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Qualcosa che so sul semipresidenzialismo. Scrive Pasquino @formichenews


In verità il semipresidenzialismo non è né un parlamentarismo rafforzato né un presidenzialismo indebolito. È una forma di governo a se stante. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica
Il termine non fu coniato da de Gaulle, uomo di sostanza, e neppure da Maurice Duverger. Il giurista e politologo francese, favorevole all’elezione popolare diretta del Primo ministro, per uscire dalla palude parlamentare, fu un fiero oppositore (di de Gaulle e) del semipresidenzialismo. Poi, forse anche perché si accorse che funzionava alla grande, ne divenne il “teorico” e l’aedo. A inventare il termine fu, con un editoriale pubblicato l’8 gennaio 1959, Hubert Beuve-Méry, direttore del prestigioso quotidiano Le Monde. Molto critico di de Gaulle, affermò che al Generale non era neanche riuscito di arrivare al presidenzialismo, solo ad un quasi presidenzialismo, per l’appunto semipresidenzialismo. In verità il semipresidenzialismo non è né un parlamentarismo rafforzato né un presidenzialismo indebolito. È una forma di governo a se stante.
Ne era esistito un precedente troppo a lungo trascurato: la Repubblica di Weimar (1919-1933). La sua triste traiettoria e la sua tragica fine non ne facevano un esempio da recuperare. Il fatto è che Weimar crollò per ragioni internazionali e nient’affatto essenzialmente a causa del suo sistema elettorale proporzionale. Ad ogni buon conto de Gaulle volle e ottenne un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali che spinge all’aggregazione delle preferenze laddove le leggi elettorali proporzionali consentono (non necessariamente producono) la disgregazione delle preferenze e la frammentazione del sistema dei partiti.
Il ministro leghista Giorgetti prevede, auspica, apprezzerebbe un semipresidenzialismo de facto. Nella sua visione, una volta eletto alla Presidenza della Repubblica Mario Draghi continuerebbe a guidare il “convoglio” delle riforme del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza attraverso un presidente del Consiglio di sua fiducia da lui nominato. Ho sbagliato a criticare la visione di Giorgetti, formulata con molte buone intenzioni. Potrebbe anche essere effettivamente l’esito che si produrrà. Naturalmente, il Parlamento italiano manterrà pur sempre la facoltà di sfiduciare il capo del governo scelto da Draghi, obbligandolo a nuove e diverse nomine. Vado oltre poiché rimane del tutto possibile che con elezioni anticipate oppure alla scadenza naturale della legislatura, marzo 2023, il centro-destra ottenga la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari e rivendichi giustamente la carica di presidente del Consiglio.
Al proposito, i critici del semipresidenzialismo leverebbero altissimi lamenti contro la coabitazione fra Draghi e chi il centrodestra gli proporrebbe e giustamente vorrebbe fosse nominato. In Francia nessuna coabitazione, ce ne sono state quattro, ha prodotto lacerazioni politiche e costituzionali. Mi si consenta di essere assolutamente curioso delle modalità con le quali si svilupperebbe una coabitazione fra Mario Draghi e Giorgia Meloni.
P.S. Dei comportamenti semipresidenzialisti de facto di Napolitano (con Monti) e di Mattarella (con Draghi) scriverò un’altra volta. Sì, è una minaccia.
Pubblicato il 7 novembre 2021 su formiche.net
Sulla Presidenza della Repubblica Italiana. Dialoghetto tra una Apprendista e un Professore #CasadellaCultura @C_dellaCultura


A: Che non si debba parlare dei nomi dei candidati alla Presidenza della Repubblica in anticipo rispetto alla data dell’elezione sta scritto nella Costituzione italiana? O dove?
P: Da nessuna parte, neanche nel dibattito alla Costituente qualcuno si chiese se ci fosse un tempo per tacere e un tempo per parlare di nomi. Nomi se ne sono sempre fatti in anticipo, talvolta per bruciarli talvolta come ballons d’essai, per testarne le probabilità di (in)successo. In qualche caso, per esempio, nel 1992, Andreotti non nascose la sua intenzione, mentre Craxi si interrogava se per la sua strategia non sarebbe stato preferibile eleggere Arnaldo Forlani al Quirinale. Poi andò molto diversamente con l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro e il pentapartito venne sepolto sotto il muro di Berlino anche grazie a Mani Pulite e ai referendum del 1993, soprattutto quello elettorale.
A: Nelle altre democrazie parlamentari la discussione sui nomi dei possibili Presidenti è frequente, diffusa, intensa, paragonabile a quella italiana?
P: La risposta è sorprendente. Un buon numero di democrazie parlamentari europee non hanno nessun problema. Infatti, sono –a partire dalla Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia, Svezia, Olanda, Belgio, Spagna, Lussemburgo- monarchie. In alcune, Austria, Finlandia, Portogallo, il Presidente della Repubblica viene eletto dagli elettori. Rimangono, la Germania e la Grecia nelle quali è il Parlamento che elegge il Presidente. In Germania senza tensioni, ma con un accordo, sempre rispettato, fra i due grandi partiti. Eletto nel 2017, il socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier è stato voluto dalla democristiana Angela Merkel. In Grecia è richiesta una maggioranza qualificata a scalare fino alla quinta votazione nella quale è sufficiente la maggioranza relativa. Naturalmente, i nomi circolano un po’ dappertutto, ma senza i recenti eccessi italiani quando ci si è finalmente resi conto che il Presidente della Repubblica gode di notevoli poteri istituzionali e politici. Può essere, nel bene e nel male, un protagonista. Sarebbe, dunque, un contributo utile al dibattito pubblico se i nomi dei candidabili fossero fatti circolare e discussi senza ipocrisie e manipolazioni.
A: Non sono al corrente di autocandidature, ma esistono o sono esistiti criteri utili per scremare il campo dei “pretendenti”?
P: A lungo, grazie al democristiano De Gasperi che nel 1948 fermamente volle il liberale Luigi Einaudi alla Presidenza, il criterio, non formalizzato, ma operativo fu quello dell’alternanza. Ad un Presidente non democristiano seguiva un Presidente democristiano (il candidato che riusciva a sopravvivere alle lotte fra le correnti DC). Il non-democristiano era espresso da uno dei partiti alleati al governo con la DC, prima i liberali: Einaudi (1948-1955); poi i socialdemocratici: Saragat (1964-1971); poi i socialisti: Pertini (1978-1985). Dopo l’89 questo criterio risulta inapplicabile per la scomparsa dei protagonisti. Permane, o almeno così può sembrare, il criterio di un certo distacco del candidato dalla politica attiva di partito. Così è stato per Scalfaro, per Ciampi, per Napolitano e anche per Mattarella. Per tutti ha contato positivamente anche una esperienza istituzionale più o meno lunga e non controversa.
