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Italia, il fallimento della politica. “La Prima Repubblica non era poi così male. Dopo i partiti sono stati incapaci di rinnovarsi” #intervista @LaStampa

GIANFRANCO PASQUINO Pubblica un “Profilo ideologico” del Paese che completa quello del suo maestro Norberto Bobbio.

Intervista raccolta da Alberto Mattioli

 Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021)

In principio era Norberto Bobbio, il suo Profilo ideologico del Novecento italiano che tuttavia, pubblicato nel 1986, si fermava prima del ’68. Adesso il quadro si completa con un «Profilo ideologico dell’Italia repubblicana» che però del nuovo saggio di Gianfranco Pasquino è il sottotitolo.

Il titolo, inquietante e perentorio, è Libertà inutile (Utet, pp. 223, € 18). È un saggio accademico ma scorrevole, appassionato e appassionante, lucido e polemico. E lascia nel lettore quel retrogusto di disillusione, che pare inevitabile quando si guarda l’Italia contemporanea.

Professor Pasquino, è il suo omaggio a Bobbio?

«Anche. Fu il relatore della mia tesi e con lui e Nicola Matteucci dirigemmo il Dizionario di politica. Ho insegnato all’Università di Bologna ma sono nato a Torino. Ogni volta che ci tornavo, andavo a trovare Bobbio. Mi piaceva l’idea di proseguire il suo lavoro sulla cultura politica degli italiani o meglio sulla sua mancanza».

Libertà inutile, in effetti, è un titolo forte.

«Ne parla lo stesso Bobbio nella postfazione del suo saggio. La libertà, certo, è sempre preziosa. Ma possiamo dire che gli italiani l’hanno adoperata molto male. Gli ultimi trent’anni sono stati quelli della fine della crescita, di una politica incapace di dare risposte e dei partiti spariti o in crisi».

Passiamoli in rassegna, allora. Lei smonta il mito di Berlusconi come fautore di una rivoluzione liberale.

«Certamente. Berlusconi è un duopolista e i duopolisti non lanciano rivoluzioni liberali. Il liberalismo di Berlusconi è soltanto liberismo, e di un genere particolare che punta a liberare la società dalle regole. Ma la società italiana non è migliore dello Stato. Nel presunto “liberalismo” di Berlusconi non c’è mai stata alcuna riflessione sulla divisione dei poteri, che del liberalismo è la base».

Lei stronca anche il Pd.

«Un vero problema. Il crollo dei partiti storici tra il ’92 e il ’94 non fu determinato solo da quello del Muro di Berlino, ma dall’assoluta incapacità di ripensare le loro culture politiche. I liberali erano sempre stati quattro gatti e non riuscirono a diventare otto. La riscoperta di Prudhon non bastò certo a rilanciare il riformismo socialista. La Dc perse la sua funzione di baluardo anticomunista e il Pci si trovò spiazzato perché aveva sempre negato di poter diventare socialdemocratico. La fusione di Margherita ed ex Pci produsse un soggetto privo di un vero baricentro: non bastava proclamare di voler mettere insieme le culture politiche progressiste, anche perché mancava in toto quella socialista. Il problema non è mai stato affrontato e di conseguenza nemmeno risolto».

Che identità dovrebbe darsi il Pd, allora?

«Potrebbe forse partire dall’europeismo di Altiero Spinelli, che aveva capito che il vero confronto non sarebbe più stato tra destra e sinistra, ma tra favorevoli e contrari all’unificazione politica dell’Europa. Ma nel Pd vedo molti che elaborano strategie; idee, nessuno».

E il Movimento Cinque Stelle?

«È il non pensiero di un non partito. O meglio, qualche pensiero c’è, ma sono pensieri deboli. Far passare tutto da una piattaforma telematica significa rinunciare a elaborare una cultura politica. E infatti governano con tutti: prima la Lega, poi il Pd, adesso Draghi. Però riconosco al M5s il merito di aver riportato alla politica molti elettori che se ne erano disamorati».

Il M5s è solo antiparlamentare o anche antidemocratico?

«Antiparlamentare di sicuro, con il suo mito della democrazia diretta e la riduzione del numero dei parlamentari. Ma questo è un aspetto presente da sempre nella cultura italiana, fin dai tempi di Prezzolini e Papini. Sulla democrazia, mi colpì una profezia di Grillo. Una volta affermò che il M5s avrebbe conquistato il 100 per cento dei voti, che è sicuramente un’idea antidemocratica perché un partito è una parte, non può essere il tutto».

E i sovranisti? La Lega?

«Il sovranismo non è un’idea. La Lega è passata dal secessionismo alla blanda espressione degli interessi dei ceti produttivi del Nord. Ma l’idea di un’Italia che si ritrae dall’Europa è perdente, lo sanno tutti. Dunque, l’idea sovranista è debole e produce una politica debole».

Non ci resta che Draghi.

«Nella storia di tutti i Paesi ci sono momenti in cui è giusto che ci siano accordi ampi. È successo anche in Italia con i primi governi del Dopoguerra o con il compromesso storico, che pure io critico. È una convergenza accettabile, anche se è bene che ci sia pure chi non ci sta come Giorgia Meloni. Ciò detto, molto dipenderà dalle capacità di Mario Draghi che sono note ma, nel ruolo di premier, ancora da collaudare».

Nel suo libro aleggia una certa nostalgia per la vituperata Prima Repubblica. Stavamo meglio quando stavamo peggio?

«Stavamo davvero peggio? Alla fine degli anni 80 l’Italia diventò la quinta potenza industriale del mondo scavalcando il Regno Unito. La cosiddetta Prima Repubblica ha prodotto cambiamenti enormi. Il problema è iniziato quando gli attori della politica, i partiti, si sono rivelati incapaci di rinnovarsi. Più che finiti, i partiti sono sfiniti. Da qui l’impossibilità di riforme vere e il ricorso a soluzioni di emergenza: con Ciampi funzionò, con Monti no, con Draghi chissà».

SuperMario ce la farà?

«Sono uno studioso della politica, non un profeta. Non sono né ottimista né pessimista. Il momento è importante, l’occasione di cambiare la politica preziosa. Le riforme individuate da Draghi sono quelle giuste: burocrazia, giustizia, scuola».

Ultima domanda: nel libro, lei si toglie spesso qualche macigno dalle scarpe sui suoi colleghi. Perché?

«Perché il dibattito non può essere accondiscendente. Una parte degli studiosi non ha fatto bene il suo lavoro, è stata troppo blanda con questa politica. Non faccia credere ai suoi lettori che io sono a quel livello, ma Orwell non era tenero con i suoi colleghi, Aron nemmeno e neanche Habermas lo è. La discussione è anche critica, altrimenti è solo melassa».

Pubblicato il 23 febbraio 2021 su La Stampa


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