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Buttare l’Italicum e gli opportunismi

Il fatto

Domenica 19 giugno le candidate e i candidati del Movimento 5 Stelle sono arrivati al ballottaggio in 20 comuni e ne hanno vinti 19. Subito dopo sono ricominciate le richieste da più parti di ritoccare la legge elettorale nazionale detta Italicum per impedire l’eventualità che il ballottaggio prossimo venturo per la conquista del governo nazionale avvenga fra il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico. Renzi si è affrettato a rispondere che non sono previste modifiche. Si vedrà. Comunque, il principale problema dell’Italicum è che è una legge elettorale fatta su misura del PD di maggio (2014, quando nelle elezioni europee il partito superò il 40 per cento dei voti) con il consenso di Berlusconi, allora convinto che sarebbe stato il suo centro-destra ad arrivare al ballottaggio, e di Alfano, che chiese ed ottenne una clausola di accesso al Parlamento non più alta del 3 per cento (come in Spagna, circa 15 milioni di elettori meno dell’Italia, e non 4 per cento come in Svezia: meno di 10 milioni di elettori). Tanto Berlusconi quanto Alfano vollero la possibilità di candidature multiple (non più in tutte le circoscrizioni, ma “solo” in dieci) e parlamentari nominati (adesso capilista bloccati in tutte le circoscrizioni) cosicché l’Italicum che, persino secondo Napolitano, dovrà essere sottoposto alle “opportune verifiche di costituzionalità”, assomiglia molto al Porcellum, smantellato dalla Corte Costituzionale. In buona sostanza, l’Italicum è un porcellinum, con le preferenze e con il ballottaggio che deve avvenire, a causa dell’ossessione anti-coalizioni di un capo di governo che vuole essere l’uomo unico al comando, fra i due partiti o le due liste più votate, a meno che un partito o una lista ottenga al primo turno il 40 per cento dei voti più uno. Già alcuni renziani si affrettano a sostenere che la lista può anche essere composta da più partiti, ma questo sarebbe uno stravolgimento dello spirito della loro legge (e delle intenzioni personalistiche di Renzi) nonché una molto dubbia, forse improponibile, interpretazione della lettera.

Queste sembrano e, sostanzialmente, sono quisquilie e pinzillacchere. Né le leggi elettorali né i ritocchi cosmetici alle leggi esistenti debbono essere fatti con riferimento ai desideri e alle preferenze dei partiti e dei loro dirigenti. L’Italicum è una legge di parte che non può essere modificata per convenienze di parte, ma che deve essere cestinata. Punto e a capo.

Nel frattempo, pendono anche alcuni ricorsi alla Corte Costituzionale su diverse clausole della legge. Il criterio con il quale valutare una legge, qualsiasi legge elettorale non è mai il tornaconto dei partiti esistenti, ma il potere degli elettori. L’Italicum migliora il Porcellum grazie sia al ballottaggio sia alla possibilità di esprimere uno o due voti di preferenza, ma, a causa dei capilista bloccati e come conseguenza dell’ingente premio in seggi consegnato ad un partito/lista che ottenga anche soltanto poco meno o poco più del 30 per cento dei voti al primo turno (quindi, quasi raddoppiandone la rappresentanza parlamentare), rimane molto al di sotto quanto a potere degli elettori tanto del sistema maggioritario francese quanto del sistema proporzionale personalizzato tedesco. Nel maggioritario francese a doppio turno (non ballottaggio poiché al secondo turno possono esserci tre, se non quattro candidati) in collegi uninominali, gli elettori hanno il potere di eleggere il candidato preferito oppure, quanto meno, di sconfiggere il candidato più sgradito. E i partiti ottengono importanti indicazioni anche per la formazione delle coalizioni di governo. Nella rappresentanza proporzionale personalizzata tedesca, gli elettori hanno due voti sulla stessa scheda: uno per il candidato nel collegio uninominale, uno per il partito. Con il primo voto eleggono il loro rappresentante, con il secondo voto contribuiscono a determinare il bottino complessivo dei parlamentari del partito preferito purché abbia superato la soglia del 5 per cento (la Germania ha circa 60 milioni di elettori).

Cestinato il sostanzialmente irriformabile Italicum è fra questi due ottimi sistemi elettorali che bisognerebbe scegliere, eventualmente introducendo correttivi che non li snaturino e che siano giustificabili non come contentino ai dirigenti di partito, ma come variazioni che migliorano la rappresentanza politica senza frammentare il sistema dei partiti. Se queste scelte alternative non fossero praticabili nell’attuale Parlamento non resterebbe che un ritorno al Mattarellum, un sistema sostanzialmente conquistato nel 1993 attraverso un referendum popolare, “probabilmente” già sufficientemente noto all’inquilino del Colle il quale potrebbe anche cominciare a fare sentire la sua voce, utilizzato con risultati soddisfacenti in tre elezioni generali: 1994, 1996, 2001. Con l’eliminazione delle liste civetta e una migliore definizione del recupero proporzionale, il Mattarellum consente agli elettori eleggere i rappresentanti che preferiscono e dà loro un doppio voto che conta e pesa. Il resto (della discussione fra opportunisti elettorali) è fuffa oppure truffa.