A: Sbaglio se rilevo che nessuno dei menzionati aveva cariche di governo o di partito al momento della sua elezione?
P: Tutt’altro, questa “fuoruscita” dalla politica attiva è stata considerata positivamente, garanzia di non partigianeria, di disponibilità a mettersi super partes ovvero, come disse brutalmente e memorabilmente Napolitano, di essere sì, di parte, ma dalla parte della Costituzione. Contro Aldo Moro nel 1971 fu La Malfa soprattutto a fare valere l’argomento del suo visibile impegno politico ancora evidentemente operante. Se Draghi fosse eletto al Quirinale risulterebbe il primo a passare senza soluzione di continuità da una carica di governo al vertice dello Stato. Certo, questa transizione sarebbe pur sempre mitigata dal suo non avere avuto una carriera politica e non essere il dirigente di un partito.
A: Dovremmo, però, temere che questa (ir)resistibile ascesa di Mario Draghi comporti, come ha segnalato il Ministro Giancarlo Giorgetti, l’irruzione nella Repubblica italiana di un semipresidenzialismo de facto?
P: Anche in questo caso la stupirò, cara Apprendista. Semipresidenzialismo c’è quando il Presidente della Repubblica (eletto direttamente dagli elettori, che non sarebbe comunque il caso italiano) nomina il Capo del governo che deve, comunque, godere di una maggioranza parlamentare che, come minimo, non gli si oppone, non lo contrasta. Una situazione simile esiste già anche nella Repubblica italiana attuale con una differenza rilevante: il Presidente nomina la personalità che gli è stata suggerita dai segretari dei partiti che la sosterranno nell’azione di governo. Nel caso di Draghi è lecito chiedersi se il suo nome sia emerso dai partiti oppure sia stato proposto dal Presidente Mattarella a quei partiti. Non approfondisco tranne una sottolineatura: i Presidenti della Repubblica italiana godono, se li sanno esercitare, di notevoli poteri istituzionali (e politici). Colgo, da parte di alcuni candidati che già corrono, la volontà di procedere alla rassicurante (per i capi dei partiti) disponibilità ad accettare, comunque a tenere in grandissimo conto, le preferenze che quei capi vorranno esprimere. Insomma, non è alle viste uno Scalfaro che seppe dire no no tanto a Berlusconi quanto a Prodi né un Napolitano che non sciolse il Parlamento nel novembre 2011 e nominò Monti Presidente del Consiglio.
A: Eppure, se ricordo correttamente, lo spazio affinché i Presidenti sviluppino un’azione autonoma nei limiti abbastanza ampi e flessibili, del dettato costituzionale, ci sono eccome. Lei, Professore, li ha addirittura variamente teorizzati.
P: Sì. Con riferimento ai poteri del Presidente e alla loro possibile utilizzazione ho formulato e variamente applicato la “teoria della fisarmonica” la cui fonte iniziale è stata l’immaginazione costituzionale di Giuliano Amato, che non ricorda più dove, ma in un conferenza, e quando. In estrema sintesi, tutta mia, ma discussa con Amato, la gamma dei poteri presidenziali contenuti nella Costituzione è molto ampia. La sua utilizzazione concreta dipende dalla personalità del Presidente, dalla sua competenza istituzionale e dalla sua biografia politica (e professionale). Dipende soprattutto dalla forza dei partiti, quelli che lo hanno eletto, e del sistema dei partiti. Quella gamma di poteri è assimilabile a una fisarmonica. Se i partiti sono deboli e il Presidente sa come suonarla, la fisarmonica giunge alla sua massima estensione. Quando i partiti sono forti non consentiranno al Presidente di aprire la fisarmonica e di suonare quello che vuole, anche se lo spartito rimane comunque quello inscritto nella Costituzione. Non so quanto nei suoi dieci mesi di governo Draghi abbia imparato che gli sia di aiuto nello suonare la fisarmonica dell’ampia gamma di poteri presidenziali. Peraltro, lo vedremmo fin dall’impegnativo debutto quando dovrà nominare il Presidente del Consiglio in sua sostituzione.
A: Siamo allo snodo definitivo. Al di là delle ambizioni personali e delle preferenze particolaristiche, quali dovrebbero essere i criteri per scegliere la candidatura migliore, magari con il concorso dell’opinione pubblica?
P: la Presidenza della Repubblica non può essere il premio alla carriera politica di nessuno. Non deve neanche essere il risarcimento per carriere politiche passate. Non è la carica da attribuire per qualche considerazione di gender parity. Non è qualcosa da scambiare: elezione in cambio di scioglimento del Parlamento, uno scambio indecente che immediatamente scalfirebbe autorevolezza e prestigio del Presidente appena eletto. Al Quirinale deve andare chi rappresenta al meglio “l’unità nazionale”, chi offre la garanzia di tenere la Costituzione come stella polare del suo mandato, chi ha dato prova di europeismo de facto, in pratica. Su questi elementi è giusto aprire la conversazione democratica-istituzionale. Farà bene alla politica.
Bologna 5 novembre 2021
Pubblicato il 5 novembre 2021 su casadellacultura.it
Il professore Gianfranco Pasquino: «Sul Colle peseranno ancora i giochi di Renzi» @ildubbionews


Il professore Gianfranco Pasquino: “Se Draghi venisse eletto al Quirinale, aprirebbe le consultazioni per dare l’incarico probabilmente al ministro Franco”.
Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’università di Bologna, spiega che «se Draghi venisse eletto alla presidenza della Repubblica chiaramente lascerebbe la guida di palazzo Chigi, aprirebbe le consultazioni e darebbe probabilmente l’incarico a Franco» e che «l’alternativa è che Draghi dia le dimissioni prima dell’elezione e a quel punto sarebbe Mattarella a incaricare l’attuale ministro dell’Economia».
Professor Gianfranco Pasquino, l’autorevolezza riconosciuta a Draghi dai leader del G20 sarà lo slancio decisivo per la sua corsa al Colle?
