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Lupo solitario ma l’allarme resta alto

No, a Macerata, contrariamente ai clamorosi titoli di alcuni quotidiani e ai “pensosi” articoli di più o meno (la seconda che scrivo) autorevoli commentatori, non è nato nessun Klu Klux Klan. C’è stata la sparatoria criminale di un individuo che ha tentato di fare giustizia dell’uccisione, per cui, al momento, è imputato un uomo di colore di origine nigeriana, di una ragazza (italiana). Che l’individuo sia stato qualche anno fa candidato della Lega è un fatto che dovrebbe fare riflettere la Lega, ma il suo non avere ricevuto neanche un voto di preferenza significa che non aveva nessuna popolarità in quell’ambiente. Più significativo è il suo spostamento a destra, verso un nazionalismo identitario estremista rivelato dall’avvolgersi nella bandiera tricolore e dal saluto fascista. Non risultano complici. Non si vede dietro di lui una struttura, non c’è sostegno organizzato, non fanno capolino seguaci. Insomma, manca un qualsivoglia “klan”. Quello che non manca, invece, sono le espressioni, da un lato, di apprezzamento per il gesto, dall’altro, di odio nei confronti degli stranieri, che hanno subito cominciato a circolare sulla rete accompagnate da deprecabili fotomontaggi macabri riguardanti la Presidente della Camera Laura Boldrini. Sarebbe meglio che il leader della Lega, Matteo Salvini prendesse nettamente le distanze da questa modalità di attaccare la Boldrini, non dirò perché gli fa perdere (o guadagnare , non lo so) voti né perché consolida un consenso, ma perché, semplicemente, non è questo il modo di fare politica, neppure in campagna elettorale.

Tornando al fatto, non è per niente sufficiente affermare una volta di più che gli immigrati sono brave persone, in fuga dalla repressione politica e socio-economica di regimi autoritari, in cerca di occupazione, desiderose di procurare un futuro a sé e ai loro parenti e figli in Italia, che fanno lavori che gli italiani non vogliono più, che sono utili al PIL e che con i loro contributi pagheranno le nostre future pensioni. È tutto vero, ma è anche vero che, per un insieme di ragioni, il tasso di criminalità dei migranti, quelli giovani e senza lavoro, è superiore a quello degli italiani. Che, per esempio, anche nei pressi di Macerata, ma non solo là, alcuni migranti facevano i pusher, vendevano/vendono droga. Che, qualche volta, come in questo specifico caso, vi sono avvenimenti imprevedibili dovuti a un impazzimento personale senza precedenti, dunque, lontanissimo da qualsiasi reazione organizzata tipo Ku Klux Klan.

Ecco, dovrebbero tutti essere molto più cauti nella definizione delle situazioni evitando gli allarmismi, ma non sottovalutando gli allarmi. Non sottovalutando neppure lo stato di disagio di alcune zone a grande affollamento di migranti spesso tenuti in condizioni deplorevoli. C’è molto che preoccupa la vita degli abitanti di alcune aree del paese, ma, attenzione, Macerata non sembra affatto essere una delle aree a più alto rischio. Anzi, è probabilmente proprio stato un fatto inusitato che ha “armato” la reazione di chi ha compiuto la sparatoria. Le autorità, in questo caso, anche il ministro degli Interni hanno certamente il compito, lo scriverò nel linguaggio burocratico, di consegnare i responsabili dei crimini alla giustizia. I commentatori devono evitare di eccedere alimentando o creando allarmismo con sospetti e reazioni esagerate. Probabilmente, però, il volto opposto dell’allarmismo è molto più preoccupante: non capire che molti cittadini desiderano rassicurazioni su quello che è successo e su quello che temono potrebbe succedere. Vorrebbero sapere se il governo ha soluzioni affidabili e applicabili non solo nel breve termine, ma le appronta anche per il futuro. Che, quanto alla presenza dei migranti, capisce le legittime preoccupazioni dei cittadini, che non ne fanno dei razzisti. Che, insomma, le autorità si curano in maniera equa di garantire la convivenza senza cercare capri espiatori e senza mettersi da una sola parte. Su questo difficilissimo compito vanno concentrate l’attenzione e l’azione.

