grandi di accedere al Parlamento. Infine, un Mattarellum rivisto e aggiornato è facile da formulare e non difficile da applicare poiché il disegno dei collegi uninominali deve essere appena ritoccato.

Naturalmente, chi guarda oltre il velo della sua ignoranza e della sua partigianeria non può non vedere che sia il sistema tedesco definito “rappresentanza proporzionale personalizzata” con soglia del 5 per cento per l’accesso al Parlamento e con metà deputati eletti in collegi uninominali, ha dato ottima prova di sé. Prevengo l’obiezione: non è vero che produce Grandi Coalizioni che sono l’esito di scelte dei partiti. Anche il sistema maggioritaria a doppio turno (non ballottaggio fra due soli candidati) in collegi uninominali utilizzato in Francia risponde ai due requisiti che ho sopra considerato essenziali. Ha funzionato più che soddisfacentemente anche poiché accompagnato dall’elezione popolare del Presidente della Repubblica. E’ più competitivo della proporzionale tedesca e, quindi, più rischioso per candidati e partiti, ma in cambio offre enormi opportunità agli elettori di fare contare spesso in maniera decisiva il loro voto anche per la formazione e il successo di coalizione che si candidino al governo del paese.

Quello che, fin dai primi passi sulla strada di un’altra legge elettorale, considererei intollerabile è la pretesa di mascherare l’irrefrenabile voglia di trovare la legge che favorisca i suoi formulatori, come la nobile ricerca di un meccanismo che dia potere agli elettori quando, invece, è fatta per salvare quel che resta dei partiti regalando loro in maniera incontrollabile un tot di seggi distribuiti ai più ossequienti dei candidati. Non c’inganni il déjà vu che non funziona proprio più.

Pubblicato l’8 dicembre 2016

Referendum, il politologo Pasquino: “Renzi ha rifiutato dibattito con me a RadioRai e mio invito è stato cancellato”

Il fatto

Intervista raccolta da David Marceddu per ilfattoquotidiano.it

Il professore era stato chiamato per un confronto sul tema della riforma a Radioanch’io, ma poche ore prima è stato informato che il presidente del Consiglio non voleva il confronto: “Da premier può decidere se e con chi dibattere. Ma nel momento in cui ritiene di essere il dominus di queste riforme, allora dovrebbe dibattere”

“Giovedì 6 ottobre alle 17 la Rai m’invita a RadioAnch’io con Matteo Renzi. Alle 19.40 la Rai stessa mi comunica che il presidente del Consiglio non vuole fare il dibattito”. A raccontare i fatti è lo stesso Gianfranco Pasquino, politologo di fama mondiale e senatore per tre legislature tra le fila della sinistra indipendente. Non solo quindi la fatwa contro La7 (con l’ordine ai renziani di boicottare i programmi della rete). Questa mattina come da (nuovo) programma il premier ha parlato da solo in trasmissione, criticando tra l’altro “il clima da caccia all’uomo mediatica contro chi la pensa diversamente dal No”. Peccato che proprio premier, secondo quanto riferito dal professore, non ha voluto il contraddittorio. Pasquino a ilfattoquotidiano.it ha detto: “Se avessi potuto parlare gli avrei fatto notare alcune contraddizioni della sua Riforma”. Schierato per il No al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre, da mesi il professore fa dibattiti in tutta Italia (“Un’ottantina per ora lungo tutto il Paese, da Sciacca ad Alessandria”) per combattere una riforma che, a parere suo, non porterà alcun miglioramento nella vita dei cittadini.

Che cosa avrebbe chiesto al presidente del consiglio se avesse potuto partecipare al dibattito radiofonico?
Gli avrei fatto notare alcune contraddizioni della sua Riforma. Per esempio gli avrei chiesto che cosa ci fanno in un Senato delle Regioni 5 senatori nominati per sette anni dal presidente della Repubblica? Gli avrei fatto notare che il parlamento italiano finora ha fatto più leggi e in tempi più brevi del bicameralismo tedesco o francese o inglese.

È stato chiamato qualcuno a sostituirla alla trasmissione?
No, c’è stata mezzora di scambio con il conduttore, che peraltro ha fatto delle ottime domande. La mia critica non è al conduttore, ma a chi ha accettato l’imposizione del presidente del Consiglio.

Crede che Renzi abbia evitato di averla in trasmissione perché è in difficoltà?
Premetto che Renzi da premier può decidere se e con chi dibattere. Obama non va mica ai dibattiti alla Cnn. Ma nel momento in cui il nostro presidente ritiene di essere il dominus di queste riforme, allora dovrebbe dibattere. Detto questo, non so quanto sia in difficoltà. Durante i dibattiti qualche volta sembra che non capisca le obiezioni e quindi va avanti dicendo le solite cose facilmente contestabili: “Ce lo chiede l’Europa”, “È da 30 anni che aspettiamo”, “Bisogna velocizzare”. Ma raramente queste cose gli vengono contestate. Lui va avanti, interrompe, prosegue oltre i tempi: ha adottato una tattica che conosciamo perfettamente. Nei dibattiti c’è sempre un prevaricatore. Lui è un prevaricatore, che però ha la carica di presidente del consiglio”.

