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La cultura politica oltre l’ostacolo PD

Se fossi solo interessato alle sorti del Partito Democratico, questo post non dovrebbe essere pubblicato, L’ho scritto perché vorrei una società davvero civile che esprima una politica decente entrambe conseguibili soltanto se si trasforma sostanzialmente quella che è rimasta, seppure con problemi gravissimi, l’unica organizzazione simile ad un partito. Ma, in quanto tale, è fallita. Ne propongo un superamento totale

Già, caro Gianni Cuperlo, come si costruisce “un’alternativa alla destra di oggi” (e di domani e dopodomani)? Alla destra italiana, quella famosa che sta dentro di noi e che non debelliamo mai perché, da un lato, preferiamo non parlarne oppure minimizzarne le implicazioni e conseguenze, dall’altro, perché fino ad oggi non è stata costruita una cultura politica liberale e democratica. Certo, nel secondo dopoguerra non c’è mai stato tempo peggiore di adesso per tentare di dare vita e linfa a una cultura politica che in Italia è sempre stata fortemente minoritaria. Tuttavia, nel male contemporaneo, è proprio spiegando perché i populisti e i sovranisti non sono mai parte della soluzione, ma gran parte del problema, che diventa possibile formulare una variante di cultura politica liberale e democratica. E, allora, sarò drastico, per una molteplicità di ragioni, il Partito Democratico, come è stato costruito, come ha funzionato, per come è diventato costituisce forse l’ostacolo più alto alla elaborazione di una cultura liberal-democratica. Non posso/possiamo aspettarci nessuna riflessione su quella cultura dalle rimanenze di Forza Italia e di tutti coloro che sono caduti nella trappola di una improponibile “rivoluzione liberale” condotta dal duopolista Berlusconi in palese irrisolvibile conflitto di interessi. Mi auguro che un giorno, qualcuno, non chi scrive, farà un dettagliato elenco dei molti opinionisti che hanno fatto credito, interessato, al liberalismo immaginario di Berlusconi. Se l’antifascismo da solo non è democrazia, l’anticomunismo da solo non è liberalismo.

A che punto siete voi Democratici con la elaborazione di una cultura politica decente? Quando è stata l’ultima volta che di questo avete discusso, dei principi culturali a fondamento del PD: in una Direzione e in un’Assemblea del partito, nel corso dell’approvazione delle riforme costituzionali, che, ma proprio non dovrei dirvelo, non possono non avere una superiore cultura politica di riferimento (soprattutto, per chi crede, sbagliando, che la Costituzione italiana sia un documento “catto-comunista”), durante la maldestra difesa di quelle riforme condotta all’insegna di mediocri varianti di motivazioni neo-liberali e decisioniste, di una bruciante sconfitta elettorale? Non ho sentito nessuna parola in proposito nell’ultima campagna per l’elezione del segretario del partito. Già, Zingaretti non è un intellettuale, ma un minimo di consulto con professoroni e professorini potrebbe servirgli oppure gli ideologi del Partito Democratico sono diventati il neo europarlamentare Carlo Calenda e il senatore di Bologna Pierferdinando Casini? Non dovrebbe qualcun preoccuparsi anche del silenzio degli Ulivisti, da Romano Prodi a Arturo Parisi, i quali, peraltro, hanno avallato tutte, ma proprio tutte le decisioni di Renzi le cui personali vette culturali sono state attinte da due parole chiarissime: rottamazione e disintermediazione.

Ho esplorato la letteratura disponibile riguardo le culture politiche democratiche e riformiste finendo per constatare che quei due termini proprio non hanno fatto la loro comparsa, mai, neppure nei più aspri, e sono stati tanti, momenti di confronto e scontro all’interno dei partiti di sinistra. Senza nessuna sorpresa ho anche notato –non scoperto poiché già da sempre sta nel mio bagaglio di professore di scienza politica– che, da Tocqueville e John Stuart Mill, ma si potrebbe tornare anche a Locke (chi erano costoro?), democrazia è mediazione, lasciando la disintermediazione alle pratiche autoritarie e totalitarie (ne ho ricevuto immediata conferma da George Orwell).

