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Due scommesse di puro azzardo

Si rallegrino gli elettori e le elettrici del Movimento Cinque Stelle e della Lega. I due movimenti hanno finalmente dato corpo alle più importanti promesse programmatiche fatte in campagna elettorale e inserite nel Contratto del Governo per il cambiamento: reddito di cittadinanza e quota 100. È stata un’operazione complessa tradotta in un decreto di 24 pagine che contiene 26 articoli, paritariamente distribuiti: 13 per il reddito di cittadinanza (che, incidentalmente, contiene anche le “pensioni di cittadinanza”) e 13 per i criteri, 62 anni di età e 38 anni di contributi, per andare in pensione. Sul merito si possono fare molte osservazioni cominciando dal fatto che, da un lato, il reddito di cittadinanza ha un predecessore, il Reddito di Inclusione, elaborato da un governo a guida PD; dall’altro, che “quota 100” vuole smontare la riforma Fornero (ministra nel governo Monti). Ci riuscirà, con esiti, però, che molti esperti ritengono discutibili e rischiosi in un paese nel quale è cresciuta l’aspettativa di vita, ma stanno diminuendo in modo preoccupante le nascite. La seconda osservazione è che, come specificate nel decreto, le modalità di accesso al reddito di cittadinanza e la sua concessione appaiono molto complesse e richiederanno un’efficienza degli organismi burocratici inusuale in Italia, anche per sventare le temute infiltrazioni dei “furbetti” alla cui punizione sono, infatti, dedicati alcuni appositi articoli. La terza osservazione attiene al procedimento legislativo prescelto dai governanti. Il Parlamento italiano non si è ancora rimesso dall’umiliazione subita neppure tre settimane fa in occasione dell’approvazione della Legge di Bilancio, la famigerata manovra, tradotto in un maxiemendamento per la lettura (sic) del quale il Senato ebbe a disposizione quattro ore, e sul quale il governo pose la fiducia. È davvero riprovevole che su due tematiche qualificanti dell’azione di governo, forse, addirittura dell’intera legislatura, Cinque Stelle e Lega abbiano deciso di procedere con un decreto che, lo ricordo, deve essere approvato da entrambe le Camere entro sessanta giorni, sul quale, dunque, è assolutamente probabile che sarà posta la fiducia. Infine, è la stessa filosofia economica sulla quale si fondano reddito di cittadinanza e quota 100 a meritare una riflessione finora appena accennata. Fondamentalmente, il decreto ha caratteristiche redistributive. Per di più, cade in una fase nella quale l’economia europea sta probabilmente entrando in stagnazione, dimostrando quanto dipende davvero dalla locomotiva tedesca che, purtroppo per tutti, ha rallentato fino quasi a fermarsi, e l’economia italiana è in bilico tra stagnazione e recessione. Grillo non parla più di “decrescita felice”, ma recessione significa proprio decrescita che, però, non è affatto felice. Purtroppo, Di Maio e Salvini, troppo flebilmente smentiti da Tria, latitante Conte, si comportano da giocatori d’azzardo puntando su una crescita praticamente irrealizzabile.

Pubblicato AGL il 18 gennaio 2019

L’augurio è che sull’Italia il Presidente abbia ragione #Mattarella #discorsoallanazione #discorsodifineanno

Elegante, sereno, più disinvolto che nei suoi precedenti messaggi di fine d’anno, persino pungente, il Presidente Mattarella ha delineato l’immagine di un’altra Italia sociale e politica, possibile. E’ un’Italia nella quale le persone hanno fiducia in se stesse e negli altri, collaborando e usando al meglio le loro energie, anche morali, nella quale chi si sente solo/a trova aiuto immediato nelle Forze dell’ordine e la sicurezza non dipende dai soldati nelle strade, ma dal sentirsi parte di una comunità, dall’avere salute, lavoro, istruzione, opportunità, nella quale alle associazioni no profit non si fa pagare una “tassa sulla bontà” (il governo ha detto che rimedierà, ma meglio ricordarglielo esplicitamente).

