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Una delle nostre migliori giornate #4dicembre I meriti di quel voto #No
Domenica 4 dicembre 2016 è stata una bella giornata, una delle migliori per il sistema politico italiano e per la Costituzione. Il NO nel referendum costituzionale che il Presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva trasformato in un plebiscito sulla sua persona ha impedito lo slittamento del sistema politico italiano in direzione populista. Ha anche bloccato per alcuni anni i ripetuti tentativi di strattonare la Costituzione verso due esiti: terribili semplificazioni istituzionali e riduzione del potere degli elettori, che pochissimo hanno a che vedere con il suo impianto e con i suoi obiettivi tuttora solidi e validi. La Costituzione ha dimostrato di sapere accompagnare molti cambiamenti, ma anche di resistere a qualsiasi tentativo di sfigurarla.
A un anno di distanza non dobbiamo né sottovalutare né dimenticare quelle che erano allora e rimangono pervicacemente le patetiche argomentazioni dei fautori del “sì”, renziani della prima ora e renziani saliti sul carro quando sembrava andare verso la vittoria decisiva. L’algoritmo del Centro Studi della Confindustria aveva previsto gravissime conseguenze economiche, nessuna delle quali si è prodotta. Anzi, semmai, dopo il NO, anche se non necessariamente a causa del NO, è cominciata una leggera ripresa dell’andamento dell’economia. A grappolo, il quotidiano della Confindustria aveva concesso tutto lo spazio possibile ai sostenitori del sì. Con mia non troppo grande sorpresa, politologi e storici della LUISS, l’Università della Confindustria, si erano schierati come un sol uomo (infatti, fra loro non c’era neanche una donna) a vantare le lodi delle riforme renzian-boschiane. Non riesco neppure a parlare di “tradimento dei chierici” perché sarebbe per loro troppo onore. D’altronde, le pagine di alcuni quotidiani nazionali erano ricolme di articoli di chierici e di aspiranti tali che argomentavano sottilmente che, come scrisse Michele Salvati, votare contro le riforme era votare contro l’interesse nazionale. Già allora notai che una frase del genere era pericolosamente vicina ad accusare i No di essere “nemici del popolo”. Altri chierici, per esempio, la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, decisero di non ospitare dibattiti. Tutti schierati per il sì, quei giuristi si trincerarono dietro una frase che contiene qualcosa di strabiliante e di inquietante: “all’università non si fa politica”. Comunque, difendere la Costituzione da riforme che la squilibrerebbero, che produrrebbero esiti peggiorativi, che aprirebbero la strada a confusioni nei rapporti fra cittadini e istituzioni e fra governo, Parlamento e Presidente della Repubblica, non è fare politica, ma è agire democratico. Per fortuna, a organizzare un dibattito pubblico (fra l’ex-Presidente della Camera, Luciano Violante, e il sottoscritto) ci pensò un’associazione di studenti, in larga misura di giurisprudenza, di sinistra per il “sì”. Quanto all’ex- Presidente della Camera, seguendo la strada aperta da alcuni cattivi maestri, s’impadronì e ripetutamente utilizzò l’espressione, inusitata in scienza politica e fra gli studiosi delle democrazie, “democrazia decidente”. A questo agognato esito avrebbero dovuto condurre, anzi, saremmo sicuramente pervenuti grazie a quelle modifiche costituzionali, anche se nessuna di loro riguardava, come pure sarebbe stato possibile, il luogo per eccellenza della decisione: il governo.
La sconfitta del “sì” non ha consentito il dibattito indispensabile, magari dopo qualche buona lettura (ad esempio, almeno un libro di Giovanni Sartori, Democrazia. Cosa è), riguardante quale democrazia parlamentare, oppure anche semi-presidenziale, è possibile e auspicabile costruire. I sostenitori del “sì” hanno preferito esibirsi su un altro versante, quello, inizialmente delineato da Paolo Mieli, del “ritorno alla proporzionale” e del conseguente “rischio Weimar” reso plausibile, quasi imminente dai “no”. È stato molto difficile convincere coloro che avevano dato il loro sostegno all’Italicum che quella legge elettorale così come la precedente legge Calderoli giustamente nota come Porcellum, era già una legge proporzionale, accompagnata o distorta da un premio di maggioranza. Due terzi proporzionale è anche la legge Rosato, che rappresenta quindi un ritorno addolcito, ma anche manipolato, alla proporzionale. “Decidente” sarebbe, dunque, una democrazia che si basa su un premio in seggi? Le vedove politologiche del premio e del ballottaggio, à la D’Alimonte, si sono esibite in spericolate comparazioni fra l’elezione del Presidente della Repubblica francese e il voto per eleggere un Parlamento oppure, à la Renzi, paragonando le percentuali del sì referendario, sicuramente non tutti voti suoi, con le percentuali di Macron, composte da voti praticamente tutti indirizzati a lui.
