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La “riforma” che moltiplica gli inciuci

Il fatto

Le capacità di elaborazione politica del Presidente del Consiglio sono costantemente sorprendenti, in negativo. Anche se cerca di personalizzare al massimo non si trova mai solo. Il corteo dei corifei è affollatissimo. Hai visto mai che ci scappa qualche posto in Parlamento, alla Corte Costituzionale, in qualche Comitato, persino alla direzione di qualche quotidiano o come editorialisti dell’Unità e altro, e così via. Il più recente e, per il momento, più elevato picco di elaborazione concettual-politica è stato raggiunto, da un lato, con l’accusa ai sostenitori del NO al plebiscito costituzionale di essere degli “inciucisti”, dall’altro, al suo fiero rivendicare un convinto bipolarismo. Inciucista, forse, dovrebbe essere più appropriatamente definito chi le revisioni costituzionali e la legge elettorale le ha confezionate con Berlusconi sulla falsariga di quelle fatte da Berlusconi stesso nel 2005 (e bocciate da un referendum costituzionale). Comunque, le revisioni costituzionali renzianboschiane non hanno nulla a che vedere con il bipolarismo. L’abolizione del CNEL condurrebbe ad una competizione bipolare serrata, intensa, decisiva? Meno senatori, per di più non eletti, ma designati dai consigli regionali, darebbero una spinta possente al bipolarismo all’italiana? La maggiore facilità con la quale una maggioranza parlamentare premiata dal bonus previsto nell’Italicum si eleggerebbe il suo Presidente della Repubblica sarebbe l’epitome del bipolarismo? Per dirla con un’espressione che Renzi, Boschi e Verdini capiscono benissimo, sono tutte bischerate.

La verità è che l’inciucista di fatto è stato Renzi e che il bipolarismo non abita affatto nelle sue revisioni costituzionali, approssimative e sconclusionate. Nella pratica, Renzi ha già seppellito il bipolarismo favorendo aggregazioni al centro di cui Verdini è diventato, grazie alle sue capacità manovriere, l’emblema assoluto. Il Partito della Nazione, a seconda dei casi e dei contesti, agognato e sconfessato, andrà a collocarsi al centro, assorbendo tutto il possibile che, nel paese che ha dato vita al trasformismo, è sempre moltissimo, e impedirà qualsiasi competizione bipolare e qualsiasi alternanza di governo. Se le revisioni costituzionali sono più o meno neutre quanto al bipolarismo, semmai più prone a consentire inciucismo, la legge elettorale è il vero cavallo di Troia degli inciucisti. Infatti, impedendo la competizione fra coalizioni al primo turno e proibendo qualsiasi apparentamento al ballottaggio, potrà avere due effetti prevedibili. Da un lato, al primo turno vi sarà un notevole spappolamento di liste che, grazie alla soglia del 3 per cento, mireranno semplicemente a conquistare qualche seggio. Dall’altro, al ballottaggio i due partiti/liste rimasti in campo saranno inevitabilmente costretti a cercarsi alleati che troveranno con promesse che, pudicamente, definirò elettorali.

Allo stato della distribuzione delle preferenze politiche, la competizione elettorale non ha nessuna possibilità di essere bipolare. Sarà inesorabilmente tripolare. In Parlamento, chiedo scusa, nella Camera dei deputati, il partito vittorioso non soltanto dovrà fare i conti con due opposizioni, ma sarà anche costretto a pagare il conto degli aiutini ricevuti nel ballottaggio. Se mai al ballottaggio vincesse il Movimento 5 Stelle, le opposizioni PD e variegati rappresentanti del centro-destra opererebbero in maniera autonoma e separata oppure si coordinerebbero in un comunque deplorevole inciucino? Con la vittoria del PD ci sarebbero un’opposizione di destra e un’opposizione pentastellata. In che modo tutto questo possa essere definito e riesca a costituire bipolarismo è un mistero nient’affatto glorioso. Al di là dell’Arno, in Europa altre leggi elettorali hanno consentito efficaci bipolarismi e li mantengono, robusti e vibranti. L’Italicum è la legge molto parrocchiale (coerentemente con il nome) a favore del Partito della Nazione, versione molto deteriore di quello che fu la Democrazia Cristiana (semmai, interclassista perché “partito di popolo”). Pubblicato il 21 maggio 2016

Regioni sgangherate e sprecone. Riforme confuse e sbagliate

ItaliaOggi

Intervista raccolta da Carlo Valentini per Italia Oggi

Che cosa ci aspetta in questi mesi pre-referendum istituzionale sul quale Matteo Renzi ha scommesso (forse9 la sua leadership? Ecco le previsioni di un politologo, Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’università di Bologna e docente di European studies alla Johns Hopkins University (sede di Bologna. I suoi ultimi libri. Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Egea-UniBocconi 2015) e La Costituzione in trenta lezioni (Utet 2016).

Domanda. Il referendum è trasformato in una consultazione pro o contro Renzi: questa volta non si può dire che i politici non ci mettano la faccia…
Risposta. In verità, il capo del governo ci mette la faccia in maniera assolutamente impropria. Vale a dire, incanala il dibattito non sul merito delle riforme che ha fatto, ma sulla sua permanenza in carica. Tecnicamente, il suo è un ricatto plebiscitario del tipo: “Se non accettate le mie riforme vi punisco con l’instabilità governativa”. Se per respingere un pacchetto pasticciato di brutte riforme, bisogna correre il rischio delle dimissioni di Renzi, lo si corra. Altri governi sono possibili. Altre riforme sono preferibili. Non esistono né uomini, né donne, né riforme della Provvidenza.

D. Però dopo tanti anni di immobilismo non è un bene che finalmente finisca il bicameralismo perfetto e quindi intanto mettere nel paniere questo importante cambiamento? Non c’era il rischio che continuando a discutere, con tanti pareri in campo, si finisse come sempre è accaduto, nell’immobilismo?
R. Negli anni Novanta si sono fatte riforme, come quella elettorale e la legge sui sindaci. Negli anni Duemila, sono stati riformati i rapporti fra Stato e autonomie locali, è stata fatta un’altra riforma elettorale, è arrivata anche la Grande Riforma (56 articoli) berlusconiana bocciata da un referendum. Il bicameralismo italiano non era perfetto, ma paritario. La riforma renzian-boschiana non abolisce affatto il bicameralismo. Lo trasforma in maniera confusa. Qualcuno dei riformatori è in grado di portare esempi relativi a gravi problemi di legislazione e di rappresentanza prodotti dal senato? Altro che immobilismo. Grande, persino eccessivo attivismo. È stato il Senato a rallentare la legislazione italiana e a inquinarla? Il parlamento italiano è stato regolarmente più produttivo di leggi dei parlamenti inglese, tedesco, spagnolo e francese. La nient’affatto chiara divisione di competenze legislative fra Camera e Senato trasformato e la possibilità di richiami dei disegni di legge suggeriscono che emergeranno molti conflitti costosi in termini di tempo e di energie.

