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Fascisti non sono e definirli tali non servirà a spostare l’opinione pubblica e a sconfiggerli #GialloVerdi

“Il fascismo è stato un fenomeno serio, vale a dire grave. Guidato da un uomo politico che aveva esperienza e capacità, poi entrato, come capita ai dittatori, in una sua vertigine solipsistica. È troppo onore accusare il governo giallo-verde di essere fascista, meno che mai di resuscitare il fascismo. Hanno punte di autoritarismo alcuni ministri e sottosegretari. Manifestano atteggiamenti razzisti. I loro seguaci fanno del mobbing. Fascisti, però, non sono e definirli tali non servirà a spostare l’opinione pubblica e a sconfiggerli.”

Due capitani spregiudicati al Governo

Di Maio annuncia l’ingresso dell’Italia in una fase epocale. La manovra, che tra domani e venerdì dovrà essere resa nota dal Ministro dell’Economia, sarà “coraggiosa”. Per Di Maio, il coraggio consiste nel non tenere conto del limite di deficit dell’1,6 per cento, al quale l’Italia si era impegnata con la Commissione europea, per andare, sembra, fino al 2,2 per cento. I “pavidi” sono il Ministro Tria e i tecnici del suo ministero che si ostinano a sostenere che con la finanza pubblica bisogna usare prudenza. In effetti, molti continuano a non capire che cosa ci possa essere di coraggioso nel violare gli impegni presi e nello spendere più soldi di quelli disponibili per un paese che ha un debito pubblico altissimo (più del 130 per cento del Prodotto Interno Lordo) e un tasso di crescita bassissimo (1,1 per cento per il 2018 e forse 1 per cento nel 2019). Qualche tempo fa, Salvini aveva fatto sapere che si potevano sfiorare i limiti, senza sforarli. Poi, anche lui ha affermato che, per il bene degli italiani, era disponibile a superare l’asticella. Nel frattempo, grazie a rudi, e “risparmiosi”, interventi sui migranti, il suo personale consenso cresce e si consolida cosicché può lasciare la patata bollente nelle non proprio capaci mani di Di Maio.

In un normale governo di coalizione la sintesi, ma prima ancora le scelte, dovrebbero spettare al Presidente del Consiglio Conte che, al contrario sembra barcamenarsi lasciando al suo portavoce Rocco Casalino la licenza di usare toni duri e linguaggio offensivo (i tecnici del Ministero che si oppongono saranno fatti fuori), che in altri tempi e in altri luoghi porterebbero alle dimissioni. Al momento, non sappiamo quanto “coraggiosa”, ovvero distante da quanto stabilito con la Commissione europea, sarà la manovra e neppure su quali tematiche verrà esercitato tutto questo coraggio: sul reddito di cittadinanza (la cui platea è già stata inevitabilmente ridotta)? sulle pensioni di dignità? sulla tassa già non più piatta, ma con almeno tre gobbe? Sappiamo, però, che la manovra potrà meglio essere definita avventurosa e pericolosa. Avventurosa poiché le sue conseguenze non sembrano calcolabili con precisione e pericolosa poiché non c’è praticamente nulla che serva a mettere in moto la vischiosissima crescita economica italiana.

Di tanto in tanto, qualche economista lo scrive flebilmente, altri lo sussurrano, lo stesso Ministro Tria vi fa, non vigorosamente, cenno. Senza aumenti significativi di produzione e di produttività resterà molto complicato procedere alla redistribuzione di risorse che non si hanno. Il vero coraggio consistere nel parlare parole di verità agli italiani. Soltanto riducendo e di molto il debito pubblico e quindi gli interessi da pagare per rifinanziarlo diventerà possibile soddisfare le promesse fatte separatamente da Cinque Stelle e dalla Lega. Altrimenti, con buona pace di Grillo, assisteremo sì a una decrescita, ma infelice, oppure a uno stallo destinato a scontentare molti.

Pubblicato AGL il 27 settembre 2018

Con gli italiani è difficile fare i conti

Perché hanno tanta difficoltà, i giallo-verdi a scrivere la Legge di Bilancio per il 2019? Non dovrebbe essere stato messo tutto nero su bianco nelle lunghe settimane trascorse a stilare il “Contratto di Programma? Dovrebbe essere sufficiente riprendere in mano quel Contratto, leggerlo e tradurlo in cifre: voilà, la Legge di Bilancio sarebbe fatta. Invece, no. Affiorano divergenze su quanto e su come, anche su quando. La prima importante ragione delle difficoltà, che nessun ricorso a parole manipolatorie consente di superare, è che nella campagna elettorale il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno promesso troppo, l’hanno promesso separatamente agli elettori che volevano conquistare e adesso non sono in grado di mantenere congiuntamente le loro eccessive promesse.

