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Ripartenza senza idee né programmi

“Tornare a casa per ripartire insieme” è stato il titolo dell’iniziativa svoltasi al Lingotto per lanciare la campagna elettorale di Matteo Renzi alla segreteria del Partito Democratico. Dal Lingotto dieci anni fa partì Walter Veltroni per diventare il primo segretario del nuovo partito. Durò pochissimo. La sua “vocazione maggioritaria” non fu sufficiente a fargli vincere le elezioni politiche del 2008 e nel febbraio 2009 si dimise. Dunque, Renzi non è, come si ostina a ripetere, l’unico a lasciare la poltrona dopo la sconfitta (per la cronaca politica, dalla “poltrona” di capo del governo si dimise addirittura D’Alema nel maggio 2000). Non è chiaro che cosa si sia prefisso Renzi con il ritorno al Lingotto: farsi un pedigree veltroniano? avere il sostegno di Chiamparino? trovare nuove idee? Agli osservatori e ai commentatori, questa volta meno benevoli del solito, il senso della prima parte dello storytelling renziano è sostanzialmente sfuggito. Quanto al “ripartire insieme”, che ripartire sia necessario non ci piove, ma insieme a chi non è apparso chiaro a nessuno. Se per fare “l’insieme” è sufficiente il cosiddetto ticket con il Ministro Martina che porterebbe in dote la componente ex-DS, allora è davvero poca cosa, come confermano anche i sondaggi. Certamente, con l’espressione “insieme” Renzi non ha in nessun modo inteso tendere la mano agli scissionisti che, anzi, sono stati ripetutamente criticati e da qualcuno dei sostenitori di Renzi addirittura bollati come “vigliacchi”. Né, infine, per giustificare “insieme”, è sufficiente sostituire il “noi” all’io nelle esternazioni renziane.

Del partito, che nella corsa alla segretaria, dovrebbe essere l’oggetto del contendere, non tanto come conquistarlo, ma come ri-organizzarlo, non ha parlato nessuno. E’ stata una mancanza preoccupante in un’assemblea di uomini e donne di partito che al partito-ditta di Bersani e ai voti da lui ottenuti nel febbraio 2013 sono debitori delle loro cariche, del loro potere, delle loro carriere in atto e future. Qualche cenno è stato fatto alle alleanze, tanto vituperate fino a ieri anche se, senza gli alleati: la spappolata Scelta Civica e il Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano (più qualche aiutino di Denis Verdini, diventato innominabile e per il quale il neo-garantismo di Renzi non sembrerebbe applicarsi), il PD non avrebbe nessuna maggioranza operativa al Senato. L’unica cosa nuova è stata l’offerta all’ex-sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, di un posto nelle liste PD. Un’offerta assolutamente strumentale, quasi per disinnescarne il tentativo di organizzare un campo progressista che, se vincente, sarebbe una significativa novità: spazio di sinistra plurale simile a quella creata da François Mitterrand 46 anni fa dalla quale ottenne lo slancio e la forza per vincere le elezioni presidenziali francesi del 1981.

Pur con la sotterranea consapevolezza che qualche alleanza bisognerà pur trovarla per tornare, non a casa, ma a governare il paese e che una grande differenza la farà la prossima indispensabile legge elettorale, al Lingotto non si è discusso né dell’una né dell’altra. Lo storytelling non ha riguardato niente di davvero politico, di davvero concreto, di davvero produttivo di conseguenze. Neppure i numerosi ministri costretti a sfilare hanno saputo entusiasmare i rappresentanti del popolo del PD con la rivendicazione di qualche successo acquisito e con la presentazione di qualche progetto epocale. Il PD di Renzi riparte, ma la strada è la stessa, un po’ più in salita. La parola, pardon, lo storytelling passa agli altri concorrenti, il Ministro della Giustizia Andrea Orlando e il governatore della Puglia Michele Emiliano, i quali dovrebbero raccontare come sapranno ampliare lo spazio e migliorare l’organizzazione e la democrazia interna del Partito chiamato Democratico.