Pubblicato AGL il 5 febbraio 2018

La partita vincente dei cinque stelle

Non appena i dirigenti di partito, che erano i veri e unici responsabili del blocco del Parlamento e delle trentuno fumate nere, hanno raggiunto un accordo sui candidati alla Corte Costituzionale, preso atto che il compromesso era anche qualitativamente accettabile, i parlamentari lo hanno approvato con il loro voto. La lezione istituzionale è importante ed è opportuno che rimanga a futura memoria. Per l’elezione di cariche di vertice è preferibile che governo e capipartito non ingaggino prove di forza per piegare il Parlamento, che ha il compito istituzionale di controllarli. Piuttosto, dovrebbero regolarmente sondarne le opinioni e tenerle in grande conto poiché anche il peggiore dei parlamenti “rappresenta la nazione”. La lezione vale anche per i Presidenti Grasso e Boldrini ai quali spetta, non blandire i troppi anti-parlamentaristi in giro per l’Italia (e nelle redazioni dei giornali), ma valorizzare le Camere da loro presiedute.

Seppure alquanto tardivamente, Renzi è stato costretto a prendere atto che da una parte numerosa dei parlamentari saliva la richiesta di cambiare candidature negoziate in maniera opaca. Ha fatto buon viso a cattivo (ma da lui iniziato e guidato) gioco, riuscendo a vincere, ma soltanto parzialmente. Voleva fare l’en plein, ovvero eleggere tre giudici costituzionali tutti disposti a sostenere a corpo morto sia l’Italicum sia il pacchetto delle riforme costituzionali. Ha resuscitato furbescamente il Patto del Nazareno offrendo la nomina di un giudice a Berlusconi che ci è cascato. Quando è divenuto evidente che l’opposizione del Movimento Cinque Stelle e le inevitabili differenze d’opinione nel centro-destra, ma anche dentro il PD, avevano portato ad uno stallo, ha repentinamente buttato a mare il Nazareno rivelando al contempo la debolezza di Berlusconi e l’incapacità dei due capigruppo parlamentari di Forza Italia. Pur di salvaguardare il suo candidato, Augusto Barbera, fautore senza se e senza ma delle posizioni più oltranziste a favore delle riforme, Renzi ha dovuto concedere un giudice alle Cinque Stelle e accettare un nome nuovo, Giulio Prosperetti, il meno schierato di tutti.

Adesso, immaginare un asse Renzi-Grillo capace di durare nel tempo è davvero fantapolitica. Da un lato, infatti, sia Renzi sia le Cinque Stelle hanno mirato soprattutto ad un successo immediato e specifico più facile da rivendicare per le Cinque Stelle. Dall’altro, Renzi ha voluto dimostrare di essere più spregiudicato di tutti e oramai libero da qualsiasi accordo con Berlusconi il quale, peraltro, già in seguito alla non concordata elezione di Mattarella avrebbe dovuto essere molto più cauto e sospettoso. Le Cinque Stelle hanno evitato che alla Corte andassero tre uomini o, come li hanno definiti loro, tre “soldati” di partito. Hanno anche concretamente dimostrato di avere imparato a inserirsi efficacemente nelle complesse e delicate manovre parlamentari. E’ possibile che sia Renzi sia le Cinque Stelle ricorrano ancora a convergenze “parallele”, specifiche su altre materie, certo non sull’Europa, ma forse sul reddito di cittadinanza. A causa della nuova legge elettorale, però, entrambi sono assolutamente consapevoli che sono destinati a rimanere alternativi. E’ da escludere che al ballottaggio riesca ad arrivare il disastroso frammentato schieramento di centro-destra. Pertanto, lo scontro a venire sarà fra il Partito Democratico, che sicuramente rivendicherà le riforme fatte e il Movimento Cinque Stelle, che vorrà criticarle a fondo, avendo anche un’altra freccia al suo arco: quella di continuare a rappresentare un’alternativa di sistema, vale a dire a tutta la politica del governo Renzi, incluso il controverso salvataggio di alcune banche, e alle sue molte, forse troppe, rottamazioni mancate.

Pubblicato AGL il 18 dicembre 2015

Cinque Stelle alla Consulta

Cinque giudici della Corte Costituzionale sono eletti dal Parlamento in seduta comune, art. 135. Devono ottenere due terzi dei voti nelle prime due votazioni, tre quinti nelle votazioni successive. Secondo la critica più diffusa in maniera sconsideratamente tenace, se sono necessarie molte, la responsabilità sarebbe da attribuire al Parlamento ovvero a quei fannulloni litigiosi che sono i parlamentari. Purtroppo, la pensano in questo modo, e quel che è peggio lo dicono, subordinando, difficile valutare quanto inconsapevolmente, il Parlamento ai partiti, sia la presidente della Camera Laura Boldrini sia il Presidente del Senato Pietro Grasso. Invece, non è affatto così ovvero, se si preferisce, la responsabilità dei parlamentari appare di gran lunga inferiore a quella dei partiti e, soprattutto, dei dirigenti di partito. Praticamente, i parlamentari non sono neppure consultati dai designatori, vale a dire i capi dei loro partiti. E’ sempre un cerchio ristretto al leader del partito e ad alcuni suoi pochissimi consiglieri che procede alla nomina dei candidati.

