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Le elezioni sono una cosa seria. I partiti puntino sul merito @DomaniGiornale

Condotto da più parti, dalla destra in maniera più agguerrita e diversificata, è in corso un attacco ad alcune regole formali e informali, ma anche sostanziali, che riguardano il funzionamento delle istituzioni e il modo di fare politica in democrazia. Il primo versante dell’attacco riguarda le candidature per le elezioni europee e, in misura minore, per le elezioni regionali. Qualsiasi discorso sulle candidature europee deve sempre cominciare sottolineando, ad avvertimento dei lettori e degli elettori, che esiste incompatibilità fra la carica di parlamentare europeo e quelle di parlamentari e governanti nazionali. Dunque, eletti ed elette dovranno optare per una delle cariche e se optassero per rimanere in Italia l’inganno perpetrato ai danni di chi le ha votate dovrebbe essere subito stigmatizzato. A maggior ragione quando la candidatura europea fosse utilizzata, non solo come test di popolarità, ma come modo per conquistare voti: la tentazione di Meloni. Suggerirei anche di non rivangare candidature europee passate di leader nazionali di vari partiti, poi ovviamente rimasti in Italia. Sono tutti pessimi esempi. L’uso strumentale delle elezioni europee non è destinato a rafforzare il ruolo dell’Italia, dei suoi europarlamentari e poi del suo Commissario proprio quando i prossimi cinque saranno densissimi di appuntamenti importanti e scelte decisive: riforma dei trattati e allargamento. Per l’appunto, il dibattito politico merita di centrarsi sulle posizioni e sulle proposte dei candidati e sulle loro competenze e capacità relative in special modo a quelle due grandi tematiche.

Anche nel caso delle elezioni regionali, è opportuno, nella misura del possibile, procedere alla valutazione delle prestazioni, il passato, e delle promesse/proposte delle (ri)candidature. Naturalmente, i Presidenti uscenti si presentano con un bilancio più facile da analizzare e da lodare/criticare delle proposte degli sfidanti. Già questa operazione di confronto sarebbe molto utile e offrirebbe agli elettori materiale in grado di consentire un voto meglio fondato e più consapevole. Invece, il discorso dei dirigenti di partito, soprattutto quelli facenti parte della coalizione di governo, sembra orientato verso due elementi. Primo, il riequilibrio che andrebbe a scapito della Lega e a favore di Fratelli d’Italia e, secondo, la ridefinizione del numero dei mandati consentibili.

   Sul primo punto, la questione non può non essere affidata ai rapporti di forza, ma risulterebbe molto più convincente e meno particolaristica se, come sopra, fossero utilizzati criteri che privilegiano le capacità di governo che i candidati poi vittoriosi saprebbero mettere all’opera per migliorare la vita degli elettori tutti. Qui entra in campo il criterio del buongoverno che, secondo alcuni, dovrebbe essere anteposto e prevalere sulla regola dei due mandati. Inevitabilmente, il dibattito si sposta sui nomi. In ballo non sembra essere Stefano Bonaccini, il Presidente della Regione Emilia- Romagna, in scadenza, forse pronto ad un fecondo passaggio al Parlamento europeo, quanto Luca Zaia, Presidente della Regione Veneto. La Lega non vuole rinunciare a quella Presidenza. Chiede quindi la possibilità di un terzo mandato per Luca Zaia con la motivazione che ha molto ben governato e che sarebbe un danno per i veneti se fosse costretto a lasciare. In subordine, ma difficile dire quanto, Zaia “rischia” di diventare uno sfidanti di Salvini per la guida della Lega.

La regola del due mandati per le cariche di sindaco e di Presidente di regione (a futura memoria anche per i capi dell’esecutivo nazionale, se eletti direttamente dal “popolo”) mira ad impedire incrostazioni di potere, al formarsi di reti di sostegno intorno all’eletto che lo favoriscano, ma anche che siano in grado di condizionarlo. Del terzo mandato (poi anche del quarto…) se ne potrebbe discutere, ma non in corso d’opera. Come e più che per le elezioni europee, adesso appare preferibile discutere dei contenuti e rimandare la riforma delle regole a bocce ferme. Meno opportunismo più rispetto delle regole vigenti producono una politica migliore.

Pubblicato il 17 gennaio 2024 su Domani

L’opposizione faccia proposte. Deve dare soluzioni se vuole essere convincente #intervista @LaNotiziaTweet

Intervista raccolta da Raffaella Malito

Parla Gianfranco Pasquino: “La lezione del Sud è che il campo si allarga se la coalizione è fatta bene”

In provincia di Bolzano avanza l’estrema destra. Crolla la Lega che viene doppiata da Fratelli d’Italia. Nella provincia autonoma di Trento i meloniani moltiplicano per dieci i voti di cinque anni fa, anche se calano rispetto alle politiche, e diventano il secondo partito della coalizione. A Foggia vince il campo largo con la candidata del M5SMaria Aida Episcopo. Ne abbiamo parlato con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna.