Credo che Draghi non si sia posto il problema di organizzare un buon G20 per arrivare al Colle, ma certamente ha dimostrato che l’Italia attraverso la sua guida riesce a gestire un summit internazionale in maniera efficiente ed efficace. Che il presidente della Repubblica debba avere un buon consenso internazionale è vero, ma l’obiettivo principale era dimostrare che si può lavorare consapevolmente in maniera unitaria anche con un gruppo di stati che hanno idee diverse. Il multilateralismo è importante, anzi è il miglior modo di fare politica a livello internazionale.
In che modo la credibilità internazionale del presidente del Consiglio potrebbe influenzare nella scelta i partiti presenti in Parlamento?
Noto di riflesso che Di Maio ha avuto una sua visibilità durante il G20 e quindi potrebbe quantomeno dire che Draghi non oscura il Movimento, anzi valorizza sia i pentastellati che lo stesso ministro degli Esteri. Ma in assoluto penso che i partiti italiani non stiano ragionando nei termini giusti.
Cioè?
Pensano soltanto ai vantaggi più o meno immediati che potrebbe portare loro la scelta di un presidente della Repubblica piuttosto che un altro. Il centrodestra vorrebbe intestarsi la candidatura di Draghi ma poi vorrebbe anche lo scioglimento delle Camere. Il centrosinistra sa che Draghi è il candidato migliore ma ha il timore di eleggerlo proprio per la paura di elezioni anticipate. Anche perché scegliere il capo del governo successivo non sarebbe semplice: Franco è buon ministro ma non è all’altezza nazionale e internazionale di Draghi.
A proposito di eventuale successione, come sarebbe gestita la prima volta in cui un presidente del Consiglio in carica diventa presidente della Repubblica?
Su questo fronte la situazione è delicatissima. Se Draghi venisse eletto chiaramente lascerebbe la guida di palazzo Chigi, aprirebbe le consultazioni e darebbe probabilmente l’incarico a Franco. L’alternativa è che Draghi dia le dimissioni prima dell’elezione e a quel punto sarebbe Mattarella a incaricare l’attuale ministro dell’Economia. In questo caso la soluzione sarebbe a portata di mano ma per Draghi sarebbe un rischio evidente.
Pensa che il presidente del Consiglio ambisca al Colle?
La variabile più importante non è la sua preferenza personale, occorre fare un ragionamento in termini sistemici e di visione del paese. Draghi pensa che sia meglio fare il presidente del Consiglio fino al 2023 e quindi aver svolto il suo compito fino in fondo o pensa che il Pnrr vada molto oltre il 2023 e quindi è meglio controllarlo dal Colle per un periodo più lungo? Dipende tutto dalla sua visione dell’Italia e questo è il passaggio più delicato.
Crede che i franchi tiratori che si sono palesati al momento del voto sul ddl Zan saranno un problema al momento dell’elezione del prossimo capo dello Stato?
Il voto sul ddl Zan è stato in buona misura annunciato ed è stato un voto incosciente da parte dei franchi tiratori. Quelli che hanno votato a favore della tagliola dovevano avere il coraggio di dire che non volevano quel disegno di legge: serviva un’ammissione di responsabilità. Ma l’elezione del presidente della Repubblica è cosa diversa, anche se entrambi gli schieramenti avranno delle grane interne. Il centrodestra ad esempio dovrà chiarire il da farsi perché al momento è divisa tra Forza Italia che è continuamente al governo, la Lega che non è chiaro se sia al governo o all’opposizione e Fratelli d’Italia che presidia l’opposizione, anche se la sua crescita sembra essersi arrestata. Anche perché è improbabile che un partito di estrema destra in Europa vada oltre il 20 per cento.
Potrebbe essere il centrosinistra da avere i maggiori problemi? Abbiamo ancora tutti in mente i 101 che pugnalarono Prodi…
Nel centrosinistra tutto dipenderà da una persona imprevedibile nei suoi comportamenti, perché ragiona solo in termini di brevissimo periodo, che è Matteo Renzi. Tuttavia i suoi voti in Parlamento contano e quindi si dovrà raggiungere un accordo anche con lui.
Magari puntando su qualcuno che potrebbe mettere d’accordo anche il centrodestra, come Pier Ferdinando Casini.
Casini è un decano del Parlamento e ha i suoi voti in Parlamento. Ha una sua statura e in troppi lo sottovalutano. In più non è divisivo. Tuttavia penso che Renzi farebbe fatica a intestarselo perché lui si smarcherebbe subito dichiarando indipendente la propria candidatura. Una volta eletto dal Parlamento, il presidente della Repubblica rappresenta l’unità nazionale, non chi ha contribuito a eleggerlo. Il colpo di teatro di Renzi starebbe nell’individuare la persona giusta, magari una donna, ma a livello politico non gli gioverà più di tanto.
Pensa che da qui all’elezione del futuro inquilino del Colle i partiti cercheranno di tirare ancor di più l’acqua al proprio mulino, magari per bruciare questa o quella candidatura?
Finora quando qualcuno ha tirato l’acqua al proprio mulino è stato subito stoppato da Draghi. Quindi è un esercizio illusorio e velleitario. Ormai abbiamo solo novembre e dicembre di operatività e nessuno pensa a grandi scossoni. Ci saranno certamente delle sparate utili a qualche retroscena, ma sarebbe da irresponsabili dare forti spallate a questo governo. Basterebbe fare i conti su quanto potrebbe costare in termini di voti persi e tutti i leader della maggioranza si fermerebbero subito.
Pubblicato il 2 novembre 2021 su Il Dubbio
Ora che il Pd ha vinto può incidere sul governo @DomaniGiornale


Anche se non giungo a sostenere, come comprensibilmente ha fatto Enrico Letta, che le elezioni amministrative sono state un “trionfo” per il PD, il successo del Partito e del suo segretario è stato limpido, consistente, significativo. Buoni candidati, competenti e dotati di previa esperienza politica, selezionati(si) con poche tensioni senza strascichi in aggiunta a quello che rimane del radicamento territoriale del partito, hanno prodotto un esito significativo, al di sopra delle aspettative. Per i prossimi cinque anni molte città importanti saranno governate da sindaci democratici. La situazione sembra, almeno in parte, quella del 1975 quando la vittoria di molti sindaci di sinistra preannunciò il grande successo elettorale del PCI nel 1976. Rallegrarsi, quindi, è giusto tanto quanto ricordare che queste vittorie sono anche il frutto dell’atteggiamento responsabile, serio e sobrio dei ministri del Partito Democratico a sostegno del governo Draghi. Pertanto, mi pare di potere suggerire che Letta e il suo partito si sono conquistati il diritto di chiedere a Draghi qualcosa di più e qualcosa di diverso nell’opera del governo al cui interno la Lega deve di conseguenza contare meno .