Prima della loro meritata scomparsa, i partiti italiani mostrarono un minimo di sensibilità democratica accettando informalmente che i nominati rappresentassero di volta in volta le differenti culture politiche presenti in Parlamento, con la sola eccezione del Movimento Sociale (non facente parte dell’arco costituzionale). Tuttavia, alcuni candidati, in quanto espressione troppo marcata della leadership di un partito (Spadolini e Craxi), o dal profilo e dalla biografia troppo incisiva (Lelio Basso), non riuscendo ad essere eletti, non furono mantenuti in votazione oppure si ritirarono. In generale, gli accordi non scritti, nessun bisogno di “patti del Nazareno”, vennero sostanzialmente rispettati. Dopo il 1994, scomparsi i partiti e offuscatesi le loro obsolescenti culture politiche, è diventato tutto più difficile. I presidenti della Repubblica hanno, comunque, cercato di nominare i cinque giudici di loro spettanza applicando criteri di merito non disgiunto dalla rappresentanza di aree politico-culturali. E’ rimasta esclusa soltanto la Lega per la quale vale, almeno in parte, il criterio della non piena accettazione della Costituzione. Dal canto loro, i parlamentari si sono trovati nella sgradevole situazione di dovere ingoiare candidature mai previamente discusse e chiaramente partigiane.

Guardando al recente passato e ai lunghi stalli, ma anche valutando sobriamente le attuali candidature, è possibile cogliere due criteri prevalenti: la ricompensa per il sostegno indefettibile dato alla linea di un partito, ma più specificamente al capo del partito, e la liberazione di cariche di nomina ugualmente partitica che consentiranno di premiare anche altri utili fedelissimi. Il secondo criterio privilegia chi già occupa cariche abbastanza importanti, ad esempio, come i componenti e i presidenti di qualche Autorità indipendente (Antitrust, Comunicazioni e così via) oppure chi è già parlamentare e consentirà il subentro del primo dei non eletti nella sua circoscrizione. Il primo criterio appare particolarmente delicato nelle sue conseguenze poiché la Corte Costituzionale dovrà molto presumibilmente e presto occuparsi di ricorsi contro la legge elettorale Italicum e contro la riforma del Senato con tutto quello che ne deriva. Scegliere chi in materia si è già ripetutamente e senza riserve espresso in maniera favorevole al governo è una sorta di piccola polizza d’assicurazione per Renzi e Boschi, tutto il contrario della garanzia di una valutazione equa. Escludere qualsiasi candidatura formulabile dal Movimento Cinque Stelle, che ha, al contrario della svanita Scelta civica, una presenza rilevante in Parlamento ed è espressione di un quarto degli elettori italiani, appare una discriminazione intollerabile. Da ultimo, non è giustificabile passare sotto silenzio l’assenza di qualsiasi candidatura femminile come se non esistessero avvocatesse di grande prestigio e alta qualità e non ci fossero nelle università italiane autorevoli professoresse di diritto. Invece di criticare i parlamentari per la loro presunta inazione, si critichino coloro che scelgono e pretendono di imporre e si guardi alle biografie dei candidati. Meglio lo stallo fecondo che brutte e irrimediabili elezioni.

Pubblicato AGL 28 novembre 2015

Innominati Consulti

La terza Repubblica

E’ del Parlamento la responsabilità/ colpa della lunga sequenza di votazioni senza esito per l’elezione di tre giudici costituzionali? Sì, sostengono il Presidente del Senato Piero Grasso e la Presidente della Camera Laura Boldrini che deprecano e con toni severi invitano i parlamentari a rimediare prontamente. Sbagliano, entrambi. Invece di valorizzare i compiti e il ruolo delle Camere che presiedono, le colpevolizzano. Forse non disponendo di sufficienti conoscenze sul funzionamento dei partiti e delle istituzioni, Grasso e Boldrini non riescono a cogliere quelle che sono le vere cause dello stallo parlamentare. Fra non molto la Corte Costituzionale sarà probabilmente chiamata a valutare la costituzionalità di alcune clausole della nuova legge elettorale e la riforma del Senato nella sua interezza e nelle conseguenze sui rapporti fra Regioni e Senato delle autonomie e fra Senato e Camera dei deputati. Sono note le forti controversie che hanno accompagnato entrambe le riforme e sono plausibili i pericoli di rigetto e di richiesta di cambiamenti che possono derivare dalle sentenze della Corte che, è opportuno ricordarlo, con la sentenza n. 1 del gennaio 2014 ha fatto a pezzi, giustamente ancorché tardivamente, il Porcellum.