A un anno da quella bella giornata di dicembre, mentre il mio account twitter continua a registrare i lamenti dei sostenitori del sì per cui tutto quello che loro vorrebbero e non avviene (anche l’eliminazione della nazionale di calcio ad opera degli svedesi) è da attribuirsi alla vittoria del no, resta da constatare come la cultura politico-istituzionale dei chierici abbia imparato poco o nulla. Per fortuna non sono loro a fare funzionare un parlamento che sarebbe stato bislaccamente squilibrato.
Pubblicato il 4 dicembre 2017
Renzi sfida Berlusconi in un collegio uninominale? Solo una finta: poltrone garantite!
La sfida baldanzosamente lanciata da Renzi a Berlusconi in un collegio uninominale di Milano è probabile che sia tutta finta, very fake. Primo, perché è molto difficile che Berlusconi ritorni candidabile. Secondo, perché grazie alle candidature multiple in cinque circoscrizioni proporzionali nessuno dei due contendenti rischia nulla. Si farà comunque “recuperare”. Dunque, non ci sarà un vero duello (né per loro né per tutti gli altri capipartito/corrente: effetto legge Rosato) con un vincente e un perdente, ma un duetto fra leader con poltrona assicurata.
Quelle incerte traiettorie
Nessun paletto e nessuna abiura è la linea morbidamente dettata dal segretario Renzi alla Direzione del Partito Democratico. I toni meno cattivi e meno trionfali non intaccano minimamente la sostanza del discorso politico. Renzi non vuole cambiare le politiche da lui imposte quando era Presidente del Consiglio che, però, sono proprio una delle ragioni per le quali Sinistra Italiana si era rapidamente allontanata dal governo e il Movimento Democratico e Progressista ha fatto la scissione. Se non abiure, almeno l’indicazione chiara di quali correzioni di rotta il segretario avrebbe potuto darla. È rimasto nel vago mirando soprattutto a non antagonizzare le minoranze interne al suo partito. All’esterno, Renzi ha delineato una strategia che in altri tempi sarebbe stata chiamata pigliatutti: la formazione di una coalizione (un tempo parola e fenomeno da lui sdegnosamente respinti: è questa, oggi, un’abiura?) che va da MDP e da quel che c’è di Campo Progressista a quel che rimane, pochino pochino, di Scelta Civica più la non troppo in buona salute Alternativa Popolare di Angelino Alfano. Sulla porta restano i radicali e un embrionale raggruppamento pro-europeista. Insomma, anche a causa di una brutta legge elettorale che impone le coalizioni, Renzi disegna qualcosa che sembra soprattutto un cartello elettorale in grado di opporsi, di fare argine a quelli che lui definisce populismi. Ma non tutto quello che non ci piace può essere definito e esorcizzato come “populismo”.
Nel centro-destra fieramente populista, ma anche sovranista, è il leader della Lega Matteo Salvini e, forse, ma, in verità, poco, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, decisamente più sovranista che populista. Incredibilmente grande è la sottovalutazione del potenziale populismo che Berlusconi scatenerà, altro che “moderati”, al momento opportuno. Alla sinistra del PD, almeno per due terzi, dicono i sondaggi, sta il populismo “felicemente decrescente” a mio modo di vedere, del Movimento Cinque Stelle nel cui consenso politico-elettorale che non accenna a diminuire gioca moltissimo la protesta per le molte cose che non vanno in Italia. Lo schieramento suggerito da Renzi si avvicina moltissimo alla tanto deprecata Unione di Prodi che vinse molto risicatamente le elezioni del 2006, poi non riuscendo a tenere insieme le troppo variegate posizioni e preferenze cadde rovinosamente neppure due anni dopo. Apertamente, sia Prodi, l’Ulivista, sia Veltroni, il primo segretario del Partito Democratico, hanno manifestato forti perplessità sul futuro del partito guidato da Renzi, il primo chiamandosi fuori, il secondo lanciando un appello più sentimentale che nutrito da elementi politici. Naturalmente, il tentativo di trovare punti di convergenza e di accordo in quel che si trova a sinistra –dire che “si muove” mi parrebbe troppo lusinghiero– non finisce qui.
