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Italia, il fallimento della politica. “La Prima Repubblica non era poi così male. Dopo i partiti sono stati incapaci di rinnovarsi” #intervista @LaStampa

GIANFRANCO PASQUINO Pubblica un “Profilo ideologico” del Paese che completa quello del suo maestro Norberto Bobbio.

Intervista raccolta da Alberto Mattioli

 Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021)

In principio era Norberto Bobbio, il suo Profilo ideologico del Novecento italiano che tuttavia, pubblicato nel 1986, si fermava prima del ’68. Adesso il quadro si completa con un «Profilo ideologico dell’Italia repubblicana» che però del nuovo saggio di Gianfranco Pasquino è il sottotitolo.

Il titolo, inquietante e perentorio, è Libertà inutile (Utet, pp. 223, € 18). È un saggio accademico ma scorrevole, appassionato e appassionante, lucido e polemico. E lascia nel lettore quel retrogusto di disillusione, che pare inevitabile quando si guarda l’Italia contemporanea.

Professor Pasquino, è il suo omaggio a Bobbio?

«Anche. Fu il relatore della mia tesi e con lui e Nicola Matteucci dirigemmo il Dizionario di politica. Ho insegnato all’Università di Bologna ma sono nato a Torino. Ogni volta che ci tornavo, andavo a trovare Bobbio. Mi piaceva l’idea di proseguire il suo lavoro sulla cultura politica degli italiani o meglio sulla sua mancanza».

Libertà inutile, in effetti, è un titolo forte.

«Ne parla lo stesso Bobbio nella postfazione del suo saggio. La libertà, certo, è sempre preziosa. Ma possiamo dire che gli italiani l’hanno adoperata molto male. Gli ultimi trent’anni sono stati quelli della fine della crescita, di una politica incapace di dare risposte e dei partiti spariti o in crisi».

Passiamoli in rassegna, allora. Lei smonta il mito di Berlusconi come fautore di una rivoluzione liberale.

«Certamente. Berlusconi è un duopolista e i duopolisti non lanciano rivoluzioni liberali. Il liberalismo di Berlusconi è soltanto liberismo, e di un genere particolare che punta a liberare la società dalle regole. Ma la società italiana non è migliore dello Stato. Nel presunto “liberalismo” di Berlusconi non c’è mai stata alcuna riflessione sulla divisione dei poteri, che del liberalismo è la base».

Lei stronca anche il Pd.

«Un vero problema. Il crollo dei partiti storici tra il ’92 e il ’94 non fu determinato solo da quello del Muro di Berlino, ma dall’assoluta incapacità di ripensare le loro culture politiche. I liberali erano sempre stati quattro gatti e non riuscirono a diventare otto. La riscoperta di Prudhon non bastò certo a rilanciare il riformismo socialista. La Dc perse la sua funzione di baluardo anticomunista e il Pci si trovò spiazzato perché aveva sempre negato di poter diventare socialdemocratico. La fusione di Margherita ed ex Pci produsse un soggetto privo di un vero baricentro: non bastava proclamare di voler mettere insieme le culture politiche progressiste, anche perché mancava in toto quella socialista. Il problema non è mai stato affrontato e di conseguenza nemmeno risolto».

Che identità dovrebbe darsi il Pd, allora?

«Potrebbe forse partire dall’europeismo di Altiero Spinelli, che aveva capito che il vero confronto non sarebbe più stato tra destra e sinistra, ma tra favorevoli e contrari all’unificazione politica dell’Europa. Ma nel Pd vedo molti che elaborano strategie; idee, nessuno».

E il Movimento Cinque Stelle?

«È il non pensiero di un non partito. O meglio, qualche pensiero c’è, ma sono pensieri deboli. Far passare tutto da una piattaforma telematica significa rinunciare a elaborare una cultura politica. E infatti governano con tutti: prima la Lega, poi il Pd, adesso Draghi. Però riconosco al M5s il merito di aver riportato alla politica molti elettori che se ne erano disamorati».

Il M5s è solo antiparlamentare o anche antidemocratico?

«Antiparlamentare di sicuro, con il suo mito della democrazia diretta e la riduzione del numero dei parlamentari. Ma questo è un aspetto presente da sempre nella cultura italiana, fin dai tempi di Prezzolini e Papini. Sulla democrazia, mi colpì una profezia di Grillo. Una volta affermò che il M5s avrebbe conquistato il 100 per cento dei voti, che è sicuramente un’idea antidemocratica perché un partito è una parte, non può essere il tutto».

E i sovranisti? La Lega?

«Il sovranismo non è un’idea. La Lega è passata dal secessionismo alla blanda espressione degli interessi dei ceti produttivi del Nord. Ma l’idea di un’Italia che si ritrae dall’Europa è perdente, lo sanno tutti. Dunque, l’idea sovranista è debole e produce una politica debole».