D. La riforma istituzionale divide i costituzionalisti: come mai esperti e studiosi sono tanto in dissidio tra loro su una questione che è anche tecnica?
R. Mai affidare la riforma di una Costituzione esclusivamente ai giuristi. Conoscono le norme, non abbastanza il sistema politico. I giuristi non sono attrezzati per fare analisi comparate. Raramente si ricordano che le istituzioni sono popolate da attori molto influenti, a cominciare dai partiti. Comunque, in questo caso, dietro il conflitto tecnico stanno due schieramenti entrambi alimentati dal capo del governo: coloro che lo sostengono in odio ad un passato che poco conoscono o hanno dimenticato e coloro che vi si oppongono poiché non vogliono le sue brutte riforme e temono un future di pulsioni autoritarie e di pericolose confusioni istituzionali. A costoro, con grande finezza, Renzi ha già fatto sapere che li “spazzerà via”. Riforme condivise?

D. Lo spacchettamento del referendum proposto dai radicali sarebbe una strada utilmente percorribile?
R.Chi è interessato al merito delle riforme deve pervicacemente desiderare lo spacchettamento anche perché alcune materie sono tutt’altro che omogenee. Per esempio, con la trasformazione del Senato, l’abolizione (giusta) del CNEL non c’entra nulla. Anche una nuova disciplina dei referendum merita di essere analizzata e valutata separatamente. Tuttavia, i “plebiscitari” non possono rinunciare al grande composito pacco: prendere o lasciare. Fanno molto male.

D. Quale rapporto c’è tra la legge istituzionale e l’Italicum? Con la modifica dell’Italicum cambierebbe il suo giudizio sulla legge istituzionale?
R. No, la mia valutazione complessiva rimarrebbe comunque negativa. Essendo butte tutt’e, legge elettorale e revisione costituzionale, non è che qualche ritocchino cosmetico ad un Italicum dall’impianto sbagliato potrebbe farmi cambiare idea. Il combinato disposto fra revisione istituzionale e legge elettorale accentua lo squilibrio dei poteri a favore del governo, per di più già abbondantemente premiato dal bonus non perché, e questo punto merita la massima attenzione, si troverà con una maggioranza di 340 seggi, ma perché nel migliore dei casi, se vince un partito del trenta per cento, otterrà quasi il raddoppio dei suoi seggi. Sia la legge elettorale tedesca sia quella francese sono nettamente superiori all’Italicum in quanto a potere conferito agli elettori e alle modalità di formazione del governo.

D. Lei ritiene che si arriverà comunque alla fine della legislatura?
R. La sopravvivenza della legislatura mi pare un interrogativo del tutto marginale. Un governo e un parlamento meritano di durare se fanno qualcosa di utile per il Paese. Se no tornino a spiegarsi davanti agli elettori. Le dimissioni di Renzi, quando avrà perso il plebiscito, non implicano affatto lo scioglimento automatico del Parlamento. Mattarella può imitare gli esempi luminosi dei suoi predecessori. Scalfaro negò lo scioglimento due volte: a Berlusconi nel dicembre 1994 e a Prodi nell’ottobre 1998. Napolitano lo negò tanto a Berlusconi quanto al centro-sinistra nel novembre 2011. Credo che entrambi, il vecchio democristiano e il vecchio comunista, abbiano operato in maniera politicamente e costituzionalmente corretta. Altrettanto mi aspetto dal Presidente Mattarella.

D. Che ruolo potrà giocare in questi mesi la minoranza Pd bersaniana-cuperlana-speranzana?
R. La minoranza del PD deve spiegare che cosa vuole davvero per la Costituzione, per il governo del paese, per la ristrutturazione della sinistra, per il ruolo dell’Italia in Europa. Le doverose punzecchiature a Renzi e le periodiche prese di distanza non sono servite e non serviranno a un bel niente. Tengo basse le aspettative sulle capacità di elaborazione strategica delle minoranze Pd ma vorrei vedere una loro impennata che suggerisca come giungere ad una democrazia di buona qualità che, certo, non è quella che si intravede all’ombra del partito della nazione Renzi-Alfano-Verdini.

D. Pessimista sulla minoranza Pd. E sul ruolo del presidente della Repubblica?
R. Il presidente Mattarella ha affermato che vuole fare l’arbitro. Ottimo. Vorrei suggerirgli che dovrebbe prendere esempio dagli arbitri del football americano: fischiare le azioni fallose e, poi, spiegare alto e forte quale fallo punisce e come. Lascerei perdere qualsiasi inclinazione alla moral suasion per politici che si piegano non di fronte alla soffice persuasione ma solo alla esplicita costrizione

D. Le prossime elezioni amministrative influiranno sull’esito del referendum?
R. Direi di sì. Quanto influiranno dipende dagli esiti in particolare di Milano e di Roma. Credo che influiranno significativamente anche sul centrodestra spappolato e sul M5S nel suo posizionamento per la conquista di Palazzo Chigi.

D. A posteriori, e dopo tante polemiche, la cancellazione delle Province sembra avere colto nel segno della semplificazione istituzionale a livello locale, anche con qualche risparmio. Ne vogliamo dare atto a Renzi?
R. Quanto siano effettivamente state cancellate e non soltanto messe in stallo le Province ancora non lo sappiamo. Siamo in attesa delle città metropolitane, ma credo sia lecito porre due domande:1. Per quanto tempo l’Italia dovrà tenersi Regioni sgangherate e costose? 2. Non sarebbe meglio se il riassetto del Titolo V desse una spinta decisiva al riaccorpamento delle regioni?

Pubblicato il 27 aprile 2016

Tre cose che so sulle revisioni costituzionali

La terza Repubblica

Discutere con lo stuolo di renziani della prima ora e di convertiti in corso d’opera, spesso ancora più zelanti (ovvero fanatici) sul merito delle revisioni costituzionali è praticamente impossibile. A qualsiasi obiezione di merito i renziani e i loro disinvolti fiancheggiatori, presenti anche nei mass media, contrappongono tre obiezioni. La prima è che bisognava comunque fare qualcosa dopo trent’anni di immobilismo. La seconda è che, da qualche parte, qualcosa, meglio se una tesi dell’Ulivo (ma quello di Renzi appoggiato da Alfano e Verdini è un governo del brand Ulivo?) o qualcuno, meglio se un vecchio comunista (incidentalmente, non ricordo di avere visto stagliarsi alto il profilo di Napolitano riformatore delle istituzioni e della legge elettorale), hanno proposto cambiamenti molto simili a quanto da loro fatto. Terzo, dati rapporti di forza nel Parlamento eletto nel febbraio 2013 non era possibile fare niente di più, ma soprattutto niente di diverso. Nessuna delle tre obiezioni tiene.

