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Italicum, no; Europaeum, sì

Prefazione a Simone Nardone, Dal Porcellum alla Terza Repubblica. Dieci anni di storia politico-elettorale dell’Italia 2005-2015, Streetlib, pp. 5-10

Scoprire che la legge elettorale n. 270 del dicembre 2005, fortemente voluta e approvata dal centro-destra, giustamente definita Porcellum, ha soltanto una volta su tre, nel 2008, prodotto una cospicua maggioranza in entrambe le camere, pur riducendo il numero degli sgangherati partiti italiani, è sufficiente per darle una valutazione negativa, argomentata, netta e severa. Vale anche la pena di aggiungere che in poco più di tre anni quella cospicua maggioranza berlusconiana, incapace di riforme, è tristemente evaporata. Fa bene Simone Nardone a documentare sia gli esiti delle tre tornate elettorali, 2006, 2008, 2013, nella quale il Porcellum è stato utilizzato. Fa altrettanto bene a rilevare quanti tentativi sono stati malamente e sfortunatamente effettuati per riformare quella legge, in particolare, i referendum per mancanza di quorum procurata dal centro-destra. Qui, in sede di presentazione e di commento, credo opportuno fare due rilievi di fondo. Primo rilievo, i tentativi di riforma sono stati tutti caratterizzati da un elemento centrale: costruire quella specifica legge elettorale che prometteva di dare vantaggi al partito e al leader di riferimento dei sedicenti riformatori. Insomma, da una legge con altissimo contenuto partigiano, come il Porcellum, si va verso una legge a contenuto partigiano meno visibile, ma sostanzioso. Secondo rilievo, in verità, i tentativi riformatori non sono mai stati condotti né con grande convinzione né con sufficiente competenza.
Non è una novità sottolineare che a qualsiasi dirigente di partito e di corrente fa oltremodo comodo disporre di una legge elettorale che consente, con (ir)ragionevole approssimazione, di nominare i propri parlamentari. Costoro saranno poi assidui, devoti, subordinati fino al servilismo, alla faccia dell’assenza di vincolo di mandato, poiché praticamente tutti (e tutte: omaggio ad una malposta e peggio interpretata parità di genere) desiderano fortemente essere rinominati/e. Dunque, nessuno di quei parlamentari sfiderà quella legge. Cosicché non sorprende che sia toccato alla Corte Costituzionale fare i conti con il Porcellum. Dopo più di un decennio di incerta, e, talvolta, irritante, giurisprudenza, la mutata composizione della Corte ha portato finalmente ad una decisione sufficientemente chiara e, per chi sa leggere, argomentata in maniera stringente.
Il Porcellum presenta due evidenti profili di incostituzionalità: 1) l’eccessiva entità del premio di maggioranza (e la differenza nelle modalità di attribuzione fra Camera e Senato) che distorce oltre ogni logica l’esito del voto; 2) l’esistenza di liste bloccate. Il primo profilo cozza in maniera esagerata e ingiustificabile contro il principio dell’eguaglianza del voto. Il secondo profilo comprime drasticamente il potere dell’elettore il quale, in sostanza, non può fare altro che scegliere un partito, ma non può in nessun modo scegliere il suo rappresentante in Parlamento. Ben poca cosa è la “sovranità” popolare quando si riduce a tracciare una crocetta su un simbolo di partito. Troppa, invece, è la sovranità democratica, cioè del popolo, di cui si sono appropriati i dirigenti di partito e di corrente nominando i loro parlamentari, uomini e donne. Addirittura esagerata è la quantità di sovranità perduta dai cittadini-elettori, quando, come abbiamo rapidamente appreso dai tempestosi rapporti fra i parlamentari del Movimento Cinque Stelle e i loro due leader extraparlamentari Grillo e Casaleggio, costoro impongono il vincolo di mandato e lo traducono autoritariamente, non autorevolmente, nell’esercizio dell’espulsione.
Qui, inevitabilmente, sono costretto, ma lo faccio molto volentieri, ad andare oltre l’argomento trattato da Nardone. Sono sicuro che il lettore (anche nella sua veste di elettore e di cittadino che vuole saperne di più) si chiederà se la proposta di riforma formulata da Matteo Renzi risponda efficacemente alle obiezioni formulate dalla Corte Costituzionale alla legge tuttora vigente. La risposta è chiaramente negativa. Infatti, il cosiddetto Italicum continua a presentare liste bloccate, ancorché corte. Quindi, non consente in nessun modo agli elettori di scegliersi i loro rappresentanti. Incidentalmente, l’espressione di un unico voto di preferenza è stata approvata in un importante referendum popolare nel 1991, quello che diede inizio alla stagione riformatrice. E non è vero che sarebbe automaticamente preda di “scambio” e di corruzione, entrambe le fattispecie essendo, finalmente, sanzionate in maniera severa nella legge Severino. Poi, diamine, la soluzione migliore esiste, eccome: i collegi uninominali.
Quanto al premio di maggioranza, continua a essere cospicuo, minimo novanta seggi, anche nell’Italicum, e quindi a non rispondere all’obiezione della Corte relativa all’esagerata disproporzionalità. L’unico miglioramento in materia è quasi casuale, comunque soltanto eventuale. Qualora, accadimento che auspico, nessuna delle coalizioni raggiungesse il 37 per cento dei voti, si dovrà andare al ballottaggio fra le due coalizioni più votate. In questo modo, almeno, l’elettore potrebbe trovarsi a scegliere davvero la coalizione che lo governerà e a conferire consapevolmente quel premio. Disporrà di un voto pesante e decisivo.
Mi pare opportuno aggiungere, non soltanto per completezza di informazione, che il ballottaggio fra coalizioni costituisce uno dei punti di forza della proposta di riforma elettorale che il 4 luglio 1984 presentai nella Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali, detta Bozzi dal nome del suo Presidente il deputato liberale Aldo Bozzi. Ne esiste un testo scritto e pubblicato e la si può ritrovare anche nella Relazione di Minoranza dei Senatori Eliseo Milani e Gianfranco Pasquino (della quale, va da sé, sono molto fiero).
Nell’eventuale ballottaggio, potrebbe persino succedere che Grillo arrivi a capire che, nelle democrazie parlamentari, la costruzione di coalizioni è l’arte della politica e decida di offrire questa opportunità ai suoi elettori e a tutti coloro che cercano alternative che rimettano in moto una dinamica competitiva che non passa soltanto attraverso manipolabili reti telematiche. Non indugio sul prezzo che il Movimento Cinque Stelle dovrà pagare poiché sono interessato a sottolineare l’aumento del potere degli elettori, sia di coloro che hanno già scelto le Cinque Stelle sia di coloro che non gradiranno le altre due probabili coalizioni. Rimane, però, che, in buona sostanza, l’Italicum è soltanto un piccolo Porcellum, vale a dire, un porcellinum che non accresce per nulla il potere degli elettori. Se non sarà il Presidente della Repubblica a rinviare questa brutta legge elettorale al Parlamento, dovrà provvedervi, per evitare la perdita di credibilità, la stessa Corte Costituzionale.
Nardone analizza le proposte recenti, macchiate, come ho già notato, da partigianeria e anche da colpevole ignoranza dei precedenti. Il difetto più grave degli improvvisati riformatori elettorali è la loro intollerabile presunzione. Pensano di sapere fare meglio di quanto è stato fatto, e funziona da tempo, nelle democrazie parlamentari e semipresidenziali europee. Procedono a contaminazioni che fanno inorridire, che producono indigeribili marmellate di sistemi diversi fra di loro, applicati in contesti costituzionali troppo distanti da quello italiano. Nessuno, poi, si cura del potere degli elettori che deve essere la stella polare di qualsiasi riformatore elettorale. Insomma, Nardone ci porta fino a dove siamo arrivati, ma leggendo fra le righe, esercizio che consiglio anche ai lettori, si vedrà che con quello che è stato finora elaborato, non andremo da nessuna parte.
No, non cadremo dalla padella nella brace. Resteremo nella padella, forse una padella appena ridotta di dimensioni, ma ancora manovrata dai partiti, ovvero dai loro capi. Non è una bella prospettiva. Se, qualcuno vorrà poi anche chiedersi perché siamo male governati e peggio rappresentati, mentre Francia e Germania, ma anche Spagna e Svezia funzionano molto meglio dell’Italia, sappia che parte, probabilmente grande parte, della differenza è data dal fatto che quei sistemi politici hanno leggi elettorali non truffaldine, ma sane che conferiscono reale potere ai loro cittadini. Dal libro di Nardone vorrei fare scaturire, per quanto indirettamente, anche il suggerimento che guardare oltre le Alpi è preferibile a guardare a formulette provinciali, appropriatamente definite “italiche”. Meglio, molto meglio un “Europaeum”.

