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I giudici e la miopia dei politici
In nessuna democrazia in nessun momento della loro storia, i parlamentari e i governanti si sono mai fatti scrivere la legge elettorale dai giudici, neppure da quelli costituzionali. In nessuna sono mai giunti a stabilire che, come hanno inserito nell’Italicum, la legge elettorale da loro formulata e approvata, addirittura con ricorso da parte del governo Renzi al voto di fiducia, dovesse essere sottoposta al vaglio della Corte costituzionale prima di essere utilizzata. In nessuna democrazia la legge elettorale è rimasta oggetto del contendere per vent’anni e più (con il “più” che rischia di continuare). Questa è la situazione italiana in attesa della sentenza sull’Italicum che i giudici costituzionali hanno, credo lo si debba sottolineare, rinviato un po’ troppo nel tempo così come avevano lasciato vivere una legge, il Porcellum, considerata incostituzionale quasi nella sua interezza, addirittura per tre elezioni nazionali.
Non contenti della loro inadeguatezza di riformatori elettorali (a quella dei riformatori costituzionali hanno già ovviato gli elettori del NO nel referendum), parlamentari e governanti hanno trascorso quasi cinquanta giorni in attesa della sentenza della Corte fornendo materiale ai cosiddetti retroscenisti affinché almeno i cittadini che leggono i giornali fossero informati delle loro preferenze particolaristiche. Ripetutamente è stato scritto che Renzi non vuole rinunciare al premio di maggioranza, ma neppure al ballottaggio. La posizione di gran parte del Partito Democratico sembra essere favorevole a un ritorno al Mattarellum che, fra l’altro, avrebbe il pregio di accertata costituzionalità. Salvini con la sua Lega e i Fratelli d’Italia accettano il Mattarellum che li renderebbe entrambi preziosi alleati di chi volesse costruire una coalizione di centro-destra. Da soli, non andrebbero da nessuna parte. Pur avendo vinto due elezioni su tre con il Mattarellum, ma erano altri tempi, Berlusconi, già considerato, con qualche esagerazione, l’artefice del bipolarismo italiano, dichiara alta e forte la sua preferenza per una legge elettorale proporzionale. Commentatori e retroscenisti si affrettano a scrivere che quella preferenza è motivata dal desiderio di risultare indispensabile alla formazione di un governo che escluda il Movimento Cinque Stelle. Anche Alfano è favorevole alla legge proporzionale purché non le s’introduca una troppo alta soglia percentuale per l’accesso al Parlamento. Il Movimento 5 Stelle, al quale i sondaggi attribuiscono la prevalenza in caso di ballottaggio su scala nazionale, sia per non cercare alleati sia, forse, per timore di andare al governo, s’inventa un legalicum, legge proporzionale, che gli darebbe notevole peso in Parlamento consentendogli di rimanere duro e puro, quasi di governare, come, sbagliando, dissero molto tempo fa i comunisti, dall’opposizione.
Nell’imbarazzato silenzio delle due maggiori responsabili dell’Italicum: la sottosegretaria Maria Elena Boschi, già Ministro delle Riforme Istituzionali, e chi l’ha sostituita in quella carica, vale a dire Anna Finocchiaro, già Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato, sempre schierata a sostegno di tutte le scelte di Renzi in materia elettorale e costituzionale, nessuna voce si leva a difesa del potere degli elettori e della rappresentanza politica dei cittadini italiani. Periodicamente, quasi tutti i parlamentari diventano garantisti, rigorosamente a difesa dei loro colleghi, preferibilmente dello stesso partito, e deplorano la magistratura che supplisce e soppianta la politica. Adesso, sappiamo il perché della supplenza e della invadenza dei giudici. Su quello che è il meccanismo più importante di un regime democratico che serve a tradurre i voti in seggi, parlamentari e governanti non riescono a ragionare oltre i loro obiettivi miopi, particolaristici, legati alle contingenze e alle carriere. Qualcuno potrebbe anche paventare che, dovendo applicare la sentenza della Corte Costituzionale, i parlamentari non soltanto ci metteranno un sacco di tempo a scrivere una legge elettorale decente, ma soprattutto faranno molti pasticci. È un timore fondato.