Alla prima obiezione ho contrapposto tempo fa (Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea/UniBocconi 2015), quello che ho definito “un’altra narrazione”. Nessun immobilismo negli ultimi trent’anni. Anzi, notevole attivismo dei cittadini e del Parlamento. Legge sulle autonomie locali 1990; referendum sulla preferenza unica 1991; abolizione di 4 ministeri e del finanziamento statale dei partiti più, cambiamento della legge elettorale del Senato nel 1993; approvazione delle legge sull’elezione diretta dei sindaci nel 1993; approvazione del Mattarellum nel 1993. Riforma del Titolo V nel 2001; revisione di 56 articoli della Costituzione nel 2005 (poi bocciata da referendum ovviamente e correttamente non chiesto dai revisionisti, ma contro di loro: referendum oppositivo); legge elettorale Porcellum 2005. Tralasciando alcune riforme minori, è evidente che il ritornello dell’immobilismo, da un lato, è pura e semplice, ma colpevole, ignoranza; dall’altro, è un deplorevole ricorso alla manipolazione dei fatti su uno almeno dei quali il Presidente Mattarella, parte in causa, ha il dovere istituzionale di farsi sentire.

Andare alla ricerca delle Tesi dell’Ulivo che l’Ulivo non tentò in nessun modo di tradurre in pratiche ha qualcosa di patetico. Senza contare l’avversione della maggioranza degli ulivisti a quanto veniva fatto nella Commissione Bicamerale presieduta da D’Alema fino a contribuire al suo fallimento, quelle tesi non sono il Vangelo istituzionale del buon riformatore. Quanto ai vecchi comunisti, almeno per quello che riguarda il Senato la loro posizione iniziale fu: nessun Senato, monocameralismo. La distanza fra il monocameralismo e il bicameralismo con il Senato trasformato in camera di regioni discreditate è qualitativa, abissale. All’obiezione che le riforme fatte non hanno nessuna visione sistemica, ma sono episodiche e occasionali, gli improvvisati riformatori non hanno risposta alcuna. Soprattutto, non spiegano che forma di governo verrà fuori da quanto hanno cambiato e dal chiaro ridimensionamento nei fatti dei poteri del Presidente della Repubblica che non dovrà più nominare il Presidente del Consiglio, che sarà automaticamente il capo del partito che avrà ottenuto il premio di maggioranza, e non potrà più opporsi allo scioglimento del Parlamento quando quel capo di maggioranza lo riterrà opportuno e benefico per i suoi interessi di partito.

Infine, l’invito dei renziani a prendere atto che in questo parlamento non era possibile fare riforme di tipo e qualità diversa è, di nuovo, il prodotto di una combinazione di ignoranza e di manipolazione. La politica consiste nella capacità di creare le condizioni per le riforme. Nel Parlamento eletto nel 2013 era possibile, da un lato, cercare, con pazienza, ma anche con durezza, altri interlocutori, magari nelle aule parlamentari senza produrre un accordo extraparlamentare, il Patto del Nazareno che, naturalmente, ha posto enormi paletti alla legge elettorale poiché, in sostanza, l’Italicum contiene tutte le componenti del Porcellum in piccolo: porcellinum. Dall’altro, persino volendo mantenere un filo del discorso con Berlusconi, altre soluzioni erano possibili, soprattutto per quanto riguarda il Senato. Semplicemente, non sono state esplorate. Qualcuno vorrebbe raccontare la favola che Berlusconi ha imposto la sopravvivenza di cinque senatori (i Senatori delle Autonomie) nominati dal Presidente della Repubblica? Oppure che Berlusconi ha fortemente voluto che al Senato delle autonomie fosse conferito il potere di nominare due giudici costituzionali?

Da ultimo, il Presidente del Consiglio ricorre al ricatto plebiscitario senza nessun precedente in Italia su referendum costituzionale: “se bocciate riforme me ne vado”. No comment? No!

Pubblicato il 25 aprile 2016

L’eredità della Resistenza

Per molto tempo, le celebrazioni del 25 aprile, la Resistenza e la liberazione dell’Italia, si sono prevalentemente svolte all’insegna della retorica e dell’ipocrisia che cancellavano una storia fatta anche di aspri scontri non soltanto fra opinioni. Che gli italiani abbiano imparato da quelle celebrazioni qualcosa sulla loro storia è molto dubbio. Che non sia stata costruita nessuna memoria condivisa dell’evento che portò alla fondazione della Repubblica che abbiamo (e della sua Costituzione) è accertato. La retorica è fatta di parole roboanti che scivolano via, spesso nel fastidio di chi ascolta. Dall’avvento di Berlusconi nel 1994 ad oggi le celebrazioni “ufficiali” del 25 aprile, senza perdere quasi nulla in retorica, sono diventate controverse, anche arrabbiate, con reciproche accuse di tradimenti e di sovvertimenti, ma non sono migliorate in quanto portatrici di storia e di memorie (al plurale), di luoghi, eventi, famiglie e persone, della sostanza della vita di una collettività.

La maggioranza degli italiani non sente neppure la necessità di fare i conti con il proprio passato perché continua a non conoscere la storia del suo paese il cui insegnamento nelle scuole italiane è diventato raro, difficile e controverso. Gli insegnanti che possono permetterselo lo evitano per non avere conflitti con genitori malamente politicizzati. Neanche quest’anno le celebrazioni della Resistenza, poco sentite e poco preparate, in numerosi casi utilizzate per fare propaganda pro o contro le riforme costituzionali di Renzi e il suo referendum d’ottobre, adempiranno al compito per il quale, più o meno consapevolmente, la maggioranza dei partigiani prese le ami e combatté e che i Costituenti tradussero nel testo scritto della Costituzione repubblicana.

