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Di Maio, la democrazia parlamentare e i nodi che vengono al pettine #M5S

“Che peccato che dopo cinque anni i Cinque Stelle non abbiano ancora imparato il minimo delle regole della democrazia parlamentare…”

“Adesso Luigi Di Maio sta per andare a sbattere anche contro l’assurdo limite dei due mandati… Fateci votare i parlamentari bravi e escludete già dalla prima legislatura quelli pessimi. Ce ne sono!”

 

#Pd Metteteci la faccia e fateci sapere!

Che brutta figura, fra renziani che si autoescludono ossequienti al loro due volte ex segretario e antirenziani che non vogliono farsi contare. Metteteci la faccia e fateci sapere perché sì, perché no!

#Renzi a #chetempochefa, Pasquino: “Preferisce l’Italia giù nel baratro. Ma contento lui…”

Intervista raccolta da Stefano Caselli

“Prendiamo atto che il signor Renzi non è capace di nessuna elaborazione. Annuncia di mantenere un potere politico e che lo eserciterà”. Gianfranco Pasquino non sorride, anzi.

Si aspettava questa performance?
Mi aspettavo che almeno la smettesse di manipolare il sistema francese, che non è un ballottaggio tra partiti ma un doppio turno tra candidati. Se a Renzi piace tanto la Francia si ricordi che è una Repubblica presidenziale con un sistema elettorale adeguato. Che il referendum del 4 dicembre avrebbe rafforzato la possibilità di formazione di un governo è una balla che sarebbe meglio non sentire più.

Nessuna possibilità di un accordo Pd-M5S dunque…
Renzi ha deciso di stare all’opposizione, si augura che gli altri falliscano o che addirittura non riescano a formare un governo. Tutto costituzionalmente corretto ma politicamente evanescente.

Renzi dice: “Noi abbiamo perso, loro hanno vinto. Quindi tocca a loro”. Sbaglia?
Come ho detto, la sua posizione è costituzionalmente corretta, tuttavia avrei voluto domandargli che cosa effettivamente augura al popolo italiano. A me pare evidente che lui si auguri un governo Lega-5Stelle o addirittura un governo di centrodestra. Come a dire, facciamo quattro passi nel baratro, così gli elettori capiranno in quale guaio siamo finiti e torneranno da me… Ecco, questa non è la mia opzione. Bisogna evitare il baratro, anche perché è falso che tra le due forze politiche ci sia più incompatibilità di quanta non ce ne sia tra Lega e 5S.

Renzi ha ancora in mano il Pd secondo lei?
Se non ha in mano il partito, sicuramente ha in mano i parlamentari, grazie al Rosatellum. E poi, questa storia che la sua azione è stata impedita dall’opposizione interna ha stufato. Non capisce che perdere un pezzo del tuo partito è un suo fallimento personale.

Cosa accadrà ora?
Ci vorrebbe un astrologo. È evidente che il presidente della repubblica voglia un governo e tenterà in ogni modo di far decantare le tensioni. Il Movimento 5 Stelle o rilancia con la Lega oppure si passa inevitabilmente a un premier incaricato di centrodestra. Il tempo delle esplorazioni è finito. E poi vorrei dire un’ultima cosa…

Dica.
Renzi ha citato Roberto Ruffili (senatore Dc ucciso dalle Brigate rosse nel 1988, ndr) ricordando correttamente le sue parole, secondo cui il cittadino deve essere arbitro. Ma quelle parole erano indirizzate alla creazione di una cultura della coalizione. Io credo che sarebbe un bene andare a vedere le carte, cercare i punti di accordo. Ma questo a quanto pare difficilmente accadrà.

Pubblicato il 30 aprile 2018

Le urne, i dubbi e i conti del Quirinale

Quel che non sono finora riusciti a muovere i leader dei vari partiti nelle loro consultazioni reciproche potrebbe essere stato messo in movimento, un po’ dagli elettori del Molise, un po’ di più dagli elettori del Friuli-Venezia Giulia. Nella sua fin troppo rentrée anticipata (aveva promesso due anni di silenzio), alla televisione, non nella Direzione del partito, convocata per il 3 maggio, il due volte ex-segretario del PD Matteo Renzi ha chiuso qualsiasi spiraglio di dibattito con le Cinque Stelle, spiazzando il segretario reggente, Maurizio Martina, che ha subito deprecato metodo e merito delle dichiarazioni renziane. Non è più chiaro che cosa sarà all’ordine del giorno della Direzione, magari quella discussione finora mancata sulle ragioni della secca sconfitta del 4 marzo.

