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Le impronte sul Colle. Sgradevole cifrare il proprio voto
“Questo controllo del voto adottato dai partiti è un esempio di cattiva politica. Sulla scheda si dovrebbe scrivere solo il cognome del candidato“. Il giorno dopo l’elezione di Sergio Mattarella, il professor Gianfranco Pasquino, politologo ed ex senatore dei Ds, condanna il fenomeno dei voti cifrati, che sabato l’ha fatta da padrone nel conteggio delle schede. Voti “firmati” in cui si sono contati i partiti e le correnti al loro interno, come i giovani turchi del Pd. Ma anche i consensi azzurri giunti in soccorso al nuovo capo dello Stato.
Professore, ha visto: “Mattarella”, “Sergio Mattarella”, “Mattarella S.”, ecc?
Paradossalmente le dico che, visti i famosi 101 traditori di Romano Prodi, forse è meglio così. Per lo meno c’è più trasparenza. In realtà, il fatto che i partiti e i parlamentari usino questo sistema per controllarsi a vicenda è sgradevole e poco edificante. Lo accetto, ma prendo atto dell’incapacità dei parlamentari di assumersi le loro responsabilità. È una brutta politica che, però, in questo caso ha dato buoni frutti, perché Mattarella è il miglior presidente possibile nelle circostanze date.
Il fenomeno dei voti riconoscibili non viola la Costituzione, che parla di voto segreto?
Si dovrebbe cambiare il regolamento e obbligare a scrivere solo il cognome. Detto questo, non viola la Costituzione perché il voto non è riconducibile al singolo parlamentare, ma al massimo a gruppi di deputati o senatori.
È giusto su alcune votazioni mantenere il voto segreto?
Assolutamente sì, perché va difesa la libertà del parlamentare, che deve poter votare secondo coscienza. In questo caso difendo il diritto dei forzisti di dare il voto a Mattarella contro l’indicazione di Berlusconi. Inoltre, il voto segreto tutela il votante nei confronti del votato. Il quale, una volta eletto, e dalla sua posizione di potere, potrebbe in qualche modo vendicarsi. Ma le voglio raccontare un aneddoto.
Prego.
Nel 1994, quando ero senatore, a Palazzo Madama si doveva eleggere il presidente. Carlo Scognamiglio prevalse per un voto su Giovanni Spadolini, con una scheda contestata in cui c’era scritto “ScognaMIGLIO”. Tra l’altro, senatore all’epoca era anche il professor Gianfranco Miglio. Era chiaramente una scheda firmata che fu ritenuta valida permettendo a Scognamiglio di essere eletto.
Parliamo dell’elezione. Forza Italia ha contestato il metodo di Renzi…
Il metodo è stato assolutamente trasparente. Sia da parte di Renzi, che ha indicato Mattarella. Sia da parte di Berlusconi, che ha scelto di votare scheda bianca. Le obiezioni del leader di Forza Italia sono fuori luogo. Se il premier avesse proposto una rosa di nomi, avrebbe concesso all’ex Cavaliere, che sta all’opposizione, di scegliere il capo dello Stato. Le sembra giusto?
Dopo l’elezione di Mattarella, il patto del Nazareno continuerà?
Innanzitutto credo che il patto non contenesse il nome del capo dello Stato, ma il fatto di discuterne. Il Nazareno è al capolinea non per i fatti di questi giorni, ma perché ha già dato tutto quello che doveva dare: le riforme istituzionali e la legge elettorale. Si è, come dire, esaurito.
L’Italicum arriverà a breve al vaglio del Quirinale…
Oltre ad avere la solida cultura politica della sinistra DC, Mattarella dà garanzia di autonomia e indipendenza, anche rispetto a Renzi. Quando dovrà dire dei no, lì dirà, ma non in maniera rumorosa e senza rompere il delicato equilibrio tra le istituzioni. Vedremo come si comporterà nel giudicare una legge elettorale nettamente inferiore alla sua.
Quanto durerà la ritrovata unità nel Pd?
Il premier ha fatto bene a ricompattare il partito su una scelta importante come quella del capo dello Stato. Ora dipenderà dalle scelte del governo. Non credo che le diverse minoranze del Pd faranno sconti a Renzi perché è stato eletto Mattarella.
Professore, il suo giudizio su Renzi è migliorato?