All’Italia politica, nient’affatto separata da quella sociale, anzi, sua espressione, il Presidente ha fatto non pochi rimproveri. Ricordata l’importanza dell’Europa che si avvia al rinnovo del Parlamento dell’Unione, Mattarella ha rimarcato che la faticosa approvazione della Legge di Bilancio è stata ottenuta schiacciando il Parlamento, impedendo una discussione ampia e approfondita di tematiche e politiche complesse fra i rappresentanti del popolo ridotti a passacarte. Mattarella ha anche sottolineato di avere avuto poche ore di tempo per leggerla e valutarla e di averla firmata rapidamente soltanto per evitare un dannoso esercizio provvisorio. Ha preannunciato grande attenzione sui numerosi provvedimenti che il governo dovrà emanare per dare attuazione a quanto previsto nella Legge di Bilancio.

Si potrebbe leggere nelle parole del Presidente quasi una manovra alternativa ispirata a una visione differente da quella del governo, da approvare in maniera più rispettosa delle competenze specifiche delle istituzioni. Il Presidente, che ha il diritto di esprimere le sue preferenze e valutazioni, poiché, come stabilisce la Costituzione, “rappresenta l’unità nazionale”, avrebbe certamente preferito un iter e contenuti diversi da quelli imposti dal governo giallo-verde.  Nel discorso di insediamento, Mattarella si era ritagliato il ruolo di arbitro. Per restare in metafora, l’arbitro ha dovuto fischiare alcuni falli plateali della squadra di governo e ha comminato alcune doverose ammonizioni. La partita continua e, a sua volta, Mattarella si sentirà obbligato a svolgere il suo ruolo di arbitro anche, credo sia giusto aggiungere, cercando di supplire all’evanescenza delle opposizioni, in maniera soffice, ma sempre nel rispetto delle regole costituzionali.

Il Presidente ha espresso grande fiducia nel paese e nelle sue risorse. Forse poteva, ma non è nel suo stile, criticare con maggiore forza alcuni comportamenti degli italiani, non solo quelli, davvero deplorevoli, degli ultras, a loro volta rappresentativi della degenerazione del tifo calcistico. Non resta che sperare, insieme al Presidente, che i buoni sentimenti e le buone politiche prevalgano. Personalmente, sono molto meno ottimista di Mattarella, ma mi auguro abbia ragione lui.

Pubblicato AGL 2 gennaio 2019

Lega pimpante. In affanno il Movimento

Il Movimento 5 Stelle è da qualche settimana entrato in affanno. Il passaggio da ampio contenitore della insoddisfazione e della protesta, entrambe spesso giustificabili, degli italiani a componente di una coalizione di governo che deve tradurre il programma in decisioni politiche si è rivelato molto complicato. Gradualmente, ma inesorabilmente, il Movimento ha perso consensi, mentre, altrettanto inesorabilmente e continuamente, la Lega è cresciuta nei favori dell’elettorato. In parte responsabile della crescita della Lega è stato il fenomeno/problema dell’immigrazione, ritenuto il più importante da una quota molto elevata di elettori. In parte è stata la figura fisica di Salvini presente con le sue ruspe e le sue felpe un po’ dappertutto sul territorio nazionale e, quel che più conta, con una base solida e diffusa capace di amplificarne il messaggio. Il Movimento non sembra essersi reso conto che la piattaforma Rousseau può servire al massimo al suo funzionamento interno e ai suoi processi di comunicazione. Non serve, invece, in nessun modo a entrare in contatto con gli elettori, a rassicurare, spiegare, ampliare il consenso per quanto è stato fatto dal governo, a cominciare dal decreto “dignità”. In un certo senso, la politica tradizionale, quella che, tutto sommato, pratica la Lega, facendo affidamento anche su una fitta rete di amministratori locali che il Movimento ha solo in parte e che sono meno preparati, perché neofiti, dei leghisti, ha dimostrato la sua superiorità sulla nuova politica che vorrebbero i pentastellati.