Lanciando un messaggio sia al Presidente Mattarella sia al centro-destra, il sedicente senatore “semplice” di Scandicci, Impruneta, Lastra a Signa ha altresì dichiarato la sua disponibilità a un governo costituente, utile anche a salvare per un anno e mezzo circa le poltrone dei senatori, ai quali ha fatto riferimento esplicito, e dei deputati da lui nominati e fatti eleggere. Mentre il Presidente della Camera, il pentastellato Roberto Fico, colto sul fatto di non pagare i contributi a chi lavora a casa sua e della compagna come colf, scopre il contrappasso dell’ossessiva, ancorché giusta, campagna delle Cinque Stelle sull’onestà, il nervosismo travolge Di Maio che sente che Palazzo Chigi per lui non è più dietro l’angolo. Renzi non apre il forno del Partito Democratico; Salvini adamantino vuole che il forno del centro-destra non escluda l’inaccettabile, per le Cinque Stelle, vecchio fornaio Silvio Berlusconi. Lo stallo è servito, a mio parere, senza eccessive preoccupazioni poiché il governo Gentiloni c’è e può continuare.

Pur non esagerando l’impatto del voto per le elezioni regionali del Friuli-Venezia Giulia (fra l’altro, ha votato meno del 50 per cento degli aventi diritto) e tenendo conto delle specificità, i segnali politici sono chiari. Primo, le Cinque Stelle arretrano significativamente, segno che una parte non piccola di quegli elettori non hanno affatto gradito l’andirivieni fra i due forni e la preclusione nei confronti di Berlusconi. Secondo, il PD e le liste alla sua sinistra sono stabili o appena declinanti. Non c’è nessun segnale di ripresa, nessun apprezzamento per la decisione di stare all’opposizione. Anzi, si direbbe che gli elettori della regione abbiano preso atto che il PD vuole stare all’opposizione (ma in Friuli-Venezia Giulia era il partito della governatrice uscente) e lì l’hanno collocato. Nella sua nuova veste di statista sobrio e misurato, Salvini non ha esultato in maniera scomposta, ma lui e il candidato della Lega Massimiliano Fedriga sono i vincitori assoluti di queste elezioni. Rispetto al 2013, la Lega ha più che quadruplicato i suoi voti da 33 mila a 147 mila. Dal canto suo, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, leale alleata nel centro-destra, più che triplica i suoi consensi passando da 6 mila a 23 mila voti, mentre prosegue inarrestabile il declino di Forza Italia che perde 30 mila voti.

Ferme restando tutte le note di cautela su un voto nel quale le tematiche regionali e le personalità dei candidati hanno un’importanza significativa, sarebbe sbagliato non trarne un paio di lezioni. La prima è che il Nord(est) dimostra di essere un territorio, al tempo stesso, molto ostico per le Cinque Stelle e molto favorevole al centro-destra. La seconda è che diventa alquanto più difficile pensare che sia fattibile una coalizione di governo che escluda il centro-destra. Forse, da oggi, anche al Quirinale il Presidente Mattarella si sarà rimesso a fare i conti del numero dei seggi che mancano al centro-destra per il conseguimento della maggioranza assoluta in Parlamento. Si chiederà anche se, eventualmente rompendo con le prassi rigorosamente seguite dai suoi predecessori: “nessun incarico se non esiste una maggioranza precostituita”, la situazione attuale non richieda una eccezione.

Pubblicato AGL il 1° maggio 2018

Renzi non è Macron. Ecco perché

Il leader del Pd non guarda oltre il suo ombelico e la sua miopia non fa bene al Paese. Lo scrive il politologo Pasquino per Formiche.net

Non mi pare davvero una grande pensata quella di Renzi che lancia un governo costituente come alternativa a un governo che, anche a causa della sua ostinazione, non riesce a nascere. Ha dimostrato di non avere ancora capito che le sue riforme costituzionali bocciate dal referendum erano pasticciate e pessime. Non avrebbero migliorato il funzionamento del sistema politico. Non contenevano nulla che potenziasse davvero il governo. Continua a confondere il ballottaggio del suo Italicum, fra due partiti o, con estensione indebita, fra due coalizioni, per eleggere il parlamento, con il ballottaggio francese, fra due candidati, per eleggere il Presidente della Repubblica. No, Renzi non è affatto Macron né per competenza né per esperienza né per coraggio.

La proposta di governo costituente, dal quale, però, almeno Boschi e Rosato nonché Renzi stesso dovranno stare molto lontani, è soltanto un modo, da un lato, di tornare in pista venendo fuori dall’angolo nel quale, spinto dagli elettori, si è rintanato; dall’altro, è un escamotage per guadagnare tempo per sfiancare Di Maio e per andare verso un Nazareno-bis, certamente non, dal momento che né lui né i suoi parlamentari nominati (ai senatori ha ricordato che li controlla) hanno un’idea, per ricostruire il Partito Democratico dall’opposizione, un partito che non è neppure più l'”amalgama mal riuscito” di cui disse, sprezzante, D’Alema. Semplicemente, non è un amalgama.

