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Cambridge, 9th June 2014, “What’s Left of the Italian Left?”
11.30-12.30 Room SG1
Keynote Address – What’s Left of the Italian Left?
Gianfranco Pasquino (SAIS & University of Bologna)
With Italy’s European Semester Presidency on the horizon and the recent appointment of the Partito Democratico’s leader Matteo Renzi as Head of Government, there could hardly be a better time to discuss the changing foreign policy of the changing Italian Left.
A one-day conference on ‘The Italian Left and Foreign Policy’, to be held in Cambridge (UK) on 9th June 2014, will bring together established academics and young scholars from different fields – ranging from History to International Relations, from Cultural Studies to Sociology, from Political Science to Economics – to discuss this theme in its historical developments, contemporary challenges, as well as societal and cultural aspects.
The conference is organised in cooperation with the Department of Politics and International Studies (POLIS), University of Cambridge, the Association for the Study of Modern Italy (ASMI) and the Cambridge Italian Research Network (CIRN).
E ora Renzi onori le promesse
I voti non cadono dal cielo. Soprattutto quando sono tanti, come quelli conquistati dal Partito Democratico di Renzi, hanno motivazioni diverse. Per lo più si basano su cose fatte e cose promesse. Le cose fatte che Renzi ha potuto presentare all’elettorato italiano non erano molte, ma significative. In particolare, ha contato la restituzione in busta paga per i redditi da lavoro bassi di 80 Euro al mese almeno fino alla fine del 2014. Anche il tetto agli stipendi dei manager di Stato è stato valutato positivamente dagli elettori così come la battaglia iniziata per cambiare la legge elettorale, per ridimensionare il Senato, per abolire le province. L’elettorato non si è interrogato sulla qualità, che rimane molto dubbia di queste riforme, ma ha apprezzato la volontà di farle. Anche se, in generale, la campagna elettorale non ha dato grande spazio alle tematiche precipuamente europee, non soltanto gli italiani hanno riflettuto sul voto che dovevano dare, ma hanno evidentemente valutato positivamente la campagna del PD e del suo segretario sul territorio nazionale che esprimeva una visione europeista superiore a quella degli altri concorrenti (compresa la protesta, priva di una seria proposta, urlata da Grillo).
Molti voti significa da adesso in poi anche accresciute responsabilità per Renzi, Presidente del Consiglio. Dovrà, anzitutto, portare a livello europeo, come capo del più ampio gruppo singolo di parlamentari nel Partito Socialista Europeo, le sue proposte, non di allentamento del rigore di bilancio, ma di lancio di progetti di crescita. Nessuno morirà se saremo più austeri, ma coloro che hanno poche risorse e che non trovano lavoro continueranno a stare male. L’agenda di Renzi, nel semestre europeo di cui sarà Presidente a partire dal 1 luglio, deve mirare a fare “cambiare verso” anche alle politiche dell’Unione Europea. Questa è una priorità per sfruttare i timidi segnali di crescita intravisti dall’abitualmente molto cauto Mario Draghi, Governatore della Banca Centrale Europea. Nuove politiche europee incroceranno quello che in Italia si chiama Jobs Act, ovvero una regolamentazione più flessibile delle politiche del lavoro, delle assunzioni e degli eventuali licenziamenti. Soltanto con più lavoro, in varie forme, per tutti, sarà possibile che l’Italia riprenda a crescere (è ferma da quasi dieci anni) e abbia altre risorse da dedicare a investimenti in istruzione e sviluppo che stabilizzino la crescita, riducano la disoccupazione e ridimensionino il precariato.
Il PD di Renzi ha strappato voti, molti dei quali dei giovani, al Movimento Cinque Stelle. La risposta sul piano del lavoro è la migliore per mantenere e consolidare quell’elettorato. La terza cosa da fare riguarda, anche perché fin troppo spesso Renzi ha detto con toni di ricatto e ultimativi di “metterci la faccia”, l’assetto istituzionale. Sulla diagnosi non c’è oramai quasi più nulla da discutere: sia la legge elettorale sia l’assetto istituzionale sono bizantini e vanno anche drasticamente semplificati. Sulle proposte, invece, rimane molto da lavorare e non soltanto in maniera opportunistica, vale a dire cambiando qualcosa perché il sistema dei partiti del dopo elezioni europee appare piuttosto diverso da quello di pochi giorni fa (ma i numeri in parlamento rimangono invariati). Soltanto la Democrazia cristiana in Italia è riuscita a ottenere percentuali di voto intorno al 40 per cento, ma il consenso al PD di Renzi non è di stampo democristiano. Certamente, l’elettorato del Partito Democratico è interclassista, un elettorato di popolo e certamente desidera una guida di governo stabile e sicura. Altrettanto certamente, questo elettorato vuole le riforme, quelle mancate dal centro-destra, quelle promesse da Renzi. Stabilizzato e legittimato da una prova elettorale nazionale il suo governo, il Presidente del Consiglio non deve sentire nessuna urgenza. La fretta è una pessima consigliera di cui il Presidente del Consiglio può felicemente fare a meno. Ha il consenso politico e il tempo necessario per progettare cambiamenti di lunga durata. Anche se la politica italiana ha spesso aspetti di grande volubilità, è possibile affermare che il futuro del governo di Renzi è nelle sue mani.