Nella lunga trattativa con la Commissione Europea per la riscrittura della Legge di Bilancio, mentre Salvini ha insistito imperterrito sulla sua volontà di tenere conto anzitutto degli interessi di sessanta milioni di italiani, Di Maio si è limitato a porre l’accento sul reddito di cittadinanza che riguarderà pochi milioni di italiani. Inoltre, chi ha il compito di mediare fra la Commissione e le preferenze dei due contraenti del patto di governo, il Presidente del Consiglio Conte, vicino ai pentastellati, non ha sicuramente la presenza fisica e l’energia di Salvini e ne viene spesso offuscato. Tutti questi elementi, dalla perdita di consenso alla diminuzione della visibilità politica hanno fatto emergere le prime critiche alla leadership di Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento. Pur lasciando da parte le disavventure della ditta di famiglia e del padre, è apparso evidente che Di Maio non ha la statura del governante come Salvini. Qualche cenno di Beppe Grillo e qualche dichiarazione sparsa di aderenti al Movimento segnalano preoccupazioni. Come già accaduto nel recente passato, la figura di Alessandro di Battista ha fatto la ricomparsa dai luoghi del suo anno sabbatico di astensione dalle cariche politiche. Le esternazioni di Di Battista, che scavalcano le posizioni più moderate di Di Maio che deve tenere conto del suo ruolo di governo, indicano che un’alternativa è possibile, ma la sua stessa esistenza rischia di indebolire il Movimento.

Pubblicato AGL il 18 dicembre 2018

Con gli italiani è difficile fare i conti

Perché hanno tanta difficoltà, i giallo-verdi a scrivere la Legge di Bilancio per il 2019? Non dovrebbe essere stato messo tutto nero su bianco nelle lunghe settimane trascorse a stilare il “Contratto di Programma? Dovrebbe essere sufficiente riprendere in mano quel Contratto, leggerlo e tradurlo in cifre: voilà, la Legge di Bilancio sarebbe fatta. Invece, no. Affiorano divergenze su quanto e su come, anche su quando. La prima importante ragione delle difficoltà, che nessun ricorso a parole manipolatorie consente di superare, è che nella campagna elettorale il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno promesso troppo, l’hanno promesso separatamente agli elettori che volevano conquistare e adesso non sono in grado di mantenere congiuntamente le loro eccessive promesse.

Non è possibile ridurre le tasse in maniera consistente e, al tempo stesso, introdurre il cosiddetto “reddito di cittadinanza” per cinque milioni di italiani. Non è neppure possibile, anche se di questo si discute meno, cancellare, come proclama Salvini, la legge Fornero sulle pensioni e istituire, come vuole Di Maio, le pensioni di cittadinanza. Costretti a ridimensionarsi, Di Maio sta prendendo in considerazione l’idea di concedere il reddito di cittadinanza inizialmente a un numero parecchio più contenuto di italiani, mentre Salvini ha già accettato che la flat tax, cioè, una tassa davvero “piatta” con un’aliquota uguale per tutte (che, peraltro, sarebbe incostituzionale violando i “criteri di progressività), diventi in realtà una tassa gobbuta con tre scaglioni. Inoltre, questa tassa oramai gobbuta dovrebbe, all’inizio, riguardare soltanto alcune categorie di contribuenti. Difficile dire, ma non è da escludere, che, almeno in parte, siano gli stessi (poco) contribuenti che, avendo evaso le tasse, potranno concludere la cosiddetta pace con il fisco (salvo ricominciare la loro guerriglia appena se ne ripresenti l’occasione). Però, non è pace fiscale, ma un ennesimo condono che, almeno a giudicare dai precedenti, non porterà molti soldi nelle casse dello Stato.

