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Provaci ancora, Matteo
“Dovrebbero anche i ‘legislatori’ (‘cit.’) abituarsi a pensare che norme approvate per convenienza contingente producono talvolta l’effetto esattamente inverso a quello ipotizzato.” Prendo le mosse da questa frase di Massimo Pittarello, quasi un invito, per riflettere su due tematiche. La revisione di alcuni articoli della Costituzione e il dibattito sulla riforma Italicum della legge elettorale Porcellum sono due splendidi esempi di interventi mal fatti con conseguenze controproducenti.
Si gabella la trasformazione del Senato, in realtà l’umiliazione della sua composizione e delle sue funzioni, nonché la drastica riduzione dei suoi poteri, come una modalità indispensabile per dare stabilità al governo e migliorare il suo funzionamento. La parola magica è governabilità, a scapito della parola, meno magica, ma più pregnante e più appropriata ad una democrazia parlamentare: rappresentanza. Trasformare il Senato in Camera delle Regioni non darà migliore e più rappresentanza alle regioni, semmai ai fatiscenti partiti, ma ne darà meno agli elettori che non potranno più votare i Senatori né, eventualmente e democraticamente, bocciarli. Non esiste nessun trade off fra governabilità e rappresentanza. La seconda se ne va; la prima, vale a dire la governabilità, che, certamente, non dipende dalla riduzione della rappresentanza politica, non si sa se verrà. Tuttavia, potrebbe venire dalla legge elettorale.
Però, la legge elettorale Italicum, proclamata ai quattro venti come una grande e originale conquista che tutta l’Europa ci avrebbe invidiato e che metà Europa si sarebbe affrettata a imitare, viene ora variamente ripudiata. Non da Renzi, che, novello Ponzio Pilato dopo averla fatta approvare a colpi di fiducia, si dichiara disponibile ad accettare le variazioni introdotte dal Parlamento. Non sapendo nulla di sistemi elettorali paragona l’Italicum alla legge per i sindaci, dimenticando le differenze sostanziali che intercorrono fra le due leggi. La legge per i sindaci consente la formazione di coalizioni pre-elettorali, l’Italicum, no; la legge per i sindaci non ha candidature bloccate per i consiglieri comunali e, meno che mai, contempla pluricandidature, l’Italicum, sì; la legge per i sindaci consente gli apparentamenti fra il primo turno e il ballottaggio, l’Italicum, no; il ballottaggio è fra due candidati alla carica di sindaco, nell’Italicum è fra due partiti/liste. Se cade il sindaco, il consiglio comunale si scioglie e si torna a votare. Se cadrà il Presidente del Consiglio, salvo forzature deprecabili, non si andrà a nuove elezioni, ma il Presidente della Repubblica cercherò di formare una maggioranza, non una qualunque, ma operativa in Parlamento esattamente come avviene in tutte le democrazie parlamentari (ma come non si può fare nei consigli comunali).
La “contingenza” qui è chiara: il ballottaggio rischia di condurre il Movimento Cinque Stelle alla vittoria e al governo del paese. Dunque, eliminiamolo “per convenienza” di parte/di partito, anche se il ballottaggio è proprio quello strumento che, inesistente nel Porcellum e unico nell’Italicum, conferisce reale potere agli elettori.
A questo punto, tirando le somme sorge spontanea, mi affido ad uno dei più biechi modi di dire italiani, una domanda: se chi ha fatto la legge Italicum corrisponde esattamente a chi ha approvato le riforme costituzionali e sostiene che la legge elettorale deve essere profondamente cambiata, non è possibile dedurre che anche le riforme costituzionali, dopo una sobria riflessione, debbano essere profondamente cambiate? Troppo tardi per cambiarle, non resta che bocciarle, molto pacatamente e molto serenamente. Contrariamente a quel che dice il loquace Renzi, la partita non finisce affatto qui. Tutte le democrazie sono tali anche perché sanno correggere i loro errori.
Pubblicato il 29 settembre 2016
Non dei populisti, ma del popolo (referendario) bisogna avere paura
Una replica alla Nota di Michele Salvati
Referendum cinico e baro. Fabbrini sostiene, e Salvati concorda convintamente, che i «no» ai referendum partono sempre avvantaggiati, addirittura, molto spesso, vincono. Entrambi non menzionano, però, che, fuori d’Italia, questo non è accaduto in due casi-contesti chiave. In Francia, quando nel 1958 l’incauto e avventuroso de Gaulle fece votare il popolo sulla Costituzione della Quinta Repubblica, vinse proprio lo oui. Poi, quando nel 1962, a completamento e perfezionamento della Repubblica semipresidenziale, il generale-presidente sottopose a referendum l’elezione diretta del presidente della Repubblica ne conseguì un altro chiaro e forte oui. La Gran Bretagna rincara la dose della confutazione: Brexit. Infatti, contro la «teoria» di un’inadeguata politologia hanno vinto i sostenitori del yes, we leave. Quanto all’Italia potrebbe essere sufficiente ricordare che nel 1993 gli elettori votarono «sì» addirittura a otto referendum, cinque dei quali su materie elettorali-istituzionali. Insomma, le prove empiriche di quello che sostiene Fabbrini e che supporta Salvati sembrano, «diciamo», debolucce. Per di più, il governo Renzi, che entrambi appoggiano pancia a terra – ma non possono dirlo – li ha anche parecchio delusi. Infatti, il referendum costituzionale, inconsapevole dei loro (allora inespressi) pareri, lo ha fermamente voluto il capo (del governo), spingendolo ai limiti non della personalizzazione, ma del plebiscitarismo.