Pubblicato AGL 28 maggio 2014
Moderati, non c’è spazio per Passera
Intervista di Giuseppe Mottola pubblicata su L’Indro 20 Maggio 2014
“Coraggio posdatato”
Moderati, non c’è spazio per Passera
Il 14 giugno il processo costituente di Italia Unica. Intervista al politologo Gianfranco Pasquino
«Come il cavaliere templario della ballata di Schiller, il partito moderato mosse diritto al mostro del disavanzo, con un mastino al fianco. Questo mastino si chiamava l’Imposta». Ed è ancora vivo, a differenza del nostro eroe contabile, ucciso dalle umane vicende politiche. Che il partito di Balbo, d’Azeglio e Cavour avesse in sorte di morire, comunque, il fondatore del ‘Corriere della Sera’ lo sapeva. «Questo partito cadrà un giorno, perché tutto cade», scriveva ancora Eugenio Torelli Viollier nel primo editoriale del ‘Corriere‘, datato 5 marzo 1876, nel quale la testata metteva in chiaro la sua simpatia per la formazione che aveva nel curriculum «l’Italia unificata, il potere temporale de’ papi abbattuto, l’esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio». La Destra Storica, come fu poi chiamata, che governò proprio fino al 1876, quando fu sostituita dalla Sinistra Storica di Agostino de Pretis.
Quel Partito moderato è scomparso, ma il moderatismo no. Se rifuggite gli estremismi, siete per il cambiamento graduale e avete posizioni tendenzialmente di centro e conservatrici potete ritenervi elettori moderati. Siete anche l’oggetto del desiderio di varie forze politiche, con il sogno di unirvi tutti sotto una sola bandiera. Ci ha provato senza successo Silvio Berlusconi, in particolare con il Popolo della Libertà, esperimento fallito di fusione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale: il partito, nato nel 2009, si è sciolto nel 2013 per contrasti interni sul sostegno al governo Letta fra Berlusconi e il suo ‘delfino’ Angelino Alfano, ed è poi confluito nella rinata Forza Italia, dalla quale Alfano si è staccato creando il Nuovo Centrodestra. Fi e Ncd ambiscono entrambe a rappresentare i moderati, al pari dei centristi come Scelta Civica per l’Italia, e quegli elettori fanno gola anche nel centrosinistra al Partito democratico. In quanto al Movimento 5 Stelle, «moderato è una parola che mi fa paura, noi stiamo andando verso la bancarotta con la parola ‘moderato», ha detto il leader Beppe Grillo il 20 maggio.
In quest’arena c’è un nuovo sfidante ai cancelli: Corrado Passera. L’ex amministratore delegato della banca Intesa Sanpaolo, già ministro nel governo di Mario Monti (novembre 2011-aprile 2013) nel dicastero per lo Sviluppo economico, le infrastrutture e i trasporti, ha fondato il partito Italia Unica con l’intento esplicito di riunire i moderati contro il segretario del Pd e capo del governo Matteo Renzi e il leader di M5S Beppe Grillo, e il 14 giugno darà il via al processo costituente. Gran parte dell’elettorato non sa chi votare e manca una proposta politica seria e alternativa ai populismi, ha detto Passera al ‘Corriere della Sera’ nell’intervista del 18 maggio in cui ha annunciato il suo progetto «popolare nell’accezione europea del termine con forte iniezione liberale», e il centrodestra «è come se non fosse in partita», ma «non è possibile che 10 milioni di voti rischino di non contare più niente». Italia Unica vorrebbe riempire quel vuoto, debuttando alle prossime elezioni politiche. Con quale programma si vedrà: ci sarà una consultazione via web al riguardo.
Per ora si sa, come ha spiegato Passera, che il nuovo partito è per l’economia di mercato «combinata ad una grande sensibilità sociale», l’abolizione di Senato e province, uno Stato più magro che si occupi di regole, controllo e programmazione e non di gestione, e una legge elettorale a doppio turno di coalizione con collegi uninominali, e non chiede deroghe agli impegni verso l’Unione europea ma vuole che questa promuova lo sviluppo. Tempo per definire il programma potrebbe essercene molto: le prossime politiche alle quali l’ex ministro vuole partecipare potrebbero essere anche nel 2018. Questo ha attirato l’ironia di Alfano, che ha parlato di «coraggio postdatato». Per il forzista Maurizio Gasparri Passera mancherà l’obiettivo («Sono più i milioni che ha guadagnato che i voti che prenderebbe»), mentre il leader dei Moderati Giacomo Portas, deputato nelle file del Pd, ha invitato l’ex ministro a parlare con loro. La segretaria di Scelta Civica e ministra dell’Istruzione, Stefania Giannini, per parte sua apprezza l’iniziativa ma esorta a farla partire dal basso.
Proprio l’organizzazione del partito sul territorio può essere un punto debole dell’iniziativa di Passera, così come lo è la quantità di concorrenti, secondo il politologo Gianfranco Pasquino. Con lui abbiamo parlato del progetto dell’ex ministro.