Poiché, fatti e rifatti, i conti non tornano, un giorno Salvini dice che bisogna sforare il tetto dell’impegno preso con la Commissione Europea all’insegna del “prima gli italiani”. Il giorno dopo annuncia che, meglio di no, bisogna soltanto sfiorare quel tetto. Di Maio non sembra riuscito a escogitare verbi migliori cosicché se la prende con il suo Ministro dell’Economia Giovanni Tria, imponendogli di trovare i soldi. Con il Presidente del Consiglio, al quale dovrebbe spettare la parola decisiva, che si barcamena, è possibile una sola conclusione dotata di alta probabilità di realizzazione. Il balletto delle cifre continuerà durante e anche dopo l’approvazione della legge di bilancio, con la previsione di una manovrina primaverile prima delle elezioni europee. Gli impegni presi con gli italiani non saranno mantenuti e Cinque Stelle e Lega andranno alla caccia di un capro espiatorio: l’Unione Europea, i burocrati e tecnocrati di Bruxelles.

Pubblicato AGL il 21 settembre 2018

L’inesorabile cambiamento degli italiani

Inesorabili, settimana dopo settimana, tutti i sondaggi registrano che il consenso al governo Cinque Stelle-Lega e al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte si situa stabilmente sopra il 60 per cento. La somma dei voti ottenuti dai due movimenti il 4 marzo fu di poco superiore al 50 per cento. Nel frattempo, le spesso controverse affermazioni di Salvini, le sue durissime politiche contro l’immigrazione, le sue critiche sovraniste all’Unione Europea gli hanno fatto guadagnare molto appoggio popolare e la Lega tallona le Cinque Stelle. Con il suo decreto dignità, Di Maio arranca e non sfonda. Si barcamena sulla TAV e va alla ricerca di qualche tema che gli procuri un’impennata nei sondaggi. Appare improbabile che ci riesca. Chi proprio non riesce a cambiare marcia e a rendersi rilevante è il Partito Democratico. Sostanzialmente ossificato, tuttora roso da contrasti interni, non è bastato il gesto simbolico di tenere una riunione della segreteria del partito a Tor Bella Monaca, luogo ignoto alla (quasi) totalità dei partecipanti che non vi torneranno più. Il Partito Democratico non è il partito delle periferie, nelle quali rarissimamente c’è un Circolo PD. È un partito periferico al dibattito e al confronto politico in Italia. Non basterà il percorso che conduce alle votazioni per il segretario a mettere nuova linfa in un corpo che si trascina stancamente. Molta rassegnazione sta emergendo nei ranghi degli oppositori. Si leva solo qualche voce di scrittore le cui capacità di aggregare consenso (mi) sono ignote. Sembra che, da un lato, gli oppositori stiano attendendo passi falsi dei governanti. Dall’altro, contano sulla comparsa di contraddizioni, ad esempio, in autunno, sulla legge di bilancio e nella prossima primavera 2019 in occasione delle elezioni europee. Pochi si sono accorti che dentro il governo esistono due, forse, tre pompieri pronti a domare scontri incendiari: il Presidente del Consiglio, il Ministro dell’Economia (Tria) e il Ministro degli Esteri (Moavero Milanesi). Privi di base politica autonoma, tutt’e tre sanno di avere l’occasione della vita e fa(ra)nno il loro meglio per la durata del governo. C’è, però, qualcosa che conta di più sia per la durata di questo governo sia per il futuro. Nessuno s’era davvero accorto quanto i nostri concittadini, fossero cambiati. L’entità del voto del febbraio 2013 alle Cinque Stelle è stato un avvertimento sottovalutato, con troppi commentatori che denunciavano l’inconsistenza e incoerenza di molti punti programmatici e attendevano l’esplosione del Movimento. Che un “nordista” potesse ottenere consenso e voti al Sud è stato considerato miracoloso, ma, nel frattempo, quel consenso si espande. Elettori penta stellati e leghisti sono attorno a noi. Non li abbiamo presi sul serio nelle loro critiche, insoddisfazioni, preoccupazioni. Non li abbiamo capiti. Questi elettori italiani non cambieranno facilmente idea. Oggi, come raramente nel passato, il governo giallo-verde rappresenta la maggioranza della società italiana.