Pubblicato AGL 14 marzo 2017

INVITO Lo stato dei lavori sulla legge elettorale. Proposte e critiche #Bologna 13/03/2017

Lunedì 13 marzo ore 21
via San Felice, 103 (Fortitudo SG)

MARILENA FABBRI
componente Commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati
GIANFRANCO PASQUINO
Professore Emerito di Scienza Politica, Università di Bologna

Cosa è cambiato dopo il Referendum del 4 dicembre scorso e la sentenza della Corte Costituzionale che ha invalidato il cuore del cd. Italicum?

Il Parlamento sta lavorando seriamente ad una nuova legge elettorale? Quali sono le proposte giacenti alla Commissione Affari Costituzionali della Camera? Come lavorano i Commissari?

E’ prevedibile un testo base a breve da sottoporre all’Assemblea plenaria?

La legge elettorale incoraggia e talora addirittura struttura il sistema politico-partitico desiderato. Cosa serve alla nostra Repubblica?

Una democrazia ascendente, che attribuisca finalmente un incisivo potere di formazione del Parlamento agli elettorati locali e ai partiti sui territori?

Una democrazia dell’alternanza, limpidamente competitiva per la maggioranza parlamentare e il Governo, salva l’adesione di tutti ai principi fondamentali della Costituzione italiana?

Documentazione
Gianfranco Pasquino, Per una buona legge elettorale. I feticci da sconfiggere

 

ISTITUTO DE GASPERI BOLOGNA

Leggi elettorali: precisazioni, critiche, proposte alla Costituente delle idee #cosedifuturo

possibileRoma 24 febbraio 2017

I feticci della riforma elettorale

La terza Repubblica

Senza riforme presidenziali, le strade si riducono. Ma si semplificano

Chiunque voglia scrivere una buona legge elettorale in Italia oggi deve sconfiggere tre feticci espressi sotto forma di necessità assoluta di: 1. conoscere il vincitore la sera stessa delle elezioni; 2. produrre Il governo direttamente con il voto del popolo; 3. evitare la formazione di governi di coalizione.

Il fatto che questi feticci siano adorati in maniera diffusa e persino crescente non li rende accettabili. Quanto al primo feticcio, non è neppure chiaro che cosa significhi esattamente “conoscere il vincitore delle elezioni”. Forse chi ha avuto più voti? Chi ha vinto più seggi? Chi ha ottenuto il maggior incremento percentuale/numerico rispetto alle elezioni immediatamente precedenti? Ma, poi, è davvero questa la preoccupazione principale dell’elettorato? Probabilmente, no. Comunque, non esiste nessuna ricerca in materia, nessuna evidenza.

Il secondo feticcio è molto pericoloso per due ragioni. Da un lato, in nessuna democrazia parlamentare il popolo, gli elettori, i cittadini votano per il governo. In tutte le democrazie parlamentari, che sono democrazie rappresentative, i voti dei cittadini servono ad eleggere i loro rappresentanti al Parlamento. Contati i voti e i seggi, quei rappresentanti, che probabilmente conoscono le preferenze dei loro elettori e hanno molte informazioni sugli eletti degli altri partiti, cercheranno accordi programmatici per dare vita a un governo stabile, duraturo, efficace. Dall’altro lato, il feticcio “il popolo elegge il governo” legittima e incoraggia la critica populista, antiparlamentare, e nega ai rappresentanti qualsiasi spazio di manovra.

Il terzo feticcio “evitare i governi di coalizione” è, per quel che riguarda le democrazie parlamentari, fattualmente sbagliato e non esiste post-verità che lo renda nemmeno plausibile. Agitando quel feticcio si oscurano due elementi importantissimi per tutti coloro che hanno a cuore la governabilità, non come arma propagandistica, ma come esito. I governi di coalizione sono maggiormente rappresentativi dell’elettorato, delle sue preferenze e dei suoi interessi. Sono anche più “moderati”, vale a dire che nessuno dei partiti potrà tradurre in politiche pubbliche le sue promesse più estreme, spesso fatte soltanto per conquistare un pugno di voti in più, ma tutti i partiti dovranno moderare le loro proposte programmatiche per renderle compatibili con le preferenze degli altri partners, ciascuno costretto a rinunciare a qualcosa.

