Home » Posts tagged 'legge elettorale' (Pagina 17)

Tag Archives: legge elettorale

Cinque stelle tanti nodi

Quasi tutto il moralismo spicciolo, da applicarsi senza complicazioni alla politica italiana, del quale il Movimento 5 Stelle ha fatto una vera e proprio filosofia politica, sta venendo al pettine. La vantata inesperienza di chi non doveva avere ricoperto cariche per essere candidato del Movimento si è rivelato un grosso inconveniente, prima in Parlamento, con almeno due anni passati a destreggiarsi nei corridoi e nelle aule del Palazzo. Poi, nonostante che Virginia Raggi fosse pure stata consigliera comunale per qualche tempo, è seguito il pasticciaccio brutto della scelta degli assessori e della composizione di una giunta sempre barcollante. Il governo della città di Roma, che doveva essere il trampolino per arrivare a Palazzo Chigi, si sta rivelando un enorme impaccio, appesantito dalla non collaborazione di qualche esponente del Movimento al quale la Raggi proprio non va giù.

La formuletta attraente, ma priva di reale significato, “uno vale uno”, da un lato, non consente di attribuire cariche sulla base di una graduatoria di merito e di competenze; dall’altro, si sta rivelando fasulla. Vale forse nelle espulsioni, non nelle promozioni, ma, soprattutto, è chiarissimo che c’è qualcuno, Grillo e Casaleggio figlio, che vale molto più di uno. Non c’è partecipazione telematica che tenga per colmare divari di potere, inevitabili in politica. Anzi, la non-partecipazione di coloro che pure fanno parte del Movimento rivela che, più o meno consapevolmente, sono molti che non si fanno un’opinione e che alla partecipazione preferiscono la delega.

Poco di questo, però, possiamo conoscere a sufficienza poiché anche la circolazione delle informazioni risulta gravemente carente. Poche informazioni poco apprendimento politico poca crescita culturale del movimento. Di conseguenza, l’obiettivo di una democrazia partecipante, che, comunque, richiede molto più di qualche rapporto fra un computer e una piattaforma, non è minimamente conseguito. Quello che sembra conseguito è una costante della politica italiana.

Nel non-partito delle Cinque Stelle hanno fatto la comparsa le non-correnti dietro i non-candidati alla carica di Presidente del Consiglio. Questi non-candidati, finora rigorosamente uomini, vanno in TV, vengono frequentemente intervistati, dichiarano e smentiscono. Cercano anche, più o meno efficacemente, qualche battuta o elemento che ne consenta la facile identificazione popolare (di recente, il tour in motocicletta di Di Battista). I non-criteri per la scelta di quella che, anche se ridimensionata da una non-legge elettorale, sarà comunque una candidatura importante per comunicare all’elettorato qualcosa in più sul Movimento, obbligano gli ambiziosi a riposizionamenti che sono frequentissimi nei partiti tradizionali.

Sparito il ballottaggio, il Movimento può mirare soltanto a diventare il non-partito più votato. Soprattutto per scongiurare questo esito, fin troppi giornalisti e commentatori continuano a tenere alto, anche con qualche esagerazione, il tiro della critica sulla sindaca di Roma, i cui comportamenti offrono il destro (e, se posso scherzare, anche il sinistro), dimenticando altre, più positive, esperienze di governo locale ad opera delle Cinque Stelle. In definitiva, però, non sono le novità introdotte dal Movimento nella politica italiana che ne spiegano le alte percentuali di cittadini tuttora disposti a votarlo,ma la perdurante condizione della cattiva politica prodotta dagli altri partiti. Cosicché, tranne la comparsa di un imprevedibile loro disastro o di un ancora più imprevedibile miglioramento della politica italiana, le Cinque Stelle potranno continuare a permettersi il lusso di non sciogliere i loro nodi. Continueranno a “splendere” su quello che una volta, per il PCI, fu definito uno zoccolo duro. Lo zoccolo duro dell’italico scontento.

Pubblicato AGL il 6 febbraio 2017

La situazione interna al Partito Democratico #RadioRadicale

L’intervista è stata realizzata da Lanfranco Palazzolo lunedì 6 febbraio 2017 alle ore 13:45.

Nel corso dell’intervista sono stati trattati i seguenti temi: Elezioni, Governo, Istituzioni, Legge Elettorale, Parlamento, Partiti, Partito Democratico, Polemiche, Politica, Renzi, Riforme, Voto.