Molto sinteticamente, ai limiti della ipersemplificazione, la Resistenza fu, con motivazioni anche diverse, la richiesta di un’altra Italia e la lotta armata per conseguirla. Nelle spesso e giustamente citate parole dell’azionista Piero Calamandrei, uno dei costituenti più autorevoli e più influenti, la Costituzione è la rivoluzione promessa in cambio della rivoluzione che la Resistenza non riuscì a produrre. Allora, una buona celebrazione della Resistenza dovrebbe basarsi sulla sottolineatura dei valori inseriti nella Costituzione, su una valutazione di quanto è stato fatto, che non è poco, e di quanto manca, che è molto, sull’impegno a dare attuazione concreta a quei valori. Gli obiettivi sono indicati negli articoli della Costituzione, a cominciare dall’eguaglianza e la partecipazione a continuare con l’onestà e il decoro nel ricoprire le cariche pubbliche.

Una buona celebrazione della Resistenza dovrebbe chiamare gli italiani a interrogarsi su quanto hanno fatto, governanti e cittadini, e stanno facendo per conseguire la rivoluzione promessa. Sapere che più di settant’anni fa molti uomini e donne rischiarono e spesso persero per la vita per quei valori, come appare nel documento più importante e commovente, le Lettere dei condannati a morte della Resistenza (in Italia e in Europa), apprezzarlo e insegnarlo ad opera di chi ha l’autorità per farlo in maniera credibile, serve a costruire, nell’oggi e per il domani, una visione condivisa di come gli italiani hanno il dovere di comportarsi se vogliono ottenere una Repubblica migliore. Del resto, se sono esercizi di retorica, magari acida, è meglio non parlare.

Pubblicato AGL 25 aprile 2016

Naufragare nella demagogia elettorale

Prima del referendum, la demagogia, ovvero la pretesa, ad opera dei governanti, di “guidare (verso l’astensione) il popolo”, ha avuto ampio spazio. Dopo il referendum, la demagogia si esprime nella pretesa di fornire l’interpretazione corretta, naturalmente l’unica, all’esito del voto. Anche in questa demagogia eccellono i sostenitori di Renzi, ma, nella peggiore tradizione italiana, nella quale vincono (quasi) sempre tutti, non rimangono soli. Allora, sia chiaro, anzitutto, che ha perso chi voleva il “sì” al quesito referendario, ovvero l’abolizione delle trivellazioni. Invece, ha vinto chi quelle trivellazioni vuole, per buone, ma anche per cattive ragioni, continuare a fare. Poi, è giusto e opportuno passare ai numeri e alle interpretazioni. Bisogna, però, anche sapere contare.

Politicamente, i sostenitori del “sì” possono sottolineare che più di tredici milioni di italiani si sono espresso a loro favore. Molto male fanno, dal canto loro, i sostenitori della continuazione delle trivellazioni a basarsi sul numero degli astenuti, addirittura ad esaltarlo come un grande successo (del governo). Infatti, fra I 35 milioni di italiani che non sono andati alle urne, ce ne sono certamente moltissimi che lo hanno deciso deliberatamente per non consentire il conseguimento del quorum. Omaggio del vizio alla virtù elettorale, questi astensionisti hanno preso atto che non avrebbero vinto con il voto esplicito e si sono comodamente/furbescamente trincerati nel non-voto. Poiché sappiamo che, oramai, nelle elezioni politiche, vota poco più del 70 per cento degli italiani, è anche possibile sostenere che la vittoria appartiene al 30 per cento e più degli astensionisti cronici. Di costoro non conosceremo mai le preferenze, ed è un peccato poiché politiche pubbliche complesse, comprese le trivellazioni, sarebbero forse migliori se i decisori ottenessero maggiori informazioni dall’elettorato.

Una democrazia decidente nella quale un terzo degli elettori non si esprime è destinata a squilibri e a piroette. Con riferimento al voto del 17 aprile, è possibile effettuare previsioni sull’esito del referendum costituzionale (plebiscito, se il capo del governo insiste a personalizzarlo) di ottobre? Poiché il referendum costituzionale non prevede quorum, né Renzi né Napolitano, che deve essere menzionato essendo sceso in campo con tutto il suo prestigio, potranno invitare ad una, per loro esiziale, astensione. Il referendum costituzionale sarà ad armi quasi (il governo gode sempre di maggiore visibilità e impatto degli oppositori) pari.

Pur tenendo conto che, molto, com’è giusto in una democrazia, dipenderà dalla campagna elettorale, dai toni, ma, sperabilmente, soprattutto dal merito degli argomenti usati a favore o contro revisioni costituzionali anche complesse, i dati del 17 aprile suggeriscono due considerazioni fondamentali. La prima è che grosso modo coloro che possiamo ritenere favorevoli alla riforma (quasi tutti gli astenuti) equivalgono sostanzialmente ai contrari, vale a dire a quasi tutti e forse qualcuno in più di coloro che hanno votato “sì” all’abrogazione delle trivellazioni. Seconda considerazione, ferma restando la mia critica a chi non vota, spesso nascondendo il disinteresse dietro un presunto diritto all’astensione, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, la percentuale complessiva dei votanti nel referendum costituzionale sarà molto importante. L’onere di portare alle urne elettori invitati ad astenersi il 17 aprile spetterà a chi ha voluto e fatto quelle revisioni. Tuttavia, il fronte del “no” alle riforme renzian-boschiane, con prefigurazione, grazie a Verdini e Alfano, del Partito della Nazione, non deve contare su una bassa affluenza grazie alla quale i loro sostenitori vincerebbero. Dovrà, invece, spiegare e convincere per vincere bene. Tra le (mie) interpretazioni e l’esito c’è, ovviamente, il procelloso mare della campagna elettorale nel quale naufragare sarà tutto meno che dolce .

Pubblicato AGL il 19 aprile 2016

Le varie facce dell’astensione

Corriere di Bologna

Liberi tutti o quasi. Nella primavera dello scontento di molti – la politica offre una grande varietà di “scontentezze” -, vi sono due buone occasioni per scaricarsi: il referendum sulle trivellazioni e le elezioni amministrative. L’ambigua e riprovevole posizione espressa da Matteo Renzi a favore dell’astensione sul referendum è già stata stigmatizzata dal Presidente della Corte Costituzionale e contraddetta dal Presidente della Repubblica che ha annunciato che andrà a votare. Il capo di un partito ha il dovere politico di dare la linea. Il capo del governo deve ricordarsi dell’art. 48 della Costituzione che dice chiaramente che il voto è un “dovere civico”. Nessuno faccia il furbetto: l’astensione non è un voto. Preso atto della non/decisione del capo del loro partito, molti Democratici hanno deciso, come, incidentalmente, dovrebbe essere per tutti i referendum, di seguire quel che detta loro il cuore, forse anche una qualche conoscenza delle trivellazioni e delle conseguenze della loro abolizione. Già poco incline a fidarsi di politici che ondivagano e che seguono non il cuore, ma le convenienze, momentanee e fuggevoli, è probabile che gli elettori si rifugino anche loro nell’astensione referendaria e post-refendaria.