Secondo Corrado Passera gran parte dell’elettorato non sa chi votare e il centrodestra è messo fuori gioco dalla sua debolezza. Ha ragione? Quanto spazio c’è oggi per un nuovo partito dei moderati?
Credo che lo spazio sia poco. Una parte è coperta da Forza Italia, un’altra in modo significativo dal Nuovo centrodestra, un’altra ancora da Scelta civica e Scelta europea, e poi ci sono altri elettori che votano il Pd. I moderati non sono a spasso, hanno quattro case e sanno anche muoversi fra di esse.
Passera è stato banchiere -in Intesa Sanpaolo- e ministro del governo Monti. Questo potrebbe condizionare gli elettori? Gli avversari politici già critici verso la categoria dei banchieri e l’esecutivo Monti potrebbero approfittarne?
Ognuno arriva in politica con la sua biografia, e quella di Passera mi sembra buona. Non conta solo quella, però; sono importanti anche le cariche ricoperte e la capacità organizzativa. Berlusconi, ad esempio, si basò sui venditori di Publitalia per organizzare Forza Italia. Passera come intende fare?
Forza Italia quanto risentirà del nuovo concorrente? Già oggi può soffrire la competizione del Pd di Matteo Renzi e del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Berlusconi è davvero il passato remoto per moltissimi, come ha detto Passera?
In quanto alle idee i partiti oggi sono il passato, anche se non remoto. L’unico con idee nuove era Monti, ma si è sepolto con le sue bugie. Ribadisco, comunque, che serve anche l’organizzazione sul territorio e da questo punto di vista l’intenzione di Passera mi sembra velleitaria.
Passera si rivolge anche agli elettori della sinistra: non lascerà a questa la rappresentanza del ceto medio produttivo e del terzo settore e la sfiderà sulla lotta alla povertà, ha detto. Quanti consensi potrebbe avere da quella parte? Può impensierire il Partito democratico?
Premesso che la sinistra non è solo il Pd, non vedo perché gli elettori di questo partito dovrebbero votare altri, ora che hanno per la prima volta a capo del governo un dirigente giovane e dinamico come Renzi.
Secondo Passera alcuni elettori votano il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, come anche il Pd di Renzi, per mancanza di alternative. ‘Italia Unica’ può togliere voti al Movimento?
Spesso si sceglie un partito perché non si hanno alternative e perché non si vuole vincano gli altri. Gli elettori di Grillo hanno molte alternative, ad esempio il Pd, Sel e anche Forza Italia per quanti provengono dal centrodestra, ma hanno deciso di votare il Movimento 5 Stelle e non penso cambieranno idea; l’unica speranza per gli altri è che si indignino al punto da non andare a votare.
Passera considera «passato prossimo» il leader del Nuovo centrodestra e ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ex ‘delfino’ di Berlusconi, e lo ritiene destinato a restare minoritario. Lo stesso pensa di Pierferdinando Casini. Le ambizioni dei due quanto risulteranno ostacolate dall’aspirazione di Passera alla leadership del centrodestra?
Casini è il passato, mentre Alfano lo è solo in parte. Passera fa male a sfidare anche Alfano, perché potrebbe collaborare con lui alla creazione di un partito moderato ed europeo decente, formazione che l’Italia non ha avuto e Alfano sta tentando di esprimere. Passera lo sfida, ma non riuscirà a sostituirlo.
Alfano ha accusato Passera di «coraggio postdatato, a futura memoria» perché non si presenterà alle elezioni europee di questo mese ma alle prossime politiche, che potrebbero tenersi anche nel 2018.
Al di là del postdatato, mi pare una buona battuta. Passera deve trovare da fare fino alle prossime politiche. Deve anche organizzare il suo partito sul territorio, e come possa farcela non so. Se ha la fiducia di operatori economici potrebbe affidarsi a loro, ma finora non l’ho vista.
La segretaria di Scelta civica e ministra della Pubblica istruzione, Stefania Giannini, ha detto che il progetto di Passera sembra avere molto in comune con la proposta politica di Mario Monti e ritiene curioso che «citi tutti tranne noi, quasi un lapsus freudiano».
Penso che Passera manchi un po’ di generosità. Monti, che lo nominò ministro, lo scelse anche perché pensava condividesse molto della sua visione politica. Se Passera vuole fare politica non doveva lasciare Monti e se aveva differenze di opinioni con lui doveva lavorare per ridefinire Scelta civica. Fuori non conta nulla.
Passera ha detto che la sua proposta è rivolta a quanti «non si riconoscono nei populismi imperanti, incluso Renzi». In Italia oggi quanto contano il carisma del leader e il contatto diretto con i cittadini per conquistare voti? Si può farne a meno?
Non è facile per un banchiere il contatto diretto con i cittadini, qualsiasi cosa s’intenda, ma certo bisogna girare il Paese reale. Renzi parte meglio perché è stato presidente di Provincia e sindaco e ha partecipato a due primarie del Pd. In quanto al carisma, è una parola grossa: oggi al massimo ci sono popolarità ed elementi di spettacolarità. Carismatico era Berlusconi nel ’94, come uomo di successo e sfidante di un forte schieramento progressista.
