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Ora il compito di fare il vero democratico
Ancorché parecchio inferiore alle consultazioni comparabili finora svolte dal PD, la partecipazione al voto di poco meno di due milioni di elettori ha evitato un pericoloso e temutissimo flop (che avrebbe anche coinvolto lo strumento “primarie” in quanto tale). Tirato un profondissimo sospiro di sollievo, tutti i sostenitori di Renzi, che aveva scaramanticamente fatto scendere l’asticella a un milione di voti, si sono subito lanciati nel trionfalismo “grandissima, unica, insuperabile prova di democrazia”. Certo, esiste anche la democrazia numerica che, in questo caso, è servita a eleggere il segretario del Partito con una percentuale superiore al 60 (nel 2013 era stata 68). Ciò detto, la democrazia è faccenda molto più complessa e molto più ricca di qualsiasi conta numerica. Si intesse di comportamenti e di azioni, si nutre di politiche e di critiche. La democrazia è, in special modo, riconoscimento delle opposizioni e del loro diritto di critica e di controproposta. I democratici hanno da tempo imparato che, molto spesso, gli oppositori hanno idee buone e proposte utili. Ascoltano entrambe e, nella misura del possibile, le mettono in pratica.
C’è molto di nuovo da mettere in pratica da parte del non più tanto nuovo segretario del Partito Democratico. Per esempio, dovrebbe forse dire, finalmente, visto che in campagna elettorale non l’ha fatto proprio, che tipo di partito vuole, al centro e nelle aree locali. Dovrebbe chiarire se davvero ha una proposta di legge elettorale che risponda non solo alle sacrosante esigenze espresse dal Presidente della Repubblica, di essere applicabile in maniera armonizzata sia alla Camera sia al Senato, ma che elegga un Parlamento rappresentativo in grado di dare vita a un governo. Dovrebbe, quel segretario, spiegare se preferisce alleanze con il centro-destra di Berlusconi et al o se vuole (ri)costruire un tessuto connettivo con tutto il Campo Progressista di Giuliano Pisapia. Dovrebbe immediatamente ritirare l’appellativo “traditori” per Bersani e Speranza e tutti coloro che dal Partito Democratico sono stati spinti fuori dai suoi collaboratori e da lui stesso. Il primo compito di un segretario di partito e tenere quel partito unito, anche nelle difficoltà e nelle divergenze, spesso giustificate, di opinione.
Dovrebbe, infine, non pronunciare mai giudizi sommari sul governo guidato da un autorevole esponente del PD, per di più da lui suggerito e al quale ha imposto praticamente tutti i ministri del suo precedente governo. Fra l’altro, non è affatto vero, come Renzi ha dichiarato, che l’Italia è ferma dal 4 dicembre. È vero che l’Alitalia non è affatto decollata, come lui aveva trionfalmente dichiarato, ma non certo per responsabilità di Gentiloni. È altrettanto vero che, seppure molto, troppo, lentamente, la crescita economica c’è e che quel che manca è la riduzione del debito pubblico operazione contro la quale è proprio lui che si oppone per motivazioni puramente elettoralistiche. Pensare che, sta qui l’errore non soltanto semantico, avendo riconquistato la carica di segretario del Partito Democratico, adesso può muovere a tutta velocità verso elezioni anticipate che lo riporteranno a Palazzo Chigi non è soltanto avventurismo. È un errore politico, ma anche, usando un eufemismo, uno sgarbo istituzionale nei confronti del Presidente Mattarella che ritiene, giustamente e costituzionalmente, che la stabilità del governo è un bene da non mettere imprudentemente a rischio. Inevitabilmente, si sono riaperte alcune partite. Forse conterà anche molto la partita delle elezioni amministrative di giugno. Avere di mira il buon funzionamento del sistema politico, non producendo strappi per ambizioni personali, è il miglior modo di tradurre la democrazia dei numeri in democrazia dei comportamenti. Sapranno Renzi e i suoi sostenitori mostrarsi all’altezza di una sfida che nel passato hanno perso?