I leader dei partiti del patto del Nazareno (PD, FI e la oramai quasi inesistente Scelta Civica) hanno approfittato della grande occasione che si offre loro di eleggere tre giudici costituzionali (uno solo non poteva essere lottizzato…) candidando un ex-parlamentare e un parlamentare di lungo corso e un giurista Presidente in carica dell’Antitrust, disposti, a giudicare da molte loro esternazioni, a difendere gli esiti istituzionali e costituzionali delle riforme fatte. Non soltanto quasi nessuno dei parlamentari è stato coinvolto in queste scelte, ma i dirigenti dei tre partiti hanno fatto strame di qualsiasi opportunità di consentire ad un gruppo, il Movimento 5 Stelle, che è stato votato da un quarto degli italiani, di discutere delle candidature nell’ottica “rappresentativa”, sempre rispettata nella prima lunga fase della Repubblica, di esprimere un giudice costituzionale.

Ieri e oggi, una parte di parlamentari, ovviamente a partire da quelli delle 5 Stelle, si rifiuta di svolgere semplicemente il compito di passacarte dei leader dei partiti del Nazareno e del governo, per di più avendo capito perfettamente che l’obiettivo perseguito è “addomesticare” la Corte con tre nomine fortemente partitiche. A questo punto, sembrerebbe il caso che i Presidenti Grasso e Boldrini, invece di criticare i parlamentari, valorizzassero il ruolo del Parlamento che, da un lato, non può ridursi a ratificare le scelte fatte dai partiti e, dall’altro, deve tornare ad essere l’istituzione che controlla l’operato del governo. Nella misura del possibile che, purtroppo, si va restringendo, i giudici costituzionali dovrebbero rappresentare culture politiche, oramai evanescenti, e culture giuridiche, non rigide posizioni partitiche. Quando non è così, è giusto che i parlamentari esprimano con il voto o con l’astensione (comportamenti nei quali, naturalmente, possono confluire motivazioni diverse, in particolare, in questo caso, dissenso sulle riforme) la loro contrarietà a candidature imposte dall’alto. E’ contro queste imposizioni che i Presidenti delle Camere dovrebbero protestare vibratamente non prestandosi a fare da cinghia di trasmissione dei partiti firmatari dello scellerato patto del Nazareno.

Pubblicato il 27 novembre 2015

La corsa alla Presidenza della Repubblica

RadioRadicale

 

Radio Radicale 17 gennaio 2015

La corsa alla Presidenza della Repubblica: il messaggio alle Camere di Napolitano e le dimissioni del Capo dello Stato, parla Gianfranco Pasquino.

Intervista rilasciata a Lanfranco Palazzolo. Durata: 15′ 9″

QUI L’ AUDIO INTEGRALE   http://www.radioradicale.it/swf/fp/flowplayer-3.2.7.swf?30207f&config=http://www.radioradicale.it/scheda/embedcfg/431351

 

Vi dico qual è il vero identikit del prossimo Presidente

FQ
Riceviamo e pubblichiamo la vera lettera di Renzi ai militanti del PD

Cari Leggendari Militanti Dem,

non so dove siate quando non lavorate nei ristoranti delle feste dell’Unità (a proposito, che fine ha fatto il vostro leggendario quotidiano “fondato da Antonio Gramsci”?). Certo, non state facendo funzionare i circoli del PD dove non viene nessuno anche perché quello che conta non succede lì. Certo, non state cercando di convincere gli ex-iscritti a rinnovare la tessera e potenziali nuovi iscritti a farla. Peccato perché se non parlate con nessuno sarà difficile spiegare la mia, pardon, “nostra” scelta del candidato al Quirinale. Smettetela di fare i furbetti politicamente corretti e di chiedere chi sono i 101. C’erano anche dei renziani? Ebbene, sì.

Prodi?

Non pensavamo allora che Prodi potesse essere un buon Presidente della Repubblica(cosa pensiamo adesso non ve lo dico). Però, ci parrebbe utile sapere perché circa 394 parlamentari credessero nella capacità di Prodi di “rappresentare l’unità nazionale”, nelle sue competenze costituzionali, nella sua gestione del paese quando non aveva saputo neppure tenere insieme le sue due maggioranze parlamentar-governative.