Non capisce le obiezioni?
Credo che qualche volta vada avanti perché non voglia rispondere, qualche volta invece non sa. Sul merito è debole. Per esempio alla domanda del referendum: Volete voi il superamento del bicameralismo paritario, la risposta può essere sì. Ma la domanda vera è se questo superamento, contenuto nella riforma Renzi, sia il migliore possibile? E la risposta è no”

Quando parla di “prevaricatore” si riferisce al dibattito televisivo con Gustavo Zagrebelsky?
Quel dibattito ha dimostrato che Renzi controlla meglio le sue espressioni in tv perché più irruento. Zagrebelsky cercava di ragionare più a fondo e forse avrebbe potuto farsi insegnare qualche cosa su come si sta in tv. La sostanza può essere travolta dall’irruenza.

Gli italiani come risponderanno a questa irruenza? Come andrà il referendum?
Dovunque io vada c’è grande interesse a cercare di capire. La riforma ha indubitabilmente degli elementi di complessità e già questo contraddice il fatto che questa riforma sia quella della semplificazione. Questa riforma non semplifica ma complessifica. Molti italiani decideranno nell’ultima settimana prima del voto e forse anche la mattina stessa. E le informazioni le riceveranno dai loro genitori, dai loro amici e dai loro figli, o dai loro colleghi di lavoro. L’umore collettivo si costruisce attraverso rapporti tra persone.

Che disegno ci vede dietro questa riforma costituzionale?
Non credo che ci sia un disegno: queste sono riforme occasionali, contingenti. Nella riforma berlusconiana del 2005 il disegno era chiaro: rafforzare il capo del governo e dare contemporaneamente più potere alle regioni. Qui in questa riforma non c’è invece alcun disegno: il Senato non c’entra niente con il Cnel. Il Senato non c’entra nulla con i referendum. Il Senato c’entra molto poco con la trasformazione del titolo V. Sono 4 riforme episodiche che stanno insieme finché ci sarà l’Italicum”.

Le piace questa legge elettorale?
Salverei solo il ballottaggio, per il resto la definirei un ‘porcellinum’. Tra l’altro se Renzi continua a dire che questa legge elettorale è ottima, ma è disposto a cambiarla, qualcuno gli vada a dire che questa è una contraddizione. Perché se secondo lui è ottima la dovrebbe difendere sino all’ultimo”.

Pubblicato il 7 ottobre 2016

Guerra? No, i toni li alzano quelli del Sì

Il fatto

Intervista raccolta da Silvia Truzzi per il Fatto Quotidiano

“Serie incognite” se vince il No? Renzi dovrebbe chiedere a Mattarella di fare un nuovo governo: non vedo drammi

“Guerra”, c’informa il direttore di Repubblica, è la parola che più spesso è stata evocata durante il suo colloquio apparso sul giornale di ieri con Giorgio Napolitano.

Abbiamo chiesto al professor Pasquino, professore emerito di Scienza politica dell’Alma Mater schierato per il No, cosa pensa delle dichiarazioni “pacifiste” del presidente emerito.

“Ci sono errori di partenza. È stato l’esecutivo, dall’inizio, a chiedere il referendum che invece secondo l’articolo 138 è uno strumento agibile da 5 consigli regionali, un quinto dei parlamentari e 5OOmila elettori. Il governo doveva dire: noi facciamo la riforma, il Parlamento la approva e gli oppositori facciano il loro mestiere”.

Napolitano ha detto: “Forse bisogna riflettere se fu giusto prevedere nell’apposita mozione parlamentare, la facoltà di sottoporre comunque a referendum il testo di riforma”.

Il referendum è una possibilità accordata alle minoranze dalla Costituzione, non è una concessione. E uno strumento, tecnicamente, oppositivo.

Secondo il Presidente, Renzi ha sbagliato a personalizzare, ma è ingiustificabile anche la personalizzazione alla rovescia operata dalle opposizioni “facendo del referendum il terreno di un attacco radicale a chi guida il Pd e il governo del Paese”

È sbagliata la sequenza. Renzi ha rivendicato le riforme e ha ripetutamente affermato che in caso di sconfitta si sarebbe dimesso. Da subito, nei miei interventi, ho usato la parola plebiscito. Tanto è vero che Napolitano mi ha chiesto, a voce, ragione di questo termine. E poi lui, in un’intervista alla Stampa, ha parlato di “eccesso di personalizzazione”. Tutto parte dal premier.

“La riforma non è né di Renzi né di Napolitano”.

Il ministro Boschi e lo stesso Renzi hanno detto che è stato il Capo dello Stato, nel conferire il mandato al governo, a chiedere le riforme. Dopo di che io gli chiedo: sono queste le tue riforme? Avresti fatto esattamente queste riforme? Ne dico una: ti riconosci nel fatto che il Presidente della Repubblica nomina 5 senatori in una Camera che dovrebbe essere delle Regioni e rappresenta gli enti territoriali e non la Nazione? Dovrebbe rispondere punto per punto. E non lo fa.

