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#Europa C’è ancora molta strada da fare, anche in salita #25marzo #EU60

Diventata una grande zona di pace, benessere e diritti, l’Unione Europea festeggia il 60esimo anniversario del Trattato di Roma, quello che fu il primo grande salto in avanti. Chi si volta indietro vede un lungo cammino completato. Chi guarda avanti sa che c’è ancora molta strada da fare, anche in salita. Gli Europei la percorreranno, magari a due o più velocità, fino a raggiungere gli Stati Uniti d’Europa

A lezione su 60 anni di storia #DomenicaSole24Ore #Europa30Lezioni

La recensione di Angelo Varni per DOMENICA ilSole24ORE

L’Europa in trenta lezioni

UTET 2017

All’indomani della fine dell’immane tragedia della guerra mondiale, con le macerie materiali delle città devastate e quelle morali quasi comprendiate nel male assoluto dei campi di sterminio che si andavano scoprendo, fu sogno e progetto di pochi, ma speranza e aspirazioni di molti la costruzione di un’Europa capace di far convivere in pace i propri popoli, individuando per questo le radici culturali comuni per condividerne i valori e tradurli in obiettivi politici e in conseguenti ordinamenti istituzionali.

Fu allora l’impulso di statisti come Schumann, De Gasperi, Adenauer, Spaak, che seppe cogliere una simile ansia di intrecciare in un’unica casa europea stati in azioni dilaniatisi fino a quel momento, di farla finita con gli egoismi di reciproca supremazia, di individuare la strada di uno sviluppo condiviso, di sottolineare l’assurdità delle contrapposizioni in un continente che trovava i suoi punti di riferimento, tra i tanti, nelle elaborazioni intellettuali degli illuministi, nelle musiche eterne di Beethoven, nei messaggi di pace di Kant, dell’insuperabile galleria di correnti artistiche succedutesi nei secoli ben oltre i confini geografici, nei ritratti della nostra comune umanità lasciatici da William Shakespeare.

E fu, allora, la CECA, per la quale molto si prodigò Jean Monnet, e poi l’Euratom, insieme alla Comunità Economica Europea, di cui ricorrono il 25 marzo i 60 anni dalla firma, a Roma, dei trattati istitutivi. Parve possibile, dunque, intraprendere un cammino che potesse coincidere con il programma federalista del Manifesto di Ventotene, scritto da Altiero Spinelli e da Ernesto Rossi nelle ristrettezze del confino e che fissò le fondamenta dei principi di libertà, di coesistenza fra diversi, di democrazia partecipata, di rispetto della persona.

Di tutto ciò ci parla, seguendone l’evoluzione fino al buio della Brexit e dei muri contro gli immigrati, Gianfranco Pasquino in un volume suddiviso in trenta limpide ” lezioni”, dove scorrono e si chiariscono tutti gli elementi che hanno modellato l’attuale Unione. Le ideologie, le politiche interne e internazionali, i Trattati e gli uomini che gli hanno interpretati, le istituzioni e i rapporti coi cittadini, le scelte economiche e i processi decisionali: in un susseguirsi di analisi che in nessun momento -nonostante le disillusioni dell’oggi-abbandonano le certezze dell’autore che ” l’Europa che c’è” sia comunque meglio di ogni altra soluzione intravista in antitesi, che sia uno spazio ineguagliato di libertà di circolazione di persone, di cose, di capitali, non meno che di sogni e di ideali. Certo che questa sua Europa ” durerà nel tempo”, “riuscirà a progredire in meglio per sé, per gli europei, per il mondo”.

Pubblicato il 19 marzo 2017 su DOMENICA ilSole24ORE

Cosa rischiamo di perdere e cosa di riconquistare #CircoloLettori #Torino 22marzo #Europa30Lezioni

mercoledì 22 marzo ore 18

Circolo dei lettori

Via Giambattista Bogino, 9 

Presentazione con l’autore del libro di Gianfranco Pasquino

L’Europa in trenta lezioni

UTET 2017

Gianfranco Pasquino, L’Europa in trenta lezioni, UTET 2017

L’Unione Europea – a sessant’anni dagli accordi di Roma che diedero vita il 25 marzo 1957 al suo nucleo iniziale, la Comunità Economica Europea – è da molti considerata un’istituzione distante e complessa, inutile, sebbene abbia un ruolo centrale su tutti gli aspetti del vivere comune, l’immigrazione, l’economia, la difesa dei diritti individuali e collettivi e la tutela delle minoranze.
Il politologo ricostruisce gli equilibri di potere su cui si regge, gli organismi, i valori-guida, le personalità che ne hanno influenzato lo sviluppo, le problematiche di ieri e di oggi; fa il punto sull’Europa che abbiamo costruito fin qua, nel momento in cui più forti soffiano i venti contrari del populismo e del nazionalismo più ottuso.
Un modo per capire cosa rischiamo di perdere e cosa potremmo invece riconquistare, recuperando i valori di libertà, di pace, di prosperità da cui, nelle ore più buie del secolo scorso, è nata l’idea di Europa unita.