Se Renzi e Boschi non avessero insistito, probabilmente non avremmo nessun generosissimo – poiché le riforme sono state approvate da una maggioranza parlamentare – referendum altrimenti impossibile poiché il variegato, articolato e disorganizzato fronte del «no» le 500 mila firme proprio non è riuscito a raccoglierle. Tuttavia, il governo che afferma di volere la partecipazione dei cittadini, ha anche invitato gli elettori all’astensione sul referendum relativo alle trivellazioni, facendolo fallire per mancanza di quorum. Avesse collocato la data insieme alle amministrative di giugno, questo governo così impegnato nel ridurre i costi della politica sarebbe riuscito a risparmiare un centinaio di milioni di euro. Purtroppo, persino l’opportunismo istituzionale bisogna prima o poi pagarlo.
Il peggio, però, è che, Renzi e Boschi hanno esagerato nel loro entusiasmo partecipazionista referendario. Infatti, i due giovani riformatori, non contenti del referendum abrogativo così com’è, ne formulano una disciplina aggiuntiva, rendendolo più difficile da chiedere (800 mila firme), ma più facile per il conseguimento del quorum commisurato alla percentuale di votanti alle precedenti elezioni politiche, quindi più esposto al fatidico «no».
Poi, però, esagerano e introducono altre fattispecie referendarie (non meglio precisati referendum «propositivi e d’indirizzo»), ovvero moltiplicano le possibilità attraverso le quali le élite oscurantiste mobiliteranno il popolo (scelgano i lettori a quale animale assimilarlo) contro le élite buone che vogliono soltanto portare in questo malandato Paese (attualmente ottava potenza industriale al mondo) «magnifiche sorti e progressive». A sventare il pericolo letale, ringraziando fin d’ora la prudenza (sic?) della Corte costituzionale che ha rinviato la decisione, sarà poi indispensabile togliere il ballottaggio dall’Italicum.
Hai visto mai che il popolo faccia vedere le stelle alle élite degli algoritmi confindustriali, dei banchieri internazionali, dei governanti ex rottamatori? E dei politologi e dei loro amici.
Pubblicato il 20 settembre 2016
Guerra? No, i toni li alzano quelli del Sì
Intervista raccolta da Silvia Truzzi per il Fatto Quotidiano
“Serie incognite” se vince il No? Renzi dovrebbe chiedere a Mattarella di fare un nuovo governo: non vedo drammi
“Guerra”, c’informa il direttore di Repubblica, è la parola che più spesso è stata evocata durante il suo colloquio apparso sul giornale di ieri con Giorgio Napolitano.
Abbiamo chiesto al professor Pasquino, professore emerito di Scienza politica dell’Alma Mater schierato per il No, cosa pensa delle dichiarazioni “pacifiste” del presidente emerito.
“Ci sono errori di partenza. È stato l’esecutivo, dall’inizio, a chiedere il referendum che invece secondo l’articolo 138 è uno strumento agibile da 5 consigli regionali, un quinto dei parlamentari e 5OOmila elettori. Il governo doveva dire: noi facciamo la riforma, il Parlamento la approva e gli oppositori facciano il loro mestiere”.
Napolitano ha detto: “Forse bisogna riflettere se fu giusto prevedere nell’apposita mozione parlamentare, la facoltà di sottoporre comunque a referendum il testo di riforma”.
Il referendum è una possibilità accordata alle minoranze dalla Costituzione, non è una concessione. E uno strumento, tecnicamente, oppositivo.
Secondo il Presidente, Renzi ha sbagliato a personalizzare, ma è ingiustificabile anche la personalizzazione alla rovescia operata dalle opposizioni “facendo del referendum il terreno di un attacco radicale a chi guida il Pd e il governo del Paese”
È sbagliata la sequenza. Renzi ha rivendicato le riforme e ha ripetutamente affermato che in caso di sconfitta si sarebbe dimesso. Da subito, nei miei interventi, ho usato la parola plebiscito. Tanto è vero che Napolitano mi ha chiesto, a voce, ragione di questo termine. E poi lui, in un’intervista alla Stampa, ha parlato di “eccesso di personalizzazione”. Tutto parte dal premier.
“La riforma non è né di Renzi né di Napolitano”.
Il ministro Boschi e lo stesso Renzi hanno detto che è stato il Capo dello Stato, nel conferire il mandato al governo, a chiedere le riforme. Dopo di che io gli chiedo: sono queste le tue riforme? Avresti fatto esattamente queste riforme? Ne dico una: ti riconosci nel fatto che il Presidente della Repubblica nomina 5 senatori in una Camera che dovrebbe essere delle Regioni e rappresenta gli enti territoriali e non la Nazione? Dovrebbe rispondere punto per punto. E non lo fa.
Secondo Napolitano, “mettere a rischio la continuità del governo oggi espone il Paese a serie incognite”. La cosa è diventata più grave dopo il referendum britannico.
Il governo inglese ha risolto il problema in due settimane! E se vincesse il No, Renzi non dovrebbe far altro che andare da Matterella e dirgli di formare un nuovo governo, con la stessa maggioranza, ma con un presidente del Consiglio diverso. Non vedo drammi.
Insomma, c’è questa guerra o no?
No, guerra no. Sento toni sopra le righe, e più dalla parte del Sì. Non capisco l’esasperazione: dopo dovremo comunque convivere. Ricordo un deplorevole articolo firmato da Salvatore Vassallo ed Elisabetta Gualmini, in cui si diceva che tra i firmatari del manifesto per il No 14 erano stati giudici costituzionali e dieci avevano goduto delle vorticose rotazioni alla presidenza della Consulta basate sull’anzianità e sono “emeriti”, con annessi privilegi. E facevano notare che, tra questi supersaggi, l’età media supera gli 81 anni. Cioè vecchi illustri, carichi di onori e forse anche di denaro: uno dei punti più bassi toccati dalla propaganda del Sì.