Il sondaggio sulle intenzioni di voto alle elezioni comunali di Bologna pubblicato dal Corriere fotografa (ma altre fotografie saranno necessarie di qui al 5 giugno) una notevole propensione all’astensione. Sono elettori che hanno deciso di stare alla finestra o elettori che già propendono di andare al mare contando sul sole di giugno? Sappiamo che, da qualche tempo, gli elettori italiani (e i bolognesi non possono fare eccezione se non limitatamente) decidono per chi votare negli ultimi giorni della campagna elettorale, qualcuno addirittura il giorno stesso dell’elezione. Quindi, non possiamo escludere che coloro che hanno dichiarato che si asterranno potranno cambiare idea. Attendono, in maniera disincantata, scettica, forse anche irritata, che qualcuno dei candidate e dei loro partiti offra idee, soluzioni, prospettive che, magari non proprio affascinanti, siano almeno convincenti, insomma, come ho scritto qui più volte, un’idea di città dinamica migliore. Le percentuali suggeriscono che la competizione più intensa sarà fra Borgonzoni e Bugani, fra la Lega e le Cinque Stelle, per chi approderà al ballottaggio. Difficile che un ballottaggio a giugno sia foriero di un’impennata di partecipazione elettorale. Potrebbe, però, obbligare i duellanti a raffinare le loro proposte e a indicare le loro priorità, quindi a suscitare maggiore interesse nell’elettorato che, rientrando dall’astensione, vuole contare. Sarebbe una buona cosa.

Pubblicato il 14 aprile 2016

Il premier nell’onda calante

Più o meno autorevoli commentatori cominciano a vedere l’onda calante della traiettoria governativa di Matteo Renzi. Quanto l’onda stia effettivamente calando dipende in larga misura dalle aspettative iniziali di quei commentatori. L’ascesa di Renzi era stata accompagnata da grandi consensi, non sulla sua persona politica, sostanzialmente poco nota, non sui suoi programmi, neppure quelli istituzionali, nel migliore o nel peggiore dei casi appena abbozzati. Quei consensi, da un lato, arrivarono a Renzi perché uomo giovane, apparentemente dinamico, audace ai limiti della presunzione, dall’altro, perché Renzi sfidava una sinistra che a molti, ovviamente, soprattutto agli oppositori di destra e ai cerchiobottisti di ogni provenienza, sembrava ingessata, priva di capacità innovative, drammaticamente, ma meritatamente, umiliata dall’incontro via streaming fra Bersani e i Cinque Stelle nel marzo 2013. Nella letizia per la sconfitta e la probabile messa in soffitta (rottamazione) della vecchia sinistra e dei suoi esponenti, a cominciare dal più importante, Massimo D’Alema, nessuno dei commentatori s’interrogò sulle effettive capacità di governante e di riformatore di Matteo Renzi. Molti si misero a lodare l’outsider che, senza nessun gravame del passato (e, ahi lui, pochissima conoscenza di quel passato), spezzando tutti i lacci e I lacciuoli, avrebbe rinnovato il modo di governare: al bando la concertazione sostituita dalla disintermediazione. Nessuno notò che, altrove, nelle democrazie parlamentari europee, gli outsider al governo sono rarissimi. La grandissima maggioranza dei ministri hanno avuto precedenti esperienze parlamentari, più o meno lunghe, e anche di governo. Che nessun capo di governo nasce “imparato”, ma passa attraverso compiti formativi in parlamento e in cariche minori. Che tutti i capi di governo cercano di non scompaginare il loro partito, ma di valorizzarne personalità e competenze, di potenziarne la struttura che, sul territorio, spiegherà le politiche del governo e cercherà di mantenere i rapporti con l’elettorato (che non “passano” soltanto dai talk shows e dai tweets).

Quel che I commentatori delusi, a mo’ di coccodrilli, lamentano oggi era largamente prevedibile. Né Renzi né i suoi ministri più improvvisati (almeno la metà) hanno imparato niente né riguardo ai rapporti con il Parlamento né sulla costruzione del consenso intorno alle riforme. Un giorno, forse, qualcuno s’interrogherà anche sulle varie donazioni in Euro elargite da Renzi ad alcuni settori sociali. Già adesso, però, è evidente che nessuna di quelle donazioni è inserita in una visione strategica di sviluppo e di riforme economico/sociali. La fretta del Capo del governo si spiega quasi soltanto con la necessità di ottenere successi che alimentino la sua corsa. Il suo non dichiarato motto è chi si ferma è perduto. Gli stop possono, però, già essere in vista: le amministrative di giugno e il referendum costituzionale di ottobre. Con il feroce grido di battaglia lanciato alla scuola di politica del PD “li spazzeremo via” (gli oppositori), Renzi dà un’ulteriore prova di non curarsi delle modalità di funzionamento di una democrazia parlamentare. Ha ascoltato soltanto gli elogi senza tenere conto che erano per lo più motivati dall’ostilità, persino dal rancore, nei confronti dei suoi oppositori interni. Sappiamo che non è nelle sue corde apprezzare le critiche, ma è anche sulla capacità di trarre il meglio dalle critiche che si misura la qualità dei politici e dei governanti.

Pubblicato AGL 8 aprile 2016

Il partito della Nazione? Sono i cinque stelle

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Intervista raccolta da Ettore Maria Colombo per Quotidiano Nazionale

Professor Gianfranco Pasquino, a Roma Virginia Raggi canta “Cos’è la destra, cos’è la sinistra” e nessuno che si ricordi di Norberto Bobbio…

La confusione, purtroppo, c’è sempre stata. Bobbio, nel suo celebre saggio, la fondava sulla divisione tra chi lotta per l’uguaglianza, l’innovazione e il progresso, e chi difende la tradizione, il passato, le disuguaglianze sociali. Gaber, però, ce l’aveva con la sinistra che non fa più il suo mestiere: aveva ragione lui.

Per lei il Pd è il partito della Nazione?

No, è il M5S: hanno un elettorato indifferenziato, in parte di sinistra, per tre quarti, e in parte di destra, per un quarto, hanno il culto dell’antipolitica, che solo in parte è un male, credono nella democrazia diretta, pur affidandosi troppo a Internet e hanno il 25% di voti. Me compreso, che sono diventato grillino…

Professore, lei, con la sua storia da ex intellettuale del Pci-Pds-Ds?

