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Un’altra biografia è possibile

Normali e frequenti episodi di razzismo allo stadio di Verona (e altrove) con giustificazioni della società di calcio e del capo di quei tifosi che fanno accapponare la pelle. Al Senato, il centro-destra compatto sta seduto sui suoi scranni (no, non scrivo “poltrone”) e non applaude la senatrice Liliana Segre, sopravvissuta all’Olocausto che ha fortemente voluto una Commissione su intolleranza, razzismo, antisemitismo e odio. In Sicilia, l’assistente di una parlamentare sfruttava il privilegio di entrare nelle carceri per portare avanti e indietro i messaggi dei mafiosi, dichiarando che il suo Primo Ministro è il boss dei boss Matteo Messina Denaro e che Falcone e Borsellino hanno avuto “un incidente sul lavoro”. Sono avvenimenti apparentemente sconnessi, ciascuno con una sua storia e con la sua specificità. Possono essere accomunati senza nessuna forzatura come espressioni di una società, mai sufficientemente civile, e di una politica che si è imbarbarita da qualche anno. Intendo offrirne una chiave interpretativa che sta nella storia d’Italia e che consente non soltanto di capire meglio quel che è successo, ma anche, forse, di provare a predisporne qualche rimedio. Dovendo sinteticamente definire il fascismo, il giovane Piero Gobetti, inflessibile oppositore politico e etico, parlò nel 1922 di “autobiografia della nazione”. Erano le lacune non colmate dell’unificazione italiana, gli errori della classe politica, quegli italiani ai quali, nonostante le preoccupazioni di Massimo D’Azeglio, non era stata insegnata una cultura politica democratica, ad avere aperto lo spazio e la strada al fascismo. Razzismo strisciante, antisemitismo mai combattuto, collusioni e commistioni fra società e criminalità sono tutte pagine dell’autobiografia dell’Italia repubblicana. Non si fecero i conti con il fascismo malamente sconfitto e con coloro che, magari non fascisti, s’erano rifugiati in un’ampia zona persino troppo grigia. Non è mai emerso un grande sforzo nazionale contro la criminalità organizzata, da molti considerata un modo di vita e non una struttura che attacca e erode la convivenza civile. Troppe associazioni si chiudono in se stesse preoccupandosi soprattutto di difendere i loro interessi, i loro aderenti, i loro privilegi. A eccezione di pochi testimoni della loro epoca e di pochi “predicatori” civili, non c’è stato un insegnamento complessivo, diffuso, capillare su cos’è la democrazia, su quali sono i doveri dei cittadini democratici, sui rapporti che intercorrono fra la società e lo Stato con l’intermediazione della legge. Pochi, sporadicamente e isolatamente, hanno il coraggio di cercare di chiudere le pagine del razzismo, dell’antisemitismo, della mafia, sostenendo che non possono esserci né eccezioni né giustificazioni a comportamenti incivili. È ora di cominciare a scrivere un’altra biografia della nazione basata su canoni europei e valori etici. Il punto di partenza sta inequivocabilmente nella Costituzione italiana. Studiarla e praticarla.

Pubblicato AGL il 7 novembre 2019

L’ “autobiografia della nazione” che dovremmo conoscere e cambiare. Il cammino è lungo

Fenomeni di razzismo, antisemitismo, sostegno alla mafia: tifosi che fanno il verso della scimmia, senatori seduti a braccia incrociate per manifestare la loro non condivisione di un applauso a Liliana Segre sopravvissuta ad Auschwitz e testimone di quei tempi, il classico insospettabile che è latore dei pizzini dei mafiosi. Mi viene subito e sempre in mente la definizione di fascismo data da Piero Gobetti e largamente recepita da Giustizia e Libertà: “Autobiografia della nazione”. Ciascuno di quei fenomeni è una pagina dell’autobiografia italiana nonostante 70 anni di democrazia e Costituzione evidentemente non insegnate e non praticate in maniera adeguata.

Lo scambio elettorale politico-mafioso

Al Senato si sta discutendo un nuovo DDL che propone l’inasprimento delle pene

Ho detto cosa ne penso a Marianna Ferrenti per l’Indro

l'Indro

Lo scambio elettorale politico-mafioso fu un reato introdotto nel 1992, in occasione delle stragi di Capaci e di via D’Amelio che portarono alla morte dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due pietre miliari nella lotta alla mafia e alle collusioni con il tessuto politico, abbandonati proprio da quel mondo istituzionale che avrebbe dovuto supportarli e proteggerli. Sull’emotiva di un eccidio tanto grave quanto ancora avvolto nel mistero, si rese necessario un intervento rapido per arginare qualsiasi ostacolo al libero esercizio del voto. In seguito a questi ennesimi omicidi, infatti, il Parlamento approvò la legge che introduceva ‘modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa’.