Professore come si deve inquadrare la vittoria di Foggia. È un caso isolato o il segnale che quando le opposizioni sono unite un’alternativa alla destra c’è?
“L’elemento locale conta moltissimo. Il fatto che Giuseppe Conte (leader del M5S, ndr) sia esattamente di quella zona ha una certa importanza. Però è ovvio che se l’opposizione riesce a mettersi assieme in maniera non conflittuale e senza rivendicare successi in anticipo ha possibilità di vincere. Dunque è un fatto locale da un lato, ma dall’altro anche una lezione di tipo nazionale. La politica consiste nella capacità di fare delle coalizioni stabili e che abbiano obiettivi condivisi. Questo è quello che bisogna fare. Il campo si allarga se la coalizione è fatta bene”.

Come si stanno comportando il Pd e il M5S nell’opposizione alle destre?
“Non stanno dando il peggio di sé ma non stanno neanche dando nessun segnale particolarmente originale e innovativo. Non hanno cioè la capacità di trovare i punti sui quali fare leva. Uno l’hanno trovato ed è il salario minimo e secondo me su quello devono continuare a insistere. Poi devono trovarne altri con una proposta. Il salario minimo ha il vantaggio di essere una proposta con una soluzione. Se ci si limita a dire che bisogna cambiare la sanità non basta, bisogna che dicano in che modo. Lo stesso sull’immigrazione. Giusto fare l’opposizione su punti specifici però servono proposte che siano effettivamente alternative. Bisogna sapere. in poche parole, unire la critica alla proposta e alla soluzione”.

Come giudica invece il risultato per il centrodestra da queste ultime elezioni?
“Il centrodestra rivela che continua a essere la maggioranza di questo Paese, di quelli che vanno a votare. E la parte che va più avanti è quella di Giorgia Meloni, perché FdI è un partito sul territorio e, in particolare, a Bolzano e a Trento vicino a una parte di elettorato di destra. E poi perché è il partito della presidente del Consiglio e quindi ha maggiore visibilità. Matteo Salvini (leader della Lega, ndr) fa sparate quotidiane ma non ha una linea politica. È semplicemente ondeggiante e questo non può sperare che produca voti”.

Si può dire che la vicenda umana di Meloni abbia finito per rafforzarla?
“Si può anche dirlo ma non abbiamo molti elementi per farlo. Certamente un elemento di simpatia di una parte di elettorato magari più emotivo può esserci stato. Lei ha preso una decisione brusca e brutale che sicuramente non l’ha indebolita”.

In occasione della festa di compleanno del suo governo, Meloni ha sostenuto che contro di lei ci sono state meschinità mai viste. Con chi ce l’aveva?
“Non lo so. Sicuramente c’è una parte di commentatori politici che ha posizioni pregiudiziali contro di lei. Alcune donne in particolare. Meloni invece è una donna politicamente molto intelligente e anche capace, molti la criticano anche per quello. Certe volte però, bisogna anche dire, che Meloni esagera a fare un po’ di vittimismo: dovrebbe rimanere dura e pura”.

Nel fuori onda sul suo ex compagno reso pubblico da una rete Mediaset vi legge una sorta di ritorsione della famiglia Berlusconi e di Forza Italia?
“Sono incline a non pensare a piccole vendette e ritorsioni. Anche se ci sono elementi di personalismo. Meloni che, secondo i berlusconiani. è stata creata da Silvio Berlusconi, tesi peraltro sbagliata, non è stata sufficientemente generosa e rispettosa nei confronti di Berlusconi. Capisco il risentimento. Però penso che non sia ricambiato in maniera così stupida dai berlusconiani e dalla famiglia”.

C’era un conflitto di interessi che ha finito per schiacciare la premier considerando che il suo compagno si occupava anche di politica?
“Le parentele non mi piacciono, bisognerebbe guardarsene. Poi mi ricordo però che Hillary Clinton era la moglie del presidente degli Usa, Bill Clinton. In questo caso se fossi stato Giorgia Meloni gli avrei detto al mio compagno di continuare a lavorare a Mediaset ma di non andare in video come Nunzia De Girolamo non doveva invitare il marito Francesco Boccia nella sua trasmissione”.

Quanto è successo svela una contraddizione in termini tra i proclami su Dio, patria e famiglia di Meloni e la sua vita privata?
“Quando si entra in politica lo spazio della vita privata è automaticamente ridotto. Una certa incongruenza c’è. Non può ergersi a tutrice dei valori tradizionali e poi non osservarli nella sua vita privata. Ma questo lo devono e possono valutare solo i suoi elettori”.