Pubblicato il 29 giugno 2016

Le varie facce dell’astensione

Corriere di Bologna

Liberi tutti o quasi. Nella primavera dello scontento di molti – la politica offre una grande varietà di “scontentezze” -, vi sono due buone occasioni per scaricarsi: il referendum sulle trivellazioni e le elezioni amministrative. L’ambigua e riprovevole posizione espressa da Matteo Renzi a favore dell’astensione sul referendum è già stata stigmatizzata dal Presidente della Corte Costituzionale e contraddetta dal Presidente della Repubblica che ha annunciato che andrà a votare. Il capo di un partito ha il dovere politico di dare la linea. Il capo del governo deve ricordarsi dell’art. 48 della Costituzione che dice chiaramente che il voto è un “dovere civico”. Nessuno faccia il furbetto: l’astensione non è un voto. Preso atto della non/decisione del capo del loro partito, molti Democratici hanno deciso, come, incidentalmente, dovrebbe essere per tutti i referendum, di seguire quel che detta loro il cuore, forse anche una qualche conoscenza delle trivellazioni e delle conseguenze della loro abolizione. Già poco incline a fidarsi di politici che ondivagano e che seguono non il cuore, ma le convenienze, momentanee e fuggevoli, è probabile che gli elettori si rifugino anche loro nell’astensione referendaria e post-refendaria.

Il sondaggio sulle intenzioni di voto alle elezioni comunali di Bologna pubblicato dal Corriere fotografa (ma altre fotografie saranno necessarie di qui al 5 giugno) una notevole propensione all’astensione. Sono elettori che hanno deciso di stare alla finestra o elettori che già propendono di andare al mare contando sul sole di giugno? Sappiamo che, da qualche tempo, gli elettori italiani (e i bolognesi non possono fare eccezione se non limitatamente) decidono per chi votare negli ultimi giorni della campagna elettorale, qualcuno addirittura il giorno stesso dell’elezione. Quindi, non possiamo escludere che coloro che hanno dichiarato che si asterranno potranno cambiare idea. Attendono, in maniera disincantata, scettica, forse anche irritata, che qualcuno dei candidate e dei loro partiti offra idee, soluzioni, prospettive che, magari non proprio affascinanti, siano almeno convincenti, insomma, come ho scritto qui più volte, un’idea di città dinamica migliore. Le percentuali suggeriscono che la competizione più intensa sarà fra Borgonzoni e Bugani, fra la Lega e le Cinque Stelle, per chi approderà al ballottaggio. Difficile che un ballottaggio a giugno sia foriero di un’impennata di partecipazione elettorale. Potrebbe, però, obbligare i duellanti a raffinare le loro proposte e a indicare le loro priorità, quindi a suscitare maggiore interesse nell’elettorato che, rientrando dall’astensione, vuole contare. Sarebbe una buona cosa.

Pubblicato il 14 aprile 2016

La scomparsa delle culture politiche in Italia: note non troppo a margine

Ho pensato e ripensato a quel che, forse, avrei dovuto dire a commento degli interventi alla Tavola Rotonda (9 marzo, Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini” Sala degli Atti parlamentari. Ne hanno discusso con il curatore Nicola Antonetti, Rosy Bindi, Mario Morcellini e Antonio Polito. ndr) e degli articoli pubblicati nel fascicolo di «Paradoxa» ottobre/dicembre 2015 sulla scomparsa delle culture politiche in Italia.

Mi ci provo in queste note a margine.

Come già perspicacemente rilevato da Laura Paoletti nella sua introduzione al fascicolo, è vero che, in modi e con intensità diverse, tutti i collaboratori “pur nell’unanime riconoscimento di una profonda crisi” si sono opposti a “controfirmare la scomparsa effettiva e definitiva del patrimonio culturale di cui sono rispettivamente chiamati a farsi interpreti”. In un modo o nell’altro, tutti hanno cercato di negare che la cultura loro affidata è scomparsa. Gli aggettivi si sprecano: offuscata, ridefinita, rispolverata, riorientata, magari aggiornata e quant’altro. Premetto che nessuno degli autori aveva letto il mio articolo. Quindi, non ne erano stati influenzati in nessun senso. A ciascuno degli autori, ad eccezione di Dino Cofrancesco (“formatosi” nella critica ad una versione dell’azionismo), era stato consegnato il compito di discutere della loro specifica cultura politica, nella quale si erano formati e della quale sono stati e tuttora si considerano esponenti di rilievo.

Non entro nei particolari di un discorso comunque molto complesso che, in un paese nel quale esistessero luoghi e spazi di dibattiti pubblici su tematiche che attengono alla vita organizzata, sarebbe destinato a attirare l’attenzione, a continuare intensamente e accanitamente e a diventare molto approfondito. Sottolineo, però, almeno una assenza che mi pare rivelatrice. Pur difendendo quello che resta della “loro” cultura fino a suggerire la possibilità, persino la necessità, di una sua riaffermazione, nessuno dei nostri collaboratori ha indicato nomi di riferimento, di uomini di cultura né, tantomeno, di politici, in grado di produrre e di guidare un rinascimento politico-culturale. Nessuno. Qualche nostalgia per il passato si è accompagnata a due critiche fondamentali. Sono scomparsi i luoghi di formazione delle élites. Non esiste un processo di selezione delle élites, in particolare, di quelle politiche. Credo di potere dedurne che i luoghi di formazione delle élites politiche che non esistono più sono quelli che per decenni erano stati approntati e fatti funzionare dai partiti, dalle loro sezioni e organizzazioni, dalle loro comunità (Francesco Alberoni inventò il fortunato termine “chiese” per le più solide di quelle comunità; per altre, la parola “sette” funziona più che soddisfacentemente).