Pubblicato AGL il 1°maggio 2017
Provateci ancora elettori “primari”
Non è, ovviamente, colpa dello strumento chiamato “primarie”, anche se, correttamente, dovrebbe essere definito “votazioni” per il segretario del Partito Democratico, se neppure in fase conclusiva della campagna si sono destati grande interesse e ardenti “passioni”. Peraltro, Renzi ci ha subito provato a dire che chi vince la carica di segretario del PD diventa automaticamente il candidato a Palazzo Chigi. Immagino che Gentiloni abbia fatto con grande pacatezza gli opportuni scongiuri. Neanche ancora segretario già Renzi lo destabilizza. Figurarsi dopo il 30 aprile!. Molto dipenderà dall’affluenza alle urne e dalle percentuali e numeri assoluti di votanti. Però, già sappiamo che Renzi ha perso smalto, capacità di trascinamento, persino entusiasmo. È rimasta la sicumera, quella che a Napoli chiamano “cazzimma”, ma non gli è stato possibile trovare slogan o parole di forza paragonabili a “rottamazione”. Anzi, non pochi, compreso lo sfidante Emiliano, sono convinti che é già ora di rottamare Renzi per salvare il PD.
Peraltro, né Emiliano, con un piede fuori del PD, ma con la voglia di cambiarlo da dentro, né Orlando, troppo a lungo ministro nel governo Renzi e ancora con Gentiloni, rappresentano reali e significative alternative. Allora, hanno pensato fin troppi iscritti, tanto vale tenersi l’usato ancorché non troppo sicuro, il Renzi. Sembra che anche gli elettori, ovvero la maggioranza, probabilmente assoluta, di coloro che andranno ai gazebo, sia giunta alla stessa conclusione. Quindi, il PD rimarrà quello che è stato e che tutti hanno già visto con Renzi segretario. Peggio, anche la futura coalizione di governo potrà trovarsi a ripetere, lo ha detto senza nessuna preoccupazione Renzi, l’esperimento del Nazareno. Nel frattempo, Mattarella, consapevole di qualche degenerazione successiva alla (ri-)elezione di Renzi ha posto un ultimatum: discutere seriamente e approvare rapidamente due leggi elettorali decenti e compatibili per Camera e Senato senza peraltro mirare a elezioni anticipate ad libitum, ovvero a piacimento del segretario prossimo venturo della maggioranza del PD. Il libitum, aggiungo io, vale a dire il potere di scelta dei tempi e dei modi, è tutto nelle mani e nella mente di Mattarella e sta anche scritto nella Costituzione.
Dal dibattito triangolare Renzi-Emiliano-Orlando non è venuta fuori nessuna indicazione sulle leggi elettorali prossime venture. Renzi fa bene a tenere coperte le sue carte. Se vedremo, noi e la Corte Costituzionale, che sono brutte come quelle dell’Italicum, sarebbe un altro colpo, non basso, ma meritato, per lui. Emiliano e Orlando sono stati troppo vaghi in materia. Peccato perché lanciare una buona proposta, magari, perché no, quella francese, di cui troppi hanno straparlato, ma i cui meccanismi sono e rimangono ottimi, servirebbe a capire che cosa attende un po’ tutti, partitini compresi, nella primavera del 2018 (che è la mia data preferita per le elezioni).
Su un punto, non abbastanza sottolineato, Renzi ha fatto una capriola acrobaticissima: l’Europa. Non più critiche, peraltro, sbagliate, a Eurocrati e Burocrati, ma il riconoscimento che l’Europa è il progetto del PD ed è anche il destino di un’Italia che voglia crescere e migliorare. Per il resto, nessuno dei tre ha detto che partito vuole davvero, che rapporti fra maggioranza e minoranze nel partito, che democrazia interna, che cultura politica, quali modalità per la scelta delle candidature (ma Emiliano e Orlando si sono espressi contro i capilista bloccati: vessillo di Renzi, Boschi e Berlusconi). Eppure, il PD era nato per combinare il meglio delle culture riformiste. Adesso, sembra che il compito se lo sia assunto Giuliano Pisapia con il suo, peraltro, vago e embrionale, Campo Progressista. Insomma, il 30 aprile sapremo soltanto chi è il segretario del Partito Democratico. Tutto il resto, dalla legge elettorale al governo Gentiloni, dalla politica economica alla presenza italiana nell’Unione Europea, verrà dopo e, da quel che s’è sentito nel dibattito triangolare, sarà praticamente da inventare.