Pubblicata l’11 settembre 2016
Mater semper certa est. Manca il pater
Renzi ha appena finito di urlare alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia che un voto NO nel referendum non sarebbe contro di lui, ma contro Napolitano, il vero fautore e autore delle riforme. Caduta, almeno temporaneamente la richiesta di plebiscito su se stesso, Renzi la sposta su Napolitano. Il Presidente Emerito si affretta a chiedere un’amplissima intervista a “la Repubblica” e, naturalmente, l’ottiene. Senza sconfessare Renzi e richiamarlo al rispetto istituzionale, solennemente dichiara che le riforme costituzionali non sono né di Renzi né di Napolitano. Poi insiste che bisogna votarle altrimenti, ma questo lo scrivo io assumendomene le responsabilità, arriveranno Unni e Visigoti accompagnati da altre maledizioni. Peccato che, nel frattempo, un po’ lento a reagire il composito schieramento dei parlamentari del Partito Democratico, degli opinionisti, ricchi di opinioni e poveri di documentazione, e dei professorini fiancheggiatori pronti a entrare o tornare in Parlamento, continuino a ripetere che, sì, quelle riforme furono volute, anzi, imposte da Napolitano al Parlamento sostanzialmente come condizione per accettare la rielezione.
Quante altre grida renziane e quante altre interviste napolitane dovremo attendere per conoscere la verità? Però, almeno una verità già la conosciamo e abbiamo il dovere di diffonderla. Del merito delle riforme e delle loro conseguenze operative praticamente non si discute. Si sostiene che il Parlamento le ha esaminate in tot (ci sono divergenze su quante sono effettivamente state) letture. Si sottolineano i voti favorevoli delle sciagurate, magari un po’ coartate (già il coraggio che non ce l’ha non se lo può dare) minoranze del PD. Si esalta la magnifica spinta e progressista dei riformatori Renzi-Boschi dopo trent’anni e più di immobilismo come se, fatti provati e noti, nel 2001 il centro-sinistra non avesse approvato una profonda riforma del Titolo V (autonomie) e nel 2005 il centro-destra non avesse riformato addirittura 56 articoli di una Costituzione che ne ha 139. Entrambe furono riforme malfatte, la seconda facilmente bocciata dal referendum.
Naturalmente, neppure la presunta novità di riforme non proprio originali e propulsive può essere considerata una discussione sul merito né potrebbe giustificare riforme malfatte. Bontà sua, Napolitano concede, alquanto tardivamente, che bisogna riformare l’Italicum. I renziani buttano la palla in un Parlamento nel quale hanno la maggioranza, mentre in articoli e dibattiti i loro professorini di riferimento si affannano a dichiarare che l’Italicum, da loro apprezzato e giustificato in tutte le salse, non c’entra nulla con le riforme costituzionali. Ma come? conoscere le modalità con le quali sarà eletta l’onnipotente Camera dei deputati sarebbe ininfluente tanto rispetto alla valutazione delle specifiche riforme quanto sul funzionamento complessivo del sistema politico? Dal voto degli elettori, male tradotto dall’Italicum, non dipende il potere dei rappresentanti e dei governanti?
In corso d’opera e in attesa della fissazione della data del referendum, il non compianto Ministro Antonio Gava, suggerirebbe di fissarla prima dell’inizio della stagione sciistica, si fa balenare, anche dal Presidente Napolitano, che la bocciatura delle riforme, del cui “merito” quasi nulla si dice, sarebbe grave per la credibilità e l’affidabilità del paese aprendo una fase d’instabilità. Dismessi i panni dell’agitatore plebiscitario, il Presidente del Consiglio potrebbe dichiarare solennemente ad una prossima Festa dell’Unità che, immediatamente dopo la vittoria del No, si recherà da Mattarella a dare le dimissioni e che, da statista interessato alle sorti del suo paese, rassicurerà i mercati, e collaborerà fattivamente alla formazione di un nuovo governo. Il resto sta nelle mani e nella mente di Mattarella. Ci sarà modo di parlarne.
Pubblicato il 10 settembre 2016
Il Ministro dell’Agricoltura Martina e le colture politiche
L’allungarsi della campagna referendaria rischia di logorare i sostenitori del sì che ne hanno già dette di cotte e di crude e che, per fare punti agli occhi di Renzi (e Lotti), sono costretti ad inventarsi un po’ di tutto. In verità, che la riforma non è “la più bella”, non c’era proprio bisogno che ce lo dicesse il ministro Maurizio Martina (Corriere della Sera, 5 settembre, p. 13). Sarebbe stato preferibile che ci spiegasse perché è “la più utile”. Quali “più utili” obiettivi conseguirebbe? La semplificazione legislativa sicuramente no, visto che sarebbero almeno tre o quattro i procedimenti legislativi, invece di uno, quello attuale che, forse Martina non lo sa, consente al bicameralismo italiano di fare più leggi degli altri bicameralismi europei e al governo di ottenere, in un modo, i decreti, o nell’altro, la fiducia, quello che vuole, persino nei tempi che vuole, a condizione che sappia cosa vuole e entro quando. Per documentazione, Martina potrebbe rivolgersi agli uffici della Camera che hanno pubblicato un prezioso libretto, Insomma, sul merito Martina dice poco di nuovo e quel poco continua a essere sbagliato. Poi, però, seguendo una moda inaugurata, voglio farle onore, dal Ministro Boschi, ci dà qualche lezione di storia costituzionale.
I sostenitori del sì hanno tirato in ballo sia i Costituenti, che volevano cambiare il bicameralismo prima ancora di approvarlo oppure un minuto dopo la sua approvazione. Gli Atti della Costituenti non danno grande sostegno a queste fantasiose tesi mettendo, piuttosto, in rilievo che, inevitabilmente, nessuno dei Costituenti vinceva sempre. Poi sono stati chiamati in causa i comunisti: Enrico Berlinguer, Nilde Iotti, Pietro Ingrao, tutti impertinenti sostenitori ante litteram della riforma fatta da questo governo, ma non dagli esponenti di sinistra, altrimenti non si capirebbe perché il Comitato di Martina si chiami “Sinistra per il Sì”. Nessuno dei tre dirigenti del PCI può difendersi, ma come si fa a pensare che: 1) l’abolizione del bicameralismo abbia qualche attinenza con la riforma Renzi-Boschi?; come si fa a credere che 2) avendo tutt’e tre in maniera diversa espresso l’opinione che il bicameralismo italiano poteva essere riformato l’avrebbero fatto, qui sta, enorme, il discorso/confronto sul merito, allo stesso modo di quel che ha fatto il governo attuale? Infatti, punto che sfugge a tutti i sostenitori del sì, Berlinguer, Iotti e, soprattutto, Ingrao avrebbero guardato al contesto. Non avrebbero fatto riforme spezzatino.