Pubblicato AGL il 1° agosto 2018

Tutti i segnali di un Gentiloni-bis

Intervista raccolta da Federico Ferraù per ilsussidiario.net

Renzi non vuole più metter mano alla legge elettorale? Dovrà ricredersi. Ma sarà battuto da Berlusconi in campagna elettorale. E prima della Sicilia viene la Germania.

Renzi non vuole più metter mano alla legge elettorale? Dovrà ricredersi. “Dovranno farla, dovranno comunque armonizzare le due leggi risultanti dalle due sentenze della Corte costituzionale” spiega il politologo Gianfranco Pasquino. “Mattarella glielo farà sapere con grande chiarezza, anche se non rinuncerà al suo stile felpato”. A quel punto, in un sistema proporzionale, conteranno la composizione delle liste e i capilista; il resto lo faranno i leader in campagna elettorale. E Berlusconi potrebbe fare ancora una volta la differenza.

Ma cosa cambierà prevedendo solo un’armonizzazione delle due leggi esistenti?
Cosa potrà succedere in termini di risultato, lo sanno solo le sibille e gli astrologi, insieme ad alcuni grandi politologi che prevedono il futuro… Le leggi proporzionali sono usate in tutta Europa, con l’eccezione della Francia e del Gran Bretagna. Non distruggono nessuna democrazia parlamentare, anzi consentono un voto che io definisco “sincero”.

Perché sincero?
Perché in un menù di sette-otto pietanze, gli elettori scelgono quella che piace loro di più. A maggior ragione sapendo che il loro voto consente al partito votato di superare la soglia di accesso al parlamento.

Siamo ancora lontani dal voto, però il consenso di Renzi è in calo, quello di M5s non si sa, quello di Berlusconi pare in crescita.
Spero che parlamentari, commentatori e sondaggisti convengano almeno su un punto: le campagne elettorali possono fare la differenza. Nel novembre del 2012 Bersani era in vantaggio di 7-8 punti, ma riuscì a bruciarli tutti. Quanti errori riusciranno a inanellare quelli di M5s? Quante stupidaggini riusciranno a dire alcuni esponenti del Pd? Quali novità Berlusconi introdurrà in campagna elettorale? Poi ci saranno fattori esterni. Si voterà a febbraio-marzo, senza milioni di migranti in arrivo a Lampedusa.

Uno di questi fattori potrebbe essere la legge di bilancio varata due mesi prima?
Il governo Gentiloni ha il dovere morale di fare la legge di bilancio migliore possibile, anche se può colpire gli interessi di qualcuno. Padoan e Gentiloni avranno la forza, il coraggio e lo spazio per fare la legge che serve al paese? Non lo so. Se faranno una leggina, questa condizionerà in peggio la campagna elettorale, avvelenandola.

Ne è sicuro?
Sì, gli italiani sono maturi e smaliziati e capirebbero subito il gioco di una legge fatta apposta per conquistarne il favore contro l’interesse del paese.

Come dovrà essere la legge di bilancio?
Rigorosa, preveggente, in grado di accompagnare la crescita. Direi, in una parola, keynesiana.

La sinistra è divisa in due, il Pd e il non-Pd. Come andrà a finire?
Lei fa benissimo a parlare di non Pd, infatti avrei qualche problema a mettere il Pd nella sinistra perché una parte è di sinistra, l’altra no. Pisapia mi pare inconcludente, a cominciare dalla denominazione e dunque dal progetto: Campo progressista. Occhetto aveva ragione quando diceva che la sinistra dev’essere una carovana, qualcosa che è in movimento, in viaggio. E viaggiando raccoglie persone che interagiscono tra loro, esprimono interessi, preferenze, ideali, emozioni. La sinistra non è un campo predeterminato con un perimetro, se è così muore.