Coloro che vogliono ottenere la traduzione pratica di tutt’e tre i feticci non possono accontentarsi di nessuna legge elettorale né maggioritaria né proporzionale. Debbono proporre il mutamento della forma di governo: da parlamentare a presidenziale. Sì, la sera delle elezioni sapranno chi le ha vinte (a meno che non siano stati denunciati brogli elettorali); sì, il Presidente eletto darà rapidamente vita ad un governo; sì, è molto probabile, ma non sempre possibile, che quel governo sia espressione di un solo partito, quello del Presidente. Naturalmente, come sanno gli studiosi dei presidenzialismi e come hanno imparato gli elettori, nelle Repubbliche presidenziali quello che conta è l’esistenza di freni e contrappesi al potere del Presidente, ma questo è un problema/inconveniente che nessuna legge elettorale può affrontare, meno che mai risolvere.

Una volta chiarito che in Italia praticamente nessuno propone esplicitamente un modello presidenziale e buttati a mare i feticci creati ad arte, la discussione sulla legge elettorale può ripartire con il piede giusto. Può andare in Francia a pescare il doppio turno (non ballottaggio) in collegi uninominali con clausola di passaggio al secondo turno, oppure visitare la legge elettorale proporzionale personalizzata con clausola di accesso al Parlamento funzionante in Germania. Scegliendo un sistema elettorale già sperimentato si riducono i rischi e si potrebbe persino ovviare a qualche loro inconveniente. Tutto il resto è melina, inconcludente, fastidiosa, persino pericolosa.

Pubblicato il 1°marzo 2017

L’ITALIA DOPO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE – Il sistema elettorale #eunomia2017

eunomia

EUNOMIAMASTER – XII EDIZIONE
 PROGRAMMA

Sabato 11 febbraio 2017
h. 11,30 – 13,00: Il sistema elettorale
Gianfranco Pasquino, Stefano Ceccanti
Coordina: Andrea Simoncini

Porcelli, canguri e mercato delle vacche

Animali politici o no, è venuto il momento che i parlamentari smettano di dedicarsi al latinorum e, destreggiandosi fra porcelli, canguri e vacche, leggano qualcosa di europeo. Ecco, qui un breve testo del 2 luglio 2013 pubblicato in “Mondoperaio” e poi accolto alla fine del capitolo 2 “Oggetto di oscuri desideri: la legge elettorale” del mio libro Cittadini senza scettro (Egea-UniBocconi 2015).

È un segno dei tempi quando tocca ai tacchini e ai grillini riformare leggi elettorali grazie alle quali sono, per lo più senza nessuna cognizione di causa, entrati in Parlamento. Naturalmente, anche se a parole diffondono il loro convincimento che non bisognerà mai più votare con il Porcellum, il non frenetico attivismo dei parlamentari in carica suggerisce che del maiale non intendono buttare via proprio niente, meno che mai le liste bloccate. Uno dei modi più frequentemente utilizzati per salvare il maiale consiste nell’avanzare proposte variamente complicate che combinino in maniera assolutamente inusuale e imprevedibile pezzi di sistemi elettorali usati in altri paesi. Proposte di questo genere non fanno molta strada, ma fanno perdere (o, a seconda dei punti di vista, guadagnare) tempo. Nel recente passato, una delle più efficaci perditempo è consistita nella indigeribile combinazione di elementi dei sistemi elettorali tedesco e spagnolo.

Il sistema elettorale australiano, sbucato alla fine del 2012 da non ricordo più quale fervida mente riformatrice e subito non molto originalmente definito “kangurum”, sembrava già dimenticato. Invece è rispuntato, facendo, come si conviene ai canguri, un bel balzo. È poco più di una variante del maggioritario di stampo inglese. In Australia (e in pochissimi non importanti altri paesi) funziona efficacemente, vale a dire conferisce agli elettori il potere di scegliere il candidato preferito nei collegi uninominali. Di più (per esempio, dare vita ad un governo) non fa, essendo questo comunque compito dei partiti a seconda dell’esito del voto. Particolari non proprio di contorno del caso australiano sono che il voto è obbligatorio, il sistema partitico si è da tempo assestato sulla competizione bipolare, il capo dello Stato è la Regina d’Inghilterra. Se i pregi più vantati del sistema australiano, ovvero la sua peculiarità positiva, sono che l’elettore deve mettere in una graduatoria le sue preferenze e che si vota in collegi uninominali ad un turno solo (evitando quindi il presunto “mercato delle vacche” che si avrebbe con il doppio turno), entrambi possono cadere – o almeno indebolirsi, sotto il fuoco di motivate critiche.