Cerchi di capirmi. L’M5S fa paura , ora che sta andando a gonfie vele: i centri di potere, i giornaloni, il governo. Ce li ha tutti contro. Loro hanno imparato a stare in parlamento.

Democrazia interna poca, però, eh?

Nel rapporto Casaleggio-eletti-iscritti certo, ma i gruppi si consultano molto, discutono, votano. Eppoi, quale sarebbe il partito “democratico”, il Pd? Con Renzi che dice alla minoranza “ora faccamo i conti”, poi va in Direzione dove lui ha l’80% di yes.men che gli dicono di sì? Suvvia. Un vero leader ascolta la minoranza, non cerca di schiacciarla e tantomeno di cacciarla.

Rimpiange il centralismo democratico?

Il centralismo democratico aveva tutti i difetti che sappiamo, ma il gruppo dirigente del Pci, almeno in epocha post-Togliatti, ascoltava e prestava attenzione alle istanze e agli umori della base e ricomponeva gli scontri.

Più democratico il Pci o la Dc? Meglio la II Repubblica, quanto a destra/sinistra, o la presunta III Repubblica di oggi?

Il partito più democratico di tutti era il Psi, solo che lo era fin troppo, con tutte le sue correnti. La DC era un'”oligarchia competitiva”. Del Pci ho detto. Nella II Repubblica è stato tutto piuttosto chiaro, tranne per la lega che si piccava di non essere di “destra”, dove oggi, invece, Salvini l’ha collocata stabilmente. FI è sempre stato un partito liberale di centro-destra, il Pd è sì un partito di centro-sinistra, ma ormai più di centro(finirà per inglobare Alfano e Verdni)che di sinistra, cosa che il Pds-Ds era in modo netto. Ma a sinistra del Pd non vedo giganti: avranno l’8%, restando residuali, per colpa dell’Italicum. Solo il M5S è il vero partito della Nazione, ma che guarda più a sinistra, come i suoi elettri. Del resto, dove si sono seduti in Parlamento? Il alto a sinistra. E in politica, anche questi gesti contano.

Vabbè, pure nella Rivoluzione francese c’era l’estrema dei “Montagnardi”…

Meglio loro, la Montagna, che la Palude…

Pubblicato il 22 marzo 2016

 

Fa il “forzato” del governo e minaccia la minoranza

Il fatto

Ci dicono ‘governano coi voti
del centrodestra’. Già, è così
perché noi abbiamo perso le elezioni
(Matteo Renzi al congresso dei GD)

Renzi afferma di essere costretto a governare con Alfano e Verdini, ma la prossima volta non avrà questo problema, perché li avrà già inseriti nelle sue liste. Dopodiché, il vero nodo è che la Corte costituzionale da un lato e l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dall’altro stanno legittimando le riforme renziane. Addirittura, stanno vidimando la qualità di testi confusi e mediocri, come quello della riforma costituzionale. E allora l’unica via è resistere con il no nel referendum di ottobre, insistendo anche su un principio: la consultazione di ottobre sarà un referendum oppositivo, non confermativo. In caso contrario, si accetterebbe la sua riduzione a un plebiscito da parte del presidente del Consiglio. Le sue parole sul Pd e sulla maggioranza di governo, d’altronde, mi richiamano alla mente un’altra considerazione di Renzi, ossia che “la prossima classe dirigente uscirà dai comitati referendari per il sì”. Non l’ha notato nessuno, ma con questa frase ha lanciato un chiaro avvertimento alla sua minoranza: che non fa i comitati per il sì non verrà ricandidato. Fossi in Gianni Cuperlo e negli altri della minoranza dem, sarei decisamente preoccupato.

Pubblicato il 22 marzo 2016

Testo ancora attuale. Va usata con prudenza

articolo 1 testata

Intervista raccolta da Valentina Bombardieri per L’Articolo 1 Anno II, numero I-II, 2016

Come dice nel suo libro “La costituzione in 30 lezioni”: “Nessuna Costituzione può essere capita se non se ne conoscono le origini, storiche e politiche. Nessuna Costituzione può essere analizzata e interpretata in maniera illuminante e convincente se non la si colloca nel suo contesto politico. Infine, nessuna modifica di qualche valore e durata può essere introdotta con successo da chi non conosce e non comprende la dinamica delle forze e delle (debolezze) politiche”. Quali sono stati secondo Lei i sentimenti, le spinte e le motivazioni che hanno portato alla nascita della Costituzione Italiana?
In primo luogo una costituzione, nel momento in cui veniva ricostruita la democrazia italiana, era assolutamente necessaria. Non si poteva mantenere in vita lo Statuto Albertino, promulgato nel 1848 e rimasto in vigore anche durante il fascismo. C’era un obbligo politico, prima ancora che costituzionale e forse anche morale. Bisognava garantire alla Repubblica che stava nascendo un nuovo un patto fra cittadini e fra cittadini e istituzioni. In secondo luogo c’era la necessità di ristabilire i rapporti fra i partiti che si erano dipanati in maniera molto diversa prima del fascismo, fino al 1921-1922. I Costituenti dovevano fare i conti inoltre con una società che non conoscevano in quanto “atomizzata” da vent’anni di fascismo: il regime, infatti, aveva consentito solo alla Chiesa Cattolica di svolgere attività sociale e, sotterraneamente, politica. Bisognava quindi che la Costituzione incoraggiasse la partecipazione dei cittadini; cittadini che non si conoscevano poiché il fascismo aveva impedito qualsiasi forma di comunicazione. Questi tre “imperativi” hanno spinto alla stesura piuttosto rapida: i costituenti impiegarono solo un anno e mezzo per elaborare un documento che rimane di grande rilievo.