Però la carovana dev’essere attrattiva per farsi votare.
Certo. Deve trovare persone che non si limitino a fare i buffoni in tv, ma che dicano: “abbiamo proposto questo, non ci hanno voluto ascoltare e queste sono le conseguenze. Ora ti chiediamo il voto perché questo è quello che vorremmo fare”. La sinistra, non solo in Italia, è un luogo plurale. Non si può sperare che ci sia un’unica persona che dà la linea.

Ma ci può essere un raggruppamento senza leader?
Prima di arrivare al leader, occorre chiedersi ciò che serve nella presente situazione. Proprio perché si vota con il proporzionale, conteranno la lista dei candidati in ciascuna circoscrizione e il loro capolista. Dovranno essere persone che vivono nella circoscrizione, e che ottengono i voti per la loro storia personale, politica o professionale. Se poi c’è un Pisapia che sovrintende tutto, ben venga, se si trova qualcuno migliore di lui, meglio ancora.

D’Alema, Bersani?
No, hanno capacità ma sono distrattivi. Potrebbe essere Speranza, potrebbe essere lo stesso Pisapia se smettesse di andare in giro ad abbracciare gente e cominciasse a dire qualcosa sulle priorità della sinistra.

Primi appuntamenti importanti sono le elezioni in Sicilia e in Lombardia l’autunno prossimo.
Io so di un appuntamento che viene ancora prima e si chiamano elezioni tedesche. Personalmente mi attendo una socialdemocrazia tedesca che dimostri di essere in crescita.

Però Schulz ha perso male in Nordreno-Westfalia dove era addirittura il favorito.
Vero. Però mi consente di mantenere la speranza? Se la Spd vincesse, sarebbe un segnale buono anche per la sinistra italiana. In ogni caso, quelle elezioni manderanno un segnale politico e a quel governo tutti dovremo fare attenzione, perché sarà quello che avrà la maggiore voce in capitolo a Bruxelles. Il resto fa storia a sé, la Sicilia non è il resto del paese.

Gentiloni?
E’ cresciuto nel suo ruolo. E’ migliorato come governante ed è migliorato il suo apprezzamento tra gli elettori. Mi auguro che voglia rimanere in una posizione di rilievo. Se ci fosse realmente la difficoltà di fare un governo dopo il voto, un Gentiloni bis sarebbe il modo migliore per andare avanti bene e raffreddare la temperatura.

Berlusconi premier?
Improbabile. Berlusconi farà quello che riesce a fare meglio: una brillantissima campagna elettorale. Da questo punto di vista è utile al paese. Ovviamente sarebbe utile anche controllare le affermazioni strampalate che farà. Nessuno può seriamente credere che solo Trump abbia l’esclusiva delle fake news, Berlusconi lo ha preceduto di almeno vent’anni.

Perché dice che la campagna di Berlusconi sarà importante?
Perché in campagna elettorale Berlusconi si diverte, la sua passione diviene contagiosa e avvicina alla politica tante persone che normalmente non ci pensano.

Berlusconi, Grillo e Renzi in campagna elettorale. Chi la sparerà più grossa?
Non Grillo perché le ha sparate già tutte e ho l’impressione che sia in fase declinante. Mentre Berlusconi promette scintille perché è un creativo.

E’ in vantaggio su Renzi da questo punto di vista?
Sì, è nettamente superiore.