Non è possibile ridurre le tasse in maniera consistente e, al tempo stesso, introdurre il cosiddetto “reddito di cittadinanza” per cinque milioni di italiani. Non è neppure possibile, anche se di questo si discute meno, cancellare, come proclama Salvini, la legge Fornero sulle pensioni e istituire, come vuole Di Maio, le pensioni di cittadinanza. Costretti a ridimensionarsi, Di Maio sta prendendo in considerazione l’idea di concedere il reddito di cittadinanza inizialmente a un numero parecchio più contenuto di italiani, mentre Salvini ha già accettato che la flat tax, cioè, una tassa davvero “piatta” con un’aliquota uguale per tutte (che, peraltro, sarebbe incostituzionale violando i “criteri di progressività), diventi in realtà una tassa gobbuta con tre scaglioni. Inoltre, questa tassa oramai gobbuta dovrebbe, all’inizio, riguardare soltanto alcune categorie di contribuenti. Difficile dire, ma non è da escludere, che, almeno in parte, siano gli stessi (poco) contribuenti che, avendo evaso le tasse, potranno concludere la cosiddetta pace con il fisco (salvo ricominciare la loro guerriglia appena se ne ripresenti l’occasione). Però, non è pace fiscale, ma un ennesimo condono che, almeno a giudicare dai precedenti, non porterà molti soldi nelle casse dello Stato.

Poiché, fatti e rifatti, i conti non tornano, un giorno Salvini dice che bisogna sforare il tetto dell’impegno preso con la Commissione Europea all’insegna del “prima gli italiani”. Il giorno dopo annuncia che, meglio di no, bisogna soltanto sfiorare quel tetto. Di Maio non sembra riuscito a escogitare verbi migliori cosicché se la prende con il suo Ministro dell’Economia Giovanni Tria, imponendogli di trovare i soldi. Con il Presidente del Consiglio, al quale dovrebbe spettare la parola decisiva, che si barcamena, è possibile una sola conclusione dotata di alta probabilità di realizzazione. Il balletto delle cifre continuerà durante e anche dopo l’approvazione della legge di bilancio, con la previsione di una manovrina primaverile prima delle elezioni europee. Gli impegni presi con gli italiani non saranno mantenuti e Cinque Stelle e Lega andranno alla caccia di un capro espiatorio: l’Unione Europea, i burocrati e tecnocrati di Bruxelles.

Pubblicato AGL il 21 settembre 2018

Non piccoli “fascisti”, sono solo manipolatori furbetti da smascherare #gialloverdi

George Orwell avrebbe subito sarcasticamente denunciato l’uso della neo-lingua ad opera dei gialli e dei verdi di lotta e di governo. La “pace fiscale” è un condono mascherato, se preferite, un concordato che, ovviamente, favorisce gli evasori e diseduca i cittadini. La tassa piatta, se è tale, è anticostituzionale (“il sistema tributario è informato a criteri di progressività”); se contempla scaglioni, ovviamente, non è flat, ma gibbosa. È un governo non di “fascisti” piccini piccini, ma di manipolatori furbetti furbetti.