In via di principio, poiché, bontà sua, afferma che “studiare la storia ha sempre senso”, Martina dovrebbe essere d’accordo sulla rilevanza del contesto. Avendola presumibilmente studiata, sostiene che “il passaggio fondamentale che abbiamo davanti ci spinge a rivedere cosa dicevano i costituenti, le grandi culture politiche del passato, Dossetti, Calamandrei” . Qualcuno più purista di me si chiederebbe se, oltre ai due citati, che rappresentano l’uno la cultura del cattolicesimo democratico, l’altro quella dell’azionismo liberale, la “Sinistra per il Sì” non dovesse citare, per esempio, il socialista di sinistra Lelio Basso e anche alcuni di quegli estremisti “costituzionali” dei comunisti. Però, il quesito lancinante è: dovremmo andare adesso subito a rivedere che cosa hanno detto quei Costituenti, a re-interpretare quelle culture politiche e costituzionali? Non era il caso di farlo prima di scrivere le riforme? Comunque, ci sono fior fiore di studiosi, per rimanere agli esempi citati da Martina, che potrebbero dirci senz’ombra di dubbio che cosa hanno fatto Dossetti e Calamandrei e quali metri di giudizio applicherebbero alle riforme renzian-boschiane. Quanto alle culture politiche, sarebbe interessante ascoltare da Martina, quando si rialza dallo studio della storia, qual’è la cultura politica istituzionale moderna che sorregge, uhm, meglio puntella, le riforme sottoposte a referendum. Quali sono i sistemi politici con i quali l’Italia dovrebbe confrontarsi, quali sono gli autori di riferimento, ad esempio, sulla democrazia deliberativa, sul ruolo delle autonomie, sui compiti e sui poteri dei cittadini: John Rawls (una teoria della giustizia), Ronald Dworkin (i diritti presi sul serio), Jürgen Habermas (il patriottismo costituzionale), Jon Elster (lo studio delle costituzioni e delle società) oppure Woody Allen di “Provaci ancora Sam”?
Pubblicato il 6 settembre 2016 su La Terza Repubblica
Le ragioni del No. Intervista a Gianfranco Pasquino
Raccolta da Iacopo Gardelli per Ravennanotizie.it
Una chiacchierata con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, per sapere meglio che cosa c’è in ballo col referendum costituzionale di ottobre e per capire le ragioni del “no”
Il Parco John Lennon di Mezzano è frequentato più da bugs che da beatles. Libellule, zanzare e altri esseri con le antenne per cui mi mancano le parole ci svolazzano intorno, ma a lui non sembrano affatto dare fastidio, anzi. Il professor Gianfranco Pasquino siede serafico sotto il chiosco, le lenti fotocromatiche dei suoi occhiali celano il suo sguardo. Risponde alle domande con un aplomb e una pacatezza che potrebbero essere orientali, se non fosse per il signorile accento piemontese.
In attesa della sua moderatissima piadina con “cotto e una foglia d’insalata”, ci prepariamo all’incontro pubblico che si terrà a pochi metri da qui. Con noi ci sono gli amici del Gruppo dello Zuccherificio, Massimo Manzoli e Andrea Mignozzi che, assieme al Comitato per il No alle Riforme Costituzionali e all’Italicum e all’ANPI di Mezzano, hanno organizzato questa serata per approfondire le ragioni di chi sostiene il no alla riforma costituzionale; la stessa riforma per cui Renzi si sta giocando, almeno a parole, la scadenza naturale di questa legislatura.
Partiamo da qui. Pochi giorni fa ho sentito a Otto e mezzo il professor Massimo Cacciari sostenere il sì con questa argomentazione, a detta sua repubblicana: nel caso vincesse il no alla riforma costituzionale, proprio per questa scelta renziana di legare gli esiti della votazione al mandato governativo, si aprirebbe un periodo di crisi politica difficilmente gestibile dal Parlamento italiano e dal Presidente della Repubblica. Una scelta fatta a malincuore, ma una scelta di responsabilità: repubblicana, appunto. Lei, che è un convinto sostenitore del no, che cosa risponderebbe a Cacciari?
(Pasquino scuote sconsolato la testa) “Rispondo che sta inanellando una serie di stupidaggini. Per vari motivi. Primo, perché il referendum è in merito a una riforma costituzionale fatta dal Parlamento e non dal Governo; secondo, perché se il Presidente del Consiglio personalizza la campagna referendaria non si sta semplicemente esprimendo sul referendum, ma sta chiedendo un plebiscito sulla sua persona. Questa cosa gli è già stata troppo blandamente rimproverata dal presidente Napolitano, che dovrebbe saperne di più, e che si è limitato a dire che ‘il Presidente del Consiglio non deve personalizzare’; anche se l’espressione giusta sarebbe stata: ‘non deve chiedere un plebiscito’. E non deve neanche minacciare o ricattare gli elettori, dicendo ‘se non votate le mie riforme, vi lascio in una situazione molto complicata’, ricatto nel quale il professor Cacciari, evidentemente, cade. Terzo, perché non tocca al Presidente del Consiglio dire che cosa succede dopo la consultazione: nel caso venisse sconfitto nel referendum, la parola passerebbe al Presidente della Repubblica, che deve esplorare la possibilità di un’altra maggioranza in Parlamento: ed è possibile che ci sia. E infine, si è visto mai che in questo paese possa esistere un’unica persona in grado di fare il Presidente del Consiglio? Io credo che ce ne siano almeno altre quattro o cinque che potrebbero avere la maggioranza e la fiducia al Parlamento, nonché la capacità di fare riforme migliori e meno divisive.”