Che bilancio fa del primo anno di governo Meloni?
“La promessa del cambiamento non è stata totalmente recepita. Il governo ha in qualche modo galleggiato e cerca di attribuire questo galleggiamento ai governi precedenti e questo forse in parte può essere vero. Ma è un governo a cui do un 6 meno. Non vedo la prospettiva di fondo. Alcune cose non mi piacciono che sono quelle che riguardano i valori complessivi. Non mi piace l’atteggiamento nei confronti della magistratura e quello punitivo verso i migranti. È un governo che ha fatto meno male di quello che la sinistra temeva ma anche meno bene di quello che forse i suoi stessi elettori vorrebbero”.

Pubblicato il 25 ottobre 2023 su La Notizia

Tra errori e pochi soldi. La nuova destra sembra vecchia @DomaniGiornale Meloni e il governo del nuovo che non avanza

Quali sono le priorità del governo Meloni? Avremo, forse, la risposta, almeno un abbozzo, nella Legge Finanziaria? Quel che si è intravisto finora è un misto che può essere utile alla leader di Fratelli d’Italia, ma che complessivamente non produce conseguenze positive per il paese. Meloni volteggia sorridente e apprezzata, anche perché le aspettative le erano contrarie, sulla scena internazionale. Sicura atlantista, vedremo se anche sulle spese militari, Meloni tiene bassissimo il suo sovranismo, ma sta lavorando per farlo crescere numericamente e politicamente con le elezioni per il Parlamento europeo. Le difficoltà, che paiono molto più grandi di quanto i governanti siano disposti ad ammettere, stanno specialmente nell’attuazione del PNRR. Suggeriscono, però, che alcuni nodi europei stanno venendo al pettine. Quei nodi hanno radici italiane.

Nei governi di coalizione alcune differenze programmatiche sono fisiologiche. Sono anche funzionali alla raccolta dei voti che provengono da una società segmentata e frammentata, di difficile ricomposizione come dovrebbero avere imparato i teorici del campo largo. Altre differenze, invece, si traducono in comportamenti concorrenziali patologici che la leader sembra avere scelto di affrontare flessibilmente: silenzio prolungato; spostamento dell’attenzione su altre tematiche; conciliazione, ricordando agli alleati che al governo sono arrivati grazie a lei e che, se vogliono starci e tornarci, non devono prendersi troppe libertà e fare balzi né in avanti né di fianco. Finora la strategia meloniana ha funzionato anche grazie al mediocre avventurismo mediocre di Salvini e allo stato di convalescenza di Forza Italia (per la quale neppure un buon, al momento imprevedibile, risultato alle elezioni europee sarà taumaturgico).

   Con impegno puntiglioso Meloni cerca anche di colpire l’avversario principale. Si appropria, svuotandola, della tematica “salario minimo” per evitare che diventi un successo del Partito Democratico (e dei Cinque Stelle). Mira con determinazione a colpire il grande serbatoio di consenso elettorale e politico del PD che si chiama (Emilia-)Romagna. L’operazione ristoro e ripresa viene centellinata (dispiace che vi si presti anche il Gen. Figliolo). Avrà un rilancio e un’impennata quando si avvicineranno le elezioni regionali. La Finanziaria non è interamente un altro discorso perché il PIL emiliano-romagnolo e le sue propaggini contano, eccome. Almeno quanto i mal di pancia del Ministro Giorgetti al quale è cosa buona e giusta augurare una rapida guarigione anche se nei rumors che circondano l’elaborazione del Documento più importante per l’economia e la società della nazione finora non si individuano eventuali suoi apporti specifici.

    Sembra che il governo Meloni si muova ancora, in parte inconsapevolmente in parte per malposta furbizia (favorire alcuni ceti di riferimento) in parte per incapacità, nel solco di molti governi delle cosiddette Prima e Seconda Repubblica. Sembrerebbe che in ordine sparso alcuni esponenti di Fratelli d’Italia preferiscano far vedere, con affermazioni talvolta risibili, che sono i primi della classe contro il politically correct platealmente e esageratamente praticato da alcuni settori della sinistra politica e intellettuale. Ma nessuna critica di destra delinea una visione alternativa se alla pars destruens non accompagna subito la costruzione del nuovo (e francamente, con riguardo, nessuno di quegli intellettuali si è ancora dimostrato all’altezza). Neppure in ordine sparso, però, governanti, parlamentari, consulenti del centro-destra hanno finora saputo dare un segno concreto del nuovo che vorrebbero fare nascere e avanzare cosicché nell’interregno si producono degenerazioni e fenomeni morbosi.