Come, poi, si possa passare un paio d’anni a disegnare riforme costituzionali con un governo apposito senza affrontare quantomeno i tre/quattro problemi più importanti e urgenti dell’Italia: avere un ruolo in Europa, rilanciare crescita e occupazione, affrontare l’immigrazione, riformare le riforme mal fatte (mercato del lavoro, scuola, amministrazione pubblica) è un mistero inglorioso. Che Renzi voglia bloccare il PD prima di farlo scivolare verso il PdR? Lo sappiamo tutti: non ci sono più i partiti di una volta e, neppure, naturalmente, i leader di una volta. Quei partiti e quei leader sapevano ragionare, progettare, agire con responsabilità nazionale, verso il paese. I contemporanei, soprattutto Renzi, guardano con occhi miopi il loro ombelico, che è bruttino assai.

Pubblicato il 30 aprile 2018

Caro Pd, così funziona la democrazia

Non credo che un partito democratico possa accontentarsi ovvero, peggio, pensare che una campagna di #SenzaDiMe e un sondaggio peripatetico del suo due volte ex-segretario costituiscano lo strumento per decidere se sia il caso o no di andare a vedere le carte del Movimento 5 Stelle e di fargli vedere le sue carte. Penso che in una democrazia parlamentare tutti coloro che sono stati eletti in Parlamento, seppure con una deprecabile legge elettorale, hanno acquisito il titolo di rappresentanti dell’elettorato e hanno (evito per due volte deliberatamente il congiuntivo) pari dignità. Al confronto su programmi e idee, prospettive e priorità, nessun partito che accetti la Costituzione può negarsi. Mai. Non mi piacciono né i contenuti né i toni dei #SenzaDiMe. Esprimono pregiudizi che non mi paiono convincenti e che non possono essere produttivi. Nessuno mi racconti che si può governare dall’opposizione. Sulle tematiche importanti, il governo dall’opposizione non riuscì neanche al PCI che, sono sicuro che i lettori concorderanno, era partito più solido più competente meglio organizzato del PD. Trovo apodittica l’affermazione pappagallescamente ripetuta che sono gli elettori ad avere mandato il PD all’opposizione. No, nessun elettore ha il potere di mandare un partito al governo e neppure quello di spingere il PD all’opposizione.

Quella dell’opposizione, ovvero della motivata decisione di non partecipare a nessuna coalizione di governo, è una scelta legittima, purché sia accuratamente motivata, ma anche legittimamente criticabile, di parte del gruppo dirigente del PD che, incidentalmente, significa, lo sappiano o no gli elettori democratici, rappresentare poco e male le loro preferenze e i loro interessi. Ne indico solo uno: un governo che includa il PD è più o meno gradito agli elettori del PD di un governo che lo escluda? La Palisse mi ha già mandato una mail lusinghiera: “bravissimo!”, ma dirò meglio. Davvero gli elettori del PD potranno dirsi soddisfatti se emergerà un governo Cinque Stelle+Lega? E nessuno dei democratici si chiederà se non esiste anche una loro responsabilità nazionale: sventare governi che probabilmente causeranno danni al paese? Evito di parlare di alleanze fra populisti e suggerisco di non appiccicare l’etichetta populista a tutto quello che non ci piace.

Andare a vedere le carte delle Cinque Stelle potrebbe anche essere un semplice atto di cortesia istituzionale sul quale non vedo perché il PD dovrebbe dividersi a meno che i renziani, da un lato, vogliano dimostrare che il loro leader dimissionario controlla ancora una maggioranza, dall’altro, abbiano paura di una discussione senza rete. Eppure, proprio quella discussione sarebbe un contributo pedagogico di inestimabile importanza per fare crescere nell’opinione pubblica le conoscenze sulla difficoltà di rispondere alle domande sociali e di governarle in maniera responsabile.

Qualcuno ha detto e ripetuto che il PD ha una concezione della democrazia profondamente diversa, anzi opposta a quella del Movimento 5 Stelle che, personalmente, ritengo confusa e inadeguata nonché manipolabile. Però, il confronto non deve avvenire sulla concezione della democrazia in generale (c’è molto da fare per tutti coloro che desiderino pervenire ad una concezione raffinata e condivisa) , ma su che cosa potrebbe/dovrebbe fare un eventuale coalizione di governo M5S+PD. Comunque, per meglio dimostrare quanto distante e preferibile è la concezione della democrazia interna del PD, ci sono fin d’ora alcuni pochi comportamenti facilmente innescabili. Sono tantissimo in disaccordo con Minopoli che, senza citare fonti, sostiene che il renzismo “testimonia ormai della realtà del Pd”. Concordo, invece, sulla necessità di andare a “valutare questo sentimento diffuso, il cosiddetto #senzadime”, “con il freddo e neutrale interrogativo di un’analisi sociologica, culturale, identitaria e di valori sulla realtà del Pd attuale”, ma è una mission impossible persino per Minopoli. Se il renzismo è il PD di oggi, e viceversa, questo non era l’obiettivo che si erano posti i fondatori, ma lascio volentieri la parola a Fassino e Veltroni. Renzismo o no, rimane aperto il problema del se e come confrontarsi con le Cinque Stelle magari attivando forme di consultazione preventiva di quel che rimane dei circoli sui temi programmatici che gli iscritti ritengano non eludibili in qualsiasi negoziato non solo con il Movimento 5 Stelle. Ah, già, do per scontato che il confronto debba iniziare, sul serio. Poi, mi aspetterei che i dirigenti organizzino incontri di informazione e formazione in tutti i circoli, incontri aperti a elettori e simpatizzanti. Infine, ma è persino troppo banale chiederlo, dovrà esserci, proprio come hanno fatto i socialdemocratici tedeschi, la richiesta di un voto decisivo, approvazione o rigetto, sul programma di governo al quale eventualmente siano pervenuti i contraenti. Non mi paiono richieste anti-renziane cosicché sarò tristemente sorpreso e deluso qualora non fossero neppure prese in considerazione.