Non ci resta che Draghi.

«Nella storia di tutti i Paesi ci sono momenti in cui è giusto che ci siano accordi ampi. È successo anche in Italia con i primi governi del Dopoguerra o con il compromesso storico, che pure io critico. È una convergenza accettabile, anche se è bene che ci sia pure chi non ci sta come Giorgia Meloni. Ciò detto, molto dipenderà dalle capacità di Mario Draghi che sono note ma, nel ruolo di premier, ancora da collaudare».

Nel suo libro aleggia una certa nostalgia per la vituperata Prima Repubblica. Stavamo meglio quando stavamo peggio?

«Stavamo davvero peggio? Alla fine degli anni 80 l’Italia diventò la quinta potenza industriale del mondo scavalcando il Regno Unito. La cosiddetta Prima Repubblica ha prodotto cambiamenti enormi. Il problema è iniziato quando gli attori della politica, i partiti, si sono rivelati incapaci di rinnovarsi. Più che finiti, i partiti sono sfiniti. Da qui l’impossibilità di riforme vere e il ricorso a soluzioni di emergenza: con Ciampi funzionò, con Monti no, con Draghi chissà».

SuperMario ce la farà?

«Sono uno studioso della politica, non un profeta. Non sono né ottimista né pessimista. Il momento è importante, l’occasione di cambiare la politica preziosa. Le riforme individuate da Draghi sono quelle giuste: burocrazia, giustizia, scuola».

Ultima domanda: nel libro, lei si toglie spesso qualche macigno dalle scarpe sui suoi colleghi. Perché?

«Perché il dibattito non può essere accondiscendente. Una parte degli studiosi non ha fatto bene il suo lavoro, è stata troppo blanda con questa politica. Non faccia credere ai suoi lettori che io sono a quel livello, ma Orwell non era tenero con i suoi colleghi, Aron nemmeno e neanche Habermas lo è. La discussione è anche critica, altrimenti è solo melassa».

Pubblicato il 23 febbraio 2021 su La Stampa

VIDEO Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana @UtetLibri

Perché l’Italia è tanto malmessa? Più di cinquant’anni fa la risposta Norberto Bobbio la offrì nel suo Profilo ideologico del Novecento italiano. Per molto tempo mi sono posto l’ambizioso compito di analizzare le idee che hanno circolato in Italia dopo il libro di Bobbio. Le mie risposte sono ora in Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021). La libertà di cui gli italiani hanno comunque goduto non ha fatto, proprio come temeva Bobbio, migliorare le idee e i comportamenti collettivi. È risultata complessivamente inutile. Il mio libro cerca di spiegare perché.

Libertà inutile
Profilo ideologico dell’Italia repubblicana

Quando scelse la repubblica, il popolo italiano, appena uscito dalle rovine di una dittatura e di una guerra mondiale, affidò all’Assemblea costituente l’impegnativo compito, condiviso da tutti (o quasi), di costruire un paese migliore. Ma la repubblica che ne è uscita è stata all’altezza di quelle speranze?
Se lo chiedeva già Norberto Bobbio nel suo fondamentale Profilo ideologico del Novecento italiano, fermandosi però sulle soglie del 1968, e se lo chiede oggi Gianfranco Pasquino, raccogliendo l’eredità del grande filosofo torinese e provando a impostare nuovamente una riflessione che riesca a cogliere l’accidentato percorso della nostra mutevole e inquieta storia repubblicana.
A partire dalle fondamenta costituzionali, Pasquino sismografa gli smottamenti culturali, gli umori e i contrasti che, di decennio in decennio, hanno attraversato la nazione e coinvolto i suoi protagonisti. Così ci immergiamo nelle contraddizioni delle tre grandi culture politiche del Novecento: il liberalismo, fondamentale durante la Resistenza e sminuito nella ricostruzione del dopoguerra; il comunismo, lacerato all’interno dal dibattito fra i desideri di riformismo parlamentare e le pulsioni semirivoluzionarie, negli anni caldi delle contestazioni di piazza; l’area democristiana, appesantita dal troppo potere politico, economico e sociale accumulato senza controlli, fino alla resa dei conti di Tangentopoli.
E poi ancora i mutamenti delle stagioni recenti: la personalizzazione della politica propiziata dal berlusconismo e l’affermarsi di nuove culture che strizzano l’occhio all’antipolitica e al populismo.
Il quadro che ne viene fuori è un’inedita biografia della nazione: un paese di passioni ideologiche ed enormi contraddizioni, in cui le fortune dei leader durano il tempo di una stagione. E allora, attraversando le riflessioni di Pareto, Calamandrei, Gramsci, Sartori, prende forma il dubbio di Pasquino: la democrazia italiana ha disatteso le promesse costituzionali? Quella conquistata con tanta fatica è stata forse una Libertà inutile?