Pubblicato AGL il 23 gennaio 2017
Il contratto a 5 Stelle non è un dramma. Ma ora bisogna fermare il trasformismo e il mercato delle vacche: le Camere non fuggano
Intervista raccolta da Paola Alagia per La Notizia
Il “contratto” che vincola gli eletti Cinque Stelle a Beppe Grillo non è il peggiore dei mali. Il problema casomai è bloccare il trasformismo e “su questo – ha detto a La Notizia il professore di Scienza politica Gianfranco Pasquino – le soluzioni ci sono. Senza stravolgere quello che dice la Costituzione”.
Il M5s ha sempre contrastato l’assenza del vincolo di mandato. Una riforma dell’articolo 67 della Carta, quindi, non è fattibile?
Lo è, ma personalmente non la ritengo una riforma da portare avanti. I parlamentari devono essere liberi di votare in piena libertà. Il problema e, per certi versi, la soluzione, casomai sono a monte.
Si spieghi.
Poter garantire a un parlamentare la libertà di esercitare il proprio voto ma anche di dover poi riferire all’elettore sul proprio operato.
Ma questo rimanda al tema della legge elettorale.
E infatti le preferenze, ma soprattutto una legge che preveda i collegi uninominali sarebbero un primo passo importante.
Rimarrebbe però il trasformismo, male che affligge la politica italiana alimentando lo scollamento con i cittadini. Come se ne esce?
Questa non è materia costituzionale ma regolamentare. Dovrebbe essere chiaro che chi entra in un gruppo parlamentare non può cambiare o magari costituire un altro gruppo. E quindi che se decide di farlo sa a cosa va incontro e cioè che rimane senza gruppo. Tutto questo, però, è materia che attiene ai regolamenti delle Camere.
Un intervento sui regolamenti, dunque, sarebbe auspicabile?
Senza dubbio la questione dei cambi di cassacca spetta al Parlamento. Più precisamente ai presidenti delle due Camere e alla loro assoluta durezza nell’esercitare i loro poteri. Ma, mi si perdoni la perfidia, ci vorrebbero due presidenti delle Camere che non fossero dei neofiti e che non solo conoscessero a fondo i regolamenti ma che avessero anche grande esperienza e potere politico personale.
È pur vero che una legge ordinaria di riforma dei partiti potrebbe migliorare il rapporto tra eletti ed elettori, non le pare?
Non escludo che una regolamentazione dei partiti possa aiutare e migliorare la trasparenza. Collegi uninominali, regolamenti parlamentari rigidi e regole chiare nei partiti, dalla formazione delle liste alle espulsioni, potrebbero essere tre soluzioni, per quanto non prive di inconvenienti.
Non mi ha detto cosa ne pensa del ricorso contro il M5s.
È una delle armi che il Partito democratico usa contro il suo principale concorrente. A Roma, poi, i dem hanno subito una sconfitta elettorale vera e, tra l’altro, non ne hanno ancora tratto le conseguenze. Tutti sono rimasti al loro posto a partire da Matteo Orfini, commissario del Pd romano.
E del patto tra la Raggi e il M5s?
I patti, in questo caso tra una persona e i leader di un Movimento, sono regolati in base ai contenuti del patto stesso. La politica deve essere un’attività nella quale si esplicano le proprie capacità e al tempo stesso si cerca di garantire la massima rappresentanza possibile ai cittadini. Per quanto io ritenga pessimo tutto ciò che la irrigidisca, è pur vero che la politica stessa si è rivelata altrettanto pessima. Comprendo, quindi, la volontà di Grillo di darsi delle regole. Per quanto poi pure la sua intenzione di controllare tutto sia esagerata e alquanto autoritaria.