Bologna, 25 marzo 2014

Gianfranco Pasquino

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Il bicchiere mezzo pieno di Matteo

Il bicchiere da lui ricevuto da Enrico Letta nella gelida cerimonia di passaggio delle consegne il 22 febbraio 2014 era, ha fatto capire il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, sostanzialmente vuoto. Quel bicchiere, ha detto e ripetuto in maniera molto compiaciuta, non soltanto è mezzo pieno, ma va riempendosi, giorno dopo giorno, di contenuti, in Italia, in Europa, sullo scacchiere internazionale dove operano i soldati italiani. Esposte le cifre che, se non scaldano i cuori e non fanno parte dei sogni, ha detto Renzi con qualche volo pindarico, meritano di essere declinate e declamate per sconfiggere tutti quelli che dal Jobs Act all’Expo, dagli 80 Euro alla Buona Scuola, preconizzavano, “non ce la farete”, bisogna concentrarsi sulle sfide. In maniera estremamente puntigliosa, Renzi è andato all’attacco dell’Europa, in particolare della Commissione Europea e, più che della Cancelliera Merkel, della politica privilegiata della Germania. Ha rimproverato a entrambe, Commissione e Germania, un’interpretazione delle regole e della flessibilità alquanto squilibrata. Ha sostenuto che l’Italia sta facendo tutto quello che dovrebbe rispettando criteri e parametri. Non incalzato dai giornalisti, ha, da un lato, dimenticato di sottolineare il ruolo importante di Federica Mogherini, quale Alto Commissario per la politica estera dell’UE; dall’altro, non ha dovuto spiegare perché agli occhi di molti europei neppure l’Italia di Renzi risulti ancora davvero affidabile. Eppure, non esiste nessun tappeto sotto il quale è possibile nascondere il macigno dell’immenso debito pubblico italiano che il suo governo non ha ridotto e neppure significativamente aggredito.