L’Italia non è nuova ai propositi di unire gli elettori moderati sotto una sola bandiera. Berlusconi ha già fallito con il Popolo della Libertà. Quali lezioni può trarre Passera dal passato?
In questo Paese esistono ancora una sinistra e una destra, nonostante tutto, e se gli elettori moderati si collocano dove dovrebbero, nella destra moderata, ribadisco che spazio non c’è. Non solo ci sono Forza Italia, Nuovo centrodestra e Scelta civica, ma Renzi è riuscito a conquistare alcuni al Pd. Quattro case sono abbastanza per questi elettori.
Giuseppe Mottola
Caro Presidente, ti scrivo
Caro Presidente,
ti scrivo e, poiché sembri lontano e distratto, ancor più forte ti scriverò. Capisco il tuo riserbo in materia di proposte di riforme istituzionali. In verità, è un riserbo che non hai sempre mantenuto. Per esempio, anche dopo la sentenza della Corte Costituzionale, che ha fatto a pezzettini il Porcellum, hai subito richiesto una riforma elettorale. Molti, invece, non a torto, pensano che l’esito di quella sentenza sia una legge elettorale proporzionale, il consultellum, quasi immediatamente praticabile. Sembra che tu desideri altro, ma, ecco una parte del tuo riserbo, non l’hai fatto trapelare. Vuol dire, dunque, che condividi le liste ancora bloccate, il bislacco premio di maggioranza e tutte le cervellotiche soglie di accesso al Parlamento? Per quel che concerne la riforma del Senato, hai dichiarato il tuo sostegno alla fine del bicameralismo paritario, ma, si sa, meglio, si dovrebbe sapere, che di bicameralismi differenziati ne esistono molte varianti. Possibile che quella prospettata da Renzi e Boschi sia la migliore? Qui stanno molti punti dolenti che, in parte, ti riguardano direttamente, in parte, riguardano l’istituzione Presidenza della Repubblica, il suo ruolo, i suoi compiti.
Davvero pensi, una volta terminato il tuo secondo mandato, quando lo vorrai, ma, preferibilmente per me, il più tardi possibile, sia opportuno e istituzionalmente utile per te (e per i futuri presidenti della Repubblica) diventare deputato a vita? Che senso ha? Davvero ritieni una buona soluzione che tu e i futuri Presidenti siate dotati del potere di nominare ventuno senatori per sette anni? Che senso ha? Facendo un passo indietro, certamente sei consapevole che, una volta privato il Senato del potere di eleggere il Presidente, toccherà alla sola Camera dei deputati procedere a questa importantissima elezione. Se il cosiddetto/maldetto Italicum sarà approvato nella sua versione attuale, nella prossima Camera dei deputati ci sarà una maggioranza assoluta creata dal premio di maggioranza che potrà fare il bello e il cattivo tempo, pardon, che potrà da sola eleggere un Presidente il quale molto difficilmente apparirà Presidente di garanzia, in grado di rappresentare, come vuole la Costituzione, l'”unità nazionale”.
Per di più, quel Presidente di parte avrà molti poteri di nomina che, è fortemente presumibile, eserciterà non contro la maggioranza che lo ha eletto e neppure a prescindere da quella maggioranza (sono sicuro che hai apprezzato il mio understatement). Quindi, non soltanto quei ventuno senatori avranno un colore molto preciso, ma anche, punto molto dolente, i cinque giudici costituzionali di spettanza del Presidente non arriveranno al Palazzo della Consulta con tutti i crismi della loro autonomia di pensiero e di giudizio. Insomma, fra deputati nominati dai dirigenti del loro partito e delle loro correnti, quindi, ubbidientissimi, senatori nominati da te, forse in carriera, di sicuro tecnicamente irresponsabili (non dovranno rispondere a nessuno né politicamente né elettoralmente tranne alla loro personale ambizione), con giudici costituzionali probabilmente espressione di una parte politica, dove vanno a finire i pesi e i contrappesi che, tu ci insegni, sono il pregio delle democrazie, non soltanto di quelle parlamentari?
Con riferimento alla tua storia istituzionale e ai tuoi comportamenti politici, parlamentari e presidenziali sono fiducioso che tu condivida le mie preoccupazioni. Non sono un “professorone” (copyright ministro Boschi), anche se continuo day by day a impegnarmi per diventarlo. Non sono neppure un “solone del diritto” (copyright Dario Nardella, candidato sindaco di Firenze). Quindi, ho pochissime chance di essere ascoltato e preso in seria considerazione. Tu, caro Presidente, hai molte lauree ad honorem (professorone anche tu?), ma è la tua autorevolezza personale che va anche oltre la carica istituzionale che ti consentirà, se ritieni degne di interesse almeno parte delle mie riflessioni, di essere ascoltato e, quel che più conta, di sovrintendere a riforme che non siano uno spezzatino e che siano suscettibili, non di stravolgere i pesi e i contrappesi, togliendo potere agli elettori, ma di fare funzionare meglio (più velocemente…) la democrazia italiana.