Non voglio fare l’ermeneutica di Cacciari, ma glielo chiedo lo stesso: secondo lei il filosofo è in cattiva fede quando sostiene che la crisi non sarà gestibile?
“Cacciari non è in cattiva fede. Cacciari è diventato incredibilmente renziano, perché è contro la vecchia guardia del Partito Comunista – della quale peraltro lui ha fatto parte. E soprattutto non ne sa abbastanza. Sta parlando di argomenti che non conosce. L’ho già rimproverato duramente sul Fatto Quotidiano, evidentemente nessuno ha portato alla sua attenzione la mia critica, però persiste nell’errore. Non è un compagno che sbaglia, ma un compagno che persevera nell’errore.”
Diabolico. Ma entriamo nel merito: se dovesse convincere un elettore indeciso con due argomenti per il no, quali sceglierebbe?
“Il primo: questa riforma costituzionale è disorganica e sbagliata. L’unica cosa che tocca veramente è il Senato, ma il Senato non è il problema che rende difficile il governo in Italia. Erano altre le cose si potevano fare, ma Renzi ha candidamente dichiarato che ‘non gliele avrebbero lasciate fare’. Eppure mi pare che avesse una maggioranza e una grinta che avrebbe potuto usare meglio per imporre un’altra e migliore riforma. Insomma, la riforma del Senato è da un lato pasticciata e dall’altro confusa. Pasticciata nella composizione del Senato: 74 rappresentanti non si sa bene scelti come, perché non è stato deciso il verbo: “nominati” o “designati” dai Consigli Regionali. Ma non sappiamo se devono essere già dentro i Consigli Regionali o se devono essere eletti prima, dagli elettori quando eleggono il Consiglio Regionale. Poi 21 rappresentanti dei Comuni: ma non sappiamo se devono essere i Comuni capoluogo di Regione, o se verranno scelti dai Comuni stessi o dai consiglieri comunali; e infine 5 senatori nominati dal Presidente della Repubblica. Incredibile! In una Camera delle Regioni uno si chiede per quale ragione il Presidente della Repubblica debba nominare 5 senatori. Fra l’altro, l’articolo costituzionale sui senatori a vita recita ‘per meriti artistici, sociali, letterari o scientifici’. Qui bisognerebbe aggiungere ‘per meriti federalisti’: ma sfido chiunque a trovare 5 grandi federalisti in questo paese, finiti con la morte di Gianfranco Miglio, fondamentalmente.”
Capito il pasticcio. Ma per quanto riguarda la confusione?
“Dal punto di vista delle competenze questa riforma è sostanzialmente confusa: non è chiaro quali leggi saranno soltanto di competenza della Camera; non è chiaro quanto il Senato potrà richiamare alcune leggi; e non è chiaro quali saranno i conflitti dal momento in cui qualcuno solleverà dubbi sulla legittimità di questi confini; la Corte Costituzionale, infatti, è già in allarme, perché teme una serie di ricorsi inaudita, come peraltro è già successo in questo periodo. Siamo di fronte ad una situazione che non risolve praticamente nulla. Ma perché? Perché tutto questo è basato su una premessa che è sbagliata, ovvero che il bicameralismo italiano, che è paritario (se mi dice perfetto, l’intervista finisce qui), non è mai stato di ostacolo ai governi. Il bicameralismo italiano fa mediamente più leggi degli altri bicameralismi importanti: quello tedesco, quello francese, quello inglese e quello americano.”
Quindi l’argomento della lentezza pachidermica del Senato è pura retorica?
“Non è retorico: è una manipolazione, oppure è il prodotto di ignoranza. Nessuno di loro ha letto i documenti che potrebbero avere dai funzionari del Senato, persone di eccellente qualità. Ma passiamo al secondo motivo che mi ha chiesto. Con questa riforma, a un Senato di 95 persone, elette indirettamente, si affida non solo la riforma della Costituzione, ma anche l’elezione di ben due giudici costituzionali. 630 deputati, invece, ne eleggeranno solo 3. Questo è uno squilibrio che grida vendetta al cospetto di non so che cosa… al cielo? Tutto questo non prefigura un bel niente: non c’è una visione sistemica, organica. Dove andiamo dopo questa riforma? Si risolve davvero i problemi istituzionali italiani? No. Non sappiamo dove andiamo. Stiamo toccando il Governo con questa riforma? No, non così, ma con una legge elettorale, l’Italicum. Loro continuano a sostenere che non fa parte di questo pacchetto, e invece ne fa parte eccome. Perché questa legge elettorale avrebbe potuto risolvere immediatamente il problema del Senato uniformando le due leggi elettorali, per avere la stessa maggioranza, se questo era il problema. Ma in realtà l’Italicum squilibra il potere a favore della Camera e, aggiungo, a favore del Presidente del Consiglio. Però, tutto questo, lo fa in maniera assolutamente poco sistemica, con tutto quello che ne consegue. Qua non si tratta di dare tanto potere all’unico uomo in grado di fare il Presidente del Consiglio (francamente ridicolo), ma si tratta di creare una legge elettorale che sia competitiva e che dia potere agli elettori. Questa legge elettorale non gliene dà abbastanza: io direi che gliene dà poco. Ecco, due buone ragioni per votare no. Un no convinto, pacato, sereno…” (sorride)
Quando Renzi batte sul tasto del fantomatico taglio del costo della politica, si tratta di un argomento convincente, o no?