Questo provvedimento avrebbe dovuto rafforzare quanto previsto dall’articolo 416bis del Codice Penale, sulle associazioni di stampo mafioso, con reclusione da sette a dodici anni per chiunque entri a far parte a diverso titolo delle organizzazioni criminali; mentre chi le dirige era perseguibile con una pena di reclusione da nove a quattordici anni.

Il decreto legge n. 306 dell’8 giugno 1992, (convertito in legge n. 356, il 7 agosto 1992), manifestò con il tempo la sua profonda inefficacia perché veniva meno all’obiettivo prefissato, ossia quello di stanare fin dalle origini qualsiasi legame tra il mondo della politica e quello della criminalità organizzata. Infatti, il sodalizio tra criminalità organizzata e politica non si limita soltanto alla erogazione di denaro in cambio di voti, ma si allarga a tutto un mondo sommerso, al limite tra il lecito e l’illecito. Il legame si sviluppa anche attraverso la concessione di alcuni favori o benefici, che vanno dall’assegnazione degli appalti fino all’assunzione dei lavoratori, alimentando quindi un circuito clientelare.

Un conto è scambiare influenza sul territorio che, ovviamente, significa anche controllo dei voti, non solo per un partito, ma per alcuni suoi candidati, che è quello che la mafia ha sempre saputo fare in maniera quasi scientifica; un conto è trattare direttamente con i decisori che, spesso, non sono soltanto ministri e sottosegretari, ma possono essere anche presidenti delle commissioni parlamentari e  direttori generali o affini dei ministeri. La mafia è regolarmente riuscita ad adattarsi alle varie situazioni. Darwinianamente: appoggiando i più forti oppure aiutandoli a diventare tali” commenta Gianfranco Pasquino, uno dei massimi esponenti di Scienza politica a livello internazionale e docente emerito dell’Università di Bologna. La legge n. 356, il 7 agosto del 1992  subentrava con pene detentive solo dopo che il reato (l’erogazione di denaro) fosse stato commesso, tralasciando il fatto che che il politico si riservasse di pagare solo quando e se avesse vinto le elezioni. Inoltre, interveniva dopo che il reato avesse sortito i suoi effetti negativi. La mafia, la camorra e la n’drangheta, nel corso degli anni, hanno subito diverse metamorfosi, così come è cambiato l’intreccio con la politica. “Lo scambio elettorale che, naturalmente, riguarda anche la camorra (che, però, è  più frammentata e più mutevole) e la ‘ndrangheta, ha effetti nefasti: I più corrotti vincono. Aiutano imprese altrimenti inefficienti. Svolgono attività deteriori. Mandano il messaggio che la corruzione, il clientelismo, i favoritismi servono a vivere meglio  e a prosperare. Scoraggiano chiunque aspiri a qualche forma di premio al merito e di giustizia sociale. Inducono alla rassegnazione, o alla fuga privando quella comunità  di energie per il cambiamento” aggiunge Pasquino.

[…]

A distanza di ventiquattro anni, il Parlamento è intervenuto nuovamente con la legge 62/2014  cambiando radicalmente il modo di intendere il delitto di scambio elettorale politico-mafioso. La legge ha introdotto modifiche all’art.416 ter del Codice Penale, da un lato inasprendo la condotta incriminata ed estendendo quindi lo spettro dei fatti punibili includendo anche l’accettazione della promessa di voti in cambio dell’erogazione di una somma di denaro (o di un’altra utilità), dall’altro riducendo la pena in modo proporzionato al reato commesso.

Il provvedimento, però, prevedeva anche riduzione delle sanzioni previste dall’art. 416 bis, nel caso in cui ci si trova di fronte ad una condotta incriminata meno grave.  “L’unica pena che i politici temono davvero è quella dell’esclusione dalla politica. L’unica pena che anche i burocratici temono è quella della perdita del posto e dello stipendio. Queste sono da applicare immediatamente e severamente, appena con un minimo di modulazione” rincara la dose Gianfranco Pasquino. “L’origine politica della corruzione discende dal fatto che in una società non caratterizzata da competizione aperta  e da mobilità sociale, la politica è il più efficace ascensore sociale verso il benessere e il prestigio. Chi lo prende sale e non vuole più scendere. Se deve pagare il prezzo di una modica corruzione personale lo pagherà, sperando che i suoi elettori non solo lo perdonino, ma gli siano grati di quanto fa per loro,  e che i dirigenti del suo partito chiudano finché è possibile uno o due occhi. Talvolta, questa è limpidamente omertà