VIDEO Europa, nonostante tutto, ancora in cammino #CasaCulturaMilano

Alessandro Cavalli, Lia Quartapelle e Gianfranco Pasquino

Venerdì 17 marzo 2017  ore 18

Casa della Cultura

via Borgogna, 3 Milano

in diretta diretta streaming sul sito casadellacultura.it

in occasione della presentazione del libro di Gianfranco Pasquino

L’Europa in trenta lezioni 

UTET 2017

 

L’Europa riparte da Rodi

italianiitaliani

L’anno 2017 promette di essere per l’Europa persino più difficile e complicato dell’anno che l’ha preceduto. Si celebrerà il 60esimo anniversario del Trattato di Roma (25 marzo 1957) che è da considerarsi l’inizio di uno splendido percorso che ha portato a Lisbona. Parlamento, Commissione e, in special modo, il Consiglio dovranno sfruttare l’occasione non soltanto con il giustificato compiacimento per quanto è stato fatto, ma anche con riflessioni autocritiche (che è quanto analizzo nel mio libro L’Europa in trenta lezioni) su che cosa è mancato e che cosa non hanno saputo fare e con proposte audaci su come e quanto è indispensabile cambiare con veri e propri salti di qualità. Qualcuno continua ad affermare che con gli uomini politici di cui l’Europa dispone attualmente, non è immaginabile né oggi né nel prossimo futuro nessun salto di qualità. Altri sostengono che, forse, anche se indebolita dalla sua pur probabile e auspicabile vittoria nelle elezioni parlamentari di fine settembre, sarà Angela Merkel a imprimere un cambio di velocità all’Europa. Non più preoccupata dalle costrizioni di una successiva ri-elezione potrà dedicare tutti i suoi sforzi ad entrare nella storia come colei che ha rilanciato in maniera straordinaria il processo di unificazione politica del Continente.

Il rilancio è possibile, ma non probabile poiché, da un lato, nessun singolo leader, per quanto autorevolissimo, può trascinare altri leader europei riluttanti, anche se amici e leali collaboratori, e la Germania ne ha. Possibile, ma non probabile, anche se è politicamente scorretto dirlo, poiché, proprio per le sue caratteristiche costitutive, l’Europa non sarà in grado di fare passi avanti di notevole rilievo se i suoi cittadini non lo vorranno, se non diventeranno loro gli attori e gli interpreti di quello che rimane il più grande e più importante fenomeno non soltanto del secondo dopoguerra: un’Unione Europea non di nazioni, ma di popoli e di cittadini la cui adesione ad una idea di Europa sovranazionale è significativamente cresciuta nel tempo.

Forse miopi forse pigri forse sconcertati forse, anche, egoisti e, talvolta, ignoranti della loro storia e di quella degli altri europei, sono proprio i cittadini europei ad essere responsabili della lentezza del processo di unificazione, del suo stallo periodico, di controversie improduttive. Le fredde, ma precise, statistiche dell’Eurobarometro, ma non solo, rivelano che i cittadini europei hanno avuto molto di più di quello che potevano ragionevolmente aspettarsi, più di qualsiasi altra area al mondo. La lunga crisi economica li ha colpiti, ma non danneggiati in maniera irreparabile. Per risolverla non hanno voluto e non vogliono rinunciare a nulla, neppure temporaneamente. Soprattutto, gli europei dell’Est, ai quali l’allargamento è stato concesso in maniera troppo frettolosa per puntellare le loro gracili democrazie, invece, di diventare ardenti e ferventi europeisti, indugiano su un nazionalismo che già fu loro molto nocivo fra le due guerre mondiali.

L’Europa la fanno e la faranno i cittadini europei. Nel recente passato hanno ricevuto apporti significativi da leader politici che avevano una visione e la volontà di tradurla. Nonostante le critiche, non tutte malposte, il circuito istituzionale europeo “Parlamento-Consiglio-Commissione” ha spesso funzionato egregiamente. E’ possibile sostenere che esista un, peraltro contenuto, deficit democratico, attribuendone parte anche ai cittadini che non si curano di andare a votare. Ne può derivare anche, è già stata variamente avanzata, la proposta di andare all’elezione popolare diretta del Presidente dell’Europa, non soltanto per attribuire potere di rappresentanza e di decisione ad una personalità probabilmente di notevole statura, ma soprattutto per chiamare in causa i cittadini e per rivitalizzare il progetto europeo nel conflitto di idee, di programmi, di visioni.

L’Europa già cambia ogni giorno, a piccoli passi, ma questi passi non sono sufficienti a mantenersi all’altezza delle sfide storiche: globalizzazione, immigrazione, scontri di civiltà. Quest’ultima è la formula nella quale includo e sintetizzo il terrorismo di matrice islamica dal quale è impossibile separare le motivazioni religiose per collocarlo soltanto nella asettica categoria “sfida alla modernità”. Non riconoscere che quel terrorismo vuole lo scontro significa anche mancare di rispetto a tutti i musulmani che, venendo in Europa, ne hanno accettato la “civiltà” aperta e hanno liberamente scelto di conviverci. Ricordando da dove noi tutti, europei, veniamo, credo che la frase che racchiude in sé il senso della sfida lanciata contro di noi, dei problemi, immigrazione e crescita economica, che la nostra Unione Europea deve prioritariamente risolvere sia “hic Rhodus hic salta”.