Nella puntigliosa e opportuna rivendicazione delle riforme fatte, per alcune delle quali ha promesso una rapida emanazione dei decreti attuativi, Renzi ha dato grande spazio alla ridefinizione del Senato più che alla riforma elettorale (che sta trovando molti inaspettati, non necessariamente tecnicamente preparati, sostenitori, sulle pagine di alcuni grandi quotidiani nazionali). Ha anche preannunciato che le riforme saranno consacrate da un referendum costituzionale, in verità praticamente un plebiscito sulla sua persona, che, nel caso di una sconfitta, segnerebbe la fine della sua carriera politica. Comunque, ha assicurato, questa carriera terminerà dopo il secondo mandato da Presidente del Consiglio. Ci sarà per lui altro, non specificato, da fare. Quanto al rischio che per il segretario del Partito Democratico comporteranno le elezioni amministrative, in particolare in alcune grandi città: Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna, Renzi se l’è cavata alla grande, rivalutando in toto il ruolo delle primarie che da lui e da qualcuno del suo entourage sembrava messo in forte discussione. Insomma, il segretario del PD consegna quella che potrebbe diventare una patata bollentissima agli elettori delle primarie e ai candidati. Il governo viene così tenuto al riparo da eventuali incidenti di percorso resi possibili dall’inadeguato controllo sul partito che Renzi non ha saputo finora acquisire.

Sullo sfondo si staglia il protagonista probabile di “incidenti” elettorali vari: il Movimento Cinque Stelle, l’unico concorrente più volte menzionato in forma pesantemente, ma in taluni casi giustificatamente, critica. Eppure, le Cinque Stelle si sono anche rivelate interlocutrici parlamentari in grado di sbloccare situazioni ingarbugliate come quella dell’elezione dei giudici costituzionali. A fronte del disfacimento di quella che fu l’ampia area del berlusconismo sociale, culturale, elettorale e parlamentare, soltanto le Cinque Stelle potrebbero mettersi di traverso e ostacolare il cammino disegnato da Renzi con toni quasi trionfalistici. Giustamente, nella conferenza stampa il Presidente del Consiglio ha fatto prevalere il compiacimento su qualsiasi preoccupazione. Con non poche buone ragioni che anche i gufi sanno vedere e che toccherà al 2016 sottoporre a verifica. Cin cin.

Pubblicato AGL il 30 dicembre 2015

Cosa insegna la Spagna. Matteo è ignorante: il suo modello non rispetta la volontà popolare

Il fatto

Con l’esito di questo voto, preannunciato dai sondaggi, la Spagna è diventata in un certo qual modo europea. Non è più una nazione con due grandi partiti a dominare la scena, come era avvenuto negli ultimi 35 anni: ora ha anche altre due formazioni nella Camera bassa, Podemos e Ciudadanos. Ed è lo stesso schema che ritroviamo nel resto del continente, dove non si trovano Paesi con il bipartitismo. Ora la Spagna dovrà imparare quella che Roberto Ruffilli (politologo e parlamentare della Dc, ndr) chiamava la cultura delle coalizioni.

Attenzione però, chi celebra l’Italicum come soluzione all’ingovernabilità dà un segnale di ignoranza assoluta. Gli elettori votano in base ai sistemi elettorali, usano le regole date.

In uno scenario diverso, probabilmente molti elettori di Podemos avrebbero scelto i socialisti per mandarli al ballottaggio, o viceversa. L’Italicum rimane una legge proporzionale fortemente distorsiva della rappresentanza popolare, anche perché al secondo turno costringe tanti cittadini a fare una scelta forzata rispetto al primo voto dato. Quanto ai paragoni tra 5Stelle e Podemos, sono impropri: quello di Iglesias è di fatto un partito.