Pubblicato il 28 aprile 2017 su Fondazione Nenni Blog
Ha ragione Bersani: Il M5S è un partito di centro sinistra
Intervista raccolta da Rocco Vazzana per Il Dubbio
«Meno dichiarazioni, spesso abbastanza stupide, e più riflessioni». È questa, per Gianfranco Pasquino, la strada che il Movimento 5 Stelle deve imboccare se vuole conquistare Palazzo Chigi.
Professore, dopo Ivrea Beppe Grillo ha scritto sul Blog: «Non è più tempo di manifestazioni in piazza a carattere provocatorio, facili a sfogare nella violenza, è diventato il tempo di disegnare il nostro futuro». È iniziata la fase 2 del M5S?
Che si stiano preparando a governare il Paese lo do per scontato, sarebbe sbagliato se non lo facessero. Dopo l’esperienza di Roma dovrebbero aver imparato che è meglio arrivare preparati invece di fare i dilettanti, o le dilettanti, allo sbaraglio. Anzi, mi auguro che si impegnino di più su questo terreno: meno dichiarazioni, spesso abbastanza stupide, e più riflessioni. Ma non basta organizzare convegni ben frequentati, un partito con ambizioni di governo deve anche essere presente in piazza, Grillo lo sa benissimo. Il Movimento ha bisogno dell’elemento spettacolare.
E come convinceranno la parte “mite” del Paese a votare Movimento 5 Stelle?
Dovranno trovare alcune persone di cui non si possa dire “uno vale uno” ma che valgano molto più degli altri. Servono personalità che conoscano come funziona l’economia di un Paese, il sistema scolastico, il mercato del lavoro, che non propongano soluzioni sbagliate e che abbiano una biografia professionale che parli per loro. Devono trovare almeno quattro o cinque persone per vincere. Credo sia un’operazione fattibile.
Lo scouting è iniziato a Ivrea?
Ivrea secondo me è stato un inizio, ma bisognerà andare avanti.
Per governare serve anche una legge elettorale che consenta di farlo. I 5 Stelle vorrebbero di estendere l’Italicum corretto dalla Consulta al Senato, dove però il premio di maggioranza viene assegnato su base regionale. Come si aggira l’ostacolo?
È possibile fare tutto. Il Parlamento è sovrano. Le leggi elettorali deve scriverle il Parlamento, non il governo con voto di fiducia o la Corte costituzionale. Ma secondo me, la proposta dei 5 Stelle è sbagliata. L’Italicum deve essere buttato nel cestino della spazzatura e le Camere devono riflettere a fondo guardando a due modelli che funzionano: il sistema tedesco, se si preferisce il proporzionale, il Mattarellum o il sistema francese, se si preferisce il maggioritario. Tutte le altre proposte sono operazioni propagandistiche.
Pd e 5 Stelle fanno solo propaganda?
Entrambi vogliono dire: “è colpa loro se abbiamo questa brutta legge elettorale”. Giocano a fare lo scaricabarile per non rimanere ultimi col cerino in mano. Ma quando si parla di riforma elettorale non è un problema di cerino ma di libri, di analisi comparata. Bisogna rendersi conto che una democrazia vera quando sceglie un sistema elettorale lo utilizza per molto tempo.
Dunque, discorso rimandato alla prossima legislatura?
La mia intelligenza istituzionale mi dice che lei ha ragione, non ce la faranno a cambiare legge elettorale adesso, la mia volontà gramsciana dice che debbono farcela se vogliono avere una democrazia decente.
Esiste la possibilità che i 5 stelle si alleino con altre forze politiche?
La storia politica italiana prevede anche la formazione di governi di minoranza appoggiati dall’esterno. Quindi, se il Movimento dà una grandissima prova di sé da un punto di vista elettorale, trova un personaggio adeguato per fare il presidente del Consiglio e si presenta dal Capo dello Stato esplicitando anche i punti programmatici, il Presidente della Repubblica potrebbe anche acconsentire al tentativo di formazione di un governo nella speranza di individuare alleati esterni. Oppure, al contrario, il Movimento potrebbe sostenere un governo a guida Pd a patto che i democratici accettino una parte delle proposte politiche dei pentastellati.
Non sarebbe più naturale cercare un’intesa con la Lega dopo il voto?
La troverei molto complicata e non so neanche se numericamente sufficiente. Ma poi su cosa riuscirebbero a trovare un’intesa? Sul fatto che sono entrambi sovranisti? Sul no all’Euro e all’Unione europea? Ma si può fare un governo basandosi su dei no?