Gianfranco Pasquino (Torino, 1942), allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Associate Fellow alla SAIS-Europe di Bologna, è stato direttore, dal 1980 al 1984, della rivista “il Mulino” e, dal 2000 al 2003, condirettore della “Rivista italiana di Scienza politica”. Dal 2010 al 2013 presidente della Società italiana di Scienza politica, è autore di numerosi volumi, i più recenti dei quali sono Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (2015), Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (2019, tradotto in spagnolo nel 2020) e Italian Democracy. How It Works (2020). È particolarmente orgoglioso di avere condiretto insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci per Utet il celebre Dizionario di politica (2016, nuova edizione aggiornata). Per Utet ha inoltre pubblicato La Costituzione in trenta lezioni (2016), L’Europa in trenta lezioni (2017) e Minima politica (2020). Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei.

Le diseguaglianze e la qualità della democrazia @laregione @laR_Lugano

Intervista raccolta da Ivo Silvestro

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, sul futuro delle democrazie confrontate con crescenti disuguaglianze economiche

“Diseguaglianze: precisazioni, problemi, proposte” è il titolo della conferenza che Gianfranco Pasquino, professore Emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, terrà giovedì 5 marzo alle 18 alla biblioteca cantonale di Lugano. L’incontro apre il ciclo “Luci e ombre della globalizzazione” del Club Plinio Verda.

Professor Pasquino, in democrazia siamo tutti uguali – per quanto riguarda diritti civili e politici, mentre le disuguaglianze economiche non sarebbero un problema. Ma una persona molto ricca non ha, anche politicamente, più potere degli altri cittadini?
Sicuramente: senza uguaglianza di diritti civili e politici non possiamo parlare di democrazia, ma possiamo parlare di democrazia di fronte a diseguaglianze economiche.
Tuttavia queste disuguaglianze economiche possono avere un impatto sulla democrazia, sulla qualità della democrazia. Una democrazia in cui i ricchi possono “comprarsi le elezioni” evidentemente è una democrazia che valutiamo negativamente rispetto a una democrazia in cui tutti i cittadini hanno quasi lo stesso potere politico: l’obiezione quindi non è tanto verso coloro che diventano ricchi, ma alla loro capacità di influenzare le politiche che a loro volta favoriranno ancora di più i ricchi. Questa situazione sta diventando intollerabile in alcuni Paesi, iniziando dagli Stati Uniti.

Spesso si sente dire che non è un problema se i ricchi diventano più ricchi – se al contempo i poveri diventano meno poveri. Insomma, le disuguaglianze economiche non sarebbero di per sé un problema.
Il problema è come i ricchi usano le loro risorse per proteggere la loro posizione, per accrescere la loro ricchezza e per controllare il potere politico: questo è un cardine del liberalismo che nasce per dire che ogni uomo, e ogni donna, ha un voto e questo voto conta allo stesso modo. Ma nel momento in cui chi ha più soldi riesce a comprare i voti, riesce a comprare le decisioni degli eletti, nella democrazia entra una discriminazione economica molto dannosa e che incide sul principio dell’eguaglianza politica dei cittadini.

Dovremmo quindi pensare a una incompatibilità tra capitalismo e democrazia? Perché sembra che o il capitalismo fagocita la democrazia, oppure la democrazia impone pratiche redistributive della ricchezza.
Finché il capitalismo rimane competitivo è compatibile con la democrazia – che a sua volta deve essere competitiva, perché se c’è un unico capitalista e c’è un unico governante non siamo più in una democrazia.
La compatibilità quindi c’è, ma c’è anche una forte tensione perché i capitalisti cercano naturalmente di arricchirsi, e di controllare il potere politico affinché non proceda a quella ridistribuzione di cui lei parlava. D’altro canto la democrazia deve basarsi sul potere dei numeri, sulla costruzione di maggioranze popolari.
Il conflitto c’è, e non può che essere risolto attraverso maggioranze che si formano intorno a una certa idea di democrazia, a una certa idea di sistema economico, a una certa idea di società in cui ci sia un minimo di ricerca di uguaglianza, un minimo di opportunità per tutti.

In concreto, cosa dovremmo fare? Impedire alle persone di arricchirsi troppo?
La democrazia non deve porre alcun limite all’arricchimento. La democrazia, o meglio i democratici, intervengono nel momento in cui quei soldi vengono utilizzati per manipolare le elezioni, per influenzare la politica a proprio vantaggio.
Quindi se mi chiede se deve esserci un limite all’arricchimento, la risposta è no. Ma ci devono essere limiti all’uso di quei soldi, quindi una legge vera sul conflitto d’interesse, una legge vera sul finanziamento della politica.