Inevitabilmente, ci sono personalismi che sembrano incompatibili e insuperabili. Ci sono prospettive di carriera, che, senza negare l’esistenza di convinzioni politiche, riguardano anche i presidenti delle due Camere, oltre che i molti parlamentari alla ricerca di quella ricandidatura che Renzi più di altri può garantire. Ci sono, infine, nodi programmatici irrisolti e priorità non dichiarate. Aspettare l’emergenza assoluta e trovare un accordo tecnico esclusivamente per non finire del baratro della sconfitta annunciata non è affatto una buona idea. A meno che, con una buona dose di cinismo, qualcuno nel PD pensi che, tutto sommato, il Partito non andrà così male e dovrà comunque essere preso in considerazione per formare il prossimo governo, da Berlusconi o chi per lui. La traiettoria da altezzoso partito a vocazione maggioritaria ad alleato subalterno dovrebbe turbare i sonni dei Democratici (e dei loro elettori). O no?
Pubblicato AGL il 14 novembre 2017
Sinistra perdente senza un federatore
Intervista raccolta da Pier Francesco Borgia per Il Giornale
Roma – Ciclicamente ritorna di prepotente attualità il dubbio che la sinistra si crogioli con gusto nel masochismo di dividersi. Favorendo così la vittoria degli avversari. A Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, abbiamo chiesto ragione di questo infausto destino che sembra attanagliare la sinistra.
Professor Pasquino pensa anche lei che la sinistra sia masochista? Che preferisce dividersi pur di non far vincere Renzi?
Non credo che la sinistra, come dice lei, preferisca dividersi. Piuttosto è già eternamente divisa e frammentata.
Quindi non è d’accordo sul fatto che molti le diano della masochista.
La sinistra soffre come in tutta Europa di una frammentarietà che la destra non conosce.
E secondo lei perché questa sofferenza?
Perché il centrodestra, anche se formato da partiti con origini lontane fra loro, riesce a difendere interessi comuni. Da quella parte c’è una coscienza di classe che nel centrosinistra manca.
Niente coscienza di classe a sinistra? Questa è dura da digerire.
È così un po’ dovunque. Veda cosa succede in Germania, in Francia e persino in Spagna. Da noi questa frammentarietà è più esasperata perché a sinistra pretendono di difendere troppi interessi.
Crede che una coalizione non sia possibile? Nemmeno adesso che il Senato ha votato il Rosatellum bis? Dicono sia fatto apposta per premiare le alleanze.
Il Rosatellum sarebbe stato adatto solo se avesse consentito il voto disgiunto. Com’è stato licenziato dal Senato serve soltanto per premiare Renzi.
Quindi la sinistra si deve rinnovare partendo dal programma e da una nuova leadership, e soprattutto bevendo l’amaro calice delle alleanze?
Renzi come politico è testardo. Una coalizione, però, la deve accettare e quindi un prezzo lo deve pagare.
Viene prima la leadership o la coalizione?
Senza dubbio serve una persona che unisca le diverse anime della sinistra e che porti a identificare le priorità.
E quel leader cui sta pensando è Renzi?
Renzi è sicuramente un leader. Non è un federatore, ma un divisore. Il centrosinistra ha avuto un solo leader federatore nella sua storia: Romano Prodi. Per far vincere il centrosinistra Renzi dovrebbe fare un passo indietro. Ha anche a provato a fare il Macron italiano ma non gli è riuscito quando aveva preso il 40% dei voti con le Europee, figuriamoci se può riuscirgli adesso.
Anche Mdp e Sinistra italiana dovrebbero fare delle concessioni, non le pare? In fondo una coalizione si fonda sul reciproco venirsi incontro.
Quello che dovrebbero fare è di indicare loro un leader. Le sparse membra della sinistra dovrebbero correre il rischio di imporlo un leader.
Il caso Ostia apre uno spiraglio per chi a sinistra vuole smarcarsi dal Pd e cercare un dialogo coi grillini?
Ostia è un caso a parte. O meglio. Come in tutti i casi di ballottaggio il dialogo lì conta fino a un certo punto. Semmai è importante vedere cosa accadrà dopo il voto politico.
In che senso?
Se, come probabile, ci saranno nel nuovo parlamento tre grandi forze senza i numeri per governare, un dialogo coi grillini avrebbe un senso diverso. E un dialogo con quel movimento riuscirebbe meglio a un leader federatore, aperto al dialogo. Magari uno come lo stesso Gentiloni.