Pubblicato il 27 aprile 2018

Il Partito Democratico al bivio

L’esplorazione del Presidente della Camera Roberto Fico (Cinque Stelle) si è conclusa positivamente. Le Cinque Stelle confermano che è loro intenzione aprire un confronto programmatico con il Partito Democratico. Dal canto suo, il segretario reggente del PD Maurizio Martina si dichiara disponibile a verificare se anche nel suo partito esiste una maggioranza a favore dell’inizio del confronto. Toccherà alla Direzione del Partito convocata per giovedì 3 maggio esprimersi, non sul se fare o no un governo con le Cinque Stelle, ma sull’apertura del confronto programmatico. Le prime mosse del due volte ex-segretario del PD Matteo Renzi e dei suoi sostenitori sembrano essere pregiudizialmente ostili a qualsiasi inizio di confronto. In maniera irrituale, ma rivelatrice del suo personale no procedurale, Matteo Renzi ha fatto una specie di sondaggio “intervistando” i passanti in una piazza di Firenze. Dal canto loro, certamente con l’approvazione, se non anche con l’incoraggiamento dello stesso Renzi, numerosi parlamentari da lui nominati/e hanno inondato la rete esprimendo il loro dissenso con l’hashtag #Senzadime. Usando una metafora cara a Renzi, mentre le Cinque Stelle entrano in campo, lui, che il giorno della sua brutta sconfitta elettorale, aveva portato via il pallone, fa sapere direttamente e indirettamente che non ha intenzione di restituirlo consentendo che la partita cominci. Soltanto un voto a lui contrario della Direzione lo costringerà alla restituzione del pallone e a entrare in campo.

I commentatori che s’impegnano in raffinati conteggi sono giunti alla conclusione preliminare che gli “aperturisti” del PD non hanno attualmente la maggioranza. Qualcosa può cambiare in una settimana soprattutto se il segretario reggente e coloro che pensano che un partito che si chiama democratico ha una responsabilità nazionale riescono chiarire agli iscritti, ai simpatizzanti e agli elettori del PD che il passo da compiere non consiste nella formazione di un governo con il Movimento Cinque Stelle, per di più a guida di Di Maio, ma nell’individuazione di eventuali convergenze fra i programmi delle Cinque Stelle e del Partito Democratico.

Per uscire dall’ambiguità e per recuperare il senso delle regole in base alle quali funzionano le democrazie parlamentari, coloro che ritengono utile la trattativa debbono, anzitutto, sottolineare che il Movimento Cinque Stelle è un interlocutore legittimo, già riconosciuto come tale dal Presidente della Repubblica. Non si deve ostracizzare a prescindere un attore politico-parlamentare che rappresenta un terzo degli elettori italiani. In secondo luogo, pur nella consapevolezza che gli elettori italiani lo hanno, per una molteplicità di motivazioni, punito, il PD non deve rinunciare a rappresentare le loro preferenze e i loro interessi e, certo, lo potrà fare meglio se troverà il modo di influenzare il programma del prossimo governo. Terzo, gli oppositori di qualsiasi inizio di confronto enfatizzano siderali distanze programmatiche, persino sulla stessa concezione di democrazia (non oggetto della trattativa di governo che, comunque, si svolge nel quadro della democrazia parlamentare), ma senza confronto nessuna di quelle distanze potrà mai essere misurata convincentemente. Sembra che sulle priorità delle Cinque Stelle e del PD, le distanze siano a ogni buon conto meno significative di quelle fra Cinque Stelle e Salvini (o centro-destra nella sua interezza), ad esempio, sul reddito di cittadinanza/di inclusione o lotta alla povertà e sull’Europa.

Ne sapremo di più, tutti, compresi i due interlocutori, se il confronto comincerà. Prematuro è parlare di Presidente del Consiglio e di ministri anche perché la nomina del primo spetta al Presidente della Repubblica il quale ha anche il potere costituzionale di accettare o respingere i secondi. Nel bene e nel male, la Direzione del PD ha la grande responsabilità di scegliere se aprire o affossare un vero confronto programmatico e politico.

Pubblicato AGL il 27 aprile 2018

Da Franceschini a Mogherini ci sono i nomi per l’esecutivo con i grillini #intervista #IlMattino

«Adesso ci vorrà un po’ di tempo per stemperare vecchi rancori
il Colle dovrà avere pazienza»

Intervista raccolta da Federica Fantozzi

Professor Gianfranco Pasquino,l’esplorazione del presidente della Camera Fico può avere successo o rappresenta un tentativo doveroso quanto inutile?