Per cambiare non basta un leader (ma lui durerà)
1) La svolta impressa da Matteo Renzi al suo partito sta cambiando la cultura politica del Pd o il cambiamento è di facciata?
1) Non basta un leader, nessun leader, per cambiare la cultura politica di un partito che — peraltro — era diventata già una cultura pallida e evanescente. Non vedo in Renzi la volontà di dare una nuova cultura ma solo la volontà di far cambiare comportanti ai vecchi politici del Pd. Per cambiare una cultura di un partito ci vuole ben altro che una figura di spicco.
2) Il “fenomeno” Matteo Renzi durerà ancora a lungo o no? E per quale ragione?
2) Il «fenomeno» non durerà a lungo, ha un tempo molto limitato, Renzi deve fare le riforme. Ma il premier può durare a lungo come politico perché, ormai, controlla il partito dal punto di vista numerico, anche se non controlla ancora i gruppi parlamentari. Il «fenomeno» quindi non durerà, il politico sì. Soprattutto non durerà negli aspetti «accessori»: il suo leaderismo, il suo modo di parlare, di sfidare sempre tutti e tutto non può durare a lungo. Augurabilmente, se ne stancherà anche lui.
3)Le riforme proposte da Renzi sono state giudicate da alcuni intellettuali e osservatori politici come “autoritarie”. Lei è d’accordo o no?
3) Quelle proposte da Renzi non sono riforme autoritarie. Sono solo riforme pasticciate. Come fanno, lui e la ministra Boschi, a dire di voler riformare il bicameralismo perfetto? Se è perfetto, non si riforma, già usano le parole sbagliate. Ancora: i renziani hanno attaccato il presidente del Senato Pietro Grasso (che ha criticato la riforma proposta in Consiglio dei ministri, ndr) perché è nonimato. Se Grasso è nominato, Boschi è binominata, prima da Renzi con il Porcellum, poi sempre da Renzi al governo. Il loro modo di discutere dei problemi è deplorevole. E, ribadisco, le riforme che lanciano sono pasticciate. Prima le hanno presentate come effetto della scelta fatta dagli elettori con le primarie (che non erano primarie, ma l’elezione del segretario di un partito): ma gli elettori non stavano votando il programma di governo di Renzi, bensì solo un segretario del Pd. E in quel programma, presentato durante le primarie da Renzi, l’Italicum come è stato proposto adesso non c’era. L’Italicum è un piccolo «porcellum», un «porcellinum» che consentirà a Boschi di essere di nuovo nominata. Sul Senato, la verità è che non sanno cosa fare. Togliere il voto di fiducia a questo ramo del Parlamento va anche bene, tutto il resto è insicuro. Per fare una buona riforma bastava avere non dico il coraggio ma l’intelligenza di guardare cosa fanno le «seconde Camere» in ambito europeo. Non l’hanno fatto, hanno fatto un pasticcio.
Intervista a cura di Marzio Fatucchi
CORRIERE FIORENTINO 1 aprile 2014
In fretta e male
La sostanza delle due riforme istituzionali di Renzi: abolizione delle province e trasformazione del Senato, è ampiamente condivisibile. I toni e i modi usati da lui e dal Ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, sono deplorevoli e tali appaiono a molti senatori del Partito Democratico. Sarebbe sbagliato pensare che si tratti soltanto di tacchini invecchiati che proprio non desiderano partecipare al pranzo di Natale imbandito dal giovane Presidente del Consiglio. Si tratta, invece, di parlamentari di più o meno lungo corso e di non disprezzabile esperienza. Alcuni riusciranno comunque a farsi eleggere, pardon, grazie alla prossima legge elettorale, quella contrattata da Renzi con Berlusconi, riusciranno a farsi “nominare”, alla Camera dei deputati. Altri andranno in pensione oppure torneranno alla loro professione che molti effettivamente hanno. Però, è probabile che nessuno di loro vorrà poi essere accusato di avere digerito una riforma malfatta.
Il Senato può sicuramente perdere il potere di dare e di togliere la fiducia al governo e anche quello di approvare la legge di bilancio. Però, un Senato composto da sindaci e da presidenti di regione che non sanno quali saranno esattamente i loro compiti non ha senso. Non basterà la permanenza dei già tanto contestati Senatori a vita a fare salti di qualità. Se non si fa del Senato una Camera alta, ristretta di numero, ma prestigiosa, allora, sarebbe meglio abolirlo limpidamente. Il prestigio e la legittimità derivano dalle procedure elettorali non dalle nomine di second’ordine. Il monocameralismo non deve fare paura a nessuno, non è prodromo di nessun autoritarismo, se reggono i contrappesi alla Camera dei deputati (meglio se non nominati, per questa ragione urge cambiare la brutta legge elettorale approvata dalla Camera e toccherà al Senato, a questo Senato procedere a profonde modifiche), vale a dire, la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale. Soltanto un Senato composto da rappresentanti eletti prestigiosi e competenti potrà svolgere i compiti che la riforma Renzi-Boschi sembra volergli attribuire. Infatti, non dovranno proprio essere i sindaci a decidere sulle norme costituzionali e sui diritti dei cittadini, materie troppo importanti e, per lo più, totalmente al di fuori delle loro esperienze e competenze.