“Renzi dice che con questa legge elettorale i senatori non saranno più pagati perché sono già consiglieri regionali. Ma naturalmente bisogna tenere conto dei soldi delle trasferte. Un conto è abitare a Roma, e lì ci sono da contare, eventualmente, solo i soldi del tassì. Ma se uno abita a Palermo o in Sardegna, l’aereo lo deve pur prendere. Quindi, sì, forse ci potrebbe anche essere una riduzione dei costi della politica; ma le pare un discorso politicamente efficace questo? O, piuttosto, è un discorso populisticamente efficace? Blandisce chi pensa che la politica debba essere a costo zero; e invece la democrazia bisogna pagarla, con i soldi, prima, e poi naturalmente con l’impegno, le energie, con la volontà di informarsi, e così via. Si tratta semplicemente della ricezione passiva di un discorso che viene da alcuni settori della classe politica (in particolare dal Movimento 5 Stelle), e da alcuni settori della stampa, in particolare dal Corriere della Sera (in questo caso La casta, di Giannantonio Stella e Sergio Rizzo, ha avuto un impatto tremendo, nonostante tutti gli inconvenienti di quel libro, trasparenti a chi lo avesse non solo comprato per regalarlo, ma magari anche letto). E poi, i costi potevano essere ridotti anche semplicemente riducendo il numero dei parlamentari alla Camera, perché no? 630 a me paiono tanti, e a lei?”
Nel panorama politico italiano c’è qualcosa da salvare?
“Nel panorama politico italiano ci sono diverse cose da salvare. Ci sono fior fiore di parlamentari che conoscono il loro mestiere. Nonostante la narrazione renzian-boschiana, abbiamo fatto, nel 1993, un’ottima legge elettorale per i sindaci, che sta dando ripetutamente buoni frutti. Stiamo cercando governi stabili e operativi? I sindaci sono a capo di governi stabili, operativi quanto loro li sanno rendere tali. È da salvare il ruolo del presidente della Repubblica, perché è stato un’equilibratore, e qualche volta anche un’attore significativo, nel nostro sistema. È da salvare la competizione multi-partitica: questa idea che bisogna ridurre tutto a due soli partiti, è semplicemente sbagliata. I partiti saranno tanti quanti gli italiani vogliono che siano. Con la clausola, che io penso debba esserci, di sbarramento, in modo da impedire la frammentazione. E infine, credo che sia da salvare anche, diciamo così, un sano sentimento di protesta, che si manifesta in molti di noi, e che per molti si incanala nel Movimento 5 Stelle.”
Pubblicata il 26 Giugno 2016
Referendum e plebiscito. La retromarcia di Renzi e la gaffe del ministro Boschi
Ci ha messo cento giorni (e qualche decina di sondaggi per lui negativi) Matteo Renzi a capire che “personalizzare” il referendum costituzionale trasformandolo in un plebiscito sulla sua persona (e sul suo governo) è diventato assolutamente controproducente. Rimane dubbio se abbia anche capito che la personalizzazione di un referendum non è soltanto un errore politico, ma è, soprattutto, una grave distorsione costituzionale. Adesso, si potrebbe discutere in maniera meno esagitata nel merito delle riforme (ma già da qualche tempo i migliori dei costituzionalisti e qualche, pochissimi, politologo lo stanno facendo). Mettendo subito da parte l’argomento, storicamente sbagliato, che questo governo è l’unico, negli ultimi trent’anni, ad avere fatto riforme costituzionali. Le fecero sia il centro-sinistra nel 2001 sia il centro-destra di Berlusconi nel 2005. Entrambi le fecero male. Non c’è due senza tre?
Per discutere sul merito, Renzi potrebbe anche sgombrare il campo dalla sua promessa/minaccia “se perdo me ne vado”. Dovrebbe, invece, dire “se perdo imparo la lezione e ricomincio da capo” che, scomodando il molto riluttante Max Weber, è la qualità del vero leader politico. Chi, invece, ha diverse lezioni da imparare, ma non sembra applicarsi abbastanza, è il Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. Ne ha già dette molte come, ad esempio, che i capilista bloccati (spesso, lo sappiamo e lo possiamo prevedere, anche paracadutati) sarebbero i “rappresentanti di collegio”, mentre, in politica, la “rappresentanza” si ha, ovviamente ed esclusivamente, con libere elezioni, non con nomine e non con cooptazioni.
La più recente esternazione, scommetto non l’ultima, della Boschi (forse anche per evitarne troppe altre sarebbe opportuno fissare una data ravvicinata per il referendum) è che “chi vota no non rispetta il (lavoro del) Parlamento”. Sia il referendum abrogativo sia il referendum costituzionale sono proprio gli strumenti con i quali i cittadini esprimono la loro opinione su quanto è stato fatto dal Parlamento. Debbono essere richiesti da coloro che ritengono che il Parlamento ha legiferato male e che una specifica legge, anche costituzionale, non risponde alle necessità del paese e alle preferenze dell’elettorato. Fra l’altro, dovrebbe essere assodato che la richiesta di referendum, anche dei referendum costituzionali, non spetta a coloro che quelle leggi hanno fatto, ma agli oppositori. “Plebiscito è quando governo chiede voto su suo operato”.
I Costituenti, che se ne intendevano e che credo sarebbero molto preoccupati (indignati?) dallo stato del dibattito italiano, volevano che i cittadini potessero valutare le riforme fatte dal Parlamento, ma volevano altresì evitare una delegittimazione del Parlamento che, in un paese ad alto tasso di antiparlamentarismo, sarebbe comunque un guaio. Questa è la ragione per la quale il referendum costituzionale non può essere richiesto se la modifica è stata approvata da due terzi dei parlamentari. Un “no” popolare che sconfessi due terzi dei parlamentari indica una profonda crisi di rappresentanza e qualcosa di più a tutto beneficio degli antiparlamentaristi. Invece, un più o meno sonoro, ma sempre sano, “NO” ad una legge ordinaria e a modifiche costituzionale non è mai mancanza di rispetto nei confronti del Parlamento. Molto concretamente è rigetto da parte degli elettori, più precisamente, poiché i referendum costituzionali non hanno quorum, dagli elettori informati, delle modifiche approvate, non dal Parlamento in quanto tale, ma da una specifica maggioranza parlamentare (non entro nei particolari dolorosi del se e quanto quella maggioranza è stata coartata e ricattata).