Stendo un velo tutt’altro che pietoso sulla riemersione di cosiddette scuole di politica che, a cominciare da quelle del Partito Democratico, non hanno nessun intendimento pedagogico, ma sono passerelle per ministri e per politici che raramente hanno qualcosa da insegnare. In altri casi riunioncine di due o tre giorni, in un fine settimana servono quasi esclusivamente a rendere visibile l’esistenza di correnti e nulla più. D’altronde, e questo prova la mia argomentata tesi che le culture politiche in Italia sono scomparse, che cosa potrebbero insegnare in quei luoghi se loro stessi, improvvisati docenti, di cultura politica non ne hanno, se di personalità di valore non se ne trovano, se di autori di riferimento, italiani, europei, americani, “globali”, non ne sentono neppure il bisogno (ma, soprattutto, non ne conoscono), se il massimo della loro apertura culturale consiste nel lodare il Papa venuto da molto lontano? Dunque, quelle sedicenti scuole di politica sono, nel migliore dei casi, luoghi di incontro e di socializzazione per apprendere i voleri delle leadership politiche e promuovere e propagandare le azioni di una parte politica. Nulla di comparabile ai dotti convegni di San Pellegrino, a scuole come le giustamente mitiche Frattocchie, ai dinamici seminari di Mondoperaio, ma neppure ai campi Hobbitt. Questo per la formazione.

Quanto alla selezione, nella consapevolezza che i partiti di un tempo usavano una molteplicità di criteri, diversi da partito a partito e che contemplavano anche la fedeltà alla linea politica, i criteri attuali non sono certamente basati in maniera prioritaria su meriti in senso lato politici e culturali, ma su appartenenze di corrente, talvolta sull’anzianità nella struttura e quindi sul riconoscimento di progressione nella carriera, sulla capacità di sgomitamento per la quale qualche citazione colta, di libri letti, di acquisizioni culturali, di riferimenti a ideologie e idee potrebbero addirittura risultare controproducenti. In politica la migliore selezione avviene, da un lato, nella sperimentazione delle capacità amministrative e gestionali, dall’altro, attraverso la competizione che sistemi elettorali come il Porcellum e, in misura appena minore, l’Italicum non consentono affatto, essendo stati disegnati apposta per non consentire la competizione che, hai visto mai, farebbe persino emergere qualche personalità. I parlamentari nominati non debbono dare prova di avere una solida cultura politica, ma di essere graniticamente obbedienti e pappagallescamente ossequienti. Dunque, non ci saranno più scontri istruttivi fondati su visioni del mondo diverse, su strategie culturalmente attrezzate, sull’Italia che vorremmo nell’Europa dei nostri desideri.

A mio modo di vedere, la scomparsa delle culture politiche in Italia è dovuta anche alla povertà dell’insegnamento della storia e della Costituzione e all’impossibilità di discutere di politica, delle ‘cose che avvengono nella polis’, nelle scuole di ogni ordine e grado della Repubblica. Molto ambiziosa, ma assolutamente importante, sarebbe una ricerca a tutto campo su quello che è avvenuto nelle scuole italiane negli ultimi due o tre decenni. Non possiamo aspettarci che “La buona scuola” recuperi il tempo perduto né che riesca a formare cittadini politicamente consapevoli, ma, almeno, salviamoci quel che resta dell’anima, evidenziando la carenza di base: l’inesistenza di senso civico, con tutte le conseguenze relative, uso un termine per tutto, alla corruzione della Repubblica.

Ognuno ha le sue nostalgie. Ne analizzo due non perché sono mie, ma perché mi paiono in misura maggiore di altre particolarmente significative e, più o meno consapevolmente, abbastanza diffuse. La prima è la debolissima nostalgia della (cultura di) destra per la Nazione. Inabissatasi Alleanza Nazionale, alcuni dei successori hanno dato vita a Fratelli d’Italia. Meglio che niente, ma l’idea di nazione non sembra proprio il fulcro della loro azione politica. Come controprova si pensi a quanto è importante il riferimento alla Nazione per il Front National francese che, incidentalmente, non dovrebbe mai essere assimilato ad un qualsiasi movimento o partito populista. Il FN ha anche componenti populiste, ma la sua forza e la sua presa si spiegano sopratutto con il riferimento alla Nazione e allo Stato che, grande errore il dimenticarlo, figuravano prepotentemente nella ideologia del Movimento Sociale Italiano. Azzardo che chi avesse una forte idea di nazione e dei suoi valori potrebbe anche trovarsi attrezzato per esigere che a coloro che in questa nazione vogliono venire a vivere e a fare crescere i propri figli, venga richiesto di accettare, imparare e rispettare i valori della nazione. Poi, discuteremo anche se qualsiasi cultura politica non debba avere a fondamento i valori della nazione come formulati ed espressi nella Costituzione. Nel mio saggio, la risposta è inequivocabilmente affermativa.