Fermo restando l’impegno all’attuazione nel migliore dei modi possibile del Piano nazionale di ripresa e resilienza, è giusto e opportuno che il Pd ricordi a Draghi che le riforme di adesso debbono preannunciare un percorso riformista che intenda ridurre le disuguaglianze cattive. Tali sono le disuguaglianze che configurano privilegi invece di offrire opportunità di sviluppo, non solo economico, ma sociale e culturale, ai settori svantaggiati della società italiana.Non importa quanto i ricchi diventino più ricchi, ma che lo facciano non a spese della società e dei settori già svantaggiati. Ho in mente, naturalmente, sia una eventuale tassa sui patrimoni sia una rimodulazione della tassa sulle successioni. Questo non sarebbe un esempio del “togliere” (denaro) agli italiani quanto, piuttosto, della volontà di procedere verso maggiore equità sociale non a scapito dello sviluppo. Appare anche opportuno, sempre in chiave di equità e sviluppo, che il PD chieda interventi incisivi per l’integrazione dei figli dei migranti (e dei loro genitori ).
Nella misura in cui alcune riforme riescano a cambiare la percezione che una parte nient’affatto trascurabile dell’elettorato italiano ha della politica attuale, allora, forse, potrà anche tornare a votare. Non è possibile stabilire quanto gli astensionisti abbiano deciso di lasciare le urne semivuote perchè scoraggiati dalla distanza e dall’indifferenza del governo alle loro sorti. Probabile è che alcune misure, alcuni provvedimenti ben congegnati e ampiamente discussi farebbero (ri)emergere nell’elettorato la percezione che il loro voto conta. Il Partito Democratico e il suo segretario sanno che le vittorie elettorali vanno governate e che un governo più politico può condurre a una pluralità di vittorie (buone).
Pubblicato il 20 ottobre 2021 su Domani
Cosa devono chiedere Letta e Conte a Draghi @fattoquotidiano

Fare politica vuol dire tentare di trovare alleati, costruire coalizioni, candidare coloro che meglio rappresentano idee, valori, soluzioni. Non è sufficiente, anzi, è sbagliato, pensare che i “civici” siano rappresentanti migliori dei politici per quel che riguarda le idee, le proposte, le visioni, che è quanto, cedendo alle sirene dell’antipolitica, hanno malamente fatto i leader del centro-destra. Continuare a sostenere che il centro-destra era/è uno schieramento compatto cozza(va) con la realtà che fotografa un partito all’opposizione, dura, anche se non proprio pura, un partito con rappresentanti nel governo e il suo “capitano” nelle piazze, un partito nel governo con inclinazioni e declinazioni, anche per necessità, largamente europeiste. Tutto meno che compatto, il centro-destra è attraversato da non facilmente componibili differenze e in preda a forti incomprimibili ambiguità.
Adesso, Meloni e Salvini sollevano qualche polverone (no, non scriverò “polverina”) per celare le dimensioni notevoli della loro sconfitta. L’esito, però, rimane visibilissimo. Nessuna delle città italiane di dimensioni medio-grandi ha un sindaco della Lega e di Fratelli d’Italia. L’astensionismo riguarda tutti e, invece di gettare dubbi sul grado di legittimità politica e democratica dei sindaci eletti dalle alleanze di centro-sinistra, Salvini farebbe meglio a chiedersi dov’è finita la sua leggendaria capacità di raggiungere (la pancia del)l’elettorato. Invece di dire che non c’è stato abbastanza tempo per fare la campagna elettorale, anche la Meloni dovrebbe chiedersi se la spartizione delle candidature è un metodo efficace per individuare e scegliere i (mai “le”?) migliori.
A loro volta, sondaggisti e commentatori dovrebbero rivedere le loro categorie analitiche, ad alcuni sarebbe sufficiente ricordare i basics, le fondamenta del mestiere. I sondaggi fotografano le opinioni e le propensioni del momento nel quale sono effettuati. Anche se più sono i sondaggi migliori diventano le informazioni delle quali tenere conto, il trend conta. Più del trend, però, e questa è una buona notizia democratica, conta la campagna elettorale. Tra il sondaggio e il voto si trovano molti elementi importanti dei quali gli elettori, non solo italiani, ma non voglio in nessuno modo blandirli, sanno tenere conto: candidature, priorità programmatiche, prestazioni passate e promesse future, credibilità complessiva. I potenzialmente vincenti avranno poi la capacità e la forza di amministrare e governare. I civici, privi di un’organizzazione propria a loro sostegno, saranno facile preda di chi li ha candidati. Per lo più i politici sono anche il prodotto di un’organizzazione che ha tutto l’interesse a impegnarsi nell’ardua opera di realizzare buongoverno. La lezione vale anche per quel che verrà.
Con tenacia e pazienza il segretario del PD Enrico Letta ha costruito un campo largo operando intelligentemente a partire da quel non molto che c’è: il Movimento 5 Stelle guidato da Conte. L’apporto di Conte è indispensabile e le sue indicazioni sono state abbastanza seguite e tradotte in pratiche di voto vincenti sia a Torino sia a Roma. L’analisi dei flussi degli elettori pentastellati al primo turno rileverà che una parte si è astenuta al ballottaggio, una parte si è recata alle urne per votare il candidato più vicino alle loro preferenze, ai loro interessi, alle loro posizioni. Qui, inevitabile, si colloca una sintetica, ma cruciale riflessione sul sistema elettorale. Al primo turno gli elettori si orientano giustamente a votare il candidato da loro preferito, scelgono nel menù. Al ballottaggio, consapevoli che il loro voto sarà decisivo, avendo perso il candidato più gradito, cercano il candidato meno sgradito, eleggono. Nel passaggio dal primo turno al ballottaggio la politica, nei confronti degli elettori, ma anche nello stringere alleanze, trova spazio e nuova lena. Naturalmente, non è il caso di esagerare nel valutare positivamente quanto è avvenuto in un confronto elettorale che pure ha coinvolto ben più di 10 milioni di elettori.