Ci vogliono candidati e partiti molto bravi per insegnare ad elettori come quelli australiani – peraltro in buona misura già abituati – come stilare la graduatoria dei candidati in ordine di preferenza. Non sottovaluto le capacità di apprendimento degli elettori italiani, ma boccio quelle pedagogiche dei candidati e dei partiti italiani (molti dei quali continuano a non sapere quasi nulla dei sistemi elettorali). Quanto al “mercato delle vacche” (nell’esempio più richiamato, quello francese), ne farò un moderato, ma seriamente motivato elogio. Chiunque abbia mai frequentato un mercato delle vacche sa che gli animali stanno in bella vista, che ciascun compratore può guardarli a lungo, toccarli, valutarli e ottenere tutte le informazioni aggiuntive che desidera. I venditori si comportano correttamente non perché sono gentili, ma perché (anche senza avere letto Adam Smith) sanno di essere in un mercato competitivo dove altri venditori vanteranno la superiore qualità delle loro vacche e la eventuale maggiore adeguatezza alle necessità del compratore. Dunque il mercato delle vacche ha due enormi pregi: è trasparente ed è concorrenziale. Chi truffa verrà inesorabilmente punito, escluso.

In effetti è proprio vero: in Francia, dove si usa il doppio turno per eleggere un solo candidato, c’è un mercato delle vacche che molti intellettuali catholic-chic o comunisti ancien régime respingono a priori, senza saperne abbastanza, ma anche perché hanno scarsissima fiducia nell’elettorato. Non credono alle capacità degli elettori di seguire la “conversazione” che chiamerò elettorale (ma è anche “democratica”) che si svolge fra il primo e il secondo turno. Candidati che non superano la soglia di accesso al secondo turno e che dicono agli elettori, soprattutto ai loro, quale candidato preferiscono fra quelli rimasti in lizza. Candidati che desistono spiegando perché (ad esempio, con l’obiettivo di evitare la dispersione di voti, a sinistra o a destra, che favorirebbe l’elezione del candidato più sgradito). Dirigenti di partito che raggiungono accordi tali per cui votare per uno specifico candidato significa dare anche approvazione ad una coalizione che potrebbe farsi governo. Il doppio turno di collegio con clausola di accesso al secondo turno produce, fra il primo e il secondo turno, il massimo di informazioni per gli elettori, anche perché i mass media seguiranno e riferiranno le contrattazione con grande attenzione. Infine, se gli elettori avranno sbagliato a scegliere il candidato (a comprare la loro vacca, nella offensiva e fuorviante analogia), potranno fare mea culpa, cambiare idea, e la volta successiva bocciare l’incumbent e “acquistare” (compatibilmente con le offerte del mercato) una vacca migliore. Più informazione, più potere del cittadino elettore/compratore: il collaudato sistema elettorale francese continua ad essere preferibile a quello australiano. Les vaches sconfiggono i canguri.

Cinque stelle tanti nodi

Quasi tutto il moralismo spicciolo, da applicarsi senza complicazioni alla politica italiana, del quale il Movimento 5 Stelle ha fatto una vera e proprio filosofia politica, sta venendo al pettine. La vantata inesperienza di chi non doveva avere ricoperto cariche per essere candidato del Movimento si è rivelato un grosso inconveniente, prima in Parlamento, con almeno due anni passati a destreggiarsi nei corridoi e nelle aule del Palazzo. Poi, nonostante che Virginia Raggi fosse pure stata consigliera comunale per qualche tempo, è seguito il pasticciaccio brutto della scelta degli assessori e della composizione di una giunta sempre barcollante. Il governo della città di Roma, che doveva essere il trampolino per arrivare a Palazzo Chigi, si sta rivelando un enorme impaccio, appesantito dalla non collaborazione di qualche esponente del Movimento al quale la Raggi proprio non va giù.

