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Attenti ai giocatori d’azzardo
C’è qualcosa di preoccupante sia nei numeri del Documento Economico-Finanziario sia nelle reazioni con le quali Di Maio e Salvini lo difendono e contrattaccano. Dal Fondo Monetario Internazionale ai Commissari dell’Unione Europea preposti a valutare le scelte di bilancio dei singoli Stati-membri, dagli Uffici appositi del Parlamento italiano alle agenzie di rating (nelle quali, è opportuno sottolinearlo, lavorano molti italiani reclutati con riferimento alle loro competenze), tutti hanno evidenziato due punti. Primo, ci sono evidenti violazioni degli impegni presi a Bruxelles. Secondo, non c’è nessuna garanzia che la “manovra” porterà in tempi brevi alla crescita economica e alla riduzione del debito pubblico. Al contrario. Qualcuno si ricordi che le previsioni di Salvini sono crescita del 2 per cento per il 2019 e del 3 per cento per il 2020 contro le previsioni, poco più dell’1 per cento, delle agenzie specializzate. Di Maio replica affermando che la manovra è “coraggiosa”. Salvini afferma che, dovendo scegliere fra quello che dicono le autorità europee e gli interessi italiani, preferisce dare la preminenza ai secondi: “non torneremo indietro”.
Finora i critici, nella politica e nei mass media, ma anche nel mondo sindacale e imprenditoriale, si sono limitati a notare che la manovra è una scommessa e che i conti non tornano a meno che, per l’appunto, la crescita economica (che è il vero punto dolente) non vada parecchio al disopra delle previsioni. Criticabili sono non soltanto il contenuto delle affermazioni dei governanti, ma anche il loro linguaggio e la loro incoscienza delle conseguenze. La manovra non si merita affatto l’aggettivo “coraggiosa”. È come minimo azzardatissima, ma anche irresponsabile. Chi si ostina a non confrontarsi con le previsioni, a non prendere in considerazione anche l’eventualità di conseguenze negative e accetta che il debito pubblico aumenti e lo spread salga, che è la posizione di Salvini, si comporta ugualmente in maniera irresponsabile.
Perseguire gli interessi degli italiani, del Nord e del Sud, con Salvini che vuole condono fiscale e flat tax e Di Maio reddito di cittadinanza e riduzione delle pensioni cosiddette d’oro, non solo è un’operazione di alta acrobazia, ma non offre nessuna garanzia riguardo al miglioramento reale della situazione degli italiani che, invece, si troveranno impoveriti quantomeno da mutui più cari e dall’aumento del costo del denaro, che non avranno più posti di lavoro poiché non tutti i posti di lavoro liberati dal capovolgimento della riforma andranno ai giovani. La manovra che sta per arrivare sulle scrivanie di Bruxelles e al Parlamento italiano sembra destinata a incidere negativamente sul benessere degli italiani e dei loro figli. Di Maio e Salvini più che capitani coraggiosi sembrano giocatori d’azzardo che scommettono molto rischiosamente, ma con il denaro degli italiani.
Pubblicato AGL il 17 ottobre 2018
Il premio Nobel ai due vicepremier
Cari Di Maio e Salvini.