Pubblicato il 22 dicembre 2015

La partita vincente dei cinque stelle

Non appena i dirigenti di partito, che erano i veri e unici responsabili del blocco del Parlamento e delle trentuno fumate nere, hanno raggiunto un accordo sui candidati alla Corte Costituzionale, preso atto che il compromesso era anche qualitativamente accettabile, i parlamentari lo hanno approvato con il loro voto. La lezione istituzionale è importante ed è opportuno che rimanga a futura memoria. Per l’elezione di cariche di vertice è preferibile che governo e capipartito non ingaggino prove di forza per piegare il Parlamento, che ha il compito istituzionale di controllarli. Piuttosto, dovrebbero regolarmente sondarne le opinioni e tenerle in grande conto poiché anche il peggiore dei parlamenti “rappresenta la nazione”. La lezione vale anche per i Presidenti Grasso e Boldrini ai quali spetta, non blandire i troppi anti-parlamentaristi in giro per l’Italia (e nelle redazioni dei giornali), ma valorizzare le Camere da loro presiedute.

Seppure alquanto tardivamente, Renzi è stato costretto a prendere atto che da una parte numerosa dei parlamentari saliva la richiesta di cambiare candidature negoziate in maniera opaca. Ha fatto buon viso a cattivo (ma da lui iniziato e guidato) gioco, riuscendo a vincere, ma soltanto parzialmente. Voleva fare l’en plein, ovvero eleggere tre giudici costituzionali tutti disposti a sostenere a corpo morto sia l’Italicum sia il pacchetto delle riforme costituzionali. Ha resuscitato furbescamente il Patto del Nazareno offrendo la nomina di un giudice a Berlusconi che ci è cascato. Quando è divenuto evidente che l’opposizione del Movimento Cinque Stelle e le inevitabili differenze d’opinione nel centro-destra, ma anche dentro il PD, avevano portato ad uno stallo, ha repentinamente buttato a mare il Nazareno rivelando al contempo la debolezza di Berlusconi e l’incapacità dei due capigruppo parlamentari di Forza Italia. Pur di salvaguardare il suo candidato, Augusto Barbera, fautore senza se e senza ma delle posizioni più oltranziste a favore delle riforme, Renzi ha dovuto concedere un giudice alle Cinque Stelle e accettare un nome nuovo, Giulio Prosperetti, il meno schierato di tutti.

Adesso, immaginare un asse Renzi-Grillo capace di durare nel tempo è davvero fantapolitica. Da un lato, infatti, sia Renzi sia le Cinque Stelle hanno mirato soprattutto ad un successo immediato e specifico più facile da rivendicare per le Cinque Stelle. Dall’altro, Renzi ha voluto dimostrare di essere più spregiudicato di tutti e oramai libero da qualsiasi accordo con Berlusconi il quale, peraltro, già in seguito alla non concordata elezione di Mattarella avrebbe dovuto essere molto più cauto e sospettoso. Le Cinque Stelle hanno evitato che alla Corte andassero tre uomini o, come li hanno definiti loro, tre “soldati” di partito. Hanno anche concretamente dimostrato di avere imparato a inserirsi efficacemente nelle complesse e delicate manovre parlamentari. E’ possibile che sia Renzi sia le Cinque Stelle ricorrano ancora a convergenze “parallele”, specifiche su altre materie, certo non sull’Europa, ma forse sul reddito di cittadinanza. A causa della nuova legge elettorale, però, entrambi sono assolutamente consapevoli che sono destinati a rimanere alternativi. E’ da escludere che al ballottaggio riesca ad arrivare il disastroso frammentato schieramento di centro-destra. Pertanto, lo scontro a venire sarà fra il Partito Democratico, che sicuramente rivendicherà le riforme fatte e il Movimento Cinque Stelle, che vorrà criticarle a fondo, avendo anche un’altra freccia al suo arco: quella di continuare a rappresentare un’alternativa di sistema, vale a dire a tutta la politica del governo Renzi, incluso il controverso salvataggio di alcune banche, e alle sue molte, forse troppe, rottamazioni mancate.

Pubblicato AGL il 18 dicembre 2015

Cose di tutti i colori

La Cosa rossa, vale a dire Sinistra Italiana, arriva buona ultima (vorrei anche ingenerosamente scrivere “come succede spesso alla sinistra”) nel processo di frammentazione del Parlamento italiano seguito alle elezioni del febbraio 2013. Renzi cercherà anche di costruire, un po’ avventatamente e velleitariamente, il Partito della Nazione, ma in Parlamento si troverebbe circondato da staterelli di varia provenienza, dimensione e utilità. Ha cominciato la Cosa bianca di Alfano che preferì il governo di Renzi piuttosto che l’opposizione senza sbocco di Berlusconi. Poi, qualcuno dei parlamentari di Alfano è tornato all’ovile del pastore di Arcore. Altri sono alla ricerca di strade che conducano a una prossima ricandidatura sicura. Alcuni parlamentari delle Cinque Stelle sono stati espulsi, altri se ne sono andati trovando accoglienza nel PD, un paio è entrato adesso nella Sinistra Italiana, nessuno ha pensato di fare una Cosa gialla (che, peraltro, esiste in qualche realtà locale). Da Forza Italia alcuni parlamentari sono andati con Fitto a fare una Cosa confusa. Da ultimo, di rilievo, è la comparsa, decisiva per l’approvazione della riforma del Senato, della vigorosa Cosa Verdina (di Denis). Difficile dire quante di queste cose ovvero, più pomposamente, formazioni politiche sopravviverà fino al 2018, data delle prossime elezioni politiche, e quante correranno da sole nel tentativo di superare la soglia del 3 per cento e di entrare nella Camera dei deputati. Interessante rilevare che il partito/gruppo parlamentare più solido è finora stata la Lega di Salvini.