E’ augurabile che il Ministro Boschi, dopo una ripassatina o, meglio, una lettura attenta della Costituzione, si corregga. Se, poi, anche si scusa con i potenziali elettori del no, certamente non sovversivi, tanto meglio. Certo, impostare una discussione sul merito delle modifiche costituzionali con chi ha poche, vaghe e superficiali cognizioni costituzionali non è finora stato per niente facile. Temo che non lo sarà neppure nell’autunno del referendum.
Pubblicato il 12 agosto 2016
Il NO dei nemici del popolo
Nella spasmodica ricerca di argomenti che giustifichino l’approvazione referendaria delle loro riforme, brutte e di bassissimo profilo, i renziani e i loro molti cortigiani ne dicono di tutti i colori. Il “meglio che niente” è molto frequente, ma diventato logoro assai. Il “non si poteva fare diversamente” entra in concorrenza per la motivazione più banale. Eccome si poteva fare diversamente tanto è vero che nessuno dei testi poi faticosamente approvati era entrato in Parlamento nella identica stesura con la quale ne è uscito. Per di più, è già in corso anche una surreale discussione sul cambiamento della legge elettorale in attesa della valutazione della Corte costituzionale che potrebbe servire proprio a salvare la faccia formulando qualche riformetta della riformetta. Infine, dopo mesi nei quali il capo del governo e il suo ministro per le Riforme hanno fatto ampio ricorso a tutte le strumentazioni plebiscitarie possibili (rivendico il merito di avere per primo accusato Renzi di “plebiscitarismo”), adesso è arrivato il contrordine.
“Renziani di tutte le ore non si tratta di votare pro o contro il governo, ma sul merito delle riforme”. Che Renzi avesse ecceduto se n’era accorto, un po’ tardivamente, persino il Senatore Presidente Emerito Giorgio Napolitano che, sommessamente, gli ha suggerito di non personalizzare troppo la campagna elettorale. Purtroppo per Renzi, la personalizzazione è nelle sue corde. Non riuscirà a rinunciarvi e ci ricadrà quasi sicuramente quando i sondaggi annunceranno tempesta. Per di più, lo spingere il più in là possibile la data dello svolgimento del referendum moltiplicherà le occasioni di personalizzazione.
Nel frattempo, qualche renziano sta cercando di delegittimare lo schieramento del NO facendo notare quanto composito esso sia e, dunque, incapace di prospettare un’alternativa di governo, al suo governo. Anche se, sconfitto, Renzi non si dimettesse, una minaccia piuttosto che una promessa, creando una grave e non necessaria crisi di governo, ma imparasse a fare buone riforme, il problema del governo prossimo venturo neanche si porrebbe. Comunque, se c’è un giudice a Berlino (in verità, ce ne sono fortunatamente molti) possibile, caro Presidente Mattarella, che in Italia l’unico in grado di guidare un governo sia Matteo Renzi? Al momento opportuno suggerirò al Presidente quattro/cinque nomi nessuno dei quali professore o banchiere.
Ad ogni buon conto, chi, nei Comitati del NO, ha mai pensato alla formazione di un nuovo governo? Il bersaglio grosso è uno e uno solo: vincere il referendum e cancellare le riforme mal congegnate e malfatte. Quanto alla natura composita dello schieramento del NO, basta riflettere un attimo e si vedrà che il SI’ vince alla grande la battaglia della confusione. Non intendo demonizzare il mio ex-studente Denis Verdini, ma sembra che, addirittura, darà vita a un Comitato del SI’ dal quale, naturalmente, come annunciato da Renzi-Boschi, scaturirà la nuova (sic) classe dirigente del paese. La Confindustria fa già parte della non proprio novissima classe dirigente, ma i suoi allarmismi numerici prodotti da chi sa quali algoritmi li ha già generosamente messi a disposizione del paese affinché voti convintamente sì. Poi è arrivata la filosofia della krisis rappresentata da Massimo Cacciari, notorio portatore di “sensibilità repubblicana” che va spargendo in diversi talk show. In un’intervista al Corriere si è esibito per il sì anche l’ex banchiere ulivista Giovanni Bazoli. Mica poteva essere da meno degli stimati colleghi della JP Morgan, grandi conoscitori del sistema politico italiano e della sua Costituzione, anche loro in attesa di riforme epocali. A ruota, un pensoso editoriale della rivista “Civiltà Cattolica” ha dato la necessaria benedizione senza attendere, qui sta la sorpresa, le articolate opinioni dei Cardinali Ruini, purtroppo per lui più bravo negli inviti all’astensione, Bagnasco e Bertone. No, di papa Bergoglio non so.
La ciliegina, però, non la prima né l’ultima poiché non dubito che ce ne saranno molte altre, già copiosamente preannunciata dalle pagine del “Corriere della Sera”, è arrivata da Michele Salvati. La sua tesi è cristallina. Se vincerà il NO, non sarà bocciato soltanto il governo. Non saranno bocciati soltanto i partiti e i cittadini che non hanno fatto i compiti (e se, proprio perché li hanno fatti, si fossero resi conto che le riforme sono inutili e controproducenti?). Bocciato “sarebbe tutto il Paese” (Corriere della Sera, 9 agosto 2016, p. 26). Insomma, il plebiscitarismo buttato dalla finestra, senza che nessuno lo dicesse a Salvati, torna camuffato da nazionalismo, chiedo scusa da amor patrio, dalla porta. Chi vota no è un disfattista, secondo Salvati, un traditore della patria, un nemico del popolo italiano. Questa è, finalmente, la discussione sul merito che i renziani vogliono, impostano e, normalizzata la Rete Tre, faranno.