La registrazione audio ha una durata di 6 minuti.

ASCOLTA

//www.radioradicale.it/scheda/499541/iframe

 

Intervista a Gianfranco Pasquino sulla situazione interna al Partito Democratico

 

 

Opportunismo e antipolitica a caro prezzo

Manca un anno e qualche settimana alla scadenza naturale di questa legislatura, febbraio 2018. Al momento esistono due leggi elettorali diverse, non soltanto non armonizzate, come ha solennemente richiesto il Presidente della Repubblica Mattarella, ma quasi unanimemente considerate non adeguate dai partiti (e, per quel poco che contano, dagli studiosi). C’è un governo guidato da un esponente del Partito Democratico, Paolo Gentiloni, che ha una maggioranza operativa e che deve affrontare alcune problematiche economiche importanti e organizzare due eventi “europei” molto significativi: il 60esimo anniversario del Trattato di Roma a marzo e il G 7 a Taormina a maggio. Ciononostante, tutte le fonti, le indiscrezioni, i commenti giornalistici riportano che Renzi vuole andare a elezioni anticipate. Qualcuno aggiunge che lo fa con una “nobile” motivazione: affinché il 60 per cento dei parlamentari alla prima legislatura non rimangano in carica fino a settembre quando maturerebbero il diritto a una pensione, tra i 700 e i 900 Euro, che riscuoteranno al compimento del 65esimo anno d’età. Vorrebbe, Renzi, tagliare l’erba dell’antipolitica sotto i piedi del Movimento 5 Stelle. Altri credono, invece, che Renzi voglia chiudere i conti con le minoranze interne poiché non ri-candiderebbe quasi nessuno dei loro esponenti. Altri ancora pensano che più passa il tempo più Gentiloni si consolida e finirà per rendere impossibile il ritorno di Renzi sulla scena politica.

Un alto là all’ansia renziana per le urne subito è stato posto dal Presidente Emerito Giorgio Napolitano che si era speso moltissimo a sostegno delle riforme costituzionali di Renzi. Oggi, con la stessa logica, vale a dire, la preoccupazione per il funzionamento del sistema politico, Napolitano fa notare che nei paesi civili si va a elezioni alla scadenza naturale. Qualcuno lo ha criticato sostenendo che in Gran Bretagna, paese sicuramente civile nonché madre di tutte le democrazie parlamentari, il capo del governo scioglie il Parlamento quando vuole lui. Doppio errore: primo, non è mai stato così poiché lo scioglimento dopo quattro anni era una convenzione accettata da tutti, non un potere; e non è più così poiché, la coalizione Conservatori-Liberali democratici, al governo dal 2010 al 2015, ha stabilito che, salvo eventi eccezionali e imprevedibili, i Parlamenti britannici resteranno in carica cinque anni. Secondo errore: Renzi non è il capo del governo, ma il segretario di un partito; semmai, lo scioglimento dovrebbe chiederlo Gentiloni.

Il quesito cruciale, che il Presidente Mattarella sicuramente porrà a chi gli andasse a chiedere lo scioglimento che, ricordiamolo, è un suo potere costituzionale, è: quali probabilità esistono che il prossimo Parlamento sarà migliore dell’attuale e darà vita a un governo più stabile e più operativo? In subordine, tutti dovrebbero chiedersi, al di là delle loro speranze di accrescimento dei voti, se questo è il momento opportuno per lanciare una costosa –in termini di denaro, di vuoto di potere, di responsabilità e credibilità internazionale– campagna elettorale. Quando era Presidente del Consiglio, in almeno quattro o cinque occasioni Renzi dichiarò quasi con fastidio, ma senza nessuna esitazione che la legislatura sarebbe durata fino al febbraio 2018. È assolutamente e democraticamente opportuno che, se adesso intende troncarne la vita prima di allora, Renzi spieghi quali sono i vantaggi per il sistema politico che deriveranno dalle elezioni anticipate e perché crede che dopo le elezioni l’Italia riuscirà ad avere un governo migliore di quello di Gentiloni, da lui scelto e la cui composizione è, fatti salvi due o tre cambiamenti, la stessa del governo da lui guidato dal febbraio 2014 al dicembre 2016. L’opportunismo istituzionale ha un costo elevato.

Pubblicato AGL 3 febbraio 2017

Tirare le giacchette costituzionali

corte-costituzionale

L’intervento  che segue non ha trovato spazio su un paio di “autorevoli” quotidiani nazionali. Chi scopre perché me lo comunichi. Apprezzerò.