Sappiamo che tutti i parlamentari nomadi e transumanti, trasformisti, si appellano all’art. 67 della Costituzione e solennemente affermano di essere legittimati ad agire “senza vincolo di mandato”. Purtroppo, eletti sulle liste bloccate del Porcellum, sono in grado di evitare qualsiasi valutazione personalizzata del loro operato da parte degli elettori. Eventualmente rinominati da dirigenti di partito, dai quali vorranno/dovranno tornare, avranno pochi incentivi a raccontare la loro storia di parlamentari movimentisti/trasformisti. Di qui, da questi comportamenti e dall’impossibilità per l’elettorato italiano di valutarli limpidamente e di punirli a ragion veduta, nasce la crisi di rappresentanza. Ne consegue anche l’insoddisfazione diffusa che porta molti elettori nell’astensione e altri a scegliere alternative estreme. Il Movimento Cinque Stelle è stata la più visibile e la più premiata delle alternative estreme. E’ anche probabile che continuerà a esserlo.

Unitamente all’opportunismo dei parlamentari, esiste un altro potente, ma un po’ assolutorio, fattore esplicativo dei loro comportamenti: la natura dei partiti italiani. Gradualmente, i partiti italiani sono tutti diventati partiti personalisti, tenuti insieme non da un’ideologia (parola grossissima), non da una visione dell’Italia che vorremmo, non da un programma fatto di poche e chiare priorità, ma dall’ossequio al leader (Berlusconi, Grillo, Renzi, Salvini) Grati al leader che li ha “nominati” parlamentari, ma irritati per non essere ascoltati e messi ai margini al momento delle decisioni, molti, il loro numero a metà della legislatura, è già superiore a duecento, se ne vanno. I marchingegni elettorali passati, liste bloccate e premio di maggioranza, e futuri, ancora il premio di maggioranza più liste parzialmente, ma abbondantemente, bloccate, consentono ai leader di non preoccuparsi troppo delle defezioni dei parlamentari irrequieti.

Spesso bastonati e irrisi dal gruppo dirigente renziano, i parlamentari del PD che sono andati a dar vita a Sinistra Italiana si trovano ora in mare aperto insieme agli esponenti di quel che fu Sinistra Libertà Ecologia, la cui spinta propulsiva è finita da tempo. Spazio a sinistra del Partito di Renzi ce n’è ed è anche molto. Resta da vedere se Sinistra Italiana avrà la capacità di elaborare nuove idee, per l’appunto, di sinistra, o galleggerà in attesa di essere ri-cooptata.

Pubblicato AGL 8 novembre 2015

Da Chiamparino a Roma, tutti i “no” che bocciano Renzi

Il sussidiario

Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net

Le dimissioni di Chiamparino, il caso Marino e i ritardi della legge di stabilità rendono la vita più difficile al governo Renzi. Nel primo caso il governatore del Piemonte si è dimesso da presidente della Conferenza delle Regioni, anche se le dimissioni sono per ora congelate su richiesta degli altri governatori. Chiamparino ha però spiegato che le sue motivazioni ufficiali non sono i tagli alla sanità contenuti nella legge di stabilità, bensì il giudizio negativo fornito dalla Corte dei conti sul bilancio della Regione Piemonte. Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, intanto sembra voler andare al braccio di ferro in consiglio comunale. Mentre la legge di stabilità ha già accumulato sei giorni di ritardo. Ne abbiamo parlato con il politologo Gianfranco Pasquino.

Che cosa significano per Renzi le dimissioni di Chiamparino?
Certamente ci sono dei buoni motivi per queste dimissioni perché la legge di stabilità mi sembra abbastanza controversa sui punti più rilevanti, in primo luogo sul taglio della tassa sulla casa. Una figura come Chiamparino, che ha avuto dei doveri istituzionali come sindaco, sa che cosa vuole dire per il bilancio di un Comune il fatto di vedersi privato di quel gettito. Forse Chiamparino ha da ridire anche sul tetto all’utilizzo del contante elevato a 3mila euro. Le Regioni del resto hanno da ridire pure sulla riforma del Senato.

Il fatto che le critiche vengano da un renziano come Chiamparino significa che la legge di stabilità non convince neanche le figure più vicine al premier?
Non so fino a che punto Chiamparino possa essere definito renziano, perché ha una sua struttura politica personale da ormai almeno 20 anni.