Democrazia e disuguaglianze economiche possono quindi coesistere con regole serie.
Regole serie e severe. Il potere economico non deve controllare il potere politico e a sua volta il potere politico non deve controllare il potere economico. Devono essere in competizione tra di loro, però con delle regole che stabiliscono che non possono esserci dei vincitori per sempre, che i vincitori non possono opprimere coloro che perdono.

Persone molto ricche possono influenzare la società al di là della politica. Un amante del jazz potrebbe finanziare scuole e festival solo  di questo genere, penalizzando rock e classica. L’esempio può apparire banale, ma se lo applichiamo anche all’arte, alla letteratura, al cinema le (legittime) preferenze di pochi possono cambiare una società.
Con il finanziamento di queste attività lei pone un caso molto interessante. Ma se il sistema è competitivo, ci saranno altri ricchi che finanzieranno altre attività, in competizione. E anche per i cittadini ci sono possibilità, attraverso il cosiddetto crowdfunding, di finanziare a loro volta certe attività culturali.
Se avviene in maniera trasparente e in una situazione di competizione, il finanziamento di attività culturali non pone problemi.

La competizione è quindi essenziale.
Sì. Pensiamo alle primarie democratiche negli Stati Uniti. In corso ci sono dei milionari e non è affatto detto che Michael Bloomberg riuscirà a vincere. Finché c’è una situazione competitiva, c’è la possibilità di tenere sotto controllo: una volta ottenuta la nomination e magari anche diventato presidente, ci dovrà essere una legge sul conflitto d’interesse.

Il suo intervento apre il ciclo ‘Luci e ombre della globalizzazione’. In tutto questo discorso, la globalizzazione che ruolo ha?
Innanzitutto la globalizzazione è un fenomeno in corso, per cui possiamo valutarla in questo momento ma sappiamo che non possiamo fermarla – e non dovremmo neanche.
Ha prodotto arricchimento in zone del mondo che erano molto povere, a iniziare dalla Cina ma non solo. Ha prodotto una crescita di disuguaglianze ma l’uscita dalla povertà di milioni di persone. È quello che diceva all’inizio: se i ricchi diventano più ricchi ma al contempo i poveri diventano meno poveri, va benissimo – entro certi limiti, naturalmente.
La globalizzazione ha prodotto tutto questo e adesso però ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di poter controllare come la ricchezza si va formando, di strumenti per impedire ad esempio che le corporation vadano in cerca di paradisi fiscali.

Strumenti sovranazionali: ma ci sono istituzioni internazionali che possano farlo?
L’Unione europea qualcosa sta facendo. Il resto ovviamente viene affidato a organizzazioni internazionali, alcune hanno sufficienti poteri altre non ancora. Ma certo la globalizzazione richiede un governo mondiale, o quantomeno misure prese a livello di Nazioni unite che cerchino di mitigare l’impatto che alcuni aspetti della globalizzazione sta avendo. Noi adesso stiamo parlando di ricchezza, di soldi, ma dovremmo parlare anche di clima e di commercio internazionale: quello che Trump sta facendo a livello di dazi è molto negativo, a livello di controllo delle ricchezze e delle diseguaglianze.

Ultima domanda: sul futuro  della democrazia è più ottimista o più pessimista?
Se guardo a quello che è già successo, sono relativamente ottimista. Negli ultimi trenta-quarant’anni il numero di regimi che possiamo ragionevolmente ritenere democratici è cresciuto. Siamo passati grosso modo da una trentina di democrazie a novanta democrazie. C’è una spinta alla creazione di regimi democratici.
Ma al contempo vediamo in alcuni contesti erosioni delle regole democratiche, pensiamo a Orbán che in Ungheria cerca di controllare la stampa…

Quella che lui chiama ‘democrazia illiberale’.
Certo, ma se mi capiterà lo dirò sicuramente durante la conferenza: la democrazia illiberale non esiste. Senza i principi del liberalismo la democrazia non esiste.

Pubblicato il 4 marzo 2020 su laregione.ch

VIDEO “La democrazia come ideale e come fatto”

Riprese audio e video a cura di Radio Radicale
Roma, 8 gennaio 2020
Sala Conferenze del Partito Democratico


Sono intervenuti nell’ordine:
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università degli Studi di Bologna, Accademia dei Lincei
Gianni Cuperlo, membro della Direzione Nazionale, Partito Democratico
Claudia Mancina, professoressa associata di Etica alla Sapienza Università di Roma
Giacomo Marramao, professore emerito di Filosofia politica e Filosofia teoretica dell’Università degli Studi Roma Tre
Dario Franceschini, ministro dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo, Partito Democratico
Tra gli argomenti discussi: Crisi, Democrazia, Economia, Globalizzazione, Liberalismo, Mercato, Politica, Società.
La registrazione video di questo convegno ha una durata di 1 ora e 32 minuti.