Ritengo che in una democrazia, non soltanto il Presidente della Repubblica, ma anche i giudici costituzionali possano, per usare la terminologia corrente, essere “tirati per la giacchetta”. Intendo sostenere che, primo, sia il Presidente della Repubblica sia tutti i giudici sanno di operare in un ambiente nel quale l’opinione pubblica è attenta, interessata e coinvolta; secondo, che entrambi debbono motivare le loro azioni e le loro omissioni. Tutto questo è a maggior ragione vero e rilevante quando i giudici costituzionali debbono esprimersi sui principi, sui criteri, sulle clausole della legge elettorale, quel cruciale meccanismo attraverso il quale gli elettori esercitano una parte cospicua della loro sovranità. Proprio perché abbiamo imparato quasi tutto sulle leggi elettorali formulate e utilizzate dal 1993 a oggi, sappiamo che persino la migliore di loro, vale a dire il Mattarellum, ha mostrato degli inconvenienti democratici. Nel caso specifico, le liste civetta produssero nel 2001 una Camera dei deputati che non ebbe mail plenum, mancandole ben 11 deputati. Sappiamo che con la sentenza n.1/2014, la Corte Costituzionale ha “macellato” il Porcellum, legge con la quale sono stati eletti tre parlamenti 2006, 2008, 2013. Quella sentenza ha anche delineato una legge elettorale proporzionale secondo alcuni fin troppo tale, ma immediatamente applicabile. A mio parere, dovrebbe comunque essere necessaria un’approvazione parlamentare. Sappiamo, infine, che, chiamata a decidere della costituzionalità dell’Italicum, la famosa legge che nelle parole di Renzi “tutta l’Europa ci invidierà e mezza Europa imiterà”, la Corte non potrà fare a meno di notare che l’Italicum contiene alcuni elementi già costitutivi del Porcellum, appena ridimensionati.

Gli autori e i sostenitori dell’Italicum lo hanno già liquidato (forse non l’avrebbero fatto se avessero vinto il referendum), la maggioranza di loro esprimendosi più o meno col collo storto a favore della re-introduzione del Mattarellum. Peraltro, in un’occasione precedente, la Corte non ammise un referendum che avrebbe potuto condurre alla “reviviscenza” del Mattarellum. Le aspettative sono che i giudici non risparmieranno neanche l’Italicum e i criteri ai quali faranno riferimento finiranno inevitabilmente per influenzare la stesura delle prossime leggi elettorali, dovendo essere due, una per la Camera dei deputati l’altro per il Senato, con il requisito decisivo, più volte menzionato dal Presidente Mattarella, della loro reciproca armonizzazione a evitare il guaio grosso, ma non insuperabile, di maggioranze diverse, peggio, confliggenti.

All’inizio degli anni ottanta dello scorso secolo, due autorevoli professori di Diritto costituzionale curarono la stesura di un Manuale di Diritto Pubblico (Il Mulino) che riscosse grande successo fra i loro colleghi e fra gli studenti e venne aggiornato e ristampato per quasi quindici anni. Quando dovettero attribuire la stesura del capitolo sui Sistemi Elettorali, Giuliano Amato e Augusto Barbera si rivolsero non a un giurista, ma a un Professore di Scienza politica che ne fu lusingato e fece del suo meglio, senza essere sostituito neppure nei ripetuti aggiornamenti. Adesso, la domanda, al tempo stesso, un invito, è: Amato e Barbera si atterranno nella loro valutazione dell’Italicum e nelle loro motivazioni ai principi che l’autore di quel capitolo (cioè, chi qui scrive) utilizzò e che a loro parvero più che accettabili per un lungo periodo di tempo? Spero proprio di sì. Aggiungo che sono molto fiducioso che non terranno in nessun conto le preferenze assolutamente “partigiane” dei dirigenti di partito e dei parlamentari, come riportate dai loro giornalisti di riferimento, a favore di sistemi elettorali che non servano tanto a dare potere agli elettori e a garantire buona rappresentanza politica ai cittadini (che erano e rimangono i miei due criteri supremi), ma a salvare qualche partito, a impedire la vittoria di un movimento sgradito, a favorire qualcuno, a consentire la “nomina” di parlamentari ossequienti. Poi quei due principi, potere degli elettori e rappresentanza dei cittadini, dovranno essere applicati dai parlamentari per fare una legge che duri nel tempo proprio perché non scritta con riferimento alla distribuzione contingente dei voti, come rivelata dai fuggevoli/fluttuanti sondaggi. Credo di avere tirato la giacchetta di due giudici competenti in materia e quindi influenti anche sui loro colleghi nella direzione giusta. Martedì lo sapremo. (ndr: martedì 24 la sentenza della Corte è stata rimandata all’indomani)