Secondo Napolitano, “mettere a rischio la continuità del governo oggi espone il Paese a serie incognite”. La cosa è diventata più grave dopo il referendum britannico.

Il governo inglese ha risolto il problema in due settimane! E se vincesse il No, Renzi non dovrebbe far altro che andare da Matterella e dirgli di formare un nuovo governo, con la stessa maggioranza, ma con un presidente del Consiglio diverso. Non vedo drammi.

Insomma, c’è questa guerra o no?

No, guerra no. Sento toni sopra le righe, e più dalla parte del Sì. Non capisco l’esasperazione: dopo dovremo comunque convivere. Ricordo un deplorevole articolo firmato da Salvatore Vassallo ed Elisabetta Gualmini, in cui si diceva che tra i firmatari del manifesto per il No 14 erano stati giudici costituzionali e dieci avevano goduto delle vorticose rotazioni alla presidenza della Consulta basate sull’anzianità e sono “emeriti”, con annessi privilegi. E facevano notare che, tra questi supersaggi, l’età media supera gli 81 anni. Cioè vecchi illustri, carichi di onori e forse anche di denaro: uno dei punti più bassi toccati dalla propaganda del Sì.

Pubblicata l’11 settembre 2016

 

Ulivo, la nostalgia non basta per un “Sì”

Il fatto quotidiano

Per giustificare l’ovviamente sofferto “sì” alle riforme renzian-boschiane c’è chi si abbandona ad una non meglio definita “sensibilità repubblicana”, come fa Massimo Cacciari, e chi si affida alla nostalgia/archeologia prodian-ulivista, come fa Arturo Parisi (“Il mio sì al referendum è nel solco dell’Ulivo”, intervista a “La Stampa”, 14 agosto). Tutto quello che si trova(va) in quelle, in verità non proprio dense e limpide, tesi di vent’anni fa sarebbe buono. Quindi, chi lo recupera, automaticamente ha scritto buone riforme. Come discussione sul merito non mi pare davvero un buon inizio. Neppure nel seguito emerge una qualsiasi considerazione di merito.

Parisi non può fare a meno di notare, anche lui un po’ tardivamente, che Renzi ha personalizzato il referendum. Subito lo scusa perché per partire ci vuole un “io” (forse un ego, meglio se sproporzionato). Siamo alla teorizzazione dell’uomo solo che fa le riforme la cui imperfezione, peraltro, Renzi e Boschi cercano di spiegare asserendo che hanno dovuto negoziarle con il centro-destra, cioè, con Berlusconi. Invece, sostiene Parisi, da un lato, i renzian-boschiani (l’espressione è mia) dovrebbero riconoscere i meriti della generazione ulivista; dall’altro, dovrebbero prendere atto che si sono messi, a loro insaputa (ma questa è una mia aggiunta) nel solco del “cambiamento nella continuità”.

Che in due anni di discussioni, di esternazioni e di processioni (la specialità del Ministro Boschi, non dipendente, per carità, dalla sua avvenenza), questo riconoscimento non abbia mai neppure fatto capolino, non sembra preoccupare Parisi. Anzi, si limita a suggerire che per andare lontano ci vuole il “noi”, vale a dire il coinvolgimento di “voci provenienti da tutte le parti politiche”. Al posto delle parti politiche, tranne gli alfanian-(neanche tutti)-verdiniani, sono arrivate le parti sociali, guidate dalla Confindustria, seguite da “Civilità Cattolica”, coronate da JP Morgan e dal “Financial Times”. Almeno in parte, dovrebbe valere la saggezza popolare “dimmi con chi vai ti dirò chi sei”. A molti, però, che desiderano proprio discutere il merito, più che valutare le compagnie, piacerebbe che Parisi chiarisse quali riforme, oltre ad una trasformazione del Senato che, come Sofia Ventura ha subito acutamente e documentatamente evidenziato nel suo blog (sofiajeanne.com), non è affatto sulla falsariga della apposita tesi dell’Ulivo d’antan, sono valide, e quali presentano limiti e destano motivate riserve. Dove, poi, Parisi abbia visto la magica riforma che farà “della nostra democrazia una democrazia che decide e coinvolge direttamente i cittadini nelle scelte di governo e nella scelta di chi lo guida”, da un lato, mi sfugge poiché con l’Italicum il 60 per cento dei parlamentari non saranno eletti dai cittadini, ma nominati dai capipartito e capicorrenti; dall’altro, mi inquieta perché i cittadini non sceglieranno “direttamente” la persona a capo del governo (che implicherebbe una sorta di presidenzialismo di fatto), ma il partito per il quale, dunque, non vale “l’esaurimento della missione” (certamente non nella grande maggioranza delle democrazie parlamentari europee) da lui denunciato e posto a fondamento delle riforme istituzionali.

Naturalmente, Parisi sa che altri antichi esponenti della compagine ulivista hanno già manifestato netta opposizione a riforme che solo parzialmente si ritrovano nelle tesi dell’Ulivo che, incidentalmente, non sono assimilabili ai Dieci Comandamenti e che è anche plausibile ritenere che, forse, quanto scritto vent’anni fa potrebbe essere superato, ma poteva anche allora essere inadeguato.