Pubblicato il 6 settembre 2023 su Domani

Un Presidente della Repubblica molto persuasivo

In questi giorni i cosiddetti quirinalisti si affannano a difendere preventivamente il Presidente della Repubblica da eventuali, possibili critiche provenienti dalle opposizioni. Secondo molti di loro che conoscono, o almeno così dicono, i retroscena meglio della Costituzione, il Presidente sarebbe sostanzialmente obbligato dall’art. 87 a autorizzare la presentazione alle Camere del disegno di legge sulla riforma della giustizia. Però, non solo ancora non conosciamo il testo preparato dal Ministro Nordio, già ampiamente criticato su punti molto importanti, abuso d’ufficio e concorso esterno in associazione mafiosa, da esponenti di Fratelli d’Italia e della Lega, ma già sappiamo che Mattarella ha avuto un lungo colloquio con la Presidente del Consiglio Meloni proprio su alcuni punti rilevanti. Più che ipotizzabile, è certo che il Presidente della Repubblica abbia sollevato numerose obiezioni di merito.

    I quirinalisti, ma non solo, sottolineano che in questi colloqui e in altri, a seconda dei casi, il Presidente esercita la cosiddetta moral suasion. Quanto si tratti di persuasione morale è tutto da vedere e valutare. Molto più probabile è che il Presidente abbia messo in chiaro le sue perplessità suggerendo alla Presidente del Consiglio i cambiamenti necessari che non potranno essere solo cosmetici. Su almeno due aspetti, il Presidente deve essere stato molto fermo. Primo, nessuna parte della riforma può contraddire i principi dell’ordinamento giuridico dell’Unione Europea, ad esempio nel contrasto alla mafia. Secondo, nessuna riforma può essere congegnata come punitiva nei confronti dei magistrati. Agitare il cosiddetto garantismo che, un giorno bisognerà pure declinare nelle sue componenti, non implica affermare che i magistrati e coloro che li sostengono siano tutti “giustizialisti” e operino schiacciando e travolgendo i diritti dei cittadini.

   Il Presidente della Repubblica conta sull’accettazione da parte del governo di alcuni suoi rilievi. Sa anche che il governo potrebbe procedere senza tenerne conto, caso nel quale la sua autorizzazione non mancherà, ma verrà accompagnata da sue osservazioni puntuali derivanti dalla Costituzione e da quello che vige in Europa. Dopodiché, nel dibattito parlamentare, sperabilmente non troncato da apposizioni di voti di fiducia, maggioranza e opposizioni decideranno se e quali modifiche accettare e introdurre. A norma di Costituzione il testo che sarà approvato dal Parlamento tornerà sulla scrivania del Presidente (anche questo Mattarella ha sicuramente ricordato con cortesia istituzionale a Giorgia Meloni) che ha la facoltà di promulgarlo oppure di restituirlo al Parlamento con le sue critiche ai punti discutibili e anche con le indicazioni su come cambiarli e migliorarli. Questa procedura sì merita di essere configurata come in buona misura “moral suasion”. Certo, qualora la maggioranza di governo procedesse imperterrita senza cedere su nessun punto, si aprirebbe una situazione a dir poco delicatissima.

Pubblicato AGL il 16 luglio 2023

Garibaldi ha scritto un sms a Pasquino. Ecco cosa dice @formichenews

In tutti i governi di coalizione le tensioni sono fisiologiche. Ma alleati e competitor dovrebbero cominciare a preoccuparsi delle elezioni europee della primavera del 2024, e degli appoggi più o meno sovranisti che Meloni sta già trovando… Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica

La notizia è che, letti i giornali sul suo Black Berry, Giuseppe Garibaldi mi ha mandato un sms assicurandomi che l’Italia è già stata fatta e che non saranno né Calderoli né Ronzulli a disfarla. Ha aggiunto che nutre qualche timore in più sui comportamenti dei balneari e dei distributori. Più che europeista molto ante litteram, anzi globalista di sinistra, ma non ditelo al Ministro Sangiuliano, l’eroe dei due mondi sostiene anche che i bastoni fra le ruote del governo Meloni non sono soltanto quelli messi da alcuni forzitalioti in cerca di sopravvivenza e da Salvini in cerca di se stesso prima del Papeete, ma quelli che si trovano in proposte elettoralistiche imbarazzanti sulle quali adesso bisogna che il governo Meloni faccia marcia indietro. Lo ho scritto con grande nettezza Emanuele Felice (Come si evolverà la destra di governo, in “Domani” 15 gennaio 2023). Da italiano che ne ha viste tante, rimanendo con la schiena diritta e rifiutando di farsi ingabbiare nello spoils system, Garibaldi afferma che in tutti i governi di coalizione le tensioni sono fisiologiche. L’opposizione fa il suo mestiere a esagerarne l’importanza, ma la sorpresina è che, denunciando i nervosismi degli alleati, la Presidente del Consiglio un po’ li mette alla berlina un po’ li disinnesca. Questa strategia funzionerà poiché né Forza Italia né la Lega sanno dove andare.