La possibilità di risolvere la situazione con un governo M5S-Pd è in leggera crescita ma partendo da un punto molto basso. Serve tempo: bisogna aspettare che si stemperino vecchi rancori. In ogni caso, non potrà essere un esecutivo guidato da Di Maio e dipenderà dalla flessibilità dei renziani.

La mancata premiership per Di Maio non sembra un punto pacifico per i Cinquestelle…

Non lo sarà, come non lo sarà l’atteggiamento dei renziani. Entrambi dovranno acconsentire a cercare per Palazzo Chigi un nome accettabile dai due partiti. E anche da Leu, che ha 4 senatori e 14 deputati.

Serve tempo, lei dice. Mattarella però non ha esaurito la pazienza?

Mattarella dovrà farsi venire o mantenere la voglia di aspettare che le cose maturino. Deve solo sentirsi dire da Fico che in entrambi i partiti, Pd e M5S, c’è la disponibilità massima a confrontarsi e andare a vedere le carte.

La coalizione di centrodestra è fuori dai giochi? Anche se gli ultimi giorni sembrano avere scavato un solco tra Berlusconi e Salvini?

Ciò che dice Berlusconi rende complicato il mantenimento della coalizione, ma rende ancora più inaccettabile per M5S la prospettiva di avere a che fare con lui. Il ruolo di Salvini, invece, dipenderà dalle sue ambizioni: se vuole andare al governo adesso o aspettare il prossimo giro.

In caso di fallimento di Fico, è ancora pensabile un governo di tutti nonostante il carico di rancori e litigi che si è manifestato?

Non sarebbe comunque un governo di tutti. Dovrebbe avere componenti politiche significative, esponenti che rappresentino pezzi di partito e culture politiche. Nessuno ovviamente verrebbe lasciato fuori, ma Giorgia Meloni o lo stesso Salvini potrebbero decidere di non farne parte.

In una situazione così complessa, lasciare un partito all’opposizione non significherebbe consegnargli le praterie dal punto di vista del consenso?

Io di praterie politiche non ne vedo: vedo piuttosto deserti intorno ai partiti. L’unico a dovere entrare per forza è M5S, che deve cimentarsi con le asperità del governare. Di certo il Quirinale farà appello alla responsabilità di ognuno. E almeno una parte del Pd deve sostenere il “governo di molti”: è necessario numericamente e politicamente.

Gentiloni potrebbe rimanere premier?

Gentiloni sarebbe stato una carta da giocare per Mattarella, se gli avesse affidato l’incarico esplorativo. Adesso potrà far parte del futuro governo, ma non guidarlo. Nel Pd ci sono comunque alcuni nomi spendibili.

Facciamoli.

Non ho nessun dubbio che Dario Franceschini sarebbe accettabile per l’M5S e uomo capace di ricomporre. Anche Andrea Orlando, che non dispiacerebbe neanche a Salvini. Ma lui non vuole allearsi con il Pd e qui sorge un problema. Se volessimo fare il nome di una donna: Roberta Pinotti. E se i Cinquestelle desiderano accreditarsi in Europa c’è Federica Mogherini, che non ha una posizione troppo ostile alla Russia.

Il “governo di molti” servirebbe solo a cambiare la legge elettorale?

Questa è una delle favole peggiori che si raccontano. Non serve il governo. Basterebbe che il Parlamento ritoccasse pochi punti – consentendo il voto disgiunto ed eliminando le pluricandidature – per rendere decente il pessimo Rosatellum. E poi il Quirinale non darebbe mai un incarico a tempo. Il prossimo esecutivo durerà finché verranno portati a termine i punti programmatici su cui è stato raggiunto l’accordo. Il resto dipenderà dal livello di insoddisfazione degli elettori.

Pubblicato il 25 aprile 2018

Il governo è più vicino di quanto si pensi

La maggioranza dei pur maldestri commentatori politici italiani si sono già esibiti sulla difficoltà di creare un governo in una situazione di “tripolarismo”. In verità, il problema nelle democrazie parlamentari non è l’esistenza di una pluralità di poli, ma la distanza ideologica e/o programmatica fra quei poli. In subordine, è anche la differente consistenza in termini di voti e seggi. In più ci sono aspettative e ambizioni personali collegate alla manipolazione, mai sufficientemente criticata, delle modalità con le quali si diventa Presidente del Consiglio in Italia. Anche se qualcuno pervicacemente continua a sostenere che bisogna superare la fase di governi non eletti dagli italiani, nessun governo è mai stato eletto da questi italiani. Nelle democrazie parlamentari non esiste nessuna legge elettorale che dà vita a governi, neppure il sistema maggioritario inglese. Il governo nasce sui numeri dei seggi e il suo capo è colui (colei?, jawohl, Angela) che riesce a mettere insieme una coalizione, a renderla operativa, a farla durare nel tempo. Dai tedeschi, di recente, per tutti coloro che non lo sapevano, abbiamo imparato che ci vuole tempo per costruire la coalizione di governo. Dagli spagnoli, per coloro che non si fossero mai curati dei governi socialdemocratici svedesi e laburisti norvegesi, potremmo persino avere imparato che, nelle democrazie parlamentari, nascono anche governi di minoranza sostenuti dall’esterno.