Io rimango antropologicamente anti renziano. Non mi piace il suo modo di fare e non mi piace il lessico mediocre. Ho sempre apprezzato, invece, la sua sfida alla vecchia classe dirigente del Pd. Alla cosiddetta “ditta”. Il premier è un abile equilibrista. Bisogna però dargli atto che finora è riuscito a ottenere tutto quello che voleva e ha inanellato una serie di successi non marginali. Tra cui l’elezione di Mattarella.
Intervista raccolta da Gianluca Roselli
Pubblicata il 2 febbraio 2015
Giorgio ha fallito, avremo una successione farsa

Intervista raccolta da Emiliano Liuzzi
Ha appena ascoltato il discorso del presidente Giorgio Napolitano all’Accademia dei Lincei, Gianfranco Pasquino, politologo. Lo ha ascoltato e riletto. “Conosco il presidente e l’uomo politico dal 1983, e anche questo discorso ha il limite di tutti i suoi discorsi, non va mai oltre l’approccio che storicizza e non lo sfiora mai l’autocritica, quella politica. Non affronta il tema di quello che i partiti producono, né la cultura marxista dalla quale proviene“.
L’impressione è che abbia sparato nel mucchio.
Ci può anche stare, ma se ci si mette in gioco. E mi sarei aspettato autocritica anche sull’Europa, su quella grande utopia che è l’Europa. Ma non l’ha fatto.
Se l’è presa coi populisti. Ce l’aveva con Grillo?
Soprattutto con Grillo, ma il populismo non è solo quello. E non è solo Berlusconi. Populismo è quello di Salvini, lo è stato quello di Di Pietro e il tentativo di Ingroia, sono tutti esempi di populismo.
Anche su Renzi il presidente ha cambiato idea, da un po’ di tempo a questa parte. O è solo un’impressione?
Ha cambiato atteggiamento nei confronti di Renzi. Atteggiamento e approccio, almeno da un mese e mezzo.
È Renzi il banditore di speranza in un passaggio del discorso?
Ce l’ha con Grillo, ma indirettamente anche con Renzi. Dal quale, ripeto, il presidente da un mese e mezzo ha preso le distanze. In maniera sottile, ma assai evidente.
Lei crede che Napolitano abbia fallito?
Ha vinto nell’accettare l’incarico, forse. Quando il Paese non aveva né governo né un presidente della Repubblica, ma non ha ottenuto quello che voleva. Se per fallimento si intende essersi affidati a persone mediocri, a un manipolo di ipocriti, sì, ha fallito.
Non lascia una situazione migliore: c’è un governo che senza i numeri di Forza Italia traballa e un presidente da eleggere un’altra volta senza nessuna idea.
Lui ha provato a imporre il suo candidato.
E chi sarebbe?
Giuliano Amato. Questo credo che sia una verità incontrovertibile. Ma Amato non ha i numeri del Parlamento. E dunque non riuscirà a incidere sulla successione come in un periodo si era illuso di poter fare.
Chi sarà il prossimo presidente?
Non lo so. Non credo Amato. Vedo molta confusione, autocandidature, come quella di Pietro Grasso, che rivendica il suo essere seconda carica dello Stato, l’autocandidatura di Laura Boldrini e quella di Anna Finocchiaro, ma sono loro che giocano un’altra partita.
Difficile pensare a come possa finire.
Certo, se nel 2013 fu una tragedia, ho l’impressione che si vada verso una farsa. Proporre il nome di Riccardo Muti è una farsa. Non so come possa essere venuto in mente: il Paese ha bisogno di un politico, di un uomo delle istituzioni e che conosca la Costituzione, non di uno scienziato da esportazione.
Cosa si augura che faccia Napolitano, quando sarà il momento, come ultimo atto?
Spero che non nomini nessun senatore a vita e che lui stesso rinunci alla carica, come invece gli spetterebbe. Questo spero che lo faccia, sarebbe un atto fondamentale. Non sarà così. E non ci sarà nessuno che, invece che giocare al toto nomi, tracci il profilo di un presidente del quale l’Italia avrebbe bisogno.