24 genneio 2017

I giudici e la miopia dei politici

In nessuna democrazia in nessun momento della loro storia, i parlamentari e i governanti si sono mai fatti scrivere la legge elettorale dai giudici, neppure da quelli costituzionali. In nessuna sono mai giunti a stabilire che, come hanno inserito nell’Italicum, la legge elettorale da loro formulata e approvata, addirittura con ricorso da parte del governo Renzi al voto di fiducia, dovesse essere sottoposta al vaglio della Corte costituzionale prima di essere utilizzata. In nessuna democrazia la legge elettorale è rimasta oggetto del contendere per vent’anni e più (con il “più” che rischia di continuare). Questa è la situazione italiana in attesa della sentenza sull’Italicum che i giudici costituzionali hanno, credo lo si debba sottolineare, rinviato un po’ troppo nel tempo così come avevano lasciato vivere una legge, il Porcellum, considerata incostituzionale quasi nella sua interezza, addirittura per tre elezioni nazionali.

Non contenti della loro inadeguatezza di riformatori elettorali (a quella dei riformatori costituzionali hanno già ovviato gli elettori del NO nel referendum), parlamentari e governanti hanno trascorso quasi cinquanta giorni in attesa della sentenza della Corte fornendo materiale ai cosiddetti retroscenisti affinché almeno i cittadini che leggono i giornali fossero informati delle loro preferenze particolaristiche. Ripetutamente è stato scritto che Renzi non vuole rinunciare al premio di maggioranza, ma neppure al ballottaggio. La posizione di gran parte del Partito Democratico sembra essere favorevole a un ritorno al Mattarellum che, fra l’altro, avrebbe il pregio di accertata costituzionalità. Salvini con la sua Lega e i Fratelli d’Italia accettano il Mattarellum che li renderebbe entrambi preziosi alleati di chi volesse costruire una coalizione di centro-destra. Da soli, non andrebbero da nessuna parte. Pur avendo vinto due elezioni su tre con il Mattarellum, ma erano altri tempi, Berlusconi, già considerato, con qualche esagerazione, l’artefice del bipolarismo italiano, dichiara alta e forte la sua preferenza per una legge elettorale proporzionale. Commentatori e retroscenisti si affrettano a scrivere che quella preferenza è motivata dal desiderio di risultare indispensabile alla formazione di un governo che escluda il Movimento Cinque Stelle. Anche Alfano è favorevole alla legge proporzionale purché non le s’introduca una troppo alta soglia percentuale per l’accesso al Parlamento. Il Movimento 5 Stelle, al quale i sondaggi attribuiscono la prevalenza in caso di ballottaggio su scala nazionale, sia per non cercare alleati sia, forse, per timore di andare al governo, s’inventa un legalicum, legge proporzionale, che gli darebbe notevole peso in Parlamento consentendogli di rimanere duro e puro, quasi di governare, come, sbagliando, dissero molto tempo fa i comunisti, dall’opposizione.

Nell’imbarazzato silenzio delle due maggiori responsabili dell’Italicum: la sottosegretaria Maria Elena Boschi, già Ministro delle Riforme Istituzionali, e chi l’ha sostituita in quella carica, vale a dire Anna Finocchiaro, già Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato, sempre schierata a sostegno di tutte le scelte di Renzi in materia elettorale e costituzionale, nessuna voce si leva a difesa del potere degli elettori e della rappresentanza politica dei cittadini italiani. Periodicamente, quasi tutti i parlamentari diventano garantisti, rigorosamente a difesa dei loro colleghi, preferibilmente dello stesso partito, e deplorano la magistratura che supplisce e soppianta la politica. Adesso, sappiamo il perché della supplenza e della invadenza dei giudici. Su quello che è il meccanismo più importante di un regime democratico che serve a tradurre i voti in seggi, parlamentari e governanti non riescono a ragionare oltre i loro obiettivi miopi, particolaristici, legati alle contingenze e alle carriere. Qualcuno potrebbe anche paventare che, dovendo applicare la sentenza della Corte Costituzionale, i parlamentari non soltanto ci metteranno un sacco di tempo a scrivere una legge elettorale decente, ma soprattutto faranno molti pasticci. È un timore fondato.