Sono fiducioso che tutti quelli che straparlano di una Prima Repubblica che, per ragioni anagrafiche non hanno conosciuto e che, per manifesta ignoranza, non hanno studiato, riusciranno per vie traverse a imparare che qualche volta i democristiani delegavano al Presidente della Repubblica di offrire agli altri partiti invitati a fare parte della coalizione di governo una rosa di nomi DC fra i quali scegliere il Presidente del Consiglio. È comprensibile il punto di partenza negoziale di Di Maio e delle 5S: lui è il nome che intendono sostenere per guidare il governo. Più duttile, Salvini ha capito che non sarà lui il capo del governo, ma giustamente rinuncerà solo se, in un’alleanza con le 5S, emergerà un nome diverso da quello di Di Maio. È probabile che questi apprendimenti siano, da un lato, la conseguenza degli scambi più o meno polemici sui giornali e nei talk show. Dall’altro, però, deve essersi già manifestata la forza tranquilla del Presidente Mattarella che qualcosa ha sicuramente detto nel primo giro di consultazioni e qualcosa si appresta ad aggiungere nel secondo giro, mentre tende l’orecchio a novità che gli siano formalmente comunicate.

Non è una novità il Contratto che le 5S spacciano come un’invenzione tedesca, mentre la sua origine è il Berlusconi istrione della politica ospitato da Bruno Vespa. Quanto è avvenuto in Germania nel corso di incontri ravvicinati non è un contratto di Democristiani e Socialdemocratici con i tedeschi. È stato, invece, il tentativo di combinare in un testo accettabile da entrambi i punti fondamentali dei rispettivi programmi elettorali per giungere a un programma di governo condiviso. Quel programma, poi, è stato portato, atto senza precedenti, per la sua approvazione/ricusazione agli iscritti alla SPD. Prima delle consultazioni, ma anche durante, il Presidente Mattarella ha fatto conoscere un suo punto programmatico irrinunciabile: “stare in Europa” che, naturalmente, non preclude affatto il farsi valere per cambiare le politiche e le istituzioni dell’UE, ma certo relega molto sullo sfondo qualsiasi tentazione-scivolamento di tipo sovranista.

Dal calendario e dai tempi delle consultazioni possiamo trarre un altro insegnamento. Il Presidente assiste al travaglio interno al Partito Democratico. Non intende sottovalutarlo e non vuole accelerarlo. Come si conviene alla sua origine politica, al suo percorso e alla sua visione complessiva, Mattarella ha in almeno un paio di occasioni sottolineato che è necessario grande senso di responsabilità che non può limitarsi ad attribuire agli elettori posizioni inconoscibili. Non conosco elettori del PD che votando il loro partito intendessero mandarlo all’opposizione. Ho anche molti sospetti sull’esistenza di elettori della Lega che l’abbiano votata per farle fare il socio di minoranza in un governo presieduto da Di Maio e su elettori delle Cinque Stelle che siano indisponibili ad un governo con il Partito Democratico. Non siamo neanche ancora arrivati al confronto sui contenuti effettivi dei programmi elettorali che già un po’ tutti, meno il PD che non sa che cosa vuole, stanno dicendo e, probabilmente, l’hanno anche fatto sapere a Mattarella, a cosa sono disposti a rinunciare. Recede la malsana idea che si torni presto alle urne per trovarsi con una situazione simile all’attuale, con tutti, anche chi crescerà di un punto percentuale o due, più malconci. Il governo non è dietro l’angolo, ma l’angolo è meno lontano di quel che si pensi.

Pubblicato il 12 aprile 2018

Le condizioni del possibile

È più grave sbagliare i congiuntivi oppure sbagliare le riforme costituzionali? La risposta, convincente, non la lasciamo ai posteri. L’hanno data gli elettori italiani del 4 dicembre 2016 e del 4 marzo 2018. La lezione non l’hanno capita tutti coloro che continuano a dire che, se quelle riforme fossero state approvate, saremmo nel paradiso della politica maggioritaria e bipolare. Nessuno, ovvero pochissimi si interrogano sulla effettiva esistenza di un partito in grado di dare vita a quella politica conoscendone e accettandone consapevolmente rischi e opportunità. Molti, invece, spudoratamente, in spregio ad una riflessione mai adeguatamente portata avanti, hanno sostenuto che il Partito Democratico era l’interprete di quella politica e che quelle riforme di Renzi l’avrebbero resa possibile. Allora, l’analisi post-voto 2018 non può essere fatta di sole cifre anche se i due milioni e mezzo di voti persi dal Partito di Renzi rispetto a quello di Bersani sono molto eloquenti. Quindi, bisogna tornare o, meglio, tentare di analizzare che partito è diventato il PD di oggi e confrontarsi con i frequenti rimandi, superficiali, velleitari, senza fondamento alcuno, all’Ulivo. Non dirò nulla sul limpido flop elettorale della listarella “Insieme” che con l’Ulivo non aveva nulla a che spartire, meno che mai come mobilitazione della società civile, tranne l’endorsement di Prodi (il cui peso ciascuno valuterà per conto suo). Da qui ricomincia il discorso.