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La scomunica e il sedicente onore

Uomini d’onore. Così si autodefiniscono e vogliono essere chiamati i boss della mafia e della ‘ndrangheta. Meno ipocriti, forse, i camorristi non aspirano a tanto. Per i sedicenti uomini d’onore il primo impegno solenne è l’omertà: tacere nomi, fatti, complici e azioni criminose. Ne va della forza e della solidità dell’organizzazione. Chi parla mette in pericolo tutti; quindi, va subito soppresso. E’ una lezione per tutti. Da qualche tempo viene impartita anche, in maniera “trasversale”, alle donne e ai bambini. L’onore deve essere costantemente riconosciuto e omaggiato davanti a tutti, in pubblico. In questo modo viene anche esteso e potenziato. La sosta e l’inchino della Madonna in processione a Oppido Mamertina di fronte alla casa del vecchio boss della ‘ndrangheta locale non è stato soltanto un omaggio da parte del parroco suo cugino primo. Non era soltanto il probabile ringraziamento per voti ricevuti del sindaco eletto quaranta giorni fa. Ha costituito un modo ottimo per riconoscere e onorare il potere politico, sociale, economico (quanti “favori” avrà fatto nella sua carriera quel vecchio boss!) e criminale del boss.
“Siete scomunicati” ha intimato Papa Francesco con voce alta e ferma proprio in Calabria due settimane fa. Dopodiché, duecento detenuti in un carcere del Molise si sono rifiutati di andare a messa prendendo atto, forse senza saperlo, che dimostrano di avere una concezione del tutto strumentale, profana, della religione. Se non se ne possono più servire, allora tanto vale astenersi dalle funzioni. Il parroco di Oppido Mamertina crede, invece, che l’inchino della Madonna serva, eccome, a ribadire che il suo cugino boss è uomo d’onore. Si esime palesemente e consapevolmente dal tradurre l’invettiva del Papa in pratica quotidiana. Certamente, non soltanto nei piccoli comuni sotto il controllo della criminalità organizzata, i parroci correranno molti rischi nel dare attuazione alla scomunica, ma saranno coerenti con il messaggio portato da Cristo, a cominciare dal comandamento “non uccidere”.
Agli scomunicati vanno negati i sacramenti. Tuttavia, credo che non debbano essere in questione né il battesimo né la comunione e la cresima dei figli dei boss perché le colpe dei padri non vanno fatte ricadere sui figli. Sarebbe sbagliato, ma anche controproducente creando indebite simpatie per i discriminati. Ai boss della mafia, della ‘ndrangheta, della camorra vanno interdetti due sacramenti che colpiscono loro personalmente e che hanno notevoli ricadute sul loro onore e sulla loro stessa attività. Ai boss riconosciuti e conclamati, resi tali da condanne passate in giudicato, ma anche da processi in corso per fatti efferati, i preti non consentiranno né i matrimoni in Chiesa né i funerali religiosi. Nei matrimoni gli invitati riconoscono in maniera palese l’importanza e il ruolo dei boss. Insieme ai funerali religiosi, i matrimoni costituiscono uno dei luoghi d’incontro privilegiati dei criminali, a ogni livello di carriera, e degli aspiranti che si scambiano informazioni e stabiliscono le gerarchie. Per quanto formale e strumentale sia la religiosità dei boss e delle loro famiglie negare prima l’estrema unzione, poi la cerimonia religiosa è più di uno smacco. Venga intesa o no come anticipazione di una condanna all’inferno, il rifiuto del funerale religioso è un colpo durissimo e irrimediabile inferto al malposto “onore” del defunto e della sua famiglia.
Molti preti, non soltanto i collusi e i timorosi che, lo sappiamo (e lo sanno anche sia i mafiosi stessi sia i “fedeli”) sono purtroppo ancora non pochi, faranno fatica a convincersi che adesso tocca anche a loro combattere la battaglia contro la criminalità organizzata. Con la dignitosa e immediata fermezza dimostrata dai carabinieri di Oppido Mamertina e con il sostegno di quella parte della popolazione che vuole liberarsi dal pesante giogo della mafia e della ‘ndrangheta, godendo anche della benedizione papale, quei preti non saranno lasciati soli e potranno dare un contributo determinante (finora, spesso mancato) alla sconfitta delle organizzazioni criminali.
Pubblicato Agl 8 luglio 2014