Tavola rotonda a partire da ParadoXa 3-2019

Democrazie Fake
a cura di Gianfranco Pasquino

La democrazia come ideale e come fatto

La cultura politica oltre l’ostacolo PD

Se fossi solo interessato alle sorti del Partito Democratico, questo post non dovrebbe essere pubblicato, L’ho scritto perché vorrei una società davvero civile che esprima una politica decente entrambe conseguibili soltanto se si trasforma sostanzialmente quella che è rimasta, seppure con problemi gravissimi, l’unica organizzazione simile ad un partito. Ma, in quanto tale, è fallita. Ne propongo un superamento totale

Già, caro Gianni Cuperlo, come si costruisce “un’alternativa alla destra di oggi” (e di domani e dopodomani)? Alla destra italiana, quella famosa che sta dentro di noi e che non debelliamo mai perché, da un lato, preferiamo non parlarne oppure minimizzarne le implicazioni e conseguenze, dall’altro, perché fino ad oggi non è stata costruita una cultura politica liberale e democratica. Certo, nel secondo dopoguerra non c’è mai stato tempo peggiore di adesso per tentare di dare vita e linfa a una cultura politica che in Italia è sempre stata fortemente minoritaria. Tuttavia, nel male contemporaneo, è proprio spiegando perché i populisti e i sovranisti non sono mai parte della soluzione, ma gran parte del problema, che diventa possibile formulare una variante di cultura politica liberale e democratica. E, allora, sarò drastico, per una molteplicità di ragioni, il Partito Democratico, come è stato costruito, come ha funzionato, per come è diventato costituisce forse l’ostacolo più alto alla elaborazione di una cultura liberal-democratica. Non posso/possiamo aspettarci nessuna riflessione su quella cultura dalle rimanenze di Forza Italia e di tutti coloro che sono caduti nella trappola di una improponibile “rivoluzione liberale” condotta dal duopolista Berlusconi in palese irrisolvibile conflitto di interessi. Mi auguro che un giorno, qualcuno, non chi scrive, farà un dettagliato elenco dei molti opinionisti che hanno fatto credito, interessato, al liberalismo immaginario di Berlusconi. Se l’antifascismo da solo non è democrazia, l’anticomunismo da solo non è liberalismo.

A che punto siete voi Democratici con la elaborazione di una cultura politica decente? Quando è stata l’ultima volta che di questo avete discusso, dei principi culturali a fondamento del PD: in una Direzione e in un’Assemblea del partito, nel corso dell’approvazione delle riforme costituzionali, che, ma proprio non dovrei dirvelo, non possono non avere una superiore cultura politica di riferimento (soprattutto, per chi crede, sbagliando, che la Costituzione italiana sia un documento “catto-comunista”), durante la maldestra difesa di quelle riforme condotta all’insegna di mediocri varianti di motivazioni neo-liberali e decisioniste, di una bruciante sconfitta elettorale? Non ho sentito nessuna parola in proposito nell’ultima campagna per l’elezione del segretario del partito. Già, Zingaretti non è un intellettuale, ma un minimo di consulto con professoroni e professorini potrebbe servirgli oppure gli ideologi del Partito Democratico sono diventati il neo europarlamentare Carlo Calenda e il senatore di Bologna Pierferdinando Casini? Non dovrebbe qualcun preoccuparsi anche del silenzio degli Ulivisti, da Romano Prodi a Arturo Parisi, i quali, peraltro, hanno avallato tutte, ma proprio tutte le decisioni di Renzi le cui personali vette culturali sono state attinte da due parole chiarissime: rottamazione e disintermediazione.

Ho esplorato la letteratura disponibile riguardo le culture politiche democratiche e riformiste finendo per constatare che quei due termini proprio non hanno fatto la loro comparsa, mai, neppure nei più aspri, e sono stati tanti, momenti di confronto e scontro all’interno dei partiti di sinistra. Senza nessuna sorpresa ho anche notato –non scoperto poiché già da sempre sta nel mio bagaglio di professore di scienza politica– che, da Tocqueville e John Stuart Mill, ma si potrebbe tornare anche a Locke (chi erano costoro?), democrazia è mediazione, lasciando la disintermediazione alle pratiche autoritarie e totalitarie (ne ho ricevuto immediata conferma da George Orwell).

Allora, caro Gianni Cuperlo, dobbiamo davvero aspettare che il bambino di Andersen si metta a gridare che il re (il Partito Democratico) è nudo (privo di qualsiasi rifermento culturale) e, aggiungo subito, anche bruttino assai. Acquisita questa consapevolezza, peraltro, già molto diffusa, lasciamo che il PD imploda oppure che si disperda sul territorio confrontandosi senza rete e senza arroganza (per molti piddini questa richiesta non sarà facile da soddisfare) con tutte quelle organizzazioni sociali, professionali, culturali e persino politiche che ritengono che alla egemonia della destra è possibile contrapporre una cultura politica democratica (Bobbio avrebbe aggiunto “mite”) che rimette insieme le sparse membra del liberalismo dei diritti e delle istituzioni con il riconoscimento del potere del popolo, meglio, dei cittadini e dei loro doveri. Caro Cuperlo, sarò molto interessato ad una tua iniziativa in materia. Non posso neppure escludere a priori di parteciparvi.