Allora, caro Gianni Cuperlo, dobbiamo davvero aspettare che il bambino di Andersen si metta a gridare che il re (il Partito Democratico) è nudo (privo di qualsiasi rifermento culturale) e, aggiungo subito, anche bruttino assai. Acquisita questa consapevolezza, peraltro, già molto diffusa, lasciamo che il PD imploda oppure che si disperda sul territorio confrontandosi senza rete e senza arroganza (per molti piddini questa richiesta non sarà facile da soddisfare) con tutte quelle organizzazioni sociali, professionali, culturali e persino politiche che ritengono che alla egemonia della destra è possibile contrapporre una cultura politica democratica (Bobbio avrebbe aggiunto “mite”) che rimette insieme le sparse membra del liberalismo dei diritti e delle istituzioni con il riconoscimento del potere del popolo, meglio, dei cittadini e dei loro doveri. Caro Cuperlo, sarò molto interessato ad una tua iniziativa in materia. Non posso neppure escludere a priori di parteciparvi.

Pubblicato il 1 luglio 2019 su PARADOXAforum

INVITO L’utopia liberale #Genova #7aprile La Storia in Piazza 2019 #Utopia

X edizione de La Storia in Piazza 2019
a cura di Luciano Canfora con Franco Cardini

Correttamente inteso, il liberalismo non è un’utopia. E’ una pratica, al tempo stesso, generosa e rigorosa. Anzitutto, consiste nel riconoscere l’esistenza di diritti che spettano all’uomo e al cittadino, diritti civili e diritti politici: dalla libertà di esprimere le proprie opinioni e di associarsi alla libertà di scegliere i rappresentanti e i governanti. Il liberalismo protegge e promuove i diritti. Il liberalismo è anche una tecnica di organizzazione dello Stato e delle sue istituzioni che impedisce la concentrazione dei poteri, vieta al potere economico di impadronirsi del potere politico, tiene separate dalla politica le sfere religiosa, culturale, sociale. Detta regole per le loro interazioni, fermo restando che è la politica a decidere come quando con quali conseguenze si ha competizione fra le diverse sfere. Nel liberalismo nessuna istituzione può prevalere sulle altre: Governo, Parlamento, sistema giudiziario hanno un loro spazio autonomo, ma si controllano reciprocamente e si contrappongono (checks and balances) rispondendo responsabilmente alle preferenze dei cittadini. Nessuna liberal-democrazia merita il suo nome se non rispetta i diritti e non garantisce una competizione regolata. La pratica del liberalismo è esigente, con le istituzioni e con i cittadini. Oggi, forse più di ieri, despoti e populisti mirano a fare a meno del liberalismo.

Gianfranco Pasquino

L’utopia liberale

domenica 7 aprile, ore 16 Archivio Storico

 

 

“Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica”@egeaonline @RadioRadicale

Claudio Landi ha intervistato Gianfranco Pasquino sul suo nuovo saggio

“Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica”
(Università Bocconi Editore)

Venerdì 15 febbraio 2019

ASCOLTA

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Scuola di Liberalismo: lezione di Gianfranco Pasquino sulla “Democrazia”

Prima lezione della Scuola di Liberalismo 2019.

Evento organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi.

Sono intervenuti: Lorena Villa (componente della Fondazione Luigi Einaudi), Gianfranco Pasquino (professore emerito di Scienza Politica all’Università degli Studi di Bologna, Accademia dei Lincei).