Pubblicato il 10 novembre 2017
Cinque lezioni dal voto in Sicilia
Il dopo elezioni regionali siciliane è stato segnato da manipolazioni e errori interpretativi. Primo, no, la Sicilia non è un laboratorio, né nel bene né nel male, per partiti e coalizioni. In un paese molto differenziato, laboratorio non è nessuna regione, per fare due esempi, né la Liguria né il Veneto. Tuttavia, qualche lezione “individuale” e precisa può essere tratta. Se il centro-destra si presenta unito dietro un candidato è molto competitivo e può risultare vincente, ma questo non basterà né in Emilia-Romagna né in Toscana. Invece, lezione vera, se il PD di Renzi raccoglie soltanto frattaglie di alleati, competitivo non sarà né in Sicilia né in Veneto né in Lombardia. Se non vince molti seggi in queste regioni, quasi sicuramente perderà le elezioni politiche. Se il PD non cerca e non trova nessun accordo con il Movimento Democratico e Progressista non farà molta strada. Non è vero che le elezioni si vincono al centro. Si possono vincere anche a sinistra purché la coalizione sia equilibrata e delicatamente guidata. Seconda grande lezione: dal maggio 2014 il PD di Renzi e Renzi stesso non hanno fatto che collezionare sconfitte elettorali più o meno brucianti.
“Blindare” il segretario che, proprio in quanto tale, è responsabile dell’andamento del suo partito farà anche bene al segretario, che si commuoverà per tanto affetto (o non è piuttosto la speranza di essere da lui ricandidati?), ma fa piuttosto male al partito. Fanno molto male al PD coloro che confrontano i suoi risultati, altrove e in Sicilia, con quelli del PCI. Infatti, il Partito Democratico dovrebbe essere PCI più DC (incidentalmente, Alternativa Popolare di Alfano è andata abbastanza male). Buttare la palla in tribuna sostenendo che la sconfitta era “annunciata” e lodare il segretario perché l’ha “ammessa” sono giochi da bambini alle scuole elementari. Per chi ha fatto almeno tutta la scuola dell’obbligo s’impone la riflessione accompagnata da suggerimenti operativi che solo un partito nel quale la maggioranza non si autoblinda è in grado di formulare. Terzo, no, in Sicilia non hanno vinto i “moderati”, come stancamente ripete Berlusconi. Non è mai chiaro chi siano i moderati, mentre molto chiaro è che Nello Musumeci viene dalla tradizione missina che mai moderata fu e non è il candidato voluto da Berlusconi, ma identificato e sostenuto con vigore e coerenza da Giorgia Meloni. No, la Sicilia non ha affatto risolto il problema della leadership nel centro-destra. Quarto, raramente in politica si assiste a vittorie morali, dei puri e dei duri ai quali sono mancati i voti per la vittoria che conta: quella del seggio o della carica. Prima il Movimento Cinque Stelle prende atto di una realtà inoppugnabile meglio sarà per lui (e per i suoi elettori).
Chi non trova alleati quand’anche risulti il partito più votato, e le Cinque Stelle lo sono stato alla grande, potrà anche arrivare in testa alle elezioni politiche, ma, per colpa della legge Rosato (su questo punto e non solo formulata appositamente contro i pentastellati) non arriverà al governo del paese. Nelle democrazie parlamentari europee che offrono tutti i casi rilevanti, i governi sono, tranne rare eccezioni, composti, sostenuti e fatti funzionare da coalizioni di partito. Gli intransigenti rimarranno puri, duri e all’opposizione forse provocando dopo il voto la delusione in molti loro elettori, ma, peggio, scoraggiando alcuni potenziali elettori che giungono alla conclusione che il voto dato a chi non andrà al governo è un voto inutile, ovvero sprecato. Ultima lezione: poco meno del 54 per cento di siciliani hanno deciso di non sprecare la loro domenica andando a votare. Invece di fare finta di comprendere il loro “malessere”, il loro stato di disagio, le loro difficili condizioni di vita, politici e commentatori farebbe meglio a affermare chiaramente che chi non vota rinuncia colpevolmente a parte della sua sovranità senza ottenere nulla. Il suo è davvero un non-voto inutile.