Pubblicato il 10 agosto 2016
Se sarà bocciato, il premier da Mattarella e un nuovo voto di fiducia in Parlamento
Intervista raccolta da Marilicia Salvia per IL MATTINO
La data fatidica? “Si voterà non prima della seconda metà d’ottobre”, preconizza (con un certo ottimismo, dati i tempi tecnici) Gianfranco Pasquino, docente emerito di Scienze Politiche all’Università di Bologna, convinto che il governo vorrà attendere la pronuncia della Corte Costituzionale sull’Italicum, annunciata per il 4 ottobre, prima di lanciarsi nella fase conclusiva della campagna referendaria.
Professore, incassato il via libera della Cassazione le opposizioni scalpitano perché si vada alle urne subito, il prima possibile. Renzi riuscirà a tenere a bada tanta agitazione?
“La fretta delle opposizioni si può capire, è evidente che più la si porta per le lunghe più la maggioranza si avvantaggerà della sua posizione oggettivamente dominante sui mezzi dell’informazione, soprattutto televisiva. Ma a guardar bene, che la campagna referendaria duri a lungo non è utile per nessuno, neanche al governo, meno che mai al Paese”.
Teme un autunno di veleni?
“Sì, una coda d’estate e poi un autunno carichi di conflitti, di lacerazioni. Non ne abbiamo bisogno. E non ne ha bisogno il governo, che deve invece recuperare incisività di azione su molti temi importanti per il Paese”.
Più importanti della riforma costituzionale? Il governo la considera una questione dirimente, tanto da aver legato la propria stessa sopravvivenza all’esito del voto.
“Sì, ed è stato un grave errore”.
Perché?
“Intanto è quanto meno eccessivo presentare questa riforma, anzi il fatto di aver realizzato una riforma costituzionale, come un’impresa epocale: il centrosinistra nel 2001 ha condotto in porto la riforma del titolo quinto, e anche Berlusconi aveva cambiato una serie di articoli”.
La riforma Berlusconi però fu bocciata dai cittadini.
“Non importa, voglio dire che ci sono stati governi innovatori anche prima di questo. Non ha senso quindi drammatizzare l’esito del referendum, in un senso o nell’altro”.
Quindi sbaglierebbe Renzi a lasciare Palazzo Chigi se dovesse prevalere il no?
“L’errore Renzi lo ha fatto quando ha addirittura personalizzato il referendum usando il termine “io”e non”il governo” a proposito delle dimissioni in caso di sconfitta. I critici hanno avuto buon gioco a dire che Renzi voleva il plebiscito. E si capisce adesso perché le opposizioni premono per andare alle urne il prima possibile e non dare nessun vantaggio all’avversario”.
Scenario numero uno: al referendum vince il no, la riforma è bocciata. Renzi che fa, si dimette davvero?
“Ragionando dal punto di vista dell’onore, Renzi dovrebbe andare da Matterella a rassegnare le dimissioni. Dopo di che la saggezza politica vorrebbe che Mattarella gli chiedesse di andare in Parlamento a chiedere la fiducia”.
Scenario numero due: vincono i sì. Renzi si rafforza automaticamente dal punto di vista politico?
“Se vincono i sì è presumibile che il premier sarà portato a personalizzare questa vittoria. Ma purtroppo per lui e per il Paese i problemi non si dissolveranno. Ecco perché dico che non bisogna tirarla per le lunghe con questa campagna: l’economia continua ad andare male, il debito pubblico continua a crescere, e l’Italia ha ancora problemi di credibilità sulla scena europea”.
Quali problemi risolverà, invece, la riforma Boschi se dovesse superare il giudizio degli elettori?
“Il Cnel sparirà, e nessuno ne sentirà la mancanza. Per il resto temo che crescerà la confusione. Lo scoglio maggiore è nell’attuazione della nuova normativa che regolerà i rapporti fra Stato e Regioni”.
Il sistema guadagnerà in efficienza dall’abolizione del bicameralismo perfetto?
“Perla verità tutte le statistiche dimostrano che il nostro bicameralismo ha prodotto più leggi e in tempi più rapidi di altri sistemi in Europa.Penso che sarebbe stato preferibile ispirarsi al sistema tedesco, che prevede una seconda Camera di appena 69 seggi assegnati alle maggioranze di governo nei singoli land. Ma capisco che 100 seggi piacciono di più, e che il centrodestra attualmente in minoranza nelle Regioni italiane non avrebbe digerito l’idea”.
Uno degli argomenti più usati dalle opposizioni è quello di una possibile deriva autoritaria che risulterebbe dal combinato disposto della riforma con la legge elettorale. È d’accordo?
“Il pericolo non èla deriva autoritaria, per fortuna Renzi non è Mussolini né Erdogan e noi non siamo l’Italietta degli anni Venti né la Turchia. Io temo piuttosto una deriva confusionaria”.
Sull’Italicum comunque Renzi ha invitato il Parlamento a intervenire, anche al di là dei possibili rilievi che arriveranno dalla Consulta.
“Immagino non che il Parlamento, ma la Consulta interverrà e che Renzi vorrà aspettare appunto questa pronuncia prima di portare gli italiani al voto”.
Qual è la preoccupazione?
“Il premio di maggioranza che consegnerebbe il Parlamento al partito vincente anche al ballottaggio. Credo che sarebbe necessario prevedere una soglia minima per accedervi, e soprattutto la possibilità di creare coalizioni al primo turno e apparentamenti al secondo, come per le amministrative: in questo modo si arriverebbe a rappresentare meglio e in modo più ampio gli elettori”.
Rieccoci al rischio di autoritarismo, allora.
“No, la storia è un’altra. Immaginiamo il ballottaggio tra Pd e 5 Stelle, e la vittoria finale di questi ultimi. Il premio di maggioranza impedirebbe qualsiasi mediazione. Nulla quaestio per gli italiani, ma cosa ne penserebbe l’Europa, che dall’Italia si aspetta posizioni diverse da quelle professate dai grillini? Il rischio è la conflittualità permanente e l’inconcludenza”
Pubblicato il 9 agosto 2016