L’Ulivo fu, l’interpretazione non può essere affidata ai protagonisti del tempo che si lamentano della caduta, ma non sanno riflettere sulle cause di quella caduta, il tentativo di mettere insieme, non tanto le culture politiche, ma settori di classe politica e di partiti tradizionali con settori di società civile, di associazioni dei più vari tipi. L’Ulivo vinse le elezioni grazie a due fenomeni ultrapolitici: la desistenza con Rifondazione Comunista, pagata poi carissima, e la mancata alleanza fra Berlusconi e la Lega di Bossi. Sarebbe anche utile riflettere sulla leadership di Prodi, distinguendo molto accuratamente fra la sua azione di governo e la sua indisponibilità a candidarsi a capo politico della coalizione chiamata Ulivo. In seguito, poi, nell’ottica maggioritaria e bipolare, resa possibile e praticabile dalla Legge Mattarella (esito non di contrattazioni fra partiti, ma di un referendum popolare), il Partito Democratico consegnò al suo Statuto proprio l’apprezzabile e indispensabile coincidenza fra la carica di segretario e quella di candidato a Palazzo Chigi con la conseguenza che, in caso di vittoria, il segretario del Partito sarebbe diventato capo del governo senza lasciare la carica partitica. La scelta, perfettamente coerente con la logica del maggioritario e della competizione bipolare, non deve essere messa in discussione, ma si deve ricordare a chi diventa capo del governo che gli spetta politicamente di continuare a svolgere il compito di segretario del partito. Deve dedicare attenzione al funzionamento del partito poiché da quel partito ottiene sostegno e informazioni politiche sull’esito delle sue attività di governo in moda da potere quindi aggiustare la linea mettendosi costantemente in sintonia con una società che cambia.

Di cultura politica ulivista mi sembra non sia proprio il caso di parlare, ma, ovviamente, sono pronto a ricredermi quando mi saranno sottoposti i documenti relativi e fatti i nomi di coloro che hanno scritto sul tema. Il silenzio degli intellettuali, che viene periodicamente criticato, ma, paradossalmente sono altrettanto criticate le loro dichiarazioni e i loro appelli, è stato in materia di cultura politica, ulivista e post-, banalmente assordante. Non fu così per il referendum nel quale le prese di posizione a favore del “sì”, che documento nel mio piccolo libro (No positivo. Per la Costituzione. Per le buone riforme. Per migliorare la politica e la vita, Novi Ligure Edizioni Epoké, 2016), sono state assolutamente imbarazzanti per la assenza di qualità.

Avrebbe potuto l’esperienza dell’Ulivo rinascere, essere rilanciata, una volta che si fosse preso atto che né i Democratici di Sinistra né la Margherita erano in grado, divisi, di essere competitivi con la coalizione di centro-destra? La mia risposta è positiva, se quella esperienza fosse stata criticamente rivisitata e aggiornata. Invece, in maniera affrettata e frettolosa fu seguita una strada molto diversa, quella della ex post tanto criticata “fusione a freddo” fra le due nomenclature senza nessuna ricerca di apporti dalla società civile e senza nessun tentativo di (ri)elaborazione di una cultura politica riformista. In verità, nel 2007 fummo travolti da altisonanti affermazioni concernenti la capacità, se non addirittura il fatto compiuto, vale a dire lo strabiliante successo concernente l’avere messo insieme il meglio delle culture riformiste del paese: quelle, non meglio precisate, di sinistra, dei cattolici-democratici, degli ambientalisti. Da parte mia, che non condivisi mai quegli entusiasmi, sono giunto a una conclusione decisamente più realista curando un fascicolo della rivista “Paradoxa”, Ottobre/Dicembre 2015, dedicato a La scomparsa delle culture politiche in Italia . Fin da subito, mi parve strano e deplorevole che fra queste culture, più o meno, talvolta piuttosto meno, riformiste non facesse capolino la cultura riformista socialista di cui “Mondoperaio” aveva a lungo ospitato il meglio. Nelle sedi congressuali dei DS e della Margherita non ebbe luogo nessuna discussione specifica sulle modalità con le quali giungere ad una nuova elaborazione politico-culturale (e non rifugiamoci dietro la constatazione che neanche nel resto dell’Europa va meglio). Dopodiché il Partito Democratico fu travolto dalla cavalcata estiva 2007 di Walter Veltroni per la vittoriosa conquista della segreteria. Nel migliore dei casi, il PD era diventato un partito con un programma di governo (alternativo a quello del Presidente del Consiglio Prodi), ma senza la cornice di una cultura politica che traesse linfa né dalle pratiche riformiste italiane né da quanto altrove veniva elaborato in materia di diritti (Ronald Dworkin), di eguaglianze possibili (John Rawls), di collocazione politica e di riferimenti di classe (Anthony Giddens), di strutturazione partitica (qui i riferimenti sono troppo numerosi per citarli), di Europa (giusto il richiamo, troppo spesso di maniera e mai aggiornandolo, a Altiero Spinelli). Tutt’altro che casuale che sia toccato a Emma Bonino sottolineare la necessità di +Europa dato che la leadership del PD appare non sufficientemente credibile su questo terreno.