In conclusione, due elementi meritano di essere evidenziati e ribaditi. Il centro-destra è attraversato da tensioni “scompositive” e i due leader che si confrontano hanno subito un colpo al loro troppo esibito compiacimento personale e politico. Sul versante del centro-sinistra, Conte, ma soprattutto Letta hanno ottenuto una significativa conferma che stanno andando nella direzione giusta. A questo punto, forse, avrebbero anche l’opportunità di ricordare a Draghi che persino il governo dovrebbe in qualche modo tenere conto dell’esito del voto e spingersi e spendersi in una ripresa e resilienza che dia maggiore attenzione e più risorse alle periferie italiane, non soltanto geografiche, ma anche sociali e culturali.
Pubblicato il 20 ottobre 2021 su Il Fatto Quotidiano
Giorgia Meloni disprezza l’autonomia del Quirinale @DomaniGiornale


Nel sistema politico italiano la Presidenza della Repubblica è una istituzione importante, dotata di poteri significativi a lungo sottovalutati. Quei poteri hanno cominciato a manifestarsi, non casualmente, con la Presidenza di Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999), contemporaneamente con la sfaldarsi del sistema di partiti. Parlamentare di lunghissimo corso e convinto sostenitore del ruolo centrale del Parlamento italiano, Scalfaro si trovò quasi costretto a esercitare appieno i poteri di nomina del Presidente del Consiglio e di (non)scioglimento del Parlamento, dando alla Presidenza un importante compito di stabilizzazione e di riequilibrio.
Sulla scia di Giuliano Amato, formulai allora e precisai in seguito la metafora della “fisarmonica dei poteri del presidente”. Quando i partiti sono deboli, i Presidenti possono suonare la fisarmonica a loro piacimento avendo come limite soltanto la Costituzione. Se i partiti sono forti, ad esempio, in grado di dare vita a solide coalizioni di governo e di convergere sulla scelta del capo di governo, allora il Presidente terrà chiusa la sua fisarmonica. Scalfaro, Napolitano (2006-2013, 2013-2015), Mattarella (2015-2022) sono stati ripetutamente chiamati a suonare la fisarmonica, facendolo in maniera più che apprezzabile, anche supplendo alle inadeguatezze dei partiti e dei loro gruppi dirigenti. Il mandato di Ciampi (1999-2006) si è svolto in presenza di una coalizione guidata da Berlusconi e dotata di una ampia maggioranza parlamentare che non richiese nessun intervento.
Complessivamente, è valutazione diffusa che sia opportuno che il Presidente abbia la possibilità di esercitare pienamente i poteri attribuitigli dalla Costituzione. Non molto indirettamente, la proposta, difficile dire quanto estemporanea, di Giorgia Meloni, suscita molte perplessità. Cito: “siamo pronti a votare Draghi al Quirinale a patto che subito dopo si vada alle elezioni”. Il dato più evidente è che la proposta di Meloni è di stampo platealmente partitocratico: i partiti che riprendono il sopravvento sulle istituzioni, a cominciare dalla Presidenza della Repubblica. La condizione che viene posta a Letta, il quale, peraltro, ha già espresso la sua preferenza per la continuità dell’azione del governo guidato da Draghi fino alla conclusione naturale della legislatura (marzo 2023), mi pare irricevibile. Anzitutto, implica il trattare Draghi come un burattino ambizioso che, pur di diventare Presidente della Repubblica, è disposto a rinunciare non soltanto a portare a compimento la sua opera di ripresa e rilancio dell’Italia, ma addirittura alla sua autonomia decisionale. In secondo luogo, appena eletto il Presidente dovrebbe sentirsi obbligato, come primo atto della sua Presidenza, a sciogliere il Parlamento e a indire nuove anticipate elezioni.
Da sempre, sappiamo che nessun Presidente della Repubblica è “autorizzato” a sciogliere un Parlamento nel quale esista/e una maggioranza che sostiene un governo. Il Presidente può essere giustificato allo scioglimento se il governo appare fragile, ad esempio, venendo sconfitto in una o più votazioni su disegni di leggi significativi, e se la sua maggioranza risulta molto indisciplinata, non più operativa. Tuttavia, la valutazione e la decisione spettano al Presidente e lo scioglimento non gli può essere imposto meno che mai come adempimento di un accordo che menomi significativamente l’autonomia dell’istituzione presidenziale. Infine, quale credibilità, quale affidabilità, quale onorabilità avrebbe un Presidente eletto sulla base di un patto scellerato fra i partiti?
La fuga in avanti di Meloni è segno di nervosismo politico. Godere della rendita di opposizione non le basta più. Rischia di risultare irrilevante nella imminente elezione presidenziale e ancor più in tutte le scelte di un governo che sta all’opposto del sovranismo di Fratelli d’Italia. Ma la sua proposta rivela inconsapevolmente grave disprezzo per l’autonomia della Presidenza della Repubblica, e non solo.
Pubblicato il 6 ottobre 2021 su Domani
Democrazia Futura. Mario Draghi fra Presidenza del Consiglio e Presidenza della Repubblica @Key4biz #DemocraziaFutura

Un bilancio della sua presenza a Palazzo Chigi e una previsione sul suo futuro istituzionale.
Un bilancio della presenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi e una previsione sul suo futuro istituzionale richiedono alcune premesse. Per fin troppo tempo, in maniera affannata e ripetitiva, il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana e alcuni editorialisti di punta (Aldo Cazzullo, Paolo Mieli, persino Ferruccio de Bortoli) hanno criticato i governi e i capi di governo non eletti (dal popolo), non usciti dalle urne (Antonio Polito) (1).
La nomina di Mario Draghi alla Presidenza del Consiglio li ha finora zittiti tutti nonostante la sua non elezione popolare e il suo non essere uscito da nessuna urna.
Forse, però, siamo già entrati, sans faire du bruit, in una nuova fase del pensiero costituzionale del Corriere. Draghi vive e opera in “una sorta di semipresidenzialismo sui generis”, sostiene Ernesto Galli della Loggia (2) non senza lamentarsi per l’ennesima volta della sconfitta delle riforme renziane che avrebbero aperto “magnifiche sorti e progressive” al sistema politico italiano senza bisogno di semipresidenzialismo e neppure del voto di sfiducia costruttivo German-style. Fermo restando che le forme di governo cambiano esclusivamente attraverso trasformazioni costituzionali mirate, esplicite, sistemiche, la mia tesi è che Draghi è il capo legittimo di un governo parlamentare che, a sua volta, è costituzionalmente legittimo: “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (art. 94).Tutti i discorsi sull’operato, sulle prospettive, sui rischi del governo Draghi si basano su aspettative formulate dai commentatori politici da loro variamente interpretate e criticate.
Sospensione della democrazia o soluzione costituzionale flessibile del parlamentarismo?