Pubblicato AGL l’8 novembre 2017
Gli errori a ripetizione dei Dem
Sconfitta annunciata, sconfitta ammessa, sconfitta archiviata: questa è rapidamente diventata la linea di fuga di Renzi, dei renziani e dei loro commentatori/trici embedded (traduciamo, casalinghi/e). L’aggiunta è che non è il tempo di mettere in discussione il segretario il quale, però, dal maggio 2014, elezioni europee, non ne vince una né quando ci mette, fin troppo, la faccia, come nel caso del referendum costituzionale, né, quando, la faccia ce la mette pochissimo, sembra un’ora sola, in Sicilia per farsi la foto con il candidato del PD Micari che ha perso alla grande. Arrivato terzo, con enorme distacco rispetto al Movimento Cinque Stelle, che ha quasi il doppio dei voti, quattro per cento meno di Forza Italia, sarebbe il caso che il Partito Democratico non archivi un bel niente, ma rifletta sui suoi troppi errori commessi, poco riconosciuti (sbagliato il candidato, sbagliata la campagna elettorale, alleati non convincentemente cercati), mai analizzati. Poi, naturalmente, la Sicilia non è né un laboratorio né un luogo molto ospitale per il PD, ma proprio per questo meritava un impegno maggiore.
Ce l’hanno messo tutto l’impegno gli esponenti delle Cinque Stelle. Volevano vincere non soltanto per assaporare il dolce gusto della vittoria in una regione importante, ma anche per sfruttare l’effetto di immagine del governo della Sicilia in vista delle elezioni nazionali. Candidato Cancelleri e Movimento hanno ottenuto una percentuale elevata di voti, ma è mancato quel quid che separa il secondo piazzato da colui che ha vinto. Probabilmente, il quid è un dato composto da due elementi. Primo, il Movimento non è riuscito a raccogliere una parte abbastanza ampia di elettori che hanno incanalato la loro protesta nell’astensione piuttosto che, come è spesso successo in altre circostanze, nel voto per chi, come le Cinque Stelle, sulla protesta ha costruito parte del suo successo nazionale e non poche vittorie locali. Il secondo elemento discende, invece, da una scelta strategica ovvero ideologica: non fare coalizioni, non cercare alleanze, rimanere puri (e duri). Questa scelta non ha premiato il Movimento, e non potrà premiarlo neppure nelle elezioni politiche. Fra l’altro, la legge elettorale scritta (?) dal capogruppo PD Rosato premia le coalizioni, non nella convinzione che le coalizioni sono più rappresentative dell’elettorato e meglio in grado di governare il paese, ma con la chiarissima intenzione di mettere le Cinque Stelle in una condizione di svantaggio difficilmente superabile. Le reazioni dei dirigenti del Movimento non suggeriscono che hanno davvero capito fino in fondo quanto caro sarà il prezzo della loro intransigenza coalizionale e, francamente, le illazioni su eventuali alleanze con Salvini fondate sull’opposizione all’Euro/pa sono alquanto avventate. Potrebbero avere senso se e soltanto se, ex post, Cinque Stelle più Lega disponessero in entrambe le Camere di abbastanza seggi per superare la soglia della maggioranza assoluta. Non sembra uno scenario probabile.
Esultano i berlusconiani, ma esagerano. Non è la prima volta che la Sicilia si dimostra molto amica del centro-destra e di Forza Italia. Dalla famosa “discesa in campo” del 1994, molti ex-democristiani e molti ex-missini hanno ampiamente contribuito alle vittorie elettorali di Berlusconi, qualche volta agevolate da qualche connessione imbarazzante che porta, per esempio, il nome di Dell’Utri. C’è qualcosa di nuovo e anche di antico nel successo, peraltro, di proporzioni non proprio clamorose, del candidato del centro-destra. Il nuovo è che non è stato Berlusconi a scegliere Musumeci, ma lo ha sostanzialmente imposto con ostinazione Giorgia Meloni e può rivendicarlo. L’antico è che il centrodestra unito è tornato competitivo e vince oltre che per la sua compattezza anche per gli errori, che pure ci sono e hanno tutta la propensione a continuare, delle sinistre. Poiché la Sicilia ha un cospicuo serbatoio di seggi, il centro-destra che già può contare su Veneto e Lombardia, ha molte ragioni per andare verso le elezioni nazionali alquanto ringalluzzito. Rimane in piedi la sfida per la leadership, ma se Berlusconi non tira fuori un asso dalla manica, Salvini, sostenuto dalla Meloni, è oggi ottimamente posizionato. Questo hanno detto quel 46 per cento di siciliani che sono andati a votare. Il resto, in un paese decente (premessa da non sottovalutare), dipenderà da come Grillo e Renzi, se sarà ancora lui l’uomo al comando del PD, sapranno impostare la campagna elettorale e definire o no le eventuali alleanze.