Veniamo alla legge di stabilità. Da dove nascono i ritardi nell’iter della manovra?
È l’intero governo che sta lavorando all’insegna dell’improvvisazione, la vera cifra dominante di quanto il presidente del Consiglio ha fatto finora. Annuncia, dice, propone, suggerisce, e poi corregge ripetutamente in corso d’opera tutti i provvedimenti. Questo dunque non mi stupisce affatto, anche se non è un giorno in più o in meno a fare la differenza. E’ la sostanza che deve cambiare.

Secondo lei che cosa non va?
In primo luogo sono contrario all’abolizione delle tasse sulla casa, come pure alla scelta di elevare la quantità di contante utilizzabile da mille a 3mila euro. La commissione Ue ha più volte ribadito che, nell’abbassare le tasse, bisogna avere come obiettivo un aumento dell’occupazione. La riduzione dell’imposizione fiscale non deve essere cioè fine a se stessa.

Questa è una legge di stabilità di destra o di sinistra?
Non ci sono leggi di stabilità di destra o di sinistra nella loro interezza, ma soltanto manovre buone o meno buone. Quella approvata dal governo Renzi mi sembra non pessima, certamente, ma mediocre.

Anche da Roma vengono guai per il premier. Che cosa ne pensa del caso Marino?
Marino deve dare le dimissioni e mantenerle. Dopo di che il Pd romano, compreso Orfini, devono interrogarsi sulla loro capacità di ricostruire un rapporto con la cittadinanza e un partito decente a Roma. Il Pd romano evidentemente ha moltissimi problemi che non sono di oggi, ma che devono essere risolti al più presto.

Marino è stato spinto a dimettersi perché non riusciva a governare o perché dava fastidio?
Marino dava anche fastidio, dopo di che le sue capacità amministrative mi sono sconosciute. Ma soprattutto la sua convinzione di avere fatto cose decisive per Roma mi sembra eccessiva ed esagerata rispetto a quello che abbiamo scoperto e che ancora gli rimane da fare.

Che cosa comporta il caso Marino per il Pd?
Comporta il fatto che a Roma il Pd rischia davvero di perdere il sindaco a vantaggio dell’M5s, anziché di tornare a un’alternanza tra centrodestra e centrosinistra. Comporta inoltre che anche in altre realtà locali gli elettori penseranno che gli amministratori del Pd hanno dei problemi, e che tutto sommato è meglio mettere alla prova il Movimento 5 Stelle, proprio come affermano i suoi sostenitori.

Pubblicato il 23 ottobre 2015

La Festa delle Cinque Stelle UN PASSO VERSO BAD GODESBERG

Corriere di Bologna

I numeri della Festa delle Cinque Stelle a Imola, non molto alti, ma neppure deludenti, dicono soltanto una parte della storia. Riconosciuto a Gianroberto Casaleggio il ruolo di guru, Grillo s’è messo un po’ più su: elevato. Però, l’aspetto più importante è che, sostanzialmente, Grillo ha preannunciato che sta facendo qualche passo indietro. La sua figura e la sua leadership sono, deve essersene reso conto, da un lato, molto ingombranti, dall’altro, rischiano di rivelarsi un ostacolo sulla strada dell’avvento al governo. Sbagliando, Grillo ha detto che “governare” è una brutta parola e che lui preferisce “gestire” (gesticolare?), in italiano certamente una parola peggiore e fuorviante. La “voce dal sen sfuggita…” comunica che un MoVimento nato per protestare e contestare si trova alla svolta della vita. Infatti, la manifestazione delle Cinque Stelle a Imola ha acquisito una valenza di governo, inevitabile in una fase nella quale i sondaggi tutti concordi collocano il MoVimento al secondo posto nelle preferenze degli elettori. Questo significa che le Cinque Stelle andrebbero al ballottaggio con il Partito Democratico tant’è vero che gli artefici e i complici della brutta legge Italicum stanno già pensando a come rabberciarla prevedendo l’attribuzione del premio di maggioranza non più a una lista, ma a una coalizione. Inoltre, a Roma (e sui treni per il rientro in Toscana) c’è chi si arrovella su quale stratagemma congegnare per non indire le elezioni nella capitale in contemporanea con la tornata amministrativa di altre città in ordine d’importanza: Milano, Napoli, Torino, Bologna. L’election day fa risparmiare soldi, ma è giustamente percepito come molto pericoloso nel caso romano. Sulla capitale, i suoi scandali, le sue reti clientelari e affaristiche, le sue pesanti collusioni trasversali il Movimento Cinque Stelle punta con molte buone ragioni e molte frecce al suo arco tranne una: la presenza chiara di un’efficace candidatura a sindaco (problema che dovrà essere risolto, a suo tempo, anche per arrivare a Palazzo Chigi). Non ultima, c’è anche Bologna. Il vento del rinnovamento proprio non soffia in città. Semmai parecchi si muovono come banderuole, in particolare fra gli assessori che vengono licenziati oppure “licenziano” affermazioni sulle occupazioni, sull’ordine pubblico, sulla giustizia, che sarebbero molto discutibili se non fosse preferibile non discuterle per niente. Qui la sfida al sindaco uscente, con riluttanza ricandidato e, vedremo quanto, appoggiato dal suo partito, si presenta, grazie al ballottaggio, possibile. Tra non molto sapremo se Imola potrà essere considerata la Bad Godesberg, dove nel 1959 i socialdemocratici tedeschi si candidarono con un programma che abbandonava le rigidità del passato, delle Cinque Stelle.