Pubblicato AGL il 23 gennaio 2017

Il contratto a 5 Stelle non è un dramma. Ma ora bisogna fermare il trasformismo e il mercato delle vacche: le Camere non fuggano

la-notizia

Intervista raccolta da Paola Alagia per La Notizia

Il “contratto” che vincola gli eletti Cinque Stelle a Beppe Grillo non è il peggiore dei mali. Il problema casomai è bloccare il trasformismo e “su questo – ha detto a La Notizia il professore di Scienza politica Gianfranco Pasquino – le soluzioni ci sono. Senza stravolgere quello che dice la Costituzione”.

Il M5s ha sempre contrastato l’assenza del vincolo di mandato. Una riforma dell’articolo 67 della Carta, quindi, non è fattibile?
Lo è, ma personalmente non la ritengo una riforma da portare avanti. I parlamentari devono essere liberi di votare in piena libertà. Il problema e, per certi versi, la soluzione, casomai sono a monte.

Si spieghi.
Poter garantire a un parlamentare la libertà di esercitare il proprio voto ma anche di dover poi riferire all’elettore sul proprio operato.

Ma questo rimanda al tema della legge elettorale.
E infatti le preferenze, ma soprattutto una legge che preveda i collegi uninominali sarebbero un primo passo importante.

Rimarrebbe però il trasformismo, male che affligge la politica italiana alimentando lo scollamento con i cittadini. Come se ne esce?
Questa non è materia costituzionale ma regolamentare. Dovrebbe essere chiaro che chi entra in un gruppo parlamentare non può cambiare o magari costituire un altro gruppo. E quindi che se decide di farlo sa a cosa va incontro e cioè che rimane senza gruppo. Tutto questo, però, è materia che attiene ai regolamenti delle Camere.

Un intervento sui regolamenti, dunque, sarebbe auspicabile?
Senza dubbio la questione dei cambi di cassacca spetta al Parlamento. Più precisamente ai presidenti delle due Camere e alla loro assoluta durezza nell’esercitare i loro poteri. Ma, mi si perdoni la perfidia, ci vorrebbero due presidenti delle Camere che non fossero dei neofiti e che non solo conoscessero a fondo i regolamenti ma che avessero anche grande esperienza e potere politico personale.

È pur vero che una legge ordinaria di riforma dei partiti potrebbe migliorare il rapporto tra eletti ed elettori, non le pare?
Non escludo che una regolamentazione dei partiti possa aiutare e migliorare la trasparenza. Collegi uninominali, regolamenti parlamentari rigidi e regole chiare nei partiti, dalla formazione delle liste alle espulsioni, potrebbero essere tre soluzioni, per quanto non prive di inconvenienti.

Non mi ha detto cosa ne pensa del ricorso contro il M5s.
È una delle armi che il Partito democratico usa contro il suo principale concorrente. A Roma, poi, i dem hanno subito una sconfitta elettorale vera e, tra l’altro, non ne hanno ancora tratto le conseguenze. Tutti sono rimasti al loro posto a partire da Matteo Orfini, commissario del Pd romano.

E del patto tra la Raggi e il M5s?
I patti, in questo caso tra una persona e i leader di un Movimento, sono regolati in base ai contenuti del patto stesso. La politica deve essere un’attività nella quale si esplicano le proprie capacità e al tempo stesso si cerca di garantire la massima rappresentanza possibile ai cittadini. Per quanto io ritenga pessimo tutto ciò che la irrigidisca, è pur vero che la politica stessa si è rivelata altrettanto pessima. Comprendo, quindi, la volontà di Grillo di darsi delle regole. Per quanto poi pure la sua intenzione di controllare tutto sia esagerata e alquanto autoritaria.