Pubblicato il 7 novembre 2017
Voto in Sicilia. Il PD di Renzi rischia grosso
Domenica in Sicilia, a marzo in Italia? Sembra che ci sia qualcuno davvero disponibile a credere che le elezioni in Sicilia, una regione non proprio rappresentativa del resto d’Italia (ma, poi, uno dei non molti pregi del paese non è la diversità fra le regioni?), daranno un’indicazione importante sui sentimenti profondi dell’elettorato italiano. Invece, no. Sarebbe come dire che i prossimi quattro mesi di campagna elettorale non conteranno nulla. Che i programmi e le tematiche non saranno importanti. Che le alleanze costruite a livello nazionale, magari con qualche differenza fra le regioni non avranno nessun impatto. Che le candidature anche dei paracadutati/e non smuoveranno voti. Che, infine, persino gli errori, magari clamorosi, dei concorrenti saranno digeriti con indifferenza dagli elettori. Fermo restando che è vero che gli elettori spesso non hanno e non acquisiscono un alto livello di informazione politica, ne sanno, anzi decidono di saperne quanto pensano che basti loro. Lo faranno nell’ultima settimana prima del voto, se non addirittura, come confermano sondaggi appositi, un paio di giorni prima quando le elezioni siciliane saranno state sufficientemente dimenticate (ma non da noi che leggiamo i giornali e che ci scriviamo).
Domenica conta quello che riguarderà i siciliani, ovviamente chi li governerà nella consapevolezza che sta diventando difficile fare peggio dei predecessori. Per i leader dei tre (quattro?) schieramenti conterà vedere chi ha fatto peggio, chi ha commesso più errori, chi si è indebolito di più. Le Cinque Stelle date leggermente avvantaggiate rispetto al ritrovato centro-destra rischiano qualche contraccolpo non dovessero vincere. Tuttavia, lo zoccolo duro del loro consenso nazionale non sarà intaccato: il vento dell’antipolitica continua a soffiare, il grido “onestà, onestà” risuona sonoro, persino, l’eventualità che il Movimento diventi il primo raggruppamento nazionale potrà essere tentatrice. Vincesse il centro-destra, ovvio che Berlusconi rivendicherebbe quel successo come la fin troppo facile prova che è indispensabile costruire una coalizione il più possibile simile anche a livello nazionale e che soltanto lui è tanto bravo e saggio da saperlo fare.
Chi rischia molto, a causa di errori commessi da lui e dai suoi collaboratori (che mai una volta dimostrano di avere il coraggio di contraddirlo e di correggerlo per tempo), è sicuramente Renzi. Dalla bruciante sconfitta nel referendum costituzionale non ne ha più azzeccata una. Non sarà la Sicilia a dargli un successo di prestigio. Potrebbe, al contrario, dargli un paio di brutte botte. La prima sarebbe quella di fare arrivare (cattivo, altro che buon) terzo il candidato malamente scelto dal PD e da lui stesso. La seconda sarebbe di vedere che i consensi acquisiti dalle liste di sinistra che sostengono Claudio Fava, in Sicilia nome molto noto e nella sinistra molto apprezzato, arrivano al dieci per cento e lo superano. A questo punto, sì, s’imporrebbe più che una riflessione su come recuperare quei voti, non soltanto con il richiamo della foresta al voto utile (incidentalmente, quasi tutti i voti quasi sempre sono utili e non è un bel messaggio politico-democratico dire agli elettori che il loro sarà un voto inutile, se non addirittura dannoso), ma con una diversa politica delle alleanze, più aperta, più flessibile, non punitiva, ma inclusiva.
A Renzi potrebbe, suggeriscono alcuni, dentro, fuori, intorno al partito, succedere anche di peggio: il “commissariamento”. Alcuni notabili, fra i quali, in prima fila, è posizionato Walter Veltroni (in una tenda mobile ha preso posto Romano Prodi), potrebbero venire chiamati (è un eufemismo) a dare una mano. Sarebbe la constatazione che è fallita una strategia arrembante: correre per stare in piedi. Rimarrebbe del tutto irrisolto il come predisporre una strategia diversa degna di un partito di centro-sinistra che della sinistra ha assoluta necessità. Insomma, anche se la Sicilia laboratorio non è, domenica qualche non futile “esperimento” vi si terrà.
Pubblicato il 4 novembre 2017
Senso delle istituzioni e opportunisti di oggi, ieri e domani.