DEMOCRAZIA

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I garantisti dell’impunità #Diciotti

“Il termine garantismo indica una concezione politica che sostiene la tutela delle garanzie costituzionali del cittadino da possibili abusi da parte del potere pubblico”. Questa è la definizione che si trova su Wikipedia. È una definizione minima, vale a dire che costituisce la base di qualsiasi riflessione e al di sotto della quale non si può e non si deve proprio andare. Sostenere che garantismo equivale a sottrarre i parlamentari e i ministri dal giudizio dei tribunali della Repubblica significa affermare che i detentori del potere pubblico godono di privilegi rispetto ai “comuni” cittadini. Al contrario, dovrebbe essere chiaro che, proprio poiché dotati di poteri significativi, parlamentari e ministri dovrebbero essere come la moglie di Cesare, vale a dire al di sopra di ogni sospetto. È lecito, invece, sospettare che chi invoca il garantismo voglia sottrarre al processo, si badi bene non al giudizio, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, “senza se e senza ma”, i parlamentari e i ministri. Di conseguenza, questa versione di garantismo diventa semplicemente garanzia di impunità.

Naturalmente, i sedicenti garantisti sosterranno anche di essere rispettosi delle leggi e, soprattutto, buoni, molto buoni. Aggiungeranno che coloro che pensano che i parlamentari e i ministri siano tenuti a difendersi dalle accuse nel processo (e non dal processo), sono giustizialisti, cattivi, molto cattivi. Peggio, affermeranno con sussiego e arroganza che i presunti giustizialisti sono sostenitori e fautori di un fantomatico governo dei giudici (peraltro mai visto e mai esistito). I garantisti ne concluderanno che la loro versione del garantismo rappresenta l’unica concezione corretta del liberalismo. Tutt’al contrario.

Liberalismo c’è, è opportuno ricordarlo e ribadirlo, quando le tre istituzioni sulle quali nascono, si fondano e funzionano le democrazie liberal-costituzionali si controllano a vicenda, frappongono l’una all’altra freni e contrappesi, si confrontano in procedimenti iterativi, senza fine di accountability reciproca. Il governo e i governanti debbono rendere politicamente conto del loro operato al Parlamento e giuridicamente sono tenuti a rispettare le leggi e la Costituzione. Alla magistratura spetta di valutare i comportamenti dei parlamentari e dei ministri, quando, proprio nell’esercizio delle loro funzioni (ma, ovviamente, anche nella loro vita), violino le leggi e la Costituzione. Se quelle leggi sono sbagliate, se la Costituzione è inadeguata e superata, sarà il Parlamento a decidere di abolire quelle leggi e a approvarne altre, a modificare la Costituzione.

Nessuno dei parlamentari e dei governanti può trincerarsi dietro il programma sul quale è nato il governo, meno che mai ricorrendo con generosità a chiamate di correo (l’intero governo è responsabile) a tutto campo. È nell’attuazione di quel programma che sia il Parlamento sia il Presidente della Repubblica sia la magistratura possono riscontrare elementi di incostituzionalità e di violazione delle leggi. Prima dovranno essere cambiati i punti programmatici illegali e incostituzionali, poi, eventualmente, si procederà alla modifica delle leggi, alla revisione della Costituzione. La modalità migliore, più convincente per diradare il cosiddetto fumus persecutionis, che è la cortina dietro la quale è possibile per il Parlamento respingere la richiesta dei magistrati di autorizzazione a procedere nei confronti di parlamentari e ministri, è quella di motivarne l’esistenza assumendosi trasparentemente la responsabilità del voto espresso, non con riferimenti a prese di posizione pregiudiziali (sic) e sostanzialmente ideologiche, ma alla realtà effettuale. Questo è garantismo: il buon funzionamento delle istituzioni e il buon comportamento dei detentori del potere istituzionale.