Lei ha sempre contrastato chi sostiene la fine della distinzione destra/ sinistra perché i cittadini alla fine sanno sempre riconoscere le forze politiche e catalogarle in base a questo schema. Dove colloca allora il Movimento 5 Stelle? Destra o sinistra?
Grosso modo dove si trovano adesso: in parte seduti a sinistra del Pd, in parte sopra e in parte verso il centro. Non vanno sui banchi della destra. Certo, al loro interno ci sono anche esponenti di destra. Come definire altrimenti Virginia Raggi? Però, credo che il Movimento 5 Stelle sia votato soprattutto da colo i quali sono insoddisfatti del Pd. Aveva ragione Bersani a provare di fare scouting. Ma non tra gli eletti, tra gli elettori.
In definitiva, elettori a parte, per lei il M5S è di destra o di sinistra?
Io lo definirei un partito di centro sinistra, sta da quelle parti lì. E i suoi elettori stanno da quelle parti lì. Per intenderci, credo che Salvini non prenda neanche un voto dagli elettori insoddisfatti dal Movimento 5 Stelle.
Però il Movimento 5 Stelle vuole prendere i voti di Salvini. Su sicurezza, immigrazione ed Europa, ad esempio, Grillo strizza molto l’occhio all’elettorato della Lega.
Questo è possibile. Se qualcuno riesce a rubare i voti alla Lega va bene, poi bisogna vedere come declinano il tema della sicurezza.
E come si declina il tema del lavoro. Pochi giorni fa sul Blog è iniziata la discussione sul programma di governo in cui i 5 Stelle si invocano un ridimensionamento dei sindacati. In questo Grillo insegue la destra o Renzi?
Credo che scimmiotti Renzi, ma non ha capito che l’idea non funziona. Perché comunque il sindacato mantiene una sua forza e una sua presenza. Se uno vuole costruire un percorso di sinistra riformista può solo ispirarsi all’esperienza socialdemocratica. Ma lo si fa soltanto col consenso dei sindacati. Magari sfidandoli, portandoli su posizioni riformiste.
Pubblicato il 14 aprile 2017
Mattarelli, malintenzionati e meline #LeggeElettorale
Avendo scritto una legge elettorale che tutta l’Europa ci avrebbe invidiato e che metà Europa avrebbe imitato, è del tutto naturale che i renziani siano rimasti disorientati dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha triturato l’Italicum appena un po’ meno di quello che aveva fatto con il Porcellum, il vero padre dell’Italicum. Incredibilmente, quasi all’unisono i renziani, in politica, nel giornalismo, nei social, continuano ad additare il grandissimo pericolo che il paese corre con il “ritorno alla proporzionale”. Qui cascano tutti gli asini, renziani di varia e variabile osservanza. Infatti, in primo luogo non esiste “la” proporzionale, ma diverse varietà di leggi elettorali proporzionali, con clausole di accesso al Parlamento e di contenimento/riduzione della proporzionalità dell’esito, la variante tedesca essendo sperimentatamente la migliore. In secondo luogo, il Porcellum era un sistema elettorale proporzionale più o meno distorto dal premio di maggioranza. Nel 2006, il 70 per cento dei parlamentari fu eletto con riferimento proporzionale ai voti ottenuti dai loro partiti; nel 2008, addirittura l’85 per cento furono eletti proporzionalmente e nel 2013 di nuovo il 70 per cento. In realtà, renziani et al desiderano un premio che distorca la rappresentatività dell’esito e consenta che il partito (oppure, meno probabile, la coalizione) che ottenga più voti venga premiato con un numero di seggi che lo porti alla maggioranza assoluta. Il sistema rimarrebbe di fatto proporzionale, alla distorsione della rappresentanza si arriverebbe con quello che, in maniera chiaramente manipolatoria, è definito premio di governabilità. Dove (dovrei precisare, ma per chi nulla sa e nulla legge di scienza politica, la precisazione suona pedantesca, in quale libro in quale manuale?) sia scritto che la governabilità si conquista riducendo/comprimendo la rappresentatività rimane molto misterioso. Quindi, attenzione, i renziani non vogliono affatto un sistema elettorale maggioritario né di tipo inglese né di tipo francese, entrambi essendo molto competitivi e, quel che più conta, entrambi richiedendo collegi uninominali. Né Renzi né Berlusconi desiderano un sistema elettorale non soltanto fondato sulla competitività, ma che non consentirebbe loro di nominare i rispettivi parlamentari.