La seconda nostalgia, quella per l’Ulivo, è tanto plateale quanto surreale. L’Ulivo non ebbe il tempo di creare una nuova cultura politica. La sua fu un’aspirazione non accompagnata da nessuna realizzazione. Non ricordo cantori della cultura politica dell’Ulivo né interpreti efficaci. Ricordo il rappresentante politico di vertice dell’Ulivo, Romano Prodi, che mai si curò della sua cultura politica. Ricordo che coloro (Piero Fassino e Francesco Rutelli, certamente non noti operatori culturali) che affrettarono la fusione fredda fra due culture politiche evanescenti, quella comunista e quella cattolico-popolare, se non già sfuggite, ponevano l’accento sulla necessaria contaminazione fra le migliori culture politiche del paese, aggiungendovi quella, già in disarmo, ecologista, e mai menzionando quella socialista (che, infatti, rimase totalmente esclusa). Debolissima, se non inesistente, fu la parte propriamente di “cultura”, mentre visibile e concreta fu la parte effettivamente “politica”, quella cioè interessata al problema che, sinteticamente, in omaggio a Roberto Ruffilli e a Pietro Scoppola, definirò con le parole che entrambi attribuivano ad Aldo Moro, il politico da loro più ammirato: una democrazia compiuta.

I principi cardine della democrazia compiuta, ciascuno con solide radici nella teoria democratica europea, sono tre: costruzione di coalizioni rappresentative (non a caso nella Commissione Bicamerale Bozzi e nei suoi numerosi scritti Ruffilli argomentò la necessità di una “cultura della coalizione”), competizione bipolare, pratica dell’alternanza al governo ovvero predisposizione dei meccanismi che la consentano e la rendano sempre possibile. Questo è quello che di istituzionalmente rilevante rimane dell’Ulivo, ed è molto importante. È davvero azzardato sostenere che qualcosa della visione e della cultura istituzionale dell’Ulivo sia tracimato e si ritrovi, non a parole, ma nei fatti e nelle riformette (che ho discusso e criticato da capo a fondo nel libro Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Milano, Egea-Bocconi 2015) del governo Renzi. Le troppe conversioni renziane di ex-ulivisti sono una prova non di fedeltà alle idee del passato, ma della scomparsa di qualsiasi intenzione di ricostruire, in meglio, l’Ulivo che non fu mai realizzato. In pratica, la classe dirigente del renzismo ha due punti di partenza: la Leopolda e la critica, spesso la cancellazione, del passato. Difficile sostenere che le riunioni della Leopolda fossero e siano luoghi e modalità di formazione di una cultura politica condivisa. Furono passerelle per aspiranti politici, con non pochi di loro che hanno avuto successo, ma certo non per l’originalità della loro elaborazione culturale. La critica del passato ha avuto effetti dirompenti. La rottamazione di coloro che avevano costruito l’Ulivo e partecipato ai governi di centro-sinistra ha riscosso grande successo e ha certamente aperto la strada a volti nuovi. Quanto alla ripulsa delle culture politiche del passato ha mirato a colpire quelle che molto spesso venivano definite “ideologie ottocentesche”, accomunandovi liberalismo e socialismo, in parte anche il cattolicesimo democratico. L’interrogativo più che legittimo che rivolgono a coloro che negano la scomparsa delle culture politiche in Italia pertanto è il seguente. Buttate nella pattumiera della storia le ideologie ottocentesche, con quali modalità potrebbero essere recuperate, rilucidate, riformulate? Se ciò non fosse possibile, quali sono le fondamenta della cultura politica del Partito Democratico di Renzi?

Il partito della Nazione? Sono i cinque stelle

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Intervista raccolta da Ettore Maria Colombo per Quotidiano Nazionale

Professor Gianfranco Pasquino, a Roma Virginia Raggi canta “Cos’è la destra, cos’è la sinistra” e nessuno che si ricordi di Norberto Bobbio…

La confusione, purtroppo, c’è sempre stata. Bobbio, nel suo celebre saggio, la fondava sulla divisione tra chi lotta per l’uguaglianza, l’innovazione e il progresso, e chi difende la tradizione, il passato, le disuguaglianze sociali. Gaber, però, ce l’aveva con la sinistra che non fa più il suo mestiere: aveva ragione lui.

Per lei il Pd è il partito della Nazione?

No, è il M5S: hanno un elettorato indifferenziato, in parte di sinistra, per tre quarti, e in parte di destra, per un quarto, hanno il culto dell’antipolitica, che solo in parte è un male, credono nella democrazia diretta, pur affidandosi troppo a Internet e hanno il 25% di voti. Me compreso, che sono diventato grillino…

Professore, lei, con la sua storia da ex intellettuale del Pci-Pds-Ds?

Cerchi di capirmi. L’M5S fa paura , ora che sta andando a gonfie vele: i centri di potere, i giornaloni, il governo. Ce li ha tutti contro. Loro hanno imparato a stare in parlamento.

Democrazia interna poca, però, eh?

Nel rapporto Casaleggio-eletti-iscritti certo, ma i gruppi si consultano molto, discutono, votano. Eppoi, quale sarebbe il partito “democratico”, il Pd? Con Renzi che dice alla minoranza “ora faccamo i conti”, poi va in Direzione dove lui ha l’80% di yes.men che gli dicono di sì? Suvvia. Un vero leader ascolta la minoranza, non cerca di schiacciarla e tantomeno di cacciarla.

Rimpiange il centralismo democratico?