Meglio l’elezione diretta
Dopo essersi dimostrati ignobilmente incapaci di eleggere un Presidente ed essere stati costretti a rieleggere Napolitano, la maggioranza dei parlamentari e dei dirigenti che li hanno nominati sono in attesa fervente di poterci provare un’altra volta. La notizia che Napolitano si dimetterebbe già verso metà gennaio 2015 li manda tutti in fibrillazione. Per alcuni, i “presidenziabili”, la fibrillazione è contenutissima, accompagnata da qualche frasetta ipocrita sullo “spirito di servizio” e dalla speranza che i quotidiani citino il loro nome non molto spesso (ma qualche volta, oh, sì) per non bruciarlo. Hanno tutti interpretato male le indiscrezioni dei cosiddetti quirinalisti i quali ne sanno sempre molto meno di Napolitano. Con una nota evidentemente redatta di suo pugno, il Presidente fa sapere, puntigliosamente, com’è nel suo stile, che “non conferma e non smentisce”, ma neanche aggiunge che la notizia sulle sue prossime dimissioni, annunciate già nel suo discorso di accettazione del secondo mandato nell’aprile 2013, è stata fatta circolare apposta. Il senso è che il Presidente Napolitano è irritatissimo. Ogni volta che succede qualcosa il giovane capo del governo corre dal Presidente perché vuole i consigli di Napolitano, che, non poche volte, lo ha rimbrottato e gli ha fatto cambiare idea, ad esempio su alcune nomine quantomeno abborracciate. L’economia continua a non andare affatto bene e certamente Napolitano non crede, come sostiene Renzi, che sia colpa dei tecnocrati di Bruxelles. Per sua fortuna Draghi se la cava perché abita a Francoforte, ma il suo posto al vertice dei tecnocrati è meritatissimo. E’ anche un titolo di merito per diventare Presidente della Repubblica italiana?
Il Presidente in carica ha anche fatto sapere che, a quasi due anni dalla sua non desiderata rielezione, di riforme costituzionali ne intravvede solo l’ombra, bruttina, per di più esposta “a opportune verifiche di costituzionalità” parole che, a chi sa qualcosa di costituzione, dovrebbero suonare come un severo richiamo. Con le modifiche di cui si discute a una legge elettorale che rimane indigeribile, sembra addirittura che si rompa il Patto del Nazareno, sul quale, con stile, Napolitano non ha mai fatto filtrare il suo giudizio. Se non fate le riforme, fa sapere Napolitano ai parlamentari nominati e ai dirigenti e governanti, inetti, me ne vado. Naturalmente, non darà seguito poiché non vuole lasciare il paese nei pasticci in cui si trovava una ventina di mesi fa. Lui non si vanta del suo “spirito di servizio”, ma fa parlare le sue azioni, compresa la recente tempestiva nomina dei due giudici costituzionali di sua competenza. Non confermando e non smentendo le sue prossime dimissioni, con grande delusione del Direttore de “Il Giornale”, Sallusti, e dell’editorialista principe de “Il Fatto Quotidiano”, Travaglio, curiosamente entrambi suoi critici impenitenti, Napolitano fa sapere ai parlamentari nominati e inetti che le riforme dovrebbero farle prima che tocchi loro svolgere il compito della elezione di un altro Presidente (pardon, Signora Presidente della Camera Laura Boldrini), una donna alla Presidenza della Repubblica, conoscendo il nome della candidabile si potrebbe discuterne. Questo è, infatti, quasi sicuramente contro la visione costituzionale del parlamentarista Napolitano, il problema emergente.
Probabilmente è venuto il tempo, dopo la straordinaria utilizzazione al limite dei poteri presidenziali ad opera di Napolitano, sicuramente al disopra delle parti ovvero, come, piccato dalle accuse di Berlusconi, lui stesso puntualizzò: “dalla parte della Costituzione”, che l’elezione del Presidente della Repubblica italiana non sia più nelle mani di una maggioranza, per di più artificialmente creata dal premio in seggi della legge elettorale. L’elezione di un Presidente che molti sostengono dovrebbe essere di garanzia, ma i pochi che contano vorrebbero “amico” e debitore della sua elezione, non deve più essere affidata al Parlamento, ma ai cittadini. Quello che sappiamo delle non molte (almeno nove hanno a capo dello Stato un re o una regina) democrazie europee che fanno eleggere il Presidente dai loro cittadini, è che l’eletto cerca poi di rappresentare la nazione, non il “partito della nazione”, ma il “partito dei cittadini”, anche di coloro che non lo hanno votato. I cittadini italiani non farebbero certamente peggio dei parlamentari che non hanno potuto eleggere e che non riusciranno a scalzare.