La ricerca di un garante super partes

Nel frattempo, ha anche detto che non è più interessato. Prendiamolo sul serio e andiamo piuttosto alla ricerca di un (o di una) garante super partes. Naturalmente, non deve essere garante dei cittadini. Ci mancherebbe altro che fosse un “pertiniano” che si metta a criticare il mio velocissimo governo in nome dei cittadini che aspettano le riforme che tardano e che spesso neanche buone sono. Sarà opportuno che il prossimo Presidente della Repubblica si metta bene in testa che la garanzia la deve dare in primis e soprattutto a me, poi anche a Berlusconi che altrimenti non lo vota e ci crea dei problemi. So che vorreste l’identikit, ma non avete fatto attenzione a quello che ho detto nella conferenza stampa di fine con la mia compiaciuta lezioncina sulla storia delle undici elezioni presidenziali? Sette volte su undici gli eletti erano stati presidenti di Camera e Senato. Ah, dite che tutti avevano anche avuto una lunga carriera parlamentare e possedevano una sana biografia politica? Dunque, volete scoraggiare Grasso e Boldrini già ringalluzziti dall’idea che, se ci sarà stallo, potrebbero farcela? Ma se sono dei neofiti che non hanno brillato per niente nella conduzione dei lavori della loro Camera di appartenenza!

L’identikit del nuovo candidato presidente

Quel che ci vuole, cari militanti sconosciuti, è una figura di basso profilo che non abbia mai polarizzato nessuno scontro, che abbia una popolarità minima e poca inclinazione a cercarsela, che in questo parlamento non abbia nessun seguito personale, che, questo conta moltissimo, mi sia debitore della fortuna inaspettata di ascendere al Quirinale e che se lo ricordi tutte le volte (e Napolitano sa quante) avrò bisogno di lui, chiedendogli di chiudere un occhio o di lodarmi a prescindere. Ah, dite che vi sembra l’identikit di un ex-democristiano intorno ai settant’anni, uomo, ovviamente, senza né lode né gloria? Fuochino fuochino, ma, come sapete, mi corre l’obbligo di dire che non intendo partecipare al totonomine poiché io non sono coubertiniano. Partecipo per vincere. Preparatevi tutti (altrimenti la Serracchiani vi bacchetta duramente) a dire alto e forte che la mia scelta è ottima, non conflittuale, per il bene del paese.

Cari Dem, auguri di Anno Buono (ho cambiato verso)
Matteo Renzi

PS Attenzione alla autocandidatura di Pasquino, politologo, con esperienza parlamentare, conoscenze costituzionali, poco o punto condizionabile. Nessuno ha ancora fatto il suo nome. Quindi, non è bruciato. Scorgo qualche pericolo. A voi trovare il modo di sventarlo.

Pubblicato il 5 gennaio 2015 su futuroquotidiano.com

Giorgio ha fallito, avremo una successione farsa

Il fatto quotidiano
Intervista raccolta da Emiliano Liuzzi

Ha appena ascoltato il discorso del presidente Giorgio Napolitano all’Accademia dei Lincei, Gianfranco Pasquino, politologo. Lo ha ascoltato e riletto. “Conosco il presidente e l’uomo politico dal 1983, e anche questo discorso ha il limite di tutti i suoi discorsi, non va mai oltre l’approccio che storicizza e non lo sfiora mai l’autocritica, quella politica. Non affronta il tema di quello che i partiti producono, né la cultura marxista dalla quale proviene“.

L’impressione è che abbia sparato nel mucchio.

Ci può anche stare, ma se ci si mette in gioco. E mi sarei aspettato autocritica anche sull’Europa, su quella grande utopia che è l’Europa. Ma non l’ha fatto.

Se l’è presa coi populisti. Ce l’aveva con Grillo?

Soprattutto con Grillo, ma il populismo non è solo quello. E non è solo Berlusconi. Populismo è quello di Salvini, lo è stato quello di Di Pietro e il tentativo di Ingroia, sono tutti esempi di populismo.

Anche su Renzi il presidente ha cambiato idea, da un po’ di tempo a questa parte. O è solo un’impressione?

Ha cambiato atteggiamento nei confronti di Renzi. Atteggiamento e approccio, almeno da un mese e mezzo.

È Renzi il banditore di speranza in un passaggio del discorso?

Ce l’ha con Grillo, ma indirettamente anche con Renzi. Dal quale, ripeto, il presidente da un mese e mezzo ha preso le distanze. In maniera sottile, ma assai evidente.

Lei crede che Napolitano abbia fallito?

Ha vinto nell’accettare l’incarico, forse. Quando il Paese non aveva né governo né un presidente della Repubblica, ma non ha ottenuto quello che voleva. Se per fallimento si intende essersi affidati a persone mediocri, a un manipolo di ipocriti, sì, ha fallito.

Non lascia una situazione migliore: c’è un governo che senza i numeri di Forza Italia traballa e un presidente da eleggere un’altra volta senza nessuna idea.

Lui ha provato a imporre il suo candidato.

E chi sarebbe?

Giuliano Amato. Questo credo che sia una verità incontrovertibile. Ma Amato non ha i numeri del Parlamento. E dunque non riuscirà a incidere sulla successione come in un periodo si era illuso di poter fare.