sono davvero dispiaciuto che non vi sia stato assegnato il Nobel per l’Economia. Credo che la spiegazione prima stia nel provincialismo e nel settarismo dei norvegesi e degli svedesi. Dentro e fuori l’Unione Europea, entrambi s’ostinano a pensare che bisogna rispettare gli impegni presi. Sono pieni di pregiudizi, convinti che gli italiani, oramai più mediterranei degli spagnoli e dei portoghesi, siano propensi all’ozio improduttivo e felice che impedirà qualsiasi riduzione del debito pubblico (attualmente al 130% del PIL) e quindi richiederà molti soldi per pagare gli interessi sui prestiti. Effettuano una comparazione un po’ azzardata con i loro debiti pubblici: 29% in Norvegia; 42,2 in Svezia. Che sia questa la ragione per la quale ai “mercati” non passa mai per la testa di speculare contro quei due paesi? Neppure George Soros, evocato da Salvini, per fortuna senza aggiungere il “finanziere ebreo”, specula contro la Danimarca che, piccola com’è, sarebbe un bocconcino facile facile da mangiare e deglutire. Il fatto è che i “fondamentali” danesi sono in ordine, mentre gli italiani sono un po’ balzani. Sostiene il ministro Tria che si raddrizzeranno in futuro quando la manovra farà impennare il tasso di crescita dell’economia italiana. Qui, però, tornano i mercati che, debbo proprio dirvelo, sono fatti da operatori economici dei più vari tipi. Quegli operatori, fra i quali ci sono parecchi italiani, hanno come compito istituzionale, non quello, come sembra crediate voi, di rovesciare i governi, ma di fare investimenti redditizi per i loro committenti e anche per le loro spesso laute commissioni. Non appena subodorano che qualche governo di qualche paese, nonostante i consigli, gli avvisi, le indicazioni della Commissione Europea che proprio non vuole sovrintendere a guai economici, fa il furbo e scommette su implausibili prospettive positive, ne traggono le conseguenze. Così sale lo spread poiché il divario di rendimento fra i buoni del Tesoro italiani e, soprattutto, ma non solo, quelli tedeschi, significa che comprare i buoni italiani diventa rischioso. Investitori/speculatori e agenzie di rating sono i poteri forti di cui voi denunciate le manovre? Difficile dirlo, ma dovrebbe essere facile anche per voi, al fine del conseguimento del Premio Nobel 2019 quando le vostre manovre rilanceranno l’economia italiana verso vette inusitate, capire che investitori e valutatori sono interessati a guadagnare, non a gufare e meno che mai a puntare su disastri economici. Però, se i disastri ci sono o diventano probabili, allora, sì, puntano il loro denaro per vincere. Adesso che ne sapete di più, potreste rifare due conti. Grazie e auguri.
Pubblicato AGL il 10 ottobre 2018
Europa ostile? No, Italia poco credibile
La Commissione Europea è nemica dell’Italia, come diversamente sostengono, Di Maio e Salvini? La Commissione Europea privilegia qualche paese forte, ad esempio, Germania e Francia, consentendo loro quel che nega all’Italia? La Commissione Europea è fatta di burocratici e tecnocrati privi di legittimità democratica, come disse anche Matteo Renzi quando fu Presidente del Consiglio? La risposta, chiara e inequivocabile, a ciascuna delle domande è “no”. La Commissione è composta non da burocrati e tecnocrati, ma da uomini e donne che hanno avuto una carriera politica in ciascuno degli Stati-membri e che hanno anche ricoperto cariche istituzionali importanti, persino, di capi dei rispettivi governi. Non eletti, ma nominati dai governi dei rispettivi paesi, che sono espressione di elezioni libere e competitive, i Commissari godono di legittimità democratica ancorché indiretta. Infine, sono entrati in carica superando un vero e proprio esame ad opera dei parlamentari europei che ne hanno valutato sia la competenza per il settore al quale sono stati designati (per esempio, il tanto temuto e avversato Pierre Moscovici, Commissario all’Economia, è stato ministro socialista delle Finanze; Dombrovskis, Commissario alla stabilità finanziaria è stato Primo ministro della Lettonia) sia la loro propensione ad agire a favore dell’unificazione politica dell’Europa. Quando Moscovici dichiara che l’Italia ha un governo euroscettico e xenofobo, non parla a vanvera, come replica Salvini, ma offre una sua valutazione, non dell’Italia, ma di quanto Di Maio e Salvini dicono, si ripromettono, fanno. La domanda è, semmai, perché Moscovici si espone in modo così plateale. Certo, né lui né altri Commissari farebbero affermazioni simili per Francia e Germania perché, visibilmente, nessuno dei due paesi ha governi e governanti euroscettici che praticano politiche informate dalla xenofobia. Quanto al presunto trattamento di favore, qualche volte ricevuto da Germania e Francia, ma, va subito aggiunto, non dalla Grecia, non dal Portogallo, non dalla Spagna, nel primo caso, la Commissione agì con il consenso degli altri Stati-membri. Quanto alla Francia, i suoi “fondamentali” economici appaiono molto migliori di quelli italiani e, giustificano un trattamento basato sull’alta probabilità che i francesi rientreranno presto nei criteri e nelle regole che debbono rispettare. Qui sta il punto centrale che spiega gli atteggiamenti e le affermazioni della Commissione riguardo all’Italia. La premessa è già stata stigmatizzata poco tempo fa dal Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. In Italia, i ministri e i capi dei partiti al governo parlano troppo, mandano messaggi contrastanti, le loro parole rivelano incertezze economiche preoccupanti e irritanti per i mercati, gli investitori, i Commissari preposti a fare valere le regole. Disattendendo gli impegni presi nel passato, su debito pubblico e deficit, gli italiani hanno perso parecchio della loro credibilità. E i Commissari europei non possono non dirlo forte e chiaro.