Contro la politica degli analfabeti

Nella sua brillante introduzione alla Antologia di scienza politica da lui curata e pubblicata dal Mulino nel 1970, Sartori affermava senza mezzi termini che la cultura politica italiana soffriva di “analfabetismo politologico”. I suoi bersagli erano chiari: democristiani e comunisti, e lo sarebbero rimasti fino alla loro ingloriosa scomparsa. I democristiani irritavano Sartori per la loro accertata incapacità di andare oltre una cultura giuridica alquanto formalistica e per l’incomprensione dei meccanismi della politica, a cominciare, già allora, dai sistemi elettorali. Ai comunisti rimproverava, nella sua veste non soltanto di politologo, ma di liberale, l’uso della teoria marxista, per quanto ridefinita da Gramsci, inadeguata alla comprensione di tematiche come la Costituzione e lo Stato. Soprattutto, però, la critica che valeva per entrambi riguardava in particolare il cattivo uso dei concetti e la manipolazione talvolta persino inconsapevole che ne facevano gli intellettuali di entrambi i partiti. Soltanto molto tempo dopo mi sono reso conto che fin dalla metà degli anni cinquanta, in chiave e con obiettivi parzialmente diversi, sia Bobbio (Politica e cultura, Einaudi 1955) sia Sartori (Democrazia e definizioni, Il Mulino 1957), avevano sfidato frontalmente la cultura politica “catto e comunista”. Bobbio continuò a farlo apertamente e esplicitamente fino all’ultimo. Destra e sinistra, (Donzelli 2004) ne è una chiara testimonianza. Sartori intraprese un lungo percorso di ricerca nel quale il caso italiano rimaneva un caso e poco più. Anzi, Sartori affermò ripetutamente, anche in polemica con il provincialismo di troppi studiosi, che parlavano dell’Italia DC-PCI come di un’anomalia positiva, che chi conosce un solo sistema politico non conosce neppure quel sistema. Non scrisse mai un libro dedicato a una tematica sostanzialmente italiana anche se divenne un critico severissimo e agguerritissimo di tutte le riforme elettorali e istituzionali italiane che, uomini (e donne) privi di cultura politologica e politica, hanno fatto e rifatto con pessimi esiti. I suoi libri sulla democrazia e sui sistemi di partito restano monumenti della scienza politica della seconda metà del secolo scorso e sono letture imprescindibili, ma Sartori teneva moltissimo a due volumi più recenti e più mirati: Ingegneria costituzionale comparata (Il Mulino, più edizioni, da ultimo 2004) e Homo videns (Laterza 2000).

Ogniqualvolta, specialmente nei pungentissimi editoriali per il “Corriere della Sera” (variamente raccolti Mala tempora, Laterza 2004 e Il sultanato, Laterza 2009) analizzava un qualche fenomeno politico, Sartori metteva grande cura nell’applicare in maniera ovviamente molto concisa il suo metodo comparato e le conoscenze acquisite. La domanda di fondo alla quale rispondeva era sempre quella relativa alle conseguenze prevedibili di interventi, mutamenti, trasformazioni nel sistema, nei partiti, nella leadership, nelle leggi elettorali. Spiegazioni e/o teorie probabilistiche erano i ferri del suo mestiere: “se cambiano le condizioni a, b, e c allora è probabile che cambino le conseguenze x, y, z”. Certo, discutere con chi di volta in volta produceva spiegazioni ad hoc, spesso tanto particolaristiche quanto fragili, era un esercizio che spesso lo irritava e che volgeva sul beffardo, sulla presa in giro.

Spariti i suoi interlocutori democristiani e comunisti i quali, almeno, avevano letto qualche libro e talvolta s’interrogavano effettivamente su riforme e conseguenze, persino sul metodo con il quale analizzare il sistema politico italiano e i suoi partiti, Sartori si trovò costretto a fare i conti con analisti e politici improvvisati. Il liberale che era in lui colse immediatamente l’incongruenza di una rivoluzione liberale di cui, dopo la caduta del Muro di Berlino, avrebbe dovuto farsi portatore e interprete un imprenditore duopolista (nell’importantissimo settore della comunicazione, in particolare televisiva), un imprenditore che (af)fondava la sua politica in un gigantesco conflitto di interessi. Perché mai questo accanimento contro Berlusconi, si chiesero molti commentatori, visto che l’allora Cavaliere aveva “salvato” l’Italia dai comunisti e dai post-comunisti? Eppure, la risposta di Sartori era semplice, lineare, inoppugnabile: liberalismo c’è quando potere economico e potere politico sono e, nella misura del possibile, rimangono nettamente separati. In una democrazia liberale al potere economico non si può consentire di conquistare il potere politico. Il conflitto d’interessi è una ferita permanente nel corpo di quella democrazia. Sartori era tanto più credibile in questa denuncia poiché si era per tempo schierato contro la partitocrazia ovvero quella situazione nella quale il potere politico, più precisamente dei partiti, si annetteva pezzi di potere economico, sociale, culturale.