È in questa chiave che si può capire quanto strumentale sia l’indicazione da parte di Renzi del Mattarellum. La prova provata è che le giornaliste renziane si affrettano ad aggiungere che Renzi lo propone, ma nessuno lo vuole: quindi, già morto. Il fatto è che le proposte di riforma elettorale attualmente giacenti nella Commissione Affari Costituzionali della Camera sono trenta, dieci delle quali presentate da deputati del PD. Se il Mattarellum fosse davvero la proposta ufficiale del Partito Democratico, il capo del Partito, anche se non ancora segretario, avrebbe dovuto sconsigliare la proliferazione e il capogruppo da lui voluto avrebbe già dovuto invitare al ritiro di proposte che intralciano l’iter del Mattarellum. Nel frattempo, viene avanzata l’ipotesi di un blitz di approvazione del Mattarellum alla Camera per forzare la mano al Senato oppure, più probabilmente, per dimostrare che sono gli altri a non volere il Mattarellum e per chiedere elezioni anticipate, altra stupidaggine poiché senza leggi elettorali abbastanza omogenee le elezioni anticipate porterebbero a quella Weimar che, incuranti dell’assurdità del paragone, alcuni commentatori ventilano come futuro dell’Italia. In questo caso, un futuro agevolato dai comportamenti di Matteo Renzi e dei suoi sostenitori che preferiscono portare il sistema politico nell’ingovernabilità se non riescono a riconquistare il governo.
Quanto alle sentenze della Corte Costituzionale su Porcellum e Italicum, è egualmente sbagliato tanto addossare ai giudici la responsabilità di avere in definitiva scritto, fra taglia e cuci, una legge proporzionale che, invece, è l’esito inevitabile del disboscamento di quanto di palesemente incostituzionale i sedicenti riformatori avevano lasciato o inserito nell’Italicum quanto decidere che i paletti posti dalla Corte obblighino ad andare in una specifica direzione, essenzialmente proporzionale. La Corte ha detto quello che non bisogna fare. Al Parlamento spetta stabilire che cosa è meglio fare per ottenere una buona legge elettorale che non dia, al momento, vantaggi e non configuri svantaggi per nessuno. Con due o tre ritocchi, il Mattarellum può sicuramente essere una legge di questo tipo. Altrimenti, come Giovanni Sartori, dal quale traggo anche questo insegnamento, non si stancava di sostenere, il sistema migliore nelle condizioni date è il doppio turno in collegi uninominali. E basta.
Pubblicato il 8 aprile 2017
Quale legge elettorale? Quale rapporto tra Parlamento e Governo? #Bologna 30marzo
Giovedì 30 marzo 2017, ore 20.45
presso il Centro Costa
via Azzo gardino, 48 – Bologna (nei pressi della Cineteca)Quale legge elettorale? Quale rapporto tra Parlamento e Governo?
Intervengono:
MASSIMO VILLONE,
Prof. di Diritto Costituzionale, Università Federico II, Napoli
GIANFRANCO PASQUINO
Prof. emerito di Scienza Politica, Università di Bologna
STEFANIA SCARPONI
Prof.ssa di Diritto e Genere, Università di TrentoCoordina il Prof. UMBERTO ROMAGNOLI
COMITATO “PER LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE”, “LIBERTA’ E GIUSTIZIA” e “SALVIAMO LA COSTITUZIONE” Città Metropolitana di Bologna, Comitato Referendario regione Emilia-Romagna
INVITO L’oscuro oggetto del desiderio: una legge elettorale per rappresentare e governare #Mantova
Giovedì 23 marzo 2017 ore 21.00
Mantova
Sala delle Capriate
Piazza Leon Battista AlbertiIncontro pubblico
L’oscuro oggetto del desiderio: una legge elettorale
per rappresentare e governareConduce Paolo Boldrini, Direttore della “Gazzetta di Mantova”
Interviene Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di Scienza Politica – Bologna
Il Lingotto degli sbadigli