La formuletta attraente, ma priva di reale significato, “uno vale uno”, da un lato, non consente di attribuire cariche sulla base di una graduatoria di merito e di competenze; dall’altro, si sta rivelando fasulla. Vale forse nelle espulsioni, non nelle promozioni, ma, soprattutto, è chiarissimo che c’è qualcuno, Grillo e Casaleggio figlio, che vale molto più di uno. Non c’è partecipazione telematica che tenga per colmare divari di potere, inevitabili in politica. Anzi, la non-partecipazione di coloro che pure fanno parte del Movimento rivela che, più o meno consapevolmente, sono molti che non si fanno un’opinione e che alla partecipazione preferiscono la delega.

Poco di questo, però, possiamo conoscere a sufficienza poiché anche la circolazione delle informazioni risulta gravemente carente. Poche informazioni poco apprendimento politico poca crescita culturale del movimento. Di conseguenza, l’obiettivo di una democrazia partecipante, che, comunque, richiede molto più di qualche rapporto fra un computer e una piattaforma, non è minimamente conseguito. Quello che sembra conseguito è una costante della politica italiana.

Nel non-partito delle Cinque Stelle hanno fatto la comparsa le non-correnti dietro i non-candidati alla carica di Presidente del Consiglio. Questi non-candidati, finora rigorosamente uomini, vanno in TV, vengono frequentemente intervistati, dichiarano e smentiscono. Cercano anche, più o meno efficacemente, qualche battuta o elemento che ne consenta la facile identificazione popolare (di recente, il tour in motocicletta di Di Battista). I non-criteri per la scelta di quella che, anche se ridimensionata da una non-legge elettorale, sarà comunque una candidatura importante per comunicare all’elettorato qualcosa in più sul Movimento, obbligano gli ambiziosi a riposizionamenti che sono frequentissimi nei partiti tradizionali.

Sparito il ballottaggio, il Movimento può mirare soltanto a diventare il non-partito più votato. Soprattutto per scongiurare questo esito, fin troppi giornalisti e commentatori continuano a tenere alto, anche con qualche esagerazione, il tiro della critica sulla sindaca di Roma, i cui comportamenti offrono il destro (e, se posso scherzare, anche il sinistro), dimenticando altre, più positive, esperienze di governo locale ad opera delle Cinque Stelle. In definitiva, però, non sono le novità introdotte dal Movimento nella politica italiana che ne spiegano le alte percentuali di cittadini tuttora disposti a votarlo,ma la perdurante condizione della cattiva politica prodotta dagli altri partiti. Cosicché, tranne la comparsa di un imprevedibile loro disastro o di un ancora più imprevedibile miglioramento della politica italiana, le Cinque Stelle potranno continuare a permettersi il lusso di non sciogliere i loro nodi. Continueranno a “splendere” su quello che una volta, per il PCI, fu definito uno zoccolo duro. Lo zoccolo duro dell’italico scontento.

Pubblicato AGL il 6 febbraio 2017

La situazione interna al Partito Democratico #RadioRadicale

L’intervista è stata realizzata da Lanfranco Palazzolo lunedì 6 febbraio 2017 alle ore 13:45.

Nel corso dell’intervista sono stati trattati i seguenti temi: Elezioni, Governo, Istituzioni, Legge Elettorale, Parlamento, Partiti, Partito Democratico, Polemiche, Politica, Renzi, Riforme, Voto.

La registrazione audio ha una durata di 6 minuti.

ASCOLTA

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Intervista a Gianfranco Pasquino sulla situazione interna al Partito Democratico

 

 