Soprattutto preoccupante è la chiusa dell’intervista del braccio destro di Prodi, non propriamente un esperto di riforme e di Costituzione, ma neppure un sostenitore di quelle riforme che, infatti, guardò preoccupatissimo a quanto veniva facendo la Commissione Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema. Con la vittoria del NO, non soltanto daremmo l’addio “per decenni” alle riforme (nessun dubbio esprime Parisi sulla loro qualità), ma vi sarebbe una conseguenza peggiore che merita di essere citata per esteso: “quei poteri che vorremmo garantire a un Parlamento oggi abbondantemente esautorato continuerebbero a trasferirsi dal Governo interno alle forze che ci guidano dall’esterno”. Ne deduco tre considerazioni. Primo, Parisi crede che ridimensionando il Senato, rendendolo non elettivo, cambiandone composizione e compiti, il Parlamento italiano risulterebbe meno esautorato. Secondo, molto sottilmente, che già il Governo (del cui potenziamento Parisi non parla) aveva/ha esautorato il Parlamento. Terzo, che il plauso di JP Morgan e del “Financial Times” vada a riforme che riusciranno ad impedire a forze esterne (qui Parisi si colloca fra coloro che credono ai complotti dei poteri forti internazionali), vale a dire anche a loro, di guidare il governo italiano, mi pare assolutamente incredibile. Mah.

Pubblicato il 17 agosto 2016

Italicum e “SÌ”: nessun baratto è possibile

Il fatto

Non c’è proprio niente da scambiare fra un Italicum malamente rielaborato dalla minoranza del PD e un “sì” alle revisioni costituzionali malamente fatte approvare dal Parlamento e peggio difese dal PD e dai suoi, neppure adeguatamente informati, costituzionalisti e improvvisati politologi. Non è vero che le due riforme vanno insieme e non è neppure vero che evirando l’Italicum del ballottaggio e riducendo un pochino il premio di maggioranza avremmo una legge elettorale decente. Da un lato, la minoranza del PD combatte una battaglia sbagliata; dall’altro, la maggioranza si impunta e, per bocca del ministro Boschi, cerca di riscattare un Parlamento che ha compresso nel corso della discussione sulle riforme e stravolto con la pasticciata e confusa riforma del Senato. Boschi dimenticando oppure proprio non sa che nella Costituzione italiana i referendum sono lo strumento a disposizione dei cittadini per controllare le leggi approvate dal Parlamento e, con maggioranze apposite, farle decadere . Se, davvero, vogliamo trovare un nesso fra legge elettorale e modifiche costituzionali, allora bisogna fuoruscire dal mantra di una governabilità assurdamente identificata con la stabilità del governo la cui maggioranza parlamentare sarà gonfiata dai molti seggi garantitigli dal premio dell’Italicum.

Il problema delle democrazie contemporanee si chiama crisi di rappresentanza politica. Molto dipende dai partiti, la cui capacità rappresentativa sarebbe sicuramente accresciuta se i suoi parlamentari fossero eletti in collegi uninominali dove debbono conquistarsi i voti interloquendo con gli elettori e rispondendo del loro operato (come ho già scritto infine volte “del fatto, del malfatto e del non fatto”). La rappresentanza dei collegi non si ha, come sostiene la Ministro Boschi, con i capilista bloccati. In politica, la rappresentanza è esclusivamente quella elettiva. Naturalmente, il Senato nominato dai Consigli regionali, ma Napolitano sostiene che si tratta di elezione indiretta (alla quale, comunque, sfuggirebbero i cinque Senatori, questi sì residui di un passato che il governo sostiene di volere cancellare, nominati dal Presidente della Repubblica), non darà nessuna rappresentanza agli elettori. Nel migliore dei casi, quei Senatori cercheranno, se desiderano essere rieletti, di seguire le preferenze, che certamente saranno comunicate loro di volta in volta puntigliosamente dai loro “grandi” (è solo un modo di dire) elettori. Non eletti dai cittadini delle diverse regioni saranno costitutivamente impossibilitati a dare qualsivoglia rappresentanza al territorio. Per di più, mai quei Senatori di nuovo conio si degneranno di rispondere, a elettori che non hanno nessun potere su di loro, dei propri comportamenti politici e istituzionali che consentono loro di eleggere due giudici costituzionali e di avere enorme voce in capitolo su tutta la politica europea dell’Italia.