C’era una volta un partito, autodefinitosi «democratico», il cui segretario aveva subito tre gravi sconfitte una dietro l’altra: le elezioni amministrative in giugno, un importante referendum in dicembre, un pezzo di dirigenti e militanti alla fine di febbraio. Il segretario, dimessosi dalla presidenza del Consiglio, come aveva promesso parecchio tempo prima, ma non ritiratosi dalla vita politica, come aveva egualmente promesso, lanciò il procedimento statutariamente previsto per l’elezione del nuovo segretario. Da posizione di forza, in quanto segretario uscente, organizzò la sua convention in un luogo simbolo (dove una volta c’erano gli operai metalmeccanici) all’insegna dello slogan «Tornare a casa per ripartire insieme». Trattandosi del lancio della candidatura a segretario di un partito organizzativamente disastrato (giungevano anche rumori di tesseramenti truffaldini e invalidati, di blocchetti di tessere comprate, fenomeni, peraltro, non nuovi), qualcuno si aspettava legittimamente un serrato dibattito sullo stato del partito, sulla sua conduzione, sulla sua presenza sul territorio, sul suo funzionamento, sul suo futuro. Fra gli «attendisti» non si trovavano i commentatori scafati e i giornalisti retroscenisti, troppo difficile per loro chiedersi che cosa è, può essere, dovrebbe diventare un partito in termini di strutture e di personale politico. Ancora più difficile andare a raccogliere numeri, magari in una anche corta serie storica (dal 2007 al 2017? oppure soltanto nel periodo renziano), relativi agli iscritti e al loro andamento, alle loro fasce d’età, alle loro attività lavorative. Quel che non fanno giornalisti e commentari faranno certamente, in un partito decente, i dirigenti, meglio se sono quelli «responsabili dell’organizzazione». Almeno così funzionava un partito predecessore, quello comunista. Talvolta, messi alle strette anche i dirigenti dell’altro partito predecessore, la Democrazia cristiana, raccoglievano e davano i numeri. Nei loro congressi entrambi parlavano dello stato del partito, consapevoli che le politiche sono variabili dipendenti dalla capacità di un’organizzazione di formularle, farle procedere nelle sedi opportune, a cominciare dal Parlamento, portarle ai loro iscritti e militanti che le pubblicizzino, non con uno/cento/mille tweet e like, ma discutendo con altre associazioni e con gli elettori.
Tecnicamente, anche dopo la scissione, il Partito democratico è l’unico organismo che merita in Italia l’etichetta di partito. Toccava al candidato segretario e ai suoi sostenitori cogliere l’occasione del Lingotto per disegnare, in un confronto di idee e di proposte, quale modello di partito desiderano costruire nel prossimo, vicino futuro. Sì, una riflessione autocritica sarebbe stata utile. Qualcosa, o molto, è andato storto proprio nelle attività del partito. Capire che cosa e sapere chi sono i responsabili servirebbe a evitare errori simili e a rimuovere dalle loro posizioni chi li ha commessi. Dopo tanti discorsi e annunci su Partito della Nazione e Partito di Renzi, ascoltare i pro e i contro di ciascuna opzione, magari aggiungendone altre, non già sorpassate, come il partito «leggero», e sentirle discutere, sarebbe stato doveroso. Infine, per tutti coloro che pensano, sulla base di buone letture e di analisi comparate, che un partito diventa e rimane tanto più solido quanto più si basa su una cultura politica condivisa in grado di interpretare la società e il mondo, ascoltare di quale cultura è fatto il Pd, che non è riuscito ad amalgamare le fatiscenti culture cattolico-democratica e comunista, e neppure altri riformismi deboli, sarebbe stato confortante.
Invece, al Lingotto si è eseguita l’unica operazione che Renzi conosce: combinare, sul facsimile delle Leopolde, proposte programmatiche con la passerella per ministri nessuno dei quali ha parlato né di partito né di cultura politica né di come ristrutturare, anche con l’apporto di una legge elettorale adeguata, il sistema dei partiti e le modalità della competizione, né di come dotarsi di un sistema di riferimenti e di valori che ricompattino una società slabbrata, confusa, corporativa: altro che ipocritamente lodata come più veloce della politica! Insomma, al Lingotto sono mancate tutte le riflessioni indispensabili sia per «tornare a casa» sia «per ripartire»: con quale veicolo? «Insieme» a chi? Con quale visione? Non resisto a non citare le parole conclusive del racconto di Marco Imarisio pubblicato sul «Corriere della Sera» (12 marzo, p. 6): «E pazienza per gli sbadigli».
Pubblicato il 15 marzo 2017 su la rivista il Mulino