Il liberalismo di Sartori si rafforzava e raffinava grazie alla sua scienza politica, ad esempio, ricordando che le democrazie liberali sono tali quando garantiscono effettiva rappresentanza politica agli elettori. Dai buoni sistemi elettorali viene buona rappresentanza che esige nella maniera più assoluta l’assenza di qualsiasi vincolo di mandato. Fin dal 1963 Sartori aveva sollevato il quesito se i parlamentari si sentissero maggiormente responsabili nei confronti dei dirigenti di partito, dei gruppi d’interesse, degli elettori? La risposta è, naturalmente, empirica, ma la proposta di Sartori è chiara: bisogna disegnare sistemi elettorali che consentano ai parlamentari di essere effettivamente e essenzialmente responsabili nei confronti degli elettori. A Sartori è stato risparmiato l’obbrobrio tanto dell’Italicum (non ho dubbi che avrebbe fatto notare che i premi di maggioranza Italicum-style c’entrano con la buona rappresentanza come i cavoli a merenda) quanto, ancor più, della Legge Rosato. Ma ha avuto il tempo di bollare la Legge Calderoli con l’epiteto Porcellum. Non gli attribuisco niente che non si possa trovare nei suoi scritti se aggiungo che sarebbe inorridito ad ascoltare fior fiore (sic) di riformatori e di commentatori, neanche analfabeti di ritorno, perché mai alfabetizzati, sostenere la necessità di un’apposita legge elettorale in un sistema partitico diventato tripolare. Tanto per cominciare avrebbe sostenuto che prima di contare i poli si contano i partiti (quindi, il sistema partitico italiano è multipartitico), poi se ne valuta lo stato di consolidamento, davvero molto limitato, infine che alcuni sistemi elettorali forti hanno effetti restrittivi sui partiti e sui sistemi di partiti. Le leggi elettorali si scelgono per dare vita al sistema di partiti preferito, che non è la stessa cosa di favorire o svantaggiare qualsivoglia partito.

Alla morte di Bobbio, il necrologio scritto da Sartori sulla “Rivista Italiana di Scienza Politica” (aprile 2004), intitolato Norberto Bobbio e la scienza politica in Italia, si concludeva con le seguenti parole: “Bobbio è stato per tutti gli studiosi un modello di come si deve scrivere, insegnare, e anche partecipare alla vita pubblica. … Norberto Bobbio è stato, e resta, il più bravo di tutti noi”. Credo di potermi permettere sia di condividere queste parole sia di aggiungere nel primo anniversario della sua morte che Sartori è senza nessun dubbio stato “il più bravo di tutti noi”, ma anche uno dei migliori scienziati politici degli ultimi cinquant’anni.

Pubblicato il 3 aprile 2018

In Memoriam di Piero Ostellino (1935-2018)

Caro Piero,
liberale, illuminista scozzese, purtroppo anche juventino, ci siamo incontrati, grazie a Giuliano Urbani, un giorno del settembre 1967 nel tuo ufficio al Centro Einaudi di Torino. Mi hai subito chiesto di collaborare a “Biblioteca della Libertà”, una piccola preziosa rivista. Ne sono stato sorpreso e onorato. Ho scritto spesso, accettando le tue “commesse” sempre acute, seguendo i tuoi suggerimenti sempre utili, usufruendo e apprezzando il grande, totale spazio di libertà che concedevi ai tuoi collaboratori anche quando, era il mio caso, fossero socialisti. Sono tuttora molto fiero di quegli articoli. Recentemente, me ne sono riletti alcuni non male: sulle sanzioni alla Rhodesia, su De Gaulle e sulla sburocratizzazione della politica. Scrissi anche diverse recensioni bellicose, con uno stile che, con mia grande gratificazione, incontrava il tuo burbero consenso. Non mi hai mai (ri)toccato neppure una riga. Non ti ho detto quante volte, invece, i molti direttori dei quotidiani ai quali ho poi collaborato (con la luminosa eccezione de “l’Unità” di D’Alema, Renzo Foa, Veltroni e Peppino Caldarola) mi hanno chiesto di cambiare questo, rivedere quello, cancellare quell’altro, riscrivere soprattutto la chiusa.