Pubblicato AGL 11 novembre 2014
Non si fida dei dilettanti, non lascerà a breve
“Napolitano non mollerà il Paese nelle mani di incompetenti. Ma deve chiarire cosa farà in futuro”
Intervista raccolta da Emiliano Liuzzi
Un passo avanti il Quirinale lo ha fatto: una nota, dove non si smentisce né si conferma, ma preferirei la chiarezza. Per ora siamo al campo delle ipotesi e io ho troppo rispetto per le istituzioni, non posso prendere per buono un retroscena”. Il professor Gianfranco Pasquino, politologo, in passato eletto come senatore nel centrosinistra, non crede alle dimissioni del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, entro fine anno, e comunque quello che non gli garba affatto è il metodo con il quale la notizia è arrivata.
Scusi professore, ma tutto sembra andare nella direzione che vuole il presidente dimissionario a fine anno.
Non direi. Fino a oggi devo basarmi sul retroscena di qualche quirinalista. Non sono abituato così. La presidenza della Repubblica è un passaggio troppo serio per essere affidato alle ipotesi o alle supposizioni. Questa è la mia prima esternazione.
Si getti anche lei nel campo delle ipotesi, per una volta: crede che Napolitano lascerà?
Se proprio devo azzardare dico di no, non si dimetterà entro breve. Il motivo è che non si fida di lasciare il Paese in mano a dilettanti sciagurati e preferisce rimanere. Questo ho sempre capito dalle sue parole. Ha sempre detto di avere a cuore la stabilità politica del Paese, dunque non gli resta che andare avanti. Poi se sono sopraggiunti altri motivi non lo so. Per questo dico che preferirei una nota ufficiale.
Mettiamo che lasci. Siamo ancora nel campo delle ipotesi.
La riflessione sarebbe più complessa. L’eredità che lascia Napolitano è ingombrante, probabile che vada ripensato anche il metodo di elezione del presidente della Repubblica.
Lei dice che è possibile pensare a un’elezione diretta del Capo dello Stato?
Napolitano, forse anche inconsapevolmente, o forse no, ha dimostrato che il presidente della Repubblica ha in mano un potere enorme. Questa è stata la missione del suo mandato. D’altronde, anche i più autorevoli costituzionalisti hanno sempre sostenuto che in caso di vuoto politico il Quirinale assumesse più poteri. E questo credo che sia accaduto. Ritengo possibile l’elezione popolare del Capo dello Stato. Sarebbe in linea con quello che abbiamo visto.
Ma il parlamento non perderebbe la sua più grande prerogativa? Quasi l’unica, visto che le leggi le fa il governo per decreto.
Intanto parliamo di un parlamento dimezzato, se dovessero andare avanti le riforme costituzionali. Per l’altra metà che prerogative dovrebbero avere? Sono una schiera di nominati, non sono stati eletti, sono stati scelti dai partiti.
Ma tecnicamente sarebbe possibile un passaggio del genere?
Basta aggiungere un articolo alla Costituzione senza toccarne altri, mi pare che le premesse ci siano.
Se dovesse fare una previsione sul nome?
L’età ce l’ho, conosco le istituzioni, una certa esperienza l’ho maturata. Ci sono però alcuni problemi sul mio nome.
Quali?
Non sono renziano, sono fuori dal patto del Nazareno e non sono donna.
E allora chi candidiamo?
Mi piacerebbe non parlare di nomi, ma di metodo. Walter Veltroni, quando candidò Carlo Azeglio Ciampi, fece il suo nome ed elencò dieci motivi per cui era doveroso appoggiare il suo nome. E Ciampi arrivò al Quirinale. Mi piacerebbe che oggi qualcuno dicesse: ok Veltroni per questa lunga serie di motivi.
E se dovesse scegliere lei?
Probabilmente fari i nomi di Giuliano Amato ed Emma Bonino. Hanno senso del dovere, conoscenza delle istituzioni e della politica. Ma per fortuna non scelgo io.
Pubblicata il 10 novembre 2014
Il Pd in Emilia va azzerato, il vertice ignora gli iscritti

Intervista raccolta da Emiliano Liuzzi per Il Fatto Quotidiano 12 settembre 2014
Più che i capelli bianchi, ha un passato di insegnante ad Harvard e alla School of Advanced International Studies di Washington. Se non bastasse ha diretto anche il Mulino, la voce critica di una sinistra d’altri tempi, ed è stato senatore indipendente. Oltre a qualcosa come un centinaio di pubblicazioni. Uno degli ultimi politologi che hanno attraversato almeno tre Repubbliche, sempre che tante siano state. L’intervista con Gianfranco Pasquino, inizia con lui che fa una domanda: “Si è ritirato dalla corsa alle primarie Stefano Bonaccini?