Lascio subito da parte coloro che hanno parlato di sospensione della democrazia poiché, al contrario, stiamo vedendo all’opera proprio la democrazia parlamentare come saggiamente delineata nella Costituzione italiana. Sono la flessibilità del parlamentarismo Italian-style e l’importantissima triangolazione fra Presidenza della Repubblica, Governo e Parlamento che per l’ennesima (o, se si preferisce, la terza volta dopo Dini 1995-1996; e Monti 2011-2013) volta ha prodotto una soluzione costituzionale a problemi politici e istituzionali.
Il discorso sulla sospensione della politica merita appena più di un cenno. Infatti, nessuno dei leader politici ha “sospeso” le sue attività e le elezioni amministrative si svolgono senza nessuna frenata né distorsione. Aggiungo che non soltanto Draghi è consapevole che quel che rimane dei partiti ha la necessità di ingaggiare battaglie politiche, ma anche che, da un lato, prende atto di questa “lotta” politica, dall’altro, la disinnesca se non viene portata nel Consiglio dei Ministri.
Sbagliano, comunque, coloro che attribuiscono a Draghi aspettative e preferenze del tipo “non disturbate il manovratore”. Al contrario, se volete disturbare è imperativo che le vostre posizioni siano motivate con riferimento a scelte e politiche che siano nella disponibilità del governo e dei suoi ministri. Chi ha, ma so che sono pochissimi/e, qualche conoscenza anche rudimentale del funzionamento del Cabinet Government inglese (certo, costituito quasi sempre da un solo partito), nel quale può manifestarsi la supremazia del Primo ministro, dovrebbe apprezzare positivamente la conduzione di Draghi.
I veri nodi da sciogliere: ristrutturazione del sistema dei partiti e accountability
A mio modo di vedere rimangono aperti due problemi: la ristrutturazione del sistema di partiti e la accountability. Il primo si presenta come un wishful thinking a ampio raggio, privo di qualsiasi conoscenza politologica. Il secondo è, invece, un problema effettivo di difficilissima soluzione.
Non conosco casi di ristrutturazione di un sistema di partiti elaborata e eseguita da un governo, dai governanti. Fermo restando che in nessuna delle sue dichiarazioni Draghi si è minimamente esposto e impegnato nella direzione di una qualsivoglia (necessità di) ristrutturazione, facendo affidamento sull’essenziale metodo della comparazione la scienza politica indica tre modalità attraverso le quali un sistema di partiti potrebbe ristrutturarsi: leggi elettorali; forma di governo; emergere di una nuova frattura politica.
Leggi elettorali, forma di governo, emergere di fratture politiche o sociali
Quanto alle leggi elettorali, pur tecnicamente molto perfezionabile, la legge Matttarella, grazie ai collegi uninominali nei quali venivano eletti tre quarti dei parlamentari, incoraggiò la competizione bipolare e la formazione di due coalizioni, che, più a sinistra che a destra, fossero coalizioni molto composite, è responsabilità dei dirigenti dei partiti. Fu un buon inizio. Oggi ci vuole molto di più per ristrutturare il sistema dei partiti. Non può essere compito di Draghi e del suo governo, ma i dirigenti dei partiti e i capicorrenti tutto desiderano meno che una legge elettorale che offra più opportunità agli elettori e più incertezza e rischi per candidati e liste.
La spinta forte alla ristrutturazione potrebbe sicuramente venire da un cambio nella forma di governo. Da questo punto di vista, il semipresidenzialismo di tipo francese è davvero promettente per chi volesse imprimere dinamismo al sistema politico italiano. Mentre mi pare di sentire da lontano le classiche irricevibili critiche alle potenzialità autoritarie della Quinta Repubblica, ricordo di averne fatto oggetto di riflessione e valutazione in più sedi (3) e respingo l’idea che all’uopo sia necessaria la trasformazione di Draghi in novello de Gaulle. Naturalmente, non sarà affatto facile per nessuno imporre una trasformazione tanto radicale se non in presenza di una non augurabile crisi di grande portata.
La terza modalità che potrebbe obbligare alla ristrutturazione del sistema dei partiti è la comparsa di una frattura sociale e politica di grande rilevanza che venga sfruttata sia da un partito esistente e dai suoi leader sia da un imprenditore politico (terminologia che viene da Max Weber e da Joseph Schumpeter).
La frattura potrebbe essere quella acutizzata e acutizzabile fra europeisti e sovranisti, sulla scia di quanto scrisse Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene. Potrebbe anche manifestarsi qualora si giungesse ad una crescita intollerabile di diseguaglianze, non solo economiche, cavalcabile da un imprenditore che offra soluzioni in grado di riaggregare uno schieramento. In entrambi i casi, la ristrutturazione andrebbe nella direzione di un bipolarismo che taglierebbe l’erba sotto ai piedi di qualsiasi centro che, lo scrivo per i nostalgici, non è mai soltanto luogo di moderazione, ma anche di compromissione ovvero, come scrisse l’autorevole studioso francese Maurice Duverger, vera e propria palude.
I compiti ambiziosi su cui potremo valutare l’operato del governo Draghi e il futuro del premier in politica e nelle istituzioni
Il governo Draghi in quanto tale non può incidere su nessuno di questi, peraltro molto eventuali e imprevedibili, sviluppi. La sua esistenza garantisce lo spazio e il tempo per chi volesse e sapesse agire per conseguire l’obiettivo più ambizioso. Nulla di più, giustamente. Draghi e il suo governo vanno valutati con riferimento alle loro capacità di perseguire e conseguire il rinnovamento di molti settori dell’economia italiana, la riforma della burocrazia, l’ammodernamento della scuola e l’introduzione di misure che producano maggiore e migliore coesione sociale. Sono tutti compiti necessariamente ambiziosissimi.
Per valutarne il grado di successo bisognerà attendere qualche anno, ma fin d’ora è possibile affermare che il governo ha impostato bene e fatto molto.
Qui si situa il discorso che non può essere sottovalutato sul futuro di Draghi in politica e nelle istituzioni. I precedenti di Lamberto Dini e di Mario Monti dovrebbero scoraggiare Draghi a fare un suo partito, operazione che, per quel che lo conosco, non sta nelle sue corde e non intrattiene. Ricordando a tutti che Draghi è stato reclutato per un incarico specifico: Presidente del Consiglio (dunque, sì, in democrazia le autorità possono essere tirate per la giacca!), procedere alla sua rimozione per una promozione al Colle più alto, richiede convincenti motivazioni, sistemiche prima ancora che personali.