Doppio stop per le destre nel voto UE

Non so se le due importanti votazioni di ieri sono state il canto del cigno di un Europarlamento nel quale i rappresentanti dei partiti europeisti eletti nel maggio 2014 godono di un’ampia maggioranza. Però, sono sicuro che quei due voti hanno rincuorato tutti i sinceri europeisti incoraggiandoli a fare una campagna elettorale molto dinamica e propositiva in vista delle elezioni di fine maggio 2019. Due terzi degli Europarlamentari hanno finalmente deciso che colossi come Google e come Facebook non possono appropriarsi di quanto appare nella stampa e di quanto prodotto da chi scrive e canta musica, facendoli propri e traendone grandi, persino ingenti, vantaggi economici. Proteggere il copyright esigendo adeguate ricompense non è soltanto cosa giusta, ma contribuisce anche alla buona comunicazione politica (sociale, economica e culturale) consentendo ai piccoli che hanno cose da dire di non venire strangolati e schiacciati da colossi il cui interesse alla buona politica e alla buona società sfugge a me come alla grande maggioranza degli europarlamentari di ventotto Stati-membri dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, l’Europarlamento ha votato stigmatizzando gravi e persistenti violazioni dello Stato di diritto ad opera del governo del Primo ministro ungherese Viktor Orbán. Più di due terzi di europarlamentari hanno ritenuto convincente la risoluzione presentata dalla verde olandese Judith Sargentini, non contro l’Ungheria, ma contro i comportamenti e la legislazione di quel governo per imbavagliare i mass media, “normalizzare” le università, a cominciare dalla Central European University, fondata e finanziata dal banchiere di origine ungherese George Soros, reprimere l’opposizione. Certo, il rifiuto sprezzante del Primo ministro ungherese di accogliere i migranti “redistribuibili” ha complicato la sua situazione.

Nonostante qualche tentennamento, il Partito Popolare Europeo al quale Orbán porta molti voti e seggi ha tenuto la barra. Da un lato, i Popolari austriaci hanno votato per le sanzioni e la libertà di coscienza non ha prodotto defezioni rilevanti. Dall’altro, però, Forza Italia ha rinsaldato da posizioni di debolezza un deplorevole asse sovranista con la Lega di Salvini. Brutto segno, ma forse chiarificatore, per tutti quelli che in Italia si illudono di costruire un vasto arco/fronte di europeisti veri e sinceri da contrapporre alla Lega sovranista-populista anti-europeista alla quale sta lavorando Salvini. Le Cinque Stelle hanno esibito un’altra volta un comportamento schizofrenico, votando per sanzionare le violazioni ungheresi allo Stato di diritto, ma opponendosi alla protezione del copyright. Le dichiarazioni di Di Maio, che ha gridato alla censura (per Google e Facebook?) sostenendo che l’Europarlamento dovrebbe vergognarsi, appaiono imbarazzanti e preoccupanti. Per adesso, chi vuole un’Europa più democratica e più giusta può godersi due vittorie importanti di buon auspicio per il prossimo importantissimo Europarlamento.

Pubblicato AGL 13 settembre 2018

Il Governo e il peso di quegli applausi

Gli applausi di Genova al governo vanno contestualizzati e interpretati. Il contesto è che sia la città di Genova sia la Regione Liguria hanno maggioranze di centro-destra, ma anche una forte presenza del Movimento Cinque Stelle. Dunque, il governo giallo-verde riscuote già in partenza le simpatie politiche degli elettori liguri. Tuttavia, ciò che sicuramente è contato di più in quegli applausi è il comportamento degli esponenti del governo che ha incrociato le reazioni e le emozioni prevalenti. Con toni diversi, con qualche eccesso “giustizialista”, sia Di Maio sia Salvini, ma anche il Presidente del Consiglio Conte, hanno messo sotto accusa e, qualcuno direbbe, già condannato la società responsabile della manutenzione del ponte Morandi . Hanno altresì rimproverato i governi passati e le loro burocrazie per gli accordi con Atlantia e i mancati controlli. Infine, hanno annunciato la revoca del contratto, la richiesta di adeguati risarcimenti e l’intenzione di nazionalizzare la Società Autostrade per l’Italia. Poco importa ai fini della spiegazione degli applausi che le condanne definitive richiederanno l’intervento della magistratura, attendendo i suoi tempi, e che anche l’eventuale revoca non sarà affatto facile. Al funerale delle vittime, i “cavilli” giudiziari e burocratici sono passati in secondo piano rispetto alle buone intenzioni del governo giallo-verde. In qualche modo, gli uomini al governo hanno sottolineato due aspetti di assoluto rilievo che vanno contro vent’anni almeno di assuefazione neo-liberista. Primo: non è affatto scontato che i capitalisti siano più efficienti dello Stato né, meno che mai, che si curino degli interessi generali a scapito dei loro ingenti profitti. Secondo: esistono attività che per natura, importanza, impatto sulla collettività devono essere svolte dallo Stato e rispetto alle quali la responsabilità non può che essere assunta dai politici. Probabilmente, è proprio l’attribuzione al Partito Democratico, che ha governato negli ultimi cinque anni, della responsabilità dei mancati controlli e di arrendevolezza nei confronti di una grande impresa privata, che spiega, forse, persino giustifica, i fischi al segretario Martina, già Ministro dell’Agricoltura, e alla parlamentare genovese Roberta Pinotti, già Ministro della Difesa. Con affermazioni ancora troppo generiche, il governo giallo-verde, con la perplessità di Salvini, che conosce bene il suo elettorato lombardo-veneto di piccoli e medi imprenditori, sembra volere (ri-)costruire una situazione nella quale lo Stato sia regolatore attento e inflessibile del mercato e della concorrenza e persino torni a fare il gestore di alcune attività definite strategiche. Tanto le infrastrutture quanto la rete di comunicazioni di un paese si sono strategiche per il buon funzionamento del sistema economico e per la vita dei cittadini. Gli applausi di Genova sono interpretabili come invito al governo ad assumersi il compito di rilanciare il paese. Hic Genova hic salta.