No, professore. Al momento non lo ha fatto. Lei se lo aspetta?
Sarebbe un dovere, in questo momento. Non è possibile assistere a tale deriva. Non importa se siano briciole o meno, non importa se Bonaccini avrà modo di difendersi. Sono solo espedienti per sfuggire al problema.
Cioè?
Bonaccini faceva parte di un consiglio regionale dove la metà dei consiglieri sono indagati e lui, oltre a essere in quel consiglio, era anche segretario del partito. Se questi non sono motivi per lasciare, non saprei cos’altro debba accadere. Ma poi c’è una cosa che tutti fanno finta di dimenticare.
Quale professore?
Nessuno ha ricordato l’affare Flavio Delbono. Era assessore alle Finanze della giunta regionale precedente (sempre presieduta da Vasco Errani) e del partito del quale Bonaccini era dirigente, se non sbaglio. Con i soldi della Regione, Delbono andava in vacanza con la sua fidanzata, o presunta tale. Vicenda per la quale è stato condannato e costretto a dimettersi da sindaco di Bologna Dovrebbe bastare. Altrimenti ne possiamo anche aggiungere.
Ce ne sono ancora?
Il presidente di quella giunta, Vasco Errani, è stato condannato e si è dimesso. Conosco l’uomo, l’ultimo con il quale vorrei prendermela in questo momento, ma è accaduto. Chiamiamola leggerezza, ma in maniera responsabile si è dimesso. Credo che con la stessa responsabilità Bonaccini, se ne ha, dovrebbe a questo punto fare un passo indietro. Non è più accettabile.
A beneficio di chi? Non ci sono candidati.
Non è vero. C’è un signore che si chiama Roberto Balzani e che ha fatto il sindaco di Forlì che con la storia di questi non ha niente a che vedere. Non ha scheletri nell’armadio, è una persona retta ed è l’unico in questo momento che può affrontare una candidatura. Capisco che sarebbe la rottura con questa classe dirigente, ma c’è un momento in cui bisogna mettere da parte l’ambizione personale e privilegiare quella politica.
Secondo lei Bonaccini non è più credibile?
No, non lo è. E non lo è più neppure l’altro, Matteo Richetti. Ripeto, non è un problema di quanto, è il problema di una stagione intera che non è stata promossa.
Ma com’è che l’Emilia Romagna, terra di grandi virtù per il Partito comunista e dopo, almeno in parte, anche per il Pds, è finita in questa melma? C’è un momento in cui qualcosa si è inceppato?
È stato un processo molto lento, ma quando gli iscritti hanno perso il controllo della classe dirigente questo è accaduto. In altre epoche o stagioni non sarebbe stato così, ma perché c’era una base alla quale dar conto del proprio lavoro. Quando questi meccanismi si sono persi, si è perso per strada anche ogni pudore. Quello che è accaduto a Bologna e dintorni, lo ripeto, è inaccettabile.
Propone un azzeramento di questa classe dirigente?
Non è possibile, ma sarebbe una strada. Ormai sono all’interno dei meccanismi di potere che in Emilia Romagna non sono solo il partito, ma anche quello sociale e produttivo. Non ci sarà nessun azzeramento. Ma Balzani sarebbe un buon punto di partenza.
Diciamoci la verità: il Pd in Emilia Romagna vincerebbe anche con un Bonaccini qualsiasi.
Certo. Anche perché non esistono alternative. Il centrodestra si è completamente disfatto, il Movimento 5 Stelle non ha più la carica iniziale, il rischio di perdere la Regione non si profila. Ma sarebbe il culmine di una fase che prima o poi il centrosinistra si troverà a scontare.
L’ipotesi che circola è che Bonaccini resti. Si presenterebbe con un programma più simile a un’arringa difensiva che non una strategia politica, e chi si è visto si è visto.
Mi auguro che non accada.
Si appella alla responsabilità dei singoli?
Non mi pare che abbiano dimostrato grandi doti sotto questo profilo. Spero che la base riprenda il suo vecchio ruolo.
Emiliano Liuzzi