Quale modello di democrazia puntavano a costruire i Costituenti del 1946 e quale modello di democrazia emerge dalle riforme approvate ora in Parlamento?
Nel 1946, quando i Costituenti vennero chiamati a individuare un modello di democrazia da dare all’Italia Repubblicana e Democratica esisteva fondamentalmente un unico punto di riferimento a cui rivolgersi, cioè il modello francese della IV Repubblica: non conoscevano le democrazie scandinave, che hanno la particolarità di avere a capo dello Stato un monarca né potevano imitare l’inimitabile modello inglese, una monarchia e una democrazia parlamentare direi quasi eccezionale nel panorama mondiale. Avrebbero potuto ispirarsi agli Stati Uniti, una repubblica presidenziale e, infatti uno di loro, Piero Calamandrei, grande giurista del Partito d’Azione, suggerì di guardare al di là dell’Atlantico ma alla fine i Costituenti volsero lo sguardo verso la Francia, che era il paese più vicino, più simile all’Italia anche dal punto di vista della struttura del sistema dei partiti. Costruirono quindi una forma e un modello parlamentare tradizionale o se vogliamo classico. Da qui conseguirono una serie di nodi e problemi che i costituenti sapevano sarebbero giunti al pettine, motivo per cui scrissero l’articolo 138 che consente le modifiche del testo costituzionale. Non mi è chiaro, invece, qual è il modello di democrazia parlamentare, se davvero la si può ancora definire così, che le riforme del governo Renzi vogliono creare. Vedo un rafforzamento notevole della figura del Presidente del Consiglio e un rafforzamento del partito che vince le elezioni, perché potrà contare su un premio cospicuo a livello di seggi. Vedo il de-potenziamento di alcune strutture a cominciare dal Senato ma non va molto meglio al Referendum; vedo un ridimensionamento del ruolo del Presidente della Repubblica. Qualcuno dice che oggi ci troviamo davanti a una forma neo-parlamentare: sinceramente non credo proprio. Ciò che si intravvede è soprattutto confusione e la mancanza di una visione sistemica. Al momento non sappiamo che tipo di democrazia si realizzerà nel nostro Paese nel momento in cui queste riforme passeranno con successo al vaglio referendario.

Lei ha parlato di Piero Calamandrei, che di quella Costituzione fu uno dei padri più attivi, secondo lui le leggi fondamentali devono essere presbiti e non miopi. Il rischio dell’attuale processo riformatore non è proprio quello di essere miope, cioè di inseguire pulsioni che caratterizzano l’attuale momento storico senza, però, fare i conti con quello che potrà avvenire tra venti o trent’anni?
Da un lato sono miopi perché guardano all’interesse di brevissimo periodo, sostanzialmente direi alle prossime elezioni politiche 2018 o a quelle successive del 2023, sempre che ci si riesca ad arrivare. Dall’altro lato queste riforme sono cieche, perché non hanno saputo e non hanno voluto guardare o forse non sono in grado di farlo, alle esperienze europee che funzionano. Non hanno importato nulla dai paesi europei che sono governati bene. Per esempio il Senato poteva benissimo essere riformato semplicemente adottando il modello tedesco del Bundesrat, invece si è fatto un “pasticcio”. Quello che viene dalle riforme di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi non è il senato francese e non è il Bundesrat tedesco, è solo un errore di cecità istituzionale. Bastava guardare alle leggi elettorali che funzionano, invece si è preferito prendere a riferimento la legge spagnola che sicuramente funziona ma non è una delle leggi migliori in circolazione; al contrario, si sarebbe potuto guardare al sistema tedesco o francese. Perché per funzionare una legge elettorale non è che debba far vincere per forza chi piace a noi. Si è creato così l’Italicum che è “unicum”, non un modello europeo ma solo provinciale. Anche questo è un evidente segno di cecità, non riuscire a guardare al di fuori dei confini italiani evitando così di riproporre quanto di buono si possa trovare altrove. Personalmente penso che qualche volta le imitazioni sociali sono molto utili. Per esempio, per quanto possa sembrare controverso, le primarie importate dagli Stati Uniti secondo me hanno dato dei buoni esiti nel contesto italiano e hanno in qualche modo rinvigorito la democrazia e la partecipazione in questo paese.

Sempre Calamandrei era convinto che le Costituzioni si costruivano pensando più alle minoranze che alle maggioranze. Da questo punto di vista, a partire da Berlusconi, non si è affermata nel nostro Paese quell’idea di “dittatura della maggioranza” che sembra aver contaminato anche la riforma attualmente approvata?
Sì, è un brutto precedente quello di Berlusconi il quale però nonostante le sue “pulsioni” da imprenditore che decide cosa si fa e cosa non si fa, alla fine non è riuscito a dominare il sistema politico italiano. Renzi ha “pulsioni” molto simili a quelle di Berlusconi, cioè vuole comandare. Il problema nasce perché la democrazia non è il luogo del comando ma della formazione del consenso da un lato e dall’altro il luogo della tutela del dissenso; è il luogo dei diritti delle minoranze, che non possono mai essere schiacciati a colpi di voto di maggioranza. Serpeggia anche questo nelle riforme che sono state fatte da Renzi e Boschi e questo produce, non come sostiene qualcuno, una deriva autoritaria ma una deriva confusionaria. Ci troveremo così a dover fare i conti frequentemente con conflitti tra il Senato e la Camera, tra i senatori e le Regioni che li hanno in qualche modo designati, probabilmente anche tra il Presidente della Repubblica e il Capo del Governo. Assisteremo a molti ricorsi alla Corte Costituzionale, non potendo al contempo sorvolare sul fatto che due giudici costituzionali saranno eletti da un Senato che non è stato eletto da nessuno. In questa maniera risulterà estremamente complicato riuscire a costruire un corretto equilibrio tra i diversi poteri.

La nostra Costituzione ha mostrato nel tempo grande spirito di adattamento. Sopravvivendo al crollo del sistema dei partiti, è riuscita a rimanere un punto di riferimento per i diritti civili, il conflitto di interessi, il ruolo del presidente della Repubblica e delle autonomie locali, la libertà di informazione e i principi di solidarietà, affidabile antidoto contro la degenerazione populista. Le ragioni di questo successo?
La Costituzione Italiana è fondamentalmente una costituzione flessibile, non è rigida e non è, come qualcuno dice, ambigua. È un testo che garantisce ampi spazi di elasticità, ad esempio nel funzionamento del Parlamento; il bicameralismo italiano ha consentito alla maggioranza di recuperare una Camera se perdevano nell’altra e al tempo stesso ha dato modo alle minoranze di riuscire a convincere le maggioranze talvolta nel passaggio da una Camera all’altra. È stata elastica perché ha consentito cambiamenti di governo per tutta la prima fase della Repubblica senza che ci fosse il continuo scioglimento del Parlamento: le crisi di governo si risolvevano all’interno della medesima coalizione attraverso la costituzione di “nuove” maggioranze anche solo leggermente diverse. La Costituzione ha dimostrato che un Presidente dotato di competenza politica può svolgere un ruolo molto importante ed è quello che hanno fatto sia Scalfaro che Napolitano nel suo primo mandato, riuscendo a preservare la vivacità del sistema democratico tenendolo sotto controllo anche nei momenti più aspri. Grazie alla sua elasticità, la Costituzione ha assorbito la presenza di due partiti anti-sistema, il Movimento Sociale e il Partito Comunista, obbligandoli prima a giocare le loro carte all’interno del quadro politico e, alla fine, a trasformarsi. Il Movimento Sociale ha dato vita ad Alleanza Nazionale; più difficile stabilire in cosa si sia trasformato il Partito Comunista, ma sicuramente ha “accettato” tutte le regole non solo della Costituzione ma anche quelle informali del sistema economico, del mercato, dei rapporti con l’Europa e, quindi, dell’Unione Europea.