Pubblicato AGL il 21 agosto 2018

Infelice ritorno al medioevo #vaccini

È giusto e opportuno che le due opposizioni (PD e Forza Italia) al governo giallo-verde sostengano, con argomentazioni talvolta diverse, che i punti centrali del programma economico: la flat tax della Lega e il reddito di cittadinanza, insieme non potranno essere realizzati. Però, è probabile che il Ministro dell’Economia Giovanni Tria piegherà i numeri in modo che la tassa non sarà del tutto “piatta” e che il reddito di cittadinanza includerà un numero non molto alto di italiani che ne avranno “diritto”. Nel frattempo, l’incertezza sulle misure del governo ha già fatto salire lo spread fra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani con la conseguenza che le spese degli interessi a carico dello Stato aumentano a scapito delle risorse necessarie proprio per la riduzione delle tasse e l’attuazione del reddito di cittadinanza.

Molto più gravi, invece, sono le indecisioni su due tematiche diversamente importanti, con impatti significativi, rivelatori di qualcosa che non attiene ai numeri, ma alla cultura e alla visione del paese che i due partiti al governo vorrebbero. Sia il TAP in Puglia sia la TAV in Piemonte sono opere pubbliche deliberate tenendo conto dell’impatto ambientale e dei benefici futuri non soltanto degli abitanti di quelle zone. Guardano avanti (e porteranno avanti). Respingerle significa certamente accettare la prospettiva della “decrescita” nell’espressione pentastellata, peraltro nient’affatto “felice”, forse rancorosa, probabilmente non condivisa, dicono i sondaggi, da una maggioranza popolare (alla faccia del populismo buono lodato dal Presidente del Consiglio Conte). Significa anche esprimere sfiducia in quello che la scienza delle costruzioni garantisce riguardo alle due opere. Né si può dimenticare che una parte ampia d’Europa si attende che l’Italia onori gli impegni presi.

Nel caso dei vaccini, il rifiuto della scienza è addirittura plateale. È sostanzialmente inconfutabile che i vaccini hanno debellato malattie, hanno salvato vite, sono essenziali. I distinguo, le proroghe, le prese di distanza, i richiami a presunte libertà e responsabilità personali rivelano una pessima concezione della vita organizzata. Il punto non è che i genitori si assumeranno la responsabilità delle malattie contratte dai loro figli non vaccinati. È, invece, che bambini non vaccinati diventerebbero portatori di malattie che infetteranno altri bambini. Non è questione di responsabilità “personale”, ma di responsabilità nei confronti di coloro che vivono nella stessa società, e senza esagerazioni, data la rapidità delle comunicazioni, si può aggiungere nello stesso mondo. I numeri dell’economia sono, in qualche modo, riconducibili ad un disegno e ad accordi, lo scontro sulla scienza è quasi uno scontro di civiltà. Su questo terreno le opposizioni debbono essere assolutamente intransigenti. Chiuderò in maniera retorica: il ritorno al Medioevo è dietro l’angolo.