Mentre la Ministro Boschi si affanna a chiedere il sì per non sconfessare il lavoro del Parlamento, confondendo il Parlamento con la sua maggioranza spesso coartata e, per quel che riguarda la minoranza del PD, molto colpevolmente arrendevole (oppure incapace di articolare alternative convincenti), Renzi sfida il Parlamento, se lo vuole e se ne sarà capace, a cambiare la legge elettorale quasi non fosse la sua legge, quella sulla quale si è ripetutamente impuntato. Come riuscirà mai un Parlamento di nominati, almeno la metà dei quali sa, per esperienza personale e diretta, che la disciplina e l’ossequio, il conformismo e la subordinazione sono le carte da giocare per essere ri-nominati oppure quantomeno ri-candidati, è un mistero inglorioso. Non è detto che il prossimo Parlamento sia strumento della “governabilità” chiesta dalla Confindustria, da alcuni grandi (come sopra) banchieri, ignari di Costituzioni e leggi elettorali, e da “Civiltà Cattolica”, governabilità che, sarà il caso di ricordarlo e di rimarcarlo, dipende soprattutto dalle capacità dei governanti. E’ sicuro, invece, che il Parlamento che verrà non offrirà affatto migliore rappresentanza politica all’elettorato italiana alle cui associazioni, nel frattempo, sarà stata somministrata la non proprio democratica medicina della disintermediazione.
Pubblicato il 12 agosto 2016

Il NO dei nemici del popolo

Il fatto

Nella spasmodica ricerca di argomenti che giustifichino l’approvazione referendaria delle loro riforme, brutte e di bassissimo profilo, i renziani e i loro molti cortigiani ne dicono di tutti i colori. Il “meglio che niente” è molto frequente, ma diventato logoro assai. Il “non si poteva fare diversamente” entra in concorrenza per la motivazione più banale. Eccome si poteva fare diversamente tanto è vero che nessuno dei testi poi faticosamente approvati era entrato in Parlamento nella identica stesura con la quale ne è uscito. Per di più, è già in corso anche una surreale discussione sul cambiamento della legge elettorale in attesa della valutazione della Corte costituzionale che potrebbe servire proprio a salvare la faccia formulando qualche riformetta della riformetta. Infine, dopo mesi nei quali il capo del governo e il suo ministro per le Riforme hanno fatto ampio ricorso a tutte le strumentazioni plebiscitarie possibili (rivendico il merito di avere per primo accusato Renzi di “plebiscitarismo”), adesso è arrivato il contrordine.

“Renziani di tutte le ore non si tratta di votare pro o contro il governo, ma sul merito delle riforme”. Che Renzi avesse ecceduto se n’era accorto, un po’ tardivamente, persino il Senatore Presidente Emerito Giorgio Napolitano che, sommessamente, gli ha suggerito di non personalizzare troppo la campagna elettorale. Purtroppo per Renzi, la personalizzazione è nelle sue corde. Non riuscirà a rinunciarvi e ci ricadrà quasi sicuramente quando i sondaggi annunceranno tempesta. Per di più, lo spingere il più in là possibile la data dello svolgimento del referendum moltiplicherà le occasioni di personalizzazione.

Nel frattempo, qualche renziano sta cercando di delegittimare lo schieramento del NO facendo notare quanto composito esso sia e, dunque, incapace di prospettare un’alternativa di governo, al suo governo. Anche se, sconfitto, Renzi non si dimettesse, una minaccia piuttosto che una promessa, creando una grave e non necessaria crisi di governo, ma imparasse a fare buone riforme, il problema del governo prossimo venturo neanche si porrebbe. Comunque, se c’è un giudice a Berlino (in verità, ce ne sono fortunatamente molti) possibile, caro Presidente Mattarella, che in Italia l’unico in grado di guidare un governo sia Matteo Renzi? Al momento opportuno suggerirò al Presidente quattro/cinque nomi nessuno dei quali professore o banchiere.

Ad ogni buon conto, chi, nei Comitati del NO, ha mai pensato alla formazione di un nuovo governo? Il bersaglio grosso è uno e uno solo: vincere il referendum e cancellare le riforme mal congegnate e malfatte. Quanto alla natura composita dello schieramento del NO, basta riflettere un attimo e si vedrà che il SI’ vince alla grande la battaglia della confusione. Non intendo demonizzare il mio ex-studente Denis Verdini, ma sembra che, addirittura, darà vita a un Comitato del SI’ dal quale, naturalmente, come annunciato da Renzi-Boschi, scaturirà la nuova (sic) classe dirigente del paese. La Confindustria fa già parte della non proprio novissima classe dirigente, ma i suoi allarmismi numerici prodotti da chi sa quali algoritmi li ha già generosamente messi a disposizione del paese affinché voti convintamente sì. Poi è arrivata la filosofia della krisis rappresentata da Massimo Cacciari, notorio portatore di “sensibilità repubblicana” che va spargendo in diversi talk show. In un’intervista al Corriere si è esibito per il sì anche l’ex banchiere ulivista Giovanni Bazoli. Mica poteva essere da meno degli stimati colleghi della JP Morgan, grandi conoscitori del sistema politico italiano e della sua Costituzione, anche loro in attesa di riforme epocali. A ruota, un pensoso editoriale della rivista “Civiltà Cattolica” ha dato la necessaria benedizione senza attendere, qui sta la sorpresa, le articolate opinioni dei Cardinali Ruini, purtroppo per lui più bravo negli inviti all’astensione, Bagnasco e Bertone. No, di papa Bergoglio non so.