Pubblicato il 20 ottobre 2015

Se Grillo fa un passo indietro il consenso può crescere

Il fatto

I sondaggi: MOVIMENTO CINQUE STELLE  +0.5

Il Movimento Cinque Stelle continua a recepire una protesta che ha ragioni fondate e strutturali, come abbiamo visto anche con il via libera al finanziamento ai partiti degli ultimi giorni. In secondo luogo, la maggior parte di loro, dopo un primo momento d’incertezza, ha dimostrato di aver imparato come si fa in parlamentare, penso a Roberto Fico, Luigi Di Maio, gli attuali capigruppo e altri. Hanno studiato e si stanno dimostrando competenti. Infine, il terzo motivo del loro successo è che sono davvero il nuovo che avanza. Mettono in campo una forma realmente diversa di politica, penso per esempio allo streaming, che attrae il voto dei più giovani. E di solito un ragazzo che vota per la prima volta non tradisce la sua scelta alla successiva, ma tende a ripeterla. Inoltre, aiuta anche il fatto che Beppe Grillo abbia fatto un passo indietro, lasciando emergere altre personalità. Il movimento non viene più percepito come Grillo-dipendente.
L’ex comico, infatti, se da una parte attrae molti consensi, dall’altra antagonizza lo scontro. Oggi invece vota Cinque stelle anche chi non ama Grillo proprio perché lui è più defilato. Infine mettiamoci anche il fatto che la cattiva politica e l’illegalità fanno sempre la loro fortuna: ogni inchiesta su esponenti di altri partiti fa aumentare i consensi del movimento.
Pubblicato il 18 ottobre 2015

II M5S è diventato adulto. Potrebbe anche governare

Il fatto

Intervista raccolta da Luca De Carolis per il Fatto Quotidiano

Il Movimento è cresciuto, si è fatto le ossa nei due anni e mezzo in Parlamento. E può vincere le prossime Politiche. Ma per riuscire a governare deve migliorare ancora, nei comportamenti e sulla politica estera. E deve fare i conti con il primo dei suoi limiti, il peso eccessivo di Grillo e Casaleggio. Così Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica presso l’università di Bologna.

Il M5S è in Parlamento dal febbraio 2013. In questi due anni e mezzo è cresciuto, rimasto con i suoi difetti o addirittura peggiorato?

Alcuni esponenti del Movimento hanno imparato che il Parlamento è un luogo complesso, e che non può essere domato solo con un’opposizione dura. Esponenti come Luigi Di Maio o Roberto Fico, che ricoprono cariche istituzionali, hanno appreso rapidamente le tecniche necessarie. Parlo ad esempio della capacità di maneggiare gli emendamenti.

Ha citato Di Maio. Molti lo indicano come il futuro candidato premier, e nei sondaggi è più popolare di Beppe Grillo. Perché?

Innanzittutto gode di molta visibilità, per il suo ruolo di vicepresidente della Camera, e perché va spesso in tv, dove ha dimostrato di saper parlare. In più appare come un giovane rassicurante. Terzo dato, l’impressione generale è che Grillo pensi proprio a lui per la presidenza del Consiglio.

C’è quella frase rivolta a Di Maio, scappatagli in conferenza stampa: “Maledetto, il leader sei tu”…

Esatto. Io però ho la sensazione che Grillo possa fare un’operazione diversa: puntare su un esterno, esperto, che possa sembrare affidabile.

Si è parlato molto di un ipotetico governo a 5Stelle. E l’orientamento pare quello di creare un esecutivo per metà di politici e per metà di tecnici.

La soluzione preferibile sarebbe sempre quella di un governo solo di politici, con esperienze amministrative alle spalle. Ma per realizzarla serve un partito strutturato. I 5Stelle dovranno per forza affidare alcuni ministeri a tecnici di peso. Penso a quello degli Esteri, o al dicastero dell’Economia.

E negli altri ruoli?

Fico potrebbe occuparsi delle Comunicazioni, e anche la senatrice Barbara Lezzi mi pare molto competente sull’economia. Poi, ovviamente, c’è Di Maio.

“La lista per il governo verrà votata sul web” ha promesso proprio Di Maio.

Io non mi limiterei a proporre un elenco, ma aprirei anche a nomi proposti dalla Rete.

Ha parlato della crescita del Movimento. Ma dov’è ancora carente?

Il punto debole principale rimane la politica estera. Per carità, è un tema complicato per tutta la politica italiana, ma le loro posizioni sull’Europa sono davvero controverse, e io non le condivido. E credo che al loro interno siano divisi sull’argomento.