È assolutamente probabile, addirittura inevitabile, che, senza farsene assorbire e sviare, Draghi stesso stia già valutando i pro e i contro di una sua ascesa al Quirinale.
Non credo che il grado di avanzamento nell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sarà già a fine gennaio 2022 tale da potere ritenere che viaggerà sicuro senza uscire dai binari predisposti dal governo. Però, è innegabile che esista il rischio che il prossimo (o prossima) Presidente non sia totalmente sulla linea europeista e interventista del governo Draghi. Così come è reale la possibilità che il successore di Mattarella sia esposto a insistenti e possenti pressioni per lo scioglimento del Parlamento e elezioni anticipate con la vittoria annunciata dei partiti di destra e dunque governo nient’affatto europeista, se non addirittura programmaticamente sovranista.
L’ipotesi plausibile di Draghi al Quirinale alle prese con la formazione del governo dopo le elezioni del 2023: verso una coabitazione all’italiana?
Non è, dunque, impensabile che negli incontri che contano Draghi si dichiari disponibile ad essere eletto Presidente della Repubblica.
A partire dalla data della sua elezione Draghi avrebbe sette anni per, se non guidare, quantomeno orientare alcune scelte politiche e istituzionali decisive.:
- Anzitutto, non procederà a sciogliere il Parlamento se vi si manifesterà una maggioranza operativa a sostegno del governo che gli succederà.
- Avrà voce in capitolo nella nomina del Presidente del Consiglio e di non pochi ministri.
- Rappresenterà credibilmente l’Italia nelle sedi internazionali.
Qualora dopo le elezioni del 2023 si formasse eventualmente un governo di centro-destra Draghi Presidente della Repubblica ne costituirà il contrappeso non soltanto istituzionale, ma anche politico per tutta la sua possibile durata.
In questa chiave, forse, si può, ma mi pare con non grandi guadagni analitici, parlare di semipresidenzialismo di fatto nella versione, nota ai francesi, della coabitazione: Presidente versione europeista contrapposto a Capo del governo di persuasione sovranista. Il capo del governo governa grazie alla sua maggioranza parlamentare, ma il Presidente della Repubblica può sciogliere quel Parlamento se ritiene che vi siano problemi per il buon funzionamento degli organismi costituzionali (ed è probabile che vi saranno).
L’irresponsabilità del capo di governo non politico. Uno stato di necessità e un vulnus non attribuibile a Draghi.
Concludo con un’osservazione che costituisce il mio apporto “originale” alla valutazione dei governi guidati da non-politici.
Ribadisco che non vedo pericoli di autoritarismo e neppure rischi di apatia nell’elettorato e di conformismo.
Nell’ottica della democrazia il vero inconveniente del capo di governo non-politico è la sua sostanziale irresponsabilità. Non dovrà rispondere a nessuno, tranne con un po’ di sana retorica a sé stesso e alla sua coscienza, di quello che ha fatto, non fatto, fatto male.
Poiché la democrazia si alimenta anche di dibattiti e di valutazioni sull’operato dei politici, l’irresponsabilità, cioè la non obbligatorietà e, persino, l’impossibilità di qualsiasi verifica elettorale a meno che Draghi intenda, commettendo, a mio modo di vedere, un errore, creare un partito politico oppure porsi alla testa di uno schieramento, esistente o da lui aggregato, rappresenta un vulnus. Non è corretto attribuire il vulnus a Draghi, ma a chi ha creato le condizioni che hanno reso sostanzialmente inevitabile la sua chiamata. Ne ridurremo la portata grazie alla nostra consapevolezza dello stato di necessità, ma anche se i partiti e i loro dirigenti sapranno operare per impedire la futura ricomparsa di un altro stato di necessità. È lecito dubitarne.
Note al testo
- Ho criticato le loro analisi e proposte in un breve articolo: Cfr. Gianfranco Pasquino, “Ma di cosa parlate, cosa scrivete?”, Comunicazione Politica, XXII, (1), gennaio-aprile, pp.103-108.
- Ernesto Galli della Loggia, “Il sistema politico che cambia”, Il Corriere della Sera, 8 settembre 2021.
- Si vedano i miei contributi in: Stefano Ceccanti, Oreste Massari, Gianfranco Pasquino, Semipresidenzialismo. Analisi delle esperienze europee, Bologna, il Mulino, 1996, 148 p. e il capitolo conclusivo: “Una Repubblica da imitare?” del libro da me curato insieme a Sofia Ventura, Una splendida cinquantenne: la Quinta Repubblica francese, Bologna, il Mulino, 2010, 283 p. [pp. 249-281].
Pubblicato il 14 settembre 2021 su Key4biz
Draghi fra se e sì. Pasquino legge i pensieri del premier @formichenews

Sì, sì, sì. Dalle marachelle dei partiti ai vaccini, il premier Mario Draghi ha una sola risposta. Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, prova a leggere i pensieri del premier e il futuro del governo. Con un affaccio sul Quirinale
Sostiene Pasquino, prof. Emerito di Scienza politica che le risposte di Draghi sono: sì, sì, probabilmente sì.
Giornalista Uno: Lei ritiene che il suo governo possa tenere la rotta nonostante le intemperanze di Salvini e le sbandatine di Conte? Giornalista Due: Pensa di potere continuare a fare il pesce in barile sulla vexatissima questio della prossima Presidenza della Repubblica? Presidente del consiglio Mario Draghi: la risposta è si a entrambe le domande.
Due sonori, rotondi sì. Le intemperanze di Salvini riguardano il suo carattere e le sue viscere. Gliele risolverà il ministro Giorgetti spiegandogli che le istanze politiche vanno portate nel Consiglio dei Ministri e non sulle piazzette e nei social.
Conte non si è ancora impadronito del suo ruolo. Se fossi buono, direi che fa tenerezza. Poiché sono esigente e severo, a cominciare da me stesso, gli faccio i migliori auguri per il suo difficilissimo lavoro e aggiungo un nota di cautela. I problemi del Movimento non saranno risolti dal Comandante Di Battista come i problemi del Partito Democratico non hanno trovato soluzione nel profluvio di interviste di Goffredo Bettini.
Anche la risposta alla seconda domanda è, in via di principio, sì. Però, non sono un pesce in barile e mi muovo liberamente, oserei dire persino con gusto, magari ve ne siete accorti, nel mare della politica italiana, europea (a proposito la boullabaisse di Marsiglia con Macron era eccellente) e internazionale. Semmai, il pesce in barile cerca di farlo Xi Jinping, ma lo staneremo.