Pubblicato il 1° gennaio 2017

Il Manifesto di Ventotene

Sono lieto di presentare qui la seconda lezione del mio prossimo libro L’Europa in trenta lezioni che sarà pubblicato all’inizio del 2017 dalla casa editrice UTET-De Agostini.

SECONDA LEZIONE. Il Manifesto di Ventotene

Scritto nel maggio-giugno del 1941 dall’ex-comunista Altiero Spinelli e dall’ex-Giustizia e Libertà Ernesto Rossi e pubblicato la prima volta clandestinamente a Roma, a cura di e con una prefazione anonima di Eugenio Colorni, il Manifesto è giustamente considerato un testo cult del federalismo italiano. Ispirato dalla lettura di alcuni pochi testi (scritti dal liberale Luigi Einaudi e dall’economista inglese Lionel Robbins) disponibili nella biblioteca dell’isola di Ventotene dove gli autori erano stati confinati dal fascismo, il Manifesto porta come sottotitolo “Per un’Europa libera unita”. Il punto di partenza dell’analisi è la convinzione della responsabilità degli Stati sovrani nel dare vita e perpetuare “una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes“. La proposta era quella della formazione di una federazione europea “non come un lontano ideale, ma come una impellente tragica necessità”. I principi, scrive Spinelli, ma sarebbe meglio dire le fondamenta, di una federazione europea debbono essere: “esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli stati appartenenti alla federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica”. Si noti, primo, la sequenza: la federazione europea non può essere imbelle, ma deve sapere difendersi; secondo, quei principi sono stati e, in parte, rimangono gli obiettivi, comunque molto ambiziosi, perseguiti e sostanzialmente conseguiti dai costruttori dell’Unione Europea.

Spinelli stesso rimproverò al Manifesto “alcuni errori politici di non lieve portata: l’ottimismo sulla imminente realizzazione dell’idea federalista; l’incomprensione della debolezza degli stati europei devastati dalla seconda guerra mondiale (e quindi la necessità dell’appoggiarsi agli Stati Uniti); l’invocazione della necessità di un partito rivoluzionario federalista (prodotti dei tempi e dell’esperienza pregressa di Spinelli) che “espressa ancora in termini troppo rozzamente leninisti” si è rivelata “caduca”. Di due idee politiche Spinelli si dichiarava molto fiero: 1. La federazione europea non era solo un ideale, ma un obiettivo. Non era “un invito a sognare”, ma “un invito a operare”. Certamente, questo operare incessante e indefesso fu la cifra dell’azione politica di Spinelli. 2. La lotta per la federazione sarebbe diventata “un nuovo spartiacque fra le correnti politiche”: progressisti e reazionari si misureranno con riferimento all’uso del potere politico. I secondi si limiteranno alla conquista del potere politico nazionale. I primi vorranno usare quel potere “come strumento per realizzare l’unità internazionale”. Analiticamente importante, questa distinzione non ha trovato una coerente e profonda traduzione nella lotta/competizione politica né negli Stati nazionali né a livello europeo.

Il “leninismo ” spinelliano torna sia nella critica alla “metodologia politica democratica” che sarà “un peso morto nella crisi rivoluzionaria” sia nella dismissione dei “predicatori [democratici] esortanti laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare”. Il punto d’arrivo è un “saldo stato federale” dotato di una forza armata europea, in grado di “spezzare le autarchie economiche” , che “abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli stati stessi l’autonomia che consenta una plastica articolazione e lo sviluppo di una vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli” (quasi un’anticipazione del principio di sussidiarietà che, qualche decennio dopo, sarà codificato nei Trattati europei).

Il capitolo del Manifesto intitolato “Compiti del dopoguerra. La riforma della società”, discusso a fondo con Spinelli, è stato redatto principalmente da Ernesto Rossi. Lo si potrebbe definire figlio dei tempi, ma dei tempi che verranno e che, nei paesi scandinavi, stavano già arrivando. Quei compiti possono essere sintetizzati “nell’emancipazione delle classi lavoratici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita”. L’obiettivo deve essere perseguito con: a) l’abolizione, la limitazione, la correzione della proprietà privata; b) la nazionalizzazione delle grandi imprese monopolistiche; c) una riforma agraria e forme di gestione cooperativa e azionariato operaio; d) provvidenze necessarie per i giovani “per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita [sono le eguaglianze di opportunità]; e) l’assicurazione a tutti di “vitto, alloggio e vestiario” e di misure “che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio” [quanto di più vicino e simile al programma di uno Stato del benessere, del welfare].

Tre quarti di secolo dopo la sua stesura, il Manifesto di Ventotene non è soltanto un documento storico ricco di intuizioni lungimiranti e di indicazioni programmatiche, alcune delle quali tradotte nelle politiche formulate e attuate dall’Unione. Non è soltanto un monumento alla intelligenza degli avvenimenti dei suoi due autori. Continua a costituire la premessa e la promessa di una Federazione degli stati europei.