Pubblicato il 1 luglio 2019 su PARADOXAforum

INVITO L’utopia liberale #Genova #7aprile La Storia in Piazza 2019 #Utopia

X edizione de La Storia in Piazza 2019
a cura di Luciano Canfora con Franco Cardini

Correttamente inteso, il liberalismo non è un’utopia. E’ una pratica, al tempo stesso, generosa e rigorosa. Anzitutto, consiste nel riconoscere l’esistenza di diritti che spettano all’uomo e al cittadino, diritti civili e diritti politici: dalla libertà di esprimere le proprie opinioni e di associarsi alla libertà di scegliere i rappresentanti e i governanti. Il liberalismo protegge e promuove i diritti. Il liberalismo è anche una tecnica di organizzazione dello Stato e delle sue istituzioni che impedisce la concentrazione dei poteri, vieta al potere economico di impadronirsi del potere politico, tiene separate dalla politica le sfere religiosa, culturale, sociale. Detta regole per le loro interazioni, fermo restando che è la politica a decidere come quando con quali conseguenze si ha competizione fra le diverse sfere. Nel liberalismo nessuna istituzione può prevalere sulle altre: Governo, Parlamento, sistema giudiziario hanno un loro spazio autonomo, ma si controllano reciprocamente e si contrappongono (checks and balances) rispondendo responsabilmente alle preferenze dei cittadini. Nessuna liberal-democrazia merita il suo nome se non rispetta i diritti e non garantisce una competizione regolata. La pratica del liberalismo è esigente, con le istituzioni e con i cittadini. Oggi, forse più di ieri, despoti e populisti mirano a fare a meno del liberalismo.

Gianfranco Pasquino

L’utopia liberale

domenica 7 aprile, ore 16 Archivio Storico

 

 

“Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica”@egeaonline @RadioRadicale

Claudio Landi ha intervistato Gianfranco Pasquino sul suo nuovo saggio

“Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica”
(Università Bocconi Editore)

Venerdì 15 febbraio 2019

ASCOLTA

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Scuola di Liberalismo: lezione di Gianfranco Pasquino sulla “Democrazia”

Prima lezione della Scuola di Liberalismo 2019.

Evento organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi.

Sono intervenuti: Lorena Villa (componente della Fondazione Luigi Einaudi), Gianfranco Pasquino (professore emerito di Scienza Politica all’Università degli Studi di Bologna, Accademia dei Lincei).

DEMOCRAZIA

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I garantisti dell’impunità #Diciotti

“Il termine garantismo indica una concezione politica che sostiene la tutela delle garanzie costituzionali del cittadino da possibili abusi da parte del potere pubblico”. Questa è la definizione che si trova su Wikipedia. È una definizione minima, vale a dire che costituisce la base di qualsiasi riflessione e al di sotto della quale non si può e non si deve proprio andare. Sostenere che garantismo equivale a sottrarre i parlamentari e i ministri dal giudizio dei tribunali della Repubblica significa affermare che i detentori del potere pubblico godono di privilegi rispetto ai “comuni” cittadini. Al contrario, dovrebbe essere chiaro che, proprio poiché dotati di poteri significativi, parlamentari e ministri dovrebbero essere come la moglie di Cesare, vale a dire al di sopra di ogni sospetto. È lecito, invece, sospettare che chi invoca il garantismo voglia sottrarre al processo, si badi bene non al giudizio, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, “senza se e senza ma”, i parlamentari e i ministri. Di conseguenza, questa versione di garantismo diventa semplicemente garanzia di impunità.

Naturalmente, i sedicenti garantisti sosterranno anche di essere rispettosi delle leggi e, soprattutto, buoni, molto buoni. Aggiungeranno che coloro che pensano che i parlamentari e i ministri siano tenuti a difendersi dalle accuse nel processo (e non dal processo), sono giustizialisti, cattivi, molto cattivi. Peggio, affermeranno con sussiego e arroganza che i presunti giustizialisti sono sostenitori e fautori di un fantomatico governo dei giudici (peraltro mai visto e mai esistito). I garantisti ne concluderanno che la loro versione del garantismo rappresenta l’unica concezione corretta del liberalismo. Tutt’al contrario.