Dopo la legge elettorale che “tutta l’Europa c’invidierà che metà Europa imiterà” (largamente cassata dalla Corte Costituzionale), è arrivata la legge firmata dal capogruppo del PD alla Camera, Ettore Rosato, noto esperto di leggi elettorali, certo più di Roberto D’Alimonte. La legge di Rosato di europeo non ha proprio nulla. Per di più, non consentirà di sapere la sera stessa chi ha vinto le elezioni e chi governerà (né l’uno né l’altro obiettivi ritenuti prioritari e perseguiti dai sistemi elettorali europei), ma impone la formazione di coalizioni pre-elettorali (che si scomporranno per dare vita ad una coalizione di governi) rendendo impossibile agli elettori di darne una valutazione disgiunta dal loro voto a favore o contro il candidato nel collegio uninominale. Se questa non è “la sua legge”, come Renzi ha dichiarato più volte sdegnosamente con il labbro all’insù, trovando spazio nei reportages di Maria Teresa Meli, il segretario ha subito una sconfitta (e con lui Maria Elena Boschi e Anna Finocchiaro). Sconfitto, invece, non è il giurista del PD Stefano Ceccanti per il quale è andato sempre tutto ottimamente: lo spagnolo in salsa tedesca e viceversa, l’Italicum e, adesso, almeno per qualche tempo, il bruttamente detto Rosatellum.
Che, poi, Camera e Senato abbiano legiferato con la pesante tagliola del voto di fiducia che ha impedito ai non molti parlamentari che ne hanno il coraggio di esprimere le loro preferenze e formulazioni alternative, è parso grave soltanto al Presidente del Senato Grasso che ha abbandonato il Gruppo del Partito Democratico dopo il voto. I commentatori a chiedersi dove andrà e cosa farà da grande invece di porsi il problema del senso delle istituzioni del segretario del PD e dei molti, troppi, suoi parlamentari alla ricerca della (ri)candidatura. Disposti a tutto, specialmente, alla Camera dove, grazie al premio in seggi del 2013, almeno un centinaio di loro non torneranno più (mai dire mai), 211 parlamentari del PD hanno approvato una classica mozione tanto improponibile quanto populista. Gli eletti (aggiungere dal popolo, trattandosi di designati dai capipartito e corrente sarebbe quasi offensivo) si sono audacemente posti a difesa dei risparmiatori contro il banchiere Ignazio Visco, noto nemico del popolo, accusato di non avere utilizzato gli strumenti di vigilanza della Banca d’Italia. Sobillati dal loro segretario che ha rivendicato la scelta e difeso l’esito (persino contro il coro di suoi tardivi critici da Napolitano a Prodi, ma non ho letto di Arturo Parisi), quei parlamentari, hanno gravemente interferito nei poteri del capo del governo, del Consiglio dei Ministri del Presidente della Repubblica ai quali, oramai lo sappiamo tutti, speriamo di ricordarcene, spetta la proposta, la nomina, la firma. La legittima espressione di critiche al governatore in carica Ignazio Visco avrebbe potuto trovare una legittima sede nella appositamente istituita Commissione d’inchiesta sulle banche alla cui Presidenza era stato nominato il tuttologo PierFerdinando Casini, già referendario del “sì”, Presidente della Commissione Affari Esteri del Senato. Il senso istituzionale del doppio incarico mi sfugge. Non mi sfugge l’alto livello di dilettantismo di Casini.
Sconfitto nel suo referendum costituzionale trasformato in plebiscito personale, frustrato nel suo tentativo di ottenere elezioni anticipate, innervosito dalla popolarità acquisita dal Primo Ministro Gentiloni, leader tranquillo, ma certo non entusiasmante, Renzi sta menando colpi a destra e a manca contro le regole e le istituzioni. Non è l’inizio, ma la prosecuzione di un’avventura che rischia di travolgere i principi della democrazia rappresentativa parlamentare italiana che qualche commentatore ha svilito nel corso della campagna referendaria e che altri, come Paolo Mieli, ritengono inadeguata per mancanza di alternanza (e non piuttosto per carenza di senso delle istituzioni, qualità delle quale tutti gli azionisti furono sempre abbondantemente provvisti).
Non frequento l’astrologia, ma non ne ho bisogno per prevedere che un capo partito che non ha senso delle istituzioni (e neppure alternative occupazionali) alzerà il tiro della sua campagna elettorale fino al parossismo rendendo difficilissima la formazione del primo governo della legislatura che comincerà nella primavera 2018. In questo modo si renderà degno della qualifica di “mattatore trascendente” offertagli (Il Mattino 30 ottobre) con understatement anglosassone dal politologo per il “sì” Mauro Calise. Non riesco a dimenticare di avere imparato da James Madison che poiché gli uomini, ma neppure le donne, non sono angeli, è necessario un governo ovvero istituzioni che stabiliscano i limiti e le modalità accettabili dei conflitti e delle loro risoluzioni. Chi attenta alle istituzioni distrugge beni preziosi. Prendo atto che stuoli di commentatori politici non condividono l’importanza di salvaguardare le istituzioni della democrazia italiana. I chierici non tradiscono mai una volta sola.