Pubblicato AGL il 7 agosto 2018

La democrazia racchiusa in un solo click

Non c’è dubbio: Davide Casaleggio ha vinto il primo round. Per tre giorni di seguito, mass media, commentatori politici, dirigenti di partito hanno discusso la sua affermazione: forse, il parlamento non sarà più necessario per (cito dalla sua intervista) “garantire che il volere dei cittadini venga tradotto in atti concreti e coerenti”. Poiché, cito di nuovo, “esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività del volere popolare di qualunque modello di governo novecentesco, il superamento della democrazia rappresentativa è quindi inevitabile”. E giusto discutere con Casaleggio e replicargli poiché è a capo del Movimento Cinque Stelle, lo schieramento che ha ottenuto di gran lunga più voti e più seggi nel “modello di governo novecentesco” che esiste in Italia. Se si avverasse la sua profezia che fra qualche lustro il Parlamento “non sarà più necessario”, quali saranno gli strumenti di democrazia diretta non solo più efficaci, ma più democratici?. Non è chiaro come Casaleggio valuti l’efficacia: una decisione presa il più rapidamente possibile? Una decisione che consegua l’obiettivo voluto? La democraticità sembra più facile da valutare: una decisione presa dal maggior numero possibile di cittadini? Forse anche dalla maggioranza più elevata possibile. Così ricompare il miraggio, totalitario, dell’unanimità, della volontà generale di Rousseau. Quanti cittadini parteciperanno alla decisione telematica? Oggi ci preoccupiamo del declino dell’affluenza alle urne, ma quale sarà la percentuale di votanti con i loro click sufficiente a considerare la decisione effettivamente democratica? Sappiamo che la maggioranza dei cittadini-elettori non è molto interessata alla politica e non è abbastanza informata sulla politica. Sappiamo anche che tocca ai rappresentanti, più interessati alla politica e più informati (anche se oggi meno che nel passato quando i partiti selezionavano i rappresentanti), prendere le decisioni al meglio delle loro conoscenze, cercando di interpretare le preferenze del maggior numero di elettori, anche perché, giustamente, vogliono essere rieletti. Oggi, le elezioni parlamentari sono libere, condotte in condizioni di accettabile parità, competitive, sotto gli occhi dei mass media. Sulle procedure di scelta delle candidature e di decisione sui programmi attraverso la piattaforma Rousseau poco o niente sappiamo. La trasparenza che le Cinque Stelle chiedono a gran voce non l’hanno mai applicata alle loro attività. Quali saranno i controlli possibili nella democrazia telematica che avrà superato la democrazia rappresentativa? Infine, ma davvero la concezione di democrazia di Casaleggio è così scarna e povera da ridursi al momento della decisione “sì/no”? Chi e come avrà istruito le decisioni? Come saranno ascoltati i pareri e le opinioni degli esperti, degli scienziati, dei “baroni dell’intellighenzia”? Quali decisioni nella società complessa, certamente non destinata a sparire, sono effettivamente riducibili a un “sì/no”? Tutto nella prossima intervista.

Pubblicato AGL il 26 luglio 2018

Caro Casaleggio, il Parlamento serve eccome!

 

Parla Pasquino

Il Parlamento rappresenta il Paese, consente confronti fra governo e opposizione, è luogo di dibattiti che producono informazioni. Il commento di Pasquino, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e autore di Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea editore

“Forse in futuro il Parlamento sarà inutile”. Sembra che queste siano le parole pronunciate da Davide Casaleggio. Non arriva per primo a questa conclusione. È persino troppo buono poiché altri sostengono addirittura che il Parlamento è dannoso. Impedisce ai governanti di decidere rapidamente e di fare attuare senza fronzoli le loro decisioni. No, non li rincorrerò gli anti-parlamentaristi. Sono troppi, esistevano prima di Mussolini, continueranno a esistere anche dopo le Cinque Stelle.

Fanno parte dell’autobiografia dell’Italia, di quell’Italia, che è tanta, che non solo non conosce la Costituzione (ma potrebbe essere obbligata a studiarla), ma meno che mai si interessa delle istituzioni. Deprimenti sono sempre le risultanze delle ricerche sulle conoscenze istituzionali degli elettori italiani, ma anche dei troppi commentatori politici che lamentano il tramonto o l’eclissi del Parlamento qualora tramontasse la sua perdita di centralità poiché non fa più le leggi.

È molto probabile che Casaleggio attribuisca l’inutilità prossima ventura del Parlamento proprio alla non necessità che il Parlamento faccia le leggi. Saranno prodotte in tempi molto più brevi senza troppe discussioni dalla piattaforma Rousseau. Qui, si affaccia l’incultura costituzionale di Casaleggio e di  troppi commentatori e cittadini.