In quel tuo ufficio ti ho visto scrivere fra il 1967 e il 1969 (poi mi trasferii a Bologna) sul finir del pomeriggio molti articoli spesso per la “Gazzetta del Popolo” che andavi a portare di persona al giornale e iniziare la tua collaborazione al “Corriere della Sera”. Grandissima fu la mia sorpresa quando un giorno, quasi di punto in bianco, tu mi annunciasti ufficialmente come la cosa più naturale, ovvia, possibile che il tuo obiettivo era diventare il Direttore del Corrierone. Punto e basta, quasi fosse l’operazione più facile del mondo. Pur leggendoci reciprocamente, per anni non ci incontrammo di persona. Erano gli anni nei quali tu fosti inviato dal Corriere prima a Mosca, poi in Cina. Scrivevi articoli straordinari, illuminanti, al limite della brutalità, con una prosa scintillante nella quale non c’erano mai frasi fatte, mai banalità, mai cose risapute. Ancora adesso sorrido quando penso ad un articolo brillantissimo in occasione di una tua escursione in Mongolia: una vera delizia.

Da Direttore del Corriere so che la tua vita era diventata molto difficile, fra tensioni e pressioni, negli anni di Craxi (1984-1987) quando tutti i politici pensavano di avere il diritto di “importunare” i direttori dei maggiori quotidiani italiani. Ero tornato da poco da una mia permanenza negli USA e mi chiedesti un articolo sulle riforme istituzionali e due articoli sul centralismo democratico. Scritti e accettati, come al solito senza nessuna richiesta di intervento correttivo, anche se, pur criticando il modello di partito del PCI, non avevo tralasciato di affermare e argomentare che quel centralismo conteneva non pochi tratti effettivamente “democratici”. Da quel che abbiamo visto e, anche scritto, dopo, siamo diventati abbondantemente consapevoli di quanto inquinato da autoritarismi e servilismi possa essere il funzionamento di quelli che neppure più sono partiti, ma tristi veicoli di ambizioni personali. Peccato che quella mia embrionale collaborazione non abbia potuto continuare quando forze non tanto oscure ti allontanarono dalla direzione del Corriere.

Da ultimo, non posso sottacere, e neanche tu vorresti che lo facessi, quello che fu un vero scontro di idee, di interpretazioni, di valutazioni, di prospettive sul liberalismo come praticato dagli italiani compreso il Corriere della Sera, sul quale tu lanciasti una durissima reprimenda contro il mio articolo introduttivo al fascicolo da me curato della rivista “Paradoxa” (Gennaio/Marzo 2012) intitolato Liberali, davvero! Non sarei fair se proseguissi quella discussione senza tua possibilità di replica. Uso con un po’ di civetteria questo aggettivo inglese che non trova una traduzione italiana adeguata e pregnante per fare riferimento agli illuministi scozzesi, tutti “Fair, davvero!”, che tanto stimavi perché pragmatici iniziatori della grande epoca del liberalismo politico e che mettevi in contrapposizione agli illuministi francesi, rigidi e “ideologici” (sic) ai quali attribuivi fin troppe colpe. Sono contento, Piero, di averti conosciuto, di avere letto i tuoi articoli, di essermi irritato di fronte ad alcune tue tesi, di avere goduto della tua stima. Farewell.

Pubblicato il 12 marzo 2018 su PARADOXAforum