Il centralismo democratico aveva tutti i difetti che sappiamo, ma il gruppo dirigente del Pci, almeno in epocha post-Togliatti, ascoltava e prestava attenzione alle istanze e agli umori della base e ricomponeva gli scontri.

Più democratico il Pci o la Dc? Meglio la II Repubblica, quanto a destra/sinistra, o la presunta III Repubblica di oggi?

Il partito più democratico di tutti era il Psi, solo che lo era fin troppo, con tutte le sue correnti. La DC era un'”oligarchia competitiva”. Del Pci ho detto. Nella II Repubblica è stato tutto piuttosto chiaro, tranne per la lega che si piccava di non essere di “destra”, dove oggi, invece, Salvini l’ha collocata stabilmente. FI è sempre stato un partito liberale di centro-destra, il Pd è sì un partito di centro-sinistra, ma ormai più di centro(finirà per inglobare Alfano e Verdni)che di sinistra, cosa che il Pds-Ds era in modo netto. Ma a sinistra del Pd non vedo giganti: avranno l’8%, restando residuali, per colpa dell’Italicum. Solo il M5S è il vero partito della Nazione, ma che guarda più a sinistra, come i suoi elettri. Del resto, dove si sono seduti in Parlamento? Il alto a sinistra. E in politica, anche questi gesti contano.

Vabbè, pure nella Rivoluzione francese c’era l’estrema dei “Montagnardi”…

Meglio loro, la Montagna, che la Palude…

Pubblicato il 22 marzo 2016

 

Come ti salvo le primarie?

Il fatto

Intervista raccolta da Luca De Carolis per il Fatto Quotidiano

Bisogna essere precisi: non è corretto affermare che le primarie in generale non funzionano, va detto piuttosto che ci sono alcuni luoghi dove non funzionano”.

Nel dettaglio?
Dove il Pd è più sfilacciato, non gira, non girano neppure le primarie.
Per capirci, il problema sono i partiti locali che stilano cattivi regolamenti, e che non controllano il voto”.

Però ci sono nodi di fondo, cronici…
Certo, e vanno risolti con soluzioni chiare. Innanzitutto, il partito nazionale deve stilare un regolamento generale, che valga ovunque. Secondo, bisogna restringere la platea dei votanti. Basta con il facile populismo, votino solo gli stranieri residenti e i maggiorenni”.

E perché?
Ma perché coloro che possono votare anche nelle elezioni generali hanno maggiore interesse a scegliere dei buoni candidati, e sono meno tentati da logiche da truppe cammellate, come la compravendita di voti”.

Nel Pd pensano anche a un albo degli elettori, dove registrarsi. Ma Pasquino non è convinto:
A mio avviso sarebbe una forzatura all’americana, un appesantimento burocratico”.

E restringere le votazioni solo agli iscritti?
Non sarebbero vere primarie. E avremmo gli iscritti cammellati”.

Intanto fioccano variazioni sul tema, dalle comunarie sul web del M5S alle gazebarie del centrodestra. E il politologo le stronca:
Imitazioni del vizio che fanno omaggio alla virtù. Le votazioni dei 5Stelle fanno ridere, votano quattro gatti. Tanto vale fare un’assemblea. Quanto alla gazebarie, si è visto come funzionano, con gente che votava ovunque”.

In conclusione, c’è una via alternativa alle primarie?
Sì, basta affidare ai dirigenti il pieno potere di decidere le candidature, in cambio però dell’impegno a dimettersi se il candidato di turno perde. Uno scambio chiaro. Ma io manterrei le primarie, comunque”.

Pubblicata il 20 marzo 2016

Dietro i partiti niente

Le pungenti interviste del vignaiolo D’Alema, le “ruspanti” dichiarazioni dell’europarlamentare (sic) Salvini, gli accorati richiami dello statista in disarmo Berlusconi, le introspezioni elettroniche del guru Casaleggio, le promesse roboanti del fiorentino Renzi che sfida l’Europa fanno tutte, giustamente, discutere. Invitano anche a cercare di capire che cosa succede nel sistema dei partiti italiani. In verità di partiti definibili come tali in Italia ne esiste soltanto uno, il Partito Democratico, fatto da una maggioranza, in Parlamento artificialmente creata da un abnorme premo di seggi e nelle realtà locali gonfiata da più che una modica dose di conversioni. Le minoranze democratiche criticano, concionano, qualche rara volta strepitano, ma, in definitiva, non sanno che cosa fare né dove andare. Tutti gli altri non-partiti, tranne il Movimento 5 Stelle e, in parte, la Lega, sono alla costante ricerca di posizionamenti che consentano loro di sopravvivere fino a quando dovranno presumibilmente trattare con il PD per avere una manciata di seggi nel prossimo Parlamento. Nessuno di loro sta cercando di ricostruire una presenza, non nel cuore degli italiani, ma, quantomeno, nella loro considerazione per le politiche proposte e le candidature selezionate. Al contrario, nella grande maggioranza delle esperienze locali, con poche eccezioni, i candidati prescelti vengono, si dice e si vanta, dalla società civile. Poi, spesso si scopre che quella società civile è alquanto permeabile ai fenomeni della corruzione e dell’illegalità. Di tanto in tanto ci s’accorge anche che venire dalla società civile, lo hanno imparato persino gli esponenti delle Cinque Stelle, non è un titolo di merito né una qualifica utile a svolgere efficacemente i compiti parlamentari né, tantomeno, a governare le città, piccole, medie e, chi sa, prossimamente anche grandi.