Opportunismo e antipolitica a caro prezzo

Manca un anno e qualche settimana alla scadenza naturale di questa legislatura, febbraio 2018. Al momento esistono due leggi elettorali diverse, non soltanto non armonizzate, come ha solennemente richiesto il Presidente della Repubblica Mattarella, ma quasi unanimemente considerate non adeguate dai partiti (e, per quel poco che contano, dagli studiosi). C’è un governo guidato da un esponente del Partito Democratico, Paolo Gentiloni, che ha una maggioranza operativa e che deve affrontare alcune problematiche economiche importanti e organizzare due eventi “europei” molto significativi: il 60esimo anniversario del Trattato di Roma a marzo e il G 7 a Taormina a maggio. Ciononostante, tutte le fonti, le indiscrezioni, i commenti giornalistici riportano che Renzi vuole andare a elezioni anticipate. Qualcuno aggiunge che lo fa con una “nobile” motivazione: affinché il 60 per cento dei parlamentari alla prima legislatura non rimangano in carica fino a settembre quando maturerebbero il diritto a una pensione, tra i 700 e i 900 Euro, che riscuoteranno al compimento del 65esimo anno d’età. Vorrebbe, Renzi, tagliare l’erba dell’antipolitica sotto i piedi del Movimento 5 Stelle. Altri credono, invece, che Renzi voglia chiudere i conti con le minoranze interne poiché non ri-candiderebbe quasi nessuno dei loro esponenti. Altri ancora pensano che più passa il tempo più Gentiloni si consolida e finirà per rendere impossibile il ritorno di Renzi sulla scena politica.

Un alto là all’ansia renziana per le urne subito è stato posto dal Presidente Emerito Giorgio Napolitano che si era speso moltissimo a sostegno delle riforme costituzionali di Renzi. Oggi, con la stessa logica, vale a dire, la preoccupazione per il funzionamento del sistema politico, Napolitano fa notare che nei paesi civili si va a elezioni alla scadenza naturale. Qualcuno lo ha criticato sostenendo che in Gran Bretagna, paese sicuramente civile nonché madre di tutte le democrazie parlamentari, il capo del governo scioglie il Parlamento quando vuole lui. Doppio errore: primo, non è mai stato così poiché lo scioglimento dopo quattro anni era una convenzione accettata da tutti, non un potere; e non è più così poiché, la coalizione Conservatori-Liberali democratici, al governo dal 2010 al 2015, ha stabilito che, salvo eventi eccezionali e imprevedibili, i Parlamenti britannici resteranno in carica cinque anni. Secondo errore: Renzi non è il capo del governo, ma il segretario di un partito; semmai, lo scioglimento dovrebbe chiederlo Gentiloni.

Il quesito cruciale, che il Presidente Mattarella sicuramente porrà a chi gli andasse a chiedere lo scioglimento che, ricordiamolo, è un suo potere costituzionale, è: quali probabilità esistono che il prossimo Parlamento sarà migliore dell’attuale e darà vita a un governo più stabile e più operativo? In subordine, tutti dovrebbero chiedersi, al di là delle loro speranze di accrescimento dei voti, se questo è il momento opportuno per lanciare una costosa –in termini di denaro, di vuoto di potere, di responsabilità e credibilità internazionale– campagna elettorale. Quando era Presidente del Consiglio, in almeno quattro o cinque occasioni Renzi dichiarò quasi con fastidio, ma senza nessuna esitazione che la legislatura sarebbe durata fino al febbraio 2018. È assolutamente e democraticamente opportuno che, se adesso intende troncarne la vita prima di allora, Renzi spieghi quali sono i vantaggi per il sistema politico che deriveranno dalle elezioni anticipate e perché crede che dopo le elezioni l’Italia riuscirà ad avere un governo migliore di quello di Gentiloni, da lui scelto e la cui composizione è, fatti salvi due o tre cambiamenti, la stessa del governo da lui guidato dal febbraio 2014 al dicembre 2016. L’opportunismo istituzionale ha un costo elevato.

Pubblicato AGL 3 febbraio 2017

Tirare le giacchette costituzionali

corte-costituzionale

L’intervento  che segue non ha trovato spazio su un paio di “autorevoli” quotidiani nazionali. Chi scopre perché me lo comunichi. Apprezzerò.