Cosa consiglierebbe a chi intenda riformare la Costituzione?
La Costituzione è un documento sistemico. Di conseguenza occorre prudenza anche quando si interviene su un solo articolo o su una parte di esso, perché le modifiche che a prima vista possono apparire irrilevanti, obbligano a modificare altre parti della Costituzione, a creare e ricreare equilibri. Per esempio il Senato lo si può trasformare imitando il Bundesrat, come già detto prima o lo si può addirittura eliminare, ma nel momento in cui si crea il monocameralismo, che è operazione legittima, allora diventa necessario che la Camera venga strutturata ed eletta in maniera diversa e bisogna intervenire anche sui regolamenti parlamentari, sui poteri del Presidente della Repubblica e sulla possibilità di adire alla Corte Costituzionale. Quello che manca ai cosiddetti sedicenti riformatori contemporanei è una visione sistemica e una conoscenza della storia. La Costituzione non è solo un documento giuridico, è un documento eminentemente politico che rappresenta una società nel momento del suo sviluppo e cerca di interpretarne le linee lungo le quali quello sviluppo avverrà in futuro.

Se la Costituzione è un documento eminentemente politico, qual è l’immagine che il testo attuale ci regala dell’Italia di allora, dell’immediato dopoguerra? E cosa è cambiato? Esisteva in quegli anni un sentimento di appartenenza che ai giorni nostri è venuto a mancare?
Penso che il sentimento di appartenenza non ci fosse ieri così come manca oggi. Negli anni tra il 1945 e il 1960 l’Italia era ancora fondamentalmente un paese rurale, agricolo, con un alto tasso di analfabetismo e un dualismo decisamente accentuato tra Nord e Sud. Poi sono cominciate le migrazioni, dalla metà degli anni Cinquanta sino alla fine dei Sessanta. Quei flussi portano molti italiani del Sud al Nord, nel triangolo industriale, ma anche in alcuni paesi stranieri, come Belgio, Francia, Svizzera e Germania. Ci sono anche flussi migratori che molti hanno dimenticato, quelli dalle zone povere del Veneto verso le grandi città come Milano, Torino e in parte anche Genova. Il Paese, attraversato da questi massicci flussi migratori, diede modo agli italiani di conoscersi e riconoscersi. E’ proprio la conoscenza reciproca che li porta a sottolineare e, semmai, a valorizzare le differenze regionali. Il film migliore per comprendere questa evoluzione è “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti: molte volte i registi interpretano la storia italiana meglio di noi politologi, dei sociologi e forse anche degli economisti. L’Italia di oggi è un paese che di identità ne ha poca e che può trovarla solo attraverso un documento costituzionale che non sia solo ben scritto ma che sia anche analizzato seriamente, che sia insegnato perché l’insegnamento della Costituzione manca. Dobbiamo cercare non di essere più italiani di quel che siamo, ma è necessario che diventiamo europei e cominciamo a comportarci secondo le regole europee, regole che sono più serie e incisive e che sicuramente sono più efficaci delle nostre. L’appartenenza all’Italia andrebbe sottolineata dicendo che siamo europei nati in Italia. Credo che questa dovrebbe essere la nostra stella polare.

Un aspetto che rende il presente molto diverso dal passato è sicuramente dato dal fatto che la Costituzione entrata in vigore nel ’48 venne realizzata da una Assemblea Costituente che era stata eletta con quello specifico mandato; la riforma attuale è stata votata da un parlamento che non ha avuto quel mandato e che, soprattutto, è stato eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale. Tutto questo incide sulla legittimità se non giuridica, morale del nuovo testo?
Direi proprio di sì. L’elezione di una nuova assemblea costituente avrebbe delegittimato la Costituzione esistente perciò sono stato fortemente contrario a questa ipotesi. Ma questo Parlamento è stato in qualche modo stravolto dalle leggi elettorali, quindi ha una legittimità minore rispetto a un parlamento eletto con un decente sistema proporzionale. Ma ciò che mi preoccupa maggiormente è la trattativa, non condotta alla luce del sole, tra alcuni gruppi che alla fine hanno assegnato un potere eccessivo al Governo. Una costituzione non deve essere scritta dal Governo bensì dal Parlamento. Invece troppo spesso l’esecutivo ha imposto le proprie scelte ai parlamentari di maggioranza premiati da un cospicuo numero di seggi sicuri grazie alla legge elettorale e questo ha prodotto squilibri nel modo in cui la riforma costituzionale è stata costruita. Il Governo ha annunciato che intende chiedere un referendum costituzionale. Ma il referendum non può essere proposto dal Governo, visto che a promuoverlo possono essere solo un quinto dei Parlamentari o cinque Consigli regionali o cinquecentomila elettori. I referendum chiesti dall’esecutivo con il premier che minaccia le dimissioni in caso di esito a lui contrario si chiamano plebisciti. Renzi sta usando una minaccia o un ricatto plebiscitario che secondo me è anche peggiore della riforma che ha fatto.

Un altro bersaglio del Governo sembrano essere i sindacati…
Le organizzazioni dei lavoratori oggi appaiono le strutture burocratiche che meno si sono rinnovate nel corso del tempo. Hanno creato numerose zone di privilegio, forse non hanno capito la dinamica sociale economica complessiva del Paese, cosa è successo in Italia e cosa sta accadendo in Europa, come si sono modificate le aspettative degli Italiani relativamente al lavoro, al tipo e alla qualità dell’impiego, alla stabilità, alle prospettive. Le critiche ai sindacati e ai sindacalisti sono legittime e necessarie. Anzi a muoverle dovrebbero essere gli stessi sindacalisti chiedendo conto di certi comportamenti alle loro centrali organizzative. Però quello che un paese deve comunque tutelare è la possibilità dei lavoratori di organizzarsi e di contrattare. I lavoratori al tavolo del negoziato, sono nella stragrande maggioranza dei casi, la parte debole. Devono quindi essere protetti, agevolati e ben rappresentati da sindacati che oggi però non rispondono pienamente a queste necessità. Dovrebbero rinnovare i loro strumenti di azione perché lo sciopero ha perduto gran parte della sua originaria funzione. I sindacati, insomma, dovrebbero sforzarsi di essere più propositivi e meno oppositivi.

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