Pubblicato il 19 gennaio 2017 su LaNotiziailgiornale.it
Il discorso di Mattarella: coordinate di buona politica
Che cosa augurare a coloro che hanno immobilizzato il paese per otto lunghi mesi di campagna elettorale per un referendum che hanno perso alla grande? Che compito a dare a coloro che si sono tanto vantati di avere scritto una legge elettorale ottima e adesso propongono la reviviscenza della legge elettorale di cui fu abile relatore più di ventitre capodanni fa proprio l’attuale Presidente della Repubblica? Nel suo stringato, essenziale, antiretorico messaggio Mattarella ha scelto in special modo di ricordare un po’ a tutti che paese è l’Italia: una comunità in cerca di coesione, di riduzione dei divari, non solo regionali, ma anche, ancora, fra donne e uomini, un paese al quale è necessario infondere speranza, orgoglio, fiducia. Lo ha fatto anche criticando indirettamente, ma con inusitata nettezza, il Ministro del Lavoro Poletti. I giovani costretti ad andare all’estero alla ricerca di quelle opportunità di lavoro che l’Italia non sa e non riesce a offrire, “meritano rispetto e sostegno”, non le male parole del Ministro il quale adesso dovrebbe, forse, sentire il dovere di dimettersi.
Il Presidente ha anche, sobriamente, sottolineato che, in una comunità che troppo spesso cerca di nobilitare qualsiasi rivendicazione parziale e particolaristica definendola un diritto, è ora di pensare, addirittura di cominciare a praticare “l’etica dei doveri”. Di quello che ciascuno di noi deve alla patria, parola che il Presidente ha opportunamente pronunciato, aggiungendovi la consapevolezza che l’adempimento dei doveri non serve soltanto a rafforzare il senso di appartenenza all’Italia, ma anche il ruolo dell’Italia in Europa. Quell’Europa che deve, a sua volta, prendere atto che l’immigrazione e la sicurezza sono problemi che l’Italia sta costosamente affrontando, ma che esigono e meritano la ricerca di soluzioni effettivamente europee.
In maniera irrituale, il Presidente ha difeso la sua scelta di dare vita ad un nuovo governo (non proprio rinnovatissimo e bellissimo) dal momento che l’opzione di procedere a elezioni immediate proprio non era praticabile a causa dell’inesistenza della legge elettorale. Nelle sue parole è apparso chiaro, più che l’augurio, l’invito severo che il Parlamento dedichi un po’ delle sue, purtroppo, nelle condizioni date, non particolarmente brillanti, conoscenze a elaborare una legge decente. E’ apparso altresì evidente che, da un lato, il Presidente non intende porre nessuna fretta ai parlamentari (forse, però, sarebbe stato opportuno un invito a rimboccarsi le maniche ai giudici costituzionali che traccheggiano); dall’altro, non sarebbe affatto dispiaciuto se il tira e molla sulla legge elettorale allungasse la vita del governo Gentiloni.
Insomma, in un quarto d’ora circa, Mattarella, senza nessun aggettivo enfatico, senza richiami sentimentalistici e emotivi, dando giusto e preciso peso a ciascuna parola, cogliendo anche l’occasione per criticare le parole d’odio e di violenza che la (cattiva) politica, ma anche la cattiva società immettono e fanno circolare sulla rete, ha toccato temi di grande rilevanza; ha fatto conoscere quelle che sono, più che sue semplici opinioni e preferenze, le coordinate di buone politiche; ha indicato alcune direttive. Appena avranno finito di lodarlo in maniera ipocrita, è sperabile che i politici italiani riflettano sui contenuti del messaggio e, coloro che ne hanno le capacità, agiscano di conseguenza. Per fare del 2017 effettivamente un Buon Anno. Auguri.