Non meraviglia, dunque, che il Presidente Grasso, che ha istituzionalmente il compito di rappresentare il Senato, abbia espresso forti critiche, convogliando posizioni e preferenze condivise da senatori di molti gruppi. Rattrista, invece, ascoltare da Renzi e da Boschi non risposte nel merito delle critiche, ma attacchi a Grasso in quanto “nominato” (proprio come è stata la Boschi) e addirittura richiami da parte di Deborah Serracchiani ad una disciplina di partito che non può mai in nessun modo valere quando i parlamentari sono chiamati a votare, “senza vincolo di mandato”, in special modo sulle riforme costituzionali. Invece di minacciare i parlamentari del PD e la sua maggioranza con improbabili dimissioni, sarebbe meglio che Renzi entrasse in un dialogo riformatore con il Parlamento e con la maggioranza tutta (prima che con Berlusconi).
Alla fine, può darsi che, grazie a quello che si configura praticamente come un ricatto, il Presidente del Consiglio ottenga quello che vuole e nei tempi desiderati, almeno una approvazione di massima: un trofeo da esibire prima delle elezioni europee del 24 maggio. Tuttavia, il grosso rischio è che, anche per la fretta, sempre cattiva consigliera, finiscano per essere due brutte riforme e quel che è peggio due riforme che non migliorerebbero affatto il funzionamento del sistema politico italiano e non lo velocizzerebbero, ammesso, ma non concesso, che la velocità sia il criterio più importante per valutare la qualità di una democrazia.
AGL 1 aprile 2014
Dopo il voto, il rapporto di fiducia
Voto di fiducia, sì; rapporto di fiducia, mah?: questo è l’esito del doppio intervento del nuovo Presidente del Consiglio Renzi di fronte al Parlamento bicamerale italiano. Annunciatene la obsolescenza e la prossima estinzione, Renzi non poteva sperare di riscuotere grande successo di fronte ai Senatori. Molti non ne hanno apprezzato lo stile in parte deliberato in parte naturale, comunque poco consono a un capo di governo. Colto da pochi, il problema vero non era, però, di stile quanto di contenuti e, soprattutto, della molto carente sensibilità istituzionale da parte di Renzi. Contrariamente a troppe affermazioni errate, comprese la sua e quelle di alcuni suoi ministri, i governi parlamentari entrano in carica anche senza passaggi elettorali. Di recente, nel 2007, nella patria delle democrazie parlamentari, la Gran Bretagna, Gordon Brown succedette al (non più) potentissimo Tony Blair senza che nessuno chiedesse a gran voce elezioni anticipate. Il Cancelliere tedesco che ha il record di durata in carica fra i governanti europei del dopoguerra, Helmut Kohl (1982-1998), subentrò al socialdemocratico Helmut Schmidt grazie ad un voto di sfiducia costruttivo. Entrambi furono debitori della loro carica ai rispettivi Parlamenti. Entrambi stabilirono un rapporto di fiducia, rispettivamente, con la House of Commons e con il Bundestag poiché con il Parlamento intendevano lavorare.
I pochi applausi per Renzi al Senato sono stati cancellati dai molti applausi, come si dice con lessico parlamentare “da tutti i banchi”, ricevuti alla Camera dal rientrante Pierluigi Bersani e dal Presidente del Consiglio uscente Enrico Letta, fino a quella che è parsa quasi una prolungata ovazione quando i due dirigenti politici sconfitti da Renzi si sono abbracciati. Certamente, i voti che hanno poi confermato la fiducia al capo del governo contano, eccome, ma gli applausi per Bersani e Letta meritano di essere interpretati. Sono stati un omaggio alla serietà di due dirigenti politici, di due ex-ministri, di un Presidente del Consiglio che non hanno mai sminuito il ruolo del Parlamento, che hanno, al contrario, dimostrato di tenerlo in grande conto, che hanno costruito e mantenuto un rapporto di fiducia con i colleghi parlamentari e con l’istituzione parlamento. Fin dall’inizio, è sembrato, invece, che Renzi parlasse e, se posso permettermi, gesticolasse, non per informare e convincere i senatori e i deputati, ma per stupire con la novità, rappresentata, più che dal suo governo metà rosa, da lui stesso (il coniglio che si era tirato fuori dal cappello quasi da solo, come ha scritto spiritosamente, ma cogliendo un punto politico rilevante, il Direttore Landò, che cito senza piaggeria, ma con convinzione), i telespettatori. Volesse mandare sostanzialmente solo a loro il messaggio che proprio coloro che erano davanti alla televisione contano di più dei parlamentari. Sì, en passant, la televisione distorce i discorsi e i comportamenti parlamentari persino più dello streaming.