   Ciò detto, poiché da Caprera si riesce a vedere molto lontano, all’orizzonte si stagliano due momenti della verità. Il primo è costituito dalle riforme costituzionali; il secondo dalle elezioni per l’Europarlamento. Combinare l’autonomia differenziata con il semi-presidenzialismo finora indefinito non sarà un giochino da ragazzi poco esperti. Spiegare ad una parte almeno degli elettori patrioti che approfondire i solchi, non quelli tracciati dall’aratro, del regionalismo, rafforza la Patria, richiederà più di qualche conferenza stampa a reti unificate. Quanto al semi-presidenzialismo, l’unica certezza è che gli oppositori stanno dimostrando di non sapere cosa contrapporvi se non allarmismi e formule inesistenti e sbagliate: Sindaco d’Italia o Premierato, di recente diventato flessibile, ma sempre immaginario. Poi toccherà all’elettorato nel quale sicuramente Meloni sembra fare molta più breccia di qualunque competitor.

   Alleati e competitor dovrebbero altresì cominciare a preoccuparsi delle elezioni europee della primavera del 2024 e degli appoggi più o meno sovranisti che Meloni sta già trovando. Una coalizione fra Popolari arrendevoli e Conservatori arrembanti sembra destinata, sulla base di loro varie avanzate elettorali nazionali, ad avere successo. Però, disfare l’Europa, ovvero ridimensionare  le aree di collaborazione, non soltanto non servirà a fare né l’Italia né gli italiani, ma avrà contraccolpi pesanti sull’economia. Allora, davvero, finirà per tutti la pacchia.

Pubblicato il 15 gennaio 2023 su Formiche.net

Le inadeguatezze politiche e identitarie delle opposizioni @DomaniGiornale

Come reagire di fronte alle politiche del governo di destra-centro? (In)comprensibilmente, le opposizioni stanno già dando immediata prova della loro inadeguatezza. Il governo Meloni prosegue in alcune scelte preannunciate dal governo Draghi, ad esempio, il reintegro del personale sanitario NoVax (pochi medici molti infermieri e collaboratori vari), le opposizioni si esercitano sulla critica invece di portare elementi e dati a sostegno di una politica di maggiore cautela. Il governo mette in cima alle sue priorità l’ordine pubblico (gestione e conclusione senza violenza del rave party di Modena), le opposizioni spostano, anche giustamente, l’attenzione sulla marcia di Predappio da loro poco o nulla contrastata nel passato. Il governo Meloni emana decreti, le opposizioni con la coda di paglia non denunciano la decretazione d’urgenza su tematiche sulle quali è lecito chiedere il passaggio parlamentare e sfidare la compattezza della maggioranza. Non so se possono spingermi fino a ricordare a mio rischio e pericolo al Presidente Mattarella che i decreti debbono essere omogenei come materia e che l’omogeneità non può essere data dall’urgenza, peraltro dubbia e talvolta procurata ad arte. Le opposizioni che denunciano le politiche “identitarie” pensano, forse, che l’elettorato di Fratelli d’Italia e della Lega (l’identità di Forza Italia mi è sfuggita da tempo) non apprezzi esattamente gli elementi che fanno di quei due partiti qualcosa di molto lontano e molto diverso dal PD, soprattutto, ma anche, nell’ordine, dal Movimento di Conte e dalle Azioni (proto: al plurale!) di Calenda e di Renzi? E che siano proprio le pallide/issime identità delle opposizioni, a cominciare da quella del Partito Democratico, uno dei loro problemi, quasi il principale? In effetti, il problema principale delle opposizioni è che continuano nella loro campagna elettorale permanente stando nel loro recinto ovvero cercando strapparsi reciprocamente qualche spazio e qualche voto a futura memoria, criticandosi, invece di individuare i punti di contatto e di collaborazione possibile e facendo leva su di loro.   