Pubblicato il 19 gennaio 2017 su LaNotiziailgiornale.it

Così il “Mattarellum” incoraggia il bipolarismo

Corriere della sera

Non è bizzarra l’aspettativa che i partiti esistenti tentino strenuamente di difendere se stessi di fronte a qualsiasi riforma elettorale e, se possibile, mirino ad avvantaggiarsene. E’ sbagliato, però, molto sbagliato, pensare che buone leggi elettorali, una volta congegnate, siano del tutto dominabili dai partiti e non abbiano effetti significativi su ciascuno di loro, sul sistema dei partiti, sulle modalità di competizione. Quando, poi, dalla teoria si scende alla pratica, allora i ragionamenti dovrebbero fare riferimento alle realtà conosciute e certificate. Ad esempio, il Mattarellum non fu elaborato per difendere e neppure per configurare il bipolarismo. Sicuramente, i referendari e i molti milioni di elettori che nel fatidico 18 aprile 1993 approvarono il quesito erano interessati al bipolarismo poiché desideravano fortemente costruire le condizioni elettorali dell’alternanza. Altrettanto sicuramente, però, non fu un fantomatico e inesistente bipolarismo, tantomeno parlamentare, a dare vita al Mattarellum.

Difficile dire esattamente quanti poli esistessero nel Parlamento eletto nel 1998, forse almeno quattro: Movimento Sociale, Lega Nord, Democristiani, Partito democratico della Sinistra (più Verdi e Rifondazione Comunista, forse la seconda anch’essa considerabile come polo). Eppure, furono quei molti poli ad approvare, sotto la costrizione del successo referendario, il Mattarellum. Ovviamente mai bipolaristi, i Democristiani neppure erano interessati a una legge elettorale in grado di favorire l’alternanza che, notoriamente, diventa più facile se il sistema dei partiti si approssima al bipolarismo. Tuttavia, se il Mattarellum non fosse (stato) un sistema elettorale tre quarti maggioritario applicato in collegi uninominali, la comparsa del bipolarismo sarebbe stata alquanto improbabile. Anzi, i Democristiani variamente diventati Popolari si comportarono come se fosse possibile mantenere/avere un sistema tripolare nel quale loro, collocati al centro, avrebbero deciso le alleanze di governo.

La spinta decisiva al bipolarismo la impresse, più di chiunque altro, Silvio Berlusconi che comprese rapidamente la necessità di costruire coalizioni in grado di presentare e sostenere un unico candidato nei collegi uninominali. Al Nord fece il suo debutto il Polo della Libertà: Forza Italia più Lega Nord. Nel Centro e nel Sud, il Polo del Buongoverno mise insieme Forza Italia e la neo-trasformata Alleanza Nazionale. I Popolari ebbero un esito disastroso. Sia il fautore dei collegi uninominali, Mariotto Segni, sia il relatore della legge che porta il suo nome, Sergio Mattarella, furono sconfitti nei loro collegi uninominali, ma rieletti grazie al recupero proporzionale (con le modalità apposite, scheda separata e candidature bloccate, disegnate per la Camera dei Deputati) e il partito nel suo insieme risultò irrilevante.

L’obiezione, troppo spesso pappagallescamente ripetuta, che il Mattarellum non è adatto ad un sistema partitico tripolare, è sostanzialmente sbagliata. Che uno o due dei poli esistenti non voglia il Mattarellum è plausibile, forse anche comprensibile, anche se discende da gravi difetti di miopia politica. Peraltro, nell’attuale Parlamento i poli sono più di due, almeno quattro: Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle, Lega Nord (più, forse, Fratelli d’Italia) e Forza Italia, se non addirittura cinque qualora comparisse un’aggregazione di sinistra. La riproposizione del Mattarellum, con qualche correzione, ad esempio, per impedire le liste civetta, obbligherebbe a formare aggregazioni. Insomma, darebbe una forte spinta in direzione del bipolarismo, naturalmente penalizzando in maniera anche molto significativa chi non cercasse oppure non volesse alleati. Concludendo, il Mattarellum incentiva in maniera importante il bipolarismo e dovrebbe essere sostenuto da chi il bipolarismo desidera davvero. A non volere il Mattarellum sono i nemici del bipolarismo, che provengano dai ranghi dei sostenitori ipocritamente pentiti dell’Italicum oppure da quelli dei fautori di un sistema proporzionale, non tedesco, che nessun “latinorum” potrebbe legittimare e lustrare. Rimane, però, che chi voglia ristrutturare il sistema dei partiti italiani deve sapere che, se respinge il Mattarellum, non gli resterà che fare affidamento su leggi proporzionali purché dotate di alte soglie percentuali per l’accesso al Parlamento. Riuscirà ottenere qualche miglioramento rispetto alla situazione attuale, ma sarà molto improbabile che pervenga al bipolarismo.