Pubblicato AGL il 2 gennaio 2017
#2017iscoming Sul nuovo anno l’ombra lunga del vecchio
L’anno 2017 sta per cominciare, ma il 2016 non ha intenzione di finire. L’ombra lunga di tre avvenimenti diversamente importanti inciderà non poco per tutto l’anno (e oltre). Né i britannici né l’Unione Europea sanno esattamente come venire a capo della Brexit. La transizione da impresario televisivo e palazzinaro a Presidente degli USA riguarda non soltanto Donald Trump, ma il mondo e i suoi molti problemi. L’apprendistato rischia di essere lungo, tormentato e pericoloso. Gli sconfitti del referendum costituzionale italiano non hanno riflettuto sulle loro drammatiche inadeguatezze e preparano non rimedi, ad esempio, una legge elettorale decente, ma vendette.
Auguri 2017 !
Il silenzio prima della corsa
Non tutte le strade portano a Roma. Però, chi vuole andarci sa che deve attivarsi fin da adesso. Tranquillini continuano a essere i parlamentari e i potenziali candidati di Forza Italia. Sanno, da sempre, che le candidature si decidono ad Arcore. Abbastanza chiara è la “classifica” delle candidature possibili per Fratelli d’Italia. Esiste già qualcuno con giustificate ambizioni che, quasi certamente, saranno ricompensate. Nessuna inquietudine o fibrillazione fra i leghisti. Praticamente tutto dipende da Salvini il quale sa che la Lega deve rappresentare il territorio scegliendo candidati che dal territorio emergono e che nel territorio si cercheranno i voti. Nella misura del possibile questi criteri hanno funzionato soddisfacentemente nel passato e non c’è ragione per modificarli. Le primarie la Lega le chiede soltanto per il leader dell’eventuale coalizione, già sarebbe un’enorme novità, non per i candidati al Parlamento. Forse ammaestrati dalle loro precedenti, pochissimo frequentate, “parlamentarie”, alle 5 Stelle toccherà decidere se ripeterle in meglio, con meccanismi più partecipati, più coinvolgenti, più mobilitanti, oppure innovare. Sanno di avere una grande responsabilità poiché gli osservatori vedono le Cinque Stelle alle soglie del prossimo governo che soltanto parlamentari preparati e competenti saranno in grado di sostenere e di controllare adeguatamente.
Altrettanta attenzione è concentrata sul vero concorrente delle 5 Stelle: il Partito Democratico. Qualcuno ricorderà, anche se la smemoratezza sembra in questi giorni la qualità più visibile nel Renzi che aveva promesso di lasciare e nella Boschi che aveva collegato la sua carriera alle riforme costituzionali sonoramente bocciate il 4 dicembre, un enfatico proclama renziano: la nuova classe dirigente del Partito Democratico emergerà dai Comitati del Sì. Non ho visto molto fervore, molto impegno e molta originalità nella costituzione di quei comitati. Non ho neppure incrociato giovani che volessero promuoversi pancia a terra per difendere le riforme renzian-boschiane, ma ho riscontrato l’attivismo di chi, renziano, spera/va di rientrare in gioco. Fra i Democratici chi già sta in parlamento farebbe a meno di eventuali primarie, sapendo quanto poco rispettose dei diritti di tutti i partecipanti sono state quelle del dicembre 2012. Chiarissimo è che nel PD è in corso, in parte al buio, un riposizionamento delle e nelle correnti. Stretti fra il Congresso prossimo venturo e la legge elettorale, non “ottima” come Renzi e Boschi sostennero senza mai essere contraddetti, i “parlamentabili” democratici tacciono. E’ plausibile pensare che il loro silenzio sia tale anche perché di politica e politiche hanno poco da dire.