Chi sarà il prossimo presidente?

Non lo so. Non credo Amato. Vedo molta confusione, autocandidature, come quella di Pietro Grasso, che rivendica il suo essere seconda carica dello Stato, l’autocandidatura di Laura Boldrini e quella di Anna Finocchiaro, ma sono loro che giocano un’altra partita.

Difficile pensare a come possa finire.

Certo, se nel 2013 fu una tragedia, ho l’impressione che si vada verso una farsa. Proporre il nome di Riccardo Muti è una farsa. Non so come possa essere venuto in mente: il Paese ha bisogno di un politico, di un uomo delle istituzioni e che conosca la Costituzione, non di uno scienziato da esportazione.

Cosa si augura che faccia Napolitano, quando sarà il momento, come ultimo atto?

Spero che non nomini nessun senatore a vita e che lui stesso rinunci alla carica, come invece gli spetterebbe. Questo spero che lo faccia, sarebbe un atto fondamentale. Non sarà così. E non ci sarà nessuno che, invece che giocare al toto nomi, tracci il profilo di un presidente del quale l’Italia avrebbe bisogno.

Pubblicata 11 dicembre 2014
intervista

Chi vuol essere #Presidente (della Repubblica italiana)?

FQ

Chi vuol esser Presidente (della Repubblica italiana)? Ci sarebbe da rappresentare, com’è scritto con estrema ed esemplare chiarezza nella Costituzione, “l’unità nazionale”. Cosicché non basta, come dichiara di sé, esemplarmente, Stefano Rodotà, già candidato dei grillini, ricordare “con amarezza” e non fare polemiche “per eleganza e riservatezza” sulla sua mancata elezione. Non basta neanche per Prodi sostenere che non c’è nessuna ferita da chiudere per l’agguato dei 101 franchi tiratori. Lo dica ai suoi loquaci e voraci sostenitori che, un giorno sì e l’altro pure, addirittura si mettono le T-shirts con quel numero, mentre noi continueremo a insistere per sapere con quali ragionamenti (o per quali ordini, “senza vincolo di mandato”) 394 parlamentari abbiano votato Prodi. Il fatto è che né l’uno né l’altro soddisfacevano allora né soddisferebbero oggi la condizione essenziale di cui sopra. Via gli uomini di parte (insieme alle donne di parte), si cominci a pensare anche a qualche altra non marginale qualità. Allora, i ventidue nomi messi in elenco da un quotidiano potrebbero essere cassati quasi tutti. E’ ipotizzabile che alcuni abbiano fatto balzi di gioia per l’inclusione, mentre i lettori più politicamente avveduti hanno sicuramente rabbrividito.

L’identikit del nuovo Presidente

Fermo restando che il first best continua a essere la prosecuzione della presidenza Napolitano fino a quando lui vorrà e potrà, qualsiasi identikit è legittimo purché argomentato. Il mio identikit preferito è un outsider, anche uomo, segnale per la Boldrini alla quale bisognerà pure fare sapere che dire “una donna” non è affatto sufficiente, sostiene “la casalinga di Voghera” che mi ha appena mandato un irritatissimo tweet dichiarando la sua immediata disponibilità (sostiene di saperne molto di più della cuoca di Lenin), bisogna dire un nome e giustificarlo convincentemente. Meglio sarebbe un professore di Scienza politica, magari emerito, con un buon passato di senatore della Sinistra Indipendente, che si è anche occupato professionalmente di istituzioni, Costituzione, legge elettorale, scrivendo importanti (sic) articoli e libri, tra cui l’ultimo dal titolo: Partiti, istituzioni, democrazie, Il Mulino 2014. Ah, assomiglia troppo al mio personale profilo? Non smentisco e non confermo. Dichiaro, però, che sono, s’intende per “puro spirito di servizio”, disponibile, ma che, purtroppo, non sono mai stato berlusconiano e non ce l’ho ancora fatta a diventare renziano. In attesa degli eventi, passo all’analisi e alla ricerca del third best.