In maniera difensiva, troppi politici e, ahiloro, molti commentatori pensano di cavarsela sostenendo che i partiti sono in crisi un po’ dappertutto. E’ un’affermazione sostanzialmente scorretta che dovrebbe essere “spacchettata”. Ci sono sistemi politici, come la Spagna, nei quali è in atto una dolorosa ridefinizione dello schieramento e della natura dei partiti. Però, quasi dappertutto nelle democrazie europee i partiti hanno finora retto alla sfida dei populismi, di destra, di sinistra e di centro; hanno governato, persino con qualche successo; si sono alternati alla guida del paese. Nessun governo non partitico, guidato e composto da “tecnici”, ha fatto la sua comparsa. Non circola nessuna apoteosi della società civile. Non compare nessuno sfrangiamento del sistema dei partiti. Invece, in Italia, dietro tutte le diatribe, spesso di cortile, dietro un chiacchiericcio per lo più inconcludente, come quello sull’Europa, che dovrebbe essere sul “come stare in Europa”, e sulla Libia che, a sua volta, dovrebbe essere, sul “come costruire un governo rappresentativo e stabile” in quel paese, sta un fatto durissimo: il sistema dei partiti italiani è fondamentalmente destrutturato.

La destra, il cui elettorato è reale e diffuso, anche potenzialmente molto ampio, non è capace di costruire organizzazioni stabili né, curiosamente, ricorda la sua parola d’ordine: presidenzialismo. La sinistra appare più fedele alle sue peggiori tradizioni: sottili critiche e graduali processi di frammentazione. Per quanto vero, conta poco che il segretario del Partito Democratico- Presidente del Consiglio non abbia manifestato nessuna intenzione né di tenere unito il partito né di riaggregare la sinistra preferendo il sostegno facilmente acquisibile di Alfano e le manovre più o meno concordate con Verdini. E’ l’esito che conta. Le maggioranze variabili non sono che palliativi, tamponi, sotterfugi temporanei. La realtà è che se il PD si sfalda. Il sistema dei partiti italiani si mostrerà in tutta la sua nudità e bruttezza. E non verrà decentemente rivestito da un Italicum che deve ancora passare al vaglio della Corte Costituzionale e da riforme costituzionali parecchio confuse.

Pubblicato AGL 14 marzo 2014

Sconfitti Orfini e un partito romano sconquassato

Il fatto

Intervista raccolta da Giampiero Calapà per il Fatto Quotidiano

“Il Pd è sconquassato, il limite non è nelle primarie ma nei democratici e nelle condizioni specifiche del partito romano”. Il politologo Gianfranco Pasquino individua anche un colpevole con nome e cognome: “Non capisco che ci stia a fare Matteo Orfini, non capisco perché il presidente dell’assemblea nazionale sia a capo del partito romano”.

Le primarie a Roma questa volta non sono state un grande successo?

Dal punto di vista numerico sono il segno di un declino evidente. Bisogna rilevare che questa consultazione avviene, però, nella fase più bassa per il Pd romano, dove il fondo è stato toccato ampiamente. Il Pd non può cantare vittoria, ma deve rallegrarsi del fatto che ci sia ancora gente che, giustamente direi, pensa sia ancora giusto partecipare. Più che un atto di fede è ancora un tentativo di cercare di influenzare in qualche modo le scelte del partito.

Un po’meglio è andata a Napoli…

Sì è un buon risultato.

Forse perché lo scontro è stato vero, mentre a Roma non solo non hanno litigato, ma non si capivano le differenze…

Non volevano litigare a Roma, rappresentavano fazioni di un partito debole, fragilissimo, e hanno scelto di presidiare le proprie nicchie senza scuotere nulla, ma se non infiammi il dibattito l’interesse non si accende.

E ora, come previsto, tocca a Roberto Giachetti.

Bisogna vedere se adesso la sinistra del partito ingoia anche questo rospo o si sposta su altro…

Massimo Bray, citando Gramsci, ieri ha quasi fatto capire di essere già in campo.

Se si candida Bray e ha tutta la sinistra dalla sua parte, se Stefano Fassina rinuncia per capirci, le cose si complicano per il Partito democratico. C’è una campagna elettorale da vivere ma potrebbe avere qualche possibilità l’ex ministro, perché oltre alla militanza di sinistra avrebbe larghe fette di apparato dello stesso Pd dalla sua parte. Non dimentichiamo che è molto vicino a Massimo D’Alema.

Lei che è un esperto di primarie, forse non funzionano più?

Non direi proprio, il limite non è nelle primarie, ma in un Partito democratico sconquassato, soprattutto a Roma, dove non riesco a vedere grande rinnovamento nell’azione del commissario Matteo Orfini, che è anche il presidente nazionale del partito, cosa già di per sé stravagante.

È lui il colpevole?

Non capisco perché Orfini sia il capo del partito romano, non capisco che ci faccia ancora là.

Qualche consiglio per future primarie?

È una buona idea quella di far votare i sedicenni, ma oltre a farli votare regalerei loro una copia della Costituzione italiana. E va bene anche far votare gli immigrati, ma bisognerebbe migliorare la legge per farli diventare cittadini italiani.