La ciliegina, però, non la prima né l’ultima poiché non dubito che ce ne saranno molte altre, già copiosamente preannunciata dalle pagine del “Corriere della Sera”, è arrivata da Michele Salvati. La sua tesi è cristallina. Se vincerà il NO, non sarà bocciato soltanto il governo. Non saranno bocciati soltanto i partiti e i cittadini che non hanno fatto i compiti (e se, proprio perché li hanno fatti, si fossero resi conto che le riforme sono inutili e controproducenti?). Bocciato “sarebbe tutto il Paese” (Corriere della Sera, 9 agosto 2016, p. 26). Insomma, il plebiscitarismo buttato dalla finestra, senza che nessuno lo dicesse a Salvati, torna camuffato da nazionalismo, chiedo scusa da amor patrio, dalla porta. Chi vota no è un disfattista, secondo Salvati, un traditore della patria, un nemico del popolo italiano. Questa è, finalmente, la discussione sul merito che i renziani vogliono, impostano e, normalizzata la Rete Tre, faranno.

Pubblicato il 10 agosto 2016

I nodi. Dal Senato al Cnel: cosa c’è da cambiare

Il fatto

Una delle argomentazione sulle quali puntano i corifei del SI’ è che se vincesse il NO rimarremo nella palude, in mezzo al guado, oppure, addirittura, retrocederemmo nel Medioevo (ben preparati grazie alle previsioni dell’Ufficio Studi di Confindustria). Dicono che le posizioni costituzionali (e elettorali) del variegato schieramento del NO non riuscirebbero mai ad approdare a qualsiasi riforma, neppure la più necessaria. Sono convinto che non sarà affatto così. Senza arrogarmi nessun diritto di parlare a nome di un comitato del NO, provo a fare qualche suggerimento operativo che svuoterebbe le critiche dei si(sic)dicenti riformatori. I destinatari dei miei suggerimenti sono, in primo luogo, tutti i parlamentari che ritengono che le riforme fatte sono sbagliate, pasticciate, confuse e, probabilmente, controproducenti.

Comincio dal metodo. La premessa è che alcune riforme mirate sono certamente necessarie e subito possibili. Debbono, al tempo stesso, essere il prodotto di una visione sistemica, vale a dire come migliorare il funzionamento del sistema politico e come dare più potere agli elettori, ed essere ciascuna a se stante. Lo spacchettamento che i renziani non hanno né saputo fare né voluto accogliere consentirà agli oppositori non immobilisti di dimostrare che molto si può cambiare in maniera tale da offrire agli elettori la possibilità di respingere o confermare separatamente ciascuna singola riforma.

Naturalmente, per quel che riguarda il CNEL, la sua abolizione può essere proposta negli stessi termini della riforma già approvata. La trasformazione del Senato, se non se ne vuole procedere all’abolizione tout court, che appare difficile, ma, secondo me, nient’affatto improponibile, merita di essere ridefinita secondo due direttrici. La prima è l’accompagnamento della riduzione del numero dei senatori con la riduzione del numero dei deputati. Cinquecento deputati, naturalmente, non nominati, ma davvero eletti con una legge che non sia l’Italicum, sono più che sufficienti a garantire efficace rappresentanza politica ai cittadini italiani. Pur privato del potere di dare e di togliere la fiducia al governo, il Senato può rimanere elettivo, dirò subito come, e il numero dei senatori dovrebbe essere esattamente 93. La seconda direttrice riguarda le modalità di elezione dei senatori. La Valle d’Aosta, la provincia di Bolzano e quella di Trento eleggeranno ciascuna un senatore. Abruzzo e Molise saranno (ri)accorpate in una sola regione. I cittadini di ciascuna delle 18 regioni eleggeranno cinque senatori at large, vale a dire su base regionale. Saranno i cinque candidati che ottengono più voti ad entrare in Senato. Grazie alla loro effettiva rappresentatività politica, i senatori potranno occuparsi di leggi costituzionali, dell’elezione di un giudice costituzionale (non due), partecipare all’elezione del Presidente della Repubblica, occuparsi della politica europea. Come si capisce immediatamente, suggerisco che un apposito disegno di legge costituzionale abolisca la davvero anacronistica figura dei senatori a vita, sia quelli di nomina presidenziale sia gli ex-Presidenti della Repubblica. Insisto sul punto fondamentale che la rappresentanza politica è elettiva.

L’abolizione delle province, con eventuali poche correzioni al testo del governo, può essere ripresentata unitamente a una migliore, più riequilibrata, più snella ridefinizione dei poteri delle Regioni e del governo.
Quanto ai referendum, se ne può ovviamente arricchire la batteria, anche con i referendum propositivi, ma non se ne deve rendere più difficile il ricorso alzando a 800 mila il numero di firme necessario per richiederli. Benvenuta è la ridefinizione del quorum con riferimento ai votanti nelle elezioni immediatamente precedenti quel referendum.
Infine, suggerirei ai parlamentari del NO di intervenire con un breve disegno di legge costituzionale che stabilisca che nessun giudice costituzionale potrà ricoprire al termine del suo mandato una carica pubblica e/o elettiva. La logica, di evidenza cristallina, consiste nel cercare di evitare che i giudici costituzionali, anche i migliori fra loro, si facciano influenzare nelle loro sentenze da qualche opportunità futura.