Mentre, altrove, alla liquidazione/liquefazione delle culture politiche classiche, peraltro ancora a fondamento di partiti decentemente strutturati e rappresentativi, veniva contrapposta la cultura politica del patriottismo costituzionale nella elaborazione di Jürgen Habermas, il Partito di Renzi ha cercato di travolgere le fondamenta del patto democratico-costituzionale che sta alla base della Repubblica italiana. È storia di ieri, ma anche storia di domani. Infatti, nessuna alternativa di un qualche spessore è stata elaborata e contrapposta alle proposte del Movimento Cinque Stelle relative alla democrazia diretta, alla democrazia elettronica contrapposta alle primarie, del limite ai mandati elettivi, dell’imposizione del vincolo di mandato che travolgerebbe la democrazia parlamentare, ma che politicamente non può essere criticato in maniera credibile da chi fa valere il vincolo per i suoi parlamentari e dai parlamentari che si asserviscono. È presumibile che non siano stati molti gli elettori che hanno dato il loro voto al Movimento Cinque Stelle per motivazioni intrise di “direttismo” (come scrisse Giovanni Sartori) e di antiparlamentarismo. Molti, però, devono avere considerato legittime le espulsioni derivanti dalle violazioni delle regole interne al Movimento, mentre assistevano a “espulsioni” molto più gravi dei dissenzienti dalla linea del segretario del PD alla faccia di qualsiasi prospettiva di farne il partito della sinistra plurale (incidentalmente, una prospettiva ampiamente e giustamente sostenuta già qualche decennio fa nelle pagine di “Mondoperaio”).

Un partito non vive di sola cultura politica, ma per ottenere iscritti e sostenitori, per reclutare, per “addestrare” e per promuovere un personale politico all’altezza delle sfide della rappresentanza e del governo, deve sempre sapersi organizzare sul territorio. La presenza territoriale diffusa, verticalmente contraddetta dai parlamentari, uomini e donne, paracadutati, consente di fare politica giorno per giorno predisponendo iniziative specifiche e coltivando rapporti frequenti e costanti con l’elettorato tutto. Non esiste nessuna leadership individuale, per quanto eccellente (ma sulla “eccellenza” dei molti segretari del Partito Democratico dal 2007 ad oggi potremmo confrontarci), in grado di supplire all’organizzazione sul territorio. Infine, continuiamo a vedere la frammentazione della sinistra che non è soltanto il prodotto di scontri e di ambizioni personali comprensibili e anche giustificabili, quanto, piuttosto, di riferimenti a visioni almeno in parte diverse, ma non insuperabili. che si estrinsecano in politiche inevitabilmente indirizzate a ceti diversi. La sinistra deve sapere accettare queste diversità/pluralità tentando una ricomposizione che non le cancelli, ma ne consenta una ridefinizione. Una sinistra che non sappia fare tesoro delle diversità nel suo ambito non riuscirà mai a dare rappresentanza e governo ad una società diversificata e frammentata.

La sinistra plurale si ricostruisce e ricostituisce sulle proposte che fa, su come riesce a tradurle, sulle modalità con le quali parla ai suoi ceti di riferimento, li ascolta, vi si rapporta e si sforza di rappresentarli. Non va sdegnosamente sull’Aventino (sì, è un riferimento storico), non si chiama fuori, non rifiuta il confronto e neppure, se necessario, lo scontro, ma è sempre disposta a imparare dalla complessità e a cercare il modo e le forme di governarla. Nella troppo breve esperienza dell’Ulivo la consapevolezza delle diversità e della pluralità era stata acquisita, ma non tradotta in organizzazione flessibile e sicuramente non governata. Nel decennio del Partito Democratico i proclami hanno variamente dominato la scena. Fallito questo esperimento, anche per responsabilità dei padri nobili Romano Prodi e Walter Veltroni, sepolto dall’idea del Partito della Nazione e dalla pratica del Partito di Renzi, è giunta l’ora della riflessione. Nei durissimi dati elettorali si misura l’ampiezza del fallimento. Non si tratta di salvare il salvabile, ma di costruire le condizioni del possibile: rottamare i troppo acclamati rottamatori individuare i costruttori che siano anche, se ho minimamente ragione, predicatori di cultura politica. Nelle idee e nelle proposte si misurerà la validità delle visioni di superamento.

Pubblicato su Mondoperaio marzo 2018 (pp 15-17)