Pubblicato il 7 marzo 2016

Una vicenda in cui hanno perso tutti

Sono in molti ad avere perso qualcosa in questa brutta vicenda di un disegno di legge di origine parlamentare sulle unioni civili che avrebbe portato l’Italia al livello al quale sono giunte da tempo la grande maggioranza delle nazioni europee. In primis, hanno perso tutti coloro che desideravano unioni fra persone dello stesso sesso che ottenessero quanto, in termini di eguaglianza e di dignità, hanno coloro che contraggono un matrimonio. Parecchio è stato ottenuto sul piano economico, che conta ed è importante. Molto meno su quello, altrettanto importante, del riconoscimento dei figli avuti dal partner prima che si stipulasse l’unione civile. Il resto, come forse troppo spesso avviene, è stato affidato alla magistratura, probabilmente anche alla Corte Costituzionale, che si troveranno obbligate, come hanno fatto alla grande sulla legge 40, fecondazione assistita, a supplire alle gravi carenze della politica (e, magari, venendo poi criticate per la loro indispensabile interferenza).

Hanno perso tutti coloro che credono che fare le leggi sia un compito che il Parlamento adempie attraverso un dibattito aperto e trasparente che serve a spiegare ai cittadini come e perché, con quali conseguenze, ad educarli alla complessità delle scelte e alla ragionevolezza delle decisioni. Questa volta, probabilmente, la società ne sapeva, sulla propria pelle, molto di più di quanto troppi parlamentari volessero intendere e capire. Hanno perso i senatori delle Cinque Stelle poiché il loro messaggio si è abbattuto sul muro di gomma dei renziani e non sono riusciti a diventare determinanti. Avevano probabilmente ragione, ma sono arrivati tardi e male, percepiti, non del tutto erroneamente, come strumentali, al momento delle decisioni cruciali. Non hanno davvero vinto i Democratici poiché in definitiva hanno dovuto ingoiare tutte le richieste del partito di Alfano e finiranno per trovarsi debitori anche dei voti che il giustamente spregiudicato Verdini farà valere pesantemente sul voto di fiducia. Si aprirà davvero la porta alla mutazione antropologica del Partito Democratico in Partito della Nazione?

Infine, ha perso una certa concezione del Parlamento e della sua funzione di legislazione. Il testo del disegno di legge prima firmataria la senatrice dem Cirinnà avrebbe dovuto, secondo l’art. 72 della Costituzione italiana, essere discusso e “approvato articolo per articolo”. E’ sfuggito all’operazione esageratamente truffaldina implicita nell’emendamento canguro, della cui legittimità bisognerà pur discutere, che mangia tutti gli altri. Però, è stato poi divorato dal maxiemendamento del governo il quale ha, addirittura, posto la fiducia su un atto che non è di governo, non attiene al programma, non riguarda obiettivi strategici. Un governo che ottiene quello che vuole, in questo caso, quello che ha voluto una delle componenti della coalizione, a spese del parlamento, piegandolo e in sostanza umiliandolo, intraprende una strada pessima che, forse, dovrebbe essere bloccata dai Presidenti delle Camere e, possibilmente, se vi sarà un debito ricorso, dalla Corte Costituzionale. Questo non è neppure il nuovo modo di governare. Purtroppo, è l’aggravamento del vecchio che da cattivo diventa pessimo.

Pubblicato AGL il 26 febbraio 2016

Il voto al governo Renzi è un 6- Promette molto, realizza poco

Il_GiornaleIntervista raccolta da Anna Maria Greco  per Il Giornale

ROMA. Professor Gianfranco Pasquino, che voto dà a Renzi?

Un 6 meno

All’orlo della sufficienza, motivazione politica?

L’allievo è volenteroso, si applica con impegno, corre molto con le parole ma le realizzazioni sono scarse. Promesse roboanti, fatti declinanti.

Di buono che ha fatto?

Poche cose, ma ci sono. Il Jobs Act dovrà comunque produrre qualche cambiamento positivo. La Buona scuola era necessaria, resta da vedere la sua applicazione da parte del ministero e dei presidi: quanti eserciteranno fino in fondo il loro potere.

Noto che non include Italicum e Senato.

Perché il mio giudizio è molto negativo. La legge elettorale è brutta, non rispetta la sentenza della Consulta e ha elementi di’incostituzionalità, come diceva Napolitano prima di diventare renziano. Quella del Senato è una trasformazione, non un’abolizione. Non è una Camera delle autonomie alla tedesca, né un Se nato francese più piccolo. In più, ha 5 senatori nominati dal Quirinale. La riforma è confusa, crea un sistema squilibrato e neppure chiarisce i compiti dei senatori.

Renzi lega il suo destino al referendum: mossa giusta?

No, così lo trasforma in un plebiscito su se stesso e usa in modo scorretto la Costituzione, che lo vuole promosso dai cittadini, non dal governo. Minacciare: se va male me ne vado serve a dire che lui interpreta il sentire del popolo.

Negli ultimi 2 anni in parlamento c’è stato un gran mercato, con continui passaggi da un partito all’altro.

L’Italia ha una lunga tradizione di trasformismo. Dal 2013 circa un terzo dei parlamentari ha cambiato casacca, credo 22 per il Pd di Renzi. Che attrae quasi automaticamente nuovi adepti, perché è grande, in grado di offrire risorse e poltrone, in più ha la prospettiva di vincere le elezioni.

