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L’Italicum e i cavoli a merenda

Il fatto

Sta scritto in molti libri di politologia (non in tutti) e adesso anche nel Rapporto del Centro Studi di Confindustria, che un uomo solo, solo lui, in Italia, anzi, al mondo, può assicurare la governabilità: Matteo Renzi. Però, aggiunge zelante il Prof. D’Alimonte (Sole24Ore, 1 luglio, ma anche pervicacemente in circa venti articoli precedenti) la salvezza è possibile soltanto se si voterà con l’Italicum. Infatti, il resto del mondo, Germania über alles, è sempre afflitto da pesantissime, insormontabili crisi di governabilità con effetti disastrosi sulle loro economie. Una volta attuato l’Italicum, tutti in Italia pasteggeranno a latte e miele. In caso contrario, sostiene Confindustria, gli italiani saranno costretti a brindare con la cicuta.

Comparando i cavoli a merenda (l’Italicum) con lo champagne (doppio turno in collegi uninominali) e con il whisky (maggioritario in collegi uninominali), il D’Alimonte sentenzia che il “collegio uninominale non assicura la governabilità”. Seguono scene strazianti non soltanto in Francia, ma in tutte le democrazie parlamentari anglosassoni dall’Australia al Canada, dalla Nuova Zelanda all’India (eh, sì: dal giorno dell’indipendenza gli indiani votano proprio con il sistema inglese). Invitato in un tour a pagamento il D’Alimonte sta convincendo governi e parlamenti di quelle sventurate democrazie instabili e bloccate, spesso inciucianti, ad adottare l’Italicum. Presentando loro qualche numeretto che, bontà sua, ammette potrebbe cambiare a seconda dell'”offerta politica”, la quale non solo ovviamente cambierebbe con qualsiasi nuovo sistema elettorale, ma influenzerebbe in maniera significativa anche la risposta degli elettori, il Professore della LUISS argomenta la superiorità dell’Italicum che è meno disproporzionale dei sistemi maggioritari. Però, un po’ dolorosamente, deve concedere che anche i sistemi elettorali maggioritari danno vita a governi, per di più, maledettamente stabili.

Quello che gli sfugge del tutto riguarda la selezione dei parlamentari, peraltro, considerata giustamente irrilevante da chi vuole dare il potere ad un omino che quando non è solo è male accompagnato. Nei maggioritari, francese e inglese, non esistono le candidature multiple (graziosamente, l’Italicum le concede soltanto in dieci circoscrizioni, mentre con il Porcellum erano possibili in tutte le circoscrizioni). Non esistono le liste bloccate, ma tutti i candidati, anche quelli in collegi ritenuti sicuri, dappertutto divenuti molto rari, sono comunque costretti a confrontarsi con l’elettorato, prima e dopo l’elezione. Insomma, i collegi uninominali sono competitivi, con rischi per i candidati e opportunità per gli elettori.

Ovunque, nelle democrazie, la governabilità non è risolta semplicemente gonfiando in maniera artificiale una maggioranza relativa, ma nell’Italicum i numeri sono quasi tutto. Non solo quelli che dicono che il vincente avrebbe “appena” 24 seggi più della maggioranza assoluta alla Camera, ma quelli che evidenziano che un vincitore con meno di 30 per cento dei voti al primo turno vedrebbe quasi raddoppiato il numero dei seggi dopo il ballottaggio. Dopo tanti anni di lamentele sulla crisi di rappresentanza, dopo l’esplosione di critiche alle elite che, Brexit docet, non conoscono il loro popolo, l’Italicum non s’interessa in nessun modo alla qualità (e alla rappresentatività) dei parlamentari che saranno nominati/eletti. Il sistema elettorale Renzian-Dalimontiano da definire con precisione “proporzionale con premio di maggioranza” è qualitativamente diverso dai maggioritari, ma, soprattutto è sostanzialmente inadeguato ad affrontare qualsiasi crisi di rappresentanza.

Pubblicato il 3 luglio 2016


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