Questo è un mini-programma riformatore che i sostenitori del NO non dovrebbero avere difficoltà a condividere e che, prima che si tenga il referendum costituzionale, i parlamentari del NO potranno altrettanto facilmente e rumorosamente presentare in Parlamento, accompagnandolo da un solenne impegno a operare per tradurlo in singole separate revisioni costituzionali. L’accusa di immobilismo non ha nessuna cittadinanza nella grandissima maggioranza dei sostenitori del NO, fuori e dentro il Parlamento italiano.

P.S. Presentare un disegno di legge sinteticissimo che abolisca l’Italicum e faccia rivivere, con un paio di ritocchi, il Mattarellum, disinnesca anche le critiche di coloro che sostengono che la vittoria del NO condurrebbe ad un sistema elettorale (fin troppo) proporzionale.

Pubblicato il 10 luglio 2016

L’Italicum e i cavoli a merenda

Il fatto

Sta scritto in molti libri di politologia (non in tutti) e adesso anche nel Rapporto del Centro Studi di Confindustria, che un uomo solo, solo lui, in Italia, anzi, al mondo, può assicurare la governabilità: Matteo Renzi. Però, aggiunge zelante il Prof. D’Alimonte (Sole24Ore, 1 luglio, ma anche pervicacemente in circa venti articoli precedenti) la salvezza è possibile soltanto se si voterà con l’Italicum. Infatti, il resto del mondo, Germania über alles, è sempre afflitto da pesantissime, insormontabili crisi di governabilità con effetti disastrosi sulle loro economie. Una volta attuato l’Italicum, tutti in Italia pasteggeranno a latte e miele. In caso contrario, sostiene Confindustria, gli italiani saranno costretti a brindare con la cicuta.

Comparando i cavoli a merenda (l’Italicum) con lo champagne (doppio turno in collegi uninominali) e con il whisky (maggioritario in collegi uninominali), il D’Alimonte sentenzia che il “collegio uninominale non assicura la governabilità”. Seguono scene strazianti non soltanto in Francia, ma in tutte le democrazie parlamentari anglosassoni dall’Australia al Canada, dalla Nuova Zelanda all’India (eh, sì: dal giorno dell’indipendenza gli indiani votano proprio con il sistema inglese). Invitato in un tour a pagamento il D’Alimonte sta convincendo governi e parlamenti di quelle sventurate democrazie instabili e bloccate, spesso inciucianti, ad adottare l’Italicum. Presentando loro qualche numeretto che, bontà sua, ammette potrebbe cambiare a seconda dell'”offerta politica”, la quale non solo ovviamente cambierebbe con qualsiasi nuovo sistema elettorale, ma influenzerebbe in maniera significativa anche la risposta degli elettori, il Professore della LUISS argomenta la superiorità dell’Italicum che è meno disproporzionale dei sistemi maggioritari. Però, un po’ dolorosamente, deve concedere che anche i sistemi elettorali maggioritari danno vita a governi, per di più, maledettamente stabili.

Quello che gli sfugge del tutto riguarda la selezione dei parlamentari, peraltro, considerata giustamente irrilevante da chi vuole dare il potere ad un omino che quando non è solo è male accompagnato. Nei maggioritari, francese e inglese, non esistono le candidature multiple (graziosamente, l’Italicum le concede soltanto in dieci circoscrizioni, mentre con il Porcellum erano possibili in tutte le circoscrizioni). Non esistono le liste bloccate, ma tutti i candidati, anche quelli in collegi ritenuti sicuri, dappertutto divenuti molto rari, sono comunque costretti a confrontarsi con l’elettorato, prima e dopo l’elezione. Insomma, i collegi uninominali sono competitivi, con rischi per i candidati e opportunità per gli elettori.

Ovunque, nelle democrazie, la governabilità non è risolta semplicemente gonfiando in maniera artificiale una maggioranza relativa, ma nell’Italicum i numeri sono quasi tutto. Non solo quelli che dicono che il vincente avrebbe “appena” 24 seggi più della maggioranza assoluta alla Camera, ma quelli che evidenziano che un vincitore con meno di 30 per cento dei voti al primo turno vedrebbe quasi raddoppiato il numero dei seggi dopo il ballottaggio. Dopo tanti anni di lamentele sulla crisi di rappresentanza, dopo l’esplosione di critiche alle elite che, Brexit docet, non conoscono il loro popolo, l’Italicum non s’interessa in nessun modo alla qualità (e alla rappresentatività) dei parlamentari che saranno nominati/eletti. Il sistema elettorale Renzian-Dalimontiano da definire con precisione “proporzionale con premio di maggioranza” è qualitativamente diverso dai maggioritari, ma, soprattutto è sostanzialmente inadeguato ad affrontare qualsiasi crisi di rappresentanza.