Invece, no: i parlamentari contano di più dei telespettatori proprio perché sono stati eletti da molti di quegli stessi telespettatori per rappresentare le loro preferenze e i loro interessi; per dare vita a governi stabili e operativi (e il lavoro comincia in Parlamento, non un noioso ostacolo cui sbarazzarsi, e lì ritorna); per controllare quello che i governi fanno, non fanno e fanno male; infine, per rendere conto di quello che loro stessi hanno fatto. Da cittadini sono stati eletti parlamentari per svolgere compiti importanti, spesso essenziali per il buongoverno (che non è mai il governo di una persona sola) e, se svolti con dedizione, gravosi. Allora, il rapporto di fiducia che deve intercorrere fra governo e parlamento non soltanto si esprime più negli applausi (calorosi) che segnalano stima, che nei voti, anche se, ovviamente, i freddi numeri debbono contare e valere, ma nel riconoscimento del ruolo delle istituzioni.
Renzi avrà più o meno successo dei suoi molti diversi predecessori. Parte del suo successo e di quello dei suoi ministri, donne e uomini, dipenderà dalla loro consapevolezza che le istituzioni sono importanti; meritano rispetto (espresso, per esempio, con almeno una citazione per il Presidente della Repubblica che ha facilitato la formazione del nuovo governo); svolgono il compito ineludibile di interlocutore per tutta l’attività del governo. Nella misura in cui ne sono capaci, e molti di loro sicuramente hanno le competenze necessarie, i parlamentari contribuiscono dalle file della maggioranza e dai banchi dell’opposizione (quella dialogante non insultante) a migliorare i provvedimenti del governo. La condizione è che si sia instaurato, nelle commissioni e in Aula, e venga preservato un rapporto di fiducia.
L’Unità 27 febbraio 2014
Conciliare sogni e concretezza
La cultura e la scuola ci salveranno, sostiene il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, contro i molti che pensano che gli insegnanti siano il problema. L’Europa, quella “cosa” bella sognata da un uomo confinato a Ventotene nel pieno della Seconda Guerra mondiale (magari sarebbe stato preferibile farne il nome: Altiero Spinelli), è il luogo dove troveremo molte soluzioni ai problemi italiani se sapremo comportarci come si deve. L’Europa è il luogo dove dal 1 luglio il Presidente del Consiglio italiano si troverà a collaborare con gli altri capi di governo europei per il suo importante semestre di Presidenza. In maniera molto disinvolta, qualche volta fin troppo (le mani in tasca), Renzi ha cercato di parlare di più alla società che alle istituzioni e ai suoi rappresentanti. Nella parte iniziale del suo intervento, probabilmente, la parte migliore, ha ricordato a tutti, che la politica è un’attività nobile e che chi disprezza la politica non sarà mai grado di guidare una società. Secondo lui, ma la diagnosi è controversa, la società italiana è, da parecchi anni, più avanti della politica cosicché da tempo la politica deve rincorrere la società. La potrà raggiungere esclusivamente se saprà fare le riforme, quelle istituzionali e quelle socio-economiche. Le riforme istituzionali, a cominciare dall’abolizione, urgentissima, delle province e poi dall’approvazione della legge elettorale e, detto con qualche esitazione, vista la sede in cui parlava, del Senato, debbono essere fatte con tutti coloro che le condividono. Le altre non escludono apporti fuori della maggioranza di governo, ma richiedono compattezza e concretezza.
A tratti, Renzi, che non leggeva un testo scritto, è sembrato persino troppo sicuro di sé, accettando, addirittura incentivando, qualche interruzione ad opera dei senatori, in particolare di quelli delle Cinque Stelle da lui sfidati. Qualche volta ha mostrato eccessi di autostima, ricorrendo a una terminologia inusuale nelle aule parlamentari quasi a marcare con lo stile il distacco da un passato in verità molto prossimo e nient’affatto superato. In maniera non proprio originale, ha insistito alla Veltroni sui sogni e sul coraggio. Ha fatto qualche esempio, non sempre calzante, per rendere vivace la sua esposizione. Ha tentato una difficile conciliazione fra coloro che vorrebbero procedere a un’integrazione a maglie larghe degli immigrati (concedendo subito la cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia) e coloro che difendono l’identità italiana come un baluardo invalicabile. E’ sembrato disposto a non pochi compromessi, a suo modo di vedere, essenziali per trovare punti d’accordo.
Nel complesso, il suo discorso, interrotto da non molti applausi, ha spiccato soprattutto per il modo con il quale veniva pronunciato, molto meno per la concretezza, rivendicata, ma non sufficientemente esplicitata. I numeri e le date sono stati pochi. I costi e i tempi delle riforme, in special modo, quella cruciale della burocrazia, affidata a una neo-Ministra non proprio preparatissima, non ci è dato conoscerli, mentre prima di entrare in carica Renzi aveva baldanzosamente garantito l’attuazione di una riforma importante al mese. Sono stati i due banchi del governo a mandare un visibilissimo (e, in linea di principio, positivo) segnale: una nuova generazione, salve tre o quattro eccezioni, ha conquistato le cariche e ha conseguito la parità di genere. Le parole del premier, non tutte scelte ad arte, ma a lui congeniali, indicano che almeno il lessico è già cambiato. Non è necessariamente migliore del linguaggio dei politici più capaci della Repubblica, il migliore dei quali sta al Quirinale, ma costruisce aspettative di cambiamento. Però, l’indispensabile passaggio dalle parole ai fatti, quello che Renzi ha insistentemente rimproverato al suo predecessore Letta di non avere saputo fare, rimane inevitabilmente ancora tutto da costruire.