Nelle sue diverse uscite pubbliche, la Presidente Meloni ha richiamato la sua maggioranza alla “compattezza e alla lealtà”. I numeri delle varie votazioni finora avvenute la hanno sicuramente confortata. Forse ha anche sorriso (cosa che agli arcigni oppositori, alcuni dei quali assolutamente privi di sense of humour non riesce proprio) di fronte all’attivismo in parte folkloristico in parte patetico di Salvini che corre sempre a dichiarare per primo. Il body language di Giorgia Meloni rivela una quasi assoluta sicurezza di essere in controllo della sua maggioranza. Vero: non è “ricattabile”. Vale la pena di perdere tempo e fiato per tentare di spingerla all’indietro in un passato che non fa fatica a dichiara che non le appartiene? Si guadagnano voti e si incrina la maggioranza con il richiamo di una storia che probabilmente la maggioranza degli italiani non conosce a sufficienza e certo reputa meno inquietante del prezzo del gas e del costo del carrello della spesa? No, il governo Meloni non cadrà e non cambierà linea leggendo i tweet di Letta, Conte e Calenda e neanche quelli del manovriero Renzi. In una democrazia parlamentare una opposizione intelligente sposta la battaglia nelle Commissioni e nelle aule del Parlamento. Si attrezza per il controllo di quello che il governo fa, non fa (sic), fa male e per la controproposta che farà ossessivamente circolare sui mass media grazie ai suoi intellettuali da talk show e nelle circoscrizioni elettorali grazie ai suoi molti parlamentari paracadutati/e.

Pubblicato il 2 novembre 2022 su Domani

Come fare un buongoverno con il venerabile Manuale Cencelli

Il silenzio di Giorgia Meloni e il suo attendismo sul discutere i nomi dei ministri prossimi venturi sono una buona strategia, raccomandabile anche ai troppi commentatori di lungo corso che si stanno esibendo in poco originali critiche al famoso/famigerato Manuale Cencelli. Per valutare e eventualmente per criticare, meglio tornare ai principi fondamentali sui quali si costruiscono i governi di coalizione. Ai partiti che ne fanno parte viene attribuito un certo numero di ministeri con riferimento ai voti che hanno ottenuto, ma anche al peso e all’importanza dei Ministeri che, sottolineo, il Manuale Cencelli indicava con accurata precisione. Su questo piano, è evidente che Fratelli d’Italia avrà, oltre alla carica di Presidente del Consiglio, anche almeno altre tre o quattro Ministeri importanti. Un ministero importante ciascuno spetterà alla Lega e a Forza Italia. Quali ministeri dipende da valutazioni politiche molto complesse. Farò pochi, ma rivelatori, esempi. Il primo riguarda l’Europa.

   Per mandare un segnale non troppo sovranista, Meloni potrebbe nominare Ministro degli Esteri un esponente di Forza Italia che è il partito europeista della sua coalizione. I contrappesi potrebbero essere i due sottosegretari e, eventualmente, un esponente di Fratelli d’Italia a Ministro dei Rapporti con l’Europa. Sappiamo noi e sa Meloni che sull’europeismo fortissima è la vigilanza del Presidente della Repubblica che l’ha già clamorosamente esercitata (e che l’anticiperebbe anche in maniera confidenziale per telefono!) All’Economia e alla Transizione ecologica dovranno certamente andare due persone di riconosciuta competenza. Meloni è tutt’altro che incline a fare affidamento su ministri “tecnici”, ma in questo caso potrebbe essere costretta a fare una eccezione o due a meno che ricorra a qualcuno non parlamentare che ha già ricoperto la carica di Ministro. Lei stessa molto critica del reddito di cittadinanza vorrà nominare al Lavoro qualcuno che ne attui una profonda revisione. Infine, se le è giunta la preoccupazione di alcuni ambienti esteri sulla inclinazione dei sovranisti ungheresi e polacchi a controllare (manipolare) la magistratura e le università, quei ministri dovranno essere al disopra di ogni sospetto, ma i nomi che al momento circolano, proposti anche dalla Lega, proprio non lo sono.

   Il Manuale Cencelli prevedeva giustamente di includere nell’assegnazione delle cariche anche le Presidenza di Camera e Senato. È possibile sostenere che almeno una di quelle cariche vada, come segno di distensione, a un esponente dell’opposizione che, però, a causa delle sue divisioni e conflittualità, è legittimo pensare non sarebbe in grado di farne un uso benefico per il buon funzionamento delle istituzioni. Combinare competenza e esperienza per un partito che per la prima volta si affaccia al governo della Nazione (della Patria) non sarà facile. Mi rimane un interrogativo, mai preso in considerazione dal Manuale Cencelli: la donna Meloni si orienterà anche verso la parità di genere? 