Pubblicato AGL il 5 ottobre 2018
Il nobile e difficile compito di fare rispettare le regole
Nell’Unione Europea la Commissione Europea è il bersaglio istituzionale più esposto. Criticarla si può, con argomenti e conoscenze. Quei commissari non sono burocrati, ma hanno alle spalle carriere politiche di tutto rispetto. Non sono eletti, ma nominati da chi, i capi di governo degli Stati-membri, ha una legittimazione elettorale e democratica, e approvati dal Parlamento europeo, a sua volta democraticamente eletto. Grazie alla sua legittimazione, la Commissione ha e svolge il nobile e difficile compito di fare rispettare le regole. Chi vuole criticarla deve, come minimo, avere le carte in regola.
Con gli italiani è difficile fare i conti
Perché hanno tanta difficoltà, i giallo-verdi a scrivere la Legge di Bilancio per il 2019? Non dovrebbe essere stato messo tutto nero su bianco nelle lunghe settimane trascorse a stilare il “Contratto di Programma? Dovrebbe essere sufficiente riprendere in mano quel Contratto, leggerlo e tradurlo in cifre: voilà, la Legge di Bilancio sarebbe fatta. Invece, no. Affiorano divergenze su quanto e su come, anche su quando. La prima importante ragione delle difficoltà, che nessun ricorso a parole manipolatorie consente di superare, è che nella campagna elettorale il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno promesso troppo, l’hanno promesso separatamente agli elettori che volevano conquistare e adesso non sono in grado di mantenere congiuntamente le loro eccessive promesse.
Non è possibile ridurre le tasse in maniera consistente e, al tempo stesso, introdurre il cosiddetto “reddito di cittadinanza” per cinque milioni di italiani. Non è neppure possibile, anche se di questo si discute meno, cancellare, come proclama Salvini, la legge Fornero sulle pensioni e istituire, come vuole Di Maio, le pensioni di cittadinanza. Costretti a ridimensionarsi, Di Maio sta prendendo in considerazione l’idea di concedere il reddito di cittadinanza inizialmente a un numero parecchio più contenuto di italiani, mentre Salvini ha già accettato che la flat tax, cioè, una tassa davvero “piatta” con un’aliquota uguale per tutte (che, peraltro, sarebbe incostituzionale violando i “criteri di progressività), diventi in realtà una tassa gobbuta con tre scaglioni. Inoltre, questa tassa oramai gobbuta dovrebbe, all’inizio, riguardare soltanto alcune categorie di contribuenti. Difficile dire, ma non è da escludere, che, almeno in parte, siano gli stessi (poco) contribuenti che, avendo evaso le tasse, potranno concludere la cosiddetta pace con il fisco (salvo ricominciare la loro guerriglia appena se ne ripresenti l’occasione). Però, non è pace fiscale, ma un ennesimo condono che, almeno a giudicare dai precedenti, non porterà molti soldi nelle casse dello Stato.
Poiché, fatti e rifatti, i conti non tornano, un giorno Salvini dice che bisogna sforare il tetto dell’impegno preso con la Commissione Europea all’insegna del “prima gli italiani”. Il giorno dopo annuncia che, meglio di no, bisogna soltanto sfiorare quel tetto. Di Maio non sembra riuscito a escogitare verbi migliori cosicché se la prende con il suo Ministro dell’Economia Giovanni Tria, imponendogli di trovare i soldi. Con il Presidente del Consiglio, al quale dovrebbe spettare la parola decisiva, che si barcamena, è possibile una sola conclusione dotata di alta probabilità di realizzazione. Il balletto delle cifre continuerà durante e anche dopo l’approvazione della legge di bilancio, con la previsione di una manovrina primaverile prima delle elezioni europee. Gli impegni presi con gli italiani non saranno mantenuti e Cinque Stelle e Lega andranno alla caccia di un capro espiatorio: l’Unione Europea, i burocrati e tecnocrati di Bruxelles.