Pubblicato AGL 25 febbraio 2014
Dopo la ricreazione compiti europei
“La ricreazione è finita” ha dichiarato il Presidente del Consiglio Matteo Renzi dando inizio al suo Primo Consiglio dei Ministri. Mi sono subito chiesto chi negli ultimi quattro-cinque anni in Italia è riuscito a godersi il tempo della ricreazione: forse i ministri, quelli davvero nuovi, oppure, forse, soltanto lo stesso Presidente del Consiglio che pronuncia la frase con la quale De Gaulle pose fine al maggio francese nel 1968 indicendo elezioni anticipate che vinse alla grande. Dunque, tutti al lavoro a cominciare dal programma e dalle priorità che dovranno essere presentate lunedì all’esame di un Parlamento, speriamo severo e non vociante, capace di arricchirlo di contenuti e di affinarle. Quel programma, con le priorità, i costi e gli esiti previsti, perverrà subito all’attenzione della Commissione Europea e degli operatori economici internazionali. Per tutti costoro, Renzi è ancora sostanzialmente uno sconosciuto allo stesso modo della grande maggioranza dei suoi ministri, compresi quelli allo Sviluppo economico e al Lavoro e Welfare, con la sola di Pier Carlo Padoan.
Non so chi ha storto il braccio di chi nel lungo colloquio fra il Presidente della Repubblica che, secondo l’art. 92 della Costituzione, nomina il Presidente del Consiglio e “su proposta di questo, i Ministri. Vedo, però, che è sparita l’unica personalità che ha una statura e un prestigio europeo e internazionale di enorme rilievo: Emma Bonino. Naturalmente, adesso che deve mettersi a studiare al neo-Ministro Federica Mogherini, per fortuna non priva di una buona preparazione di base, non mancheranno le occasioni importanti, tra India ed Europa, per fare risaltare le sue capacità. Inevitabilmente, la ricerca di novità e il ricorso alla gioventù, entrambi elementi variamente apprezzabili, non possono accompagnarsi con l’esperienza. Purtroppo, chi legge le storie professionali e politiche dei neo-ministri, non può non trovarvi parecchie carenze sul piano europeo. Questo è tuttora un problema condiviso dalla maggioranza degli italiani i quali sono pronti a criticare sprezzantemente l’Unione Europea, conoscendo pochissimo quello che l’Unione è e fa per l’Italia. Anzi, meno la conoscono e più la criticano andando a ingrossare le fila degli euroscettici e degli euro contrari pronti a farsi ipnotizzare dai populisti.
E’ un fatto che le prime sfide economiche e politiche del governo si trovano fin da subito proprio in Europa. Certamente è possibile cominciare a mettere ordine nella casa italiana procedendo al ridimensionamento del debito pubblico, al taglio delle spese dello Stato, alla riduzione dei costi della politica, persino alla creazione di posti di lavoro e alla riqualificazione dei lavoratori (magari esplorando che cosa hanno già fatto i paesi europei “virtuosi”, ma una ripresa seria e sostenuta e una crescita effettiva del Prodotto Interno Lordo passano anche, forse in special modo, attraverso le politiche che saranno concordate a livello europeo, e grazie alla flessibilità che la Commissione (che non è soltanto la Germania) concederà a un governo e a ministri che dimostrino di essere credibili. Nel caso dei ministri italiani la loro credibilità europea non può essere misurata su quello che hanno fatto, ma esclusivamente su come presenteranno e come argomenteranno le politiche che intendono attuare. Proprio come vorrebbe Renzi, in Europa lui e i suoi ministri, donne e uomini debbono metterci la faccia.
La sfida economica è chiara, ma non ne ho sentito la piena consapevolezza. Chi sa se nel non-braccio di ferro Napolitano-Renzi, i due hanno avuto modo di parlarne. Comunque, non se ne vedono riflessi sulla composizione del governo. La sfida politica è altrettanto chiara e assolutamente inevitabile: le elezioni del 25 maggio dei parlamentari italiani al Parlamento europeo. Non sarà ovviamente un test decisivo, ma le percentuali ottenute saranno importanti non soltanto per il Partito Democratico, ma anche, complessivamente, per gli alleati di governo. A mio parere, conterà moltissimo l’impegno del governo e dei partiti che lo sostengono a fare opera di pedagogia politica, a spiegare l’importanza dell’Unione Europea, a inviare a Strasburgo-Bruxelles parlamentari non in “ricreazione” dalla politica italiana, ma impegnati a essere un costante tramite fra i cittadini italiani e le istituzioni europee. La sfida economica e la sfida politica stanno insieme. Il governo italiano avrà tanta maggiore influenza sulle politiche europee quanto più consenso avrà ottenuto nelle elezioni europee e, sconfitti i populisti nostrani, porterà a Bruxelles, persone, convinzioni, affidabilità.
Pubblicato su l’Unità 23 febbraio 2014