Pubblicato il 5 gennaio 2017

Il discorso di Mattarella: coordinate di buona politica

Che cosa augurare a coloro che hanno immobilizzato il paese per otto lunghi mesi di campagna elettorale per un referendum che hanno perso alla grande? Che compito a dare a coloro che si sono tanto vantati di avere scritto una legge elettorale ottima e adesso propongono la reviviscenza della legge elettorale di cui fu abile relatore più di ventitre capodanni fa proprio l’attuale Presidente della Repubblica? Nel suo stringato, essenziale, antiretorico messaggio Mattarella ha scelto in special modo di ricordare un po’ a tutti che paese è l’Italia: una comunità in cerca di coesione, di riduzione dei divari, non solo regionali, ma anche, ancora, fra donne e uomini, un paese al quale è necessario infondere speranza, orgoglio, fiducia. Lo ha fatto anche criticando indirettamente, ma con inusitata nettezza, il Ministro del Lavoro Poletti. I giovani costretti ad andare all’estero alla ricerca di quelle opportunità di lavoro che l’Italia non sa e non riesce a offrire, “meritano rispetto e sostegno”, non le male parole del Ministro il quale adesso dovrebbe, forse, sentire il dovere di dimettersi.

Il Presidente ha anche, sobriamente, sottolineato che, in una comunità che troppo spesso cerca di nobilitare qualsiasi rivendicazione parziale e particolaristica definendola un diritto, è ora di pensare, addirittura di cominciare a praticare “l’etica dei doveri”. Di quello che ciascuno di noi deve alla patria, parola che il Presidente ha opportunamente pronunciato, aggiungendovi la consapevolezza che l’adempimento dei doveri non serve soltanto a rafforzare il senso di appartenenza all’Italia, ma anche il ruolo dell’Italia in Europa. Quell’Europa che deve, a sua volta, prendere atto che l’immigrazione e la sicurezza sono problemi che l’Italia sta costosamente affrontando, ma che esigono e meritano la ricerca di soluzioni effettivamente europee.

In maniera irrituale, il Presidente ha difeso la sua scelta di dare vita ad un nuovo governo (non proprio rinnovatissimo e bellissimo) dal momento che l’opzione di procedere a elezioni immediate proprio non era praticabile a causa dell’inesistenza della legge elettorale. Nelle sue parole è apparso chiaro, più che l’augurio, l’invito severo che il Parlamento dedichi un po’ delle sue, purtroppo, nelle condizioni date, non particolarmente brillanti, conoscenze a elaborare una legge decente. E’ apparso altresì evidente che, da un lato, il Presidente non intende porre nessuna fretta ai parlamentari (forse, però, sarebbe stato opportuno un invito a rimboccarsi le maniche ai giudici costituzionali che traccheggiano); dall’altro, non sarebbe affatto dispiaciuto se il tira e molla sulla legge elettorale allungasse la vita del governo Gentiloni.

Insomma, in un quarto d’ora circa, Mattarella, senza nessun aggettivo enfatico, senza richiami sentimentalistici e emotivi, dando giusto e preciso peso a ciascuna parola, cogliendo anche l’occasione per criticare le parole d’odio e di violenza che la (cattiva) politica, ma anche la cattiva società immettono e fanno circolare sulla rete, ha toccato temi di grande rilevanza; ha fatto conoscere quelle che sono, più che sue semplici opinioni e preferenze, le coordinate di buone politiche; ha indicato alcune direttive. Appena avranno finito di lodarlo in maniera ipocrita, è sperabile che i politici italiani riflettano sui contenuti del messaggio e, coloro che ne hanno le capacità, agiscano di conseguenza. Per fare del 2017 effettivamente un Buon Anno. Auguri.

Pubblicato AGL il 2 gennaio 2017

#2017iscoming Sul nuovo anno l’ombra lunga del vecchio

L’anno 2017 sta per cominciare, ma il 2016 non ha intenzione di finire. L’ombra lunga di tre avvenimenti diversamente importanti inciderà non poco per tutto l’anno (e oltre). Né i britannici né l’Unione Europea sanno esattamente come venire a capo della Brexit. La transizione da impresario televisivo e palazzinaro a Presidente degli USA riguarda non soltanto Donald Trump, ma il mondo e i suoi molti problemi. L’apprendistato rischia di essere lungo, tormentato e pericoloso. Gli sconfitti del referendum costituzionale italiano non hanno riflettuto sulle loro drammatiche inadeguatezze e preparano non rimedi, ad esempio, una legge elettorale decente, ma vendette.

Auguri 2017 !