Pubblicato il 15 dicembre 2016
Continuità con limiti e difficoltà
Non è stato molto difficile per il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella risolvere la crisi di governo aperta dalle dimissioni di Renzi. Infatti, il nome di Paolo Gentiloni, Ministro degli Esteri del governo dimissionario, era emerso molto nettamente anche dalle totalmente irrituali consultazioni parallele che Renzi aveva condotto a Palazzo Chigi. In altri tempi, nessun Presidente del Consiglio dimissionario si sarebbe mai permesso un comportamento di questo genere, palesemente teso a influenzare il Presidente della Repubblica alle cui consultazioni il segretario del PD non è neppure andato. Poiché capo del partito che ha un’ampia maggioranza, ingrassata dal premio in seggi, alla Camera dei deputati, era assolutamente evidente, e persino accettabile, che Renzi sarebbe riuscito ad influenzare sia la scelta del suo successore sia il perimetro della coalizione di governo. Infatti, grazie ai numeri complessivi dei gruppi parlamentari del PD e a quelli dei suoi sostenitori in Assemblea e in Direzione, pure scontando le defezioni di coloro che, scarsamente renziani, già si posizionano per il futuro, Renzi avrebbe comunque potuto impedire la formazione di un governo sgradito. Tuttavia, in assenza di una legge elettorale rapidamente utilizzabile, un qualche governo sarebbe dovuto nascere.
Respinta l’ipotesi di un governo istituzionale che, da un lato, non avrebbe potuto controllare, dall’altro, avrebbe necessitato del sostegno del PD, con rischi di logorio, Renzi ha giocato la carta Gentiloni. Timoroso di qualsiasi scioglimento immediato, Alfano si è subito dichiarato disponibile a continuare a fare parte della maggioranza. La novità è che il gruppo ALA (Alleanza Liberalpoolare-Autonomie), 18 senatori e 16 deputati, guidato da Verdini, ha annunciato di volere entrare a vele spiegate nel nuovo governo. Si andrebbe così a configurare un embrione di Partito della Nazione. Resta da vedere se Gentiloni vorrà o sarà costretto a offrire dei ministeri ai verdiniani e se e quanto le minoranze interne del PD si opporranno alla tutt’altro che marginale ridefinizione della maggioranza di governo.
Da adesso, imperversa, come si dice, il totonomi, ma sottolineo, da un lato, che i ministri del PD dovranno tutti ottenere il beneplacito di Renzi che sembra avere già fatto sapere che anche il suo potente sottosegretario Luca Lotti deve stare dov’è soprattutto in vista delle nomine in una serie di enti. Dall’altro, che Gentiloni deve rappresentare la continuità e, nonostante che il Presidente della Repubblica abbia affermato chiaramente che il nuovo governo godrà della “pienezza dei poteri”, la sua operatività ha limiti certi, quantomeno non contraddire nessuna delle politiche pubbliche renziane. Punteggiata dalla celebrazione di eventi internazionali, il più importante dei quali è il sessantesimo anniversario del Trattato di Roma, 25 marzo 2017, vero inizio del percorso che ha portato all’Unione Europea, la durata del governo Gentiloni potrebbe non essere così breve come viene ipotizzato.
Indubbiamente, non sarà affatto facile scrivere nuove leggi elettorali per Camera e Senato che tengano conto delle preferenze, spesso contrastanti anche all’interno della prossima maggioranza di governo. Tuttavia, l’inconveniente più grave per il governo Gentiloni deriva dai tempi che Renzi imporrà al suo partito per svolgere il prossimo (e decisivo, almeno per lui) Congresso. Chiunque vinca quel Congresso, Gentiloni sarà a rischio poiché lo Statuto del PD contiene la norma che stabilisce che il segretario è il candidato alla carica di Presidente del Consiglio. Se, infine, è giusto interrogarsi se siamo tornati ai riti, alle dinamiche, alle problematiche della cosiddetta Prima Repubblica, la risposta è che chi ha creato i problemi, a cominciare dalla cattiva legge elettorale e dalle brutte riforme costituzionali, è responsabile di questa parziale regressione. La vera preoccupazione è che gli attuali componenti della classe politica, Gentiloni compreso, non sembrano avere le competenze di chi ha guidato la Prima Repubblica. La soluzione non potrà venire automaticamente e esclusivamente da una buona legge elettorale.
Pubblicato AGL il 12 dicembre 2016