Pubblicato il 2 novembre 2017 su PARADOXAforum
Una riforma che soffocherà la voce dei cittadini
I Democratici s’affannano a sostenere che la legge elettorale che porta il nome latinizzato (Rosatellum) del capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati Ettore Rosato è buona, la migliore nelle condizioni date. Se fosse così buona non si capirebbe perché la sua approvazione abbia dovuto essere imposta con un voto di fiducia alla Camera dei Deputati e cinque voti di fiducia al Senato subendo le “pressioni esterne”del segretario del PD Matteo Renzi, denunciate dal Presidente Emerito Napolitano. Dopo avere urlato che l’Italicum era una straordinaria legge elettorale poiché avremmo tutti conosciuto il nome del vincitore la sera stessa del voto e ci sarebbe stato un partito (mai una litigiosa coalizione) che, grazie al premio in seggi, avrebbe garantito la governabilità, i renziani hanno scritto e imposto una legge che non consentirà di conoscere subito il vincitore (elemento, comunque, nient’affatto importante), che il vincitore non sarà mai un partito e neppure una coalizione poiché né la coalizione che farà il PD né quella che, fantasiosamente, metterà insieme Berlusconi avranno la maggioranza assoluta dei seggi, che la prossima coalizione di governo, inevitabilmente esposta a tensioni e compromissioni sarà un pateracchio fra centro-sinistra e centro-destra. Dunque, non ci saranno le premesse per la tanto desiderata governabilità che, incidentalmente, dipende non soltanto dai numeri, ma dalle competenze e dalla qualità della leadership politica che è lecito dubitare esistano in maniera abbondante nei due schieramenti.
Quanto alla rappresentanza delle preferenze, degli interessi, degli ideali dei cittadini viene tutta sacrificata alle esigenze dei partiti, delle correnti e dei loro capi: avere parlamentari fedeli, consapevoli di essere debitori del loro seggio e della loro futura eventuale ri-candidatura a chi li ha designati. Infatti, agli elettori italiani questa legge nega tutto quello che hanno gli elettori delle altre democrazie parlamentari. Gli italiani potranno soltanto tracciare una crocetta. Se lo fanno sul nome del candidato nel collegio uninominale il loro voto si estende a tutti i partiti che compongono la coalizione della quale quel candidato è espressione (e viceversa). Ad esempio, votando il candidato del PD il voto andrà anche, probabilmente, alla lista di Alfano. Altrove, invece, come in Francia il collegio è uninominale davvero e il voto va a ciascun specifico candidato oppure, come in Germania, il voto è doppio e disgiunto. È possibile scegliere un candidato nel collegio uninominale e un partito diverso nella lista proporzionale. Altrove, ancora, nella maggioranza degli Stati membri dell’Unione Europea ci sono modalità diverse grazie alle quali gli elettori possono sovvertire la lista stilata dai capipartito dei candidati del loro partito.
Stanno circolando le cosiddette simulazioni sulle conseguenze che la legge Rosato avrà sul prossimo Parlamento. A cinque mesi dalle elezioni quelle simulazioni non sono molto significative. Certo, potremmo anche rallegrarci alla notizia che Rosato perderà nel suo collegio uninominale, ma sappiamo che, grazie alle candidature multiple potrà essere capolista in cinque circoscrizioni cosicché il suo trionfale ritorno a Montecitorio è garantito. Una buona legge elettorale non deve essere fatta per garantire i dirigenti di partito e i seggi loro e dei loro fidati e fedeli (servili?) collaboratori. Non soltanto gli elettori non avranno nessuna influenza su chi andrà in Parlamento, ma i predestinati non avranno nessun interesse a rapportarsi a elettori che non conoscono e dai quali non è dipesa la loro elezione e non dipenderà la loro ri-elezione. Asfaltata la rappresentanza politica, dunque, grazie alla pessima formulazione di Rosato, se ne va anche la responsabilità/responsabilizzazione degli eletti. Zittiti i parlamentari con il voto di fiducia, la nuova legge elettorale, per qualche verso quasi peggiore del Porcellum, soffocherà quasi completamente la voce dei cittadini italiani.
Pubblicato AGL il 27 ottobre 2017