Sulla Presidenza della Repubblica sto maturando una posizione che sarebbe nuova, se vi avessi mai detto qual’era la vecchia. Sono a abituato a portare a termine i compiti che accetto. È una buonissima regola per tutti. Non vedo con favore chi, vinta, in qualche modo, una carica, la usa come trampolino per un’altra. No, non sto necessariamente parlando dell’eurodeputato Calenda che si candida a sindaco di Roma, però, insomma (Draghi sorride sornione).
Come portare a termine il doppio lavoro: risanare l’economia, e chi sa, suscitare un pezzetto di società italiana e metterla/le su una strada duratura? Ho letto un editoriale del Domani scritto dal Direttore Stefano Feltri che suggerisce alle forze (sic) politiche del centro-sinistra di mandarmi al Quirinale senza troppi balletti. L’ho trovato intrigante e intelligente.
Dall’alto Colle avrò comunque per sette anni il potere di orientare, persuadere e, se del caso, sferzare governanti e rappresentanti a attuare quello che abbiamo iniziato rimanendo nei binari già decisi che sembrano funzionare. Non scioglierò il Parlamento atto al quale, forse, un/a Presidente eletto con i voti decisivi del centro-destra si sentirebbe obbligato. L’unico problema che sicuramente avrò sarà quello della nomina del Presidente del Consiglio in mia sostituzione.
Chi? Questa volta la risposta è no. No, non vi dico come farò. Sono certo che consulterò tutti i leader dei partiti in Parlamento. Non leggerò le interviste dei pundits, neppure ascolterò le opinioni, anche se spesso interessanti e pungenti del prof. Pasquino. Sottolineerò che se cambia la maggioranza, chi se ne va non avrà voce in capitolo. Naturalmente, un po’ di voce l’avranno quelli che restano.
Sì, dirò di più nel prossimo capitolo. Grazie dell’attenzione. Vaccinatevi e tenete la mascherina.
Pubblicato il 5 settembre 2021 si formiche.net
Per una elezione del Presidente della Repubblica con una prospettiva di ricambio e di progresso
Finora, incrocio le dita, il semestre bianco non ha prodotto nessuno dei disastri preconizzati da commentatori apocalittici. L’attenzione si è spostata sull’elezione del Presidente della Repubblica. Sento nomi campati in aria. Credo che dovremmo lasciare liberi Draghi e Mattarella di decidere loro quel che meglio ritengono per l’Italia e chiedere a chi si esercita nei nomi di argomentare le provate capacità dei loro preferiti e le conseguenze di una loro Presidenza, a cominciare dall’europeismo vero, sincero, intenso.
Tocca a Draghi decidere se andare o no al Quirinale @DomaniGiornale


Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica? Qualsiasi scenario deve prendere le mosse dalla premessa che la decisione sta nelle sue mani e nella sua mente almeno al 75 per cento. Premuto da più parti, inevitabilmente Draghi starà soppesando il pro e il contro di una sua eventuale, al momento probabile, elezione.
Immagino che contino nella sua valutazione considerazioni personali, politiche e istituzionali. La più alta carica dello Stato è un premio e un riconoscimento alla carriera che nessuno può rifiutare. Certo conta l’ambizione personale, che Draghi ha regolarmente saputo mantenere sotto controllo, ma conta anche il pensiero di quali compiti potrà ancora svolgere dal Quirinale.
Le considerazioni politiche discendono soprattutto da quanto Draghi riterrà che sia già stato fatto in materia di implementazione del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza. Se le riforme necessarie e gli interventi di contorno saranno già ampiamente lanciati e messi in sicurezza, allora Draghi potrà anche pensare che lasciare al suo successore la prosecuzione di un lavoro importante non comporterà rischi.
Se, invece, non solo lo stato di attuazione non sarà sufficientemente avanzato, ma all’orizzonte vicino si vedessero nuvole, allora Draghi dovrà riflettere. La sua ascesa al Colle significa nell’immediato che bisognerà trovare un nuovo Presidente del Consiglio per un governo dei migliori privato del migliore di loro. Quel Presidente potrebbe, ma non sarà affatto un’operazione liscia e indolore, scaturire dalla maggioranza esistente, dunque, essere gradito tanto al Movimento 5 Stelle e al Partito Democratico quanto a Salvini e Berlusconi. Non c’è dubbio, però, che la ricerca di un successore all’altezza non sarà affatto gradita a Giorgia Meloni.
La sua richiesta di elezioni subito metterà in imbarazzo Salvini che forse non potrà permettersi di continuare nel sostegno a un governo senza Draghi e con chi sa quale altro Presidente del Consiglio. Certamente, Draghi e i suoi collaboratori, ma anche Mattarella, avranno esplorato quali nomi sarebbero disponibili e graditi in special modo al centro-destra.
Per Draghi sarà cruciale che il suo successore a Palazzo Chigi sia una persona che abbia dato mostra di condividere le scelte finora fatte, dotata di capacità di governo e certamente europeista.
Soltanto un previo accordo con Salvini e Berlusconi potrebbe offrirgli garanzie in questa essenziale direzione. Con un uomo o donna in grado di proseguire la sua opera a Palazzo Chigi, Draghi sarebbe nella posizione di offrire sostegno, consigli e orientamenti dal Quirinale.
Quanto alle considerazioni istituzionali, è vero che i politici in attività per di più in cariche operative, come la Presidenza del Consiglio, sono regolarmente stati esclusi dalla corsa al Quirinale, ma Draghi non è un politico di professione e ha accuratamente evitato di politicizzare nel senso negativo le sue scelte e decisioni.
Semmai, la considerazione istituzionale che più dovrebbe contare per tutti: dirigenti di partito, parlamentari, commentatori e, ovviamente, gli stessi Draghi e Mattarella, è nel non ripetere quanto successo con Napolitano: nessuna rielezione di Mattarella per fare fronte, temporaneamente, a un’emergenza. Il Presidente in carica è stato esplicito.
Questo pone Draghi di fronte alla scelta secca: sua elezione nel gennaio 2022 oppure attesa fino al 2029. La decisione è difficilissima. Inevitabilmente e giustamente, Draghi non si esprime, ma non è vero che “attenda gli eventi”. Cerca, invece, di orientare gli eventi per saperne di più. Buona fortuna a lui (e a noi).
Pubblicato i 11 agosto 2021 su Domani