Mattarellum: si dovrebbe ripartire da lì

Archiviato, non del tutto, il referendum costituzionale con una netta vittoria del No, una delle conseguenze immediate è che è imperativo fare la legge elettorale del Senato. Inoltre, poiché è molto probabile che la Consulta avanzerà serissime riserve e formulerà indicazioni precise relativamente all’Italicum (già dato per morto e sepolto da coloro che lo hanno elaborato e esaltato), dirigenti di partito, giuristi e politologi di riferimento (spesso gli stessi responsabili dell’Italicum) insieme ai parlamentari hanno ripreso la danza tribale intorno al sistema elettorale più bello del mondo. In verità, il primo candidato, abbastanza autorevole dato il suo non del tutto disprezzabile passato, è il Mattarellum. Come suggerisce il nome, è la legge elettorale di cui fu relatore Sergio Mattarella, allora, 1993, deputato dei Popolari. Mentre per il Senato quel che rimaneva dei partiti italiani, travolti da Mani Pulite, decisero di tradurre sostanzialmente l’esito del referendum che aveva quasi del tutto cancellato la precedente legge proporzionale, alla Camera dei deputati, presieduta da Giorgio Napolitano, cercarono di contenere gli effetti maggioritari del referendum. Non lo fecero in maniera particolarmente efficace introducendo una seconda scheda di recupero proporzionale con lista dei candidati bloccata che consentì la presenza delle cosiddette liste civetta per evitare il cosiddetto scorporo dei voti già utilizzati per vincere il seggio nei collegi uninominali.

La semplice descrizione di un sistema che eleggeva tre quarti dei parlamentari in collegi uninominali e un quarto con il cosiddetto recupero proporzionale rivela qualche complessità di troppo. Il pregio maggiore del Mattarellum fu che, imponendo la formazione di coalizioni pre-elettorali (operazione nella quale Berlusconi fu bravissimo, mentre i Popolari si condannarono all’estinzione), diede vita al bipolarismo e, di conseguenza, all’alternanza. Nel 2005 il centro-destra, mai abbastanza capace di trovare candidature attraenti peri collegi uninominali, sostituì il Mattarellum con una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza, detta Porcellum, predecessore immediato dell’Italicum che, dunque, non è affatto maggioritario.

Comprensibile è che Berlusconi, data la debolezza attuale di Forza Italia, desideri una legge proporzionale, ma di leggi elettorali proporzionali ne esistono numerose varianti la migliore della quali è quella tedesca. Curioso, invece, che chi aveva collaborato all’Italicum e lo aveva sostenuto a spada tratta oggi dica che l’idea di Renzi di tornare al Mattarellum è “ottima”. Però, da un lato, quell’idea non è solo di Renzi che, casomai ci è arrivato tardivamente; dall’altro, una riesumazione del Mattarellum senza alcune modifiche non sarebbe del tutto positiva. Comunque, sono già molti coloro che respingono il Mattarellum sostenendo che, nel migliore dei casi, funzionerebbe in un sistema partitico bipolare, ma non è adeguato all’attuale tripolarismo italiano. È un’obiezione sbagliata poiché quando il Mattarellum fu introdotto non c’era affatto il bipolarismo in Italia. Berlusconi non aveva neppure ancora manifestato la sua intenzione di “scendere in campo”. Grazie ai collegi uninominali e alla formazione, voluta e ottenuta da Berlusconi, di un polo bifronte (al Nord e al Centro-Sud) di centro-destra, il Mattarellum diede il suo potente contributo a una competizione bipolare la cui necessità e dinamica il centro-sinistra comprese e praticò soltanto quando nel 1996 seppe costruire l’Ulivo.

Non importa se il sistema partitico italiano è attualmente tripolare, anche se il polo di centro-destra al momento pare quasi inesistente. I collegi uninominali sarebbero sufficientemente costrittivi da imporre una competizione bipolare, mentre il recupero proporzionale darebbe rappresentanza parlamentare a chi non sa e non vuole trovare alleati e formare coalizioni pre-elettorali. Insomma, il Mattarellum semplificato e snellito, facilmente comprensibile dagli elettori nei suoi effetti, è il sistema che chi vuole andare presto alle urne dovrebbe preferire. Tutto il resto, che, peraltro, è già cominciato, appare come un polverone déjà vu che rischia di produrre un’altra legge che favorisce alcuni partiti e che non conferisce potere agli elettori.

Pubblicato AGL il 23 dicembre 2016