Il duro compito dei successori

Napolitano ha spinto, per necessità e virtù, i poteri presidenziali all’estremo. I suoi successori rischiano di trovarsi in situazioni complicatissime nelle quali molto si chiederà loro, ma soprattutto indipendenza e autonomia di giudizio senza inchini al Patto del Nazareno. L’unico patto tollerabile e, in verità, fecondo, sarà quello con gli italiani. Quindi, il prossimo Presidente non dovrà essere eletto dal Parlamento dei nominati la maggioranza dei quali, altro che i 101, dà quotidianamente pessima prova di sé e dei loro dirigenti, ma dai cittadini italiani. Eccolo, è qui il very best: chi avrà il coraggio, sì, uomo e donna, di candidarsi in un’elezione popolare, chiarendo perché ritiene di avere le qualità richieste e spiegando che paese vuole rappresentare e contribuire a costruire. Dai candidati del 2013 e da quelli della lista ne sentiremmo di tutti i colori, ma potremmo farci un’opinione prima di non votare quasi nessuno di loro cercando di portare al ballottaggio i due la cui storia politica e personale, questa è la “narrazione” che conta, dia le migliori garanzie. Se, invece, com’è purtroppo altissimamente probabile, toccherà ai parlamentari nominati, dai quali non ci aspettiamo nessun scatto d’orgoglio, che almeno siano i candidandi a pronunciare qualche parola di verità e i mass media a estorcergliela. The worst has yet to come, ma, temendo il peggio, saremo in grado di attrezzarci.

Pubblicato il 12 novembre 2014 su Futuroquotidiano.it

Meglio l’elezione diretta

Dopo essersi dimostrati ignobilmente incapaci di eleggere un Presidente ed essere stati costretti a rieleggere Napolitano, la maggioranza dei parlamentari e dei dirigenti che li hanno nominati sono in attesa fervente di poterci provare un’altra volta. La notizia che Napolitano si dimetterebbe già verso metà gennaio 2015 li manda tutti in fibrillazione. Per alcuni, i “presidenziabili”, la fibrillazione è contenutissima, accompagnata da qualche frasetta ipocrita sullo “spirito di servizio” e dalla speranza che i quotidiani citino il loro nome non molto spesso (ma qualche volta, oh, sì) per non bruciarlo. Hanno tutti interpretato male le indiscrezioni dei cosiddetti quirinalisti i quali ne sanno sempre molto meno di Napolitano. Con una nota evidentemente redatta di suo pugno, il Presidente fa sapere, puntigliosamente, com’è nel suo stile, che “non conferma e non smentisce”, ma neanche aggiunge che la notizia sulle sue prossime dimissioni, annunciate già nel suo discorso di accettazione del secondo mandato nell’aprile 2013, è stata fatta circolare apposta. Il senso è che il Presidente Napolitano è irritatissimo. Ogni volta che succede qualcosa il giovane capo del governo corre dal Presidente perché vuole i consigli di Napolitano, che, non poche volte, lo ha rimbrottato e gli ha fatto cambiare idea, ad esempio su alcune nomine quantomeno abborracciate. L’economia continua a non andare affatto bene e certamente Napolitano non crede, come sostiene Renzi, che sia colpa dei tecnocrati di Bruxelles. Per sua fortuna Draghi se la cava perché abita a Francoforte, ma il suo posto al vertice dei tecnocrati è meritatissimo. E’ anche un titolo di merito per diventare Presidente della Repubblica italiana?

Il Presidente in carica ha anche fatto sapere che, a quasi due anni dalla sua non desiderata rielezione, di riforme costituzionali ne intravvede solo l’ombra, bruttina, per di più esposta “a opportune verifiche di costituzionalità” parole che, a chi sa qualcosa di costituzione, dovrebbero suonare come un severo richiamo. Con le modifiche di cui si discute a una legge elettorale che rimane indigeribile, sembra addirittura che si rompa il Patto del Nazareno, sul quale, con stile, Napolitano non ha mai fatto filtrare il suo giudizio. Se non fate le riforme, fa sapere Napolitano ai parlamentari nominati e ai dirigenti e governanti, inetti, me ne vado. Naturalmente, non darà seguito poiché non vuole lasciare il paese nei pasticci in cui si trovava una ventina di mesi fa. Lui non si vanta del suo “spirito di servizio”, ma fa parlare le sue azioni, compresa la recente tempestiva nomina dei due giudici costituzionali di sua competenza. Non confermando e non smentendo le sue prossime dimissioni, con grande delusione del Direttore de “Il Giornale”, Sallusti, e dell’editorialista principe de “Il Fatto Quotidiano”, Travaglio, curiosamente entrambi suoi critici impenitenti, Napolitano fa sapere ai parlamentari nominati e inetti che le riforme dovrebbero farle prima che tocchi loro svolgere il compito della elezione di un altro Presidente (pardon, Signora Presidente della Camera Laura Boldrini), una donna alla Presidenza della Repubblica, conoscendo il nome della candidabile si potrebbe discuterne. Questo è, infatti, quasi sicuramente contro la visione costituzionale del parlamentarista Napolitano, il problema emergente.