Pubblicato AGL il 30 settembre 2022

Meloni vince, ma il rischio è la Lega debole. Parla Pasquino #intervista @formichenews

Ma quale rischio democratico, spiega il prof. Pasquino a Formiche.net, il problema principale per Giorgia Meloni sarà una Lega sotto il 10% che potrebbe scalpitare per far sentire la sua voce. Il Pd? Altro che occhi di tigre, piuttosto piedi di elefante…

Intervista raccolta da Simona Sotgiu

I numeri non sono ancora definitivi, ma non sono incoraggianti. L’affluenza per queste elezioni politiche è di circa 10 punti percentuali in calo rispetto alle politiche del 2018, attestandosi su poco più del 64%. Al di là dell’astensione, il cui dato non fa certo sorridere, è ormai chiara la vittoria del centrodestra a trazione meloniana sul centrosinistra guidato da Enrico Letta.

Formiche.net ha chiesto un commento al professore emerito di scienza politica e accademico dei Lincei Gianfranco Pasquino.

Professore, cosa dice il calo dell’affluenza?

La crescita dell’astensione è fisiologica, cresce da anni, e certamente non riflette quanto, per molti di noi, queste elezioni siano importanti. Il risultato del voto quindi non riflette il senso che tanti cittadini hanno dato a questo voto. Però dice anche che dare per scontato che gli elettori vadano a votare non paga, che immaginare che un candidato forte possa trascinare l’elettorato storico è un ragionamento ormai sbagliato anzi, forse anche controproducente.

Chi premia l’astensione?

L’astensione non premia nessuno e non punisce nessuno, però se pensiamo al partito che storicamente è riuscito a mobilitare di più sicuramente possiamo dire che a rimetterci di più è il Partito democratico. I candidati e le candidate non hanno lavorato abbastanza per portare gli elettori al voto, e l’astensione lo dimostra. Altro che occhi di tigre, direi piuttosto zampe di elefante!

Professore, con la destra al governo c’è davvero il rischio democratico?

Non ho mai condiviso l’idea di far crescere la percezione del rischio per far rifluire gli elettori al voto, e certamente non c’è un rischio democratico all’orizzonte. Ho due timori, comunque, molto concreti con un centrodestra a trazione Meloni al governo.

Iniziamo dal primo…

Il primo timore riguarda la confusione nel centrodestra. Forza Italia con percentuali molto basse rischia di non essere un contrappeso sufficiente rispetto a Fratelli d’Italia molto forte. Una Lega al di sotto delle aspettative, poi, è una mina vagante: per farsi notare farà la voce grossa, e questo sarà un problema per la tenuta unitaria del centrodestra.

Il secondo?

Il secondo riguarda l’approccio che Giorgia Meloni sceglierà di avere con l’Europa. Se farà la sovranista e si porrà con un muro contro muro con l’Ue per l’Italia sarà un problema, e non piccolo.

Pubblicato il 25 settembre 2022 su Formiche.net

Sic transit Draghi

Alla domanda del Presidente del Consiglio Draghi, solenne e ripetuta tre volte: “siete pronti a costruire un nuovo sincero patto di fiducia?”, la risposta di quel che resta del Movimento 5 Stelle è stata, insinceramente, che il patto non l’avevano rotto loro. La risposta di Lega e Forza Italia è stata: “no, vogliamo negoziare un nuovo governo con un ampio ricambio nelle cariche ministeriali”, implicitamente perseguendo il loro obiettivo principale, ovvero l’emarginazione dei Cinque Stelle. Poiché l’obiettivo di Draghi, condiviso con il Presidente della Repubblica, consisteva nel tenere insieme tutti coloro che avevano dato vita al suo governo, tutti gli spazi di continuazione si sono bruscamente chiusi. Senza possibilità di recupero. Peggio, però: invece, di assumersi a viso aperto le loro responsabilità politiche, Forza Italia, la Lega e il Movimento 5 Stelle hanno annunciato la non-partecipazione al voto. Poiché il voto di fiducia si esprime attraverso l’appello uninominale, gli italiani, in nome e per conto dei quali i parlamentari sostengono di lavorare, rappresentandoli, non sapranno come il “loro” Senatore/trice ha effettivamente votato. II novantacinque “sì” (Partito Democratico e LiberieUguali) ottenuti da Draghi non sono numericamente e, meno che mai, politicamente sufficienti per rimanere in carica. Dobbiamo augurarci che nessuno li utilizzi per qualche oscura manovra parlamentare.