Lo dirò brutalmente: il compito principale dei parlamenti nelle democrazie contemporanee non è quello di fare le leggi. Ancora più brutalmente scriverò che in pratica le leggi le fanno i governi, con un’unica eccezione: il presidenzialismo Usa nel quale le leggi le fa il Congresso, e che è persino giusto che sia così. I dati rilevano che dappertutto ogni cento leggi approvate come minimo ottanta sono di origine governativa. Un buon Parlamento analizza, emenda, migliora, ma non diventa per questo il facitore delle leggi. Legiferando è il governo che attua il programma sottoposto all’elettorato sul quale ha ottenuto consenso maggioritario.

Uscendo dal Parlamento che mai fu legislatore, troviamo, però, compiti importantissimi che nessuna piattaforma e nessuna altra istituzione può svolgere. Dove la legge elettorale è buona, il Parlamento rappresenta il Paese (è rappresentanza politica, non sociologica, non rispecchiamento), consente confronti fra governo e opposizione, è luogo di dibattiti spesso importanti che producono informazioni. Un Parlamento può funzionare male, ma, sicuramente, non è obsoleto, non è inutile, non è neppure irrilevante. Non sarà mai sostituito da frotte di click che abbracciano una piattaforma controllata da poche persone.

Pubblicato il 23 luglio 2018 su formiche.net

È possibile immaginare un altro PD

Detto che Maurizio Martina è diventato il settimo segretario del Partito Democratico dal 2007 e detto che il due volte ex-segretario Renzi ha fatto un intervento rancoroso tutto rivolto al passato minacciando un futuro vendicativo, che cosa si può e si deve aggiungere a quanto avvenuto nell’Assemblea del PD? Una sola, vera decisione è stata presa: il prossimo segretario sarà eletto nel febbraio 2019. Saranno gli iscritti e i simpatizzanti a scegliere fra, sembra, almeno tre candidati: lo stesso Martina, il governatore del Lazio Zingaretti, forse un renziano a tenere alta la bandiera delle battaglie perse e di un partito che non ha funzionato. Nell’Assemblea è mancata, ma dovrà pur emergere nel corso della campagna per l’elezione del prossimo segretario, una riflessione su due punti qualificanti: che tipo di partito, che tipo di opposizione. Martina ha indicato quattro elementi indispensabili: idee, persone, strumenti, progetti. Nessuno è entrato nei dettagli, ma è stato facile riscontrare una battaglia fra persone tutta all’interno del partito, con Renzi in testa a criticare il falso nueve Gentiloni, da lui incoronato, ma al quale spesso proprio lui non ha passato il pallone; l’ex-capogruppo al Senato Luigi Zanda; l’ex-capo della minoranza interna Gianni Cuperlo. È stata, in troppo larga misura, una resa dei conti che non serve in nessun modo a ristrutturare il partito. Martina ha almeno sottolineato che un partito di sinistra -ma vogliono il PD e i suoi elettori costruire un partito effettivamente di sinistra?-deve preoccuparsi delle diseguaglianze. Nessuno ha detto, però, con quali idee, con quali persone, con quali strumenti, con quale progetto. Per dirla in politichese, sul territorio il Partito Democratico è presente a macchioline di leopardo. Qualcuno, le Cinque Stelle e la Lega, l’hanno, per richiamare un infausto detto di Bersani, ampiamente smacchiato. Sul territorio si riproducono quasi le stesse divisioni personalistiche del centro, con qualche eccezione di donne e uomini ambiziosi e manovrieri che hanno abbandonato lo schieramento renziano. Nessuno ha parlato di cultura politica che, oramai svelatasi totalmente fallita la contaminazione fra pallide e esangui culture riformiste del passato, dovrebbe scaturire, almeno in parte, dalle riflessioni di intellettuali sbeffeggiati dai renziani e certamente non ascoltati e meno che mai “corteggiati” dagli oppositori interni. Nessuno, infine, ha detto che una cultura politica può trovare modo di formarsi e di esprimersi proprio nel fuoco di una sana battaglia parlamentare di opposizione. È nel “respingimento” dei disegni di legge improntati a repressione, populismo, anti-politica, anti-parlamentarismo e, nient’affatto, per ultimo, da anti-europeismo, che un partito di sinistra deve cercare di ridefinire la sua cultura per sé, per i suoi quadri, i suoi dirigenti, i suoi parlamentari e, persino, ma qui sta la funzione nazionale di quel partito, per l’elettorato. Non sarebbe poco.

Pubblicato AGL 10 luglio 2018