Pubblicato il 3 luglio 2016

Buttare l’Italicum e gli opportunismi

Il fatto

Domenica 19 giugno le candidate e i candidati del Movimento 5 Stelle sono arrivati al ballottaggio in 20 comuni e ne hanno vinti 19. Subito dopo sono ricominciate le richieste da più parti di ritoccare la legge elettorale nazionale detta Italicum per impedire l’eventualità che il ballottaggio prossimo venturo per la conquista del governo nazionale avvenga fra il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico. Renzi si è affrettato a rispondere che non sono previste modifiche. Si vedrà. Comunque, il principale problema dell’Italicum è che è una legge elettorale fatta su misura del PD di maggio (2014, quando nelle elezioni europee il partito superò il 40 per cento dei voti) con il consenso di Berlusconi, allora convinto che sarebbe stato il suo centro-destra ad arrivare al ballottaggio, e di Alfano, che chiese ed ottenne una clausola di accesso al Parlamento non più alta del 3 per cento (come in Spagna, circa 15 milioni di elettori meno dell’Italia, e non 4 per cento come in Svezia: meno di 10 milioni di elettori). Tanto Berlusconi quanto Alfano vollero la possibilità di candidature multiple (non più in tutte le circoscrizioni, ma “solo” in dieci) e parlamentari nominati (adesso capilista bloccati in tutte le circoscrizioni) cosicché l’Italicum che, persino secondo Napolitano, dovrà essere sottoposto alle “opportune verifiche di costituzionalità”, assomiglia molto al Porcellum, smantellato dalla Corte Costituzionale. In buona sostanza, l’Italicum è un porcellinum, con le preferenze e con il ballottaggio che deve avvenire, a causa dell’ossessione anti-coalizioni di un capo di governo che vuole essere l’uomo unico al comando, fra i due partiti o le due liste più votate, a meno che un partito o una lista ottenga al primo turno il 40 per cento dei voti più uno. Già alcuni renziani si affrettano a sostenere che la lista può anche essere composta da più partiti, ma questo sarebbe uno stravolgimento dello spirito della loro legge (e delle intenzioni personalistiche di Renzi) nonché una molto dubbia, forse improponibile, interpretazione della lettera.

Queste sembrano e, sostanzialmente, sono quisquilie e pinzillacchere. Né le leggi elettorali né i ritocchi cosmetici alle leggi esistenti debbono essere fatti con riferimento ai desideri e alle preferenze dei partiti e dei loro dirigenti. L’Italicum è una legge di parte che non può essere modificata per convenienze di parte, ma che deve essere cestinata. Punto e a capo.

Nel frattempo, pendono anche alcuni ricorsi alla Corte Costituzionale su diverse clausole della legge. Il criterio con il quale valutare una legge, qualsiasi legge elettorale non è mai il tornaconto dei partiti esistenti, ma il potere degli elettori. L’Italicum migliora il Porcellum grazie sia al ballottaggio sia alla possibilità di esprimere uno o due voti di preferenza, ma, a causa dei capilista bloccati e come conseguenza dell’ingente premio in seggi consegnato ad un partito/lista che ottenga anche soltanto poco meno o poco più del 30 per cento dei voti al primo turno (quindi, quasi raddoppiandone la rappresentanza parlamentare), rimane molto al di sotto quanto a potere degli elettori tanto del sistema maggioritario francese quanto del sistema proporzionale personalizzato tedesco. Nel maggioritario francese a doppio turno (non ballottaggio poiché al secondo turno possono esserci tre, se non quattro candidati) in collegi uninominali, gli elettori hanno il potere di eleggere il candidato preferito oppure, quanto meno, di sconfiggere il candidato più sgradito. E i partiti ottengono importanti indicazioni anche per la formazione delle coalizioni di governo. Nella rappresentanza proporzionale personalizzata tedesca, gli elettori hanno due voti sulla stessa scheda: uno per il candidato nel collegio uninominale, uno per il partito. Con il primo voto eleggono il loro rappresentante, con il secondo voto contribuiscono a determinare il bottino complessivo dei parlamentari del partito preferito purché abbia superato la soglia del 5 per cento (la Germania ha circa 60 milioni di elettori).

Cestinato il sostanzialmente irriformabile Italicum è fra questi due ottimi sistemi elettorali che bisognerebbe scegliere, eventualmente introducendo correttivi che non li snaturino e che siano giustificabili non come contentino ai dirigenti di partito, ma come variazioni che migliorano la rappresentanza politica senza frammentare il sistema dei partiti. Se queste scelte alternative non fossero praticabili nell’attuale Parlamento non resterebbe che un ritorno al Mattarellum, un sistema sostanzialmente conquistato nel 1993 attraverso un referendum popolare, “probabilmente” già sufficientemente noto all’inquilino del Colle il quale potrebbe anche cominciare a fare sentire la sua voce, utilizzato con risultati soddisfacenti in tre elezioni generali: 1994, 1996, 2001. Con l’eliminazione delle liste civetta e una migliore definizione del recupero proporzionale, il Mattarellum consente agli elettori eleggere i rappresentanti che preferiscono e dà loro un doppio voto che conta e pesa. Il resto (della discussione fra opportunisti elettorali) è fuffa oppure truffa.

Pubblicato il 29 giugno 2016