Il premier ama governare con maggioranze variabili?

Una brutta storia che il trasformismo incoraggia. Se un governo ha una maggioranza dovrebbe reggersi su quella. Altrimenti, deve ricompensare di volta in volta i nuovi arrivati togliendo o mettendo qualcosa nelle leggi.

Il Rottamatore è rimasto fedele ai suoi primi slogan?

In parte sì, perché una certa classe politica Pd l’ha rottamata. Ma se Veltroni e D’Alema erano da rottamare, perché pescare vecchi nomi per ruoli che vorrebbero facce nuove? fl problema è che Renzi non ha una prospettiva complessiva di come rinnovare il Pd. Mi preoccupa sentire che la nuova classe dirigente nascerà dai comitati referendari. Così fa fuori la sinistra.

Il Pd perderebbe ancor più la connotazione di sinistra?

Per me, l’ha già persa.

Renzi punta al partito della Nazione?

L’idea è tremenda, lui di tanto in tanto la smentisce. Abbiamo già visto la De, che occupava solidamente il centro impedendo l’alternanza, ma per la democrazia ci vuole competitivita. Come segretario Pd ha concentrato nelle sue mani il potere, lo stesso ha fatto come premier. Ma almeno eviti di usarlo male, imponendo emendamenti canguro e voto di fiducia che limitano il dibattito parlamentare, come per le unioni civili. E su una materia non di governo, ma che investe il nostro modo di pensare.

Come finirà?

Sono politologo, non astrologo. Renzi ha capito che non deve consentire a M5S di gridare vittoria. Probabilmente toglierà la stepchild per far passare il resto.

E l’attacco all’Europa?

L’idea di riacquistare un ruolo sulla scena europea è buona, ma realizzata male. Lo scontro frontale non produce niente di positivo, anche Cameron ha ottenuto poco e ha più potere di Renzi. Quando si critica bisogna avere una soluzione e degli alleati. Lui non ha né l’uno né l’altro, chiede solo maggiore flessibilità, cosa non molto popolare a Bruxelles. Bene l’operazione di imporre la Mogherini per la politica estera Ue, ma perché poi non la sostiene?

Nello duello Renzi-Monti chi vince?

Nessuno ne esce vincitore, ma ha ragione Monti perché conosce meglio l’Europa e la sua burocrazia. È una visione da tecnocrate? Non so, forse va corretta, ma comunque va ascoltato.

Pubblicato il 23 febbraio 2016

Tutti ossessionati dal controllo degli eletti: si combattono ma invece sono molto simili

Il fattoIntervista raccolta da Luca De Carolis per Il Fatto Quotidiano

Il Pd e il M5s sono modelli simili, in entrambi i casi i leader vogliono controllare i propri eletti. E il tasso di democrazia interna è molto basso”. Gianfranco Pasquino, politologo, ha da poco pubblicato La Costituzione in trenta lezioni(Utet).

Quello tra dem e 5 Stelle è anche uno scontro tra due schemi di partito, uno vecchio stile e uno molto più moderno?

C’è molto di vecchio in questo confronto. Su entrambi i fronti vogliono controllare i propri eletti. Il Pd ha nominato i propri parlamentari e pretende che seguano la linea dei vertici. In caso contrario, non verranno ricandidati. Nel M5S invece Grillo e Casaleggio si affidano al reclutamento on line, sul quale però possono avere un controllo limitato. E allora ecco la multa. Di fatto i Democratici e i 5 Stelle applicano forme di coercizione.

Molti evocano l’articolo 67 della Costituzione, in base al quale i parlamentari non sono sottoposti a vincolo di mandato.

Con questi metodi, sia il Pd che i 5 Stelle dimostrano di ignorarlo.

Prima obiezione: la multa del M5S vale per i futuri eletti al Comune di Roma.

La multa è nulla, una stupidaggine. Non è esigibile in nessun tribunale.

Seconda obiezione: dem e 5 Stelle hanno concesso libertà di coscienza sulla stepchild adoption.

La libertà di coscienza mi sta bene, ma su votazioni trasparenti, non su decisioni con il voto segreto. E comunque chi vota secondo coscienza dovrebbe spiegare ai cittadini le sue ragioni, nel dettaglio.

Volano accuse incrociate sulla penale del M5S. Secondo lei perché l’hanno decisa?

Innanzitutto non trascurerei le pulsioni autoritarie di Casaleggio. Poi vale sempre il principio di Mao Tse-Tung, “colpirne uno per educarne cento”. Infine, la multa deve dare un’impressione di solidità, di saldezza della leadership.

Il Pd afferma che serve una legge sui partiti.

È giusto, ma non dovrebbero perdere troppo tempo. Esiste un ottimo disegno di legge, depositato una decina di anni fa da Valdo Spini (ex Psi, Ds e Si-nistra democratica, ndr) che regolamentava la democrazia interna nei partiti e il loro finanziamento.

Il M5S denuncia: vogliono imporci le loro regole.

Imporre non è mai giusto, ma sarebbe opportuno che un movimento con un così grande consenso si doti di meccanismi più democratici.

E il Pd?

Il Pd all’opposto dovrebbe essere molto più severo nell’applicare le proprie regole interne, o nel crearne di nuove. Un inquisito farebbe meglio a saltare un giro, per dire.

Pubblicato il 10 febbraio 2016