Pubblicato AGL il 21 settembre 2018
Doppio stop per le destre nel voto UE
Non so se le due importanti votazioni di ieri sono state il canto del cigno di un Europarlamento nel quale i rappresentanti dei partiti europeisti eletti nel maggio 2014 godono di un’ampia maggioranza. Però, sono sicuro che quei due voti hanno rincuorato tutti i sinceri europeisti incoraggiandoli a fare una campagna elettorale molto dinamica e propositiva in vista delle elezioni di fine maggio 2019. Due terzi degli Europarlamentari hanno finalmente deciso che colossi come Google e come Facebook non possono appropriarsi di quanto appare nella stampa e di quanto prodotto da chi scrive e canta musica, facendoli propri e traendone grandi, persino ingenti, vantaggi economici. Proteggere il copyright esigendo adeguate ricompense non è soltanto cosa giusta, ma contribuisce anche alla buona comunicazione politica (sociale, economica e culturale) consentendo ai piccoli che hanno cose da dire di non venire strangolati e schiacciati da colossi il cui interesse alla buona politica e alla buona società sfugge a me come alla grande maggioranza degli europarlamentari di ventotto Stati-membri dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, l’Europarlamento ha votato stigmatizzando gravi e persistenti violazioni dello Stato di diritto ad opera del governo del Primo ministro ungherese Viktor Orbán. Più di due terzi di europarlamentari hanno ritenuto convincente la risoluzione presentata dalla verde olandese Judith Sargentini, non contro l’Ungheria, ma contro i comportamenti e la legislazione di quel governo per imbavagliare i mass media, “normalizzare” le università, a cominciare dalla Central European University, fondata e finanziata dal banchiere di origine ungherese George Soros, reprimere l’opposizione. Certo, il rifiuto sprezzante del Primo ministro ungherese di accogliere i migranti “redistribuibili” ha complicato la sua situazione.
Nonostante qualche tentennamento, il Partito Popolare Europeo al quale Orbán porta molti voti e seggi ha tenuto la barra. Da un lato, i Popolari austriaci hanno votato per le sanzioni e la libertà di coscienza non ha prodotto defezioni rilevanti. Dall’altro, però, Forza Italia ha rinsaldato da posizioni di debolezza un deplorevole asse sovranista con la Lega di Salvini. Brutto segno, ma forse chiarificatore, per tutti quelli che in Italia si illudono di costruire un vasto arco/fronte di europeisti veri e sinceri da contrapporre alla Lega sovranista-populista anti-europeista alla quale sta lavorando Salvini. Le Cinque Stelle hanno esibito un’altra volta un comportamento schizofrenico, votando per sanzionare le violazioni ungheresi allo Stato di diritto, ma opponendosi alla protezione del copyright. Le dichiarazioni di Di Maio, che ha gridato alla censura (per Google e Facebook?) sostenendo che l’Europarlamento dovrebbe vergognarsi, appaiono imbarazzanti e preoccupanti. Per adesso, chi vuole un’Europa più democratica e più giusta può godersi due vittorie importanti di buon auspicio per il prossimo importantissimo Europarlamento.