Liberalismo c’è, è opportuno ricordarlo e ribadirlo, quando le tre istituzioni sulle quali nascono, si fondano e funzionano le democrazie liberal-costituzionali si controllano a vicenda, frappongono l’una all’altra freni e contrappesi, si confrontano in procedimenti iterativi, senza fine di accountability reciproca. Il governo e i governanti debbono rendere politicamente conto del loro operato al Parlamento e giuridicamente sono tenuti a rispettare le leggi e la Costituzione. Alla magistratura spetta di valutare i comportamenti dei parlamentari e dei ministri, quando, proprio nell’esercizio delle loro funzioni (ma, ovviamente, anche nella loro vita), violino le leggi e la Costituzione. Se quelle leggi sono sbagliate, se la Costituzione è inadeguata e superata, sarà il Parlamento a decidere di abolire quelle leggi e a approvarne altre, a modificare la Costituzione.

Nessuno dei parlamentari e dei governanti può trincerarsi dietro il programma sul quale è nato il governo, meno che mai ricorrendo con generosità a chiamate di correo (l’intero governo è responsabile) a tutto campo. È nell’attuazione di quel programma che sia il Parlamento sia il Presidente della Repubblica sia la magistratura possono riscontrare elementi di incostituzionalità e di violazione delle leggi. Prima dovranno essere cambiati i punti programmatici illegali e incostituzionali, poi, eventualmente, si procederà alla modifica delle leggi, alla revisione della Costituzione. La modalità migliore, più convincente per diradare il cosiddetto fumus persecutionis, che è la cortina dietro la quale è possibile per il Parlamento respingere la richiesta dei magistrati di autorizzazione a procedere nei confronti di parlamentari e ministri, è quella di motivarne l’esistenza assumendosi trasparentemente la responsabilità del voto espresso, non con riferimenti a prese di posizione pregiudiziali (sic) e sostanzialmente ideologiche, ma alla realtà effettuale. Questo è garantismo: il buon funzionamento delle istituzioni e il buon comportamento dei detentori del potere istituzionale.

Contro la politica degli analfabeti

Nella sua brillante introduzione alla Antologia di scienza politica da lui curata e pubblicata dal Mulino nel 1970, Sartori affermava senza mezzi termini che la cultura politica italiana soffriva di “analfabetismo politologico”. I suoi bersagli erano chiari: democristiani e comunisti, e lo sarebbero rimasti fino alla loro ingloriosa scomparsa. I democristiani irritavano Sartori per la loro accertata incapacità di andare oltre una cultura giuridica alquanto formalistica e per l’incomprensione dei meccanismi della politica, a cominciare, già allora, dai sistemi elettorali. Ai comunisti rimproverava, nella sua veste non soltanto di politologo, ma di liberale, l’uso della teoria marxista, per quanto ridefinita da Gramsci, inadeguata alla comprensione di tematiche come la Costituzione e lo Stato. Soprattutto, però, la critica che valeva per entrambi riguardava in particolare il cattivo uso dei concetti e la manipolazione talvolta persino inconsapevole che ne facevano gli intellettuali di entrambi i partiti. Soltanto molto tempo dopo mi sono reso conto che fin dalla metà degli anni cinquanta, in chiave e con obiettivi parzialmente diversi, sia Bobbio (Politica e cultura, Einaudi 1955) sia Sartori (Democrazia e definizioni, Il Mulino 1957), avevano sfidato frontalmente la cultura politica “catto e comunista”. Bobbio continuò a farlo apertamente e esplicitamente fino all’ultimo. Destra e sinistra, (Donzelli 2004) ne è una chiara testimonianza. Sartori intraprese un lungo percorso di ricerca nel quale il caso italiano rimaneva un caso e poco più. Anzi, Sartori affermò ripetutamente, anche in polemica con il provincialismo di troppi studiosi, che parlavano dell’Italia DC-PCI come di un’anomalia positiva, che chi conosce un solo sistema politico non conosce neppure quel sistema. Non scrisse mai un libro dedicato a una tematica sostanzialmente italiana anche se divenne un critico severissimo e agguerritissimo di tutte le riforme elettorali e istituzionali italiane che, uomini (e donne) privi di cultura politologica e politica, hanno fatto e rifatto con pessimi esiti. I suoi libri sulla democrazia e sui sistemi di partito restano monumenti della scienza politica della seconda metà del secolo scorso e sono letture imprescindibili, ma Sartori teneva moltissimo a due volumi più recenti e più mirati: Ingegneria costituzionale comparata (Il Mulino, più edizioni, da ultimo 2004) e Homo videns (Laterza 2000).