   Una legislatura inizialmente dominata dagli opposti populismi di Cinque Stelle e Leghisti, continuata con Cinque Stelle e Partito Democratico, si conclude con la rovinosa sconfitta di uno dei governi italiani migliori di sempre per quello che ha fatto, per quello che ha impostato, per il suo prestigio in Europa e per la autorevolezza e credibilità del suo Presidente del Consiglio. Tutto sostanzialmente irripetibile. Naturalmente in una democrazia parlamentare i governi nascono, si trasformano, muoiono in parlamento. Agli elettori viene regolarmente affidato il compito di valutare quello che i partiti da loro votati e i parlamentari da loro eletti hanno fatto, non fatto, fatto male. Chiedere agli elettori di risolvere i conflitti di Palazzo, illuminare tensioni oscure, stigmatizzare ambizioni inconfessabili non è un modo democratico di operare. Chiamare gli elettori italiani a votare con qualche mese di anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura, marzo 2023, senza spiegare le conseguenze costose dell’anticipo, prima fra tutte le probabilmente grande difficoltà a completare tutte le opere richieste e abbondantemente finanziate dal Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza, è molto grave. Certamente non serve per educare i cittadini alla complessità della politica. La fine brusca e brutale del governo Draghi segnala che alcuni partiti italiani perseguono il potere in sé prima che il potere per attuare il programma indispensabile al rilancio dell’Italia. La situazione, nazionale e internazionale, è davvero brutta.  

Pubblicato AGL il 21 luglio 2022

I partiti che vogliono la crisi hanno fatto i conti? @DomaniGiornale

Cinque stelle cadenti, fibrillanti, deluse e deludenti, anche se escono dal governo, non riusciranno, numericamente, a privarlo della maggioranza. Politicamente, di certo Mattarella lo ha fatto sapere alto e forte a Conte, faranno un errore e, soprattutto, un torto, più che altro di immagine, quella che deriva da instabilità/inaffidabilità, all’Italia poichè il governo potrà continuare. “Tiremm innanz” dirà Maio Draghi che, giustamente, non vuole fare pagare al paese il prezzo delle bizze di Conte che ha bisogno di fare la faccia feroce per dimostrare di essere quel capo politico che per provata flagrante mancanza di capacità (e di umiltà di apprendimento) non riuscirà mai a diventare. Fuori all’aperto, libero e svincolato, il Conte incontrerà forse il Di Battista errante, ma quante divisioni di elettori avranno mettendosi insieme? E chi di loro due ha in qualche modo dimostrato di saperli raggiungere, convincere, organizzare e motivare ad andare alle urne? Con quali premesse, prestazioni e promesse? Quale “visione” sta elaborando il Conte, con l’aiuto, indispensabile, di chi? Di un paio di giornalisti e qualche sociologo di riferimento?

   Altra storia sarebbe, sarà, se ad andarsene, più o meno inopinatamente, fosse la Lega di Salvini (quella di Zaia, Fedriga, Giorgetti soffrirebbe, ma si presterà all’obbedir tacendo). Preferibile è continuare a vedere il salasso di punti di sondaggi a a favor della granitica Meloni sperando di recuperare quando gli elettori valuteranno positivamente l’operato della Lega di governo oppure andare ad una tambureggiante campagna elettorale all’insegna del “prima gli italiani” che non si fanno di cannabis, che vogliono meno tasse e più lavoro (no, non anni di lavoro in più!), senza concessioni ai figli di immigrati comunque da integrare evitando scorciatoie?

   Il Presidente del Consiglio guarda e va avanti. Gode di una rendita di posizione e, ce lo ha fatto sapere, un altro lavoro è in grado di trovarselo da solo. Però, quel che non ci ha detto è che risanare e rilanciare (Ripresa e Resilienza) è il compito di una vita, quasi una missione. Dunque, che Conte vada, pazienza; che Salvini continui pure a scalpitare, magari essendo più esplicito in richieste ricevibili, ma rimanga, altrimenti il precipizio della crisi di luglio inghiottirà i cauti e gli incauti.

   Chi vede lungo, ma neanche troppo, non può fare a meno di rilevare che nessuno dei potenziali crisaioli ha, stando così le cose, nulla da guadagnare da elezioni anticipate con la campagna elettorale che inizierebbe ad agosto. Con qualche abile e legittima manovra, il Presidente Mattarella potrebbe anche insediare un governo elettorale che terrebbe a bagnomaria i Cinque Stelle, i leghisti di Salvini e gli speranzosi Fratelli d’Italia. A mio modo di vedere c’è ancora un campo molto largo nel quale ognuno abbia la possibilità di portare un tot di penultimatum a suo piacere. Potrebbero anche utilizzare sei-otto mesi non nello sterile e infantile gioco del pianta-bandierine proprie e strappa le bandierine altrui. Addirittura, si inizierebbe a cogliere tutti insieme qualche frutto del buon uso del PNRR. E, per chi ne ha bisogno, forse sarebbe possibile affermare che il sacrificio di stare al governo è servito proprio a make Italy great again. No, non concludo con nessun richiamo al senso di responsabilità e al patriottismo. Ma /i crisaioli qualche calcolo costi/benefici hanno almeno iniziato a farlo?

Pubblicato il 6 luglio 2022 su Domani