Si spaccarono sull’alleanza con la destra di Nigel Farage nel Parlamento europeo.

Assolutamente sì. E mi pare normale che sia accaduto.

L’altro difetto storico era l’intemperanza in aula. Ma sembrano migliorati.

Sì, ma devono ancora crescere. Devono dimostrare fino in fondo di essere una forza di governo, esprimendo i loro argomenti senza volgarità o aggressività.

E nei Comuni? Come se la stanno cavando?

I sindaci sono sempre il prodotto dei territori. Detto questo, a Parma Federico Pizzarotti sta facendo un buon lavoro. E in generale tutti i loro amministratori sono molto attenti a non finire in situazioni di corruzione. Se la loro linea di trasparenza nelle città passa a livello nazionale, li aiuterà molto anche nelle Politiche.

Pizzarotti lavora bene a suo avviso: ma per i vertici del M5S è un dissidente, quindi un paria.

Grillo e Casaleggio sbagliano nei suo confronti. E il sindaco fa bene a tenere la sua linea di autonomia.

Un altro tema ricorrente è il cambio di regole nel M5S, anche per la selezione dei nuovi eletti. Non più il web come unico giudice, ma parametri più stretti. È davvero necessario?

Nelle prossime Parlamentarie non potranno permettersi di eleggere persone con 500 voti. E dovranno allargare con decisione alle ricandidature. I parlamentari esperti saranno fondamentali, anche per aiutare i nuovi arrivati. Servono norme coinvolgenti e trasparenti, per una platea larga.

E di quale “colore”? Il M5S è di destra e di sinistra?

E un movimento interclassista, e questa è la sua forza. Raccoglie soprattutto elettori da sinistra. Non è di destra, perché non vuole uno Stato forte, ma non è neppure Podemos.

Può davvero vincere?

Con questa legge elettorale sì. Il limite principale rimane sempre quello: dipendono ancora troppo da Grillo e Casaleggio. Se sbagliano loro, per il M5S sono dolori.

Pubblicato il 12 ottobre 2015

Un sindaco per amico

Corriere di Bologna

Amici/nemici è una distinzione classica almeno per una parte dei pensatori politici. Invece, coloro che fanno concretamente politica sanno di dovere tenere conto delle circostanze. Quindi, evitano di dichiarare che i nemici saranno per sempre tali e cercano di mantenere, nonostante inevitabili contrasti, il maggior numero di amici. L’identificazione di amici e nemici serve, soprattutto, nelle campagne elettorali a raggiungere con un messaggio semplice, un po’ manicheo, quella parte di elettorato fluttuante che non ha né tempo né voglia di informarsi. Probabilmente è a quell’elettorato, presente anche a Bologna, che il sindaco Merola ha voluto mandare il suo messaggio: la Lega è la vera nemica di una (in)certa concezione di come si deve governare questa città e dei principi che hanno ispirato la vita politica cittadina. I due temi, che rischiano di diventare dominanti: accoglienza agli immigrati e trattamento della microcriminalità (in aumento a Bologna) sono quelli sui quali la Lega ha le posizioni più distanti da quelle ufficiali del Partito Democratico. Eppure, nella base elettorale del PD non sono pochi coloro che desidererebbero una linea più dura nei confronti sia degli immigrati sia di coloro che delinquono. Dunque, dare del nemico principale alla Lega è un modo scelto da Merola per arrestare eventuali smottamenti di elettori.

Merola ha lasciato trasparire una posizione molto meno intransigente nei confronti del Movimento Cinque Stelle. Sarebbero quasi amici (amici che sbagliano?). Anche in questo caso chiedersi come stanno elettoralmente le cose appare utile. Infatti, da un lato, non c’è dubbio che nell’elettorato delle Cinque Stelle ci sono non pochi “cittadini” che, in assenza delle Liste di Grillo, avrebbero due opzioni: l’astensione oppure il voto per il PD. Giustamente, Merola non vuole antagonizzare questi potenziali elettori correndo il rischio di buttarli nelle braccia fin troppo aperte, ovvero disponibili ad accogliere un po’ di tutto, delle Cinque Stelle. Dall’altro, Merola probabilmente percepisce che, se mai si arrivasse al ballottaggio, certamente non con un leghista, ma con un candidato delle Cinque Stelle, potrà sconfiggere quel candidato, non sulla base della sua esperienza politica, nient’affatto apprezzata da coloro che vogliono cambiamento e facce nuove, quanto di un programma di governo chiaro e rassicurante. Questo è il modo migliore di bloccare un’erosione a sinistra. Le Lega viene fermata al primo turno perché “nemica”. Le Cinque Stelle, ancorché non nemiche, non faranno il pieno al secondo turno poiché alcuni loro punti programmatici, per esempio, il reddito di cittadinanza, troverebbero più probabile e migliore attuazione con un sindaco amico.

Pubblicato il 27 settembre 2015