Pubblicato AGL 13 settembre 2018
Orbán sfida l’Europa
La risoluzione Sargentini, dal cognome della parlamentare dei Verdi olandesi che l’ha presentata, costituisce un test rilevante per molti partiti e rappresentanti nel Parlamento Europeo. Chiede di condannare l’Ungheria per violazione dello Stato di diritto. Già approvata in Commissione, la sua approvazione nell’aula del Parlamento europeo appare più complicata per una molteplicità di ragioni e di implicazioni. Da sovranista integrale, che è la qualità che il Ministro degli Interni Matteo Salvini maggiormente apprezza in lui, Viktor Orbán è intervenuto direttamente, non per rispondere sulle violazioni addebitategli, ma per difendere l’Ungheria. In questione, però, è quanto il governo da lui guidato dal 2010 a oggi ha fatto limitando il potere dei giudici, cercando di imbavagliare mass media e università, rendendo difficile e pericolosa la vita dell’opposizione. Anche se approvata la risoluzione Sargentini non avrebbe effetti immediati poiché le sanzioni dovranno essere decise all’unanimità dal Consiglio dei capi di Stato e di governo nel quale è molto probabile Orbán potrà contare sul sostegno della Repubblica Ceca, della Slovacchia e, soprattutto, della Polonia che, quanto a violazione dei diritti, non è certamente seconda all’Ungheria. Tuttavia, il voto del Parlamento europeo conterrà più di un significato politico. Dirà quanti credono fino in fondo che l’Unione Europea deve rimanere un grande spazio di libertà e di diritti. Una non-sconfitta di Orbán soffierebbe nelle vele dei sovranisti e potrebbe fare aumentare il numero di coloro che non tollerano le direttive europee in materia di economia e di immigrazione. A livello delle delegazioni nazionali due sono gli osservati speciali, gli europarlamentari austriaci del Partito Popolare e quelli del Movimento Cinque Stelle. Il cancelliere austriaco Kurz, leader dei Popolari, ha già fatto sapere che i suoi colleghi di partito voteranno la censura al governo ungherese contrariamente agli esponenti alleati del Partito Liberale. In Commissione le Cinque Stelle hanno votato per stigmatizzare il governo ungherese. Invece, gli europarlamentari di Forza Italia voteranno per salvare Orbán con due implicazioni. La prima è che in questo modo sconfesseranno addirittura il Presidente del Parlamento europeo, loro collega di partito, Antonio Tajani. La seconda è che risulterà evidente la loro convergenza con la Lega di Salvini senza che il capo della Lega abbia dato né promesso nulla in cambio. L’ago della bilancia nella votazione è costituito dal Partito Popolare Europeo del quale fanno parte sia Fidesz, Unione Civica Ungherese, il partito del Primo ministro dell’Ungheria, sia Forza Italia. L’eventuale spostamento a destra dei Popolari Europei, guidati dal capogruppo, il democristiano bavarese Manfred Weber, che aspira a diventare il prossimo Presidente della Commissione, carica attribuita al più grande degli schieramenti dopo le elezioni del maggio 2019, sarebbe davvero una pessima notizia per l’Unione Europea.
Pubblicato AGL 12 settembre 2018
Le leghe slegano l’Unione Europea
La Lega delle Leghe è una grande idea. Mettere insieme i nazionalisti, leghisti, sovranisti, populisti, tutti coloro che l’Unione Europea non la vogliono facendo credere che loro, invece, la riformerebbero, è una bella pensata. L’inevitabile esito di quei differenti pensieri unici sarebbe la disgregazione dell’UE. Dall’altra parte, ci si aspetterebbe che crede che l’UE è comunque indispensabile, anche se riformabile, desse vita a una coalizione di europeisti molto prima delle elezioni del maggio 2019. Invece, su quel fronte, non si muove nulla.
Salvini vuole la grazia #Cassazione #49milioni #lega #Mattarella
Il capitano della Lega, vice-presidente del Consiglio dei Ministri, Ministro degli Interni, Matteo Salvini progetta di salire al Colle del Quirinale. Qualcuno insinua che voglia chiedere al Presidente della Repubblica di intervenire a suo favore affinché la Lega non restituisca allo Stato 49 milioni di Euro. Forse vuole più semplicemente da Mattarella la grazia o la commutazione della pena (art. 87). Quasi sicuramente nel suo slancio populista non sa che nelle democrazie i poteri sono e, nella misura del possibile, debbono restare separati.