Pubblicato 11 agosto 2017

Il PD e i suoi obblighi di fronte agli elettori

Chiediamoci pure che cosa possiamo fare per il Partito Democratico. Però, chiediamoci soprattutto che cosa il Partito Democratico non deve fare (contro di noi, italiani). Quello che possiamo fare è ricordare al segretario Renzi, a coloro che ne stanno prendendo le distanze e alle minoranze varie che debbono sempre pensare al sistema politico italiano. Nel bene, che c’è, e nel male, che si vede, il Partito Democratico non è soltanto l’ultima organizzazione politica rimasta in Italia a meritarsi il nome di partito, ma è l’asse portante del sistema. Un suo squilibrio, non soltanto in forma di scissione, manderebbe in tilt sicuramente il governo, probabilmente l’intero sistema politico. Che cosa, dunque, deve fare il Partito democratico nelle sue varie articolazioni? Chi ha più potere dentro il PD ha, ovviamente, anche molta più responsabilità. La prima mossa spetta al segretario. Non c’è dubbio che due mesi non sono affatto bastati a Renzi per metabolizzare la pesantissima sconfitta nel referendum. Pochi sono anche i dubbi sulla sua volontà di rivalsa e di ritorno. Renzi teme, in particolare, il trascorrere del tempo che consentirebbe al Presidente del Consiglio Gentiloni di consolidarsi e alle minoranze di rafforzarsi, mentre coloro che sembravano suoi strenui sostenitori vanno alla ricerca di collocazioni alternative, persino come suoi potenziali successori. Tutti questi movimenti sarebbero sicuramente scongiurati e bloccati da elezioni anticipate che, però, stanno diventando sempre più difficili. La bocciatura costituzionale in alcuni punti essenziali della sua legge elettorale Italicum, obbliga Renzi, nel più semplice dei casi, a recepire per la Camera il testo che risulta dalla sentenza della Corte e a scriverne uno il più simile possibile per il Senato.

Gli esperti sostengono che, poi, se mai si volesse una legge elettorale migliore, allora ne risulterebbe chiusa immediatamente qualsiasi finestra di opportunità per elezioni anticipate. Per di più, il calendario politico è fittissimo di adempimenti importanti, come il 60esimo anniversario del Trattato di Roma, 25 marzo, e il G7 a Taormina verso fine maggio. Le autorità europee e gli altri partner non gradirebbero affatto un’Italia in campagna elettorale mentre non ha neppure ancora risposto ai rilievi della Commissione sulla riscrittura di alcune parti della legge di bilancio. Sentendo venir meno parte del suo consenso interno al partito, Renzi vorrebbe andare rapidamente a un Congresso, che sembra sicuro di vincere alla grande, e poi tentare la strada delle elezioni anticipate (decidendo lui le liste dei candidati). Inevitabilmente, si arriverebbe all’autunno, ma sarebbe pur sempre difficile spiegare perché Gentiloni debba andarsene e come fare la nuova delicatissima manovra di bilancio.

In Direzione, le minoranze andranno ad argomentare che bisogna lasciare lavorare il governo, che è imperativo fare leggi elettorali decenti e che le elezioni debbono tenersi nel febbraio 2018, che è la data, più volte evocata da Renzi prima della sua sconfitta referendaria, di scadenza naturale della legislatura. Naturalmente, le minoranze desiderano, da un lato, logorare Renzi, dall’altro, trovare accordi interni e alleati esterni. Qui sta quello che i cittadini italiani hanno il diritto di chiedere al Partito Democratico, intendano votarlo o no, vale a dire di formulare una strategia che, senza escludere del tutto gli interessi del segretario, dei suoi sfidanti manifesti e delle minoranze, tenga in conto maggiore quello che serve al paese ovvero la strada che ne danneggia meno il futuro prossimo. A sentire sia il Presidente emerito Giorgio Napolitano sia le parole più ovattate, ma non meno ferme, del Presidente Mattarella, quella strada non porterebbe a elezioni anticipate, ma si allungherebbe con il governo Gentiloni fino al completamento della legislatura.

Pubblicato AGL il 13 febbraio 2017