Ogniqualvolta, specialmente nei pungentissimi editoriali per il “Corriere della Sera” (variamente raccolti Mala tempora, Laterza 2004 e Il sultanato, Laterza 2009) analizzava un qualche fenomeno politico, Sartori metteva grande cura nell’applicare in maniera ovviamente molto concisa il suo metodo comparato e le conoscenze acquisite. La domanda di fondo alla quale rispondeva era sempre quella relativa alle conseguenze prevedibili di interventi, mutamenti, trasformazioni nel sistema, nei partiti, nella leadership, nelle leggi elettorali. Spiegazioni e/o teorie probabilistiche erano i ferri del suo mestiere: “se cambiano le condizioni a, b, e c allora è probabile che cambino le conseguenze x, y, z”. Certo, discutere con chi di volta in volta produceva spiegazioni ad hoc, spesso tanto particolaristiche quanto fragili, era un esercizio che spesso lo irritava e che volgeva sul beffardo, sulla presa in giro.

Spariti i suoi interlocutori democristiani e comunisti i quali, almeno, avevano letto qualche libro e talvolta s’interrogavano effettivamente su riforme e conseguenze, persino sul metodo con il quale analizzare il sistema politico italiano e i suoi partiti, Sartori si trovò costretto a fare i conti con analisti e politici improvvisati. Il liberale che era in lui colse immediatamente l’incongruenza di una rivoluzione liberale di cui, dopo la caduta del Muro di Berlino, avrebbe dovuto farsi portatore e interprete un imprenditore duopolista (nell’importantissimo settore della comunicazione, in particolare televisiva), un imprenditore che (af)fondava la sua politica in un gigantesco conflitto di interessi. Perché mai questo accanimento contro Berlusconi, si chiesero molti commentatori, visto che l’allora Cavaliere aveva “salvato” l’Italia dai comunisti e dai post-comunisti? Eppure, la risposta di Sartori era semplice, lineare, inoppugnabile: liberalismo c’è quando potere economico e potere politico sono e, nella misura del possibile, rimangono nettamente separati. In una democrazia liberale al potere economico non si può consentire di conquistare il potere politico. Il conflitto d’interessi è una ferita permanente nel corpo di quella democrazia. Sartori era tanto più credibile in questa denuncia poiché si era per tempo schierato contro la partitocrazia ovvero quella situazione nella quale il potere politico, più precisamente dei partiti, si annetteva pezzi di potere economico, sociale, culturale.

Il liberalismo di Sartori si rafforzava e raffinava grazie alla sua scienza politica, ad esempio, ricordando che le democrazie liberali sono tali quando garantiscono effettiva rappresentanza politica agli elettori. Dai buoni sistemi elettorali viene buona rappresentanza che esige nella maniera più assoluta l’assenza di qualsiasi vincolo di mandato. Fin dal 1963 Sartori aveva sollevato il quesito se i parlamentari si sentissero maggiormente responsabili nei confronti dei dirigenti di partito, dei gruppi d’interesse, degli elettori? La risposta è, naturalmente, empirica, ma la proposta di Sartori è chiara: bisogna disegnare sistemi elettorali che consentano ai parlamentari di essere effettivamente e essenzialmente responsabili nei confronti degli elettori. A Sartori è stato risparmiato l’obbrobrio tanto dell’Italicum (non ho dubbi che avrebbe fatto notare che i premi di maggioranza Italicum-style c’entrano con la buona rappresentanza come i cavoli a merenda) quanto, ancor più, della Legge Rosato. Ma ha avuto il tempo di bollare la Legge Calderoli con l’epiteto Porcellum. Non gli attribuisco niente che non si possa trovare nei suoi scritti se aggiungo che sarebbe inorridito ad ascoltare fior fiore (sic) di riformatori e di commentatori, neanche analfabeti di ritorno, perché mai alfabetizzati, sostenere la necessità di un’apposita legge elettorale in un sistema partitico diventato tripolare. Tanto per cominciare avrebbe sostenuto che prima di contare i poli si contano i partiti (quindi, il sistema partitico italiano è multipartitico), poi se ne valuta lo stato di consolidamento, davvero molto limitato, infine che alcuni sistemi elettorali forti hanno effetti restrittivi sui partiti e sui sistemi di partiti. Le leggi elettorali si scelgono per dare vita al sistema di partiti preferito, che non è la stessa cosa di favorire o svantaggiare qualsivoglia partito.

Alla morte di Bobbio, il necrologio scritto da Sartori sulla “Rivista Italiana di Scienza Politica” (aprile 2004), intitolato Norberto Bobbio e la scienza politica in Italia, si concludeva con le seguenti parole: “Bobbio è stato per tutti gli studiosi un modello di come si deve scrivere, insegnare, e anche partecipare alla vita pubblica. … Norberto Bobbio è stato, e resta, il più bravo di tutti noi”. Credo di potermi permettere sia di condividere queste parole sia di aggiungere nel primo anniversario della sua morte che Sartori è senza nessun dubbio stato “il più bravo di tutti noi”, ma anche uno dei migliori scienziati politici degli ultimi cinquant’anni.

Pubblicato il 3 aprile 2018