Probabilmente è venuto il tempo, dopo la straordinaria utilizzazione al limite dei poteri presidenziali ad opera di Napolitano, sicuramente al disopra delle parti ovvero, come, piccato dalle accuse di Berlusconi, lui stesso puntualizzò: “dalla parte della Costituzione”, che l’elezione del Presidente della Repubblica italiana non sia più nelle mani di una maggioranza, per di più artificialmente creata dal premio in seggi della legge elettorale. L’elezione di un Presidente che molti sostengono dovrebbe essere di garanzia, ma i pochi che contano vorrebbero “amico” e debitore della sua elezione, non deve più essere affidata al Parlamento, ma ai cittadini. Quello che sappiamo delle non molte (almeno nove hanno a capo dello Stato un re o una regina) democrazie europee che fanno eleggere il Presidente dai loro cittadini, è che l’eletto cerca poi di rappresentare la nazione, non il “partito della nazione”, ma il “partito dei cittadini”, anche di coloro che non lo hanno votato. I cittadini italiani non farebbero certamente peggio dei parlamentari che non hanno potuto eleggere e che non riusciranno a scalzare.

Pubblicato AGL 11 novembre 2014

La trappola dell’Italicum e i 3 problemi di Napolitano

Il sussidiario

 

Intervista di Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net
domenica 9 marzo 2014

La battaglia per la parità di genere divide il Parlamento. Un emendamento trasversale delle donne di Camera e Senato ha chiesto che nell’Italicum sia inserita una norma per fare sì che il 50% degli eletti sia di sesso femminile. “Io mi auguro che la questione di genere sia all’attenzione di tutti i gruppi politici, perché è una questione di democrazia”, ha affermato la presidente della Camera, Laura Boldrini. Per Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica all’Università di Bologna, “la questione della parità di genere andrebbe discussa in un’ottica completamente diversa, introducendo i collegi uninominali”.

La questione della rappresentanza di genere è un paravento per qualcosa di più sostanziale?
No, credo che la questione si ponga realmente, anche se le donne lo fanno con un’enfasi eccessiva e qualcuno probabilmente ci specula sopra. Aumentare la rappresentanza delle donne in Parlamento e in altri luoghi elettivi è un’operazione che dovrebbe comunque essere fatta. Che debba essere fatta come dicono le donne mi convince poco, però senz’altro l’obiettivo è nobile.

Nell’ipotesi in cui la legge ritorni alle Camere, che cosa potrebbe accadere?
In Senato le donne sono percentualmente meno che alla Camera, e a Palazzo Madama gli uomini stanno difendendo non soltanto le loro posizioni attuali, ma la loro stessa sopravvivenza. Se riescono quindi a creare una situazione tale per cui la legge diventa difficile da approvare, tanto meglio per loro.

Ci sono maggioranze trasversali capaci di modificare l’impianto dell’Italicum?
Modificare l’impianto dell’Italicum è molto difficile. Bisognerebbe riuscire a buttare a mare l’intera legge la quale però, non va dimenticato, è il prodotto di un accordo fra Renzi e Berlusconi. I due in un certo senso hanno interessi comuni, perché questa legge consente loro di nominare tutti i parlamentari.
In questo caso si potrebbe dire: basta con uomini e donne, fatevi nominare tutti da Renzi e Berlusconi. Se si vuole cambiare la legge bisogna avere un altro progetto, totalmente nuovo. La mia idea è che le donne dovrebbero combattere un’altra battaglia, ma so che non ne sono capaci, e forse non ne hanno né la voglia né il coraggio.

A quale battaglia si sta riferendo?
Le donne dovrebbero combattere la battaglia per una legge che comprenda solo i collegi uninominali, con doppio turno alla francese, e poi chiedere che ci sia il 50% di candidate donne per ogni partito. Le donne dovrebbero passare cioé dalla logica della cooptazione a quella della competizione.

Secondo D’Alimonte, Napolitano avrebbe bocciato l’accordo sul modello spagnolo. Lei che cosa ne pensa?
Intanto il modello spagnolo non è preferibile rispetto a quello attuale. Inoltre il presidente dovrebbe richiamarsi esclusivamente alla Corte Costituzionale. Sono due gli interrogativi che si deve porre Napolitano: se le liste corte bloccate non siano incoerenti rispetto a quanto ha affermato la Consulta; se il premio di maggioranza per quanto ridotto non sia comunque sgradito alla Corte costituzionale. Io ritengo che la risposta a entrambe le domande sia che sono comunque incoerenti. Il Presidente inoltre potrebbe opporsi alla possibilità di candidature multiple, che non esistono da nessuna parte al mondo.

I piccoli partiti che rischiano di scomparire riusciranno a contrastare questa legge?
I piccoli partiti dovrebbero chiedere un’unica soglia di accesso al 4,5%, mentre le tre soglie così modulate sono davvero impresentabili. Non condivido questo gioco “sporco” contro i piccoli partiti