Ritengo che in una democrazia, non soltanto il Presidente della Repubblica, ma anche i giudici costituzionali possano, per usare la terminologia corrente, essere “tirati per la giacchetta”. Intendo sostenere che, primo, sia il Presidente della Repubblica sia tutti i giudici sanno di operare in un ambiente nel quale l’opinione pubblica è attenta, interessata e coinvolta; secondo, che entrambi debbono motivare le loro azioni e le loro omissioni. Tutto questo è a maggior ragione vero e rilevante quando i giudici costituzionali debbono esprimersi sui principi, sui criteri, sulle clausole della legge elettorale, quel cruciale meccanismo attraverso il quale gli elettori esercitano una parte cospicua della loro sovranità. Proprio perché abbiamo imparato quasi tutto sulle leggi elettorali formulate e utilizzate dal 1993 a oggi, sappiamo che persino la migliore di loro, vale a dire il Mattarellum, ha mostrato degli inconvenienti democratici. Nel caso specifico, le liste civetta produssero nel 2001 una Camera dei deputati che non ebbe mail plenum, mancandole ben 11 deputati. Sappiamo che con la sentenza n.1/2014, la Corte Costituzionale ha “macellato” il Porcellum, legge con la quale sono stati eletti tre parlamenti 2006, 2008, 2013. Quella sentenza ha anche delineato una legge elettorale proporzionale secondo alcuni fin troppo tale, ma immediatamente applicabile. A mio parere, dovrebbe comunque essere necessaria un’approvazione parlamentare. Sappiamo, infine, che, chiamata a decidere della costituzionalità dell’Italicum, la famosa legge che nelle parole di Renzi “tutta l’Europa ci invidierà e mezza Europa imiterà”, la Corte non potrà fare a meno di notare che l’Italicum contiene alcuni elementi già costitutivi del Porcellum, appena ridimensionati.

Gli autori e i sostenitori dell’Italicum lo hanno già liquidato (forse non l’avrebbero fatto se avessero vinto il referendum), la maggioranza di loro esprimendosi più o meno col collo storto a favore della re-introduzione del Mattarellum. Peraltro, in un’occasione precedente, la Corte non ammise un referendum che avrebbe potuto condurre alla “reviviscenza” del Mattarellum. Le aspettative sono che i giudici non risparmieranno neanche l’Italicum e i criteri ai quali faranno riferimento finiranno inevitabilmente per influenzare la stesura delle prossime leggi elettorali, dovendo essere due, una per la Camera dei deputati l’altro per il Senato, con il requisito decisivo, più volte menzionato dal Presidente Mattarella, della loro reciproca armonizzazione a evitare il guaio grosso, ma non insuperabile, di maggioranze diverse, peggio, confliggenti.

All’inizio degli anni ottanta dello scorso secolo, due autorevoli professori di Diritto costituzionale curarono la stesura di un Manuale di Diritto Pubblico (Il Mulino) che riscosse grande successo fra i loro colleghi e fra gli studenti e venne aggiornato e ristampato per quasi quindici anni. Quando dovettero attribuire la stesura del capitolo sui Sistemi Elettorali, Giuliano Amato e Augusto Barbera si rivolsero non a un giurista, ma a un Professore di Scienza politica che ne fu lusingato e fece del suo meglio, senza essere sostituito neppure nei ripetuti aggiornamenti. Adesso, la domanda, al tempo stesso, un invito, è: Amato e Barbera si atterranno nella loro valutazione dell’Italicum e nelle loro motivazioni ai principi che l’autore di quel capitolo (cioè, chi qui scrive) utilizzò e che a loro parvero più che accettabili per un lungo periodo di tempo? Spero proprio di sì. Aggiungo che sono molto fiducioso che non terranno in nessun conto le preferenze assolutamente “partigiane” dei dirigenti di partito e dei parlamentari, come riportate dai loro giornalisti di riferimento, a favore di sistemi elettorali che non servano tanto a dare potere agli elettori e a garantire buona rappresentanza politica ai cittadini (che erano e rimangono i miei due criteri supremi), ma a salvare qualche partito, a impedire la vittoria di un movimento sgradito, a favorire qualcuno, a consentire la “nomina” di parlamentari ossequienti. Poi quei due principi, potere degli elettori e rappresentanza dei cittadini, dovranno essere applicati dai parlamentari per fare una legge che duri nel tempo proprio perché non scritta con riferimento alla distribuzione contingente dei voti, come rivelata dai fuggevoli/fluttuanti sondaggi. Credo di avere tirato la giacchetta di due giudici competenti in materia e quindi influenti anche sui loro colleghi nella direzione giusta. Martedì lo sapremo. (ndr: martedì 24 la sentenza della Corte è stata rimandata all’indomani)

24 genneio 2017