Una traccia di storia da bocciatura #maturità2018
Per fortuna, gli esami non finiscono mai. A settembre potrò ripetere la prima prova alla quale sono stato giustamente bocciato. Infatti, ho negato qualsiasi rilevanza al contributo di Aldo Moro alla costruzione dell’Europa. Ho scritto che, primo, citare un suo discorso del 1975, quando il Mercato Comune era già in esistenza da 18 anni, mi pareva anacronistico e, uh uh, ho ceduto all’esagerazione/esasperazione, aggiungendo addirittura: sbagliato. A quale fine poi? Costruire il santino di Aldo Moro? Ho sostenuto, secondo, che non è minimamente possibile mettere sullo stesso piano, per quel che riguarda l’Europa, De Gasperi e Moro. Lo statista trentino ha quasi tutti i meriti iniziali, ma, anche per questo, cruciali, mentre il politico pugliese arriva dopo, tardi e poco. Ad esempio, non è neppure citato nell’imponente indice dell’autorevole Oxford Handbook of the European Union (Oxford University Press 2012) dove De Gasperi ha quattro citazioni e Spinelli (appena menzionato nella Traccia) ne ha sei. Però, confesso subito, ma non faccio nessuna autocritica, anch’io neppure lo cito, Aldo Moro, nel mio volumetto L’Europa in trenta lezioni (UTET 2017). Terzo, in nessuno dei passaggi importanti dell’Europa: CECA, CEE (Messina, 25 marzo 1957) quando il ruolo centrale fu quello del Ministro degli Esteri, il liberale Gaetano Martino, Euratom, si ricordano contributi specifici di Moro. Capisco i sensi di colpa, anche, evidentemente, degli estensori della Traccia, a meno che abbiano semplicemente, forse opportunisticamente, ceduto alla commozione per il 40esimo anniversario del suo assassinio ad opera delle Brigate Rosse, ma stravolgere la storia non è mai il modo migliore di ricordarla, insegnarla, farla imparare. Non vorrei che, di questo passo, qualcuno prossimamente chieda di scrivere sul contributo, certo anticipatore, di Moro alla caduta del Muro di Berlino.
Quanto alle motivazioni della spinta all’unificazione europea, la Guerra Fredda mi pare essere il classico cavolo a merenda e le due superpotenze non erano state invitate a quella merenda. Si trattava, invece, di evitare per sempre la guerra calda, ovvero la Terza Guerra Mondiale, togliendo come oggetto del conflitto il carbone e l’acciaio contesi da Francia e Germania. Nella prospettiva, non nella speranza, poiché Altiero Spinelli e Jean Monnet erano uomini d’azione, seppur con differenti stili e temperamenti, oltre che nella convinzione politica e etica che gli Stati nazionali avrebbero continuati a farse guerre sempre più sanguinose e devastanti, si trattava di superare quegli stati obsoleti e ostinati con una costruzione democratica di diritti e doveri, opportunità, prosperità e pace per i cittadini. Qui, probabilmente, avrei scritto qualcosa sui sovranisti che sono tecnicamente dei reazionari: vogliono tornare indietro, come se i loro piccoli stati avessero qualche chance di risolvere problemi difficili anche per l’Unione dei Ventisette. Almeno agli inizi, gli USA videro con piacere il tentativo europeo e non solo poiché l’Europa unificata avrebbe costituito un baluardo contro l’eventuale espansionismo sovietico, ma anche perché un’Europa pacificata e consolidata non avrebbe avuto bisogno di nessun intervento militare USA. Quei governanti USA conoscevano molto dell’Europa a differenza dei loro successori a partire da George W. Bush e dal palazzinaro Donald Trump.
Ad ogni buon conto, meglio essere rimandato a settembre, quando arriverò ancora meglio preparato, avendo studiato anche il ponderoso pensiero di Salvini, già Eurodeputato, perché desidero superare l’esame alla grande, non per il rotto della cuffia con qualche frase di circostanza. Chi sa poi potrebbe pure essere che queste mie risposte scarne e irritate abbiano suscitato qualche curiosità in alcuni commissari. Qualcuno di loro potrebbe avere deciso di leggere qualcosa di Spinelli e persino di Moro (ad esempio, quella che è forse, ancorché enormemente simpatetica, la biografia migliore: Guido Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Il Mulino 2016, dove la presenza dell’Europa è del tutto marginale) nella speranza dei commissari e, naturalmente, mia che la prossima volta quando si chiederà agli studenti di scrivere sull’Europa ne sapranno di più perché i loro docenti ne avranno insegnato di più e meglio. L’Europa politica, sarebbe d’accordo persino Immanuel Kant, non è un sogno e neppure un destino al quale non riusciremo a sottrarci. È un progetto politico al quale molti italiani a partire da De Gasperi e Spinelli hanno dato un importante contributo. Per Moro cercheremo un’altra traccia in un altro di quegli esami che finiscono solo quando finisce la vita e con lei la possibilità di studiare e imparare.
Pubblicato il 28 giugno 2018 su PARADOXAforum